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IL VERISMO - GIOVANNI VERGA (1840-1922), IL CICLO DEI VINTI

letteratura italiana


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IL VERISMO


Il Verismo è una corrente letteraria e artistica, affermatasi in Italia negli ultimi decenni del XIX secolo. Il Verismo si affermò quando il Positivismo venne a dare credito ai nudi documenti della realtà del paese e delle condizioni delle classi contadine e operaie. I poeti Veristi si ispiravano essenzialmente alla vita delle persone comuni, nei loro costumi e nelle loro tradizioni. Caratteristici del Verismo sono: l'oggettività  e l'impersonalità.

Il verista si proponeva di rappresentare la realtà oggettivamente, senza alcuna intrusione soggettiva. Suo fine era infatti, una letteratura che fosse strumento di conoscenza e diffusione del vero. Dietro l'impassibilità dei veristi c'era dunque una indignazione polemica, un desiderio di denuncia dei falsi miti, e soprattutto uno stato d'animo di disperazione e di pessimismo, che rivelavano l'urgente necessità di risolvere i problemi di fondo della società italiana.

Il Verismo è l'espressione più profonda della crisi che seguì all'Unità, quando apparvero chiare le insufficienze della rivoluzione risorgimentale e le contraddizioni del nuovo stato italiano. Per questo motivo il nostro Verismo ebbe come principali rappresentanti degli scrittori meridionali, anche se il suo centro fu a Milano, la città dove si erano svolti i movimenti illuministico e romantico, e la rivolta "scapigliata".




Mentre però gli scrittori realistici europei erano i portavoce di un'esigenza consapevole d'un intera società, i nostri veristi dovevano interpretare il desolato silenzio d'una moltitudine inerte e miserabile estranea alla cultura e ai problemi della vita nazionale. Per questo la loro opera appare più solitaria di quella degli scrittori europei.

Tuttavia il Verismo rappresentò il desiderio di rottura nei confronti di una tradizione letteraria troppo spesso accademica ed estetizzante, la ricerca di un adesione sostanziale alla verità e di uno stile semplice, diretto, legato alle cose e al parlato.

GIOVANNI VERGA (1840-1922)


-Vita dei campi (Nedda, Fantasticheria, Jeli il pastore, Rosso Malpelo, L'amante di Gramigna)

-I Malavoglia (L'inizio del romanzo, la partenza di compar Alfio, la morte di Luca, l'addio di 'Ntoni)

-Novelle rusticane (La roba)

-Mastro-don Gesualdo (Diodata e Gesualdo, le nozze con Bianca, Isabella, la morte di Nunzio, la morte di Mastro-don Gesualdo)


Lo scrittore siciliano vissuto nella seconda metà del 800, è considerato il maggior esponente del Verismo italiano. Nato a Catania nel 1840 da una famiglia di nobili proprietari terrieri, negli anni della giovinezza si entusiasma per gli ideali risorgimentali e si appassiona alla letteratura. All'inizio Verga compone romanzi di tono polemico che narrano storie passionali, ambientate nel mondo corrotto dell'alta borghesia, dove tutti i valori e gli ideali sono soffocati dalle leggi economiche.

Gli anni dal '61 al '63 vedono Verga fortemente coinvolto nelle vicende politico-sociali della sua terra; questo impegno si concretizza a livello letterario con al pubblicazione di una serie di romanzi patriottici: I carbonari della montagna e Sulle lagune. Dal '65 al '71 risiede a Firenze, entrando in contat 626d35g to con l'ambiente romantico dei Prati e degli Aleardi, e dal '72 si trasferisce a Milano, dove conosce i maggiori rappresentanti della Scapigliatura. Scrive così Una peccatrice ('66), Storia di una capinera ('71) e Eva ('73).  Nel 1880 raccoglie, in Vita dei campi, novelle degli anni precedenti ampiamente rimaneggiate in senso stilistico naturalista, fra cui Cavalleria rusticana .

La poetica naturalista dello scrittore francese Zola, suggerisce a Verga il progetto di un ciclo romanzesco ispirato, oltre che a Zola, anche alla teoria darwiniana della lotta per la vita.

In Fantasticheria, del '79, compaiono alcune componenti narrative di quello che sarà successivamente "Il ciclo dei vinti".

Nel 1881 Verga pubblica I Malavoglia, primo romanzo del "Ciclo dei vinti" e modello assoluto del nuovo verismo italiano. Nel '83, con Novelle rusticane, lo scrittore raccoglie opere sparse già apparse in riviste a partire dal '81.

Il modello verista si impone ormai a livello nazionale e D'Annunzio, con la sua tipica sensibilità per le mode e le tendenze, esprime la sua momentanea adesione a questo movimento con una serie di racconti che raccoglierà poi, nel 1902, sotto il titolo di Novelle della Pescara. Il trionfo della nuova poetica di stampo positivista e sociale scuote la Francia con l'uscita, nel '85, dei due grandi capolavori di Zola (Germinale) e Maupassant (Bel Ami).

Nel 1889 appare a puntate sulla rivista "Nuova Antologia" Mastro don Gesualdo, il secondo, e ultimo, capolavoro del ciclo verghiano iniziato con I Malavoglia.

Dal '93 in avanti il Verga si ritirò a Catania, dove visse per circa un trentennio in un silenzio pressoché completo, amareggiato dall'incomprensione che circondava la sua opera. Morì nel 1922.

TEORIA VERGHIANA DELL'IMPERSONALITA

Verga aderisce al Verismo anche perché proponeva come canone l'oggettività e l'impersonalità, anche se in Nedda non si attiene a queste caratteristiche; infatti usa termini come: "la poverina" ecc.; esprimendo così il proprio parere.

Verga applica coerentemente i principi della sua poetica dal '78 in poi; e ciò dà origine ad una tecnica narrativa profondamente originale ed innovatrice. Secondo la sua visione, la rappresentazione artistica deve possedere "l'efficacia dell'essere stato", deve conferire al racconto l'impronta di cosa realmente accaduta. Per far questo l'autore deve "eclissarsi", cioè non deve comparire nel narrato con le sue reazioni soggettive, le sue riflessioni, le sue spiegazioni. Egli deve "mettersi nella pelle" dei suoi personaggi, vedere le cose con i loro occhi ed esprimerle colle loro parole. Il lettore avrà l'impressione di non sentire un racconto di fatti, ma di assistere a fatti che si svolgono sotto i suoi occhi. Tutto ciò si impone con evidenza agli occhi del lettore perché Verga, nei Malavoglia e nelle novelle rappresenta ambienti popolari e rurali e mette in scena personaggi incolti e primitivi ( contadini, pescatori, minatori ) la cui visione e il cui linguaggio sono ben diversi da quelli dello scrittore borghese.


IL CICLO DEI VINTI

I suoi due romanzi maggiori dovevano costituire l'inizio di un ciclo dei vinti, inteso ad esprimere la condizione universale dell'individuo, proteso ad affermare se stesso, in tutte le classi sociali e in vari modi, "dalla ricerca del benessere materiale alle più elevate ambizioni", cooperando, ma inconsapevolmente, al "cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l'umanità per raggiungere la conquista del progresso".

Ma il Verga sentiva che il progresso fatale della specie era costruito sull'infelicità della persona; donde il suo tragico sentimento della vita e la pietà per i vinti, cioè, per tutti gli uomini, condannati al dolore e alla morte, che costituisce la sostanza profonda della sua poesia.

La denuncia sociale non approda né a una speranza rivoluzionaria, né al riscatto degli umili in senso manzoniano e cristiano: la sventura e la morte sommergono implacabilmente l'ansia di vita dei suoi personaggi. Essa si esprime soprattutto nel mito della roba, cioè, nel desiderio di possedere, di costruirsi, col duro lavoro, una fortuna, nel tentativo di dominare la vita, la sua legge oscura e implacabile. Ma tutto infrange e calpesta il destino: i personaggi del Verga vivono la loro pena in solitudine irreparabile, quella dell'uomo in un mondo senza Dio, sommerso dal meccanismo impietoso di una natura impassibile. L'unico valore che resta è la dignità umile ed eroica con cui l'uomo sopporta il destino, senza vane ribellioni e senza viltà.(rassegnazione eroica)






VITA DEI CAMPI


La prima raccolta di novelle del Verga (1880), rivela la conquista del suo vero mondo poetico: la Sicilia e gli umili. In questi esseri primitivi, che vivono la vita nella sua verità essenziale, quelle passioni, che Verga aveva prima rappresentato in ambienti raffinati e mondani, acquistano un tono fiero e generoso, una verità umana più autentica. Anche l'omicidio passionale nasce da sentimenti austeri e profondi: l'amore e l'onore, la difesa della santità del focolare domestico.

In questa raccolta la società contadina non viene rappresentata come un mondo semplice e sereno al di qua della storia e del progresso, ma appare dominata dalla crudele legge del più forte in base alla quale la roba e la donna, gli unici beni di questo mondo povero, tendono fatalmente a cadere nelle mani di chi possiede il potere e la ricchezza. Per rappresentare questa realtà, Verga adotta il metodo dell'impersonalità dell'arte: si serve di uno stile rapido e oggettivo, non commenta i fatti né esprime giudizi sui personaggi, ma condivide il loro linguaggio e il loro modo di pensare.

Le novelle più celebri soni: Cavalleria rusticana, Jeli il pastore, Rosso Malpelo, La lupa. Interessanti sono anche L'amante di Gramigna, nella cui prefazione il Verga definisce la sua poetica, e Fantasticheria, che espone in sintesi la vicenda e il significato dei Malavoglia.



PREFAZIONE A l'AMANTE DI GRAMIGNA


La novella apriva la prima edizione di Vita dei campi. Racconta la storia di una ragazza che, presa da un'intensa passione per un bandito, lascia la casa e la possibilità d'una vita agiata e serena per seguirlo, mantenendosi fedele a lui anche dopo che è stato imprigionato: un esempio delle passioni elementari e intense che divampavano nell'animo dei protagonisti di Vita dei campi. Temi principali di essa  sono: l'ideale dell'impersonalità dell'arte, la reazione alle sbavature sentimentali del tardo romanticismo, l'adesione totale alla realtà, ottenuta mediante lo studio scientifico del fatto umano, della serrata e fatale concatenazione psicologica che ne regola lo svolgimento. Manca qui un elemento fondamentale della poetica verghiana, la pietà verso gli umili, il suo sentimento tragico della vita e del destino dell'uomo, e domina il linguaggio scientifico del Positivismo esteso all'estetica. Ma questa passione intellettuale del vero, questa idolatria del fatto erano per il Verga il mezzo per sfuggire all'arte enfatica e declamatoria e alle complicazioni morbose e superficiali della sensibilità tardoromantica.




NEDDA


Il primo "abbozzo" del nuovo "naturalismo" verghiano in seguito definito "verismo" per distinguerne l'originale specificità italiana - fu Nedda, racconto d ambientazione siciliana. E' una storia di miseria e sventura: Nedda, una giovane bracciante siciliana, lavora duramente per mantenere la madre ammalata; dopo la sua morte, cede all'amore di un giovane povero come lei, ma questi muore prima di poterla sposare e di stenti muore la bimba nata dalla loro unione.

La novità di questa novella sta nel tentativo di un'arte oggettiva, che lasci, cioè, parlare le cose, che segua il meccanismo della vicenda senza intrusioni soggettive dell'autore. E' motivo questo tipicamente veristico, come l'adesione al mondo della plebe, dei diseredati sfruttati e oppressi da secoli e tragicamente rassegnati al loro destino di sofferenza. 


JELI IL PASTORE


Jeli è un fanciullo che cresce solitario, facendo il guardiano di un branco di cavalli, in una comunione immediata con la natura, precocemente legato a una dura responsabilità di lavoro, e tuttavia sereno, avvezzo a guardare le cose con occhio vergine e a sentirle compagne della sua vita.

Conosce don Alfonso, "il signorino", che diventa il suo compagno di giuochi durante l'estate, e Mara, figlia d'un fattore, alla quale è legato da un trasporto profondo e inconsapevole. Poi gli anni passano, Jeli resta orfano e diviene un pastore, ma conserva intatta l'innocenza nativa e l'ingenuità dell'animo. Mara, dopo aver visto sfumare un ricco matrimonio, accetta di sposarlo, ma lo fa per meglio coprire una sua tresca con don Alfonso. Avvertito della cosa, Jeli non vuol credere al tradimento, finché un giorno, vedendo Alfonso ballare con Mara, comprende tutto; e, sconvolto, trascinatola una forza istintiva, uccide l'antico compagno dei giuochi.

La narrazione delle prime esperienze di Jeli fanciullo, il suo idillio con la natura e con Mara sono fra le pagine più fresche del Verga, pervase da una nostalgia dell'adolescenza e della sua prima scoperta del mondo, che assume un colore di favola e di mito. Per tutta la novella, il protagonista sembra conservare in sé l'incanto trasognato di quella prima rivelazione, la sua ingenua e limpida schiettezza, anche nella scena finale dell'omicidio, quando appare dominato dalla forza di una norma di giustizia che ha il carattere primitiva di un'antica legge della natura.




FANTASTICHERIA(1878)




Non è una novella, ma una prosa lirica e autobiografica, nella quale il Verga tratteggia personaggi, situazioni e significato dei Malavoglia, rivelando come questo romanzo fosse per lui un approdo poetico e, al tempo stesso, etico e spirituale. La persona alla quale si rivolge in questa sorta di lettera non inviata, è una dama dell'alta società, che, fermatasi nel villaggio di Aci Trezza, perché affascinata da quel mondo pittoresco di pescatori, dopo 48 ore ne fugge annoiata, proclamando: "Non capisco come si possa vivere qui tutta la vita".

E'assente qui il procedimento della regressione, proprio del Verga pienamente verista. La voce narrante rappresenta direttamente l'autore stesso e il suo mondo. Non mancano neppure atteggiamenti polemici e moralistici contro il bel mondo e di pietà umanitaria per gli umili, che accostano questo testo al clima di Nedda e dei romanzi romantico-scapigliati.




ROSSO MALPELO


Il racconto occupa una posizione fondamentale sull'arco dell'opera verghiana: è infatti il testo che dà inizio alla fase verista dello scrittore. Subito la frase iniziale evidenzia la rivoluzionaria novità dell'impostazione narrativa verghiana: affermare che Malpelo ha i capelli rossi "perché è un ragazzo malizioso e cattivo" è una stortura logica, che rivela un pregiudizio superstizioso, proprio di una mentalità primitiva. La voce che racconta non è dunque al livello dell'autore reale, non è portavoce della sua visione del mondo, ma è al livello dei personaggi, è interna al mondo rappresentato, e ne riflette l'inconfondibile visione. L'autore si è "eclissato", si è messo "nella pelle" dei suoi personaggi, vede le cose "coi loro occhi" e le esprime "colle loro parole".

L'apertura del racconto presenta immediatamente il procedimento della "regressione", mediante cui si attua il basilare principio dell' "impersonalità".

Essendo portatore di un ambiente popolare primitivo e rozzo, il narratore di Rosso Malpelo non è depositario della verità, come è proprio dei narratori tradizionali. Difatti, ciò che dice del protagonista non è attendibile: il narratore non capisce le motivazioni dell'agire di Malpelo, le deforma sistematicamente. Alcuni esempi sono molto evidenti: dopo la morte del padre nel crollo della galleria Rosso scava con accanimento, ed ogni tanto si ferma, ascoltando. E facile intuire che scava nella speranza di riuscire ancora a salvare il padre, e si ferma cercando di udire la sua voce al di là della parete di sabbia; ma il narratore non capisce questi suoi sentimenti filiali, e attribuisce il suo comportamento, in base al pregiudizio del "Malpelo", alla sua strana cattiveria ("sembrava che stesse ad ascoltare qualche cosa che il suo diavolo gli sussurrasse nell'orecchio").

Il punto di vista del narratore "basso", con le sue deformazioni e incomprensioni, esercita un processo di "straniamento": fa apparire strano quello che dovrebbe essere normale, i sentimenti autentici, i valori. L'artificio narrativo è quindi gravido di significato: con la scelta di narrare dal punto di vista degli operai della cava, Verga esprime tutto il suo pessimismo.



LA ROBA


Il testo è tratto da "Novelle rusticane", la raccolta che segna il passaggio dai Malavoglia al Mastro don Gesualdo. E' ormai venuta meno la rappresentazione positiva della primitiva società contadina presente in Vita dei campi e nei Malavoglia, dove alcuni personaggi sono ancora fedeli alla religione della famiglia, dell'onestà, del lavoro. Adesso Verga da una parte continua a studiare il mondo della campagna, mettendo freddamente e amaramente in luce il peso determinante del movente economico (Pane nero, Gli orfani, Malaria, Storia dell'asino di San Giuseppe), dall'altra comincia a esaminare la borghesia e la piccola nobiltà di campagna, il contrasto tra le classi e il passaggio dall'una all'altra (Il reverendo, Libertà, La roba). Vendere, comprare, praticare e subire la violenza insita nella società come nella natura: è questuala legge della vita che regola non solo i rapporti fra il singolo e la società, ma anche quelli fra le classi sociali. In particolare Verga si sofferma sulla decadenza della grande nobiltà feudale sostituita da una nuova borghesia e sulla figura dell'arrampicatore sociale che, perseguendo con coerenza assoluta la legge economica, giunge alla disumanizzazione totale.



INTRODUZIONE AI MALAVOGLIA


Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini del benessere, e quale perturbazione debba arrecare in una famigliola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell'ignoto, l'accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.

Il movente dell'attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Nei Malavoglia non c'è altro che la lotta per i bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in un tipo borghese, Mastro don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più vivaci, e il disegno a farsi più ampio e variato. Poi diventerà vanità aristocratica nella Duchessa de Leyra; e ambizione nell'onorevole Scipioni. A misura che la sfera dell'azione umana si allarga, il congegno della passione va complicandosi; i tipi si disegnano meno originali, ma più curiosi, per la sottile influenza che esercita sui caratteri l'educazione, ed anche tutto quello che ci può essere di artificiale nella civiltà.

Persino il linguaggio tende ad individualizzarsi, ad arricchirsi di tutte le mezze tinte dei mezzi sentimenti, di tutti gli artifici della parola onde dar rilievo all'idea, in un epoca che impone come regola di buon gusto un eguale formalismo per mascherare un'uniformità di sentimenti e di idee. Perché la produzione artistica di questi quadri sia esatta, bisogna seguire scrupolosamente le norme di questa analisi; esser sinceri per dimostrare la verità, giacché la forma è cosi inerente al soggetto, quanto ogni parte del soggetto stesso è necessaria alla spiegazione dell'argomento generale.

Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l'umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell'insieme, da lontano. Il risultato umanitario copre quanto c'è di meschino negli interessi particolari che lo producono; li giustifica quasi come mezzi necessari a stimolare l'attività dell'individuo cooperante inconscio e beneficio di tutti. Ogni movente di questo lavoro universale, dalla ricerca del benessere materiale alle più elevate ambizioni, è legittimato dal solo fatto della sua opportunità a raggiungere lo scopo del movimento incessante; e quando si conosce dove va quest'immensa corrente dell'attività umana, non si domanda di certo come ci va. Solo l'osservatore, travolto anch'esso dalla fiumana, guardandosi intorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall'onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sovravvegenti, i vincitori d'oggi, affrettati anch'essi, avidi anch'essi d'arrivare, e che saranno sorpassati domani.



I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, La Duchessa de Leyra, L'Onorevole Scipioni, L'Uomo di lusso sono altrettanto vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati, ciascuno colle stimate del suo peccato, che avrebbero dovuto essere lo sfolgorare della sua virtù. Ciascuno, dal più umile al più elevato, ha avuto la sua parte nella lotta per l'esistenza, per il benessere, per l'ambizione. Dall'umile pescatore al nuovo arricchito - alla intrusa nelle alte classi - all'uomo dall'ingegno e dalle volontà robuste, il quale si sente la forza di dominare gli altri uomini, di prendersi da sé quella parte di considerazione pubblica che il pregiudizio sociale gli nega per la sua nascita illegale; di fare la legge, lui nato fuori dalla legge - all'artista che crede di seguire il suo ideale seguendo un'altra forma dell'ambizione.

Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un' istante fuori dal campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata, o come avrebbe dovuto essere.  





I MALAVOGLIA


I Toscano, soprannominati "Malavoglia", una famiglia di pescatori di Aci-Trezza, posseggono una casa e una barca, la Provvidenza, che consentono loro una vita "relativamente felice" e tranquilla. Nel 1863 però il giovane 'Ntonni, figlio di Bastianazzo e nipote di padron 'Ntonni, il vecchio patriarca, deve partire per il servizio militare. La famiglia, privata delle sue braccia, si trova in difficoltà, pensa di intraprendere un piccolo commercio: compera a credito dall'usuraio zio Crocifisso un carico di lupini, per venderli in un porto vicino. Ma la barca naufraga nella tempesta, Bastianazzo muore e il carico va perduto. I Malavoglia, oltre ad essere colpiti negli affetti, si trovano anche di fronte al debito da pagare. Comincia qui una serie di sventure. La casa viene pignorata; Luca il secondogenito, muore nella battaglia di Lissa; la madre Maruzza, è uccisa dal colera; la Provvidenza, recuperata e riparata naufraga di nuovo, e i Malavoglia sono costretti ad andare a giornata. La sventura disgrega il nucleo famigliare: 'Ntoni, che ha conosciuto la vita delle grandi città, non si adatta più ad una vita di dure fatiche e di stenti; comincia a frequentare l'osteria e le cattive compagnie, è coinvolto nel contrabbando e, sorpreso, finisce per dare una coltellata alla guardia doganale; don Michele, spinto anche da motivi di rivalità a causa di donne e da motivi d'onore, corteggia la sorella minore Lia. Al processo 'Ntonni ottiene la condanna mite per le attenuanti d'onore, ma Lia, ormai disonorata, fugge dal paese, e finisce in una casa di malaffare in città. A causa del disonore caduto sulla famiglia, Mena non può più sposare compare Alfio. Il vecchio padron 'Ntonni, atterrato dalle sventure, va a morire all'ospedale. L'ultimo figlio Alessi, riesce a riscattare la casa del nespolo, continuando il mestiere del nonno. 'Ntonni, uscito di prigione, torna una notte in famiglia, ma si rende conto di non poter più restare, e si allontana per sempre. Al termine della vicenda Alessi ricompra la casa del nespolo, e vi ricostituisce un nucleo famigliare.

La conclusione del romanzo è da vedere come un lieto fine , la vittoria dei valori ideali sulla pessimistica analisi di una realtà dominata solo dalla lotta per la vita?

Il Russo le interpretava come una celebrazione della sacralità della casa e della famiglia, una "cerimonia religiosa", in cui il "tempio" che era stato violato viene "riconsacrato!

Barbieri Squarotti osserva che la conclusione del romanzo non è un ritorno esatto al punto di partenza: la famiglia è dispersa, un mondo è scomparso definitivamente. La casa di Alessi non appartiene più ad una civiltà arcaica, ma è la casa dei "tempi nuovi". Ed in effetti la nota dominante in queste pagine finali è quella del rimpianto, della mancanza, della nostalgia, da parte dei personaggi, di un passato ormai irrecuperabile.

Luperini dal canto suo, osserva che il romanzo non si conclude propriamente con la ricostruzione del "nido" familiare, a cui è dedicata solo una riga frettolosa, ma con la partenza definitiva di 'Ntonni. La conclusione ha dunque il senso di un distacco definitivo, di un addio amaro a quel mondo arcaico, a quello spazio chiuso e mitico. Verga sa che quel mondo è scomparso, ed è ormai impossibile. Ad esso si contrappone l'eroe che parte per il mondo del moderno, verso la storia: la "fiumana del progresso" è inarrestabile. Secondo Luperini, la conclusione è il distacco definitivo di Verga da quell'atteggiamento romantico che lo aveva indotto a cercare nella realtà rurale un fresco e sereno raccoglimento e un alternativa al progresso. Il paese è allontanato nel passato; è comunque era già un mondo lacerato al suo interno da forti tensioni sociali ed economiche.

Continuando su questa linea, nel romanzo successivo del ciclo, Il Gesualdo, Verga seguirà il suo eroe, una sorta di prosecuzione del personaggio di 'Ntonni, nel suo villaggio attraverso la realtà moderna, in cui la logica della "roba" domina senza contrasti, e i valori sono impossibili.




MASTRO DON GESUALDO ( L'ultima fase del verismo verghiano)


Gesualdo Motta, da semplice muratore, con la sua intelligenza e la sua energia infaticabile, è arrivato ad accumulare una fortuna. Quando il racconto ha inizio la sua ascesa sociale dovrebbe essere coronata dal matrimonio con Bianca Trao, discendente da una famiglia nobile, ma in rovina. Nei calcoli di Gesualdo il matrimonio può aprirgli le porte del mondo aristocratico del paese e consentirgli di stringere legami con tutti quelli che contano. In realtà, nonostante il matrimonio con Trao, Gesualdo resta escluso dalla società nobiliare, che lo disprezza per le sue origini. Anche la moglie non lo ama, anzi ha quasi orrore di lui e lo respinge. Nasce una bambina, Isabella, che però è frutto di una relazione di Bianca con un cugino, prima del matrimonio. Isabella, crescendo, respinge a sua volta il padre, vergognandosi delle sue umili origini. Altre amarezze Gesualdo ha da parte del padre, che è geloso della sua fortuna, e dei fratelli, che mirano a spogliarlo dei suoi averi. Durante il '48, i nobili dirottano l'odio popolare contro Gesualdo, che si salva a stento dall'ira della folla.   Isabella gli crea un altro dolore innamorandosi di un cugino povero, e fuggendo con lui. Per riparare, Gesualdo la dà in moglie al duca di Leyra, nobile squattrinato, ma deve sborsare una dote spropositata. Tutte queste amarezze minano la salute di Gesualdo, che si ammala di cancro al piloro. Viene accolto a Palermo nel palazzo del genero e della figlia, ma per le sue maniere rozze viene relegato in disparte. La figlia non lo ama, e vani sono i tentativi per comunicare con lei. Gesualdo trascorre i suoi ultimi giorni in solitudine, angosciato al vedere lo sperpero del palazzo nobiliare, che ingoia le ricchezze da lui accumulate a prezzo di eroiche fatiche. E muore solo, sotto lo sguardo infastidito e sprezzante di un servo.








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