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LUCIO VILLARI - "L'insonnia del 900"

politica




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LUCIO VILLARI


"L'insonnia del 900"


Il libro si svolge in dieci conversazioni, come un viaggio tra avvenimenti, idee, sconfitte e vittorie  che hanno reso il 900 l'epoca in cui l'ideologia più grande è stata la modernità. A seconda del tema della conversazione l'autore si richiama ai personaggi più rappresentativi degli avvenimenti in questione.

Karl Popper: il concetto che Villari rievoca attraverso il filosofo austriaco è quello della probabilità. Popper immagina il futuro per gli uomini e comunica che nulla è infallibile, nemmeno la scienza. Si fa strada un interrogativo: la tecnologia soddisfa il desiderio di conoscenza degli uomini? Siamo superiori perché deteniamo più strumenti? Popper dichiara che in nostro modo di vivere è il più giusto anche se il modo di arrivarci è passato attraverso guerre, lotte, rivoluzioni. Secondo Popper il problema è il nostro modo di vivere in questo mondo 757j96h giusto. Popper parla di libertà individuale irresponsabile, esaltata dai mezzi di comunicazione di massa. Ma senza responsabilità non è dato d'essere liberi. E' nella vita del 900 che sorge "il grande equivoco", nel fondare la libertà sull'individualismo, sui valori dell'industrialismo senza limiti.




Seconda rivoluzione industriale: ci troviamo nell'Europa centro-occidentale e negli stati uniti negli anni 80-90 dell'ottocento, quando macchine nuove insieme a nuove sperimentazioni, innovative fonti di energia (elettricità, petrolio, chimica) determinano la sovranità della tecnica sull'uomo, ne assume il controllo: la natura tende a scomparire nell'artificio. La natura non è più la madre del mondo, ma figlia dell'artificio, con esso si fonde. Già il matematico D'Alambert nel 700 indicava la natura come l'insieme delle cose create da Dio e dagli uomini.

Fascino dell'artificio: le enormi trasformazioni apportate dalla tecnica suscitano un grande fascino, fino a determinare un mutamento mentale negli uomini. Basti pensare alla prima calcolatrice (macchina pensante), alla nascita del Cinema, che sempre con l'artificio riproduce il movimento: è il dominio del tempo, dell'idea, dell'immagine nello spazio. Da qui si sviluppano le altre riflessioni del Villari, rifacendosi a figure-testimoni, quali:

Benjamin: scrittore ebreo, suicida davanti al dramma della seconda guerra mondiale; temeva che le forme dell'artificio divenissero autonome e incontrollabili al punto da riuscire a sopraffare l'uomo.

Moravia in "paura del benessere" lo scrittore sostiene che l'uomo dovrebbe aver paura della propria immaturità di fronte all'esperienza ancora relativamente giovane della rivoluzione industriale. L'immaturità di cui parla Moravia è dovuta al mutamento rapido di ciò che circonda l'uomo. Le condizioni di vita, lo stesso modo di parlare, desiderare, pensare, cambiano troppo in fretta per uomini abituati a condizioni stabili, definitive.


L'europeismo tecnologico ha permesso l'esistenza di un'epoca di equilibrio, conferendo un respiro di novità, di ricerca e di sviluppo ai rapporti politici. Perché si giunge allora al suicidio europeo della guerra? Villari ci fornisce la risposta in quello che lui chiama "il nodo irrisolto" dell'Europa, che era insito nello stesso equilibrio europeo, reso tale dall'avanzato sistema economico che lui stesso chiama il sistema coloniale.Gli anni della 2^ rivoluzione industriale sono gli stessi della corsa alle colonie; ogni paese che si stava espandendo sentiva di essere legittimato a questa rincorsa verso materie prime e risorse.


Altro tema importante sviluppato dal Villari è quello relativo allo spirito borghese e l'ideologia del capitalismo. Le trasformazioni apportate dalla scienza e dalla tecnica hanno dato nuova consistenza al modo di produzione capitalistico. Di conseguenza si assiste ad una omogeneizzazione e maggiore organizzazione di quel ceto dirigente che era la borghesia. Villari riporta le testimonianze di "borghesi" che non si potevano certo dire rappresentati dal finanziere o dal capitano d'industria.

A de Toqueville (liberal-borghese dell'ottocento):  in "La democrazia in america" segnala come un pericolo,la nuova classe industriale che si delinea sempre più come un'aristocrazia e che si configura come una delle più dure apparse sulla terra.

O. Wilde: nel 1891 in "L'anima dell'uomo sotto il socialismo" fa alcune riflessioni sulle inquietanti certezze dell'industrialismo capitalistico. Lo scrittore scorge l'assoluta necessità di una tecnica al servizio dell'uomo e non viceversa.

Veblen: testimone dei primi del 900 trova nella realtà statunitense i timori di Toqueville. Veblen si concentra sulla realtà degli uomini di affari, sui finanzieri in particolare, che operano con il denaro e la speculazione. Rileverà il carattere parassitario di questo capitalismo finanziario riconoscendo l'unico valore nel contributo alla circolazione della ricchezza.



Sombart: storico, nel saggio "il borghese" del 1913 sintetizza bene questo fenomeno osservando come l'uomo sia sempre meno al centro della valutazione economica.


Tra i cultori critici della borghesia, Villari fa riferimento a:

Georg Simmel: individua nella modernizzazione e nel capitalismo la conversione dell'individuo da soggetto attivo nella realtà a oggetto. In ciò riconosce una certa colpevolezza alla borghesia fautrice di un irresponsabile sviluppo tecnologico senza limiti.


Un personaggio che cerca antidoti e risposte ai timori che percorrevano il 900, Villari cita:

F. Taylor: la sua teoria relativa all'organizzazione scientifica del lavoro cerca di risolvere il dramma oggetto-soggetto, uomo-macchina stabilendo una connessione tra queste due realtà per far si che la macchina non possa sopraffare l'intelligenza umana. La macchina diviene il prolungamento dell 'intelligenza e sensibilità dell'uomo.


Accanto alla diffusa autocritica della borghesia c'è stat una autocritica del capitalismo e Villari individua in Rathenau uno dei suoi primi esponenti.

Walther Rathenau: cercò di far strada al principio per cui la politica doveva guidare l'economia e non il contrario. Lo Stato doveva avere un ruolo di coordinamento e intervenire realmente. Mirava ad una rigenerazione del sistema economico attraverso il controllo pubblico e politico. Una sorta di "socialismo del capitale". Il suo sogno si consumò nella tragedia individuale dell'assassinio da parte dei nazionalfascisti.


Il suicidio dell'Europa - mito nuovo della guerra

Il bisogno di andare oltre ciò che si era conosciuto non bastava più; alla volontà di potenza semplicemente economica si aggiungeva quella di potenza collettiva. E ciò era possibile legando insieme cultura e guerra. La guerra si connota di una "purezza" che permette di realizzare qualsiasi cosa. Concetti come libertà, civiltà, patria divennero le armi per eliminare ogni forma di obiezione intellettuale alla guerra e manipolare le coscienze delle masse. Villari cita Junger.

Junger: ebbe una visione intellettuale della guerra . In Junger la guerra diventa addirittura dato pedagogico, egli dirà in " Battaglia come esperienza interiore che "la guerra è una grande scuola, l'uomo nuovo sarà del nostro stampo". Una visione apocalittica dello stato di guerra permanente nella società umana.


L'argomento che segue al "suicidio dell'Europa" è "la scoperta e il rifiuto della democrazia". Villari si chiede com'è potuto accadere che un ventennio (1919-1939) sia stato per l'Europa non un periodo di ripensamento ma fucina di nuovi futuri drammi? Quel ventennio era stato l'epoca della scoperta di una nuova forma di ordinamento della collettività: la democrazia, sorta proprio in Germania con la repubblica di Weimar. Ciò che si opponeva all'esistente democrazia di Weimar era la presenza di movimenti quali i nazionalisti, degli esponenti del capitalismo finanziario, delle banche. E' negli anni venti che la fame e la crisi si affacciano sull'orizzonte economico e sociale con l'inflazione. Uomo chiave del capitalismo tedesco è il banchiere Schacht.






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