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immaginazione e spazio pubblico: Adam Smith e Hannah Arendt

politica


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immaginazione e spazio pubblico :

Adam Smith e




Hannah Arendt
















IMMAGINAZIONE E DISCORSO PUBBLICO


Ci si occupa dell'immaginazione dal punto di vista del discorso pubblico, come superiamo le distanze tra noi e gli altri ; immaginazione come spostamento, viaggio il "viaggiare in vite che non sono le nostre" , ciò sempre dal punto di vista di un lettore , uno spettatore, di chi guarda. Quindi : si lavora sull'immaginazione a partire da testi filosofici e nella fattispecie ci sarà chi intende l'immaginazione come fredda ( I. Kant, H. Arendt) e calda (A. Smith). L'imm. Fredda chiede la capacità di cogliere la differenza tra le diverse prospettive senza però esserne coinvolti e farle diventare nostre , mentre l'imm. Calda fa riferimento al concetto di empatia (superare la distanza che c'è fra noi e gli altri, immedesimazione).

Superato ciò iniziano i tre percorsi ,immaginazione politica, filosofica e letteraria.: i romanzi letterari danno un senso NORMATIVO della vita, qualcuno ci parla e ci invita a prendere posizione, punti di vista; l'imm. Lavora per darci il senso della possibilità come sarebbe vivere la vita di un altro ? Seguiremo questo tipo di domanda.

Che cosa abbiamo in mente quando parliamo di immaginazione ? ci sono tesi molto discordanti :


a) immaginazione come specchio : si ha in mente che l'imm. Riflette quello che c'è, risponde

quel che c'è

b)      immaginazione come lampada : si attribuiscono all'imm. Responsabilità molto maggiori ;

illumina aspetti non visti imm. Produttiva o creativa


E' da sottolineare che non si parla di fantsia quando si tratta l'immaginazione. Per es, se si dice che ho pensato a dei cavalli che volano sono nello spazio della fantasia, mentre se si dice : chissà cosa farà all'uscita dalla stanza la persona x sono nello spazio dell'immaginazione. Una prima distinzione ha a che fare col fatto che nella fantasia la sospensione della realtà è molto più forte che non nell'immaginazione. L'immaginazione è molto congetturale, si dà spazio al senso di probabilità.

Se con l'immaginazione non cerchiamo di evadere dalla realtà, chiamarci fuori ma provochiamo, cerchiamo di mettere in discussione ciò che è indiscutibile, ho tre modi di operare :


VISUALIZZAZIONE : quando si cerca di evocare qualcosa che non è presente

ASSOCIAZIONE : collegare mentalmente aspetti del mondo che ci appaiono separati

ARRICCHIMENTO dell'esperienza : accade quando attribuiamo all'immaginazione un potere

creativo , ci fa trovare nuove forme per esprimere le

nostre idee e i nostri sentimenti.


L'immaginazione è una facoltà mentale che ci permette di strutturare la realtà e che raramente si limita soltanto a registrarla, non esistono fatti prima che noi li vediamo , noi siamo ordinatori della realtà ,non specchi di essa che esisterebbe indipendentemente da noi : quello che vediamo sono immagini che noi ci costruiamo.

L'idea che la mente non è specchio era assolutamente impensabile prima del romanticismo (Kant,

l'immaginazione non è una ruota di scorta della nostra mente ma una facoltà fondamentale per organizzare la realtà che ci troviamo di fronte e che scegliamo di vedere come tale).

L'immaginazione apre lo spazio del possibile (vedere, fare, essere), lo spazio del sogno, della speranza , congettura ,paura .lo spazio del se (inteso come riempire) . L'immaginazione è un momento di scarto di salto, di presa di distanza nel quale ci raffiguriamo le cose distanti e ci distacchiamo dalle cose reali , rimaniamo sospesi da ciò che è dato ,da ciò che è assente. Di qui viene quella ambiguità (specchio - lampada) dove la prima definizione di specchio appare più modesta e meno ambiziosa della seconda, ma partiamo dalla definizione di imm. Come specchio: per un verso se si intende l'imm. In un modo più modesto, pensiamo che sia quella facoltà che ci permette di configurare il realizzabile non ancora realizzato :l'imm. In fondo a cosa serve ? a darci un migliore senso della realtà specie di ponte tra il presente e lo spazio immediatamente successivo (che sia giorno o mese non importa..).

Nella seconda concezione - di immaginazione come lampada - si prende la strada che dice : se io per far funzionare le mie facoltà immaginative devo per un momento sospendere la realtà , se l'imm. È presa di distanza dalla realtà in cui sono immerso, si può prendere una strada in questo senso : l'immaginazione può anche portar 121h73b ci a una riformulazione radicale di noi stessi , immaginazione della messa in sospensione della realtà (l'imm. ha comunque dei vicoli di realtà ma in questo secondo significato sono più deboli).

Quindi se nel concetto di imm. Come specchio ciò mi consente di pianificare meglio la realtà , nel significato di lampada ciò può portare anche a rompere con la realtà, porta a illuminare aspetti che non avevamo visto, di cui non avevamo tenuto conto; ciò può portare a dei cambiamenti radicali alla nostra realtà che del resto non è mai esistita fino a quando non le avevamo dato il nostro imprimatur. L'immaginazione è una facoltà visiva più che mentale ,vediamo le cose con gli occhi della mente ciò ha anche a che fare con la sospensione dei dati di realtà : nel momento in cui immagini sospendi i dati di realtà ; la tesi è che il nostro mondo è questo : senza inferno o paradiso ,per cui cerchiamo di viverci nella maniera migliore (no guerre,ecc)

Facoltà visiva si divide in memoria - eventi già accaduti "il pensare cos'avrei potuto fare se.." -e distanza - il prendere la distanza da qualcosa in cui noi ora siamo immersi. L'immaginazione può quindi agire all'indietro (memoria) oppure prendere le distanze da ciò che ci appare ineludibile (futuro, presente) p.es "l'immaginazione al potere" di sessantottiana memoria ; del resto la realtà non è "là fuori" , non è qualcosa di dato ma è anche un prodotto, un risultato della nostra visione. Immaginazione quindi come sospensione di confini tra il dato e il possibile, tra il riconoscibile e lo sconosciuto.

Noi siamo costruttori di realtà e non passivi abitanti di una realtà già data, vogliamo vedere con quali linguaggi "possiamo fare" immaginazione (filosofia, cinema, politica, letteratura)

L'immaginazione è uno sguardo , nell'immaginazione noi guardiamo, è uno sguardo che però può portarci a vedere ciò che è familiare come estraneo (presa di distanza) , sguardo di qualcuno che viene da fuori e quindi vede e nota cose che noi non notiamo perché ne siamo immersi (cfr. due persiani a Parigi 1729 Montesquieu) .Metafora del viaggio applicata all'immaginazione, quando ci si sposta dai luoghi familiari verso contesti e pratiche che non sono i nostri il tipo di atteggiamento che possiamo avere è di maggiore o minore resistenza (p.es. l'immaginazione del turista è minore e diversa rispetto a quella del viaggiatore) , viaggio anche nel senso che con l'immaginazione usciamo dai nostri confini, da noi stessi, ci chiediamo come sarebbe per noi vivere una vita diversa.

I tre tipi di immaginazione di cui ci occuperemo sono tre varianti del viaggio che rivela complessità ,interesse , difficoltà , il senso della possibilità è come una sorta di muscolo :se non lo si sviluppa si atrofizza.

La letteratura serve per imparare la varietà dell'esperienza umana quindi confronto , mettersi nei panni di vite diverse, l'imm è formazione di immagini, soluzione di problemi, falsificazione di certi aspetti della realtà ,esplorazione mentale di come sarebbe realizzare certe possibilità.

Molta parte della nostra vita di relazione è impegnata nel cercare di capire i comportamenti degli altri (e qualche volta anche il nostro) , darci conto dei comportamenti delle persone con cui entriamo in relazione , se non lo facciamo viene meno qualsiasi idea di ordine sociale (che sottintende delle aspettative) ; molti di noi riescono a prevedere solo ciò che possono capire, noi pensiamo di capire la vita degli altri compilando una lista delle azioni osservabili, passo del tutto insufficiente per darci una maggiore comprensione dell'ordine sociale ; sarebbe insufficiente perché le cose che ci dicono qualcosa di più sulla vita delle persone non sono quel che fanno, il loro comportamento ma il significato che attribuiscono a quella tale azione e le motivazioni che le spingono a farle , i significati attribuiti ai loro comportamenti.

Dovremmo quindi avere un contesto altrimenti non possiamo affermare di stare capendo ciò che una persona fa, al massimo osserviamo. Ciò significa il porsi delle domande del tipo :

come mai tra tante possibilità la persona ha scelto proprio quell'una ?

che distanza c'è tra le possibilità percepite e quelle effettivamente disponibili ? (magari l'attore non le ha viste tutte)

Fondamentalmente il considerare ciò che accade tra quello che può accade e quello che sarebbe potuto accadere (forbice tra dato, realtà , fatto evento e quello che sarebbe potuto accadere, quello che avrei potuto fare)

Orbene, lo spazio che si situa in mezzo alla forbice è dove lavora l'immaginazione. Si apre uno spazio valutativo, del condizionale, ma cosa mi serve questa presa di distanza ? Mi serve per occupare una prospettiva valutativa per capire se davvero ho utilizzato tutti gli spazi possibili (sia come singolo che come collettivo) .

Quando ci poniamo il problema del significato di un'azione ancora da compiere, dobbiamo porcelo alla luce di quello che potremo fare (vale sia al passato che al futuro) , l'immaginazione in quanto ESPLORAZIONE di POSSIBILITA' possiamo definirla come immaginazione MORALE , nel momento in cui ci facciamo una domanda ,una delle preoccupazioni maggiori è quella di distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male per me, tra ciò che potrei fare e quello che avrei potuto fare e nel caso di scelte dilemmatiche questa operazione la si fa sempre. Bisogna considerare l'insieme delle possibilità sullo sfondo di una situazione che è data , la domanda che l'immaginazione ci porta a fare è sulla qualità della nostra vita ; certo, ci sono decisioni in cui non si riesce a decidere se non a prezzo di perdere un pezzo di noi stessi.

Ogni volta che utilizziamo l'immaginazione MORALE apriamo uno spazio tra quello che facciamo e quello che avremmo potuto fare , tra i fatti e le possibilità , l'imm.morale è competenza di tutti noi e di alcune discipline (antropologia) NON ci interessano le cause dei comportamenti ma i significati, ci concentreremo nella specifica interazione tra individui particolari e specifici contesti in cui sono calati, siamo interessati a guardare come le persone valutano posizione dello spettatore (quindi dell'immaginazione) .

Siamo in grado di distinguere il significato ESPLORATIVO dell'immaginazione ,da quello CORRETTIVO .

Il significato esplorativo intende che ciascuno di noi è nato immerso in una tradizione q quindi dentro a dei confini (che sono il modo di interpretare un'esperienza), così troviamo le nostre aspirazioni di vita predefinite (ci viene già detto ciò che è buono) e siamo così attori, persone che applicano regole e norme di vita predefinite. Una tradizione definisce convenzionalmente delle possibilità, utilizzare l'immaginazione significa imparare a vedere al di là dei confini predefiniti, la portata della nostra immaginazione aumenta quando riconosciamo altre possibilità oltre a quelle già disponibili che la nostra tradizione ci consegna sul piatto.

Le possibilità convenzionali disponibili non esauriscono le nostre possibilità ecco : questo è il significato esplorativo dell'immaginazione, acquistando questa consapevolezza la nostra immaginazione aumenta (diventando più ampia) in due sensi :

spesso accade che le nuove possibilità che noi impariamo (dalla letteratura ,dal cinema) siano talmente estranee a noi da rendere improbabile il fatto di farle nostre; questi mondi lontani ,remoti, estranei arricchiscono la nostra immaginazione, lanciano una provocazione quindi sono proprio queste che la ampliano e stimolano il nostro spirito critico , in qualche modo ci fanno uscire da dove siamo spingendoci ad adottare una prospettiva critica, valutativa sui nostri modi di vedere.

La funzione correttiva riguarda qualcosa che è dietro di noi, nel passato ; il modo in cui noi abbiamo valutato le possibilità disponibili, le scelte che abbiamo fatto.




profondità Passato TMP Futuro |

Immaginazione                  | Ampiezza dello sguardo

correttiva                                  esplorativa |



L'immaginazione quando guarda al passato è correttiva perché quando si pone il problema della discrepanza tra ciò che abbiamo fatto e ciò che avremmo potuto fare se avessimo tenuto conto di tutte le variabili disponibili, la funzione correttiva non soltanto ci addestra a come comportarci nelle situazioni future ma è come se ci curasse dalle delusioni che ci sono venute dai nostri sbagli, funzione "terapeutica" nel senso di riconciliatoria.

Nel corso del tempo noi siamo persone diverse, l'imm. correttiva è il tipo di rapporto con i miei sé passati mentre quella esplorativa è il rapporto con i sé futuri.

Si diceva riconciliarsi ,con i nostri progetti di vita, non portandoci dietro la zavorra di problemi passati irrisolti; l'imm. correttiva ci dice fino a che punto io mi posso ritrovare nelle scelte che ho compiuto, nelle valutazioni che ho dato; questo può portare a una frattura del sé ma non crea fratture insanabili nella concezione di sé.

Ci domandiamo : sceglieremo ancora così ? Quanto di me c'è in ciò che ho fatto ?

Tutte le volte che faremo ciò possiamo dire che l'immaginazione rende più liberi, liberi da influenze culturali che possono avere su di noi una presa coercitiva, che trasformano la nostra attività valutativa in una serie di automatismi e anche se una tale domanda ci passerà per la mente l'automatismo scatterà fornendoci una serie di risposte base a domande base preconfezionate che si imparano dall'apprendimento, dalla famiglia, dalla religione, dagli interessi sociali.

L'immaginazione ci porta nella direzione di tornare a porci delle domande, di diffidare dalle risposte preconfezionate, allenta in noi la presa dell'abitudine spaesamento.


Ma che tipo di nesso c'è tra la filosofia e la letteratura?


Ci sono delle weltanschauung che non possono essere espresse nel linguaggio filosofico convenzionale ma necessitano di un linguaggio più complesso , allusivo, attento al particolare. La filosofia ha una struttura interpretativa e argomentativa tale per cui da x si arriva a y ma per queste domande radicali ci vuole piuttosto una forma espositiva la quale implichi che la vita contenga sorprese significative. Avvicinandosi al testo letterario ci poniamo delle domande : ve ne sono del tipo :

come posso massimizzare la mia utilità ?

come posso avvantaggiarmi il più possibile nelle situazioni in cui verrò a trovarmi ?

come posso promuovere il mio benessere?


Queste sono DOMANDE SBAGLIATE perché si esclude sin dal principio un'enorme varietà di informazioni che si trovano nei testi letterari; allo stesso modo se ci chiediamo quali siano i doveri e gli obblighi personali ,finiamo per escludere dall'indagine molti elementi della vita che il testo considera decisivi.

Immaginazione significa adattare una prospettiva che catturi ciò che facciamo quando poniamo a noi stessi domande radicali ,la domanda fondamentale che ci poniamo è "come dovrebbe vivere un essere umano"; non presuppone nessuna demarcazione tra aspetti morali e non morali, cose + o meno importanti, si badi bene che non  presuppone una gerarchia di valore.

Non possiamo assumere che tutti condividiamo un forte vantaggio all'interesse personale perché terremo conto soltanto di una delle nostre possibilità la letteratura ci insegna a lasciare aperto lo spazio delle nostre valutazioni, interpretazioni ; siamo esseri troppo complessi per ridurci all'utilitarismo . Questo modo di procedere ci dice di essere rispettosi delle differenze e della varietà ,di non avere troppa fretta di mettere in ordine ,di rispettare la complessità ma ci dice anche di trovare delle risposte (ancorchè provvisorie, rivedibili).

Ma perché  piegare la letteratura agli scopi della filosofia ? Di fatto la letteratura è già impegnata in questa ricerca , noi amiamo di più libri e poeti particolari perché sono quelli che ci rispondono quindi questo lavoro lo facciamo già , poniamo alla letteratura i nostri dubbi e le nostre incertezze, cerchiamo immagini dalla letteratura e le confrontiamo.

Generalmente nelle opere letterarie noi vediamo quello che potremo chiamare la non commensurabilità delle cose di valore; uno dei contenuti base dell'opera letteraria è che una cosa non è pensata solo come una differente quantità di un'altra (l'amicizia non è l'amore meno qualcosa, per esempio)

Ciascuna di queste cose di valore ha un valore peculiare e particolare :

La letteratura opera per distinzioni qualitative (e non quantitative) ,sollecita nel lettore un modo di vedere sottile i termini di un'opera letteraria sono dettagliati e precisi e ci portano più a distinguere  che a omologare

Priorità del particolare, la letteratura tende ad esaltare, incoraggiare la nostra capacità di discernere le caratteristiche salienti di situazioni particolari, il problema si pone quando dobbiamo stabilire che relazione c'è tra i termini che discerniamo: una volta colto il particolare come faccio a mettere in relazione percezioni particolari con regole generali ? Ma la letteratura è qui a dimostrare l'insufficienza delle regole generali che abbiamo a disposizione (proprio per la loro eccessiva generalità)


Quindi il cercare maggiore concretezza (leggi : radicamento nelle situazioni) delle concezioni, valutazioni etiche ; questa attenzione alla concretezza vuole dire che se per es. quelle regole generali non tengono conto delle "sorprese", degli eventi inattesi dove dobbiamo rispondere in maniera contestuale ,la risposta in alcuni casi non è -e forse non lo sarà mai- codificata in regole disponibili quindi se mi trovo in queste situazioni o cerco un'improvvisazione morale che abbia un fondamento o mi abbandono alla casualità.

Le regole morali possono considerarsi insufficienti , non prive di peso.

Si diceva sulla priorità del particolare : (priorità sulle regole fisse già disponibili ) tensione con la generalità e l'universalità delle regole fisse.

Sono almeno tre le classi di cose che le regole generali omettono:

insufficienza di principi generali preconfezionati :caratteristiche nuove e impreviste che le regole generali possono non codificare (Aristotele diceva che c'è un'analogia molto forte tra i principi etici e il navigatore o la professione del medico : chi pensa che giudicare sé o gli altri applicando regole già fatte non è ben preparato a navigare (farà sicuramente naufragio) e non sarà ben preparato a fronteggiare eventi inattesi

molte delle caratteristiche rilevanti per giudicare sono contestualmente determinate e quindi non generalizzabili

rilevanza etica di persone e situazioni particolari


Più in generale c'è un altro punto e riguarda il valore etico delle emozioni ; una delle obiezioni più classiche che vengono rivolte all'uso dei testi letterari come corsi di studio si basa proprio sull'uso delle emozioni. Perché la letteratura ,densa di emozioni, non può condurre alla riflessione razionale, per definizione si dice che le emozioni siano inaffidabili, animalesche, irrazionali, seduttive portano lontano dunque a una scelta meditata.

L'interazione dal testo al lettore usa l'emozione come uno dei tramiti fondamentali ; più analiticamente :


si è detto che le emozioni sono inaffidabili perché non hanno nulla di cognitivo (nulla a che fare con la conoscenza)

oppure si dice : sì incorporano la conoscenza ma sono tramite di una conoscenza falsa


Confutiamo queste obiezioni : la prima sostiene che le emozioni sono cieche reazioni animali e istintuali , per loro natura incapaci di discernimento;

questa obiezione si basa su una visione povera ,caricaturale su cosa sia un'emozione , le emozioni sono strettamente connesse a credenze per cui quando c'è una modificazione della credenza c'è una modificazione dell'emozione ; ciò vuol dire che le emozioni sono risposte che noi diamo a partire dalle credenze che noi abbiamo.

Per esempio se io mi arrabbio con una persona la rabbia viene dalla credenza di sapere che sono stato offeso o danneggiato quindi essere arrabbiati non è come aver fame o sete, nel momento in cui scoprissi che non è vero che io sia stato offeso, nel momento in cui la mia credenza cambia ,cambia anche l'emozione che la credenza ha prodotto.

Le opinioni più accreditate vanno a ritenere che le credenze siano componenti necessarie delle emozioni e siccome hanno una parte cognitiva importante nella nostra vita, potremmo dire che il ragionamento intellettuale che prescinde dall'emozione possa essere mutilato. Naturalmente le emozioni possono essere inaffidabili ma non lo sono in toto e come "non butto via" le credenze, non si vede perché bisogna "buttar via" le emozioni posso estremisticamente dire che le emozioni sono più affidabili  delle credenze perché coinvolgono parti profonde di noi.

La seconda obiezione ha a che fare col fatto che molti filosofi che si sono occupati di emozioni sono assolutamente d'accordo nel riconoscergli una dimensione cognitiva ciononostante sono piuttosto diffidenti sul fatto che tendono a tener fuori le emozioni dal ragionamento pratico perché i giudizi che sui quali le emozioni si basano sono tendenzialmente falsi . Il cuore di queste obiezioni è che le emozioni attribuiscono un enorme peso alle cose al di fuori della portata dell'agente , testimonierebbero il carattere imperfettamente controllabile della vita umana.

La falsità della conoscenza di cui le emozioni ci fanno da tramite è che ci fanno perdere l'autosufficienza centro della critica di KANT ;

perché allora non ci accontentiamo dei trattati ? dei manuali ? degli esempi ? Perché tutto ciò manca dell'indeterminatezza ,di quella attrattività ,di fare del lettore un protagonista che è parte del testo narrativo. L'esempio è già la conclusione di un ragionamento, nell'esempio gran parte del lavoro etico che la letteratura lascia aperto è già stato occupato.

Il romanzo chiama il lettore a prendere posizione (senso normativo della vita) ,dà un senso di direzione morale lasciando però spazio aperto al nostro contributo ; è quindi evidente che il testo letterario chiama il lettore a un ruolo più attivo rispetto al testo filosofico , M. Proust diceva che si usano i testi letterari come strumenti ottici per leggere il nostro cuore. Vivendo siamo già autori di una storia , la nostra, non esiste vita dove ognuno di noi non abbia un punto di vista.

Quando usiamo l'immaginazione siamo portati a descrivere con grande precisione, la consapevolezza del dettaglio (certo, non la usiamo sempre e in ogni occasione, spesse volte in molte parti della nostra vita siamo ottusi ,impermeabili alle riflessioni) ,ma nei momenti dove usiamo l'immaginazione si allentano gli automatismi ; la letteratura è un'estensione della nostra vita per un verso orizzontalmente perché porta il lettore a contatto con eventi, luoghi, persone, problemi che altrimenti non avrebbe incontrato, nello stesso tempo aumenta la nostra consapevolezza anche verticalmente (nel senso di profondità) perché nel momento in cui entriamo in una storia raccontata siamo partecipi ma anche distaccati e ciò ci dà una capacità di controllo molto maggiore rispetto al viverle (percezioni più profonde, attenzione al dettaglio) priorità del particolare .

Per quanto concerne il nostro rapporto di lettori col testo letterario potremmo dire che la lettura ci mette in una posizione che nello stesso tempo è e non è analoga con la posizione che occupiamo nella nostra vita ,in un certo senso quando leggiamo siamo consapevoli della nostra manchevolezza e talvolta ciò ci può dare sensazioni contrarie comunque siamo portati sempre a confrontarci col personaggio ,siamo attivi, partecipi, consapevoli ,per altri versi quando leggiamo siamo immuni da certi motivi di distorsione presenti nella vita.

Come lettori abbiamo più tempo, possiamo rileggere, riflettere, tornare indietro, il lettore è attore e spettatore , il lettore non è pressato dall'immediatezza della decisione, ha tempo, l'attore non sempre ha tempo, è parziale , è preso dagli eventi ,immerso.

Il lettore-spettatore ha un'attitudine estetica eticamente qualificata nel senso che prende in considerazione sia la forma che il contenuto , un aspetto esemplare della letteratura è il modo in cui tiene insieme le persone, forma una comunità ,in questa comunità le emozioni, il sentire di ognuno sono meritevoli di uguale rispetto e sono rispettate in quanto moralmente apprezzabili.




















02. ADAM SMITH Teoria dei sentimenti morali


La prima stesura di questo lavoro viene cominciata da Smith tra il 1752 e il 1759 e corrisponde a un corso di filosofia morale tenuto dallo stesso all'università di Glasgow ; anche il testo di Arendt ha la stessa forma (lezioni universitarie) .

La teoria dei s.m. è uno dei testi più stilisticamente distintivi delle filosofia morale : è un modello di rappresentazione letteraria e ciò spiega l'importanza che Smith attribuiva al fatto che il libro dovesse arrivare al pubblico .

Ma di cosa parla ? Ce lo aspetteremmo dall'introduzione ma qui non c'è nulla e bisogna aspettare la parte conclusiva del libro per sapere le questioni filosofiche a cui Smith si propone di rispondere.                                                                 

La scelta di Smith non è casuale perché ritiene che se noi davvero dovessimo anteporre un'introduzione a un'indagine morale dovremmo cominciare a uno stadio dell'argomento che dovrebbe dare un sacco di cose per scontate; la sua idea è che qualsiasi teorizzazione etica deve essere radicata nella nostra riflessione morale ordinaria (in sostanza le domande sulle questioni morali problemi etici che ci rivolgiamo ogni giorno) .

Quindi si parte da noi , da qui e ovviamente questa idea di base si riflette anche nel libro ; in generale si può dire che Smith è un difensore del punto di vista della vita ordinaria, parte dai sentimenti non dalle teorie. Questo libro cerca di dimostrare che i sentimenti bastano per la moralità perché noi siamo creature fatte di passioni (NB Smith usa i termini passioni, emozioni, sentimenti, in modo interscambiabile) ed è a partire da noi e dal modo in cui siamo fatti che bisogna partire per costruire una teoria etica.

Il suo approccio non è accademico ed è per questo che il libro è costruito in un modo letterario perché deve fare appello ai sentimenti e alle emozioni dei lettori tanto che fino all'ultima parte evita di inserire citazioni e confronti espliciti con altri filosofi : Smith vuole parlare a noi e non con i suoi colleghi, sono i lettori riflessivi che devono fare la loro parte.

Si usa continuamente il pronome NOI per indicare una comunità di ascolto , Smith vuole persuadere i lettori a vedere le cose in un certo modo ; noi è la comunità che si crea tra chi parla e chi ascolta ,la comunità che Smith sta costruendo con le parole che dice.


Le due questioni fondamentali che il libro si propone di rispondere sono :


in che cosa consista la virtù (intesa come il tipo di carattere raccomandabile) ,ciò lo porta ad argomentare a favore di un'etica del carattere (NB carattere significa anche personaggio)

una questione relativa al capire : in che modo avviene che noi (la nostra mente) preferiamo un certo carattere piuttosto che un altro e come facciamo a renderne apprezzabile o meno uno


I problemi che Smith si pone partono da un presupposto che noi non possiamo capire nulla di etica se partiamo da una posizione astratta, accademica, perché l'etica non è una scienza esatta; egli pensava che un discorso sull'etica possa portare alla formazione del carattere.

La linea generale di Smith serve a dimostrare che noi siamo spettatori l'uno dell'altro ma consapevoli di essere attori agli occhi degli altri.

Possiamo parlare di ETICA soltanto con persone che siano capaci di entrare immaginativamente nella situazione di altre persone e sono capaci di dare su di essa un giudizio imparziale ;ciò implica la presenza di una comunità , Smith è convinto di non poter provare le proprie tesi se non persuadendoci a condividerle.

Questa idea della comunità giudicante qui ed ora riflette la concezione che l'ETICA è una pratica (non un sapere tradizionale) e richiede un contesto di persone che condividono il modo in cui questa pratica funziona impegno di mutua responsività ; quindi una teoria dei sentimenti morali non può prescindere da individui praticanti dell'etica.

Nel libro si ha una pluralità di prospettive e voci :


non c'è una singola risposta alle domande che vengono poste (la ricerca etica è una ricerca senza fine) ; un punto su cui Smith insiste è il fatto che noi dobbiamo moderare il nostro smodato bisogno di risposte certe e definite ,univoche in etica perché una volta trovate si aprono nuovi problemi sia teorici che pratici,

insiste sul fatto che noi dobbiamo partire da dove siamo (il tipo di creature che siamo, "non c'è un punto di vista esterno alle nostre vite e alla nostra pratica dell'etica", noi siamo immersi nella nostra esperienza etica e non possiamo guardare in nessun punto intorno ad esso


Smith ci dimostra ciò rifiutando di utilizzare un vocabolario tecnico o di inventare nuovi termini (si propone di fornirci una nozione moderata di oggettività); nessun tecnicismo, nessuna pretesa di cercare nuove facoltà umane che possano spiegare l'etica.

Addirittura l'ansia di Smith per usare il nostro vocabolario porta anche difficoltà (talvolta cambia un po' i significati) per es. il termine simpatia è usato per denotare qualsiasi sentimento .

Smith era ossessionato dallo spettro dell'immagine convenzionale del filosofo che nulla sa della vita ordinaria degli uomini e delle donne quindi rapporto filosofia - vita ordinaria

Egli vuole contemporaneamente mettersi dal punto di vista soggettivo -di attori e spettatori morali- e intende costruire una teoria che minimamente sia in grado di costruire un'oggettività.

Noi possiamo arrivare a formulare giudizi morali soltanto partendo da situazioni specifiche ,reali , concrete, (più guardiamo all'aspetto generali, più gli aspetti particolari "evaporano"). Quando noi dobbiamo dare giudizi morali su una persona , possiamo farlo solo mettendoci nella situazione dell'altro e esercitare l'immaginazione che ci aiuta a "uscire da noi" per entrare nella prospettiva degli altri parti da te stesso per uscire da te stesso ,

partire dalla nostra capacità di cogliere e discernere cosa c'è di rilevante nel problema che ci viene posto .

Smith attribuisce al profilo del filosofo morale due tipi di atteggiamento : 1) del grammatico 2) del critico ; questo duplice atteggiamento corrisponde secondo Smith alla virtù della giustizia (grammatica regole precise), secondo S. l'ETICA è il trattare criticamente la moralità cioè il prendere atto che tutte le virtù morali hanno bisogno di un atteggiamento critici ; NO alla giustizia come paradigma di tutte le virtù (con giustizia Smith intende la certezza del diritto).

Quando ci riferiamo a giudizi etici non possiamo fare riferimento a regole bell'e pronte e preconfezionate, nel contesto etico non è così ; uno dei compiti fondamentali del critico è descrivere lo spettacolo che osserva e riportarlo agli altri il più vividamente (in modo intenso, partecipe, dettagliato) possibile in modo che questi altri riusciranno con un atto di immaginazione a ricostruirne il senso originario.

Smith identifica sé stesso come un critico e anche noi quando guardiamo i problemi etici , ma perché scrive un critico? Per indicarci la correttezza di un certo modo di intendere lo spettacolo della vita (che è in corso) e di parteciparvi.

L'atteggiamento del critico  è NORMATIVO ( ma potrei dire anche prescrittivo) ci dice come le cose dovrebbero essere (quindi è valutativo) VS atteggiamento descrittivo mi metto davanti a voi e descrivo chi mi sta davanti;

abbiamo in mente che il critico ha un'idea abbastanza precisa delle performance che vanno bene e quelle che non vanno bene ; per Smith i criteri che il critico ha in testa sono due (e solo uno secondo lui va bene)


idea della completa appropriatezza e perfezione che nessuna condotta umana potrà e ha raggiunto e a paragone della quale le azioni degli uomini appaiono sempre biasimevoli e imperfette; questo criterio può usarlo un Dio, a noi serve un criterio che un umano può utilizzare per giudicare altri uomini

idea di quel grado di vicinanza o lontananza a un ideale che noi sappiamo essere irraggiungibile (più vicino o meno lontano dalla perfezione ci sembra degno di elogio), siccome la perfezione non è alla nostra portata (al massimo si può tendere verso di essa) noi ci appelliamo a uno standard che uomini e donne possono usare per giudicare perché è alla loro misura.


E' abbastanza chiaro il modello di critico cui Smith fa riferimento : il critico teatrale ; Smith paragona la vita umana a uno spettacolo , il testo è improntato sulla dicotomia attore - spettatore , il tema della vita umana come spettacolo è già presente sin dagli stoici (teatrum mundi) . L'esempio del teatro è utile secondo Smith per rappresentare quello che risulta meglio con lo sguardo distaccato (dello spettatore) ; gli spettacoli hanno eventi inattesi (dunque proprio come la nostra vita) e l'idea dello spettacolo consente di dare una trama a eventi che apparentemente sembrano disgiunti (dando loro una concatenazione), sulla scena pubblica gli altri vedono ciò che di noi appare e non necessariamente ciò corrisponde alla nostra interiorità, l'attore è capace di fare questa differenza, noi in quanto attori cerchiamo di interpretare ciò che gli altri attori fanno; noi siamo tutti attori immersi e ci muoviamo sulla scena, siamo in grado di vedere gli altri attori con cui il critico entra in relazione, egli ha uno sguardo più ampio che abbraccia la complessità, è in grado di valutare l'insieme delle relazioni fra attori


l'attore è per sua natura parziale , va da sé che la relazione attore - spettatore è asimmetrica (lo spettatore vede di più). Quest'idea secondo cui la vita è teatro ci porta a chiederci se le nostre vite possono essere opere d'arte , possono essere modellate secondo criteri estetici (p.es il bello) e non soltanto etici (riguardano il bene e il buono); il critico teatrale è anche lui un attore morale , in qualche modo è un membro del teatro, è come se fosse un attore morale capace di riflessività  e imparzialità dove gli attori morali non ne sono capaci. L'oggettività del critico non è esterna (il critico è tutti i giorni "a teatro" ,ne fa parte) , si situa in un punto intermedio tra attore e spettatore con una prospettiva che gli permette di abbracciare contemporaneamente gli attori e gli spettatori (pubblico); in sostanza guarda dall'interno ma vede di più , avendo un distacco relativo ma non completo . Un critico deve saper anche filtrare le proprie emozioni ( NON le sopprime, l'obiettività e l'imparzialità non si hanno rimuovendo le emozioni, quindi OGGETTIVITA' RELATIVA)


la posizione del critico è distaccata ma interna alla vita umana ;come facciamo ,attraverso quale procedimento certe condotte siano da approvare o da respingere : che cosa si intende per simpatia ?


Come si distingue la simpatia dall'egoismo ?

Perché Smith dà la priorità all'attore piuttosto che allo spettatore ,

La simpatia è possibile solo in circoli ristretti (persone che la pensano allo stesso modo) o più in generale?

Come arriviamo a disprezzare o approvare un carattere?


La nozione di simpatia non è inventata da Smith (Rousseau già ne parlava) ,per Smith noi siamo capaci di entrare nelle situazioni degli altri e la nostra maggiore o minore comprensione delle vicende di una persona dipende dalla nostra maggiore o minore disponibilità  di capire questa persona (mettersi nella situazione dell'altro) , la moralità consiste nella capacità di vedere dal punto di vista di un altro (cfr. pag.81), nessuno di noi è indifferente alla sorte degli altri (buona - cattiva)


L'aspetto secondo cui la vita teatrale ci è utile, (secondo Platone si comincia a far filosofia a partire dallo stupore, dalla meraviglia), etimologicamente il teorico è lo spettatore (teoria dei sentimenti morali sguardo sulle emozioni umane), Smith cerca di trovare un filo, una trama, una sequenza nel mucchio di eventi disordinati della vita umana, cerca di trovare qual è il marchingegno che "c'è ma non si vede" che permette lo svolgersi della vita umana


Smith vuole opporsi radicalmente all'idea che noi simpatizziamo con qualcuno per avere un tornaconto , l'egoismo entra in scena per essere immediatamente screditato;

il termine egoismo per Smith indica qualcosa di più di un tratto indesiderabile del carattere, siccome egli assume che noi siamo capaci di entrare nella visuale di un altro, essere egoisti significa rimanere prigionieri della propria visione, incapacità di uscire da sé, l'egoista è un confinato, qualcuno che incapace di immaginazione.

Vi sono due definizioni di egoismo:


definizione MORALE : egoismo come tratto indesiderabile del carattere (l'egoista è un grande riduttore della complessità)

definizione EPISTEMICA (da episteme = sapere) : egoismo come incapacità di uscire da sé


ci interessa come sta un altro indipendentemente da quello che possiamo guadagnarci ?

siamo capaci o no di entrare nel mondo di un altro?


(v .pag. 84)


L'EGOISMO ha un significato ristretto (la simpatia è un'emozione) e un significato allargato (per quanto quest'uomo sia egoista .?)



Noi attori morali ordinari pensiamo che tutto ciò che si fa lo si fa per interesse, vediamo l'egoismo ovunque e lo vediamo negli altri e anche in noi stessi; è il tratto dell'esperienza umana che ci colpisce di più.

L'egoista nel cammino verso una meta si scontra con qualsiasi cosa che elabora o come ostacolo o come risorsa.

Ciò che interessa a Smith è la relazione tra attore e uno spettatore, non tra due persone qualsiasi, ciò è una costante delle situazioni che ci vengono raccontate ; quindi spettatore uno che guarda (l'attore) uno che fa o a cui è fatto qualcosa.

La relazione fondamentale sulla quale il libro si fonda è asimmetrica ,lo spettatore guarda ,non ha un contatto sensoriale diverso da quello della vista.

Il lavoro che Smith fa è colmare lo spazio tra spettatore e attore, e il ponte, la connessione fra "chi guarda" e "chi fa" è costituito dall'immaginazione; lo spettatore ha più importanza dell'attore perché a noi interessano i criteri di valutazione etica che sono legati al ruolo di spettatore ( primi 4 paragrafi di TdSM).


(Tutto questo libro possiamo dire che è stato scritto dal punto di vista dello spettatore)


Lo spettatore AGISCE mentalmente il ruolo dell'attore che sta agendo , in un certo senso lo spettatore simula nella sua mente lo spettacolo che ha davanti ai suoi occhi (vedi pag. 192); quindi il ruolo di spettatore non è  passivo.

L'immaginazione è il tramite con cui io riesco a mettermi in contatto con l'attore :

lo spettatore diventa attore attraverso l'immaginazione.

Da notare che in tutto questo non c'è perdita di separatezza, simpatia non è fusionalità !.

Fin dall'inizio del testo Smith ci tiene a dire che tutti noi siamo individui separati :


in senso fisico (corporeo) e nel senso che non posso avere l'esperienza di quello che l'altro prova, sente, non possiamo fare esperienza diretta del dolore fisico / morale che l'altro prova (per la separatezza), la possiamo avere solo dalle nostre pene fisiche e morali (vedi pag. 436)

Sappiamo che i nostri sé sono separati, sappiamo che non possiamo sperimentare direttamente i sentimenti di un altro e proprio per questo noi siamo portati a nascondere il piacere e il dolore, fonte soprattutto di sofferenza.


capire un atteggiamento non vuol dire condividerlo, simpatizzare non vuol dire condividere : posso dire "sì, l'avrei fatto anch'io" ma anche lui ha sbagliato e anch'io avrei sbagliato .

Noi siamo consapevoli l'uno dell'altro come soggetti di esperienza ,chiunque altro può essere soggetto di esperienze analoghe (affini - simili) alle nostre (a quelle che provo o a quelle che posso immaginare di provare), in questo senso noi sentiamo con gli altri in modi differenti e in molti tipi di versi di accezioni.

La possibilità della simpatia (in quanto emozione) si fonda su questa consapevolezza del fatto che gli altri sono come noi anche se aeparati da noi. Noi siamo capaci di entrare ciascuno nei mondi dell'altro : questo sapere è il prerequisito che mi serve per entrare nel mondo dell'altra persona.

Il problema della non coincidenza tra simpatia e approvazione si pone se in quanto umani sappiamo di poter condividere con gli altri passioni, siamo in grado cioè di simpatizzare. Potrei dire valutando una situazione se l'attore 1. Ha fatto bene , 2. L'avrei fatto anch'io , 3. Però non è la scelta giusta ; se simpatia fosse uguale ad approvazione non ci sarebbe il minimo spazio per qualsiasi valutazione morale perché disapproverei solamente ciò che non condivido, le cose che non farei.

Simpatizzare e disapprovare possono andare assieme, altrimenti non c'è lo spazio della distanza e della valutazione , altrimenti sarebbe una visione quasi deterministica : sentire CON approvare, non sentire CON disapprovare.

C'è spazio per la valutazione morale (p.es . lotta armata degli anni '70, chi ha scelto di farla e chi simpatizza ma disapprova la scelta), in sostanza quando sento con te non mi annullo con te. Se simpatia non equivale ad approvazione questo significa che la simpatia non è solo tramite di emozioni morali ma anche immorali (posso simpatizzare anche con l'invidia ,per es.); la simpatia può anche avere degli effetti di alterazione di distorsione, ci può portare fuori squadra, la simpatia è un sentimento naturale per gli uomini ma deve essere elaborato, raffinato e apprendere ad elaborare la simpatia significa utilizzare l'immaginazione  (vedi pag 81 - 82).

I nostri sensi non ci possono portare oltre i confini della nostra immaginazione ,cosa ci permette di uscirne e rappresentare ciò che gli altri provano ? L'immaginazione, che non ci avvicina semplicemente agli altri, ci porta dentro, ci mette nelle circostanze in cui gli altri sono. (vedi par. 4 pag. 83).

Per educare la simpatia - che è indispensabile per le valutazioni morali -serve la letteratura (vedi pag. 82 ), l'immaginazione è un mezzo con cui noi scambiamo posti con gli altri , è il mezzo col quale possiamo formarci qualche impressione di quello che gli altri provano.

Ora esamineremo il rapporto tra immaginazione e separatezza. Lo spettatore nel senso letterale non sente i sentimenti dell'attore ma piuttosto li immagina. (vedi pag.86).

Al centro è la situazione in cui l'attore si trova, lo spettatore deve valutarla e capire la risposta dell'attore a questa specifica situazione e capire se la risposta è stata appropriata. L'enfasi sulla situazione (rispetto ai sentimenti) permette un certo grado di oggettività del giudizio dello spettatore.

Lo spettatore non si identifica con l'attore (altrimenti verrebbe meno la libertà valutativa e la separatezza) ,la simpatia e l'immaginazione non annullano ciò; la simpatia dello spettatore è legata alla situazione . Noi possiamo simpatizzare coi bambini, coi pazzi, coi morti; e proprio quest'ultimo è un caso paradigmatico in cui attribuisco caratteristiche moralil che non ha (è morto) vedi pag.87 ; cosa facciamo quando simpatizziamo col morto ?

Ci mettiamo al posto del morto, guardiamo alla situazione del morire non con i sentimenti del morto che simpatizziamo, ci chidiamo come sarebbe essere nella situazione dell'essere morti; noi troviamo miserabile la situazione della morte. La vita del morto, così come ce la immaginiamo è un prodotto di nostra fabbricazione, la creiamo con la nostra immaginazione, la vita del morto è di nostra invenzione,la simpatia è illusoria : sono io che invento e descrivo la risposta del morto a quella situazione tramite la simpatia (vedi pag .185).

La simpatia illusoria verso qualcuno che non c'è è o no egoistica ? Quando simpatizziamo col morto lo facciamo per paura di morire ?

Non è egoistica, perché quando simpatizziamo col morto non lo facciamo solo per il nostro benessere; il punto è che l'oggetto dell'immaginazione non ha nessuna realtà, la paura della morte viene dall'immaginazione proiettiva. In questo senso c'è simpatia proiettiva ,Smith in questo caso (vedi pag.597) farebbe fatica a convincerci che la simpatia non è un sentimento egoistico perché egoisticamente proiettiamo la simpatia verso il morto perché abbiamo paura della nostra morte.Introduciamo ora la distinzione tra simpatizzare coi morti (è simpatia illusoria) e con i vivi (c'è interazione). E' molto diverso il modo in cui immaginiamo simpateticamente la relazione col morto e col vivo ; potremmo ridurre la simpatia solamente a un fatto proiettivo (strada a senso unico) ? se sì l'attore è come se fosse morto; ma la simpatia per i vivi è riconducibile alla simpatia per imorti (è illusoria o no)?

No perché la simpatia col vivo è una strada a due corsie,, la simpatia per il morto ha caratteri egoisti a differenza di quella per i vivi.

Smith vuole dimostrare che c'è una relazione di socialità e un interesse reciproco che prescinde dal movente egoistico.

Lo spettatore non valuta proiettando i suoi sentimenti nei confronti dell'attore attribuendoli a lui altrimenti l'attore sarebbe come se fosse morto; simpatia è mettersi sempre dal punto di vista dell'attore (vedi pag.597) non sono io che mi proietto nella tua situazione, se lo faccio non mi sto comportando da spettatore adeguato perché non tengo conto dell'attore (proietta semplicemente sé stesso sull'attore ), lo salto,se salto l'attore non posso fare valutazioni , è come se fossimo tutti attori.

Se noi riducessimo il tutto ai casi di meccanismo proiettivo potrò simpatizzare solo le situazioni a me affini perché mi identifico con loro e solo con loro.

Ricordando la definizione di egoismo :


Morale :mi interesso della sorte degli altri solo se mi conviene

Epistemica :sono incapace di entrare nel mondo dell'altro , sono incapace di trascendere me stesso


A Smith interessa la modalità 2), posso non essere egoista nel senso 1) ma continuare ad esserlo nel senso 2) quando uso la simpatia in modo proiettivo, E' QUESTO IL PROBLEMA CRUCIALE ! Smith ritiene che la simpatia non sia compatibile con l'egoismo inteso in forma epistemica appunto perché siamo capaci una volta che la nostra immaginazione morale sia stata abbastanza allenata a farlo .

Smith instiste sulla nozione epistemica perché in qualche modo deve fronteggiare quella che può essere un'obiezione di tipo kantiano, Kant obietterebbe alla nozione di simpatia come base dell'etica : la nozione di simpatia è parziale, l'etica di Smith è empirica non di principio, secondo Kant i sentimenti morali sono soggettivi e in qualche modo condizionati da contingenze che li rendono impraticabili per costruire una morale.

La simpatia per Kant è idiosincratica (da idion = proprio, il particolare) ,è un punto di vista parziale legato alla soggettività e alle contingenze biografiche, quindi inaffidabile.

Per rispondere all'obiezione kantiana Smith :


deve negare che simpatizzare con qualcuno richieda allo spettatore di aver avuto un'esperienza analoga a quella dell'attore

deve negare che l'esperienza dello spettatore costituisca quindi la base della sua comprensione dell'esperienza dell'attore. Non deve fare della propria esperienza punto di riferimento altrimenti capire un attore significherebbe semplicemente ricordare come ha reagito a una situazione analoga alla sua.


P.es supponiamo che io sia spettatore della caduta di qualcuno e io abbia una soglia del dolore molto alta ; questo qualcuno che cade ha una soglia del dolore più bassa della mia : se giudico dal mio punto di vista troverò che la sua reazione sarà spropositata e esagerata. E' questo un modo paradigmaticamente egoistico di simpatizzare (nel senso 2), "guardare lo spettacolo"

L'idea di connettere la simpatia al senso 2) è plausibile : se ho avuto un'esperienza analoga alla tua sarò in grado di capirti meglio rispetto a qualcuno che non l'abbia avuta.

Ma supponiamo che l'attore affermi di preferire di essere valutato da una persona che "già ci è passata" nel senso che ha già vissuto analoga esperienza, se fosse così la simpatia diventerebbe un fatto di reciproca comprensione all'interno di gruppi ristretti che avendo passato le stesse esperienze si identificheranno più facilmente per l'insieme delle esperienze comuni che hanno attraversato.

Altrimenti ciò sarebbe possibile solo all'interno di ristretti gruppi di esperienza (e saremmo tutti attori) , ci sarebbe un mondo autocentrato , egoismo trionfante (senso 1 e 2); significherebbe eliminare gli spettatori.

Una cultura che facesse riferimento a questi termini sarebbe una cultura di narcisismo , esibizionista (attoriale), si farebbe molta fatica a comunicare fuori dal proprio gruppo di appartenenza; è altrettanto evidente che per simpatizzare non bisogna aver fatto le stesse esperienze .

L'immaginazione fa da ponte tra io come sono e mi permette di uscire da me e andare verso l'altro ,quando la simpatia funziona così non c'è nulla di egoistico (è il caso ideale che Smith ha in mente) dunque lo spettatore non può ricostruire l'esperienza dell'attore per analogia (per hp. di Smith non ha provato la stessa esperienza ) es. donna che ha perso un figlio e una persona a caso : "come mi sentirei se fossi te" e non se fossi al tuo posto (altrimenti sarebbe immaginazione proiettiva e quindi egoismo).


METAFORA TEATRALE

Che cosa fa un attore? Come fa a rapportarsi all'esperienza del personaggio che deve rappresentare ?

Lo scopo è rappresentare la vita emotiva del personaggio, l'attore deve mettere la sua esperienza emotiva al servizio di quella del personaggio. Il rapporto che l'attore ha col suo personaggio è lo stesso che lo spettatore ha con l'attore (1. mettersi al servizio di.. 2. Non prevaricare il personaggio). Sappiamo che lo spettatore non può sentire nella stessa misura i sentimenti dell'attore, c'è diversità tra come tu stai nella tua situazione e come io starei nella tua situazione; l'idea di Smith è che questa diversità ha un senso, che va mantenuta, noi sappiamo che le persone rispondono in modo diverso alle stesse situazioni (persone diverse in circostanze simili danno o possono dare risposte diverse); se io non sono in grado di capire ciò allora sono un egoista. Per la simpatia è cruciale lo scambio di posti tra attore e spettatore , finchè lo scambio di posti è possibile la simpatia non collassa nell'egoismo,


1° caso Simpatia con il morto


Noi simpatizziamo con qualcuno che non è lì, che cos'ha di peculiare questa situazione ? La situazione dell'attore non è riproducibile da parte nostra, noi non abbiamo nessuna base per identificare correttamente la situazione del morto (e i suoi sentimenti), tutto il lavoro di congettura è affidato allo spettatore ; l'immaginazione inventa la simpatia ,qui significa immaginare cosa noi proveremmo se fossimo nella situazione che abbiamo ricreato sulla base di due fattori :

fisico corpo del morto che si decompone , impiantiamo le nostre emozioni "sul corpo morto

La simpatia può collassare sia nell'egoismo 1) io ho orrore della tua morte perché temo la mia; che nell'egoismo 2) sono io che congetturo per mettermi nel punto di vista dell'altro partendo da me.


2° caso Simpatia per il torturato


Vuol dire simpatizzare con le sensazioni fisiche (dolore) che non possono essere letteralmente condivise da noi, ci facciamo qualche idea di quello che l'attore sente mettendoci al suo posto e immaginando di soffrire gli stessi tormenti.

Egoismo 2) perché lo spettatore non sta fabbricando come nel caso del morto, l'attore è lì, io ricostruisco i suoi tormenti a partire da quello che proverei io


3° caso Simpatia per chi ha perso il figlio


In questo caso simpatizziamo con un'emozione che non è fisica, è uno stato della mente ; in questo caso lo spettatore non considera quello che proverebbe se fosse nella condizione dell'attore ma piuttosto ciò che sentirebbe se fosse l'attore, scambia persona e carattere con l'attore. Quindi non c'è egoismo, questo è il paradigma per Smith della simpatia, di come dovrebbe essere, il caso ideale.


4° caso caso impermeabile allo spettatore


Riguarda due persone vive, entrambi attori (nessuno gioca il ruolo dello spettatore ,nessuno è spettatore dell'altro); nessuno riesce a guardare l'altro dal di fuori (vedi pag.118).

Secondo Smith il mondo degli amanti è un mondo impenetrabile, noi non possiamo entrarvi quindi i due amanti non simpatizzano tra di loro perché manca la distanza, l'amore è fusionalità, confusione di mondi, è fine della separatezza.


Amore VS simpatia


(è un caso esemplare non in sequenza con gli altri)

Da un punto di vista etico, per Smith il caso migliore è il 3° perché la simpatia non collassa nell'egoismo; rimarranno comunque sempre delle zone grigie attorno a questo argomento, non potremo mai avere la certezza matematica che lo spettatore sia riuscito a uscire da sé per accedere alla situazione dell'altro, la tentazione dell'egoismo è sempre presente, l'egoismo è la via più facile per entrare nella situazione dell'altro gli uomini tendono a capire gli altri a partire da sé (come indole), Smith crede che bisogna educare le persone a non fare ciò.


Ma quando descriviamo i casi di simpatia che cosa abbiamo in mente? Che qualcuno esca dal suo sé ed entri nel sé di un altro?

Fino adesso abbiamo ragionato in questi termini : l'idea che Smith vuole esprimere con la simpatia è che noi ci vediamo sempre con gli occhi degli altri, siamo specchi l'uno dell'altro, abbiamo bisogno della mediazione degli altri per avere un sé morale (vedi pag 253)

Vedere attraverso gli occhi di un altro è l'unico modo per vedersi imparzialmente (pag. 102 par.7) Secondo Smith non possiamo essere individui senza riconoscerci reciprocamente l'un l'altro; senza riconoscerci reciprocamente lo status di spettatore non c'è sé morale, non c'è il senso dell'appropriatezza o inappropriatezza dei nostri comportamenti. Essere in società secondo Smith è immaginare noi stessi visti con gli occhi degli altri ,la condizione per essere attori è avere spettatori (se non altro avere la percezione // reale o virtuale // degli spettatori).

Noi dipendiamo dallo sguardo degli altri per avere una concezione di noi stessi società dello specchio , siamo portati a valutarci come gli altri ci valutano ; per Smith "essere visti" vuol dire essere condivisi o criticati nella nostra relazione (azione) essere visti = essere valutati. Gli spettatori sono persone che ci possono accordare o non accordare la propria posizione (significa giudicare), la posizione dello spettatore è quella del giudizio (valutare); lo spettatore raffredda il materiale che per noi (attore) può essere "incandescente".

LO sguardo che noi internalizziamo è lo sguardo di un giudice, di uno spettatore, l'attore non può essere misura di sé, ha bisogno di trovarla nello sguardo dello spettatore, la competenza spettatoriale è sempre risultato di un apprendimento.

L'egoismo e il narcisismo sono delle tentazioni e la competenza spettatoriale serve per tenerli a freno; essendo queste caratteristiche dell'attore (siamo naturalmente predisposti) ; ma possiamo porci la domanda : "chi ce lo fa fare di guardarci dall'esterno" ?

Smith sostiene che noi proviamo un piacere a provare reciproca simpatia; non abbiamo un personaggio un pubblico, un carattere senza essere osservati, non siamo noi stessi senza la maschera che la socialità (vita di relazione) ci impone. Quella maschera è qualcosa che rivela e che nasconde qualcosa di noi, senza maschera noi non siamo attori, la vita umana è intrinsecamente teatrale per Smith, egli esalta la teatralità come forma di libertà.

Smith sostiene che "non siamo" tout court se non siamo visti dallo spettatore ,ricordiamo che essere visti = essere approvato o disapprovati dallo spettatore, la maschera ci serve per essere parzialmente coperti agli altri e a noi stessi, la maschera è una faccia pubblica che copre una faccia che non vuole essere esibita ,che viene tenuta nascosta; avere una maschera equivale a essere liberi ,poter celare allo sguardo pubblico quello che riteniamo debba essere celato. Smith sostiene che non possiamo avere un interno se non abbiamo un esterno, se vogliamo avere un'integrità morale dobbiamo essere sotto lo sguardo pubblico dello spettatore ma di nuovo dobbiamo fare i conti con una nostra tentazione ; in realtà quando cerchiamo la simpatia degli altri avremmo voglia di togliere la maschera, vorremmo essere amati , quindi abolire la distanza. La nostra maturazione come esseri morali ci dice che la maschera non deve essere tolta. Per Smith il desiderio di approvazione dell'altro deve rimanere sempre in parte insoddisfatto, l'amore è fusionalità e incapacità valutativa; in una società governata dall'amore non ci sarebbe capacità valutativa.




Vi sono per Smith due tipi di emozioni : (vedi pag.118)


che si originano nell'immaginazione

che vengono dal corpo


(è da ricordare che per Smith emozioni o passioni sono due termini intercambiabili)


Quindi:


Passioni del corpo: stati fisici stomaco vuoto

Passioni dell'immaginazione: stati mentali paura, speranza, gioia


Avere una passione significa subire uno stato fisico, siamo assaliti; l'immaginazione mi rende capace di identificarmi col punto di vista dello spettatore e una volta identificato posso arrivare a modellare e a governare le mie emozioni, del corpo e della mente.

L'idea di Smith è che le passioni del corpo sono comunicate con molta maggiore difficoltà (separatezza tra noi, facciamo fatica a entrare nel mondo degli altri); secondo Smith uno stato fisico riesce a catturare l'attenzione dello spettatore ma fa molta più fatica dello stato mentale a trasportare "dentro" lo spettatore. Teatro e letteratura sono le palestre che ci permettono di esercitare l'immaginazione.


passioni del corpo:


fame, sete, desiderio sessuale ...


La nostra separatezza limita la capacità di simpatizzare queste emozioni fisiche; secondo Smith ci disturba l'espansione smodata (si parla di persone e espressioni smodate nello spazio pubblico) delle passioni del corpo. Vorremmo tenere un controllo sull'espansione delle passioni del corpo (avvertiamo che la smodatezza non è appropriata), non esagerare autocontrollo e temperanza (stoici VS epicurei).

L'appropriatezza è un ideale di misura ( è anche un ideale estetico), non si tratta di non provare emozioni fisiche ma si tratta di provarle in modo controllato.


passioni dell'immaginazione: ( asociali, sociali, egoistiche)


Asociali : odio, collera, ira ..


Smith le chiama asociali perché tendono ad allontanare le persone l'una dall'altra (vedi pag. 127). Una passione asociale è sgradevole sia per chi la prova, si per chi vi assiste (quindi sia per l'attore che per lo spettatore); cosa si aspetterà lo spettatore che l'attore faccia quando è preda delle sue passioni asociali ? Si aspetta che l'attore tenga ben bene sotto controllo gli effetti della passione fintantochè non siano indagate e appurate le cause che le producono:

Se dopo averli esaminate lo spettatore arrivasse alla conclusione che vi sono buone motivazioni per il risentimento ( p. es. verso qualcuno) lo spettatore si aspetta che l'attore "lo faccia parlare" : QUINDI lo spettatore non è solo un agente repressivo e di controllo, lo sguardo spettatoriale serve a stabilire la misura appropriata con cui esprimerci, piuttosto che reprimere.


Sociali : generosità, gentilezza, compassione, benevolenza.. (avvicinano le persone)


Noi abbiamo sempre una forte disposizione a simpatizzare con gli altri, ne proviamo godimento, piacere (vedi pag. 131); persino quando un attore mostra troppa benevolenza in una passione sociale noi come spettatori non lo consideriamo con fastidio (Cfr. nelle passioni asociali dive succede il contrario) (vedi pag. 133).

E' comunque richiesta una misura nelle passioni sociali tuttavia la dismisura nelle passioni asociali ripugna e infastidisce, mentre in questo tipo di passioni al massimo ci impietosisce.


Egoistiche : occupano un posto intermedio, perché non sono così piacevoli come quelle  

sociali e sgradevoli come quelle asociali.


Non sono passioni fisiche come quelle del corpo, sono passioni autocentrate ,dell'egocentrismo. Perchè secondo Smith l'attore e lo spettatore tendono a raccordarsi e aggiustarsi tra loro ? Perché cercano di andare d'accordo ? Di simpatizzare ? Che cosa li tiene assieme ognuno nel proprio ruolo ?

C'è una ricerca di armonia che attore e spettatore condividono; è per il piacere della mutua simpatia (come dato di fatto della natura umana) (vedi pag. 89).

E' il piacere che ci porta consapevolmente o inconsapevolmente a simpatizzare con gli altri, è questo piacere che è all'origine dell'approvazione dello spettatore nei nostri confronti (vedi pag. 341) base sensoriale del gusto dell'appropriatezza.

Un gesto bello da vedere è un gesto appropriato (base sensoriale della dimensione etica), ciò che è appropriato è ciò che ci dà piacere alle nostre facoltà morali, dal punto di vista di Smith gli altri sono sempre risorse che rendono possibile il nostro piacere della socievolezza.


Hume obietta : ma che piacere c'è nel simpatizzare ad es. con qualcuno che sta soffrendo ? Il piacere sta nella coincidenza che è possibile rintracciare tra l'emozione dell'attore e l'emozione simpatetica dello spettatore. Il piacere sta nell'immaginare una possibilità di trovare un punto d'incontro nell'immaginazione tra attore e spettatore.

Si è trattato del piacere della reciproca simpatia (tra A e S), è un'attrazione disinteressata per l'armonia, il bilanciamento, l'unità sociale. Il piacere che si ricava dalla bellezza di una situazione dove c'è accordo (e quindi piacere non definibile con un calcolo utilitaristico) (vedi pag. 341). il punto di vista morale ha una base percettiva di tipo sensoriale.

Smith attribuisce all'attore un maggior bisogno di identificazione rispetto allo spettatore (vedi metafora teatrale, è l'attore che è guardato e che cerca applausi).

(Vedi pag. 103) l'attore sa che per avere l'approvazione dello spettatore deve arrivare a commisurarsi con le sue (dello S) emozioni ,passioni : in questo senso l'attore è più intimamente coinvolto dello spettatore; l'attore deve lavorare per ottenere l'approvazione dello spettatore, la cerca, lo spettatore per far bene il suo lavoro deve tenere sotto controllo il suo desiderio di identificarsi con l'attore perché altrimenti si annullerebbe la distanza . l'attore vuole essere guardato e approvato per non sentirsi solo (paura della solitudine).


Possiamo individuare due tipi di VIRTU' (1.degli attori, 2. degli spettatori) :

sono connesse ad un abbassamento del tono delle emozioni in modo da dare a loro una misura

richiedono di aumentare il tono delle proprie emozioni simpatetiche (vedi pag. 150) devi cercare di coinvolgerti in una situazione che non è la tua.


Tutta la visione che Smith ha dell'imparzialità è coerente con la posizione dello spettatore quindi noi impariamo l'imparzialità imparando ad esercitare il ruolo dello spettatore (esperienza morale ordinaria) (vedi pagg. 107, 130 , 327 spettatore imparziale).

Lo spettatore è una personificazione del pubblico, di un punto di vista che astrae (allontanamento, distacco) in modo più rilevante di quello dell'attore.

Ciascuno quando prende una decisione morale è consapevole di essere guardato da uno sguardo esterno; lo spettatore imparziale è qualsiasi persona che riesce ad astrarre ; secondo Smith uno spettatore è imparziale attraverso quell'impegno distaccato ma nello stesso tempo simpatetico ( deve trovare un equilibrio, una specie di "distacco appassionato").

Ma in che senso la valutazione è indifferente o fredda ? Lo spettatore non ha lo stesso investimento emotivo dell'attore nella situazione dov'è coinvolto, ma questo non vuol dire che lo spettatore sia privo di emozioni (vedi pag. 124), lo spettatore non è imparziale perché non mette in gioco le proprie emozioni, l'indifferenza non è il fatto di non sentirsi coinvolti, qui è sinonimo di disinteresse in senso morale.

Essere imparziali significa giudicare senza pregiudizio (lo fa l'egoista in senso epistemico), lo spettatore non pre - giudica una situazione, l'imparzialità gli vieta le emozioni che possono contaminare la possibilità di essere imparziali (p. es. invidia, risentimento).

In nessun caso possiamo dire che lo spettatore possa fare a meno delle emozioni; per Smith senza emozioni non c'è moralità ed è attraverso questo canale della simpatia che le emozioni comunicano informazioni tra le persone.

Attraverso il canale della simpatia scorrono le emozioni comunicando informazioni e valutazioni tra un attore e un altro (A - S); le emozioni non sono soltanto impulsi, sentimenti, riflessi, sono basate su valutazione e conoscenza : i sentimenti sono cognitivi; quindi quello di Smith è una forma di cognitivismo emozionale.

Le emozioni di Smith sono cognitive perchè basate su una credenza (che porta alla conoscenza) perché l'emozione contiene un giudizio ,un sapere, non è una reazione automatica e istintiva, le emozioni non sono semplicemente un modo di sentire (feeling), possono anche essere degradate dalla riflessione e dalla immaginazione. Ma l'emozione è anche capace di guidare il giudizio informandoci di che cosa conta e di che cosa non conta di un'azione (naturalmente le emozioni possono ingannarci) ma la nostra deliberazione per Smith è cieca.

In un certo senso per Smith le emozioni sono criteri di orientamento morale (una sorta di bussola); in un certo senso sono i nostri occhi che ci aiutano a vedere e a capire di che cosa valga la pena di occuparsi. Per Smith le emozioni hanno una forza motivazionale cruciale senza la quale saremmo immobilizzati e ciechi; le emozioni sono ciò che legittima un atteggiamento di cura, interesse, di preoccupazione per le cose, le situazioni, le persone ; per cui sentire - riflettere non sono due attitudini separabili, tendono a sovrapporsi. Non possiamo separare il momento in cui sentiamo qualcosa dal momento in cui capiamo qualcosa; nella competenza spettatoriale c'è un'idea di distacco e di prospettiva però non possiamo considerare imparzialità sinonimo di spettatorialità (vi sono anche spettatori parziali), la spettatorialità non è una attitudine innata ma una competenza che si impara.

Ma perché uno spettatore è parziale :

è disinformato sui fatti

è molto coinvolto personalmente (distorsione del giudizio)

non riesce ad entrare simpateticamente nella situazione che sta analizzando

La parzialità dello spettatore viene dall'essere assorbito dal proprio sé e una mancanza di attenzione e di cura per l'attore.

Ora passiamo a guardare all'attore abbiamo detto che è necessariamente più portato alla parzialità rispetto allo spettatore ma come si può spiegare meglio questa parzialità ?

Come amore di sé ; la parzialità che una persona tende a stabilire nei confronti di sé stesso (vedi pag. 333 par. 12) , l'amore di sé ci può portare a distorcere la nostra visione morale al punto che possiamo intendere (p. es. la morte di qualcuno) come regola appropriata che lo spettatore imparziale approverebbe ( vedi pag. 553) ; posizioni di un sé separato, egocentrico, distorsione del giudizio dell'attore causate dall'amor proprio ,incapacità di guardare i nostri vizi ( li vediamo con autoassoluzione, autogiustificazione oppure sopravvaluto i miei meriti o tendo ad avere più considerazione per me stesso che per gli altri).

Quando Smith parla di spettatore imparziale non ha in mente un'invenzione filosofica; ha in mente tratti caratteristici di spettatori veri.

Imparare a dare corretti giudizi morali è come imparare a vedere , secondo Smith

In certi casi io posso non cogliere le reali proporzioni degli oggetti che si trovano a diverse distanze se non spostandomi e cambiare prospettiva.

Smith ha in mente che una TdSM ci può addestrare a vedere meglio quando la prospettiva che abbiamo non ci permette di vedere abbastanza bene ( cambiandola) (vedi pag. 292 par. 3) ,l'attore guarda da dove è, è portato ad avere una vista corta (essere travolti o condizionati dall'amore di sé) ; ma che cosa succede quando due parzialità attoriali di questo tipo si incontrano ? Che cosa possono fare queste due viste corte per capire quale sarebbe l'emozione, il corso d'azione appropriata nel contesto che stanno sperimentando - vivendo ? Devono cercare un "terzo occhio" come vedremo la metafora visiva è cruciale : non serve la filosofia per imparare a giudicare moralmente ma la pratica e l'esperienza ; qui è evidente l'atteggiamento antiaccademico di Smith il quale sostiene che questo apprendimento è alla portata di tutti quelli che ci vogliono provare, quindi la prospettiva dello spettatore è ragionevole ha a che fare con un esperienza ordinaria comune e non razionale si esclude l'emotività ,la razionalità ha a che fare con un apparato teorico, è calcolo.


John Rawls

Si occupa della distinzione tra razionale e ragionevole all'interno di una teoria della giustizia definendo la razionalità come quell'atteggiamento calcolante che ci consente di perseguire più efficacemente i propri scopi ; nel mondo della razionalità è come se ciascuno di noi fosse solo con i suoi scopi e si concentrasse sulle migliori possibilità di conseguirli .

Ma perchè la ragione scombina questa solitudine autointeressata dell'attore razionale ? Dal momento in cui sono ragionevole imparo a calibrare i miei comportamenti alla presenza degli altri e capisco di non essere solo nel mondo.

Il significato dell'imparzialità è prodotto da Smith in contrasto con la parzialità l'imparzialità dello spettatore deve tenere sotto controllo la parzialità dell'attore. La ragionevolezza della prospettiva dell'attore dipende dal fatto che deve essere capace di guardare da un punto di vista generale (scelto da lui) ;l'imparzialità non ci richiede di ignorare ciò che ci distingue dagli altri ma richiede impersonalità di giudizio, non ci sfida a considerarci semplicemente una persona tra le altre : essere imparziali vuol dire essere disposti anche ad agire contro quello che può essere definito come "vista corta" a meno che la validità di quest'ultimo non sia confermata da uno sguardo più distaccato.

Essere imparziali non significa non avere attenzione per sé stessi, non agire a partire dai nostri sentimenti, dalle nostre emozioni ,Smith non ci chiede di assumere una prospettiva impersonale su noi stessi, noi rimaniamo i particolari individui che siamo anche quando ci guardiamo dall'esterno; per questo Smith non chiede allo spettatore un atteggiamento di noncuranza ,noi non sappiamo quale sia il bene dell'umanità, siamo esseri finiti, imperfetti, illimitati e quando abbiamo la pretesa di farlo trascuriamo i piccoli obblighi quotidiani : non siamo capaci di tenere tutto sotto controllo, i nostri sentimenti interni non sono tratti dell'esperienza che uno spettatore imparziale cercherebbe di cancellare.



Lo scopo di Smith è quello di pensare ad una teoria morale che ci faccia richieste a cui noi non possiamo rifiutare ; Smith parla di spettatore al singolare ,vuole suggerire che in ogni caso particolare tutti gli spettatori possibili concorderebbero sul loro giudizio : qui è implicita una visione consensualista della società dove si possa trovare un bilanciamento tra poteri, una società commerciale che non sia dominata da un capitalismo rapace idea di unità sociale .

Il ruolo dello spettatore ha una forza normativa (NB lo spettatore non "guarda con l'occhio di Dio ma è "un critico teatrale seduto in platea"), il punto di vista dello spettatore definisce un atteggiamento normativo (e quindi prescrittivo) sulla moralità, è normativo perché lo spettatore definisce il punto di vista morale (ma non lo inventa dal nulla, è già latente nell'esperienza morale ordinaria) ;lo spettatore trova un'unità di misura a partire da quello che è già disponibile. La forza morale dello spettatore ,la sua forza normativa è tanto più importante in una società quanto più in quella società domina l'amor di sé (più domina l'amor di sé, più c'è bisogno ,serve lo spettatore). Il criterio della moralità di Smith è un criterio visivo, estetico; noi impariamo a giudicare diventando spettatori (e quindi non si può aver una tecnica valutativa astratta ,non c'è nessun manuale che ci insegna a giudicare); l'etica di Smith non è formale (non fornisce prescrizioni indipendenti della fisionomia degli oggetti) perché Smith non vuole dare una forma alla moralità perché il punto di vista dello spettatore è costitutivo della moralità parte da casi particolari per salire verso il giudizio (morale) (cmq. Non c'è RELATIVISMO !!!)

Se noi ragionassimo cercando di metterci dal punto di vista dello spettatore noi definiamo la prospettiva nella quale deve essere valutata la situazione in questione quindi internalizziamo lo sguardo dello spettatore.

..Parliamo un po' di virtù ; qual è il profilo dell'individuo che gli consente di ottenere approvazione morale ? Virtù secondo Smith è ciò su cui si focalizza la nostra attenzione morale (vedi pag. 513). Quindi essere individui virtuosi significa eccellenza, perfezione del carattere proprio perché per Smith la moralità è un'etica del carattere, la virtù consiste nel governo appropriato delle nostre emozioni (vedi pag. 516 Virtù = appropriatezza proprietà).

La virtù è uno standard mediano tra l'eccesso e il difetto , naturalmente la medietà virtuosa non è uguale per tutte le passioni (vedi pag. 111) ,lo standard mediano è definito come appropriatezza perché è quello dove lo spettatore può prenderne parte; lo spettatore per poter essere simpatetico ha bisogno che le passioni abbiano una misura mediana, questa misura mediana è la virtù. (anche per Aristotele la virtù sta nel mezzo).

Ci sono due aspetti secondo i quali Smith ritiene che lo spettatore possa valutare l'appropriatezza della situazione , del carattere:


la proprietà // (vedi pag. 97) //


Ha a che fare con il rapporto causa - effetto , la proprietà vuole dire in che senso che una risposta è adeguata rispetto allo stimolo che l'ha provocata


il merito


Si guarda agli effetti, i nostri giudizi di virtù (propriatezza e inappropriatezza) e vizio , si valutano i giudizi 1. Relativamente alla causa o all'oggetto che la produce 2. Relativamente alle conseguenze che le hanno generate


La moralità per Smith è composta di tre aspetti :merito, dovere, proprietà (il termine proprietà confonde e sovrappone l'etico e l'estetico bellezza e bontà) un comportamento morale è innanzi tutto bello da vedere.

L'adeguatezza dell'attore data dallo spettatore dipende da un modo adeguato di rispondere ai particolari in cui ci si trova, dal saper rispondere anche a delle regole generali (significa saper rispondere all'idea di dovere).

Ma in che senso Smith usa l'espressione regole generali ?


quando si riferisce a delle generalizzazioni di psicologia morale, si riferisce a delle generalizzazioni induttive (dal particolare al generale) ( vedi pag. 270 par. 13)

generalizzazioni riferite a principi che guidano le azioni (vedi pag. 96)


Quindi la regola serve a supplire la simpatia che non abbiamo esercitato, le regole generali suppliscono tutte le volte che la nostra prospettiva non ci fa adottare la giusta visione; secondo Smith le RG sono indicazioni generali che possiamo ricavare dall'esperienza simpatetica (p. es. non ho il tempo né la voglia di fare lo spettatore come si deve) quindi ruolo suppletivo (e secondario) attribuito alle RG (moralità non è applicare regole generali per Smith !) (vedi pag. 330) Impariamo a guardare gli altri dal modo in cui gli altri ci giudicano.

Ma come si arriva alle RG ? Guardando i casi particolari, la forma originale della moralità è la relazione tra attore e spettatore, il giudizio di propriatezza - inappropriatezza del comportamento dell'attore :

in una situazione particolare

in un contesto particolare

(Vedi pag. 331 par.8)

Ma perché ci servono le regole morali ? Noi siamo agenti imperfetti e nel momento in cui dobbiamo agire siamo condizionati da molte passioni, siamo portati ad essere imperfetti, ad essere travolti dalle passioni, le regole morali servono a frenare, correggere questa tendenza; il rispetto di queste regole è chiamato dovere, ne consegue che Smith ha una visione del dovere in questo senso : chi non è "abbastanza bravo da essere appropriato" ne ha bisogno (del dover rispettare le regole).

Con l'aiuto di RG secondo Smith, noi possiamo fare abbastanza bene il nostro mestiere ; spesso lo spettatore impara le regole morali ex-post con rimpianto per la sua "cecità morale". Possiamo dire che lo spettatore ricorda all'attore di rispettare le regole "non razionalizzare le tue scelte egoistiche presentandole come scelte imparziali" (direbbe lo spettatore all'attore).

Se questo è un po' il ruolo delle RG dobbiamo ora rendere conto della presenza delle regole sullo sfondo dell'etica del giudizio , come c'entrano le RG con tutto ciò ?

Nel momento in cui siamo di fronte all'etica del dovere ci troviamo apparentemente di fronte a una incongruenza perché generalmente le teorie della virtù non danno valore alle regole ma danno valore al giudizio, nelle teorie della virtù fare il proprio dovere significa giudicare come una persona virtuosa farebbe. Ma che posto hanno le RG in un'etica della simpatia ?

Le regole morali sono derivate dal giudizio (secondo Smith) quindi sempre aperte alla revisione non immutabili, Smith sostiene che sbagliano quei filosofi moralisti che credono che le regole siano il fondamento ultimo della moralità perché chi crede a ciò pensa al ragionamento morale sul modello del ragionamento giuridico (si prende il caso specifico e lo si inquadra al caso generale che lo spiega) sbagliando clamorosamente.

Nel caso del ragionamento morale a partire dall'esperienza morale ordinaria, ci troviamo a giustificare una regola sulla base della nostra esperienza e a riflettere sull'applicabilità della regola, si cerca un bilanciamento tra situazione particolare (percepita) e regola .

La presenza di regole morali non elude la necessità di esprimere valutazioni (giudizio),la regola è un aiuto non può però sostituire il giudizio, l'esperienza diretta della situazione.


Le regole possono essere grammaticali (certezza, esattezza , giustizia, evitare il conflitto sociale) e critiche (vaghe, indeterminate)


Come funziona il giudizio che fa funzionare le regole grammaticali ? Avrà una forma deduttiva ,il posto di queste regole è assolutamente limitato secondo Smith , non si possono usare regole grammaticali per regolamentare la vita etica (vedi pag. 636 par.33) (e pag. 615 - 618)

Quindi la regola ha un ruolo pedagogico, sono pedagogiche perché ci aiutano a focalizzare la nostra attenzione su cosa è importante guardare in una situazione ; le regole assomigliano più a massime che a direttive precise che possono dedurre cosa andare a fare. le regole morali non sono assimilabili a leggi.

Qiundi informazione, conoscere il contesto ma come facciamo ad entrare nel contesto ? Con l'immaginazione e l'emozione non c'è giudizio senza percezione adeguata (vedi pag.291)

Ma come utilizza Smith il vocabolario della percezione ? Percepire le cose significa intuirle ? intuizione non richiede una mediazione, è immediata, per percepire devo entrare, riflettere, devo mediare con l'esperienza e il mondo dell'altro analogie tra percezioni visive e morali perché ho messa a fuoco dei particolari. (moral blindness = cecità morale).


Vi sono alcuni problemi derivanti da questo modo di ragionare di Smith:

circolarità (tra punto di vista dello spettatore e dell'attore), c'è scambio di conversazione tra attore che fa e spettatore che valuta; si rischia di creare circolarità perché non c'è nell'etica di Smith uno sguardo esterno, è il punto di vista dello spettatore che costituisce la moralità. E' come se lo spettatore desse all'attore ragioni per comportarsi in un certo modo. Se l'attore si comporta come lo spettatore richiede, l'attore darà le proprie ragioni che lo spettatore imparziale approverebbe.


(pag. 409)   caso della schiavitù :


il selvaggio non esibisce la propria pena (vale a dire che non intende rendere visibile la sua sofferenza) ,non vuole essere oggetto di simpatia a condizioni dettate dai conquistatori; l'attore non è adeguato oggetto di simpatia perché si trova in una posizione asimmetrica, degradata rispetto allo spettatore

feccia dell'Europa scelta di parole forti


L'attacco di Smith alla schiavitù agisce su numerosi fronti :


Argomento : si basa sull'inefficienza economica della pratica della schiavitù; la tesi sostiene che schiavizzare minimizza il benessere dello schiavista e della società in generale

Ma perché Smith comincia con ciò ? Perché intende bloccare subito argomenti molto presenti nella discussione del tempo che si basavano sull'utilità di avere schiavi. Gli schiavisti mettono in gioco il loro godimento nel dominio dell'altro e sono disposti anche a perderci economicamente piuttosto che non smettere di dominare l'altro, lo schiavista è un attore che può "raccontarsela" molto bene sul fatto di avere schiavi, può anche addurre motivi di natura filantropico - protettiva per giustificarsi, Smith sostiene che qualunque giustificazione gli schiavisti adducano è parziale ; la proprietà di schiavi è un esempio paradigmatico di attore parziale .

Smith ha idea che gli esseri umani siano approssimativamente eguali nelle loro capacità morali (nell'essere attori e spettatori) e quindi potenzialmente tutti attori o tutti spettatori .

Ma allora come si spiegano le differenze che ci sono tra di noi ? l'educazione e le condizioni nelle quali viviamo

Nessuno può essere per natura strumento di un altro (VS chi giustifica il dominio)

Vi sono tre argomenti possibili per chi è a favore della schiavitù :

1) NATURA    2) TRADIZIONE 3) CONVENZIONE (usanze stabilite)

Ma anche se la schiavitù in termini economici fosse conveniente sarebbe lo stesso inaccettabile per un rapporto di simpatia. Smith cerca di dimostrare che uno spettatore che guardasse imparzialmente alla situazione dello schiavo coglie che la situazione dello schiavo non è legittimabile ; lo spettatore è in grado di guardare la schiavitù dal punto di vista dello schiavo  (naturalmente guarda anche il punto di vista del padrone e li calibra). Lo spettatore non si identifica con lo schiavo, si mette al posto dello schiavo , l'emozione del dominato è la collera , lo spettatore simpatizza con l'emozione del risentimento, con questa emozione asociale dello schiavo e come esito di questo discorso è in grado di dichiarare che la schiavitù è ingiusta . Poi lo spettatore "fa un passo indietro" e valuta l'appropriatezza delle emozioni dell'attore, è questo il momento del giudizio ma qui conta che lo schiavo sembri felice o conta che noi (come Smith) riusciamo ad interpretare correttamente la sua situazione ?

pensiamo all'importanza che può avere l'informazione in una valutazione parziale simpatetica (p. es. resoconti dei viaggi sulle navi negriere).


(pag. 417) caso dell'infanticidio :


Il costume autorizza ancora questa pratica anche se le ragioni che l'hanno motivata sono scomparse. Quindi gli uomini e le donne hanno assunto una forma di cecità morale pratiche ingiuste che diventano abitudini.

La filosofia può giustificare la schiavitù e l'ha fatto (per la sua astrattezza e incapacità di entrare nella situazione morale ordinaria). La ragione da sola non è in grado di darci una visione morale corretta, serve la percezione dei dettagli, i sentimenti, le passioni (vedi pag. 418)




















03. HANNAH ARENDT (introduzione)


Hannah Arendt (1906 - 1975)


E' un'ebrea tedesca che nel 1933 scappa dalla Germania andando a vivere negli USA fino alla sua morte.

Il maccartismo, i movimenti per i diritti civili degli anni '60 e contro la guerra in vietnam, sono eventi che la vedono coinvolta.

E' uno dei filosofi più creativi e innovativi del '900, ha sempre rifiutato essere definita filosofa politica perché ritiene che in quanto tale la tradizione della filosofia politica sia stata un tentativo per screditare l'agire umano a partire da Platone. L'evento scatenante fu l'uccisione di Socrate, la sua condanna a morte segna una frattura tra la filosofia e la città, la città non vuole Socrate.

La filosofia comincia a porsi il problema di governare la città , di ridurre i possibili effetti perversi della pluralità di opinioni; da qui la riduzione della complessità.

Gli eventi della sua vita segnano anche politicamente i suoi interessi : che cosa vede Hannah Arendt nel totalitarismo ? Un progetto di fine della politica se definiamo come costitutiva della politica la presenza di una pluralità di prospettive sul mondo, il totalitarismo si muove per annullare quella capacità tipicamente umana di prendere iniziativa, dare qualcosa di nuovo, di interrompere la routine (azione).


AZIONE : cominciamento, iniziativa, spontaneità, libertà


L'azione è per lei l'opposto del comportamento ( che è seguire regole, abitudini), agire : = rendersi visibili nello spazio pubblico.

Il totalitarismo (nazista e stalinista) cancella la possibilità di agire perché si muove dal tentativo di spogliare la capacità performativa degli umani, la capacità di agire,


Il cane di Pavlov è il cittadino ideale del sistema totalitario (non ha reazioni spontanee)


Agire : interrompere con la libera iniziativa eventi abitudinari, nel totalitarismo è preclusa qualsiasi forma di singolarità , di voce separata o dissenziente, TOTALITARISMO E'


Cancellare l'individualità

Appiattire la soggettività

L'agire è stato ridotto a un fare


C'è la tendenza a considerare la politica come amministrazione, politica come modo per soddisfare bisogni collettivi; quest'ultimo aspetto la porta a criticare la giustizia sociale (per lei è un ossimoro = accostare una parola ad un'altra di senso contrario)e il welfare ma lo stesso sarebbe per la politica economica.

Politica : spazio della libertà, dell'azione, della luce, della visibilità ,è lo spazio dove ciascuno di noi agendo, prendendo la parola davanti agli altri si mette in luce, si mostra il suo chi singolarità che noi mettiamo in luce agendo nello spazio pubblico.

Ciò è distinto nettamente dallo spazio privato, dal buio ,dall'oscurità dei bisogni, dalla necessità; spazio dell'oikos (tutto ciò che riguarda la sfera domestica)


Oikos  VS Agorà (distinzione presa dal modello ateniese),


Arendt la usa in modo provocatorio verso una società moderna che ha perso il senso delle distinzioni tra il privato e il pubblico.






OIKOS

AGORA'

Buio

Luce

Necessità

Libertà

Reagire

Azione

Che cosa (insieme delle caratteristiche che condividiamo con i nostri simili)

Chi (prevede anche il conflitto senza ovviamente l'uso della forza)

Spazio dove reagisco alle pressioni dei bisogni

Pluralità





Arendt non recupera il modello classico per auspicare un ritorno alla classicità ma per farci vedere come la società moderna ha smarrito la distinzione tra il pubblico e il privato.

La modernità ha introdotto tra i due uno spazio ibrido : il sociale inteso come spazio di pubblicizzazione del privato, spazio ibrido che mescola impropriamente questioni e attitudini private.

Hannah Arendt confronta le due rivoluzioni (USA e Francese) , entrambe partono con la premessa di guadagnare maggiore libertà di spazio politico.

La rivoluzione francese (è quella che fallisce di più) è un esempio paradigmatico di rivoluzione che tradisce le premesse di creare spazio politico , la necessità invade lo spazio pubblico cfr. le Miserables, V. Hugo  // il grido "pane, pane" sarà sempre urlato con una sola voce , ciò significa che dove impera la necessità non c'è spazio per la pluralità; quando siamo dominati dall'urgenza ciò non ci consente né di essere liberi né di essere plurali.

La giustizia o è politica o non è, la soluzione dei bisogni è un problema amministrativo, la politica si occupa del mondo comune, si occupa di leggi, di eguaglianza delle persone davanti alla legge; il diritto di avere diritti (ciascuno di noi deve essere in grado di essere attore - attrice) . Nello spazio politico attore non vuol dire cliente se a me serve qualcosa non posso essere libero.

C'è un altro modo per rendere la distinzione tra Oikos e Agorà , Oikos è una prospettiva domestica è essere fuori dal mondo worldlessness (amondanità) // Agorà invece è essere nel mondo worldliness (mondanità) ,essere visibili agli altri, vederli; riuscire a decentrare la visione da sé stessi alle visioni che riguardano il mondo.

attenzione : mondanità essere nel mondo non significa essere d'accordo col mondo !

Quando parliamo di mondo, di mondo comune, Arendt ha in mente lo spazio pubblico :

spazio pubblico 1. Mondo comune (è un fatto culturale) leggi, istituzioni, regole 2. Spazio dell'apparizione (disclosure).

Sullo sfondo di questo mondo noi ereditiamo ,noi possiamo dare luogo a degli spazi di apparizione, spazio dove ti rendi visibile agli altri. Possiamo rendere praticabili gli spazi di apparizione (sono potenziali), sono quelli in cui l'agire umano si manifesta; essere nel mondo non vuol dire essere del mondo atteggiamento di chi, che per essere critici, si mettono fuori dal mondo (p. es. minoranze perseguitate).

Ma che cosa significa GIUDICARE ? Arendt si pone questo problema sullo sfondo del processo Eichmann. Il 24 maggio del 1960 agenti del servizio segreto israeliano sequestrano Adolf Eichmann a Buenos Ayres (dove molti nazisti avevano trovato rifugio) ,Israele comunica la volontà di processarlo, ne conseguono rapporti molto tesi tra Argentina e Israele.

Il processo viene istruito e Arendt chiede alla redazione del Newyorker di seguire il processo come inviata : poi tutto ciò costituirà materiale per un libro "la banalità del male" .

Quindi la domanda "che cosa significa giudicare" Arendt se la pone con questo sfondo, Arendt si pone queste domande critiche :


La gestione che Israele fa del processo

La fisionomia che questa gestione tende a dare all'imputato


Arendt ritiene che Israele usi questo processo per legittimare la sua esistenza come stato, e che abbia una logica giustizialista ; una logica giustizia - spettacolo mettendo al centro non quello che Eichmann ha fatto ma quelli che gli Ebrei hanno sofferto.

Eichmann mostro, demone, escrescenza cancerosa sul corpo dell'umanità, mentitore .per Arendt Eichmann è un piccolo impiegato, burocrate, persona incapace di pensare di distinguere il bene dal male, qualcuno in cui la facoltà di giudizio si è atrofizzata. La banalità del male è la banalità che Eichmann esprime in ciò che ha fatto.

Arendt sostiene che con la visione del carattere demoniaco dei criminali di guerra ci "mettiamo a posto la coscienza", è una visione tranquillizzante, contro invece il cercare di capire in che senso c'è una normalità negli individui di questo tipo.

Arendt mette in discussione la tendenza amondana (culturale del popolo ebraico), l'incapacità di capire cosa stava succedendo in Europa ; si possono leggere dei comportamenti tali per cui molti consigli ebraici erano responsabili della loro deportazione (formazione delle liste) disciplinavano il proprio popolo per offrirlo all'organizzazione nazista.

L'effetto della pubblicazione del libro fu subito il catalogarla come nemica del suo popolo e vi fu uno scambio importante di lettere tra lei e Gershom Sholem suo carissimo amico; è già presente questa tematica : Sholem scrive nel giugno 1963 in risposta alla lettera di Arendt "il tuo libro oscilla tra due poli 1. Il comportamento degli Ebrei 2. Eichmann.

Il punto cruciale della lettera di Sholem è la sospensione del giudizio, l'astensione dal giudizio viene interpretata come manifestazione di riflessività e intelligenza, non giudicare è un segno di incapacità di assumersi responsabilità, nel processo Eichmann


c'è il problema del giudizio di storici e teorici su eventi passati

c'è il problema del giudizio morale dei contemporanei

l'analisi che Arendt compie della sua incapacità di giudizio (di Eichmann)


Eichmann è un individuo che ha perso la capacità di distinguere perché ha perso la capacità di giudicare; senza il giudizio gran parte delle attività umane si perderebbero, non avere il giudizio significa per lei essere "dei mutilati" . Quando Arendt parla del giudizio (nei lavori antecedenti a teoria del giudizio politico) intende :


il giudizio è un nodo cruciale nel rapporto tra uomini , donne e il mondo, non si può essere nel mondo senza giudicare

non soltanto il giudizio è un criterio di appartenenza al mondo ma deve consentire una presa di posizione motivata sul mondo


Nella modernità avanzata i grandi modelli morali hanno smesso di esercitare la forte modalità di attrazione , se "non ci sono più bussole" come si fa ad emettere giudizi ? Su che cosa si deve fare affidamento per giudicare ? si è verificata - dopo la seconda guerra mondiale - una riluttanza a giudicare, gli individui non possono contare sui sistemi di giudizio tradizionali. Eichmann mostra che non appena vengono a mancare gli elementi per giudicare (nel totalitarismo) le persone manifestano la difficoltà a giudicare " E. diventò un esecutore di piani decisi da altri e di regole cui non ha partecipato a definire"; il totalitarismo crea un vuoto di riferimenti morali in questo senso semplicemente accelerando una caratteristica fondante della modernità...

Per Arendt la pressante necessità del giudizio si manifesta nel secondo dopoguerra.

Nel post-totalitarismo si è atrofizzata la capacità di giudizio il totalitarismo ha lavorato per eliminare la facoltà di giudizio ; esso lavora per eliminare la singolarità, il suo progetto è farci diventare animali, qualcosa che può reagire soltanto ad uno stimolo.

Che cosa fanno questi renitenti al giudizio di fronte ad eventi di portata mondiale (p. es. la Shoah)? Spostano le responsabilità dal singolo alle collettività ; uno dei temi cruciali di Arendt è la responsabilità individuale  nel totalitarismo, il giudizio è avvertito come un peso e nel momento in cui ci troviamo (dopo la fine del totalitarismo)ci si trova di fronte ad un mondo svuotato; dove c'è riluttanza a prendere posizione, Arendt segnala due movimenti : 1. La comprensione un gesto di riconciliazione col mondo; è una presa d'atto dei fatti che sono avvenuti (c'è il rischio di un atteggiamento assolutorio) 2. Il giudizio vero e proprio coincide con la valutazione ,con una presa di posizione motivata che ti consente di prendere posizione.

Il perdono può avvenire solo dopo la condanna, la comprensione può avvenire solo dopo il giudizio. Il tono generale Arendtiano va contro una tendenza generale del dopoguerra del "mettiamoci il cuore in pace" , atmosfera che favorisce solo la comprensione e mette fuori gioco il giudizio questa atmosfera ha una tendenza implicita che invita a dimenticare ma non c'è giudizio senza memoria.



Questa atmosfera vuole proteggere gli individui da un urto con la realtà degli eventi e delle cose accadute che sarebbe troppo forte; in questo senso per Arendt giudicare Eichmann significa non trattarlo come una creatura subumana (bestia, animale) né d'altra parte vuol dire giudicarlo come una vittima innocente senza la responsabilità di quello che ha fatto.

Giudicare Eichmann è giudicarlo sullo sfondo del mondo che ha contribuito a cancellare , come qualcuno che poteva dire di NO e non l'ha fatto, non giudicare significa essere indifferenti. Per Arendt coraggio significa "lasciare la casa" ,metaforicamente rappresentata come uno spazio dove si hanno punti fermi, spazi protettivi.

La questione della riluttanza a giudicare è posta sullo sfondo del processo Eichmann ,questo processo pone la questione del giudizio : Incapacità di giudicare che Arendt attribuisce a Eichmann.

Eichmann fu una persona "che non capì mai" quello che stava facendo e fu proprio questa mancanza di immaginazione a non fargli mai passare di grado nelle S.S.; egli aveva una totale mancanza d'idee e una lontananza dalla realtà; qui viene posto il problema del giudizio. Toughtlessness ,termine coniato da Arendt per indicare vuotezza di pensiero, incapacità di pensare ,incapacità di immaginazione, mancanza di idee.

Il giudizio deve essere libero, autonomo, deve venire dalla facoltà di pensiero Selbstdenken (pensare da sé) ; l'individuo indipendentemente dalla sua realtà e appartenenza deve giudicare e il giudizio deve essere dato a partire da sé . Alla domanda "se dobbiamo sospendere il giudizio" (p. es. sulla 2^ gmond) si risponde che senza il giudizio il mondo sarebbe per noi non comprensibile, essere privati dal giudizio = essere fuori dal mondo essere amondani.



VITA ACTIVA (la condizione umana ,1958)


Arendt attribuisce un ruolo centrale alla figura dell'attore  o dell'attrice. Qui si definisce l'azione come unica realtà davvero libera, spontanea, capace di segnare l'individualità dell'attore.

Così come l'azione non va confusa col comportamento , la politica non va confusa con l'amministrazione ; l'azione è gesto non prevedibile, non strumentale, il profilo dell'attore è ricalcato sulla fisionomia dell'eroe omerico.

Attore : qualcuno che mette in moto qualcosa senza sapere che cosa ne verrà fuori ,è un "chi" capace di prendere iniziativa, coraggio di esporsi alla vita pubblica. Per Arendt lo standard cui l'azione è qualificata, è di tipo performativo ,l'azione va guardata come un gesto teatrale ,il teatro è l'arte politica per eccellenza (attori che si esibiscono) ; lo standard è uno standard di virtuosità eccellenza dell'esecuzione.

La prima parte del lavoro di Arendt concentra l'attenzione sull'attore mentre nella seconda parte concentra il giudizio sullo spettatore ( performances = qualità del carattere). Nella prima fase non viene messo a fuoco il potenziale di errore che un'azione può contenere, all'attore in un certo senso non è affidato alcun tipo di iniziativa.

La centralità del giudizio si spiega dal processo Eichmann ragioni esterne (storiche, politiche) e ragioni interne (insufficienza del suo pensiero in Vita Activa, insufficiente ruolo dello spettatore); Vita Activa è sbilanciato verso l'attore, per questa lacuna Arendt fa ricorso a Kant per usarlo come "attrezzo" per colmare le lacune del proprio pensiero.

Arendt critica la vocazione professionale del filosofo , ritiene che sia antipolitico dove per politico intende : 1. Interesse per il mondo comune mondanità e   2. Interesse per lo spazio pubblico. Arendt si accosta a Kant con un atteggiamento non deferente , si appropria del lavoro di Kant in maniera molto selettiva, vuole dimostrare l'eccentricità dei suoi testi nella tradizione filosofica.

Kant non condivide un disprezzo diffuso nel mondo della filosofia per il mondo dell'apparenza, Kant è molto chiaro nel sostenere che il bisogno di pensare non è riservato ai filosofi ed esiste qualcosa che Kant definisce uso pubblico della ragione perché l'impiego della ragione è accessibile a chiunque.

Arendt non guarda alla filosofia politica di Kant quella che lui ha definito sua filosofia politica ma ella interpreta come sua filosofia politica la critica del giudizio estetico , Arendt "va a cercare la filosofia politica di Kant proprio dove quest'ultimo non l'aveva messa".

Ma che cosa fa Kant nella critica del giudizio ? Qual è il problema che ivi si pone ? Analizza il carattere e i requisiti del giudizio estetico , ritiene che il giudizio estetico contenga qualcosa di problematico perché quando una persona dice che "quel quadro è bello" sottinitende che sia bello anche per gli altri il giudizio contiene una pretesa implicita di validità universale ma non si capisce che cosa lo giustifichi " è come se chiedessi che chiunque condividi il mio giudizio, ma su quale base ? si chiede Kant.

Il giudizio estetico non può contare sulla logica per giustificarsi ma come pensiamo di arrivare a un accordo sul giudizio estetico ? (se partiamo dal fatto che ognuno ha i suoi gusti de gustibus non est disputandum); Kant guarda a una facoltà che ci mette in grado di mediare le nostre differenze di giudizio estetico e la chiama sensus communis , attraverso ciò siamo in grado di trovare un accordo sui nostri giudizi estetici. La libertà e la singolarità del giudizio estetico corrispondono alla libertà e alla singolarità del soggetto giudicante, un soggetto in politica non può pretendere di usare la logica e di avere la verità (altrimenti sarebbe finita la pluralità), se noi pretendiamo di avere la verità, la logica, sarebbe finita la pluralità.

Ma com'è possibile ,a partire da punti di vista plurali sul mondo, trovare momenti di mediazione nella politica ? La risposta di Kant è nel sensus communis , è evidente che l'analogia tra il punto di vista di Kant e sul giudizio politico di Arendt .

La risoluzione delle diverse estetiche diventa per Arendt il modello per pensare alla risoluzione delle diversità del giudizio politico.

L'approccio di Kant all'estetica può suggerire un modo per affrontare il ruolo dello spettatore (proprio quello su cui Arendt è carente), il problema dello spettatore giudicante in politica.

Arendt parte dal presupposto che noi tutti giudichiamo, ponendosi questo problema Kant si pone contro i relativisti ; ci sta dicendo che quando dico "questo è bello" sottinitendo che "bello" sia più o meno condiviso.

Per Arendt le differenze di opinione sono la linfa stessa della politica, (è evidente che più si enfatizza la particolarità, più si ha il problema di mediare) , ma come mediare opinioni conflittuali ,singolari, specifiche di una individualità ? Questo è il problema principale della politica, le differenze di gusto (Kant) sono analoghe alle differenze più in generale (per Arendt); la politicizzazione dell'estetica in politica non è questione di vero o falso, chi è interessato a portare nella politica la logica è interessato a chiudere il dialogo politico.

Una discussione pubblica è una discussione in cui ciascuna delle due parti vuole persuadere, convincere, entrando in una discussione pubblica mi dispongo o a persuadere o a essere persuaso; ciò secondo Kant e Arendt fa riferimento a qualcosa che lega le persone, persone che per alti versi rimangono separate, chiuse nella loro soggettività. Noi siamo capaci di sensus communis ma anche di sensus privatus , non siamo totalmente pubblici, sensus privatus non condivisibile dagli altri. Il sensus communis ci viene dalla nostra appartenenza a una comunità di individui giudicanti, come senso della condivisione ,è quella facoltà cui dobbiamo fare appello per cercare un accordo con gli altri; il giudizio è una facoltà pubblica .

Nella seconda fase del suo lavoro, Arendt manifesta un forte interesse per il tema del consenso , l'accordo, VS la prima fase dove focalizzava l'attenzione sul tema dell'attore e della singolarità dell'attore. Arendt si chiede cosa può portare i cittadini a superare l'attaccamento per le loro particolarità ; secondo lei le risposte sono più di una :


come Kant , Arendt sottolinea che gli umani sono esseri socievoli e comunicativi che in quanto tali sono interessati ad estendere al massimo le loro possibilità di intendersi l'uno con l'altro , umani esseri orientati all'intesa

gli umani sono esseri interessati ad apparire in pubblico e in quanto tali sono anche interessati a mantenere lo spazio pubblico in buona salute ; perché sia in buona salute occorre che chi vi compare abbia buone attitudini (attitudini narcisiste o autocentrate sono nemiche dello spazio pubblico; così come attitudini che vogliono ridurre la pluralità e precludere la comunicazione)

l'orientamento all'intesa che ci caratterizza in quanto umani viene dalla percezione di condividere un mondo con gli altri ; la tesi di Arendt è che lo spazio pubblico non appartiene a nessun gruppo di cittadini in particolare ma a tutti egualmente in quanto tutti sono interessati ad apparire nello spazio pubblico.


Potremmo dire che in base a questa tesi Arendt riformula l'idea di eguaglianza politica come idea di eguaglianza d'accesso , di spazio d'apparizione, di visibilità disclosure : nessuno può presidiare questa entrata, il mondo è di tutti , anche di noi.

Si tratta di un'eguaglianza anche nel tempo perché il mondo non è nostro (presenti) ma sarà anche per le generazioni future e di ciò bisogna tenerne conto perché il mondo appartiene a tutti i cittadini (passati, presenti, futuri) e il non appartiene a nessun gruppo più che a un altro.

Ragionare dal punto di vista pubblico per Arendt significa farlo dal punto di vista del mondo, non dal nostro, significa decentrare il proprio interesse da sé stessi al mondo. La politica è distanza tra punti di vista plurali ognuno portatore di un punto di vista sul mondo ; la nostra capacità di trascendere il nostro punto di vista particolare (la nostra capacità di mondanità) discendono dalla nostra consapevolezza che il mondo comune è di tutti, di nessuno in particolare; in politica l'egoismo deve essere superato e superarlo significa capire che quando ragioniamo pubblicamente il mondo e non noi stessi è quello cui siamo interessati. (ciò non significa eliminare le voci particolari ,ma queste devono parlare del mondo e non di sé)

Felicità pubblica : gratificazione che si ha non appena si riesce a trascendere dall'egoismo e dai punti di vista particolari (per Arendt superare l'egoismo - a differenza dell'opinione comune - non è fatica) ; per Arendt la felicità di trascendersi (non arrendersi alla propria vista corta) viene dal fatto che così facendo allarghi il tuo sguardo, acquisti una portata di sguardo più ampia su te stesso, sul mondo e sugli altri, acquisti una completezza come individuo .

Il movimento da una soggettività unilaterale a una vista intersoggettiva è quello che Kant chiama pensiero rappresentativo e che Arendt chiama mentalità allargata , ma cos'è il pensiero rappresentativo ? E' un modo di riflettere che deve essere adottato da un cittadino o da una cittadina che voglia considerare le opinioni degli altri prima di dare un aspetto definitivo alla propria (è l'esatto rovescio del pregiudizio) ; ma che cosa rende possibile il trionfo del sensus communis (senso della mondanità critica e non conformista) ?

Qui diventa molto importante il confronto e anche il dissenso con Kant ; per lui giudizio estetico è la salita al punto di vista del sensus communis e consentire a quelli che la compiono una visione comune sulla bellezza; nello stesso modo Arendt suggerisce che è possibile arrivare a giudizi politici condivisi se i cittadini si impegnano a modellare le loro deliberazioni in accordo a quello che è suggerito dal sensus communis e qui appare la divergenza con Kant : il pensiero rappresentativo è conoscere perché il senso della bellezza è lo stesso per tutti una volta depurato dalle impurità particolaristiche (idiosincratiche) ciascuno di noi ragionando come chiunque è rappresentativo di ogni altro ; l'aggettivo communis di Kant vuol dire che il senso del bello è l'analogo del senso del bello di chiunque altro.

Per Arendt il sensus communis è un senso esterno perché noi possediamo sensus communis in quanto membri di una comunità di giudizio, in quaqnto membri del mondo. Per lei il sensus communis di ogni membro della comunità (intesa come insieme di umani in uno spazio) è il senso della condivisione in quanto condividono una vita concreta e storicamente condizionata nel mondo, quindi si tratta di fare in modo che quando i cittadini giudicano il loro senso pubblico (= sensus communis) prevalga  sulle ragioni private .

La politica non deve far stare assieme quelli che si assomigliano ma la sua sfida è di tenere insieme le persone diverse; il SC non è dato una volta per tutte ma è contingente, è diverso a seconda delle diverse contingenze storico - culturali; Kant direbbe che il senso della bellezza è puro quando è depurato da scorie di condizionamento eteronome (essere governati dalla legge di qualcun altro), per Kant l'agente morale che c'è dentro di noi quando sceglie esibisce autonomia, essere autonomi è prescindere da quello che è contingente , per lui è inconcepibile dare un valore alle contingenze.

Arendt si appropria di Kant depurandolo a sua volta, secondo lei seguendo Kant su questa strada (somiglianza essenziale tra gli umani come agenti morali che sanno giudicare autonomamente) ci allontanano dalla pluralità, lei guarda contemporaneamente all'unicità e alla pubblicità assieme. Per Kant la pluralità umana è fonte di errore , lo scopo del pensiero rappresentativo è purgare il giudizio perché si giudica solo dal punto di vista puramente umano = prospettiva universale di razionalità. Universale perché comune a tutti gli uomini nonostante la diversità ; ciò non va bene secondo Arendt, è una soluzione che non è desiderabile perché seguendo questa strada il valore della pluralità sarebbe cancellato ,per lei le differenze di opinione sono manifestazioni salutari della pluralità, l'appello al SC è base per cercare un accordo ma in modo diverso da Kant :


per Kant : SC = qualcosa di comune a tutti in virtù del loro essere umani

per Arendt : SC , qualcosa che sta "là fuori" nello spazio pubblico cui tutti i membri di una data cultura possono riferirsi come base di un possibile accordo (l'accordo però non è necessario).


Dal punto di vista di Kant quando noi non raggiungiamo l'accordo è perché qualcosa è andato storto ; per Arendt il punto di vista puro non esiste e non sarebbe desiderabile ; il giudizio è una relazione critica, valutativa del mondo , nel giudizio c'è il piacere di scegliere e di misurare ,Kant sta in mezzo tra il comprendere e il giudicare.


Giudizio : facoltà più adatta della logica per un mondo politico aperto che non ha modelli di sapere astratti e tirannici.


La tendenza della società di massa è andare verso il totalitarismo perché non fa parlare la collettività.

Arendt trova in Kant una delle poche tracce della rilevanza del mondo fenomenico (ciò che appare)


analogia tra arte e politica :


I prodotti dell'arte e quelli della politica hanno in comune lo spazio pubblico nel quale poter apparire, l'arte offre spettacolo ai suoi fruitori, come l'arte la politica è fatta per essere vista, valutata, apprezzata .

Se il gusto è l'attitudine lungo la quale col giudizio politico viene ricostruita un'affinità che tipo di politica si delinea quando la si vede come analoga all'estetica all'arte ? Una politica bella, democratica , è il luogo del discorso e della persuasione la persuasione è l'esercizio del potere ,dell'argomentazione, saper persuadere è esercitare un potere ed è l'unica forma di potere all'interno di una politica democratica.

Quando riconosci come unico potere legittimo quello dell'argomento implicitamente escludi l'esercizio di qualsiasi altra forma di potere (p. es. il potere che potrebbe venire dal minacciare quelli che sono in disaccordo con te) ; quindi per essere mondani serve un modello di sapere preciso : il sapere persuasivo, l'opinione è una forma di sapere persuasivo che non è caratterizzato da cogenza logica (un teorema che si dimostra).

Qui, nel caso dell'opinione, Arendt rivaluta ciò che la tradizione filosofica svaluta , qualunque pretesa di monopolizzare un sapere sul mondo è antipolitica, mette fine alla politica; stare nel discorso pubblico significa accettare che la propria opinione venga messa alla prova dagli altri (questo non significa doverla cambiare), l'opinione supera così uno spazio privatistico .               L'opinione si definisce subito come un sapere imperfetto e contingente, accetta di farsi modellare dalla discussione pubblica ; chi è capace di stare nel discorso pubblico è capace di non dare mai all'opinione una forma definitiva.

Questo modo di stare nel mondo attraverso la parola e il giudizio mette a fuoco un problema della modernità : l'indifferenza , incapacità di scegliere, discernere; rifiutare il giudizio significa rifiutare la facoltà mondana per eccellenza nel senso che il giudizio ci permette di connetterci, presentarci agli altri e chi rifiuta di giudicare va incontro a certi pericoli.

A seconda della compagnia (poeti, musicisti, politici, punti di riferimento) che ti scegli sarai più o meno allenato ad esercitare la facoltà di giudizio ; dove c'è incapacità di stare nel mondo con i diversi da te non c'è capacità di giudizio (vedi Eichmann). Essere incapaci di pensare dal punto di vista di qualcun altro è incapacità di viaggiare in vite, prospettive diverse dalla tua . Non ci accomunano principi, non ci accomuna nulla, ci accomuna il mondo in cui viviamo sul quale siamo detentori di prospettive plurali.

La politica come l'estetica è il regno di ciò che appare, di ciò che è fatto per essere visto, sono manifestazioni di uomini e donne che vivono in comunità ; in arte come in politica i fenomeni diventano significativi quando vi sono gli occhi che li contemplano con sguardo disinteressato.

Il giudizio estetico in termini kantiani non è un giudizio determinante ma è un giudizio riflettente, giudizio determinante è quel giudizio che assorbe il particolare (lo riconduce a) in principi universali laddove il giudizio riflettente è un giudizio che si muove dal particolare e cerca di cogliere una generalità. Questo è uno dei motivi fondamentali per cui il giudizio estetico è comune al giudizio politico.

Arendt è molto diffidente da norme esterne che possono risolvere "il problema"; il giudizio deriva il suo linguaggio dal gusto che è il più privato dei cinque sensi (perché è meno condivisibile), modellare il giudizio politico sul gusto è un problema , (il gusto ha caratteristiche private, idiosincratiche) ; è l'opposto della vista (la vista è il gusto che crea più condivisione) , sembra perciò che se lo spazio pubblico possa diventare il luogo di opinioni particolari senza convergenza stabile , l'esito sarebbe una prospettiva politica fortemente conflittualistica. Il problema sta nel come effettuare il passaggio dal particolare al generale senza tradire il particolare.

capacità del giudizio di trovare accordo senza provocare l'azzeramento delle opinioni.

L'immaginazione ,definita da Arendt la facoltà di rendere presente ciò che è assente è il secondo aspetto importante del giudizio politico . E' importante perché :


permette di prendere le distanze dal dato immediato, crea un distacco dal fenomeno che si vuole giudicare

rende possibile tener conto virtualmente del punto di vista che ogni altra persona potrebbe assumere in merito alla questione in discussione

alla fine l'immaginazione realizza una sintesi dei dati sensibili in quello che Arendt chiama esempio , quando un particolare è esemplare è portatore di una validità.


Particolarità esemplare : immagine o rappresentazione particolare nella quale è racchiusa una dimensione più generale.


Ciò porta Arendt a ritenere che una teoria politica non vada costruita su principi astratti ma vada imperniata su eventi particolari. Ad esempio per spiegare l'antisemitismo non si parte da una grande teoria ma si parte da un caso particolare validità esemplare (affaire Dreyfus) (altri esempi : Riv. Francese, Ungherese 1959, Soviet 1905 ecc)

Da notare che la maggioranza di questi eventi sono cause perse, eventi che coinvolgono dei perdenti e non dei vincitori, riprenderli in considerazione significa ridar loro dignità.

E' la rilevanza che l'evento occupa nella rete delle vicende umane che stabilisce se possa o non possa avere validità esemplare; questa validità esemplare da quale punto di vista è stabilita ? Questi episodi citati da che punto di vista sono guardati ?

E' lo spettatore (nello specifico la spettatrice è H.A.) che salva questi episodi dall'oblìo restituendo una visibilità ai sostenitori di queste cause "perse".

Lo spettatore così facendo evita il rischio di ridurre il particolare all'universale; l'immaginazione consente una presa di distanza dai dati fattuali , questa presa di distanza consente di avere uno sguardo disinteressato (caratteristico dello spettatore), rende possibile un giudizio imparziale. L'immaginazione rende possibile una realtà nella quale non siamo più toccati dalle cose visibili, dai dati fattuali ; in questo stato noi possiamo contemplare gli avvenimenti vedendoli nella giusta luce , questo vedere è un vedere ad occhi chiusi, lo ricostituiamo nella nostra mente (questa nozione di spettatore è di origine kantiana , vedi pag.71).

Sulla rivoluzione Francese Arendt sdoppia il suo giudizio guardandola dal punto di vista degli attori coinvolti  (negativamente) . Colui che detiene più di ogni altro è lo spettatore proprio per la sua mancanza di coinvolgimento negli eventi, le conferisce questa "vista lunga" , mentalità allargata ; l'attore per sua natura ha vista corta, lo spettatore può cogliere la pluralità delle prospettive in gioco (vista lunga e anche larga).

NB essere disponibili a prendere in considerazione la pluralità delle opinioni in gioco non significa 1. Cedere all'immedesimazione 2. Cedere alle opinioni altrui.

Arendt non pensa che attraverso il sentire io posso capire quello che gli altri pensano non si richiede una fusionalità ;perché vi sia pluralità rimanda all'idea che vi debba essere una certa distanza tra le persone.

Ciò è importante perché nel momento in cui cerco di capire ciò che tu pensi confondendomi con te perdo la possibilità di distinguermi, di pensare da me, di avere una prospettiva mia sul mondo. Il motto dell'illuminismo per Kant è osa sapere ,ora chi rinuncia ad essere portatore di un punto di vista singolare sul mondo si pone nella situazione in cui rinuncia a giudicare da sé e avere una propria visione del mondo.

Facendo ciò (da spettatore) non metto da parte la mia prospettiva, questa prospettiva deve coesistere assieme alle altre prospettive.


Pezzi indispensabili nella teoria del giudizio politico :


Distinzione tra giudizio determinante e riflettente è rilevante perché una soffoca la pluralità e l'altra no

Immaginazione (ha tre facce) :  1. crea distacco (un passo indietro rispetto ai dati fattuali), 2. Crea spazio pubblico, 3. Crea casi esemplari

Lo spettatore


Il punto di vista allargato è caratteristico dello spettatore disinteressato , senza ciò uno spazio pubblico non sarebbe costituito (come l'artista che non è la persona migliore a cui chiedere pareri sulla sua opera, gli sfugge il significato della sua storia, resta oscuro) allo stesso modo all'attore rimarrebbe oscuro il significato della sua azione se gli spettatori non intervenissero a spiegare ciò che sta avvenendo.

Lo spettatore ha la caratteristica di fare un uso pubblico - privato del giudizio che si radica in un sensus communis che rende i giudizi comuninicabili; egli è sempre coinvolto l'uno con l'altro ; così come per Arendt gli attori possono esistere soltanto al plurale, anche gli spettatori esistono al plurale.

Una questione pubblica è qualcosa che sta in mezzo tra me e gli altri, in questo senso sono portatore di una prospettiva oggettiva che è mia ,parte da me ; nel confronto con gli altri questa opinione si confronta, si mette alla prova visitando le altre opinioni che sono in gioco, ciò la lava dei suoi residui che possono essere più idiosincratici e non devo avere nessun obbligo a rinunciarvi, a modificarla (tranne se ne sono persuaso).

Il nesso tra estetica e politica :

Il progetto di Arendt non è un processo di estetizzazione della politica ma vuole politicizzare l'estetica perché il giudizio estetico è il calco sul quale costruiamo il giudizio politico; questa tendenza a incrociare la politica con l'estetica, che Arendt condivide anche con Nietsche, va in due direzioni :

sia in politica che in estetica si usano apparenze (ciò che si vede)

tanto l'estetica quanto la politica si radicano nel sensus communis e il sensus communis è quella facoltà che rende possibile la condivisione del mondo.


Nella teoria del giudizio politico è ravvisabile un rapporto ,da parte di Arendt ,di creazione appropriativa del lavoro di Kant. Il giudizio politico è costruito sul modello del giudizio estetico; il lavoro di Arendt adegua il gusto a un progetto politico, il problema di Kant nella terza critica era cercare di distinguere il gusto da una passione soggettiva idiosincratica, va da sé che il gusto non è oggettivo.





Ma come fare a distinguere :



Gusto




Preferenza soggettiva verità oggettiva





intersoggettività



La via d'uscita kantiana è sostenere che il gusto è intersoggettivo, qualcosa che si costruisce nella comunicazione fra soggettività.

In che senso il gusto non è una verità oggettiva ? Secondo Kant il mio giudizio "che qualcosa è bello" non è oggettivo perché nel momento in cui qualcuno mi chiedesse di giustificare il mio giudizio io non potrei farlo ricorrendo ad un giudizio universale astratto di bellezza .

Quando usiamo l'aggettivo intersoggettivo rimandiamo al sensus communis (della bellezza) relativo al piacere della bellezza e solo a queste condizioni (di pensare intersoggettivamente) il gusto può fare riferimento all'assenso. Nel momento in cui Kant si pone il problema del gusto, se lo pone in termini intermedi tra preferenza soggettiva e verità oggettiva ; non posso provare (dimostrare che sia giusto) il mio giudizio estetico però posso difenderlo (attraverso l'intersoggettività), argomento a suo favore sulla base del senso comune della bellezza, siamo quindi fuori  dalla logica dimostrativa.

C'è un'ambiguità nel modo kantiano di rendere conto del gusto, egli ha due modi diversi (che sono compresenti nel suo lavoro sul giudizio) per difendere il gusto :


sembra difenderlo su basi cognitive imputo l'assenso a)

o su basi comunicative verifico l'assenso b)


a)      imputo l'assenso : io attribuisco agli altri di condividere il giudizio che sto emettendo immaginando le loro risposte possibili mettendomi al loro posto col pensiero, immagino come gli altri potrebbero reagire al mio giudizio di bellezza ; in sostanza mi immagino che gli altri potranno condividere ciò che dico (partendo dalla natura che tutti gli altri condividono) imputare è assicurarsi il giudizio,

b)      verifico l'assenso : vuol dire che io metto in discussione il mio giudizio e verifico nella comunicazione il grado di accettabilità che il mio giudizio può avere o meno,


La cosa interessante del rapporto di Arendt con Kant è che lei sembra non cogliere questa ambiguità: imputare agli altri un assenso non significa comunicare con gli altri per verificarlo ( viaggio con l'immaginazione), il SC ci porta a giudicare tutta la bellezza nello stesso modo e anzi sembra escludere radicalmente che Kant utilizzi la difesa cognitiva; di nuovo vediamo che Arendt pieghi Kant per i suoi scopi, lo porta dove lei vuole arrivare, esclude che Kant parli dell'uomo e della donna come esseri cognitivi, cancella questa difesa kantiana del gusto e sceglie di presentarla esclusivamente nei termini della comunicabilità; ma questo fatto sminuisce la sua creatività, attribuisce al maestro molte delle sue invenzioni, originalità .

Attribuendo a Kant la difesa del gusto solamente in termini di comunicabilità, si compie un passaggio ; abbiamo detto che Kant per uscire dalla trappola del gusto utilizza il concetto dell'intersoggettività, Arendt non ama affatto questo termine e lo sostituisce con pubblicità , nel mostrare in che senso il giudizio può essere un giudizio pubblico .

Facendo questo tipo di cambiamento, già Arendt ci mostra quanto ritenga significativo per la filosofia politica il discorso kantiano sul gusto, ci stiamo occupando di come il giudizio estetico possa diventare un giudizio politico.

Non soltanto Arendt traduce l'intersoggettività kantiana in pubblicità ma per lei il queste lezioni pubblico significa ciò che è soggetto a disputa, ciò su cui si discute, confronto di punti di vista in contrasto. NB   non confondere pluralità con pluralismo !


Pluralità : per Arendt vuol dire che ciascuno di noi è portatore di una prospettiva singolare sul mondo e potenzialmente divergente (è la mia e io sono unico), ciascuno di noi è un individuo singolare, irripetibile, dissimile da chiunque altro che sia nato prima o dopo di noi.


Pubblico : non vuol dire consensuale ma piuttosto soggetto alla discussione


spazio pubblico : il mondo può essere guardato da prospettive divergenti.


Procedendo su questa linea (difesa comunicativa del gusto) e interpretando intersoggettività come pubblicità, essa è definita come la verifica che viene dal contatto col pensiero degli altri ; va detto che Arendt si allontana significativamente da queste due pretese ( a, b), lei ritiene che il giudizio debba prevedere il contatto con le prospettive degli altri (non posso imputare l'assenso). Dove Arendt non è d'accordo con la difesa comunicativa ? ( o basata sulla comunicabilità) ; il contatto o la verifica che facciamo mettendo in tensione la nostra prospettiva con quella degli altri non deve essere condotto come se ci aspettassimo l'assenso degli altri o lavorassimo per ottenerlo, quello che guida il confronto non deve essere una ossessione consensualista , se così fosse l'unanimità sarebbe per Arendt l'esito improbabile e indesiderabile di una teoria del conflitto sul gusto (e lei quando guarda al gusto sta pensando alla politica, Arendt politicizza il gusto di Kant chiamandolo pubblico nel suo senso del termine, vale a dire un'interpretazione che è messa alla prova da prospettive divergenti).

Si evidenzia un secondo distacco da Kant nel lavoro della Arendt in particolare nella traduzione del termine allgemein che generalmente viene tradotto con generale , lei prende per buono il significato idiomatico del termine che sta a significare credenza diffusa più che verità universale. Attribuendo al giudizio il carattere di generalità e non di universalità ,Arendt ci segnala l'idea che non sia possibile in qualche modo dare un giudizio esterno dal contesto nel quale si giudica, per lei il giudizio è sempre dotato di una validità specifica.

A differenza del pensiero logico il giudizio richiede la presenza degli altri (nel giudizio noi creiamo uno spazio pubblico universale), il giudizio richiede una presenza (sia pure virtuale o potenziale) di punti di vista e prospettive diverse dalla mia ,con l'immaginazione anticipo queste prospettive.

Mentalità allargata : la mia prospettiva si allarga per far posto a prospettive altre, diverse, divergenti ; il giudizio per Arendt non può essere universale, ma è generale rispetto alle prospettive che ho preso in considerazione, proprio perché non è aprioristico.

Nonostante questi allontanamenti da Kant, Arendt attribuisce a lui questa innovazione e non a sé stessa e sostiene di aver imparato quello che sta sostenendo soprattutto dal concetto di SC Kantiano. Ma SC per Arendt rappresenta qualcosa di molto diverso e ha anche opinioni divergenti in merito al pensiero rappresentativo, Kant lo intende come capacità di staccarsi dalla propria situazione contingente per pensare come chiunque altro, Arendt invece intende la capacità di rappresentare prospettive multiple nella propria mente creando uno spazio pubblico mentale; capacità di pensare simultaneamente a partire da prospettive differenti e plurali, ciò ci rende capaci di mentalità allargata.

Il punto di vista di Arendt è inclusivo perché registra i dettagli e i particolari ; lo scopo che si era proposta era ragionare sul modo in cui si era scelto di usare l'immaginazione per tener conto delle prospettive degli altri : visitare : 1. La sua prospettiva intellettuale 2. Le circostanze in cui la persona è immersa.

L'immaginazione filosofica di cui ci parla Kant è diversa da quella narrativa (o visitante) di Arendt, differenza fondamentale : Arendt descrive il pensiero rappresentativo in termini letterari, ci chiede di popolare la nostra immaginazione di un cast di caratteri multipli, il romanzo ci permette di visitare prospettive multiple e divergenti dei caratteri che lo popolano ,nel momento in cui noi giudichiamo siamo soli ma rendiamo gli altri presenti (con l'immaginazione). Quando ragioniamo come spettatori rendiamo presenti gli altri con l'immaginazione e ci muoviamo fra le prospettive molteplici che sappiamo ricreare non mi limito a immaginare quello che un individuo potrebbe dire ma faccio di più : porto la mia immaginazione a visitare la sua prospettiva e le circostanze in cui si trova : VISITING imagination è l'idea che marca la distanza tra l'immaginazione filosofica e narrativa.

Questa idea della visita descrive il lavoro che l'immaginazione deve fare quando si pone il problema del giudizio ; Kant l'immaginazione stabilisce la distanza critica , mi distacco dalle mie contingenze, faccio un passo indietro, cerco di assimilare una prospettiva più generale rispetto a quella che avrei se restassi nelle mie contingenze; per Arendt questa funzione dell'immaginazione è solo un aspetto : ma se non basta distaccarsi che cosa ci vuole in più ? Non basta prendere le distanze, vanno anche colmate, non basta aprire spazi, bisogna anche costruire ponti, devo essere capace di rendere presenti le prospettive degli altri per poterle visitare, devo avvicinarle. Solo l'immaginazione è capace di quello che conosciamo come mettere le cose nella loro propria distanza e che significa che dobbiamo essere abbastanza forti per allontanare le cose vicine per valutare senza pregiudizio e abbastanza forti da gettare ponti per avvicinare le cose che sono troppo lontane.

Il lavoro dell'immaginazione è mettere le cose nella giusta distanza il che significa :


allontanare le cose che sono troppo vicine

avvicinare le cose che sono troppo lontane


lo scopo è di rendermi capace di giudicare, l'immaginazione fa un doppio lavoro, allontana è rappresentativa e avvicina rende presenti le prospettive che devo visitare.

Abbiamo parlato di creare distanza, di immaginazione rappresentativa (orientata a creare distanza), mi distacca dalla immediatezza del presente in cui non c'è né tempo e né spazio per fermarsi a pensare; mi porta anche a fare un passo indietro rispetto ai miei interessi particolari che mi fanno percepire una situazione solo nei suoi effetti che non su di me.

L'immaginazione rappresentativa è una forma di ritiro limitato che rende il presente meno urgente e che mi allontana da ciò che mi è più familiare; mi rende capace di vedere come estraneo ciò che mi è familiare.

Vediamo ora il secondo lavoro che fa l'immaginazione, l'immaginazione VISITANTE : copre le distanze tra noi e quello che ci è estraneo, e quello che ci è famigliare avvicinandolo come se fosse qualcosa che ci riguarda. VISITING è l'attività dell'immaginazione nel giudizio ,implica costruire la storia di un evento da ciascuna delle pluralità di prospettive che potrebbero raccontare quell'evento; immaginare come io risponderei se fossi personaggio in una storia differente dalla mia, l'immaginazione visitante diventa GENERALE tramite l'attraversamento del particolare. Per capire cosa vuol dire visitare, dobbiamo vedere come il visiting può essere distinto da due nozioni


VISITA


TURISMO EMPATIA


Turismo: richiama la generalità astratta del resoconto kantiano del gusto, l'idea di Kant è di preservare una distanza spettatoriale che il turista mantiene quando visita luoghi diversi da quelli in cui vive


Empatia : è l'atteggiamento del giudice empatico, è assimilazionista, mimetico, è il diventare funzionali con le circostanze, col luogo, mimetizzarsi.


Che cosa ti chiede di fare la posizione del giudice in visita (visiting imagination)? Devi posizionare te stesso come te stesso ,non puoi né stare fuori, né assimilarti, devi cercare di pensare dove non sono, non posso avere né il conforto dell'estraneità né il conforto del mimetismo.









































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