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Teatro greco - ESCHILO - profilo letterario

letteratura greca



Teatro greco

La produzione teatrale della Grecia classica (di Eschilo, Sofocle, Euripide) è decisamente diversa da quella contemporanea o moderna, come la intendiamo noi: diversa nei contenuti, nella forma stilistica, nell'allestimento scenico. L'opera teatrale moderna, infatti, è esclusivamente ascrivibile al campo artistico-letterario, e quasi destinata a un pubblico di intenditori e appassionati limitato a una cerchia non vasta: non moltissimi, oggi, vanno a teatro.

Questi confini estetici e artistici non delimitano il teatro greco, che al contrario interessa e coinvolge la vita stessa dell'intera popolazione, nei suoi aspetti religiosi, etici, sociali. Il teatro, sia nel dramma che nella commedia, era un fatto "politico", riguardava cioè tutti, non soltanto una ristrett 656j93g a élite di appassionati. Era lo Stato (la Polis) che si assumeva l'impegno e i costi della messa in scena di un'opera, lo Stato che promuoveva concorsi fra i vari autori, lo Stato che (pensate) dava persino un indennizzo ai cittadini per la giornata lavorativa persa. Uno Stato veramente "sociale" nel senso moderno della parola, non c'è che dire.

E questo perché l'opera teatrale greca era concepita essenzialmente in funzione moralistica e educativa: lo stesso Aristotele ne parla come di una  catarsi , una purificazione dalle passioni e dai mali. Aveva quasi un carattere sacro e religioso; ed è a questi suoi aspetti che si deve la presenza, in essa, della musica, della danza, del coro, sempre intesi in funzione di componente sacrale.




ESCHILO

il più grande dei tragediografi greci, nacque a Eleusi nel 525 a.C. Vinse per 28 volte il concorso per tragedi che si teneva ad Atene, dal 484 in poi. Soggiornò più volte in Sicilia e ben rappresenta l'attrattiva culturale che le corti di Siracusa e Agrigento esercitarono per circa mezzo millennio sugli uomini di cultura del tempo. Morì a Gela nel 456, al termine di una vita interamente dedicata alla creazione di tragedie che ancora oggi sono studiate e rappresentate, come esempi degli aspetti più reconditi dell'animo umano, soggetto alle forze del Fato e della giustizia divina.


profilo letterario

Autore decisamente fecondo nell'arte teatrale; aveva scritto circa novanta tragedie, di cui purtroppo ce ne restano solo sette integralmente. Quanto basta, però, per lasciare l'originale impronta che diede alla sua produzione: il raggruppamento di opere in trilogie .

Un espediente nuovo e tutto suo, grazie al quale tre lavori si presentano intrecciati e concatenati fra loro per contenuti e concezione, per non limitare narrazione e analisi psicologica alle contingenti vicende di un singolo personaggio, ma di espandere la ricerca allo scenario di una intera famiglia o addirittura di una generazione. Il suo sguardo di acuto analista dell'animo umano lo spingeva - ed è qui il pregio della sua creatività - ad una concezione ereditaria della colpa e alla ineluttabile ereditarietà della punizione divina, per cui la sua opera non poteva limitarsi al breve momento di una singola vicenda umana.

La sua trilogia è detta Orestìade ed composta dalle tragedie Agamènnone, Le Coèfore e Le Eumènidi.   

E' in questa trilogia che s'impernia la concezione tutta eschìlea del teatro classico, e si raggiunge la più alta vetta della poesia drammaturgica. Un trittico che coinvolge e travolge, nella sequenza di rappresentazioni a sé stanti ma pur sempre unitarie, più personaggi fra loro concatenati e fatalmente protesi verso l'orlo di un baratro da "delitto e castigo".

Profondo il lavoro psicologico che Eschilo esprime in questa trilogia; in essa le singole figure dei personaggi non vengono mai immeschinite dalle proprie colpe, ma appaiono sempre grandi e solenni, specie quando, pur macchiate dal crimine, sono toccate dalla maestà della morte.


S O F O C L E

L'opera di Sofocle (Atene 497 a.c.- 406 a.c.) uno dei tre tragici della Grecia classica, si sviluppa nel periodo di massimo splendore della civiltà ateniese. Nato da famiglia borghese e agiata, fu amico di eminenti personaggi della vita politica e culturale ateniese come Pericle e  Erodoto, e fu molto attivo nella vita pubblica. Pare abbia composto più di 120 opere, e vinse molti dei concorsi per tragediografi che ogni anno si tenevano ad Atene. Di lui ci sono pervenute integralmente soltanto sette tragedie, sufficienti però per rivelare il genio dell'autore; fra queste l'Aiace, Antigone, Edipo Re, Elettra.


profilo letterario


Ancora più ricca di quella di Eschilo è la produzione teatrale di Sofocle: centotrenta drammi, di cui purtroppo a noi ne sono rimasti solo sette. E ben profonda la differenza fra i due tragediografi nella espressione delle rispettive ispirazioni concettuali.

Mentre il primo esprime una concezione quasi. cattolica del destino dell'uomo, ponendolo al centro delle proprie azioni, consapevole di quello che fa e quindi dotato di un "libero arbitrio", che può farne un puro o un assassino; in Sofocle si scorge al contrario quasi un. luteranesimo ante litteram: l'uomo può essere grande, giusto e valoroso, così come può toccare il fondo della più degradante abiezione, ma non per propria colpa. Una sorta, appunto, di luterana predestinazione.

E' infatti in questa visione della vita che scaturisce in Sofocle - più modernamente, direi - un rassegnato pessimismo, uno sconfitto abbandono alla volontà degli dèi: gli unici veri artefici dell'umana grandezza o dell'umana infelicità.

L'eroina di Sofocle è Antìgone, la donna eroica che viene messa a morte da un tiranno senza aver commesso alcuna colpa, solo per non aver voluto violare la legge della pietà. L'eroina di un dramma umano che da sempre troppo spesso si ripete: il male ricevuto senza un perché e la violenza che rimane impunita.

Il suo eroe è Edìpo, altra figura tragica anch'essa vittima di una volontà superiore inspiegabilmente ineluttabile, inconsapevole e "incolpevole" delle gravi scelleratezze che gli dèi lo hanno predestinato a compiere. Uccide il padre e ne sposa la moglie, cioè la propria madre.

Delitti orrendi, ripugnanti: ma non suoi, per Sofocle; voluti e imposti dal destino. Finirà, l'Edìpo finalmente conscio dei suoi misfatti, nel baratro del rimorso; e si accecherà con le proprie mani.

La sconfitta dell'uomo, che nasce già sconfitto. E' il Fato che domina la drammaturgia di Sofocle; e vi aleggia quel pessimismo che denota, nell'autore, la sua profonda introspezione interiore e quello sconforto spirituale che non hanno e non dànno speranza su un felice destino del personaggio Uomo.


E U R I P I D E    ( 480 - 406 a.C. )

Euripide nacque a Salamina nel 480 a. C., proprio il giorno in cui si combatté la famosa battaglia navale fra Greci e Persiani. La sua famiglia apparteneva al ceto dei negozianti, ma probabilmente godeva di una certa  agiatezza se il poeta poté formarsi una sua biblioteca privata. Non partecipò alla vita politica. Esordì in teatro nel 455; fra le sue tragedie Alcesti, Medea, Le Supplici, Oreste, Ifigenia in Aulide, Le Baccanti. Sulla sua morte esiste una leggenda, inventata dai suoi malevoli concorrenti, che vuole che il poeta sia finito sbranato dai cani. Di certo si sa che morì nel 406 a Pella e fu sepolto nella valle di Aretusa.


profili letterari


Con lui si ha una geniale innovativa svolta nella drammaturgia classica e l'avvio di problematiche nuove.

Nel grande affresco delle trilogie, Eschilo sviluppava concezioni etiche e religiose basate essenzialmente sul rapporto fra delitto e castigo; Sofocle ci presenta l'uomo nella sua grandezza o nelle sue miserie, sopraffatto però dalla imperscrutabilità di un destino che ha già deciso per lui.

Euripide dà un'impennata più moderna alla concezione della tragedia con una nuova interpretazione dei destini umani: è, potremmo dire, un razionalista. In lui, i grandi valori dell'esistenza, la religiosità, l'eroismo, l'infamia, non vengono più accettati come stereotipi, ma al contrario sviscerati, indagati, dibattuti; quasi più da filosofo che da drammaturgo. E' il poeta dell'ansia, Euripide, e dello sconforto sulla fragilità della natura umana.

Per questo non lo affascinano i grandi eroi, pur nelle loro pene e nel loro soffrire; ma al contrario le nature umane fragili, vinte dalle passioni e dal male cui non sanno opporre - proprio per la loro fragilità - lotta e rimedio. Una fragilità di cui non è avara di esempi questa nostra epoca moderna; moderno, quindi, e precorritore dei tempi, Euripide.

Apparentemente quasi inconcepibili o inaccettabili le sue protagoniste: come Medea che arriva a uccidere i suoi stessi figli pur di assecondare la passione che la travolge e il desiderio di vendetta contro l'ingrato e infedele Giasone, che di quei figli era il padre; o come Fedra che cerca la morte e trova vendetta sull'uomo che l'ha respinta, calunniandolo ignominiosamente.

Personaggi certamente prede della più cupa follia, ma appunto per ciò, in Euripide, prigioniere al contempo della loro intrinseca imperfezione di esseri umani, per natura incapaci di combattere contro se stessi e di prevalere sulla furente passione che li ha resi, o conservati, inumani.






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