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L'INTERVENTO PUBBLICO IN ECONOMIA: DIFETTI E LIMITI

finanze


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L'intervento pubblico in economia: difetti e limiti



Aspetti dottrinali


Lo Stato e gli altri enti pubblici sono chiamati, in forza dei loro caratteri istituzionali, a fornire ai cittadini i beni ed i servizi di cui hanno bisogno.

La Scienza delle Finanze, da un lato studia il prelievo di ricchezza nei confronti dei cittadini, dall'altro la destinazione di tale ricchezza al soddisfacimento di quei bisogni che l'individuo avverte non tanto come singolo, quanto invece come membro di una collettività. Fine essenziale di tale intervento pubblico nella vita economica è quello di fornire uno stato di benessere a tutti i membri di una determinata collettività.




Perché tale fine possa essere conseguito, è però necessaria l'esistenza di alcuni presupposti che, tuttavia, molto spesso non sono riscontrabili nella realtà quali come osserva Pareto:

Un sistema economico basato su un regime di concorrenza perfetta e di un generalizzato ed uniforme sistema informativo;

La presenza di "rendimenti di scala", rendimenti cioè che scaturiscono delle possibilità di fornire lo stesso servizio ad un numero molto alto di soggetti;

La mancanza di beni pubblici.

In particolare questi ultimi esistono in maniera rilevante con la funzione essenziale di soddisfare direttamente le esigenze di membri della collettività. Si pensi alle strade, alle scuole, ai boschi alle spiagge ecc.

Anche la mancanza di uniformità nell'accedere alle informazioni, influenza negativamente la fruizione anche perché non tutti i membri di una collettività hanno accesso ad esse alla stessa maniera, anche nei casi in cui gli enti pubblici si organizzano per fornire fonti di informazione alternativa a quelle di mercato.

Gli studiosi hanno affrontato l'argomento dell'intervento dello Stato nell'economia, ma le conclusioni alle quali sono giunti risultano notevolmente eterogenee e spesso discordanti.

Tra le principali ne vanno ricordate alcune riconducibili alle seguenti teorie:

Teorie volontaristiche

Teorie politico - sociologiche

Teorie delle "scelte pubbliche"


A)              TEORIE VOLONTARISTICHE


Consideriamo l'attività finanziaria dello Stato e degli altri enti pubblici come una normale attività di scambio in cui assumono rilevanza sia i costi di un servizio che l'utilità che da esso ne trae il singolo.

I principali cultori di tali teorie furono il Sax, il De Viti De Marco, il Wicksell.

Il primo, vissuto, al pari del De Vito De Marco, a cavallo fra l'ottocento e il novecento, parte dalla constatazione che, anche se lo Stato esercita un potere coattivo nei confronti dei cittadini, tuttavia è indubbio che gli stessi traggono un beneficio dai servizi che esso rende e che pertanto, può parlarsi di un "libero scambio". E allora si chiede fino a che punto lo Stato possa effettuare dei prelievi dalle tasche dei contribuenti. La risposta che egli fornisce presta il fianco a delle critiche in quanto afferma che l'individuo destin 111b15b erà al soddisfacimento dei suoi bisogni, siano essi individuali che collettivi, una parte della sua ricchezza tale che le diverse utilità marginali dei beni e servizi che egli ha a disposizione, siano cioè essi individuali o collettivi, risultino uguali.

In termini più semplici, l'equilibrio si raggiunge quando l'utilità marginale dei beni e dei servizi pubblici coincide con quella dei privati ed, inoltre, con la penosità marginale del prelievo.

Così ad esempio, siano dieci le dosi di ricchezza di cui un individuo abbia la disponibilità, lo Stato potrà prelevarne, per il soddisfacimento dei bisogni collettivi, un numero tale che l'utilità marginale ponderata dell'ultima dose prelevata fornisca al contribuente, una utilità pari a quella che egli ottiene dall'ultima dose della ricchezza che rimane a sua disposizione dopo aver subito il prelievo.

In altre parole, se un individuo dispone di dieci dosi di ricchezza, è evidente che l'utilità di ognuna di esse risulterà diversa da quella delle altre; inoltre l'ultima dose avrà una utilità inferiore alla penultima; questa avrà una utilità inferiore alla terz'ultima e così via come mostra la tabella



Dosi











Utilità















Ebbene, afferma il Sax, lo Stato potrà prelevare tante dosi, in numero determinabile teoricamente, ma che, per ogni dose prelevata, riesca a fornire una utilità superiore a quella che il soggetto avrebbe se la ricchezza rimanesse nelle sue mani. Così se lo Stato sarà in grado di fornire una utilità, per le dosi 8, 9 e 10, superiore, rispettivamente, ad 8, a 5, ed a 2, può prelevare le ultime 3 dosi.

Come si può ben comprendere, questa teoria presenta un lato debole in quanto, mentre è facilissimo stabilire l'utilità di una dose di ricchezza impegnata direttamente, dal momento che il privato sa cosa vuole non lo è altrettanto o addirittura non lo è affatto, fissarla per un servizio pubblico, fornito a tutti e non chiesto al singolo.

Come posso stabilire l'utilità di un ospedale se non né ho il bisogno? Eppure devo contribuire con il prelievo che lo Stato effettua sulla mia ricchezza, al suo mantenimento. Discorso analogo vale per una scuola, una strada, l'attività delle forze dell'ordine ecc.

Proprio per tale ragione, il De Viti De Marco il quale, parte dalla constatazione che non può farsi una distinzione netta frà bisogni individuali e collettivi, anche perché i secondi sono spesso complementari ai primi. Il bisogno di una strada viene avvertito in funzione della disponibilità di un'auto, oppure dell'esigenza di andare da un posto all'altro. Per questo egli afferma che i bisogni pubblici variano non soltanto da uno Stato all'altro, ma anche nel tempo, nel senso che i bisogni pubblici tendono ad aumentare, proprio perché complementari ai privati. Tenendo conto di questa premessa, egli giunge alla conclusione che in uno Stato assoluto non è possibile parlare di "scambio volontario" in quanto il benessere dei singoli viene subordinato a quello della classe dirigente. In uno stato democratico, al contrario, risultando essere la competizione fra le varie classi sociali, quella che riesce ad imporsi alle altre per giungere così al potere, non potrà operare con criteri assolutistici, ma potrà gestire il potere governando "sotto il sindacato continuo della collettività". Ne consegue che, pur non potendosi ignorare l'aspetto coattivo del prelievo, tuttavia cerca di evidenziare l'aspetto volontaristico, almeno parziale, della richiesta dei servizi da parte dei singoli.

L'economista svedese K. Wicksell, vissuto anche lui a cavallo tra l'ottocento ed il novecento, riprendendo la tesi, premesso che a suo avviso, se lasciato libero di scegliere, il primato non accetterebbe di finanziare le spese per i servizi pubblici, aggiunge che ci sono situazioni di "free rider", cioè casi in cui si beneficia di un servizio, (esercito, polizia, scuola) o di un bene collettivo (spiaggia, bosco etc.) senza pagare alcun corrispettivo. Ogni categoria di utenti, pertanto, cercherà di sostenere il più basso aumentare di spese per ottenere i servizi pubblici, mentre, nel contempo, si preoccuperà di massimizzare i vantaggi. In altri termini ognuno applicherà, anche nel settore pubblico, per quanto in suo potere, il principio del tornaconto basato sul "massimo rendimento con il minimo sforzo".

Anche nelle teorie volontaristiche più evolute (Bowen) tuttavia, appare di tutta evidenza che l'attività dello Stato e degli altri enti pubblici si basa sulla coercibilità (es. tu hai una cosa e mi paghi, tu hai uno stipendio e io te ne prelevo una parte). A fronte di un prelievo certo e imposto, sta la fornitura di servizi che il cittadino non sempre chiede (es. la scuola), ed anche nei casi in cui li richiede (es. il servizio di polizia) non può certo determinarne il vantaggio finché non ne avvertirà il bisogno (es. in caso di furto). Ma c'è anche un'altra considerazione che evidenzia i limiti delle teorie volontaristiche: la mancanza di conoscenza del costo e dell'utilità dell'attività finanziaria, con la conseguenza che non può essere determinato il rapporto tra il sacrificio sostenuto e l'utilità che da esso consegue.


B)TEORIE POLITICO-SOCIOLOGICHE


L'attività ed i fenomeni finanziari sono stati esaminati anche da un punto di vista politico e sociale. Sotto tale aspetto si è data maggiore rilevanza alla coattività rispetto alla volontarietà, evidenziata nelle pagine precedenti. Base fondamentale di tali teorie è la natura dello Stato che è concepito come un soggetto staccato dagli individui e superiore ad essi.

I sostenitori di tali teorie, infatti, escludono la possibilità di poter parlare di volontarietà nello svolgimento di attività in cui vengono perseguite non tanto gli interessi dei singoli come tali, ma quello di una collettività di individui. Da tali attività qualcuno potrebbe avere addirittura un danno (es. L'esproprio di un appezzamento di terreno per costruire una scuola, una fabbrica o una piazza può tornare utile alla collettività, ma spesso arreca un danno al proprietario espropriato).

E siccome il costante miglioramento delle condizioni di vita fa sorgere sempre nuovi bisogni da parte dei membri di una collettività, lo Stato e gli altri enti pubblici sono chiamati ad attuare sempre nuovi interventi economici i quali richiedono dei prelievi dalle tasche dei privati, prelievi generalmente coattivi.

Tutto ciò, a detta dei principali sostenitori di tali teorie quali il Mosca, il Pareto e il Cosciani, dà luogo a dei contrasti tra i governanti ed i governati. In altre parole, da un lato c'è lo Stato che impone le sue leggi e dall'altra, i cittadini che devono sottostare a tutti i comandi e quindi anche ai prelievi fatti nei loro confronti. Siccome però lo Stato agisce attraverso i suoi organi istituzionali che governano (Parlamento, governo, ecc.), il contrasto avviene tra questi -classe dominante- ed il popolo -classe dominata o governata. In altre parole si determina una situazione di costrizione che scaturisce dai primi (governanti) e si ripercuote sui secondi (governati), che la subiscono. In particolare il Puviani estremizza il concetto affermando che la classe dominante, rappresentata dai governanti, attua delle operazioni attraverso le quali cerca di rafforzare la sua posizione di comando dando però l'impressione ai governati di operare a loro favore ("illusione finanziaria").

Risultando quindi la coattività il carattere fondamentale dell'attività dello Stato e degli altri enti pubblici, i fautori di tali teorie sostengono che, in tale campo, non hanno rilevanza i concetti di domanda, offerta e prezzo, che invece sono alla base delle ecomomie di mercato.

Le entrate pubbliche, si afferma (Mosca) sono regolate non da una legge economica, ma politica; anche se, per le spese,valgono i principi economici delle utilità marginali, che regolano l'attività privata. Tuttavia la posizione preminente dello Stato si concretizza attraverso la funzione del potere politico che è quella di coartare le tendenze individuali e di limitare le scelte private con i prelievi pubblici (Cornigliani).

In questo gruppo possono farsi rientrare anche le teorie socialiste in quanto, alla base di esse, vi è sempre la coazione, anche se questa vale soltanto per la classe capitalista che detiene il potere; questa opera a favore delle imprese agendo in maniera da sfruttare i lavoratori in genere ed i salariati in particolare.

Volendo giungere a delle conclusioni in questa breve rassegna, si deve riconoscere un maggior fondamento alle tesi politico- sociologiche rispetto alle volontaristiche.

Se si pensa che i bilanci degli Stati prevedono ogni anno lo stanziamento di miliardi per settori quali l'istruzione, la sanità, la difesa ecc., si può concludere osservando che, in effetti, il discorso di "illusione finanziaria" ha un suo fondamento anche nelle democrazie moderne in quanto il popolo non è in grado di valutare se l'utilità dei servizi generali che lo Stato rende sia adeguata ai sacrifici che gli vengono imposti con il prelievo fiscale che viene esercitato coattivamente nei loro confronti.



C)TEORIA DELLE "SCELTE PUBBLICHE"


Un'impostazione intermedia fra i due gruppi di teorie sopra illustrati è quella che si è andata sviluppando negli USA nella seconda metà del secolo scorso. Secondo i criteri sui quali si basa tale concezione, si ravvisa una distinzione netta fra l'attività degli enti pubblici e quella dei privati. Tuttavia, si osserva ,che anche i soggetti pubblici agiscono come operatori economici, al pari dei privati. La loro attività, però, -ed è questa la differenza con le teorie precedenti- non è posta sullo stesso piano di quella dei privati, ma ad un livello superiore e vincolante nei confronti dell'attività di questi ultimi. Infatti i privati potranno effettuare le loro spese entro i limiti di quanto rimane loro dopo aver soddisfatto i pagamenti coattivi che richiedono loro  sia lo Stato che gli enti pubblici minori.



Le conclusioni alle quali giungono coloro (J.Buchanan) che fanno capo a tale gruppo sono che tutti gli enti pubblici, sia centrali che locali, operano al pari di un qualsiasi soggetto economico. Ne consegue che, al momento della scelta dei propri candidati, ogni elettore cercherà di sfruttare le proprie scelte politiche, dando il voto a coloro che forniranno garanzie sulla scelta di un determinato indirizzo economico anziché di un altro. La struttura statale che così si forma è di carattere monopolistico e cerca di massimizzare il gettito delle imposte (Brennan).

Tale concezione, secondo la quale gli enti pubblici operano essenzialmente per massimizzare il consenso alla propria leadership, e quindi mantenerla in vita il più a lungo possibile, si avvicina, indubbiamente, ad uno degli aspetti che caratterizzano la vita economico-politica attuale. Pur riconoscendo alla tesi una sua originalità, tuttavia non può affermarsi la sua validità in maniera assoluta. Non sembra infatti possibile ripudiare completamente la visione che dello Stato aveva dato Keynes e secondo la quale lo Stato stesso, unitamente agli altri enti pubblici, tende a massimizzare il benessere della collettività nel suo insieme, sia pure talora privilegiando alcuni singoli o gruppi. Tuttavia la realtà ci dice che non sempre ciò avviene. Possiamo infatti toccare con mano che uomini politici investiti di funzioni pubbliche sia di governo che dell'opposizione e che operano in campo statale, regionale e del parastato si attribuiscono compensi e privilegi al di sopra della media degli altri cittadini.

Se ne deve concludere che ogni teoria, accanto ad alcuni aspetti positivi, ne contiene altri che non appaiono del tutto condivisibili.



Lo Stato ed il Mercato


Il mercato è dato dall'insieme delle domande e delle offerte, e delle conseguenti transazioni, di un determinato bene, in un'area geografica, in un determinato momento.

L'area geografica non è sempre la stessa: vi sono infatti alcuni mercati amplissimi (es. il mercato dell'oro), altri molto più limitati (es. quello degli ortaggi).

Quando si parla di economie di mercato, ci si riferisce ad un sistema liberista, in cui gli scambi avvengono spontaneamente e determinano così il prezzo, sulla base della domanda e dell'offerta di un dato bene. Si sostiene che il mercato, con i suoi automatismi provvede a tutto senza alcuna necessità di interventi correttivi da parte dello Stato o di chi sia a ciò delegato dallo Stato stesso. Ma questo non è vero, o almeno non è vero in modo assoluto.

Sia chiaro: la concorrenza di mercato è uno strumento insostituibile per la determinazione dei costi e dei prezzi. senza il mercato (vedi la pianificazione sovietica) un sistema economico diventa anti -economico. Ciò detto il Mercato non è un meccanismo salvatutto.

Il caso del petrolio è esemplare. Oggi come oggi il petrolio fornisce il 70% dell'energia totale dei trasporti. Domanda: benzina e diesel, derivati del petrolio, sono sostituibili? La risposta è: in non piccola misura, si. Sono sostituibili con l'etanolo ed equivalenti derivati da piante zuccherine (anche barbabietola, girasole, mais); prodotti che hanno l'ulteriore pregio di essere "puliti". Però a tutt'oggi il solo Paese che produce olio combustibile e benzina da vegetali è il Brasile. altrove niente. Niente perché il mercato decreta così, perché ai prezzi di ieri il petrolio costava meno. Ma ai prezzi di oggi e , ancora peggio, di domani? A questo effetto il mercato ci lascia pericolosamente terra. Il guaio e che il mercato "vede corto", che non ha progettualità. Il che lo rende inidoneo e controproducente, nel fronteggiare il futuro.

Il mercato ha anche altri limiti ma, restando al tema, l'idea di affidare le nostre speranze a un'analisi (di mercato) di costi - benefici è davvero peregrina. Perché il mercato non calcola e non sa calcolare il danno ecologico. Se abbatto alberi, il mercato contabilizza soltanto il costo di tagliarli, non il danno prodotto dall'abbattimento delle foreste. Se surriscaldiamo l'atmosfera, il mercato registra, tutto giulivo, solo un boom di condizionatori d'aria. Per questo rispetto, Dio ci liberi dal Mercato. Il nostro pianeta non sarà salvato "a costo di mercato"; dovrà essere salvato costi quel che costi.

Da qui l'esigenza di un intervento, insostituibile, anche se diversificato, da tempo a tempo e da luogo a luogo, da parte dello Stato.

Il ruolo dello Stato, in qualsiasi sistema economico risulta fondamentale al fine di garantire il conseguimento di due fini essenziali:

favorire le condizioni che consentono lo stabilirsi di un mercato di libera concorrenza che consenta il raggiungimento di un più alto grado di efficienza;

affermare degli interventi sistematici attraverso i quali realizzare una redistribuzione della ricchezza in maniera da consentire un miglioramento delle condizioni di vita delle classi più povere, diminuendo così il divario di benessere fra le varie classi siciali facilitando così una situazione di pace collettiva.


Esigenze e limiti dell'intervento pubblico


Da quanto sopra indicato, consegue che lo Stato e gli altri enti pubblici assolvono ad una molteplicità di funzioni attraverso le quali garantire la pace sociale garantendo o comunque operando per il benessere della collettività che amministrano.

Queste funzioni sono state (Cosciani) ricondotte a tre gruppi fondamentali e la loro attivazione favorisce il conseguimento di un risultato positivo che va sotto il nome di "Economia del benessere" (es difesa):

Offerta di beni e sevizi sia in maniera generalizzata a tutti che in modo limitato a coloro che ne fanno richiesta (es. università, servizio postale, assistenza medica, ecc.);

effettuare degli interventi regolatori dell'attività delle imprese private in maniera che queste forniscano i beni ed i servizi necessari alla collettività, ma con tutte le garanzie necessarie fissate dalla legge;

realizzare degli interventi atti a garantire la realizzazione di una redistribuzione del reddito (es. attraverso l'assegnazione di borse di studio) e della ricchezza (es. concedendo contributi a fondo perduto per chi avrà un'attività imprenditoriale in determinate zone).


Con l'espressione "economia del benessere" (A.Pigan) ci si riferisce a quel filone della teoria economica che ha per oggetto la valutazione della desiderabilità sociale di situazioni economiche, anche diverse, e magari alternative l'una all'altra. Naturalmente, per giungere a questo,  è necessario richiamarsi a criteri generali in base ai quali sia possibile giungere a stabilire se una determinata situazione economica è preferibile ad un altra ai funi del conseguimento del benessere collettivo.

L'"economia del benessere" risulta essere quindi, uno strumento di misura: consente infatti di confrontare i risultati che si conseguono sul mercato lasciando assoluta libertà di azione alle imprese private, oppure limitare tale libertà con l'intervento dello Stato attraverso quelle tre forme sopra indicate.

Questo non significa però che l'intervento dello Stato rappresenta un "toccasana" per il conseguimento del benessere sociale. Ci sono infatti dei settori, o  delle situazioni, nelle quali non solo l'intervento dello Stato non arreca benefici, ma potrebbe essere fonte di effetti negativi a causa dei suoi fallimenti.

Ciò non far venir meno però l'elemento base dal quale abbiamo preso le mosse e cioè che, muovendo da un punto di vista teorico, l'intervento dello Stato dovrebbe garantire il conseguimento di un livello ottimale di benessere attraverso un intervento che preveda:

efficienza nella produzione delle risorse;



equità nella distribuzione della stessa fra i membri della collettività.

Ma anche il mercato da solo non è in grado di realizzare gli obiettivi di efficienza, ma non è detto che lo Stato vi riesca e ciò per due gruppi di ragioni:

perché gli interventi attuati nello Stato e dagli altri enti pubblici per il conseguimento dei fini che si propone (es. maggiorazioni d'imposte, esenzioni, distribuzione di sussidi, ecc.) possono dar luogo a delle variazioni delle scelte degli operatori, e conseguentemente determinare delle distorsioni nel mercato;

perché molto spesso gli enti pubblici realizzano le attività alle quali sono preposti, con criteri di scarsa economicità. L'inefficienza della pubblica amministrazione rispetto alla privata, è un dato riscontrato, anche se in misura diversa, in tutti gli stati.

È stato però rilevato (Cosciani) che non esiste alcuna imposta, ad eccezione di quella fissa, che risulti non distorsiva rispetto a qualunque scelta degli operatori. In pratica, quindi, lo Stato si trova ad applicare imposte e a fornire sussidi, che hanno effetti "distorsivi" sul mercato.

Ne consegue che, pur risultando necessario l'intervento dello Stato al fine di evitare, o quantomeno contenere, effetti negativi del mercato, tuttavia anche tali interventi danno luogo in linea di massima a conseguenze di carattere negativo non sempre prevedibili. Pertanto la decisione sull'opportunità di lasciare ampiamente libero il mercato, oppure di effettuare su di esso degli interventi più o meno rilevanti, non può essere fissata a priori e in maniera teorica, ma potrà essere realizzata tenendo conto di volta in volta, della situazione strutturale e delle circostanze contingenti dell'economia. Rimane in ogni caso fondamentale la presenza dello Stato nell'economia perché malgrado gli effetti non ottimali che talora da essi possono derivare, tuttavia ancor più negative potrebbero risultare le conseguenze di un mercato lasciato a se stesso.


Finanza funzionale, congiunturale e gli stabilizzatori


Richiamando le conclusioni alle quali si è giunti nelle pagine che precedono, si parte dalla constatazione che il mercato non è in grado di garantire una permanente situazione di equilibrio fra la domanda e l'offerta, sia di lavoro che di beni e servizi; pertanto necessita l'intervento dello Stato il quale garantisca un bilanciamento dei cicli economici, attraverso i quali consentire la piena occupazione e l'incremento del reddito nazionale (Keynes).

L'attività finanziaria dello Stato, quindi non deve essere intesa limitatamente al prelievo di ricchezza dalle economie private per disporre così dei mezzi necessari a fornire i servizi, ma costituire fonte per l'attuazione di un piano più ampio e complesso nel quale fare entrare sia la programmazione economica che gli interventi più idonei per attuare la redistribuzione della ricchezza. In tale attività lo Stato opera nella veste di imprenditore in quanto, con i suoi interventi stimola o limita la produzione del Reddito nazionale e tende ad influenzare indirizzi produttivi e la redistribuzione dei beni.

In tale contesto rientra il discorso di "finanza funzionale" attraverso la quale lo Stato cerca di fornire la ricchezza ed i servizi in maniera tale che tutti i cittadini abbiano la possibilità di goderne nella misura meno difforme possibile, l'uno rispetto all'altro. Così nel momento in cui lo Stato intendesse applicare un'imposta del 10%, tenderà ad applicarla a parità di ricchezza, a tutti nella stessa maniera. Ma siccome la ricchezza si presenta notevolmente diversa, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, dovrà tener conto di tali differenze per procedere all'applicazione dei tributi. Infatti anche se due soggetti hanno lo stesso redito, la fonte di esso può risultare diversa (es. il lavoro, il terreno, le case, le imprese, ecc.) e, pertanto, non può essere soggetto alla medesima imposta chi dispone di un reddito di lavoro rispetto a chi, invece, ottiene il reddito dai propri capitali. Per tali ragioni vengono sempre effettuate discriminazioni qualitative, oltre che quantitative della ricchezza.

Con la "finanza funzionale" lo Stato attua una pluralità di interventi, non solo di carattere impositivo, ma anche a favore dell'occupazione della manodopera.

Infatti maggior occupazione significa maggiori redditi, e maggiori redditi danno maggiori imposte allo Stato mentre, per contro, diminuiranno gli oneri che debbono essere pagati per i sussidi di disoccupazione.

Di non minore rilievo risulta essere l'argomento della "finanza congiunturale" detta anche "finanza compensatoria". L'economia infatti non ha un andamento costante ma registra momenti di espansione e periodi di depressione che danno vita, congiuntamente, ai "cicli economici". Sono questi dei periodi di durata fra i cinque e i dieci anni, caratterizzati da quattro fasi:

stabilizzazione in basso,espansione, stabilizzazione ad alto livello, recessione.

Lo Stato non può essere soltanto spettatore dei momenti in cui la produzione può risultare non in linea rispetto alla domanda, con la conseguenza che potrebbe determinarsi un movimento inflazionistico.

Pertanto nelle fasi di espansione lo Stato cerca di frenare l'economia con due tipi di interventi:

limiterà al massimo i lavori pubblici perché l'occupazione è già molto sviluppata nell'ambito delle imprese private;

cercherà di ridurre o eliminare le agevolazioni alle imprese per contenere l'espansione dell'economia al fine di evitare l'innescarsi di meccanismi inflattivi (aumentando i tassi di interesse e diminuendo le agevolazioni fiscali).

C'è un terzo mezzo attraverso cui la politica congiunturale limita i rischi di inflazione: l'introduzione di nuove imposte.

Al contrario in una fase di recessione gli interventi si manifesteranno in senso inverso ai precedenti con:

la realizzazione di opere pubbliche. Proprio perché la situazione congiunturale sfavorevole è in fase recessiva, lo Stato tende a sostituirsi alle imprese private;

delle facilitazioni alle imprese per stimolare la produzione;

con l'introdurre facilitazioni fiscali quali ad esempio per l'acquisto della prima casa;

con interventi nel versante del credito: abbassando i tassi di interesse e di sconto e con facilitazioni nei confronti di settori più in crisi.

La politica economica in genere, e quella fiscale in particolare, seguendo l'impostazione keynesiana, dovrebbe determinare la realizzazione di lavori pubblici nei periodi di crisi dell'economia, cui dovrebbero far seguito interventi deflazionistici nei periodi di eccesso di espansione. Sviluppando tale concetto, era stato anche affermato che un aumento della spesa pubblica, compensato da un aumento delle entrate fiscali,può dar luogo ad uno sviluppo del sistema economico in uno Stato (Haavelmo).

Secondo tali concezioni, pertanto, si attivano automaticamente degli stabilizzatori connessi proprio agli interventi che lo Stato pone in essere per attuare le politiche sia espansive che deflazionistiche.

La politica dello "stop and go" è infatti quella attraverso la quale lo Stato influenza il mercato, con prelievi quando è in espansione, in maniera che il mercato rallenti la sua crescita, o con investimenti pubblici quando  è in depressione, in modo da stimolarne la ripresa.

Anche tale impostazione, tuttavia, non è immune da critiche in quanto gli "stabilizzatori" se da un lato possono contribuire a rendere meno traumatiche le oscillazioni del mercato, dall'altro possono anche dar luogo ad effetti recessivi, specie nei casi di piena occupazione e quando si procede all'applicazione di imposte sul reddito fortemente progressive. Su tali ipotesi infatti gli imprenditori non saranno stimolati ad intraprendere nuove attività, oppure ad ampliare quelle già in essere, considerando la pressione fiscale troppo alta a fronte del rischio al quale vanno incontro.

Non esiste quindi una regola assoluta alla quale rifarsi, proprio perchè l'economia, ed anche la finanza pubblica, non sono scienze esatte, ma caratterizzate da un insieme di elementi, sia strutturali che contingenti che, di volta in volta, richiedono una specificità degli interventi pubblici.







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