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DOPO LA RIVOLUZIONE (1790 - 1848) - "RIFLESSIONI SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE" DI BURKE

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DOPO LA RIVOLUZIONE (1790 - 1848)


CAPITOLO 1

"RIFLESSIONI SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE" DI BURKE


Ogni anno, in Inghilterra, il 4 novembre, giorno anniversario dello sbarco di Guglielmo d'Orange, avvenuto nel 1688, una Società della Rivoluzione aveva l'abitudine di riunirsi per un sermone commemorativo. Il 4 novembre 1789 il dottor Price espresse nel suo sermone la sua gioia per i progressi che la causa della libertà aveva realizzato grazie alla Francia. Burke si adirò per aver appreso che la rivoluzione del 1688, così perfettamente inglese e rispettabile, era stata messa dal dottor Price sullo stesso piano della rivoluzione francese, così astratta, perversa ed atea, e si g 232b17c ettò nella scritture delle "Riflessioni sulla rivoluzione francese".

In verità aveva solo intenzione di scrivere una lettera di denuncia, ma alla fine ne è scaturito un volume che comunque non risente di questa appassionata iniziale improvvisazione. La mancanza di uno schema premeditato salta comunque agli occhi: per esempio, non ci sono titoli nell'opera.



Nell'argomentazione virulenta e torrenziale di Burke si possono fissare tre categorie:

  • orrore dell'astratto: Burke si rifiuta di discutere astrattamente, al di fuori delle circostanze di tempo, luogo e persona; in conseguenza la nozione astratta ed assoluta dei diritti dell'uomo risulta erronea. Inoltre il carattere impersonale delle istituzioni è anch'esso erroneo. Ed erronea, infine, è anche la ipotizzata semplicità pseudo-geometrica delle istituzioni;
  • ritorsione del concetto di natura: per Burke naturale non è ciò che vale per tutti gli uomini, né ciò che appartiene per essenza alla natura umana. Naturale è ciò che ci è rivelato dalla storia, dall'esperienza storica, dall'abitudine creata dalla storia. Gli uomini non devono immischiarsi. E' una concezione conservatrice, che santifica l'eredità ed i pregiudizi e che risulta inorridita dalla prospettiva della "tabula rasa" (il paese non può essere una carta bianca su cui scarabocchiare a piacere: sono necessarie la propensione a conservare ed il talento di migliorare);
  • ragione generale (o ragione politica): Burke non nega la ragione individuale, ma le accorda poca efficacia; molto meglio trarre vantaggio dai pregiudizi generali, eredità degli antenati. La ragione generale, frutto della lunga accumulazione delle esperienze dei morti che ci hanno preceduto, ha naturalmente la meglio sulla ragione completamente astratta.

Il successo del libro fu prodigioso.


CAPITOLO 2

"DISCORSI ALLA NAZIONE TEDESCA" DI FICHTE


Fichte, dopo la guerra del 1805 tra Napoleone e la Prussia, fuggì da Berlino e dall'occupazione francese, e si mise a studiare Machiavelli. Tornò nella capitale prussiana ancora occupata nell'agosto del 1807 ed avviò un lotta patriottica molto pericolosa: il prestigio di Napoleone aveva ormai spazzato via in molti vinti la fierezza nazionale. Ma le autorità occupanti non prestarono molta attenzione alle lezioni pubbliche sul miglioramento dell'educazione tenute nell'anfiteatro dell'accademia di Berlino dal celebre professore tedesco Fichte.

Secondo Fiche, il mondo nuovo da cui sarebbe derivata la salvezza per la nazione tedesca doveva proprio nascere dalla trasformazione totale del sistema educativo fino ad allora in vigore. Mentre l'educazione antica era riservata ad una infima minoranza e guidava il bambino soltanto con la speranza o il timore di risultati materiali, la nuova educazione si doveva indirizzare alla maggioranza del popolo e doveva sviluppare nell'allievo l'attività dello spirito creativo, le attitudini corporali e l'abilità nei lavori manuali. Per fare ciò i bambini avrebbero dovuto formare una comunità autonoma, senza contatto con la società degli adulti. Solo lo Stato poteva mettere in pratica questo nuovo piano di educazione attiva e vincere le resistenze dei genitori, soprattutto all'inizio. Erano necessarie immense risorse, naturalmente, ma quale investimento poteva essere più vantaggioso di questo?

Secondo Fichte, solo il tedesco era adatto a ricevere la nuova educazione, per un misterioso "carattere fondamentale": essendo rimasto nella residenza primitiva delle tribù germaniche che hanno conquistato l'Europa romanizzata, aveva mantenuto la sua lingua primitiva. Gli altri popoli non avevano invece una lingua madre. Nel popolo la cui lingua è viva, la cultura intellettuale penetra la vita intera. Quindi il popolo tedesco era suscettibile di cultura e solo il popolo tedesco aveva saputo conciliare religione e filosofia. Per questo Fichte si scagliava contro la xenomania dei suoi compatrioti, quell'assurda mania di imitare lo straniero. Solo il tedesco era in grado di provare per la sua nazione un amore vero e conforme alla ragione (il patriottismo).

Fichte si rivolgeva ai suoi studenti, ma indirettamente si rivolgeva a tutta la nazione tedesca.

Nonostante i molti timori delle autorità prussiane nell'accordare il visto di censura necessario alla pubblicazione delle arringhe del professore Fiche, il pubblico rispose con il silenzio ai suoi galvanizzanti proclami.


CAPITOLO 3



"LA DEMOCRAZIA IN AMERICA" DI TOCQUEVILLE


Alexis de Tocqueville, magistrato francese, sbarcò a New York il 10 maggio 1831: aveva ricevuto dal governo una missione di studio attinente al regime penitenziario americano. Ma in realtà Tocqueville cercava un nuovo campo di osservazione per verificare le sue idee circa il destino delle società europee, ed i giovani Stati Uniti gli sembrarono perfetti. In fase di produzione dell'opera cercò di limitarsi ai soli argomenti che avessero un rapporto con la situazione francese: ne scaturì "La Democrazia in America". Dopo un anno di soggiorno in America e due anni di lavoro, nel 1835 apparvero i primi due volumi ed ebbero immenso successo anche fuori dalla Francia.

Tocqueville nell'introduzione si dice colpito dall'eguaglianza delle condizioni che ha percepito negli Stati Uniti: una sorta di legge di livellamento voluta da Dio aveva agito in profitto dell'eguaglianza ed a detrimento del privilegio di nascita. La società aristocratica di ieri, fondata su disuguaglianza e gerarchia, è morta; la società democratica di oggi potrebbe procurare agli uomini una felicità molto maggiore se lo stato egualitario fosse regolato e incanalato dalla legge. Ma in realtà la democrazia è stata abbandonata ai suoi istinti selvaggi e non si è fatto niente per correggerne i vizi.

Visto che negli Stati Uniti la rivoluzione democratica ha raggiunto il suo sviluppo più completo, la Francia ha tutto l'interesse, secondo Tocqueville, a conoscere la via che hanno seguito gli americani per arrivare alla loro condizione attuale.

Tocqueville era un uomo superiore ed aveva il dono della lucidità, la quale porta facilmente allo scetticismo ed al pessimismo, ma per lui non fu così.

Gli Stati Uniti forniscono nel 1830 il tipo più affascinante di assetto sociale egualitario; in seno all'uniformità generale il più piccolo privilegio risulta irritante. La passione per l'eguaglianza può spingere gli uomini a voler essere tutti forti e stimati oppure i deboli a voler attirare i forti al loro livello. Eguaglianza sociale conduce all'eguaglianza politica, ossia la sovranità di tutti oppure il potere assoluto di un individuo su tutti. Gli americani hanno fondato la sovranità del popolo: è il potere assoluto della maggioranza.

L'uomo egualitario è portato a riconoscere l'infallibilità della massa e tende  a rivolgere i suoi sentimenti verso di sé (individualismo) e ad isolarsi dai suoi simili, ritirandosi in disparte con famiglia e amici. Oltre ad essere un male morale, l'individualismo è anche un male politico ed un male sociale: è la ruggine della società. L'individualismo può far sì che una nazione cada nell'anarchia o nel dispotismo. Nel primo caso, in cui Tocqueville però non crede molto, gli uomini isolati, quando il Potere viene meno, tirano ognuno dal suo verso e si arriva all'anarchia. Nel secondo caso invece i popoli si lasciano trascinare verso la servitù e si arriva al dispotismo. Nelle società democratiche non vi sono le nozioni di corpi intermedi propri delle società aristocratiche: vi è solo un potere unico e centrale e tra stato ed individuo non c'è nessuno.

Gli uomini egualitari hanno la tendenza a devolvere diritti sempre maggiori al potere centrale (per dedicarsi ai propri affari privati) ed amano far sentire al suo vicino il comune stato di dipendenza dallo stesso padrone. Anche le guerre (e le altre cause particolari o accidentali) accrescono i poteri attribuiti allo Stato: la centralizzazione è la cosa che fa più inorridire Tocqueville. Ma per fortuna l'esempio americano mostra i possibili rimedi a questo rischio. Il rimedio più efficace è la libertà politica; la società di uomini egualitari sarà sempre più forte dell'individuo, su questo non c'è nulla da fare, ma gli americani hanno dimostrato che si può comunque stabilire un governo libero. Quale? Tocqueville esclude l'idea dei governi misti, in cui la sovranità è divisa, e pensa alle istituzioni libere, quelle che obbligano i cittadini a dimenticare gli affari personali per occuparsi degli affari pubblici:

  • le libertà locali: la decentralizzazione amministrativa, le istituzioni provinciali o municipali, che danno vita ad una politica legata alle realtà specifiche territoriali (l'uomo è molto più interessato alle vicende relative al quartiere in cui vive che non al proprio Stato);
  • le associazioni: negli Stati Uniti sono numerosissime e vedono uomini unirsi per lottare contro i mali e le difficoltà della vita; da soli, in democrazia, non si vale niente;

la religione: negli Stati Uniti Tocqueville vide spirito liberale e spirito religioso intimamente uniti. Ma la religione è separata dallo Stato: si rivolge alle anime, non ai cittadini.






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