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La costituzione dello Stato cecoslovacco - La proclamazione dell'indipendenza cecoslovacca

politica




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La costituzione dello Stato cecoslovacco




3.1 La proclamazione dell'indipendenza cecoslovacca


Nel mese di ottobre 1918 si assisté agli ultimi tentativi del governo asburgico di limitare i danni di una situazione che oramai stava sfuggendo al suo controllo. Il 4 ottobre Buriàn chiese per l'Austria e per i suoi alleati un armistizio basato sui principi dei "14 punti" e dei discorsi di Wilson i quali prospettavano concessioni in senso autonomistico che avrebbero salvato l'esistenza della Monarchia. La risposta di Wilson fu che, alla luce dei progressi compiuti dai movimenti nazionali, non era più pensabile che il governo austriaco potesse essere considerato qualificato a trattare per conto dei popoli soggetti; egli d'altronde con il discorso del 27 settembre 1918 aveva dimostrato questo suo convincimento, dichiarando di accettare ed appoggiare la piena realizzazione delle rivendicazioni estreme delle nazionalità che le avevano manifestate inequivocabilmente .



Nel Manifesto imperiale del 16 ottobre, Carlo propose alle popolazioni un progetto che prevedeva la costituzione di quattro Stati autonomi federati, uno tedesco, uno boemo, uno ucraino e uno jugoslavo. Anche in questo caso la tardiva offerta venne respinta dai cechi e dagli jugoslavi, che confidavano che i loro problemi sarebbero stati discussi in un consesso internazionale alla Conferenza della pace[3].

Il Parlamento fu il teatro della solenne dichiarazione dell'Unione Parlamentare Ceca che, il 20 ottobre proclamò di rompere definitivamente il legame di sudditanza con l'Austria, riconoscendo come governo della nazione cecoslovacca il Consiglio Nazionale cecoslovacco a Parigi, ormai considerato anche dall'Intesa come il supremo organo della costituenda nazione cecoslovacca.

Il 24 ottobre l'offensiva militare italiana pose l'Austria-Ungheria nella situazione di dover chiedere un armistizio militare immediato, non essendo più in grado di trattare sulle condizioni da applicare. L'Italia, nonostante il grande successo sul campo, grazie al quale aveva sconfitto il suo nemico diretto, garantì ai suoi alleati che avrebbe continuato la guerra contro la Germania, benché non ne avesse interesse[4]. In seguito, durante la conferenza della pace, i delegati italiani potranno recriminare anche che non si era tenuto nella giusta considerazione questo atto, compiuto solo in nome della solidarietà e della fedeltà agli obiettivi di guerra, che aveva anche lo scopo di sconfessare chi riteneva la guerra italiana troppo concentrata sui propri obiettivi territoriali, e poco interessata alle ideologie democratiche che animavano invece uomini quali Wilson.


Il 18 ottobre Boemia, Moravia e Slesia austriaca avevano dichiarato formalmente l'indipendenza della nazione cecoslovacca, in conformità con quanto si erano ripromesse il 6 gennaio. Il ministro degli esteri austriaco, Andrassy, fu costretto ad accettare ufficialmente il passo compiuto dalla nazione boema e a concedere l'autorizzazione ad una delegazione ceca a recarsi in Svizzera, per conferire direttamente con i rappresentanti del governo provvisorio a 555e45f Parigi. Quest'incontro permise ai delegati di ottenere informazioni reciproche sull'attività svolta e fornì l'opportunità di definire all'unanimità i modi in cui sarebbe avvenuta la trasformazione in Stato indipendente, non appena l'Austria-Ungheria avesse capitolato, e le condizioni di armistizio che il Consiglio Nazionale avrebbe richiesto agli Alleati di attuare attraverso il memorandum consegnato pochi giorni dopo al Comando Supremo interalleato da Benes. Il dibattito concerné anche la forma di Stato che la futura Cecoslovacchia avrebbe assunto e, sebbene fosse previsto che la decisione finale venisse presa in seno alla futura Assemblea Nazionale, che si sarebbe riunita di lì a poco, l'idea di costituire una repubblica sembrò l'alternativa preferibile[5]. Venne inoltre stabilito che il Consiglio Nazionale avrebbe continuato ad esercitare i poteri di governo fino a quando l'Assemblea Nazionale non avesse approvato l'ultimo atto del Consiglio: la proclamazione dello Stato cecoslovacco indipendente, che avvenne il 28 ottobre e fu salutata da grandi festeggiamenti popolari a Praga. Lo stesso giorno, il Comitato Nazionale della Boemia, che svolgeva le funzioni di governo ad interim, dato che il governo provvisorio si trovava ancora all'estero, emanò la prima legge dello Stato, nella quale venivano enunciati i criteri che la popolazione e le autorità locali dovevano seguire, per far sì che la transizione tra il vecchio e il nuovo regime avvenisse in modo ordinato e incruento. Si confermavano in vigore, perciò, le leggi sino ad allora vigenti e si invitavano tutte le istituzioni locali, che da quel momento si dovevano considerare sottoposte al Consiglio Nazionale, a svolgere  i propri compiti, secondo quanto prescritto da leggi e regolamenti imperiali. Nella legge-manifesto si precisava inoltre che la forma del nuovo Stato sarebbe stata stabilita in seguito, dall'Assemblea Nazionale d'accordo con il Consiglio a Parigi .

Questi atti erano stati comunicati alle Potenze alleate, che avevano approvato i passi necessari a fondare il nuovo Stato. Il 21 ottobre 1918 Benes aveva comunicato ai governi dell'Intesa la costituzione del governo provvisorio e, con una seconda missiva, aveva chiesto che i Paesi alleati accettassero l'invio di un incaricato d'affari cecoslovacco, cioè un rappresentante ufficiale del nuovo governo[7]. Sonnino comunicò quindi all'Ambasciata italiana a Parigi che il governo italiano prendeva atto della costituzione del governo provvisorio cecoslovacco e lo riconosceva ufficialmente . L'accettazione dell'incaricato d'affari boemo, Leon Borski, pose al ministro degli Esteri la questione dell'opportunità di nominare un rappresentante italiano da inviare presso l'ex Consiglio Nazionale ceco. La sua ritrosia, che si era rivelata deleteria per il prestigio italiano, a compiere passi che ponessero l'Italia "all'avanguardia" tra gli alleati circa le concessioni alle nazionalità che emergevano, lo dissuase da tale misura quando seppe che né Francia né Gran Bretagna avevano preso in considerazione la questione .


Il 31 ottobre, con la dichiarazione di Turčansky Sv. Martin, gli slovacchi si proclamarono indipendenti dall'Ungheria ed espressero la volontà di unirsi alla Boemia e alla Moravia per formare un unico Stato. I deputati cechi del Reichsrat, dopo aver allargato il loro numero cooptando altri membri, si autoproclamarono Assemblea Nazionale, supremo corpo rappresentativo della sovranità cecoslovacca. L'Assemblea, dopo aver riconosciuto la dichiarazione di indipendenza espressa dal Consiglio Nazionale, nominò il governo provvisorio formatosi nell'emigrazione come primo governo costituzionale cecoslovacco, cosicché Benes fu confermato come ministro degli Esteri, Stefánik, ancora in Siberia alla guida delle legioni cecoslovacche che combattevano contro i bolscevichi, nonostante la fine della guerra, fu designato come ministro della Guerra, e Kramář, eroe della resistenza in patria, fu nominato Primo ministro. Il Parlamento, inoltre, elesse il professor Masaryk, che si trovava in America, primo presidente della Repubblica cecoslovacca.

L'entusiasmo di quelle giornate campali non coinvolse Stefánik, non solo per la sua materiale lontananza dai centri nei quali venivano prese le decisioni storiche, ma soprattutto per la sua contrarietà a procedere alla costituzione dello Stato attraverso una politica dei fatti compiuti. Già prima di allontanarsi dall'Europa, egli aveva espresso il suo sfavore per la costituzione del governo provvisorio[10] e per l'autoproclamazione a ministri dei suoi colleghi. Stefánik avrebbe voluto che la volontà degli organi, già esistenti in patria o in via di costituzione, preposti a compiere quegli atti di valore costituzionale non fosse forzata dalle decisioni del Consiglio nazionale. Ancora maggior disappunto Stefánik manifestò per la nomina a ministro della Guerra. La delusione per l'atto compiuto dai suoi colleghi fu dovuta al fatto che essi gli attribuirono un dicastero secondario, visto che era stato creato anche un ministero della Difesa Nazionale, che avrebbe avuto sicuramente maggior peso nella definizione dell'indirizzo politico del nuovo Stato erodendo le competenze del generale, già scarse visto che la guerra era ormai conclusa. Stefánik fu contrariato anche dal fatto che egli non era stato avvertito in anticipo della decisione di emanare le dichiarazioni e i documenti per la creazione degli organi del nuovo Stato, tanto più che questi documenti portavano in calce la sua firma, della quale Benes e Masaryk avevano, dunque, abusato . Egli reagì ignorando la nomina a ministro della Guerra e firmandosi "ministro della Difesa Nazionale"; quando da Praga gli giunsero atti di Klofač con la stessa designazione, Stefánik cominciò ad utilizzare il titolo di "ministro degli Affari Militari", inventato da lui .

Sebbene Stefánik fosse sempre stato una personalità indipendente, anche nel modo di svolgere gli incarichi affidatigli dal Consiglio nazionale, e spesso avesse manifestato idee divergenti da quelle di Masaryk e, soprattutto, di Benes, non era mai giunto a scontri quali quelli che seguirono alla fase della proclamazione della Repubblica. In quei mesi nella compattezza del triumvirato si aprì una profonda breccia, destinata ad aggravarsi successivamente. Nel dissidio tra Stefánik e gli altri leaders cecoslovacchi avrebbero avuto un peso notevole anche le vicende relative ai rapporti tra l'Italia e la Cecoslovacchia, in relazione sia alla missione militare italiana in Slovacchia, sia agli atteggiamenti che i due Stati avrebbero manifestato rispetto alle reciproche rivendicazioni territoriali, poiché Stefánik venne accusato di fare una politica troppo incline a favorire gli interessi italiani.



3.2 Le condizioni dell'armistizio richieste dai cecoslovacchi


Il 3 novembre il neo-ministro degli Esteri cecoslovacco presentò al Comando supremo interalleato un memoriale, nel quale aveva tracciato la situazione generale della Cecoslovacchia ed aveva sottolineato le misure più urgenti da attuare, in collaborazione con gli alleati, per salvaguardare l'ordine e allontanare la minaccia di moti rivoluzionari nei territori dell'ex Impero.

Mentre si faceva notare come a Vienna e a Budapest regnasse il disordine, si indicava nella Cecoslovacchia la nazione che aveva preparato per tempo la trasformazione, che ora era in atto nell'ex Austria-Ungheria, e che era pronta per far fronte all'emergenza. Essa si proponeva perciò agli Alleati come un punto di riferimento nell'area danubiana, per mezzo del quale esercitare influenza nella zona e intraprendere le misure necessarie a soccorrere le province che versavano in gravi difficoltà. In particolare, il rischio di carestia e l'anarchia politica minacciavano di aprire la strada al bolscevismo: questa eventualità si sarebbe allontanata se le capitali dell'Impero fossero state prontamente rifornite ed il modo più rapido di farlo era utilizzare le riserve di viveri in mano ai cecoslovacchi. Benes voleva ottenere però l'assicurazione che tali riserve sarebbero state reintegrate in breve tempo.

Egli indicava, inoltre, come una misura per evitare che la rivoluzione dilagasse in Europa, l'occupazione della Slovacchia che, se coinvolta nei disordini che potevano scoppiare da un momento all'altro in Ungheria, avrebbe fatto da ponte sino a condurli in Jugoslavia e, da lì, in Italia. Tali argomenti erano enfatizzati da Benes per indurre l'Italia e i suoi alleati ad agire rapidamente nel senso da lui desiderato, cioè in modo da ottenere il controllo militare delle regioni alla cui annessione lo Stato cecoslovacco aspirava. L'occupazione di tali aree avrebbe permesso di intraprendere i negoziati di pace dalla posizione di forza garantita dallo stato di fatto. Il primo tentativo di assicurarsi con le armi il possesso della Slovacchia fu compiuto non appena era stato firmato l'armistizio con l'Austria-Ungheria, da parte di poche truppe ancora disorganizzate, guidate dal ministro per la Slovacchia Srobár, le quali erano però state ricacciate dagli ungheresi fuori dai loro confini.

In effetti, piuttosto che il rischio di rivoluzioni, ciò che spingeva i leaders boemi ad ottenere quanto prima l'autorizzazione ad imporre il controllo sulla Slovacchia era l'atteggiamento che il nuovo governo ungherese mostrava nei confronti della politica delle razze. Il 25 ottobre 1918 anche in Ungheria si era formato un Consiglio nazionale, sotto la presidenza di Mihály Károly, che perseguiva, tra l'altro, l'indipendenza ungherese e il riconoscimento dei diritti delle nazionalità. Sotto la pressione delle masse che, alla notizia degli avvenimenti nel resto dell'Impero, erano esplose in atti rivoluzionari, Carlo si vide costretto a sostituire il primo ministro Hadik, la cui nomina, il 28 ottobre, aveva fatto esplodere la scintilla dell'insurrezione tra la folla, con il conte Károly. Il I novembre 1918 l'Ungheria aveva proclamato la secessione dall'Austria e la costituzione di un governo repubblicano

Károly tentò nei giorni successivi di dare agli alleati un'immagine completamente nuova dell'Ungheria, sperando così di sventare il pericolo dello smembramento territoriale minacciato dalle rivendicazioni boeme, jugoslave e rumene. Egli assicurò alle Potenze occidentali che, se fosse stata preservata l'integrità territoriale dello Stato magiaro, il governo avrebbe perseguito una politica equa nei confronti delle razze presenti nella nuova Repubblica; questi propositi erano supportati dalle dichiarazioni del conte di condanna dell'atteggiamento tenuto dai precedenti dirigenti ungheresi nei confronti delle minoranze etniche dell'ex regno. Károly sottolineava inoltre che sottrarre all'Ungheria delle zone in favore di altre nazionalità avrebbe significato continuare, a rovescio, l'ingiusta situazione di prima . Il conte Károly pensò di poter richiedere la stipulazione di un altro armistizio, che evitasse l'occupazione militare alleata dello Stato, in virtù del cambio di regime avvenuto in Ungheria, che aveva privato le autorità dell'Impero della facoltà di trattare in nome dei magiari . Egli intraprese, perciò, trattative con Franchet d'Esperey, il comandante delle truppe alleate sul fronte orientale che avanzavano verso i confini ungheresi, trattative che condussero al cosiddetto armistizio di Belgrado del 13 novembre 1918. In questo documento si garantiva che, sino alla stipulazione del trattato di pace, tutto il territorio dell'ex Regno d'Ungheria, ad esclusione della Croazia e dei Carpazi, sarebbe rimasto sotto l'amministrazione magiara.

In questo modo si creava un ostacolo giuridico alla rapida annessione della Slovacchia da parte dei cechi. Benes dovette dunque adoperarsi presso il governo francese affinché modificassero i termini dell'armistizio di Belgrado in modo favorevole ai cechi. Il 25 novembre Pichon riceveva da Benes la proposta di una linea di demarcazione al di là della quale i magiari sarebbero stati costretti dagli alleati a ritirarsi. Gli Alleati accordarono al rappresentante cecoslovacco di realizzare la misura richiesta e comunicarono al comandante della Missione Militare alleata in Ungheria, il colonnello francese Vyx, l'ordine di procedere all'occupazione della Slovacchia. Al contrario di ciò che credeva Benes, nella nota inviata a Vyx non era stato precisato il confine concordato tra Pichon e il ministro degli Esteri cecoslovacco. Quando le indicazioni sulla imminente occupazione raggiunsero Budapest, il delegato del governo boemo nella capitale magiara, Hodza, ritenne conveniente fissare una frontiera provvisoria tra Slovacchia e Ungheria d'intesa con il ministro della Guerra ungherese Bartha. Ignaro della linea pattuita da Benes, il 6 dicembre 1918 egli si accordò per l'occupazione di una zona meno estesa. I francesi, in rappresentanza degli alleati furono scontenti delle procedure che le autorità cecoslovacche stavano seguendo: essi ritennero che i boemi non avessero alcun titolo per trattare questioni territoriali direttamente con il governo magiaro; inoltre l'azione diplomatica di Hodza aveva creato imbarazzi presso gli alleati perché aveva delineato un secondo confine, più favorevole agli ungheresi, che ora questi ultimi reclamavano. Per evitare altri incidenti causati da equivoci e per sventare il rischio che ottenessero successo i tentativi messi in atto dal governo magiaro di instaurare trattative dirette, senza utilizzare l'intermediazione dei responsabili cechi, con il Consiglio nazionale slovacco promettendo un regime di completa autonomia alla regione nell'ambito della nuova Repubblica ungherese, il governo di Praga emanò un ordine che vietava a chiunque di intraprendere trattative con l'Ungheria e, il 10 dicemnìbre 1918, per chiarire la situazione di incertezza dovuta all'esistenza di due differenti intese circa il confine meridionale della Slovacchia, il Primo ministro cecoslovacco Kramář dichiarò che il suo governo non aveva emesso alcuna delega per trattare la questione, sconfessando di fatto l'operato di Hodza . Solo il 23 dicembre si giunse alla composizione della controversia giungendo ad un accordo che sulla base di un compromesso tra la frontiera richiesta da Benes e la linea Bartha-Hodza . Alla fine di dicembre fu possibile assicurare, in modo legittimamente sanzionato dalle Potenze vincitrici, la regione slovacca alla Cecoslovacchia. Il governo magiaro protestò contro l'ordine di ritirarsi al di là della linea definita da Benes, considerandolo un atto arbitrario e brutale.

Il tentativo di applicare il principio "J'y suis, j'y reste" riguardò anche le aree di confine abitate prevalentemente da tedeschi. L'occupazione militare si rese necessaria quando, a metà novembre, il gruppo nazionale tedesco manifestò la sua insofferenza verso il nuovo Stato: i quattro maggiori distretti tedeschi di Boemia e Moravia proclamarono la loro indipendenza dalla Cecoslovacchia e la volontà di unirsi all'Austria. Nonostante il diritto all'autodeterminazione dei popoli fosse uno dei principi guida della conferenza della pace, una tale soluzione era resa impraticabile dalla non contiguità geografica dei territori etnicamente tedeschi con le regioni austriache. La loro dichiarazione rappresentò soprattutto un gesto di sfida, tenuto conto dell'impossibilità ad opporsi alle misure militari che la Cecoslovacchia stava approntando contro di loro, ma fu tale da chiarire da subito quale atteggiamento avrebbe tenuto la minoranza tedesca nei confronti del nuovo governo a cui sarebbe stata soggetta. L'Assemblea nazionale austriaca accettò la richiesta avanzata dai distretti cechi e sanzionò l'incorporazione. Quando poi la stessa Assemblea si dichiarò favorevole all'unione delle province austriache alla Germania, il rischio che la Cecoslovacchia si trovasse circondata da territori appartenenti allo storico nemico rese necessaria un'azione energica. Oltretutto, la possibilità di fusione delle regioni tedesche di Boemia e Moravia alla Germania era, dal punto di vista della contiguità territoriale praticamente realizzabile. Con il beneplacito delle Potenze dell'Intesa, le quali stabilirono che, fino alla decisione della Conferenza della pace, le frontiere di Boemia, Moravia e Slesia sarebbero state quelle storiche, il governo di Praga utilizzò le sue truppe per domare la ribellione e riannettere allo Stato le province separatiste.

La necessità di approvvigionare le città dell'Impero attraverso Praga rendeva opportuno garantire le comunicazioni dirette tra la Cecoslovacchia e gli Stati alleati; a questo proposito Benes indicava come una delle condizioni che l'armistizio doveva realizzare la creazione di un corridoio che, unendo lo Stato boemo alla Jugoslavia, avrebbe separato li territori germanici dall'Ungheria. Tali misure, per essere realizzate, richiedevano l'intervento delle forze armate, perciò si esponeva la necessità che le truppe ceche in Francia e in Italia venissero quanto prima inviate nella loro patria.

Nel memoriale si affrontava anche la questione del diritto cecoslovacco a partecipare alla spartizione del bottino di guerra, cioè alla divisione delle armi, dei materiali rotabili e dei viveri sottratti all'esercito austroungarico o abbandonati durante la ritirata. La Cecoslovacchia avrebbe contratto un debito con gli alleati per il rifornimento di beni utili alla popolazione e alle truppe nazionali, che sarebbe stato in parte saldato con la cessione di materie prime, come zucchero e alcool.

Il documento venne comunicato alle autorità politiche italiane con l'annotazione del capo della Sezione italiana del Comando interalleato, il quale sottolineava come l'Italia dovesse tendere a soddisfare i desideri cecoslovacchi, per guadagnarsi la simpatia di uno Stato slavo e così controbilanciare le tendenze antitaliane che stavano emergendo tra gli jugoslavi

Questo documento offriva lo spunto per l'analisi di molti dei problemi che si aprivano ai vincitori nei giorni successivi all'armistizio: il governo austroungarico aveva perso completamente il controllo sulle regioni governate sino ad allora e l'esercito si era dissolto. Queste particolari condizioni di debolezza nelle quali l'esercito italiano aveva sorpreso l'Austria-Ungheria con l'offensiva di ottobre hanno motivato una valutazione tendente a ridimensionare la misura del successo militare italiano

L'Italia era investita in modo particolarmente diretto dalle richieste cecoslovacche perché aveva sotto il suo controllo una parte consistente dell'esercito del giovane Stato. I rapporti tra i militari cecoslovacchi, il Comando italiano e il Consiglio nazionale dei Paesi cechi erano regolati dalla Convenzione del 21 aprile 1918, completata dall'istruzione speciale del 30 giugno 1918. Il 24 ottobre il Comando italiano nominò il generale Luigi Piccione alla guida della 6a divisione cecoslovacca, al posto di Andrea Graziani, sostituito a causa dei conflitti dovuti alla impostazione strategica del generale, non condivisa, anche per ragioni di ordine politico, dalle autorità militari italiane, nonché dai rappresentanti cecoslovacchi presso il comando della divisione. Il generale Graziani si rivelò una figura piuttosto scomoda nello svolgimento dell'incarico assegnatogli poiché, probabilmente, non comprese il particolare valore, prettamente politico, che le truppe cecoslovacche rivestivano e le diresse senza dare il giusto peso alla situazione in cui i soldati boemi si trovavano: essi rischiavano volontariamente la loro vita per difendere uno Stato che non era la loro patria. Eccedere nel rigore disciplinare o nella propensione offensiva, come Graziani aveva fatto in alcune circostanze, poteva dunque produrre effetti controproducenti, non solo sul morale delle truppe, ma anche nei rapporti diplomatici tra l'Italia e il Consiglio Nazionale ceco. Quest'organo, che era stato riconosciuto dal governo italiano come il referente politico e giuridico dell'esercito cecoslovacco, ebbe in effetti occasione di lamentarsi sull'utilizzo che dei soldati boemi facevano i comandi italiani . Le circostanze erano aggravate dalla stentata politica delle nazionalità di Roma, dalla quale più volte i cecoslovacchi furono delusi e che non faceva che rendere più netta la sensazione che i soldati slavi fossero sfruttati al fronte, senza che ciò portasse ad un riconoscimento politico della loro opera.

Il nuovo responsabile della divisione cecoslovacca fu, dunque, la controparte di Benes nelle trattative circa il trasferimento dell'esercito cecoslovacco d'Italia in Boemia. Già nei primi giorni di novembre il ministro degli Esteri boemo indirizzò a Piccione e al Comando Supremo italiano delle proposte circa l'organizzazione dell'esercito cecoslovacco in patria. Tali progetti erano formulati alla luce del riconoscimento inglese dell'esercito cecoslovacco come dipendente dal Comando Supremo interalleato e della convenzione siglata il 28 settembre con la Francia . La soluzione proposta dal governo cecoslovacco prevedeva, infatti, che il comando supremo delle truppe di Francia e d'Italia fosse esercitato da un generale francese, che sarebbe stato designato dal Comando Supremo interalleato d'accordo con il governo boemo. Questa organizzazione avrebbe quindi sottoposto i generali italiani, comandanti di divisione, all'autorità di un comandante supremo francese . Questo documento creò il fondamento della situazione critica che si sarebbe creata nei mesi successivi in Slovacchia, tra la missione militare italiana e quella francese.

Il Comando Supremo interalleato non si oppose alla realizzazione delle condizioni di armistizio ritenute necessarie da Benes, ed il 6 novembre veniva comunicata a Piccione la decisione del Comando dell'Intesa, secondo la quale le truppe cecoslovacche in Italia dovevano essere quanto prima inviate in patria per occupare il territorio nazionale, secondo quanto stabilito dall'armistizio . Il trasferimento delle truppe boeme d'Italia venne preceduto dalla trasformazione, proposta dal generale Piccione, dell'unica divisione, ormai composta da sei reggimenti, in un Corpo d'armata, costituito da due divisioni, di tre reggimenti ciascuna, e completo di tutti i servizi necessari a farne un primo nucleo organizzato sotto tutti gli aspetti, attorno al quale sarebbe stato riorganizzato l'esercito cecoslovacco. Per fornire il Corpo d'armata degli armamenti e dei servizi necessari venne utilizzata una parte del bottino di guerra sottratto all'esercito austroungarico. Il comando delle due divisioni, la 6a e la 7a, fu affidato, rispettivamente, ai generali Rossi e Boriani.

Si poneva poi il problema relativo all'inquadramento dei molti prigionieri, catturati sul fronte italiano negli ultimi giorni di attività belliche e radunati nel campo di Gallarate. Il governo cecoslovacco era dell'avviso di inquadrarli e irreggimentarli ma, per il momento, tenendoli divisi dai militari di sicura fede cecoslovacca, poiché non si poteva ancora essere certi della loro lealtà agli ideali patriottici

L'invio delle truppe dall'Italia alla Boemia presentava difficoltà notevoli in considerazione del momento particolare: i collegamenti ferroviari nella tratta che univa i due Stati erano precari. Il 24 novembre Piccione comunicava a Benes che si poteva fare affidamento solo sulla linea Padova -Verona - Trento - Francoforte - Toblach - Villach - Leoben - Budweiss, sulla quale transitava un solo treno al giorno. Questa linea, inoltre, attraversava le regioni dell'Austria tedesca in piena anarchia, ed era quindi esposta ai rischi di atti di ostilità da parte della popolazione. L'Italia avrebbe dovuto poi compiere lo sforzo di reperire i convogli necessari all'invio delle truppe, in considerazione della richiesta di materiale rotabile sorta in seguito all'avanzata della linea del fronte che, allontanando l'esercito italiano dalle sue basi, ne aveva reso più difficoltoso il rifornimento . Le autorità italiane si sobbarcarono non solo i costi del trasporto del Corpo d'armata cecoslovacco d'Italia, ma anche delle truppe legionarie di Francia, poiché il governo francese aveva ufficialmente dichiarato di non essere in grado di provvedere al loro trasferimento.

L'impegno economico e logistico profuso nelle operazioni dall'Italia rappresentava un'altra prova di amicizia fornita alla nazione cecoslovacca, nonché una manifestazione di disponibilità nei confronti della Francia. Il tentativo di assecondare ogni richiesta della giovane Repubblica si spiegava innanzitutto in considerazione del fatto che la Boemia era, tra i nuovi Stati dell'area danubiana e balcanica, quello che si presentava da subito più organizzato. La lealtà dimostrata sin dai primi mesi di guerra dai suoi fuoriusciti e la loro capacità di strutturare lo Stato già prima della capitolazione austriaca, facendo sì che il passaggio dei poteri avvenisse in modo rapido e ordinato, garantì alla Cecoslovacchia una posizione privilegiata rispetto a quella delle altre nazionalità. Essa fu l'unica tra le nuove nazioni ad essere ammessa alle sedute plenarie della Conferenza della Pace. Lo status raggiunto dotava i rappresentanti cecoslovacchi di un peso politico maggiore rispetto a quello dei loro colleghi delle altre piccole nazioni dell'Europa centro-orientale, perciò l'Italia confidava nell'amicizia e nella riconoscenza della Boemia per avere un significativo appoggio nei dibattiti che le questioni adriatiche avrebbero presto sollevato.



3.3 Le rivendicazioni cecoslovacche alla Conferenza della pace


Al termine della guerra tutte le questioni che fino ad allora erano state trascurate o taciute perché avrebbero messo a rischio la compattezza della coalizione occidentale, emersero e misero in evidenza i contrasti rimasti latenti durante il conflitto.

Secondo molti osservatori la Conferenza della pace, che si inaugurò a Parigi il 18 gennaio 1919, fu caratterizzata dalle continue tensioni che intercorsero tra Francia e Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Le prime volevano ottenere quei risultati, in termini di modifiche dell'equilibrio europeo, che avrebbero rappresentato una garanzia contro l'eventualità che una Potenza europea sviluppasse una supremazia eccessiva, anche a costo di sacrificare alcuni dei principi ideali che durante la guerra erano stati utilizzati come strumenti di propaganda; gli USA, proprio per difendere quei principi, erano entrati in guerra, appoggiati in ciò da un'opinione pubblica che inizialmente non era favorevole a sopportare i costi di un conflitto che la investiva solo molto limitatamente . La partecipazione italiana alla Conferenza della pace, così come lo era stata quella alla guerra, fu totalmente condizionata dallo sforzo di ottenere dagli alleati la realizzazione degli accordi pattuiti a Londra nel 1915, che continuavano ad essere il riferimento della politica estera italiana. Le rivendicazioni italiane trovarono dei fermi oppositori in Wilson, che le contrastava sulla base dei principi proclamati durante la guerra, e in Clemenceau, che seguiva l'indirizzo di politica estera intrapreso dalla Francia rivolto a legare a sé le nuove piccole nazioni dell'area danubiano-balcanica e fondare su tali alleanze un sistema politico nell'Europa orientale che essa avrebbe dominato. I contrasti tra le delegazioni emersero anche in relazione alle questioni relative al futuro assetto cecoslovacco.

Durante la fase organizzativa della Conferenza della pace, si dovette affrontare il problema della partecipazione delle nuove nazioni, sorte dalle ceneri degli imperi sconfitti. Tra le varie proposte, come per esempio quella di ammettere la partecipazione di rappresentanti di tutte le nazioni, ma in numero diverso a seconda della loro importanza, prevalse l'idea di distinguere tra nazioni con interessi generali e nazioni con interessi speciali. Le prime, le grandi Potenze mondiali, avrebbero sempre partecipato alle riunioni, le seconde, invece, sarebbero state rappresentate solo in quelle giornate in cui si fossero trattate le questioni che coinvolgevano i loro interessi. Questa organizzazione partiva dal postulato che Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone si assumevano la completa responsabilità della riorganizzazione del mondo, sconvolto dal conflitto.

Ci si rese ben presto conto, però, che le udienze accordate alle delegazioni delle piccole nazioni dalle grandi Potenze non erano il luogo ideale nel quale approfondire la conoscenza di situazioni locali ed esaminare i dettagli tecnici delle richieste territoriali, politiche ed economiche. Venne quindi adottata la proposta francese di costituire delle commissioni che avrebbero studiato alcuni specifici problemi e, nella idea originaria di Wilson, avrebbero assunto le decisioni riguardo le questioni meramente tecniche . Dato che le commissioni si occupavano di definire le frontiere degli Stati usciti dalla guerra, il loro compito aveva necessariamente delle enormi implicazioni politiche. Esse avrebbero quindi proposto al Consiglio in seduta plenaria le soluzioni trovate per comporre le controversie che erano state loro sottoposte. Il Consiglio conservava la facoltà di respingere o di modificare le deliberazioni delle commissioni. In effetti, l'attenzione delle grandi potenze fu assorbita prima dalla difficoltà di stabilire i termini del trattato con la Germania, poi dai disaccordi che sorsero tra gli ex alleati, cosicché dimostrarono poco interesse per la sistemazione dell'Europa centrale

L'inizio dei lavori della Commissione per gli affari cecoslovacchi, che quindi decise le sorti del nuovo Stato boemo, fu preceduta dall'udienza, tenutasi il 5 febbraio 1919, in cui Benes espose al Consiglio le rivendicazioni del suo popolo. Queste erano state, a grandi linee, ampiamente pubblicizzate durante gli anni di guerra e consistevano fondamentalmente nella richiesta di conservare nei loro confini storici le regioni di Boemia, Moravia e Slesia austriaca nonché nella loro unione con la Slovacchia. Solo poco tempo prima si era delineata la possibilità di comprendere nel nuovo Stato anche la Rutenia subcarpatica, in seguito ad accordi intercorsi nell'ottobre 1918 a Baltimora tra Masaryk e Grigory Zatković, il leader dell'emigrazione rutena in America. Nonostante la discutibile autorità degli emigrati americani di assumere impegni in nome dell'intero popolo ruteno, tali accordi avevano manifestato la volontà rutena di non fare più parte dell'Ungheria e costituirono la base giuridica per proporre al Consiglio della Conferenza della pace l'inclusione della Rutenia subcarpatica nei confini del nuovo Stato

Nella commissione per gli affari cecoslovacchi, in cui l'Italia era rappresentata dal plenipotenziario Salvago Raggi e dal console Stranieri, emerse il favore francese per tutte le rivendicazioni ceche. Si attuò in modo completo nei confronti della Cecoslovacchia la politica francese di appoggio alle piccole nazioni dell'Europa centro-orientale, nella considerazione dell'importanza strategica di quell'area come barriera orientale all'espansione del germanesimo, nonché come argine al dilagare delle minacce rivoluzionarie che giungevano dalla Russia bolscevica, soprattutto ora che era venuta a mancare quella garanzia alla conservazione dell'equilibrio europeo che per secoli era stato l'Impero d'Austria. I delegati francesi, uno dei quali, Cambon, presiedeva la commissione, si prodigarono infatti per fare accettare ai rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia quelle concessioni alla nuova Repubblica che non incontravano un consenso unanime. Mentre fu facile concordare sul diritto della Cecoslovacchia a mantenere i confini storici delle province che la componevano, anche grazie alle garanzie in tal senso che gli alleati avevano fornito ai fuoriusciti boemi nelle occasioni in cui avevano riconosciuto il loro diritto a costituire uno Stato nazionale, meno semplice si rivelò argomentare i diritti cechi alle rettificazioni di tali confini. Il diritto alla conservazione delle frontiere tradizionali delle province ceche trovava la sua giustificazione nella teoria, più volte utilizzata dagli emigrés, secondo la quale la Cecoslovacchia aveva diritto a ricostituirsi come Stato indipendente in virtù della continuità storica, mai legittimamente interrotta, con il medievale Regno di S. Venceslao . Queste frontiere, inoltre, sebbene includessero una percentuale notevole di popolazione tedesca, erano, per la loro conformazione, una barriera naturale contro eventuali aggressioni. Questo argomento fu particolarmente convincente per i membri della delegazione italiana, poiché anche l'Italia richiedeva l'assegnazione di territori al Brennero abitati prevalentemente da tedeschi per le stesse ragioni strategiche, circa la possibilità di difendere militarmente il confine. I diplomatici italiani erano quindi favorevoli alla creazione di un precedente che riconoscesse il valore di tali argomentazioni.

Le richieste di rettifiche territoriali erano giustificate dalla pressione che il nemico prussiano stava esercitando nel momento in cui le frontiere storiche erano state tracciate e dalla considerazione che tale pressione era riuscita ad assicurare al potente vicino germanico delle regioni utili dal punto di vista economico e strategico . In particolare venne sottolineata l'importanza del nodo ferroviario di Gmünd per le comunicazioni del nuovo Stato e quella dell'area carbonifera di Ratibor. Le richieste motivate da ragioni economiche, che assumevano un valore particolare per il consolidamento di uno Stato, che avrebbe avuto la funzione di baluardo contro il germanesimo, vennero soddisfatte dal Consiglio, che invece negò i piccoli aggiustamenti meno significativi. In effetti, sulle richieste di rettifiche alle quali non si riconosceva un'importanza particolare dal punto di vista strategico od economico, Benes, che era senz'altro il delegato ceco più autorevole agli occhi delle Potenze occidentali, non insisté molto, poiché egli, ben sapendo che già le richieste minime avanzate dai boemi comportavano delle violazioni al principio di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli, ritenne preferibile presentare al consesso internazionale un'immagine contraddistinta da moderazione e rispetto per le nazioni confinanti

Le argomentazioni a sostegno dell'inclusione dei distretti tedeschi di Boemia e Moravia nella Cecoslovacchia erano incentrate sulla necessità di non creare le condizioni per una rapida ripresa della Germania. La Francia, la nazione che più di ogni altra era stata condizionata nella sua storia dal timore delle aggressioni germaniche, sosteneva qualsiasi misura che, andando a vantaggio della Cecoslovacchia, indebolisse la Germania. I distretti tedeschi, la cui sorte avrebbe interessato relativamente le grandi Potenze se fossero rimasti sicuramente nell'ambito di un'Austria rimpicciolita e debolissima, assumevano un'importanza ben diversa nel momento in cui prendeva forma la possibilità di un'unione tra i due Stati tedeschi. Se ciò si fosse realizzato, i territori ceduti all'Austria sarebbero stati annessi alla Germania che, seppur sconfitta, sarebbe uscita dal conflitto ingrandita. Naturalmente, la Francia e l'Italia, che nel caso di una fusione tra i due Stati tedeschi si sarebbe ritrovata a confinare con uno scomodissimo vicino, si opponevano alla realizzazione del progetto e consideravano il rifiuto di applicare il principio di nazionalità, ostacolando anche la realizzazione di un plebiscito per conoscere il volere delle popolazioni, nel caso dei distretti etnicamente tedeschi della Cecoslovacchia, un precedente che avrebbe scongiurato il rischio di doversi attenere rigidamente alle scelte compiute autonomamente dalle popolazioni anche in altri settori della scena europea

I delegati francesi giunsero ad argomentare la loro posizione a favore delle richieste cecoslovacche, considerando che più la presenza di minoranze etniche fosse stata consistente, più facilmente questi gruppi avrebbero potuto esercitare un'efficace pressione sul governo, affinché esso adottasse le misure adeguate a garantire alla popolazione di tutte le razze una convivenza pacifica e il rispetto delle diversità.

Il Consiglio diede la sua approvazione alle decisioni della commissione che assegnò alla Cecoslovacchia i territori compresi all'interno dei confini che storicamente delimitavano Boemia, Moravia e Slesia austriaca, la regione di Ratibor e l'area comprendente gli snodi ferroviari vicino Gmünd, lasciando la città all'Austria. I delegati americani, che opponevano le maggiori resistenze al soddisfacimento delle richieste boeme, ammisero di aver derogato al principio di nazionalità nel caso della Cecoslovacchia, facendo eccezionalmente prevalere le considerazioni storiche e strategiche rispetto a quelle etniche, sulle quali Wilson aveva fondato l'indirizzo di politica estera degli Stati Uniti durante il conflitto mondiale


Un'aspra controversia si aprì tra la Cecoslovacchia e la Polonia in seguito alla rettifiche richieste dai boemi alla frontiera con il rinato Stato polacco. In questo caso la controparte della Repubblica cecoslovacca non era il nemico sconfitto e temuto, ma una nazione, emblema della lotta delle nazionalità sottomesse ad un governo straniero, che, come la Cecoslovacchia, era risorta grazie alla scomparsa dell'Impero asburgico e di quello zarista. Il contenzioso tra i due Stati riguardò soprattutto la regione di Tesin (Cieszyn per i polacchi, Teschen per i tedeschi) assegnata nel XVII secolo all'Austria, come pertinenza della Corona Boema e composta da quattro distretti, di cui solo uno abitato in prevalenza da cechi. Infatti, nonostante i secoli trascorsi, la popolazione dell'area contesa era rimasta etnicamente polacca. Il valore di quest'area consisteva nei giacimenti carboniferi di cui era ricca, e nell'importanza delle ferrovie che l'attraversavano: i cechi sostenevano che le vie di comunicazione che passavano per Tesin erano il solo collegamento possibile con la Slovacchia del nord, perché sfruttavano l'unico valico utile dei monti Beschidi. Questo argomento era però rigettato dalla delegazione polacca poiché, a suo dire, inesatto. I cecoslovacchi sottolineavano poi la stretta integrazione della regione carbonifera nell'economia boema. I cechi, infatti avevano creato nei pressi dei giacimenti una zona industriale che dipendeva dal carbone estratto a Tesin e che sarebbe stata "uccisa" dalla divisione amministrativa della regione. I polacchi, a loro volta, avevano la possibilità di appellarsi al principio di nazionalità. La contesa, nata già nell'ottobre del '18 tra i Comitati locali che rappresentavano le due nazioni, vide anche l'impiego delle armi da parte ceca per occupare il territorio. Il contenzioso tra la Polonia e la Cecoslovacchia, che in alcune occasioni sembrò sul punto di evolvere in un aperto conflitto, rimase insoluto fino al luglio 1920, quando entrambi i governi interessati accettarono l'arbitrato delle grandi Potenze, che stipularono un protocollo secondo il quale dei quattro distretti due venivano assegnati per intero uno alla Cecoslovacchia e uno alla Polonia, mentre gli altri due erano divisi al loro interno tra i due Stati. Il documento regolava anche i diritti sulla produzione carbonifera ed impegnava le due contendenti a trovare un'intesa circa le comunicazioni. La questione di Tesin sarebbe stata riaperta nel 1939 quando, nel momento della dissoluzione della Cecoslovacchia, le rivendicazioni polacche furono soddisfatte.


L'altra questione sottoposta da Benes al Consiglio e studiata dalla commissione per gli affari cecoslovacchi fu quella relativa alla sistemazione dei ruteni. La particolare posizione geografica in cui si trovavano li poneva in contatto, oltre che con la Slovacchia, con l'Ungheria, con la Romania, l'Ucraina e la Polonia, anche se la Rutenia o Russia subcarpatica era naturalmente divisa dagli ultimi due Stati dalla catena montuosa dei Carpazi orientali. Etnicamente, i ruteni sono slavi, assimilabili agli ucraini, e gruppi di loro connazionali risiedevano in Galizia, al di là dei Carpazi. La delegazione cecoslovacca sottolineò  che l'Ucraina, così come la Polonia, non stavano mostrando un particolare interesse per le sorti della regione . Sebbene i ruteni si fossero divisi in varie correnti, ognuna delle quali propugnava l'unione con una nazione diversa, l'attività diplomatica più intensa per ottenere l'annessione della regione fu svolta oltre che dai cecoslovacchi, dall'Ungheria. La delegazione ungherese, infatti, pur consapevole della scarsa affinità etnica tra ruteni e ungheresi, rivendicava il territorio in base alla storia secolare durante la quale i ruteni avevano fatto parte dell'Ungheria e si erano legati a questa anche dal punto di vista economico

I cecoslovacchi ritenevano, invece, deleterio per i ruteni il mantenimento dello status quo, a causa delle vessazioni e dell'oppressione alla quale sarebbero sottoposti dagli ungheresi, mentre la Cecoslovacchia garantiva alla regione un'amplissima autonomia. La Conferenza della pace attribuì senza troppi indugi la Rutenia alla nuova Repubblica, nonostante fossero pervenute da parte del partito politico ruteno d'Ungheria le proteste contro l'invasione boema che manifestavano il non unanime consenso ruteno per l'unione con la Cecoslovacchia. Rimase inoltre inascoltata la richiesta di un plebiscito da tenersi sotto il controllo di una Potenza al di sopra delle parti.

Non vennero tenuti in particolare considerazione dal Consiglio Supremo di Versailles gli appelli dei boemi per risolvere la questione della sistemazione di altri gruppi minoritari, come i serbi di Lusazia, per i quali si suggeriva l'annessione alla Cecoslovacchia, e dei cecoslovacchi residenti a Vienna, per i quali si richiedevano le massime garanzie. Entrambi i casi non vennero trattati in maniera specifica, ma si giovarono delle clausole generali per la protezione delle minoranze che furono imposte dalla Conferenza a quelle nazioni che non si erano costituite in modo da risultare etnicamente omogenee

L'altra richiesta cecoslovacca che venne accolta solo in parte fu quella dell'internazionalizzazione delle maggiori vie di comunicazioni fluviali e ferroviarie. I delegati boemi avrebbero voluto ottenere l'applicazione di misure tali da rendere la Cecoslovacchia non dipendente da alcuna nazione, e in particolar modo dalla Germania, per i suoi traffici commerciali. L'internazionalizzazione del Danubio avrebbe assicurato la vitalità dei commerci cecoslovacchi verso l'Ungheria ed i Balcani, e quella dell'Elba avrebbe permesso alla Repubblica di utilizzare il porto di Amburgo, senza dover sottostare alle imposizioni tedesche. Queste due richieste vennero soddisfatte; così non fu per quelle riguardanti la Vistola e le linee ferroviarie che collegavano Bratislava, allora Bratislava (la tedesca Presburgo, o Pozsony per gli ungheresi), ai porti sull'Adriatico di Trieste e Fiume, e Praga a Parigi, via Strasburgo. L'ultimo progetto era finalizzato a valorizzare il ruolo di Praga nell'Europa centrale ed a togliere ai tedeschi la funzione di intermediari tra l'Europa occidentale e quella orientale. L'Italia si oppose decisamente all'internazionalizzazione delle ferrovie verso l'Adriatico.



3.4 Il corridoio cecoslovacco-jugoslavo


Un altro progetto, partorito durante gli anni del conflitto e proposto dalla Delegazione cecoslovacca all'attenzione dei responsabili della sistemazione postbellica dell'Europa, era quello di unire i cecoslovacchi agli slavi del Sud tramite una fascia di terreno storicamente appartenuta all'Austria e all'Ungheria. Oltre alle motivazioni di ordine economico, secondo le quali la Boemia avrebbe avuto in tal modo la garanzia di un comodissimo e conveniente sbocco sull'Adriatico, Benes sottolineava l'importanza che questa misura avrebbe avuto nel costituire un ostacolo alle tendenze, manifestatesi nell'arco della storia, che avevano visto spesso i tedeschi e i magiari alleati a danno delle popolazioni slave. Il corridoio avrebbe permesso di separare i due popoli, evitando il rischio di nuove alleanze che sarebbero potute sfociare in una nuova oppressione degli slavi in Europa centrale. La proposta non trovò il favore tra i rappresentanti dei Quattro Grandi. L'obiezione fondamentale riguardava la profonda lesione al principio di nazionalità che la realizzazione del progetto avrebbe provocato poiché nell'area in questione gli slavi erano nettamente minoritari rispetto a tedeschi e ungheresi. Era inoltre criticata l'artificiosità dell'espediente, visto che non assecondava alcun diritto storico od etnico e, anzi, creava il rischio che tedeschi e magiari la considerassero una sorta di provocazione e, per sventarla, si risolvessero a tentare di spezzare la "diga" slava. La proposta non aveva, dal punto di vista militare, alcuna validità strategica dato che la striscia di terra, larga dai 50 ai 70 chilometri, sarebbe risultata molto difficile da difendere. All'argomento principale, che giudicava ingiusta l'assegnazione di oltre mezzo milione tra tedeschi e ungheresi all'amministrazione degli slavi, presenti nella regione in misura inferiore alla metà, i boemi rispondevano che, in qualsiasi caso, era impossibile ottenere l'applicazione integrale del principio di nazionalità, visto che una sistemazione differente da  quella proposta avrebbe leso il medesimo diritto dei circa 200.000 slavi dell'area. I cecoslovacchi opposero alle obiezioni sulla scarsa possibilità di munire il territorio argomenti fondati sull'idea che una tale soluzione implicava una nuova concezione politica dell'Europa, basata sulla ricerca di una stabilizzazione pacifica e meno concentrata sulla prevenzione delle mosse militari degli avversari . Quest'ultimo argomento risultava però pretestuoso se confrontato con le ragioni che motivavano l'attribuzione alla Cecoslovacchia delle frontiere storiche nonché naturali, rivendicate per la loro conformazione geografica che le rendeva facilmente difendibili. La diplomazia boema manifestò una volta di più di impostare la linea diplomatica a difesa delle istanze avanzate a seconda della situazione specifica e di non perseguire la strenua difesa di alcuni principi fondamentali, se non quello di ottenere tutto ciò che era possibile in termini territoriali, senza riguardo per le problematiche che questi risultati avrebbero potuto innescare nella vita dello Stato.



Le Potenze occidentali ritennero la proposta del corridoio cecoslovacco-jugoslavo indifendibile. I cecoslovacchi ottennero solo l'appoggio francese, che comunque, creò le condizioni per aprire il dibattito su quello che lo stesso Benes aveva presentato come "un suggerimento" e che non fu poi realizzato.

L'Italia aveva serie motivazioni che la inducevano a cercare di scongiurare una tale possibilità. Così come nel corso del conflitto, anche durante la Conferenza della pace l'atteggiamento italiano nei confronti della Cecoslovacchia fu fortemente condizionato dalle questioni adriatiche, che contrapponevano l'Italia agli jugoslavi, naturali alleati dei boemi. La prospettiva di un'amicizia sempre più solida tra le due popolazioni slave era fortemente temuta poiché avrebbe vanificato gli sforzi italiani di entrare nelle simpatie dei boemi, sperando di ottenere la loro benevola mediazione nelle controversie che sicuramente sarebbero sorte al momento della definizione dei nuovi confini orientali dell'Italia. Inoltre si sarebbero persi anche gli sperati vantaggi economici per l'Italia prospettati dagli emigrés come effetto dell'amicizia italo-boema, in considerazione della necessità per lo sviluppo economico della Cecoslovacchia di sbocchi al mare comodamente raggiungibili. La stretta collaborazione tra boemi e slavi del Sud avrebbe convinto i primi ad utilizzare di preferenza i porti jugoslavi


Le origini degli attriti che cominciavano a manifestarsi tra l'Italia e la Cecoslovacchia dovevano essere ricercate in tutte le occasioni in cui i fuoriusciti cecoslovacchi, e tra questi in particolare Benes, avevano dimostrato che la solidarietà slava avrebbe comunque prevalso rispetto all'amicizia con l'Italia, nell'eventualità di un contrasto. Già nell'autunno del 1917, sebbene si trovasse in Italia per rilanciare la campagna propagandistica a favore della collaborazione italo-ceca, Benes ebbe modo di provocare la delusione di alcuni esponenti degli ambienti nazionalisti, che stavano cominciando ad interessarsi alla causa boema, a causa di alcune dichiarazioni dalle quali si arguiva che egli non riconosceva i diritti italiani sull'Istria

La gravità delle dispute italo-jugoslave influenzò necessariamente la politica del Consiglio nazionale cecoslovacco durante la guerra. I boemi si proposero, nelle loro dichiarazioni, come i moderatori dello scontro. La linea politica da essi perseguita necessitava l'accordo con gli jugoslavi con i quali condividevano, oltre che un legame di fratellanza etnica, le idealità, la storia e la situazione politica. D'altro canto, la cooperazione italiana nella lotta contro l'Austria-Ungheria era considerata necessaria, anche dagli stessi jugoslavi, al successo dei progetti di indipendenza, specialmente sino alla primavera del 1918, quando anche le altre Potenze dell'Intesa manifestarono una più decisa volontà di protrarre la guerra sino alla dissoluzione dell'Impero asburgico. Il ruolo svolto presso i rappresentanti jugoslavi dai fuoriusciti cecoslovacchi riguardo i rapporti con l'Italia consistette nel convincerli della necessità di moderare i toni dello scontro e cercare un accordo, anche strumentale alla lotta contro il comune nemico. Gli jugoslavi spesso si mostrarono insoddisfatti della linea diplomatica non compromettente perseguita dai boemi, poiché essi speravano in un appoggio incondizionato alle loro rivendicazioni sull'Adriatico. Inoltre, all'interno del triumvirato cecoslovacco, se Masaryk e Benes condividevano la scelta di non sostenere apertamente nessuna delle due parti in causa, Stefánik mostrava apertamente il suo dissenso nei confronti degli jugoslavi che, a suo parere, avrebbero dovuto fare tutti gli sforzi possibili per giungere ad un'intesa con l'Italia . Egli riteneva deleterio l'acceso nazionalismo di Trumbič e suggeriva ai suoi collaboratori boemi di mantenere un atteggiamento estremamente moderato nei confronti dell'Italia, anche se ciò avrebbe potuto causare le rimostranze degli jugoslavi. In effetti, in svariate occasioni i membri del Comitato nazionale jugoslavo si lamentarono della politica condotta, in particolare, da Stefánik . Lo slovacco aveva dato prova della sua attitudine a favorire l'amicizia con l'Italia rispetto alla cooperazione con gli slavi del Sud già nel 1916 quando la collaborazione sempre più stretta tra cecoslovacchi e jugoslavi era sfociata nella estensione degli scopi della rivista "La Nation Tchéque", organo del Consiglio Nazionale dei Paesi cechi, che aveva cominciato ad occuparsi attivamente della questione jugoslava.

L'allora direttore della rivista, Denis, non faceva mistero di ritenere eccessive e contrarie al principio di nazionalità le rivendicazioni italiane sancite dal Patto di Londra. Il taglio con cui egli aveva affrontato la questione jugoslava sulle pagine del suo giornale aveva provocato in Italia un'ondata di profonda diffidenza nei confronti del movimento ceco che, affiliando la causa jugoslava alla propria, andava contro gli interessi italiani. Di conseguenza, gli emigrés non potevano attendere il supporto italiano se proseguivano nella politica di aperto sostegno agli slavi del Sud. Stefánik, che registrò queste impressioni durante una sua visita a Roma, polemizzò con il professor Denis a causa dell'atteggiamento anti-italiano assunto dalla rivista organo del movimento boemo, al punto di provocare le dimissioni dell'intellettuale francese

Oltre alla succitata proposta di affidare l'eventuale corona cecoslovacca ad un principe italiano , Stefánik dimostrò la sua simpatia per l'Italia giungendo a dichiarare di considerarla come la sua seconda patria . A condizionare i rapporti tra Stefánik e l'Italia contribuirono senz'altro gli stretti contatti che aveva instaurato con personaggi degli ambienti politico e militare, nonché le amicizie che coltivava a Roma.

Egli fu, dunque, l'interlocutore preferito dai politici italiani che infatti cercarono di scongiurare il suo allontanamento dall'Europa quando, nell'estate del 1918, fu incaricato di recarsi in Siberia per riorganizzare l'esercito cecoslovacco in Russia . Dal momento della sua partenza si trovò praticamente escluso dal poter partecipare alla definizione dell'indirizzo politico cecoslovacco.

Durante l'estate 1918 le esitazioni della politica italiana delle nazionalità, che provocò delusione anche nei circoli boemi, si dovettero anche all'impossibilità, se non a prezzo di gravi conseguenze politiche, di escludere gli jugoslavi dalle dimostrazioni in favore dell'affermazione dei diritti delle nazionalità oppresse. D'altro canto, anche da parte cecoslovacca giungevano dichiarazioni secondo le quali essi non avrebbero mai permesso che la questione cecoslovacca venisse considerata in modo differente rispetto a quella jugoslava . Nei mesi successivi, i cecoslovacchi sembrarono sempre meno interessati a salvaguardare i buoni rapporti con l'Italia e questo mutato atteggiamento dei boemi fu forse causato anche dall'impossibilità per Stefánik di esercitare la sua influenza sui suoi colleghi.

In particolare, sin dai giorni successivi all'armistizio gli italiani ebbero svariati motivi per lamentarsi degli alleati boemi. Le cause principali di questo malcontento furono le notizie che incominciarono a circolare sulle richieste che i cecoslovacchi avrebbero avanzato alla Conferenza della pace, in particolare quella del corridoio per congiungersi alla Jugoslavia, ed il favore mostrato dai boemi per la Francia, che da quel momento si sarebbe assestata nella posizione di alleata favorita dalla Cecoslovacchia. Le ragioni per le quali ciò fu possibile furono evidenti durante la Conferenza della pace, quando la Francia, libera di poter agire senza temere conseguenze lesive per i propri interessi, sostenne tutte le richieste cecoslovacche, anche quelle così estreme da non incontrare alcun favore tra le altre delegazioni. In effetti, se il successo boemo a Versailles fu completo, si dovette principalmente all'opera diplomatica condotta nella commissione per gli Affari cecoslovacchi dai rappresentanti francesi, che riuscirono a far cessare l'opposizione delle altre delegazioni convincendole dell'importanza di realizzare alcune condizioni territoriali ed isolando gli oppositori più tenaci, di solito gli americani, che così erano costretti a cedere

Le richieste cecoslovacche che più inquietavano i politici italiani erano di solito frutto dell'influenza slavofila di Kramář , che dopo la proclamazione dell'indipendenza partecipava in un ruolo di primo piano alla definizione della politica cecoslovacca e che era il propugnatore di quelle misure che sarebbero potute servire ad aumentare in modo decisivo il peso della componente slava nella multietnica Repubblica cecoslovacca che si stava costituendo. Lo scarso favore che le rivendicazioni italiane riscuotevano all'interno della Boemia furono manifestate dallo stesso Benes all'ambasciatore italiano a Parigi, in occasione di un colloquio avvenuto poco dopo che il ministro degli Esteri cecoslovacco aveva avuto modo di conoscere meglio la situazione interna della sua patria, nell'incontro tra i fuoriusciti e i politici che durante la guerra avevano agito nell'Impero, tenutosi a Ginevra. In quella conversazione egli avvertì Bonin che la stretta collaborazione avutasi con gli jugoslavi per tanti mesi, spesso senza conoscere quello che avveniva fuori dai confini della Monarchia asburgica ed ignorando, quindi, i meriti dell'Italia per il sostegno fornito alle nazionalità oppresse, aveva fatto sì che i boemi rimasti in patria durante la guerra avessero di fatto aderito ai programmi jugoslavi. Benes si premurava di assicurare che le concessioni che i boemi slavofili avrebbero imposto a favore degli jugoslavi non sarebbero dipese da un suo mutato atteggiamento nei confronti dell'Italia. Egli accennava anche ad un possibile compromesso territoriale, che i boemi avrebbero appoggiato, per giungere rapidamente ad un accordo con gli jugoslavi, secondo il quale l'Italia avrebbe dovuto accettare l'attribuzione agli slavi della Dalmazia e della costa orientale dell'Istria

Masaryk, l'ispiratore del movimento boemo, dal canto suo, si mostrava obiettivo nel giudicare la questione adriatica e sperava che le due parti interessate trovassero presto un accordo, perché temeva che il contrasto italo-jugoslavo potesse essere fonte di instabilità nel nuovo assetto postbellico europeo. Egli criticava la meschinità degli jugoslavi che, per perseguire i propri interessi territoriali, avevano trascurato di battersi al fianco dell'Italia contro gli Imperi Centrali. Masaryk rimproverava loro l'incapacità di vedute politiche ampie, che permettessero di comprendere che "nel complesso la rottura dell'Austria e la sconfitta della Germania per noi slavi, nell'insieme, significano più che la slovenizzazione di Gorizia" . Il filosofo riconosceva inoltre che Trieste, Gorizia e le città istriane erano italiane e si basava sul principio etnico per valutare la situazione delle aree contese. Inoltre, egli dava il giudizio peso al fatto che le assicurazioni del Patto di Londra erano state date all'Italia non solo da Francia e Gran Bretagna, ma anche dalla Russia, la potente protettrice degli slavi del Sud. Le assicurazioni di Masaryk circa le sue buone disposizioni verso l'Italia continuarono anche quando i rapporti italo-cechi erano stati compromessi da nuovi elementi, creatisi durante la missione militare italiana in Boemia. "L'italofilia" del presidente delle Repubblica cecoslovacca fu riaffermata infatti nel colloquio tra Masaryk e l'ambasciatore italiano a Praga, Lago, durante il quale il boemo dichiarò che i suoi sentimenti di amicizia per l'Italia erano tali da essergli rimproverati dai suoi collaboratori . Tali assicurazioni non riuscirono però a mutare, nei responsabili della politica italiana, l'idea che la politica cecoslovacca si stesse volgendo a danno dell'Italia. Il ministro Sonnino giunse così a imporre una sospensione nelle concessioni di materiale bellico fornito alla Cecoslovacchia come armamento del Corpo d'armata cecoslovacco d'Italia, sino a che la posizione boema rispetto ai rapporti tra Italia e Jugoslavia non fosse stata manifestata alla Conferenza della pace . Negli stessi giorni Benes aveva inoltrato la richiesta di una copiosa quantità di materiali, giustificandola anche sulla base dei diritti cecoslovacchi ad una parte degli armamenti dell'Austria-Ungheria. Il responsabile della sezione italiana del Consiglio Supremo di guerra a Versailles, nel comunicare la lista ad Orlando, esprimeva il suo parere secondo il quale era interesse dell'Italia assicurare i più cordiali rapporti con il nuovo Stato, "non foss'altro che per contrapposto alle manifeste ostilità degli jugoslavi"

La decisione di Sonnino di imporre una linea diplomatica più intransigente nei confronti dei cecoslovacchi rischiava però di compromettere ancor più seriamente i rapporti tra le due nazioni. Venne fatto notare al ministro degli Esteri italiano che se il treno con il quale i cecoslovacchi avrebbero inviato i prigionieri italiani fosse ritornato senza trasportare i battaglioni cecoslovacchi, il cui trasferimento in patria era ormai avviato, i politici boemi avrebbero chiaramente compreso il mutato atteggiamento italiano nei loro confronti . Sonnino, però, poté mantenere vigente la sospensione anche a causa delle notizie che gli pervennero dai comandi militari che ritenevano inopportuno soddisfare le richieste di armamenti dei cecoslovacchi non essendo ancora note le esigenze dell'esercito italiano nel periodo futuro

Il blocco riguardò anche rifornimenti di viveri per i quali non si era giunti ancora a definire un protocollo commerciale che definisse esattamente i corrispettivi che sarebbero spettati all'Italia in pagamento dei beni inviati. I traffici tra i due Stati vennero ripresi pochi giorni dopo, grazie anche alle notizie che giungevano dalla Regia Legazione di Praga, che descrivevano la profonda crisi in cui la Cecoslovacchia si dibatteva e la necessità delle derrate, che sarebbero state probabilmente acquistate altrove, magari ad un prezzo più alto, dato lo stringente stato di bisogno in cui versava la Repubblica. L'ambasciatore Lago sottolineava anche la minaccia all'ordine sociale rappresentata dalla carestia. Egli suggeriva pertanto di riprendere l'invio di rifornimenti alla Cecoslovacchia, anche senza aver raggiunto la regolazione auspicata dall'Italia a garanzia dei propri interessi

La decisione di interrompere il blocco venne presa per evitare che i cecoslovacchi, costretti a rifornirsi presso altri mercati, smettessero di provare quel seppur vago sentimento di riconoscenza e simpatia nei confronti dell'Italia, appoggiandosi esclusivamente al sostegno francese.


L'atteggiamento di totale favore francese verso gli slavi, che si manifestò anche nell'opposizione francese al successo delle rivendicazioni italiane nelle questioni adriatiche, era comprensibile anche alla luce del dissidio italo-jugoslavo, a detta di quanti in Italia non approvavano la politica del governo, che continuava a subordinare qualsiasi situazione al raggiungimento degli obiettivi previsti dal Patto di Londra. Bissolati, che in assoluta coerenza con le idee democratiche propugnate durante la guerra, riteneva che l'Italia avrebbe ottenuto maggiori risultati in termini di prestigio e di influenza morale se fosse stata essa stessa a rinunciare a quelle pretese che costituivano un'offesa al principio di nazionalità sbandierato nella lotta contro l'Austria-Ungheria. Il leader di quella corrente che venne definita, in modo quasi dispregiativo, "rinunciataria", riteneva naturale che gli alleati prendessero delle precauzioni affinché le ex nazionalità oppresse, a causa dello scontro tra italiani e jugoslavi, non cominciassero a diffidare delle Potenze occidentali e a volgersi verso la Germania, e che, dunque, la Francia si adoperasse a garantire la permanenza delle nuove nazioni nello schieramento alleato, assecondandole in tutto ciò che le era possibile

Con la fine delle attività belliche e della necessità di serrare le file davanti al pericolo che minacciava la nazione, i sostenitori italiani della politica delle nazionalità, che provenivano da vari schieramenti, si divisero, coerentemente alle loro visioni politiche. L'emergere delle difficoltà dei rappresentanti del governo italiano per far trionfare la causa italiana alla Conferenza della pace e l'acuirsi del dissidio con gli jugoslavi indignarono il fronte nazionalista. Coloro i quali avevano appoggiato la politica di sostegno delle nazionalità soggette all'Austria-Ungheria considerandola strumentale allo scopo di alleggerire lo sforzo dell'esercito italiano, associando le popolazioni alla lotta comune contro l'Impero asburgico, ripresero la loro polemica "slavofoba" nei confronti degli avversari sulle coste adriatiche. Inoltre, chi considerava le acquisizioni territoriali alla frontiera orientale irrinunciabili per l'Italia, riteneva pericolosissima la coerenza con la quale le personalità che avevano sostenuto le nazionalità oppresse per una sincera fede nei principi di libertà e autodeterminazione giudicavano le rivendicazioni italiane. Si ritenevano perciò lesive per gli interessi italiani le dichiarazioni con le quali Bissolati si pronunciava in favore della rinuncia spontanea dell'Italia alla Dalmazia e al Tirolo, la cui annessione avrebbe violato i diritti nazionali di slavi e tedeschi. L'intransigenza bissolatiana non fu condivisa neppure da molti di quelli che durante la guerra erano stati tra i suoi più efficienti collaboratori, come ad esempio, Albertini, il quale, se avrebbe convenuto con Bissolati sull'opportunità per l'Italia di non insistere per ottenere la Dalmazia, non fu d'accordo sulla rinuncia alle frontiere strategiche in Tirolo.

Allo stesso tempo, i personaggi che avevano creduto nell'utilità dell'alleanza italo-boema come base per una collaborazione tra i due popoli negli anni successivi alla guerra, continuarono a esaltare l'epopea dei cecoslovacchi, narrando la lealtà boema dimostrata all'Italia durante il conflitto e l'utilità di sfruttare la riconoscenza della nazione cecoslovacca verso l'Italia per l'aiuto fornitogli nelle fasi più importanti della loro costituzione in Stato, per conquistare un'area di influenza in quella zona dell'Europa centro-orientale considerata di primaria importanza per gli interessi italiani

Essi attribuivano l'ambiguo atteggiamento manifestato dai boemi dopo l'armistizio al successo della propaganda jugoslava anti-italiana nei circoli cecoslovacchi. Sorsero così anche iniziative con le quali si cercava di dare segnali emblematici dell'amicizia italiana ai boemi. La Lega italo-cecoslovacca, che subentrò al Comitato italiano per l'indipendenza cecoslovacca quando, raggiunto il suo obiettivo, esso si disciolse, si fece promotrice di alcune azioni in tal senso, come, ad esempio, la raccolta di doni natalizi da inviare in Boemia per i legionari del Corpo d'armata cecoslovacco d'Italia o il dono di medaglie commemorative fatto ai legionari che avevano combattuto sul fronte italiano.

I nazionalisti italiani temevano, però, che la corrente "rinunciataria" avrebbe potuto danneggiare l'immagine italiana presso i cecoslovacchi, dando l'opportunità alla diplomazia ceca di utilizzare, a pretesto di un eventuale mancato aiuto alla Conferenza della pace, le dichiarazioni di quelle personalità italiane che ritenevano giusto limitare le richieste italiane per non ledere i diritti di altre popolazioni


Con il passare dei mesi, gli attriti fra l'Italia e la Cecoslovacchia si acuirono, anche a causa degli avvenimenti in Slovacchia, e gli equivoci circa l'atteggiamento cecoslovacco nei confronti tra italiani e jugoslavi si verificarono in un clima sempre più deteriorato.

Nel febbraio del 1919, ad esempio, quando la missione militare italiana in Boemia era già motivo di recriminazioni tra i due governi, si verificò un incidente diplomatico a causa della diffusione da parte della Cecoslovacchia di alcune cartine geografiche in cui la frontiera italo-jugoslava era tracciata in modo nettamente favorevole agli slavi, con l'intera Istria, Trieste e Gorizia compresi nella Jugoslavia. L'ambasciatore Lago fu incaricato dal ministro degli Esteri di esporre la questione a Masaryk, che ritenne che si dovesse essere trattato di un errore. Egli non credeva possibile che Benes intendesse mettere in discussione l'italianità di Trieste e specificò che, sebbene l'opinione pubblica si lasciava convincere dai "pregiudizi" degli jugoslavi, gli uomini politici sapevano che l'Italia aveva rappresentato e rappresentava un importante fattore della politica mondiale

L'episodio venne discusso anche nel colloquio che ebbe l'ambasciatore italiano a Parigi Bonin con Benes, il quale confermò che si era trattato di un errore



3.5 La definizione dei confini meridionali della Slovacchia


Un'altra questione delicata che la Conferenza della pace dovette affrontare fu quella della definizione dei confini meridionali della Slovacchia. La sua annessione al nuovo Stato non sollevò discussioni, poiché l'unione degli slovacchi ai cechi fu considerata una naturale applicazione del principio di autodeterminazione delle nazionalità. Gli slovacchi erano stati colti impreparati dalla guerra e dall'attivismo degli emigrés, a causa del limitato apporto che essi erano chiamati a fornire alla vita politica del regno d'Ungheria. Il loro contributo alla lotta per la liberazione nazionale si limitò a quello fornito da Stefánik, che li rappresentava in seno al Consiglio Nazionale ceco di Parigi e, solo negli ultimi mesi del conflitto, dall'azione di collegamento tra i fuoriusciti e i politici nell'Impero svolto da Srobár e Hodza. I politici slovacchi che si misero in azione per ottenere maggiori diritti per la propria nazionalità non furono in grado di elaborare alternative al programma cecoslovacco, propostogli dai boemi, a causa del rischio di subire dure repressioni da parte del governo magiaro, ma anche per tutte le ragioni politiche e strategiche che rendevano molto difficile immaginare, in quel momento storico, la nascita di uno stato slovacco indipendente. I leader slovacchi all'estero ritennero così più opportuno cercare di perseguire dei risultati comuni al fianco dei più organizzati e consapevoli cechi. Lo stesso Stefánik, che era profondamente convinto della peculiarità nazionale slovacca rispetto ai cechi, assecondò i progetti cecoslovacchi, trascurando di riaffermare continuamente l'identità della nazione slovacca, poiché, resosi conto della profonda ignoranza degli occidentali sulla situazione etnica della regione danubiana, ritenne più utile schematizzare gli obiettivi in modo da renderli più facilmente percepibili e perseguibili dalle potenze dell'Intesa . Egli accettò così, per esempio, che l'organizzazione di Parigi fosse chiamata Consiglio Nazionale ceco, che diventerà cecoslovacco solo nel 1918, quando i leaders del movimento cercheranno di coinvolgere gli slovacchi nella costruzione dello Stato, per evitare che essi trovassero più attraenti le proposte di ampia autonomia che giungevano loro dall'Ungheria. Le maggiori manifestazioni della volontà degli slovacchi di unirsi ai cechi furono, oltre alla dichiarazione prodotta dall'incontro di Cleveland, nell'ottobre 1915, con la quale si auspicava la nascita di uno Stato federale che comprendesse le due nazionalità, nel quale la Slovacchia avrebbe avuto un governo, una Dieta ed un'amministrazione autonoma, il Patto di Pittsburgh, siglato il 30 maggio 1918 dalle organizzazioni ceche e slovacche d'America sotto l'egida di Masaryk, e la dichiarazione del 30 ottobre 1918, emanata dal Consiglio Nazionale slovacco insediatosi lo stesso giorno a Turčansky Sv. Martin, con la quale la rappresentanza slovacca dava il suo consenso alla formazione dello Stato cecoslovacco. Gli avversari del "cecoslovacchismo", come i delegati ungheresi alla conferenza della pace, criticheranno la scarsa rappresentatività delle assemblee riunitesi nelle varie occasioni. In particolare, non si riconosceva il valore attribuito dai fuoriusciti boemi al patto di Pittsburgh, poiché non si comprendeva con quale autorità le associazioni di emigrati avrebbero potuto assumere un impegno a nome dell'intera nazione slovacca, né si considerava degna di attenzione la dichiarazione del 30 ottobre, in quanto prodotta da un gruppo di slovacchi "conquistati alla politica imperialista ceca" , senza alcuna investitura popolare.

Durante il congresso di Versailles queste contraddizioni furono rilevate dall'Ungheria che, naturalmente, si opponeva alla sottrazione della regione slava. Gli slovacchi, invece, ebbero fiducia nelle garanzie di autonomia che erano loro assicurate dai cechi.

Mentre nelle altre regioni della Cecoslovacchia si distinguevano le frontiere storiche, sopravvissute spesso come delimitazioni amministrative nell'ambito dell'Impero asburgico, la regione slovacca non presentava le stesse caratteristiche. I confini settentrionali coincidevano con la frontiere tra Impero d'Austria e regno d'Ungheria, ma nella parte meridionale l'unica frontiera che era possibile cercare di rintracciare era quella etnica, evidenziata dalla lingua usata dalle popolazioni. Tale linea di demarcazione era, però, molto poco netta: dieci secoli di amministrazione ungherese e lo sforzo di magiarizzazione incessantemente condotto dai governi ungheresi avevano fatto perdere le tracce delle antiche frontiere, creando una fascia piuttosto ampia di territorio abitata da sia slovacchi che da ungheresi, distribuiti in modo tale da non permettere l'isolamento di nuclei consistenti di un'etnia, con l'esclusione dell'altra. Si verificava spesso, ad esempio, che le città fossero prevalentemente magiare, ma nel circondario prevalesse la popolazione slovacca: qualsiasi delimitazione si fosse tracciata avrebbe compreso consistenti minoranze.

I criteri per stabilire la frontiera slovacco-ungherese furono perciò prevalentemente strategici ed economici. In particolare, i delegati cecoslovacchi insistevano sulla necessità per la nuova Repubblica di avere un accesso diretto al Danubio, "colonna dell'edificio economico politico della Cecoslovacchia" . Era poi rivendicata la città di Bratislava (Presburgo), nella quale gli slovacchi erano effettivamente minoritari rispetto a tedeschi e magiari, ma che era stata sempre considerata la capitale della Slovacchia. Il Danubio era, secondo i boemi, l'unica frontiera naturale possibile ben definita, che avrebbe eliminato il rischio di continue dispute a causa dell'imprecisione di qualsiasi altra delimitazione. Benes propose che il confine corresse, dopo Bratislava, lungo i monti Matra e Buk, includendo Miskolcz, importante nodo ferroviario e situata in un'area ricca di giacimenti carboniferi, e poi attraverso la regione del Tocaj, includendone un'ampia porzione. Questa linea di demarcazione, però, avrebbe compreso alcune aree assolutamente magiare, ragion per cui la stessa Francia, completamente votata al sostegno delle rivendicazioni boeme, ne abbandonò la difesa, vista la totale disapprovazione che la proposta aveva suscitato nelle delegazioni statunitense, britannica e italiana. La successiva indicazione americana, che prevedeva un confine passante a nord del Danubio e della valle dell'Ipel, fu rigettata dai francesi, che sostenevano la teoria ceca secondo la quale era vitale per il nuovo Stato essere delimitato, per un tratto, dal Danubio. Il compromesso proposto dalla Francia prevedeva l'inclusione nella Cecoslovacchia della zona del Grösse Schütt, "un'isola" delimitata dal Danubio e dal Piccolo Danubio, nonostante la sua caratterizzazione etnica prevalentemente magiara, e di una striscia di territorio nella Slovacchia sud-orientale, tale che la Cecoslovacchia potesse avere il controllo di un tratto di ferrovia utile alle comunicazioni con la Rutenia. Alla cessione del Grösse Schütt l'Italia si oppose decisamente poiché vide nel possesso boemo di quella regione una condizione favorevole per la realizzazione, anche non immediata, del corridoio verso la Jugoslavia . Le proteste italiane in questo caso furono inefficaci. La linea che, alla fine, venne stabilita, seguiva tali indicazioni, e risultò estremamente simile a quella auspicata da Masaryk già nel 1915 . La delegazione ceca aveva dunque visto soddisfatte la maggior parte delle sue richieste, escluse quelle che non trovavano una giustificazione strategica sufficientemente valida o che ledevano in modo troppo evidente il diritto dei magiari a far parte del loro Stato nazionale, come quella dell'annessione dell'ampia parte della regione del Tocaj che sarebbe stato necessario includere per assicurare alla Cecoslovacchia la città di Miskolz.

Coloro che maggiormente si opposero alla realizzazione delle misure, sempre sostenute dalla Francia, richieste dallo Stato cecoslovacco, furono i rappresentanti italiani e americani. I motivi che spingevano a rifiutare le concessioni alla Repubblica boema erano, però, differenti. Mentre gli Stati Uniti perseguivano un non molto ben definito ideale di giustizia, che rese i suoi delegati poco incisivi poiché privi di direttive programmatiche concrete, l'Italia valutava se le opzioni sotto esame alla commissione le avessero potuto portare qualche pregiudizio. Per questa ragione le due delegazioni non avrebbero trovato il modo di coordinare la loro azione e la strategia francese di isolare gli statunitensi per convincerli ad accettare soluzioni contrarie ai principi che essi propugnavano ebbe quasi sempre successo

L'atteggiamento italiano, anche in questo caso, era condizionato alla valutazione degli equilibri che le nuove frontiere slovacche avrebbero creato. La delegazione italiana non trascurava i danni che sarebbero potuti derivare da un eccessivo indebolimento dell'Ungheria, unica nazione in grado di controbilanciare la preponderanza della Jugoslavia e dalla Cecoslovacchia, sua probabile alleata . L'Ungheria si delineava quindi, già nel corso della conferenza della pace, come l'alleata alternativa alla Cecoslovacchia, per poter esercitare una sorta di controllo sulla regione che gravitava sul mare Adriatico. In quest'ottica l'Italia non voleva acconsentire alla cessione alla Cecoslovacchia delle aree quasi esclusivamente magiare, come le colline a nord di Budapest, grazie al possesso delle quali la Cecoslovacchia avrebbe potuto avere una preziosa posizione strategica a ridosso della capitale ungherese, così come fu l'unica delegazione a non mostrare immediato favore per l'aggregamento della provincia autonoma della Rutenia subcarpatica alla Cecoslovacchia, in considerazione del danno nelle comunicazioni con la Polonia che tale unione avrebbe provocato all'Ungheria

I lavori della commissione per gli affari cecoslovacchi terminò i suoi lavori a metà marzo ed i suoi risultati furono integralmente approvati dalle quattro Potenze alleate.




3.6 Motivi di debolezza della nuova Repubblica


Il successo della diplomazia cecoslovacca durante la guerra e nelle trattative della Conferenza della pace fu amplissimo: non furono soddisfatte solamente le richieste riguardanti piccole rettifiche alle frontiere storiche con Austria e Germania e il cosiddetto corridoio ceco-jugoslavo; alcune pretese eccessive circa il confine meridionale della Slovacchia e l'internazionalizzazione delle vie di comunicazione vennero invece ridimensionate. Il giudizio positivo sull'opera dei maggiori fautori del movimento cecoslovacco è stato spesso collegato all'efficacia della loro azione. Essi riuscirono a creare uno Stato ed a farlo accreditare nello scenario internazionale nonostante il loro programma fosse inizialmente condiviso solo da una piccola parte dell'opinione pubblica boema. Masaryk e Benes ebbero il merito di risvegliare la coscienza antiasburgica della loro nazione, coadiuvati in questo dal fenomeno spontaneo delle diserzioni, dalle rese in massa dei soldati cechi sui fronti austroungarici e dall'interesse strumentale suscitato nell'Intesa dalle proposte degli emigrés. Una valutazione storica del "successo" cecoslovacco non può però esimersi dal rintracciare le cause di molti dei problemi che la Repubblica dovette affrontare in seguito nel modo in cui essa si costituì.

Con l'avvicinarsi della fine della guerra Masaryk e Benes furono consapevoli di poter sfruttare il momento estremamente sfavorevole per l'Austria-Ungheria e la Germania, ma sottostimarono l'importanza delle direttrici storiche che avevano da sempre determinato l'evoluzione della regione danubiana. L'area era stata infatti condizionata dalla pressione da occidente del mondo germanico e da oriente dell'Impero russo. La dissoluzione dell'Impero asburgico, l'organismo che aveva arginato l'influenza sull'Europa centro-orientale dei due contendenti, non fu considerata estremamente preoccupante per l'equilibrio della regione, dato che, per la particolare contingenza storica che si era creata a causa della sconfitta tedesca e della rivoluzione bolscevica in Russia, le due Potenze erano prive di capacità offensive. La costituzione delle nuove nazioni dell'Europa centrale avrebbe avuto, nell'ottica delle Potenze occidentali, anche la funzione di ostacolare la diffusione di movimenti rivoluzionari provenienti dall'ex Impero zarista. Sebbene la Russia nei primi anni successivi alla trasformazione del regime non avesse un'energia tale da intraprendere azioni miranti alla sua espansione né alla diffusione della rivoluzione, le condizioni economiche e morali della società europea alla fine del conflitto erano critiche al punto da far considerare molto verosimile la possibilità di un contagio bolscevico, specialmente nei Paesi usciti sconfitti dalla guerra. La posizione della Cecoslovacchia nel cuore dell'Europa la investiva anche della funzione di protezione dell'Europa occidentale dalla minaccia rivoluzionaria. La costituzione profondamente democratica di cui la Repubblica boema si dotò avrebbe costituito un sostrato sul quale l'ideologia comunista più radicale avrebbe avuto più difficoltà a riscuotere un'adesione di massa

La fede negli ideali democratici anche come base dei rapporti internazionali che Wilson, mediante il progetto di Lega delle Nazioni, propugnava conquistò i cecoslovacchi e li illuse di poter condurre un'esistenza statale pacifica, grazie alla mera garanzia giuridica fornita dai trattati di pace. Quella che Tamborra definì "l'infatuazione democratica" dei boemi , si rivelò una chimera, soprattutto per un Paese che, come la Cecoslovacchia, ebbe motivi di contrasto con tutti i suoi vicini sin dal momento della definizione delle frontiere.

Una causa delle tensioni che resero instabile l'equilibrio appena ricostituito nell'area, furono i metodi utilizzati alla Conferenza della pace per risolvere le questioni oggetto di contese. La sensazione che prevalse tra gli osservatori delle trattative fu quella di scarsa coerenza rispetto ai principi propagandati dall'Intesa durante la guerra, poiché le Potenze alleate utilizzarono i criteri etnici strategici, geografici od economici che meglio si adattavano a favorire, nei casi incerti, lo Stato amico . La Cecoslovacchia, dichiarata nazione cobelligerante durante la guerra, approfittò ampiamente di questa disposizione delle diplomazie dell'Intesa, trovando l'appoggio incondizionato della Francia. Il principio di autodeterminazione, per il quale gli assetti definiti a Versailles si sarebbero dovuti basare sulla libera accettazione dei popoli interessati, e non per assecondare la volontà di potenza o di influenza di un altro Stato, e il principio di nazionalità che, secondo l'enunciazione di Wilson, avrebbe dovuto soddisfare le aspirazioni nazionali dei popoli senza però introdurre nuovi o perpetuare vecchi motivi di antagonismo e di discordia che nel tempo avrebbero potuto minare la pace in Europa , rimasero, nel caso cecoslovacco, solo un'aspirazione che non si riuscì a realizzare. La creazione di condizioni che favorirono il sorgere di nuovi conflitti etnici si verificò in modo emblematico per la Cecoslovacchia.

Il dato certamente più significativo che emergeva dall'analisi della composizione della Cecoslovacchia era la sua multietnicità. Degli oltre 13 milioni di abitanti, circa il 65% di essi apparteneva alle nazionalità ceca o slovacca . I cechi rappresentavano solo il 51% della popolazione totale, il che avrebbe facilmente potuto avere la conseguenza di minare il carattere nazionale dello Stato, che essi invece intendevano affermare e l'unione con gli slovacchi, che erano circa 1.877.000, dunque il 14% degli abitanti, rinsaldava il nucleo etnico su cui si sarebbe basata la Cecoslovacchia . La minoranza più consistente era quella tedesca che costituiva poco meno di un quarto del totale della popolazione. Gli ungheresi e i ruteni rappresentavano gli altri due più importanti gruppi etnici (rispettivamente il 6% e il 4% circa della popolazione); altri gruppi minoritari erano formati da ebrei e polacchi

Le argomentazioni teoriche di maggior rilievo sulle quali si basava la nuova formazione statale erano contraddittorie: "la continuità storica ed etnica dei territori cechi, il nesso storico, ma non etnico, dei territori tedeschi, mentre i territori ungheresi non avevano con esse né un legame etnico, né un legame storico." In effetti, la rivendicazione dei territori abitati da slovacchi venne giustificata da una motivazione etnica sulla base della teoria "cecoslovacca", che proclamava l'omogeneità dei due rami, quello ceco e quello slovacco, di uno stesso gruppo etnico.

L'esigenza di ampliare i confini sino al punto di includervi la parte più ampia possibile dei propri connazionali, eventualmente a scapito di altre nazionalità, era stata esposta da Masaryk sin dal 1917 e motivata con la considerazione secondo la quale, oltre alla minoranze presenti ai margini dei territori etnicamente cechi, sarebbero comunque rimasti molti nuclei di boemi in territori tedeschi. La pretesa di annettere zone in cui i cechi costituivano solo una minoranza, era perciò giustificata, dal punto di vista dei diritti nazionali, come parziale compensazione della impossibilità di comprendere nello Stato tutti i boemi che risiedevano in zone lontane dai confini . Con la stessa impostazione caratterizzata da una sorta di egoismo nazionale e dalla noncuranza per le altrui ragioni, Benes propose spesso alla Conferenza della pace alcune soluzioni che identificavano il punto di vista cecoslovacco come quello che avrebbe realizzato una forma superiore di giustizia . Poiché le sistemazioni territoriali che il ministro degli Esteri cecoslovacco suggeriva erano funzionali all'equilibrio che i vincitori, Francia e Gran Bretagna in particolare, avevano deciso di imporre nell'area danubiana, esse furono realizzate, nonostante i freni posti da chi, come i delegati americani, intuiva i rischi connessi ad un tale assetto.

La soddisfazione delle richieste boeme, implicanti l'annessione di popolazione non cecoslovacca per ottenere la riunione di piccoli gruppi di connazionali alla patria, suscitò il risentimento dei delegati italiani che non comprendevano perché Wilson accettasse che la Cecoslovacchia si costituisse con l'inclusione di quasi 3.000.000 di stranieri ed all'Italia fossero invece rifiutati i territori rivendicati alla frontiera orientale utilizzando come motivazione il principio di nazionalità per poche decine di migliaia di jugoslavi. Il confronto tra le due situazioni era spesso riproposto dalla delegazione italiana che interpretava la differente attitudine del presidente americano nell'accostarsi alla questione cecoslovacca e a quella adriatica come un segnale dell'atteggiamento pregiudiziale nei confronti dell'Italia

La conformazione territoriale della Cecoslovacchia risultò tale che i critici del periodo successivo giunsero a definirla  "mostruosa" o "aborto" poiché la sua artificiosità la rendeva priva di una forma geografica armoniosa e facilmente difendibile, di un centro comune a tutte le regioni e di un'omogeneità etnica e culturale. Queste sue caratteristiche la fecero spesso paragonare ad un'Austria-Ungheria in piccolo, ma solo nei suoi aspetti negativi, dato che i difensori delle minoranze al suo interno sottolineavano che l'Austria-Ungheria aveva sempre avuto uno spiccato carattere sovranazionale e, nonostante fosse stato innegabile un predominio dell'elemento tedesco, essa non si era mai identificata con una sola delle nazionalità che comprendeva. La Cecoslovacchia, al contrario, si considerava uno Stato nazionale, laddove, però, non lo era ed anzi con tale impostazione recava offesa agli altri gruppi nazionali che aveva annesso, spesso contro la loro volontà. Le tensioni nazionalistiche che potevano sorgere da un assetto così precario, quando fossero state rappresentate all'interno degli organi costituzionali, avrebbero potuto minare la vita democratica dello Stato. Il limite alla capacità della Repubblica cecoslovacca di assorbire le minoranze fu analizzato anche dal delegato britannico Nicolson nella commissione per gli Affari cecoslovacchi, in occasione dei dibattiti sull'opportunità di comprendere nei confini slovacchi aree, come quella situata tra il Danubio e il Piccolo Danubio, a netta maggioranza magiara . Come si è detto, la complessa struttura etnica dell'Europa centro-orientale aveva reso opportuno imporre, congiuntamente alla firma dei trattati di pace che costituivano le nuove nazioni, un protocollo con il quale gli Stati che comprendevano vaste minoranze, assumevano l'impegno di non discriminarle in alcuna maniera e di proteggere le loro peculiarità culturali e religiose. Alla Cecoslovacchia era poi stato imposto il rispetto dell'autonomia completa della regione rutena, che era stata annessa alla Repubblica con questa condizione. Oltre a questi impegni assunti ufficialmente al tavolo della pace, erano state promesse ai tedeschi misure autonomistiche per calmare gli animi in seguito alla repressione della rivolta scoppiata nei distretti germanici di Boemia e Moravia, che però non furono mai realizzate.



Il governo boemo non soddisfece neppure le richieste degli slovacchi per ottenere maggiore indipendenza da Praga. Il progetto di federazione ceco-slovacca ventilato nelle prime fasi della lotta di liberazione, con il quale si sperava di attrarre gli slovacchi per costituire con loro le basi di una collaborazione, venne accantonato e sostituito con la prospettiva di un'ampia autonomia riservata alla regione slovacca. Già questo mutamento provocò la delusione dei più accesi nazionalisti slovacchi, i quali, se vedevano nella federazione una soluzione con la quale si assicurava la partecipazione paritaria dei due gruppi nazionali alla vita dello Stato, temevano che le garanzie di autonomia facessero passare gli slovacchi dalla posizione di nazione dominante a quella di minoranza, senza ottenere quel miglioramento in termini di status che essi si aspettavano dall'ingresso in uno Stato nazionale. Gli accordi che avevano sancito l'autonomia slovacca erano vaghi e indeterminati e la loro formulazione poco precisa permise al governo boemo di esimersi da una pronta realizzazione delle misure promesse. Questi aspetti poco limpidi della politica delle razze che caratterizzarono la stabilizzazione della Cecoslovacchia contribuirono a diffondere la sensazione che la nazione boema, nata dal successo delle lotte per la liberazione della patria, era pronta a violare gli stessi principi per i quali i suoi patrioti avevano combattuto, se rivendicati da un'altra nazionalità. La nuova Repubblica mostrò così, al mondo, un aspetto deleterio del nazionalismo acceso che caratterizzava le giovani nazioni sorte dalla guerra, nazionalismo che poteva assumere, nel migliore dei casi, la definizione di "individualismo" sino ad essere identificato dagli avversari con un vero e proprio imperialismo . Il sentimento patriottico che aveva condotto alla istituzione della nuova Repubblica, eccitato dalla lotta e dalla necessità di consolidare i successi ottenuti a Versailles, causò una stretta identificazione della nazionalità maggioritaria con l'apparato statale che essa era riuscita a costituire . Ciò suscitò un particolare malcontento e reazioni naturali in uno Stato, come la Cecoslovacchia, in cui la maggioranza ceca sopravanzava numericamente le minoranza più consistenti solo di poco e non raggiungeva che una maggioranza relativa senza gli slovacchi, i quali spesso si mostrarono recalcitranti ad appoggiare i cechi, in quanto si ritenevano sfruttati e usati come uno strumento nelle mani della politica boema.

Il "cecoslovacchismo", come teoria politica che individuava in cechi e slovacchi le due componenti di un unico gruppo nazionale, era necessario per rinsaldare nello Stato la supremazia numerica della popolazione slava di etnia simile . A tal fine si cercò di esaltare la rassomiglianza tra i due gruppi, dando vita a definizioni, come quella della lingua cecoslovacca , mai utilizzata prima della guerra, che, piuttosto, mettevano in risalto l'artificiosità del tentativo di fusione. Il commento più emblematico formulato sulla teoria della omogeneità dei due popoli, spesso riportato dagli storici, affermava che, come dal punto di vista geografico la Cecoslovacchia non esisteva, dal punto di vista etnico si poteva dire "che, nel mondo, [c'era] un solo cecoslovacco: il signor Benes"

Sebbene il sistema cecoslovacco si fosse caratterizzato per una sincera adesione ai principi democratici, gli slovacchi lamentarono la loro esclusione dalla vita dello Stato poiché, anche nella loro regione, le procedure per il reclutamento dei funzionari dello Stato privilegiarono i boemi. In Slovacchia, dove i funzionari erano stati, sino alla dissoluzione dell'Impero, ungheresi, si rese necessario sostituirli con cechi, a causa dell'impreparazione politica e lo scarso livello culturale degli abitanti della zona

Oltre alla scarsità di personale slovacco qualificato, un altro fattore che giocò a sfavore dell'autogoverno e dei processi di decentramento fu la tensione con l'Ungheria che caratterizzò i primi mesi della vita del nuovo Stato. I continui tentativi magiari di riallacciare i contatti con gli elementi slovacchi meno soddisfatti dall'assetto deciso a Versailles, per portarli nel proprio campo con le promesse di una grande autonomia da raggiungersi all'interno della Repubblica ungherese, convinse il governo di Praga ad utilizzare negli apparati della regione contesa elementi particolarmente fidati, scelti tra i boemi o tra gli slovacchi aderenti all'ideologia cecoslovacca . Inoltre la classe dirigente slovacca era stata sino ad allora costituita dal clero cattolico, molto conservatore, che aveva instillato nella popolazione un sentimento di diffidenza nei confronti dei cechi, che erano additati come dei "senza Dio" per il loro razionalismo e laicismo . Il governo di Praga ritenne opportuno tentare l'assimilazione culturale degli slovacchi inviando nella regione insegnanti cechi. La presenza del personale boemo negli uffici e nelle scuole rendeva impossibile rispettare l'autonomia linguistica promessa alla regione, tanto da generare negli slovacchi l'impressione che i cechi stessero portando avanti una sorta di "colonizzazione" della regione, che svalutava la peculiarità culturale slovacca.

A confermare questa impressione contribuirono la mancata costituzione degli organi in cui si sarebbe dovuta realizzare l'autonomia politica dalla Slovacchia, la Dieta e gli organi esecutivi. A capo del ministero per l'amministrazione della regione venne poi nominato Vavro Srobár, uno slovacco che prima della guerra aveva aderito al movimento degli "Hlasisti" che, organizzatosi attorno al giornale "Hlas" (La voce), propugnava l'unione con i cechi come mezzo per ottenere la liberazione dal rigido controllo magiaro e la modernizzazione del Paese. Allo stesso movimento appartenevano i più stretti collaboratori slovacchi di Masaryk e Benes, primo fra tutti Stefánik, e la maggior parte degli slovacchi che vennero considerati dal governo di Praga abbastanza fidati da ricoprire ruoli di rilievo nell'amministrazione cecoslovacca.

Srobar, sebbene svolgesse efficacemente il compito di stabilizzare la Slovacchia e di dotarla di nuove strutture, necessarie dopo il collasso di quelle ereditate dal regno d'Ungheria, fu criticato perché rimase solo un interprete della politica dettata da Praga e non fu in grado di sfruttare il suo dicastero per svolgere una politica autonoma favorevole alla Slovacchia. Ben presto egli si scontrò con alcuni esponenti tra i più radicali del nazionalismo slovacco, come padre Andrej Hlinka. Rifiutandosi di accogliere alcune proposte del prete slovacco e preferendo al suo fianco rappresentanti della minoranza luterana degli slovacchi, il ministro Srobar causò la reazione di Hlinka che, nel dicembre 1918, ricostituì il Partito populista slovacco, orientato su posizioni di nazionalismo estremo, e si recò alla Conferenza della pace per ottenere che le Potenze dell'Intesa obbligassero la Cecoslovacchia a rispettare i patti che promettevano la completa autonomia alla Slovacchia, conclusi con le rappresentanze slovacche durante la guerra. Il suo tentativo si risolse in un insuccesso e terminò con l'arresto del prete al suo rientro in patria. Egli venne presto rilasciato, ma la breve prigionia pose le basi del mito della persecuzione ceca subita dal leader dell'autonomismo slovacco

La situazione di arretratezza in cui versava la Slovacchia rispetto alle province ceche aveva creato un divario economico che amplificava il malcontento ceco nei confronti dell'amministrazione centrale. L'agricoltura continuava ad essere la prima fonte di ricchezza nella regione, priva com'era di stabilimenti industriali, presenti invece in Boemia e Moravia. La politica economica del governo cecoslovacco nei confronti della Slovacchia, oltre ad intervenire per un miglioramento delle infrastrutture, mirò a valorizzare il suo carattere prevalentemente agricolo, ma gli interventi nel campo delle riforme agrarie furono spesso insufficienti o inefficaci. Nel complesso il livello di vita della popolazione crebbe, ma gli slovacchi recriminavano al governo centrale di investire molto meno nella bisognosa Slovacchia che nelle sviluppate province ceche, provocando così uno squilibrio sempre più grave tra l'economia ceca, vicina agli standard dell'Europa occidentale, e quella slovacca, molto più simile all'economia dei Paesi meno progrediti dell'Europa orientale

Gli atti sui quali si era fondata l'unione degli slovacchi allo Stato boemo, dei quali quelli di Cleveland e Pittsburgh erano stati sanciti dagli esponenti dell'emigrazione ceca e slovacca in America, che non erano sufficientemente rappresentativi per impegnare le proprie nazioni su scelte di tale portata. L'ultima manifestazione della volontà slovacca di far parte dello Stato boemo si era avuta il 31 ottobre 1918, da parte del Consiglio Nazionale slovacco costituitosi a Turčansky Sv. Martin. I nazionalisti slovacchi non avrebbero mai riconosciuto il valore della dichiarazione emanata dal Comitato slovacco poiché avrebbero ritenuto scarsamente rappresentativa della volontà della nazione un'assemblea composta per la maggior parte da elementi che avevano aderito al "cecoslovacchismo".

Durante il ventennio di esistenza dello Stato democratico i nazionalisti slovacchi non avranno un grande peso politico per il loro scarso seguito elettorale ma continueranno a portare avanti le istanze autonomistiche con metodi consoni al sistema democratico, mantenendo sempre viva la polemica con il governo di Praga.

Il Partito populista ritornò a ricoprire un ruolo di primo piano nel 1938, nei giorni fatali alla Cecoslovacchia, poiché si pose alla guida del tentativo slovacco di separare la propria sorte da quella boema. Approfittando della grave crisi indotta dall'iniziativa della Germania nazista riguardante i Sudeti, i nazionalisti slovacchi più estremisti, mostrando uno scarso lealismo verso la loro patria, riuscirono ad ottenere la realizzazione di un governo autonomo slovacco, presieduto da monsignor Tiso, il successore di Hlinka alla presidenza del partito. Questa misura, che trasformava finalmente la Cecoslovacchia in federazione, precedette di pochi mesi la scomparsa della Repubblica. Nel '39, quando il sistema creato da Masaryk e Benes era in piena crisi a causa delle pressioni esterne, gli slovacchi approfittarono della situazione per porsi sotto l'egida di Hitler e compiere una secessione completa da quello che rimaneva della Cecoslovacchia


Anche l'incapacità delle autorità cecoslovacche di risolvere le tensioni con la minoranza tedesca risultò fatale alla Repubblica.

Se nella fase iniziale della vita politica dello Stato, superato il primo momento turbolento e caotico, i partiti che maggiormente rappresentavano la minoranza di lingua tedesca, agrario e socialdemocratico, collaborarono al governo con le loro controparti slave, inserendosi attivamente nell'apparato politico cecoslovacco per cercare di ottenere un poco alla volta il pieno riconoscimento dei propri diritti e realizzare così l'autonomia gradualmente . Quando la crisi economica alla fine degli anni '20 fece sentire le sue conseguenze, colpendo gravemente le province abitate da tedeschi per via della loro struttura economica legata all'industria, il governo non fu in grado di approntare misure efficaci per mitigare gli effetti della crisi. La tendenza a sostenere in modo più energico l'agricoltura, dovuta al forte peso del Partito agrario nel governo, diede alla popolazione tedesca della Cecoslovacchia la sensazione di subire forme di discriminazione economica.

L'emergere della Germania dalla crisi del dopoguerra rese più concreta la possibilità di rivolgersi verso Berlino per ottenere sostegno alle istanze avanzate verso il governo cecoslovacco. Il successo del nazismo rinvigorì il movimento nazionale dei tedeschi dei Sudeti, aggregando attorno alla Sudetendeutsche Partei, fondata nel 1935 da Konrad Heinlein, la maggioranza dei voti dei tedeschi di Boemia. Heinlein, sebbene inizialmente si proclamasse fedele alla Repubblica cecoslovacca e si proponesse di conquistare l'autonomia della regione senza interventi esterni, aveva in seguito aderito alle idee naziste e le diffondeva nella regione. Questa situazione favorì l'affermazione sulla scena politica dei nazionalisti tedeschi più radicali e la convergenza dei voti dei tedeschi sul partito autonomista che, alle elezioni del 1935, raggiunse il secondo posto, in termini di numero di seggi, dopo il Partito agrario

Nel 1936 il governo ceco compì dei tentativi per giungere ad un accordo con gli "attivisti" dei Sudeti, cioè quella parte del mondo politico tedesco-boemo che non aveva rifiutato l'inserimento nella vita politica cecoslovacca e che riteneva opportuno moderare i toni accesi di Heinlein privandolo delle motivazioni che egli utilizzava a supporto delle sue teorie radicali . I termini dell'intesa raggiunta, che accordava un'ampia autonomia alla regione dei Sudeti, non furono però mai realizzati dalle autorità ceche, a causa della spirale nazionalistica che si era innescata in Cecoslovacchia e che induceva i cechi a reagire alle provocazioni di Heinlein ignorando gli impegni assunti con gli antichi dominatori tedeschi . Questa politica poco accorta diede un'arma in più alla propaganda del partito indipendentista

La situazione internazionale ebbe poi un peso decisivo nel condurre la Cecoslovacchia a divenire succube del problema della minoranza tedesca. Sino al 1938 prese in considerazione la possibilità di sfruttare l'organizzazione di Heinlein con lo scopo di affidargli la propaganda a favore della Germania. I tedesco-boemi che avevano aderito al nazismo presero così ad amplificare ogni possibile motivo di malcontento nei confronti dei cecoslovacchi per giustificare l'adozione da parte della Germania di una politica sempre più aggressiva verso la Cecoslovacchia, sino al momento in cui il governo boemo, abbandonato dagli alleati occidentali, dovette piegarsi al volere del potente vicino.

"...La catastrofe cecoslovacca nel 1938-39 si svolse in condizioni così stridenti di brutale violenza e d'ingiustizia, che (il paese non) era in condizioni psicologiche idonee a vedere che, dietro la brutale violenza delle Potenze, si muoveva in buona parte anche la logica della storia."



3.7 La vita politica della nuova Repubblica


I seguaci della nazione cecoslovacca tentarono di dare due basi ideologiche all'esistenza dello Stato: la prima era le democrazia, la seconda il principio della inviolabilità delle ripartizioni territoriali fatte a Versailles nel 1919.

La formazione del Parlamento della nuova Repubblica avveniva in base alla rappresentanza proporzionale dei partiti: ciò permise l'esistenza di molte piccole formazioni che senz'altro aggravavano la fragilità del sistema politico. Le istituzioni dello Stato, comunque, riuscirono a mostrare una buona capacità di resistenza alle tensioni che uno scenario politico così frammentato creava, anche grazie agli ampi poteri presidenziali in grado, in alcuni momenti, di compensare le debolezza strutturali del sistema.

Nel dicembre del 1918 Masaryk assunse i poteri di primo presidente costituzionale della Repubblica cecoslovacca. Nel nuovo ordinamento il presidente aveva vasti poteri, ma ciò che contribuì a enfatizzare l'importanza della sua figura fu l'averla affidata ad un personaggio che, se prima della guerra era considerato un autorevolissimo personaggio politico ed un intellettuale di primo piano, durante la lotta per l'indipendenza nazionale era assurto a simbolo stesso dell'indipendenza nazionale. Masaryk aveva infatti conquistato una considerazione grandissima agli occhi dei suoi connazionali, anche per la grande stima che aveva saputo riscuotere tra i leaders politici di tutto il mondo.

Il presidente, con il suo grande carisma, riuscì ad aggregare le maggioranze necessarie per governare il Paese. Masaryk, che detenne i maggiori poteri per lungo tempo, con la collaborazione di alcuni uomini fidati che vennero definiti 'la cricca del castello' (il castello di Praga era la sua residenza), pur oltrepassando, alcune volte, il limite costituzionale dei suoi poteri, non li utilizzò mai in modo tale da ledere i principi democratici posti alla base del nuovo ordinamento, e il sistema che, anche grazie alla sua opera, si delineò in quei primi anni di vita del nuovo Stato era effettivamente il più democratico dell'Europa centro-orientale. Al suo rientro in Cecoslovacchia, si trovò affiancato al primo ministro Kramář che egli riteneva inadatto a quell'incarico. Kramář era alla guida del partito nazionale democratico, che perseguiva come obiettivo politico la "cechizzazione" del Paese, anche a scapito dei diritti delle altre nazionalità dello Stato e, per raggiungere questo risultato anche in ambito economico, appoggiava, ad esempio, le misure di nazionalizzazione delle imprese controllate da tedeschi.

Il presidente della Repubblica, invece, riteneva che per rinsaldare le basi dello Stato e mitigare le rivalità tra i vari gruppi, che già erano emerse in modo lampante, fosse necessaria una politica di conciliazione tra le nazionalità, quanto più possibile distante dallo sciovinismo ceco che Kramář rappresentava. Anche nell'ambito della politica estera le idee dei due politici divergevano totalmente: mentre Masaryk era deciso a continuare il dialogo e la collaborazione con gli Stati dell'Europa occidentale, dai quali era dipesa la stessa creazione della Cecoslovacchia, Kramář guardava alla Russia ed al suo governo, quale era stato prime delle ondate rivoluzionarie del 1917.

Quando, nel 1919, il partito socialdemocratico vinse le elezioni per i governi locali, Masaryk ritenne opportuno sostituire a Kramář, in quel momento a Parigi, il leader del partito vincitore Tusar. L'iniziativa non del tutto costituzionale del presidente, fu però avallata dal voto alle elezioni politiche generali dell'anno successivo, dal quale si vide nuovamente emergere il partito socialdemocratico, che l'investitura popolare legittimava al potere.

La relativa stabilità politica della Cecoslovacchia fu inoltre dovuta alla solida organizzazione amministrativa, ereditata dalla Monarchia asburgica, sulla quale il presidente Masaryk seppe imporre il suo pieno controllo, anche grazie alla fedeltà che i suoi sottoposti serbavano non solo nei confronti della loro patria, ma anche della persona stessa del presidente. Dopo che la situazione postbellica si normalizzò, l'amministrazione fu riorganizzata sulla base della vecchia sistemazione asburgica: il Paese fu diviso in quattro province, Boemia, Moravia, Slovacchia e Rutenia, a loro volta suddivise in distretti governati da hetman o zupan, nominati dal governo. Il controllo delle quattro province, che corrispondevano alle regioni storiche, era affidato ad un presidente nominato e controllato dal ministro dell'Interno. Questa organizzazione si dimostrò efficace e contribuì grandemente alla stabilità dello Stato.

Nonostante la recessione mondiale della fine degli anni '20, la Cecoslovacchia continuò ad essere caratterizzata da un alto livello di industrializzazione, che le permise di assicurare ai suoi cittadini lo standard di vita più elevato tra quelli delle nazioni dell'Europa centrale. Notevoli progressi furono inoltre possibili dal punto di vista delle riforme sociali, incoraggiati anche dalla stabilità che il sistema politico sembrava saper garantire: le grandi proprietà della nobiltà tedesca o germanizzata furono nazionalizzate e divennero oggetto di spartizione tra i piccoli proprietari cechi e slovacchi, grazie alla legge di riforma agraria. Sebbene al momento della sua realizzazione essa non si sarebbe rivelata radicale ed efficace come era apparsa in teoria ed in Slovacchia, dove si nutrivano grandi aspettative di miglioramenti, non sarebbe riuscita ad eliminare il malcontento della popolazione che confrontava il proprio tenore di vita con quello, nettamente superiore dei cechi, contribuì comunque a mantenere sotto controllo le tensioni sociali[108]. Anche le proprietà industriali e finanziarie dei tedeschi furono nazionalizzate, fu garantita la giornata lavorativa di otto ore per tutti i lavoratori, furono stanziati sussidi per i disoccupati, fu attuato un piano pensionistico, furono garantite l'assistenza sanitaria e le ferie pagate. Queste misure ponevano il Paese all'avanguardia sul piano sociale e della protezione dei lavoratori.


Il secondo pilastro della vita politica cecoslovacca, la politica estera, rimase fino al 1935 (e in parte anche dopo) nelle mani di Benes, che l'aveva tracciata già durante gli anni del primo conflitto mondiale. Dal confronto dell'indirizzo diplomatico seguito durante la guerra con quello condotto dopo la pace emerge la costante necessità cecoslovacca di affidarsi all'aiuto delle Potenze occidentali.

Dei rapporti creatisi grazie alla cobelligeranza con l'Intesa il più saldo si rivelò quello con la Francia che era animata dall'obiettivo, condiviso appieno dai cecoslovacchi, di creare un equilibrio in Europa centrale tale da permettere un valido contenimento della Germania. La Cecoslovacchia, che tra i suoi compiti annoverava quello di "argine del germanesimo", difficilmente avrebbe potuto svolgere tale ruolo senza il supporto delle armi della Francia, emersa dalla Conferenza della pace come la nazione continentale più potente.

Benes, però, così come durante la guerra non aveva avuto scrupoli a condurre un gioco diplomatico intraprendente pur di affermare il ruolo internazionale della Cecoslovacchia attraverso i riconoscimenti di tutti gli Stati dell'Intesa, senza legarne le sorti ad uno solo, neppure nel dopoguerra avrebbe voluto limitare la propria libertà di azione e il prestigio della Repubblica creando una dipendenza troppo stretta dalla Francia.

L'altra naturale tendenza della politica estera cecoslovacca era quella che Masaryk aveva già enunciato nella esposizione del quadro ideale circa la collocazione internazionale della futura nazione boema, nel quale auspicava, oltre all'alleanza con gli Stati dell'Europa occidentale, ad una collaborazione armoniosa con le altre nazioni dell'area danubiana e balcanica[109]. Durante la guerra si era realizzata infatti una stretta cooperazione con le altre nazionalità minoritarie dell'Austria-Ungheria; nel periodo postbellico, invece, l'Intesa fu ostacolata dagli attriti che emersero durante la fase della definizione delle frontiere. Le questioni territoriali compromisero gravemente i rapporti con i polacchi. Con gli Stati con i quali non si era aperta nessuna vertenza, come la Jugoslavia, e con la Romania, la tradizionale amicizia perdurò. Le due nazioni erano quelle che, con la Cecoslovacchia, erano state particolarmente favorite dalla Conferenza della pace. La Jugoslavia, come la Boemia, doveva la sua nascita alle decisioni assunte a Versailles e la Romania aveva ottenuto di compiere, dopo il conflitto, annessioni tali da raddoppiare quasi l'estensione del suo territorio. I tre Paesi condividevano perciò la preoccupazione che le condizioni ideali stabilite a Versailles potessero venir meno in seguito alla violazione dei trattati da parte di chi li aveva subiti, in particolare Germania e Ungheria .

Il rispetto dei trattati era, infatti, un altro vincolo che avrebbe dovuto ostacolare la rapida ripresa della Germania, anche a causa delle durissime misure che le erano state imposte in materia economica. L'Ungheria aveva dovuto accettare gravi tagli territoriali, soprattutto in favore della Romania, della Cecoslovacchia e della Jugoslavia. La naturale tendenza alla collaborazione tra le ex nazionalità oppresse si concretizzò proprio intorno al fine comune di creare sempre maggiori garanzie a difesa dello status quo imposto dai trattati di pace. Esse intrapresero l'iniziativa di rinsaldare il loro legame in funzione antiungherese e, in occasione del tentato ritorno in Ungheria di Carlo, prese forma il trattato di alleanza difensiva tra Cecoslovacchia e Jugoslavia (14 aprile 1920) che, completato da quello tra Cecoslovacchia e Romania (23 aprile 1921) e da quello tra Romania e Jugoslavia (7 giugno 1921), diede vita ad un sistema finalizzato a scoraggiare tentativi revisionisti in Europa centro-orientale[111]. Il rientro di Carlo in Ungheria era stato considerato una minaccia allo "stato di fatto" poiché la dinastia asburgica era stata identificata con la teoria dell'integrità territoriale del Regno di Santo Stefano, anche per via dell'impegno dimostrato da Carlo nell'ultimo periodo dell'Impero nel proteggere con ogni mezzo le terre della Corona ungherese .

L'iniziativa diplomatica di Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania era un tentativo per cercare di difendere autonomamente gli interessi regionali e controbilanciare la necessità del sostegno francese, dimostrando la capacità di raggiungere dei risultati di portata locale in modo indipendente. Ben presto, però, si rese manifesta l'inconsistenza dello strumento della Piccola Intesa se non coadiuvato dalle assicurazioni francesi. La Francia, che aveva assunto un ruolo di primo piano come garante della sistemazione data all'Europa dalla Conferenza della pace, si avvalse dell'amicizia conquistata tra i nuovi Stati dell'area danubiana e balcanica, anche grazie all'appoggio fornito alle richieste territoriali delle nazioni nascenti, per rinsaldare la barriera contro i possibili tentativi di espansione della Germania verso est.

Naturalmente la politica estera cecoslovacca risentì degli avvenimenti che si erano verificati in Russia durante gli anni della guerra. L'altra ragione per cui la Francia sosteneva la necessità di rinsaldare gli Stati dell'Europa centro-orientale era di fornire loro gli strumenti per assolvere validamente la funzione di "cordone sanitario" rispetto alla Russia bolscevica. Il sistema francese in Europa orientale fu messo alla prova già nel 1919, quando le tendenze di politica estera degli Stati si stavano delineando, in seguito alla presa di potere bolscevica in Ungheria. La teoria del contagio bolscevico sembrava attuarsi praticamente e la Francia insisté presso i suoi alleati occidentali per ottenere il consenso ad organizzare un'azione armata contro il regime instaurato da Béla Kun. Lo scarso favore manifestato dalle Potenze per l'iniziativa francese fu bilanciato da un pronto sostegno fornito dalla Romania, con l'ausilio della Cecoslovacchia, ai progetti prospettati da Parigi[113]. La pressione militare, che condusse le truppe rumene sino a Budapest, esercitata dai Paesi che pochi mesi dopo avrebbero formato la Piccola Intesa, fu fatale alla Repubblica dei Consigli, come venne denominata l'Ungheria governata dal regime comunista tra marzo e luglio 1919 .

L'influenza ed il prestigio guadagnati dalla Francia in Cecoslovacchia furono spesso ottenuti a scapito delle posizioni italiane. La rivalità italo-francese condizionò i rapporti internazionali degli anni successivi alla guerra, giungendo a costituire una vera e propria minaccia alla pace europea[115]. L'appoggio dato dalla Francia agli jugoslavi era andato a diretto svantaggio delle rivendicazioni italiane. La politica estera italiana dell'epoca fu fortemente condizionata dalla vita della Jugoslavia ed una creazione come quella della Piccola Intesa, alla quale partecipavano nazioni che avevano dato prova nei mesi precedenti di atteggiamenti ostili nei confronti dell'Italia, era stata interpretata come una diretta minaccia agli interessi italiani. Contribuendo al consolidamento del sistema di alleanze tra le nazioni che gravitavano sull'Adriatico, la Francia forniva nuovi motivi di rivalità con l'Italia.

La situazione di vincitrice insoddisfatta dei risultati ottenuti dalla pace e timorosa delle iniziative jugoslave condusse l'Italia ad avvicinarsi a quei Paesi, come l'Ungheria, che si trovavano in condizioni geografiche tali da poter limitare la crescente affermazione degli slavi del sud. D'altronde, scomparsa l'Austria-Ungheria, la politica estera italiana non aveva alcun contenzioso con i "grandi" sconfitti e questo fattore avrebbero potuto favorire la ripresa dei tradizionali buoni rapporti con i magiari. In questa luce venne interpretato anche il contegno ottenuto dai militari italiani in Slovacchia che, agli occhi dei boemi, infervorati dal nazionalismo, sembrò tradire gli impegni di cooperazione con la Cecoslovacchia per orientarsi a favore dei magiari. La riconoscenza negata all'Italia per l'ausilio fornito nelle fasi salienti della costruzione dello Stato venne invece riversata sulla Francia che fu considerata l'unica nazione corsa in aiuto della Cecoslovacchia minacciata dagli eserciti di Béla Kun[116].

Le relazioni tra Cecoslovacchia e Italia migliorarono dopo la firma del trattato di Rapallo che chiudeva una fase di dichiarata ostilità tra l'Italia e la Jugoslavia. Nel periodo successivo, infatti, furono stipulati accordi commerciali e politici tra le due nazioni mediante i quali erano ribaditi i principi di politica estera condivisi: rispetto dei trattati di pace, collaborazione reciproca per il mantenimento dello status quo in Europa orientale, opposizione ai tentativi di restaurazione degli Asburgo[117].

L'affermazione di un nuovo corso della diplomazia italiana intrapreso dal fascismo (anche se non dai primi anni del regime) compromise definitivamente i rapporti con gli Stati antirevisionisti, poiché impose alla politica estera degli obiettivi pienamente concordanti con quelli della risorta Germania e dell'Ungheria.



Nel discorso dell'11 febbraio e in quello del 4 luglio, egli espresse alcuni principi che completarono il quadro ideologico che i "14 punti" avevano tratteggiato.

R. Seton-Watson, op. cit., p. 305

Ivi, p. 306; History of the peace Conference of Paris, a cura di H. W. V. Templerey, London, H. Frowde and Hodder & Stoughton, 1920-1924, vol. IV, pp. 101-102

La mancanza di motivi di attrito tra Italia e Germania, che aveva condizionato l'adesione della prima alle priorità belliche individuate dagli altri alleati e la aveva posta, come si è detto, in una posizione particolarmente affine a quella delle nazionalità oppresse, si era manifestata già durante le trattative precedenti all'entrata in guerra dell'Italia. Quando, il 4 maggio 1915, il governo di Roma aveva denunciato la decadenza dell'alleanza con l'Austria-Ungheria, non aveva compiuto lo stesso atto nei confronti della Germania. Il portavoce del governo tedesco a Roma, l'ex cancelliere von Bülow, cercò di sfruttare i rapporti relativamente cordiali che permanevano tra Italia e Germania per porsi come mediatore tra Roma e Vienna, spingendo le autorità austroungariche a quelle concessioni territoriali richieste dall'Italia in cambio della neutralità; Alberto Monticone, La Germania e la neutralità italiana: 1914-1915, Bologna, Il Mulino, 1917, pp. 531. Anche dopo l'entrata in guerra dell'Italia al fianco dell'Intesa (il 24 maggio 1915), la sensazione che non si volesse acuire il contrasto italo-tedesco era condivisa da vari ambienti politici italiani e registrata dallo stesso von Bülow. In effetti, anche le correnti interventiste consideravano la guerra all'Austria-Ungheria come una vicenda un po' a sé nel quadro europeo, o perlomeno da circoscrivere al massimo, (ivi, p. 586) e uno dei maggiori fautori della guerra, il ministro degli Esteri Sonnino, non era intenzionato ad aggravare la rottura tra la popolazione tedesca e quella italiana (ivi, p. 600). La manifestazione più emblematica di questo atteggiamento consisté nella mancata concomitanza della dichiarazione di guerra alla Germania con quella all'Austria-Ungheria. Lo stato di guerra con Berlino fu ufficializzato solo il 25 agosto 1916.

Dal dibattito riportato da E. Benes, My war memoirs, cit., p. 444, si può notare come ognuno dei maggiori rappresentanti cecoslovacchi proponesse una soluzione differente, strettamente legata all'ambiente politico con il quale più avevano collaborato durante al guerra. Così, se Kramář restava fedele alla sua concezione di una monarchia costituzionale governata da un granduca russo e Masaryk avrebbe affidato la corona di S. Venceslao ad un principe inglese, Benes non poteva che onorare il suo debito di riconoscenza alla Francia e agli Stati Uniti proponendo una Repubblica democratica; Stefánik, invece, anch'egli favorevole ad una monarchia, aveva espresso le sue inclinazioni per la scelta di un principe italiano (Documenti diplomatici italiani, serie V, vol. XI, doc. n. 410, Bonin a Sonnino, Parigi, 19 agosto 1918), manifestando la sua particolare simpatia nei confronti dell'Italia, che dimostrerà in varie occasioni, rischiando anche per questo di rompere l'armonia con gli altri fuoriusciti cecoslovacchi.

E. Benes, My war memoirs, cit., p. 453

Ivi, p. 434

ACS, PCM Guerra europea, f. 19.4.3, sf. 7/13, Sonnino a Orlando, Roma, 21 ottobre 1918, T. 3343/148

ACS, PCM Guerra europea, f. 19.4.3, sf. 7/25, Sonnino a Orlando, Roma, 23 ottobre 1918, n. 3349/152

E. Benes, My war memoirs, cit., p. 417

M. S. Ďurica, op. cit., pp. 22-25; Francesco Caccamo, L'Italia nella corrispondenza tra Masaryk e Benes, in: "Clio", XXXII, 1996, 3, pp. 502-503

M. S. Ďurica, op. cit., p. 25

Péter Hanák, Storia dell'Ungheria, Milano, Franco Angeli, 1996, pp.193-194

F. Guida, op. cit., p. 450

Quest'argomentazione non era però ritenuta valida da chi, come Benes, non aveva alcun interesse nel fatto che il nuovo spirito democratico dell'Ungheria conquistasse gli alleati. Il ministro degli esteri boemo, metteva quindi in evidenza come, dal punto di vista del diritto internazionale la creazione statale di Károly non esistesse, visto che non aveva ancora ottenuto alcun riconoscimento dalle potenze alleate, E. Benes, My war memoirs, cit., p. 474

Sull'incidente diplomatico causato dalla scarsa coordinazione dei boemi; Benes, My war memoirs, cit., pp. 473-481; D. Perman, op. cit., pp. 91-94; R. Seton.Watson, op. cit., p. 322

La frontiera suggerita da Benes seguiva il corso del fiume Morava, poi quello del Danubio sino alla confluenza dell'Ipel, da lì, lungo una linea retta sino a Rimavska Sobota (Rima Szombat in ungherese), dalla cittadina, la linea di confine avrebbe raggiunto la confluenza dell'Uz nel Bereg e da quel punto avrebbe seguito il corso dell'Uz; Mária Ormos, From Padua to the Trianon, Budapest, Akadémiai Kiadó, 1990, pp. 110

D. Perman, op. cit., pp. 75-77

ACS, PCM Guerra europea, f. 19.26.1, Capo di Stato Maggiore della Sezione italiana del Consiglio Supremo interalleato a Orlando, Versailles, 10 novembre 1918, n. 6288 prot. Riservatissimo, con il quale si trasmetteva il memoriale del 6 novembre 1918.

R. Seton-Watson, op. cit., p. 321

A tal proposito si vedano le argomentazioni usate da Benes nelle trattative con il primo ministro britannico per giungere al riconoscimento dei cecoslovacchi quale nazione alleata, con un unico esercito autonomo del 9 agosto 1918. L'incapacità di cogliere l'importanza delle presenza di ex prigionieri e disertori slavi come cobelligeranti sul fronte italiano era spesso lamentata anche da chi, come Ojetti, si avvaleva della loro collaborazione per condurre la propaganda sul nemico ed era un convinto assertore dei benefici in termini di prestigio che l'Italia avrebbe avuto dal perseguire senza esitazioni una politica di appoggio alle aspirazioni nazionali dei popoli sottomessi all'Austria-Ungheria: "Li consideriamo come strumenti, cani da caccia. E il danno politico è continuo."; U. Ojetti, op. cit., p. 556. Benes si lamentò anche del fatto che il Comando Supremo italiano non aveva preventivamente concordato di affidare l'incarico a Piccione con il Consiglio nazionale cecoslovacco, come prevedeva la Convenzione del 21 aprile a riguardo della nomina dei comandanti dell'esercito boemo, ma le proteste sembrarono dettate soprattutto dalla volontà di affermare l'autorità dell'organo ceco in quei campi in cui era stata internazionalmente riconosciuta, più che dalla contrarietà per la sostituzione del generale Graziani; E. Benes, My war memoirs, cit., p. 484

Tale convenzione rappresentava un ulteriore compromesso, accettato dal Consiglio Nazionale ceco nella definizione della posizione dell'esercito cecoslovacco. Il suo status era delineato in modo ancora differente da come lo era stato dalle convenzioni precedentemente stipulate con le Potenze dell'Intesa. Se il decreto francese del 17 dicembre 1917 e la Convenzione italo-cecoslovacca avevano posto le armate di Francia e d'Italia sotto il comando delle due nazioni nelle quali, rispettivamente operavano, la Convenzione siglata a Londra in agosto garantiva l'autonomia dell'esercito cecoslovacco dai comandi nazionali, ponendolo sotto l'autorità militare del Comando supremo interalleato. La Convenzione del 28 settembre con la Francia ribadiva invece il controllo francese sull'esercito. Il nuovo atto, che riconosceva l'apporto boemo come una prestazione offerta da una nazione alleata, e non più come una concessione di una Potenza nei confronti di un popolo che aspirava ad ottenere riconoscimenti internazionali, prevedeva che, in cambio della collaborazione militare della Cecoslovacchia alla Francia, essa si impegnasse ad aiutare il popolo cecoslovacco a ricostituire lo Stato nelle sue frontiere storiche. La Convenzione sanciva perciò un riconoscimento francese alle aspirazioni territoriali del Consiglio Nazionale ceco; V. Kybal, op. cit., pp. 91-92, 142

AUSSME, Rep. L13, b. 135, Benes a Piccione, Parigi, 10 novembre 1918, lettera

Ivi, Bonin a Comando Supremo, Parigi, 6 novembre 1918, T. n. 600

Ibidem

AUSSME, rep. E11, b. 64, Relazione del generale Piccione sulla Missione militare italiana in Boemia

Federico Curato, La conferenza della pace 1919-1920, Milano, Istituto per gli studi di politica internazionale, 1942, p. 12



In effetti, l'interesse del Giappone per le questioni europee si rivelò molto scarso e la Potenza asiatica si preoccupò di intervenire solo negli incontri che riguardavano la sistemazione dell'estremo Oriente. I problemi dello scenario europeo venne affrontati così esclusivamente dalle quattro grandi Potenze; R. Albrecht Carrié, op. cit., p. 405

D. Perman, op. cit. p 123

Ivi, p. 125

Joseph Rothschild, East Central Europe between the two World Wars, Washington, University of Washington Press, 1974, p. 84

Si vedano T. G. Masaryk, op cit., p. 116; M. R. Stefánik , Memoriale., cit., in: V. Kybal, op. cit., p. 160

Le modifiche più importanti riguardanti le frontiere con l'Austria e la Germania furono la città di Gmünd e l'area di Themenau rivendicate alla prima, la regione di Glatz e la regione di Ratibor, rivendicate alla Germania. Queste richieste erano motivate da ragioni storiche, strategiche o etnografiche. Per gli stessi motivi i cecoslovacchi reclamavano altri piccoli aggiustamenti, che avrebbero spostato la frontiera di pochissimi chilometri, a favore della Cecoslovacchia. Di tali richieste il Consiglio soddisfece solo quelle riguardanti Ratibor ed il nodo ferroviario presso Gmünd, che invece rimase all'Austria; Amedeo Giannini, La ricostituzione della Cecoslovacchia alla conferenza della pace, in: La Cecoslovacchia, cit, pp. 15-18

Le rivendicazioni ulteriori comportanti piccole modifiche territoriali, così come il progetto di costituire un corridoio che ponesse in comunicazione la Cecoslovacchia e la Jugoslavia,  furono sollecitate da Kramář, che riteneva di poter sfruttare il momento di debolezza della Germania e la dissoluzione dell'Austria-Ungheria per ottenere delle concessioni economicamente e strategicamente vantaggiose, anche se esse potevano apparire eccessive. Benes, ormai esperto conoscitore delle diplomazie occidentali e dei tempi e dei modi nei quali sottoporre loro le richieste, non ritenne inopportuno insistere su quelle rivendicazioni. Anche il compito di sostegno alle richieste boeme che la Francia si era assunto alla Conferenza fu complicato da quelle richieste che avevano delle motivazioni troppo labili; D. Perman, op. cit. p. 127

F. Caccamo, L'Italia e la "nuova Europa", Milano - Trento, Luni, 2000, p. 96. Questa misura preventiva era ritenuta utile non solo in considerazione della possibilità che le popolazioni tedesche dell'Austria volessero attuare l'Anschluss alla Germania, ma anche, per l'Italia, degli eventuali appelli all'autodeterminazione che i popoli slavi delle zone adriatiche rivendicate dall'Italia avrebbero potuto lanciare.

D. Perman, op. cit., p. 135

Felix John Vondracek, The foreign policy of Czechoslovakia (1918-35), New York, Ams Press, 1968,.p. 28; D. Perman, op. cit., p. 140

A. Giannini, op. cit., pp. 24-30

Le opere che trattano diffusamente delle rivendicazioni boeme alla Conferenza della pace non riportano memoriali presentati dalla Polonia o dall'Ucraina per opporsi alle aspirazioni ceche nei confronti della Rutenia.

Ivi, p. 34

Ivi, p. 36

Si veda A. Giannini, op. cit., p. 32 circa le argomentazioni pro e contro il corridoio.

F. Caccamo, L'Italia e la "nuova Europa", cit., p. 99. Anche nel sostegno francese dato al "suggerimento" dei cecoslovacchi, che dava maggiore autorevolezza alla proposta, si manifestò la politica di Parigi di allineamento totale sui desideri della Cecoslovacchia per farne un'alleata fedele.

Michele Angelini, Il nuovo stato cecoslovacco e i porti italiani sull'Adriatico, Roma, Ausonia, 1919, p. 9 che ricorda le affermazioni di Masaryk e Benes, concordi nel dichiarare che lo scalo naturale del nuovo Stato cecoslovacco sarebbe stato il porto di Trieste.

A. Tamaro, op. cit., p.7. Lo stesso autore riporta varie dichiarazioni ceche a sostegno di Trieste jugoslava; ivi, p. 20

E. Benes, My war memoirs, cit., p. 305

Ivi, pp. 307-308

F. Caccamo, L'Italia nella corrispondenza., cit., p. 492; E. Benes, My war memoirs, cit., pp. 306-307

Si veda paragrafo 3.1,

Documenti diplomatici italiani, serie V, vol. XI, doc. n. 410, Bonin a Sonnino, Parigi, 19 agosto 1918

Ivi, doc. n. 268, Sonnino a Bonin, Roma, 26 luglio 1918; ivi, doc. n. 275, Bonin a Sonnino, Parigi, 27 luglio 1918

L. Albertini, op. cit., p. 970

D. Perman, op. cit., p. 132

F. Caccamo, L'Italia e la "nuova Europa", cit., p. 90

Documenti diplomatici italiani, serie VI, vol. I, doc. n. 110, Bonin a Sonnino, Parigi, 11 novembre 1918

F. Caccamo, L'Italia nella corrispondenza., cit., p. 494. Nell'articolo l'autore riporta estratti significativi dalla corrispondenza tra Masaryk e Benes. Le dichiarazioni dei due politici sono perciò scevre da attenzioni diplomatiche, e Masaryk può esprimere un giudizio estremamente duro sui vari popoli jugoslavi e sui loro politici di spicco.

Documenti diplomatici italiani, serie VI, vol. II, doc. n. 182, Lago a Sonnino, Praga, 31 gennaio 1919

Documenti diplomatici italiani, serie VI, vol. I, doc. n. 877, Di Robilant a Orlando, Versailles, 16 gennaio 1919

ACS, PCM Guerra europea, f. 19.26.4, Consiglio Supremo di guerra- Sezione italiana a Orlando, Versailles, 17 gennaio 1919, n. 8296

Documenti diplomatici italiani, serie VI, vol. II, doc. n. 245, Badoglio a Sonnino, Comando Supremo, 5 febbraio 1919

ACS, PCM Guerra europea, f. 19.4.3, sf. 7/28, Ministero degli Affari Esteri a Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 11 febbraio 1919, T. 3182

ACS, PCM Guerra europea, f. 19.26.4, Lago a Sonnino, Praga, 12 febbraio 1919, rapporto n. 16

ACS, Carte Bissolati, b. 2, f. 7, taccuino n. 5, memorie politiche 1919

Si vedano, ad sempio, Giuseppe Bruguier, Cecoslovacchia d'oggi, Milano, Alpes, 1929; M. Angelini, op. cit. Lorenzo Giovabelli- Giuseppe Bongiorno tasca, Dov'è la patria mia? La causa cecoslovacca e l'Italia, Ravenna, Soc. Tip. Ravennate Mutilati, 1928, G. C. Gotti Porcinari, op. cit.

A tal proposito Enrico Scodnik, attivo membro della Lega italo-cecoslovacca, consigliava in una lettera al generale Piccione, di non accogliere la richiesta di Umberto Zanotti-Bianco di accompagnare il trasferimento del Comando del generale in Boemia, che sarebbe avvenuto in concomitanza con il viaggio di Masaryk dall'Italia alla sua patria. Scodnik motivava il suo suggerimento proprio a causa delle affermazioni a favore della rinuncia alle aspirazioni italiane più estreme che Zanotti-Bianco aveva fatto; AUSSME, rep. L13, b. 35, Scodnik a Piccione, 26 novembre 1918, lettera

Documenti diplomatici italiani, serie VI, vol. II, doc. n. 469, Lago a Sonnino, Praga, 23 febbraio 1919

Ivi, doc. n. 620, Bonin a Sonnino, Parigi, 3 marzo 1919, T. gab. 89

M. S. Durica, op. cit., p. 24

A. Giannini, op. cit., p. 24

Ivi, p. 22; ed inoltre F. Curato, op. cit., pp. 540-541

F. Caccamo, L'Italia e la "nuova Europa", cit., p. 97

D. Perman, op. cit., p. 20

Ivi, pp. 137, 149

Sulle iniziative italiane nel riallacciare i rapporti con l'Ungheria si veda Francesco Guida, Ungheria e Italia dalla fine del primo conflitto mondiale al trattato del Trianon, in "Storia Contemporanea", XIX, 1988, 3, pp. 392-394

D. Perman, op. cit., p. 147; F. Caccamo, L'Italia e la "nuova Europa", cit., p. 98

H. Seton-Watson, op. cit., p. 400

A.Tamborra, Masaryk e Benes, cit., p. 812

Jean Baptiste Duroselle, Storia diplomatica dal 1919 ai giorni nostri, Milano, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, 1998, p. 39

History of the peace Conference of Paris, cit., vol. I, p. 389

J. Rothschild, op. cit., p. 89

Marek Waldenberg, Le questioni nazionali nell'Europa centro-orientale, Milano, Il Saggiatore, 1994, p. 288

J. Rothschild, op. cit., p. 89. Il censimento del 1921 non individuò la consistenza numerica dei cechi e degli slovacchi separatamente, o perlomeno non ne diffuse i dati. Il metodo adottato fu senz'altro una manifestazione della volontà politica di affermare il "cecoslovacchismo", sminuendo le differenze che distinguevano le due etnie e sottolineandone la coesione.

I. Bibó, op. cit., p. 41

T. G. Masaryk, La futura Boemia, cit., p. 125

W. Giusti, op. cit., p. 100

Luigi Aldrovandi-Marescotti, Nuovi ricordi e frammenti di diario per far seguito a Guerra diplomatica (1914-1919), Milano, Mondadori, 1938, p. 17; René Albrecht-Carrié, Italy at the Paris peace conference, New York, Columbia University Press, 1938, p. 95

Arrigo Lorenzi, Le ragioni geografiche della formazione e dello smembramento dello Stato cecoslovacco, estratto dalle Memorie della Regia Accademia di Scienze Lettere ed Arti in Padova, Vol. LV, 1938-1939, p. 11

A. Tamaro, op. cit., p. 72

D. Perman, op. cit., p. 151

F. J. Vondracek, op. cit., p. 44

A. Tamaro, op. cit., pp.23 e segg..; Augusto Torre, Versailles. Storia della conferenza della pace, Milano, Istituto per gli studi di politica internazionale, 1940, p. 111

Hugh Seton-Watson, Le democrazie impossibili - L'Europa orientale tra le due guerre mondiali, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1992, p. 318

S. J. Kirschbaum, op. cit., p. 159

Tale definizione era utilizzata nella legge del 29 febbraio 1920, n. 122, alla quale la Costituzione cecoslovacca rimandava per la regolazione dell'uso della lingua ufficiale dello Stato e di quella delle minoranze. (A. Giannini, La Costituzione cecoslovacca, in La Cecoslovacchia, cit., p. 67) non indicava altro che le due lingue, la ceca e la slovacca, riconosciute entrambe lingue di Stato.

Il motto che gli storici spesso richiamano senza specificarne l'autore, è riportato anche da A. Tamborra, op. cit., p.814, che l'attribuisce a Vladimir d'Ormesson.

Seton Watson riferisce che gli slovacchi con un educazione tale da permettere loro di ricoprire incarichi di alto livello nell'amministrazione statale erano nel 1918, tra i 750 ed i 1000; questa situazione si era verificata anche a causa dell'intolleranza del precedente regime ungherese, che aveva ostacolato lo sviluppo di un'intelligencija slovacca; R. Seton Watson, op. cit., p. 323

Secondo Kirschbaum, l'accusa di essere "magiarizzanti" o "magiaroni", cioè favorevoli all'Ungheria, fu utilizzata come strumento politico per allontanare dagli incarichi ufficiali molti degli slovacchi che sarebbero stati in grado di ricoprirli, al fine di perseguire una politica di accentramento e di sottomissione della regione alle direttive di Praga; S. J. Kirschbaum, op. cit., p. 162

La differente impostazione ideologica di slovacchi e cechi può essere esemplificata nel confronto tra il cattolicesimo conservatore dei primi e l'adesione di molti esponenti politici boemi alla Massoneria, dalla quale avevano avuto sostegno internazionale durante la lotta per il raggiungimento dell'indipendenza cecoslovacca; F. Fejtő, op. cit., p. 353

Le fasi salienti dello scontro avvenuto nel dicembre 1918 tra il movimento di Hlinka e gli esponenti del governo cecoslovacco sono esposte in J. Lettrich, op. cit., pp. 69-73; S. J. Kirschbaum, op. cit., pp. 161- 163; R. Seton Watson, op. cit., pp.333-334

S. J. Kirschbaum, op. cit., p. 173. Si diffuse la sensazione di un sistematico sfruttamento ceco ai danni della Slovacchia che, pur attuandosi in vari ambiti, poteva essere riassunto dall'immagine che l'impiego di "manodopera slovacca per le industrie boeme" suggeriva.

Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali1918-1992, Roma-Bari, Laterza, 1998, p. 265

Francesco Leoncini, La questione dei Sudeti (1918-1938), Padova, Liviana Editrice, 1976, p. 240

Ivi, p. 273

Ivi, pp. 355-357

La sensazione che i cecoslovacchi avrebbero potuto comportarsi con i cittadini tedeschi del nuovo Stato in un modo che avrebbe risentito dell'odio accumulato durante  i secoli nei quali avevano subito il dominio dell'elemento germanico, era diffusa presso coloro i quali erano scettici sulla maturità politica delle nazioni che avevano affermato la loro indipendenza a scapito dell'esistenza dell'impero austroungarico. Anche tra chi, durante la guerra, era ideologicamente favorevole alla liberazione della nazionalità oppresse non si nascondeva che la Boemia indipendente si sarebbe potuta trasformare in oppressore per le forti minoranze tedesche. Si veda ad esempio ACS, Carte Bissolati, b. 1, F. 6, n. 115-120, Bonomi a Bissolati, Volta Mantovana, 9 agosto 1918, lettera. Bonomi, nonostante la sua collocazione politica (Bonomi militava nel Partito socialista-riformista di Bissolati), dichiarava che, considerando il modo in cui i cechi si sarebbero comportati una volta raggiunta la condizione di etnia maggioritaria, "se per avventura [.] lo sforzo militare dell'Intesa avesse per risultato di obbligare l'Austria a trasformarsi in maniera che le sue nazionalità potessero convivere con un modus vivendi ragionevole, (o federazione Stati storici, o federazione di nazioni, oppure federazione linguistica e culturale dei socialisti, io non mi strapperei i capelli."

Ivi, p. 371

István Bibò, op. cit., cit., p.45

H. Seton-Watson, op. cit., p. 223

D. Perman, op.cit., p. 4

Anche la Polonia, risorta nel 1918, era naturalmente vicina alle posizioni delle altre nazioni slave e condivideva le misure per la difesa dello status quo. Nel 1923, quando i rapporti con la Cecoslovacchia si erano normalizzati, il ministro degli Esperi polacco propose l'allargamento della Piccola Intesa per includere la Polonia, ma l'iniziativa non ebbe seguito, H. Seton-Watson, op. cit., p. 402

La Piccola Intesa aveva, nella concezione di Benes, anche lo scopo di rinsaldare la collaborazione economica tra le nazioni, come conseguenza dei contatti politici, e di garantire una vita politica esente dal rischio di intromissioni estere nella fase di stabilizzazione della Repubblica;  F. J. Vondracek, op. cit., p. 166

R. Seton-Watson, op.cit., p. 340

M. Ormos, op. cit., pp. 219- 223

Ivi, pp. 314-315

F. J. Vondracek, op. cit., p. 100

Ivi, p. 102

Jaroslav Hravda, La politica estera cecoslovacca, in La Cecoslovacchia, cit., p. 124






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