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L'ELEGIA - nacque in Grecia

letteratura greca




L'ELEGIA


L'elegia nacque in Grecia e in età Alessandrina ed Ellenistica da componimento guerresco, politico, moraleggiante divenne erudito e raffinato; nel I° secolo a.c. essa fu accolta nella letteratura latina, assumendo caratteri di poesia malinconica e personale. Dopo Catullo e Cornelio Gallo, sono soprattutto Tibullo e Properzio ad aver interiorizzato l'elegia alessandrina, trasformandola da narrazione mitologica sentimentale ed erudita in confessione appassionata dei propri sentimenti.

Non bisogna neppure trascurare i legami esistent 151g65b i con l'esperienza neoterica poiché la centralità dell'amore nella poesia come nella vita del poeta elegiaco ha un sicuro precedente nella dimensione drammatica e totalizzante dell'esperienza amorosa di Catullo. Il poeta "elegiaco" però non accantona la tradizione della poesia bucolica, mitologica, eziologica a conferma del carattere raffinato di questa produzione poetica e dei suoi legami con la poetica alessandrina. Egli però rifiuta categoricamente l'universo organizzato intorno ai valori del mos maiorum, poiché intende l'universo come privato, dominato dall'amante, diventando egli stesso un amante che è al tempo stesso un poeta. Il poeta amante oltre a cantare la propria esperienza amorosa, dichiara di voler corteggiare la sua amata attraverso la poesia, poiché questa è considerata una ricchezza capace di offrire doni; in questo modo l'elegiaco conferma l'esistenza di un legame indissolubile tra vita e poesia.



Tibullo nato intorno al 55 a.c. e morto il 19 a.C. scrisse sicuramente due libri di elegie, di cui il primo dedicato a Delia, la donna amata dal poeta, il secondo ha per protagonista Nèmesi. Egli è considerato il classico dell'elegia per i suoi versi di perfetta fattura e di suggestione profonda; pochi poeti hanno saputo esprimere sentimenti intensi come lui in brevi gruppi di versi molto eleganti.

La sua abilità emerge quando inquadra il sentimento amoroso e la figura della donna nell'ideale di vita domestica e agreste che gli è caro, tanto da farlo considerare il poeta più arcadico della letteratura antica. Spesso la critica si è posta il problema se le sue elegie siano nate dalla passione e da reali esperienze, oppure siano costruzioni letterarie frutto della fantasia del poeta.

Chi contende a Tibullo il primo posto nell'elegia è Sesto Properzio, di origine umbra, quasi coetaneo di Tibullo.

Questo secondo autore scrisse quattro libri di Elegie, di cui il primo gli aprì le porte del "circolo" di Mecenate. Attraverso l'esaltazione dell'amore per un'unica donna, Cinzia, si capisce che Properzio ha colto l'influenza della poesia neoterica e alessandrina più recente. La tecnica compositiva è di matrice ellenistica, utilizza motivi tipici ma al contempo ama introdurre variazioni originali; ha uno stile elaborato e talvolta difficile, assorbendo l'influsso di Callimaco. Nei suoi componimenti si trovano numerosi grecismi che offrono un contributo qualitativamente notevole al patrimonio della lingua properziana.



Della sua opera, due libri di elegie sono dominati da Cinzia, mentre altri due presentano l'autore come cantore civile e prevalgono in essi tematiche celebrative che gli permettono di fare riferimenti alla mitologia ed alla leggenda. Infatti egli molto più di Tibullo si distingue per l'erudizione mitologica che unita all'intensità della passione costituisce il carattere dominante dell'autore.

Il terzo ed ultimo grande autore di poesia elegiaco è Publio Ovidio Nasone, nato nel 43 a.C. a Sulmona, che nella sua carriera letteraria scrisse anche altre opere di genere diverso. Il periodo giovanile, vissuto a Roma in modo raffinato e frivolo, è caratterizzato da poesie che cantano una serie di amori e di avventure galanti del poeta stesso; la raccolta di queste elegie di argomento leggero, composta di tre libri, si intitola "Amores" - Nella maturità egli passa a opere di maggiore impegno, abbandonando i componimenti più sensuali precedenti; in seguito alla condanna di Augusto, Ovidio va in esilio sul Mar Nero e qui scrive raccolte di elegie, i "Tristia" , le "Epistulae ex Ponto" e l'"Ibis" - Prevalgono i temi della tristezza, del dolore e della commozione nel ricordo delle cose più care abbondonate a Roma. Dal punto di vista dello stile, di Ovidio colpisce nelle elegie la scorrevolezza e la semplicità del verso, la lingua scelta e ricca; egli affronta vari generi letterari, ma sempre il risultato rivela un'arte viva ed efficace.






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