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I CONTRORIVOLUZIONARI - LA RAZIONALITÀ PROFONDA DELLA STORIA: EDMUND BURKE (1729 - 1797)

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I CONTRORIVOLUZIONARI


La discontinuità introdotta violentemente nella storia dalla Rivoluzione Francese (discontinuità forse più presunta che reale, troppo mitizzata, ma almeno in parte innegabile) suscita ovviamente delle reazioni. Reazioni di fatto, che si sostanziano in manovre controrivoluzionarie e in sollevamenti, e, soprattutto a cose concluse, reazioni teoriche sul piano della riflessione politica. Coloro, che restano più attaccati alla società, ai diritti acquisiti, alla realtà politica, alle idee dominanti, dell' ancien régime, prendono posizione contro la Rivoluzione in nome della continuità storica, in nome della religione, in nome del diritto divino dei re.

E. Burke è il primo pensatore che prende precocemente posizione contro la Rivoluzione Francese e la sua posizione si basa sulla rivalutazione della tradizione e sull'importanza che bisogna attribuire alla saggezza e alla razionalità profonda della storia.

In chiave metafisica e religiosa è argomentato invece il reazionarismo di De Maistre e di De Bonald.






LA RAZIONALITÀ PROFONDA DELLA STORIA: EDMUND BURKE (1729 - 1797)


Lo scoppio della Rivoluzione Francese aveva suscitato in Inghilterra numerose espressioni di simpatia e di consenso e aveva portato alla costituzione di associazioni filofrancesi. Tuttavia il primo autorevole personaggio a prender posizione contro la Rivoluzione e ad argomentare le sue critiche in modo tale da impostare i capisaldi del filone controrivoluzionario è proprio un politico inglese, Edmund Burke, che, per di più, era un noto esponente dei whigs, il partito affermatosi con la Gloriosa Rivoluzione del 1688.

Nei decenni precedenti Burke si era distinto per le sue lotte in favore dell'indipendenza delle colonie americane e si era battuto contro il controllo della monarchia sul parlamento e contro lo strapotere della Compagnia delle Indie. E' ben vero che si era anche opposto alla riforma del parlamento e che l'eredità politica dei whigs nel corso del Settecento si era logorata, ma la sua decisa presa di posizione, resa pubblica con le Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, non mancò di stupire.

Le Riflessioni, date alle stampe nel 1790, da una parte negavano la tesi dell'affinità tra la Rivoluzione Francese e quella inglese del 1688, dall'altra criticavano puntigliosamente e polemicamente tutti i provvedimenti presi dall'Assemblea Nazionale oltre che lo spirito generale, che animava le vicende francesi.

Secondo Burke gli inglesi, rovesciando la dinastia degli Stuart, non avevano fatto che tornare alle loro tradizioni; erano gli Stuart che avevano rotto con il passato tentando di imporre un potere assoluto, la loro rivoluzione era stata essenzialmente conservatrice: "tutte le riforme che abbiamo fatte procedono dal principio del riferimento all'antichità. La stessa Magna Carta non fa che richiamarsi a una più antica consuetudine. Noi abbiamo, così, una Corona ereditaria, un Peerage ereditario, una Camera dei Comuni e un popolo che hanno ereditato privilegi, franchige e libertà da una lunga serie di antenati" ( ). Al contrario i francesi hanno proceduto alla distruzione di istituzioni, di organismi, di rapporti, che si erano formati nel corso dei secoli, per sostituirli con creazioni nuove, intellettualistiche, studiate a tavolino, ispirate a principi astratti, che erroneamente sono considerati come i più alti punti di riferimento dell'agire politico ed umano.

Burke non giunge a negare ogni valore ai diritti di natura. Quello che ritiene necessario precisare è che nella loro astratta purezza i diritti di natura sono punti di riferimento particolarmente elevati, ma che, una volta considerati nell'ambito concreto della realtà umana, essi perdono la loro semplicità e la loro linearità e non possono non entrare nel gioco complesso dei costumi, delle stratificazioni, delle consequenzialità, dei rapporti consolidati, che caratterizzano la vita di ciascun paese. Similmente si può anche pensare alla società fondata da un contratto, ma la vita collettiva richiede molto di più di un atto di volontà degli individui: essa è fatta di senso di appartenenza, di dedizione, di fedeltà, di spirito di sacrificio; si radica nel passato attraverso le tradizioni, il diritto consuetudinario, le istituzioni secolari; implica differenze di attitudini, di risorse, di posizioni sociali, come implica privilegi, subordinazione, adattamento all'opera comune.

L' idea di libertà dei francesi non ha il sostegno di una pratica storica alle sue spalle e, per i rivoluzionari, funziona come eccitante, più che come criterio di fondazione di una nuova realtà. Ugualmente l'idea di eguaglianza è in grado di alimentare la rivolta e la distruzione, ma non può ispirare rapporti sociali stabili e durevoli. Il vertice dell'astrazione è costituito dalla categoria del "cittadino", che scarta tutte le caratteristiche concrete, che contraddistinguono gli uomini nel loro essere storicamente viventi e partecipi delle comunità cui appartengono, ed è il punto di leva per una visione livellatrice e innaturale della società. L'epoca, che s'ispira a questi concetti, non può annunciarsi che all'insegna della perdita della qualità e del trionfo del numero; epoca, dunque, degli economisti e dei ragionieri, priva degli slanci, delle raffinatezze, delle sensibilità più eccelse, condotta all'insegna del numero, della semplicità geometrica delle istituzioni, della volontà delle maggioranze e delle formule democratiche più insostenibili e avvilenti.

Al fondo della violenta ed ampia requisitoria di Burke stanno due convinzioni essenziali, quella della storia, come matrice di razionalità, e quella della società, come grande comunità organica.



Raccogliendo i contributi di generazioni e generazioni, la storia, con la continuità di un lavorio lento e incessante, attraverso i suoi adattamenti cauti e ben sedimentati, è il deposito di una saggezza plurisecolare, così ricca e concretamente maturata, che al suo confronto i principi partoriti dalle menti umane sono del tutto risibili. Su questa base il concetto di natura, così caro agli illuministi, subisce una torsione: è naturale ciò che risulta come il portato di un lungo processo storico. La natura, così intesa, santifica le istituzioni, secondo il criterio della prescrizione acquisitiva: "la nostra costituzione è una costituzione prescrittiva: è una costituzione la cui sola autorità consiste nel fatto che essa esiste da tempo immemorabile ... la prescrizione è il più solido di tutti i titoli". Essa santifica ugualmente la common law, prodotto della giurisprudenza e della tradizione (contro il primato della legge e le richieste di codificazione); santifica i diritti, le franchigie, le libertà inglesi, prodotte da una lunga esperienza storica; santifica anche i pregiudizi e i privilegi, perché si sono formati nel corso del tempo. La razionalità profonda delle cose si trova in ciò che la storia ha tesaurizzato ed elaborato pazientemente a tanti livelli, non nelle riflessioni individuali, pur pensate da menti filosofiche.

Per Burke vale, dunque, la conservazione rispettosa del passato; ma la conservazione non impedisce l'adattamento cauto a ciò che diviene. "Le innovazioni non sono ... escluse, ma devono essere quelle che il corso storico suggerisce" ( ). Così si spiega l'apparente contraddizione tra il sostegno alla rivoluzione delle colonie americane e le dure critiche alla Rivoluzione Francese: nel primo caso i tempi erano maturi e il distacco dalla madre patria si inseriva in un processo inarrestabile, mentre in Francia ci si era affidati all'improvvisazione e all'astrattezza dei puri principi.

Per quanto riguarda, poi, la società, essa costituisce un insieme organico, in cui ciascuno ha il suo posto, in cui i rapporti si estendono gradualmente dalla famiglia al vicinato e dal paese alla nazione, in cui gli strati si sovrappongono e in cui i ceti più elevati formano un'aristocrazia naturale e producono gli uomini più adatti (per nascita e per educazione) a rivestire i posti di pubblica responsabilità. In questa comunità, che si forma lentamente col concorso delle generazioni che si succedono, che si è data norme e istituzioni, che abbraccia il proprio passato e si protende verso il futuro delle generazioni a venire, una visione individualistica dell'uomo non ha senso; i privilegi, le ineguaglianze, il riconoscimento della propria condizione (anche quando questa è infima), l'adesione ai doveri da essa imposti, la lealtà, il rispetto dell'autorità, rientrano nell'economia gigantesca di questo complesso organico, che, per Burke, deve essere oggetto di una riverenza quasi religiosa.

La religione con le sue credenze e con i suoi riti non fa che rinsaldare i legami della società e dello stato. Ma per Burke la stessa storia, la stessa compagine politico-sociale, devono essere oggetti di un rispetto di tipo religioso, perché sono il deposito di una saggezza collettiva, che tende a confondersi con un vero e proprio ordine provvidenziale.

Con questo siamo vicini allo Spirito hegeliano, immanente nella storia. Il contributo di Burke allo storicismo è certamente meno filosofico di quello approntato dal pensatore tedesco, ma, in un clima ancora permeato dalla cultura illuministica, si distingue per il suo carattere nettamente tradizionalista: contro ogni volontà riformatrice o rivoluzionaria la continuità storica prevale decisamente sulla discontinuità, mentre le macrodimensioni hanno la meglio sull'individuo.



) E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, in Scritti politici, Torino, UTET, 1963, p. 192.

) F. Valentini, Il pensiero politico contemporaneo, Bari, Laterza, 1979, p. 58.






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