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DALLA PERIFERIA AL CENTRO. LA SECONDA RINASCITA ECONOMICA DELL'ITALIA / 1861 - 1990.

economia



DALLA PERIFERIA AL CENTRO.


LA SECONDA RINASCITA ECONOMICA DELL'ITALIA / 1861 - 1990.







































CAPITOLO 2: DALL'ARTIGIANATO ALLA GRANDE INDUSTRIA.


DINAMICA E LOCALIZZAZIONE DELLO SVILUPPO INDUSTRIALE.

L'industria vera e propria era all'unificazione del paese in posizione assai marginale, mentre l'artigianato era più o meno diffuso in relazione alla domanda locale.

Il primo tentativo di raccogliere informazioni sullo stato dell'industria italiana è del 1862.

Un secondo tentativo venne varato nel 1869: portava in nome di inchiesta industriale.

Qualche maggiore successo(dei due precedenti) arrise all'inchiesta riferita al luglio 1876.

Tra il 1885 e il 1903 apparvero 86 monografie.

Il passo successivo fu finalmente quello di preparare un vero e proprio censimento industriale effettuato contemporaneamente a quello demografico il 10 giugno 1911, che ci fornisce il primo punto fermo per l'analisi dello sviluppo industriale antecedente alla prima guerra mondiale.

Il costruttore puramente pratico si è ormai accorto che senza il sussidio dell'elemento scientifico era preclusa la via a qualunque miglioramento, ora che dalla motrice a vapore alla più umile macchina, tutto si fa e si calcola colle regole, che la teoria , sussidiata dall'esperienza, va sempre più chiaramente additando.

Nei primi vent'anni dopo l'unificazione l'industria sembra essere stata in una fase di crescita molto lenta; successivamente la crescita si intensifica.

Segue la crisi economica universalmente denunciata tra la fine del decennio 1880 e la metà di quello successivo.

Alla fine si sviluppa una grande crisi bancaria che blocca per alcuni anni un normale afflusso di credito alle industrie.

A partire dal 1896 si ha la ripresa, che per una dozzina di anni vede l'industria italiana in fortissima espansione, moderati dopo la crisi internazionale del 1907.

Il tipo di industrializzazione verificatosi in Italia riguarda la sua distribuzione territoriale e la sua scala dimensionale: territorialmente, si viene rinforzando quel divario già esistente all'unificazione nella diversificazione produttiva delle varie regioni, con tre regioni, Liguria, Lombardia e Piemonte pienamente coinvolte nell'avventura industrialista, che formarono un triangolo industriale.

Per il 1911 il 55 % del valore aggiunto industriale veniva prodotto dal triangolo industriale, il 29 % dal nord - est, centro e solamente il 16 % dal sud.


UN PANORAMA SETTORIALE.

L'industria avanzata è quella che cresce più rapidamente.

All'interno dell'industria avanzata è l'elettricità a mostrare il più alto tasso di crescita, mentre i tessili sono il settore con la progressione più lenta.

L'industria intermedia è in realtà assai disomogenea.

L'industria italiana della seta riuscì a mantenere una quota rilevante del mercato mondiale(pari a 1/3) fino alla prima guerra mondiale.

L'industria della seta veniva vista come l'industria naturale per eccellenza in Italia prosperata senza appoggi governativi(a differenza ad esempio dell'industria metallurgica e siderurgica sovvenzionata dal potere pubblico).

Passando ora al cotone si nota che lo stato dell'industria era poco cambiato rispetto alla situazione preunitaria.

Il settore era certamente dominato da imprese familiari dagli esiti deludenti.

Di derivazione molto più tradizionale, un po' come per la seta, è l'industria della lana, sopravvissuta, significativamente, in localizzazioni non cittadine.

Una associazione laniera venne fondata già fin dal 1877.

I mutamenti che si verificarono dall'unificazione in poi furono, quindi lenti, ma continui.

L'importanza dell'industria tessile nell'industrializzazione italiana sta soprattutto nell'aver fatto, in molti modi, da ponte tra l'ambiente agrario e quello industriale vero e proprio: essa ha tenuto vivi parecchi decenni i fermenti industrialisti, ha generato le prime fabbriche, ha incentivato il reperimento di nuove fonti i energia,  ha permesso l'accumulazione di capitali, ha sostenuto la bilancia dei pagamenti sia attraverso la sostituzione di importazioni (cotone e lana) che attraverso consistenti flussi di esportazione.

Ancora nel 1911, gli occupati nel tessile, in prevalenza donne, costituivano 1/4 dell'occupazione manifatturiera rilevata dal censimento industriale.

Come è noto l'Italia mancava totalmente di carbon fossile.

Le ferrovie erano ancora quasi totalmente a vapore.

Solamente il 20 % della potenza installata nell'industria era generata dal vapore, un altro 22% era ancora idraulico, mentre il 48% era costituito già da motori elettrici.

Giuseppe Colombo a 747c26h veva allestito nel centro di Milano la prima centrale elettrica europea che entrò in funzione il 28 giugno 1883, illuminando i locali della Galleria di Milano , delle strade vicine e del Teatro alla Scala.

Fu l'idroelettricità il famoso carbone bianco a dominare la scena delle grandi centrali costruite fino alla seconda guerra mondiale.

L'industria del gas si era sviluppata prima di quella dell'elettricità.

Si trattava, in questo caso, della produzione di gas illuminante per l'illuminazione di abitazioni private e luoghi pubblici.

La prima società italiana del gas fu la società anonima per l'illuminazione della città di Torino fondata nel 1838.

Fu con lo sviluppo della siderurgia, dell'elettricità e dei nuovi mezzi di trasporto che anche l'espansione della meccanica prese vigore.

Indubbiamente più appassionante fu l'avventura dell'automobile, che mosse i primi passi in Italia alla fine dell'800, quando ancora nessun paese aveva una produzione né consistente né standardizzata.

Nel 1907 si raggiunsero le 18000 automobili annue prodotte mentre le imprese di costruzioni di automobili arrivarono a 61.

La FIAT conquistò una posizione di chiara leaderschip.

Un'altra industria che ebbe un avvio promettente, ma una vita difficile  fu l'elettromeccanica.

Connessa con l'industria automobilistica ed elettrica è l'industria della gomma e dei cavi, che si sviluppò in Italia con grande tempismo, grazie alla Pirelli.

Resta da dire dell'industria chimica le cui realizzazioni non erano, al 1913, molte, ma che aveva in realtà posto le basi per quel decollo che si verificò tra guerra e anni 20.


L'AMBIENTE INDUSTRIALE ITALIANO E LA SUA CULTURA.

È certo che la grande agitazione in favore dell'industria nazionale non era diffusa ovunque in Italia, perché solo in certe aree vi erano le condizioni per effettuare la transizione verso l'industria.

Provando ad identificare i principali filoni di cultura industrialista che si manifestarono in Italia prima della fine dell'ottocento, se ne possono caratterizzare almeno tre: il populismo solidaristico, il prestigio nazionale - economico e l'ideale tecnocratico.

Non vi è dubbio che l'ambiente veneto è la terra del paternalismo che trionfa.negli anni del primo sviluppo industriale.

Una seconda importante ideologia dell'industrializzazione è quella di stampo tecnocratico alla base della quale sta una tradizione meccanico - ingegneristica.

L'ambiente che è più chiaramente imbevuto di questa ideologia è quello milanese.

Il modello dell'imprenditore milanese in questo periodo è l'ingegnere..

Il terzo filone industrialista è quello legato al prestigio nazional - militare del paese ed è fra le ideologie industrialiste sorte in Italia le più vociferate e la più studiata.

L'ambiente che si strutturò attorno a questa ideologia fu quello ligure.

Cantieristica e metallurgia erano i due piloni portanti del complesso militar - industriale che si venne a creare con forti appoggi statali e grande concentrazione a Genova.



CAPITOLO 3: I RAPPORTI COMMERCIALI CON L'ESTERO E I FLUSSI DI CAPITALE.


DAL LIBERISMO AL PROTEZIONISMO.

Se ci fu un campo in cui le idee del conte Camillo Benso di Cavour ebbero completa applicazione questo fu il liberoscambismo : all'Italia appena unificata venne estesa la tariffa doganale sarda e applicati i trattati di commercio in vigore nel regno di Sardegna, che erano stati modellati dal Cavour durante il decennio 1850 sull'esempio dell'Inghilterra.

Nel 1862 e nel 1863, attraverso delle convenzioni con la Francia, i dazi vennero ulteriormente abbassati.

Tra il 1875 e il 1880 aumentano lievemente i dazi medi a scopi fiscali concedendo qualche protezione più sostanziosa a qualche industria.

Nel corso degli anni 1880 molte società agrarie si spostarono su posizioni sempre più favorevoli al protezionismo.

Il 6 luglio 1883 venne varata una commissione incaricata di svolgere un'inchiesta per una nuova revisione della tariffa doganale.

Tale commissione giunse a raccomandazioni di contenuto protettivo per molte industrie, ma non per l'agricoltura.

Il parlamento nel 1887 si limitò a ritoccare al rialzo alcuni dei dazi industriali proposti, ma rovesciò completamente le conclusioni della commissione in tema di protezionismo agricolo.

La tariffa del 1887 ebbe per la prima volta carattere spiccatamente protettivo.

Nel periodo 1913 venne alfine insediata una commissione per lo studio di un nuovo regime doganale che avrebbe dovuto essere varato nel 1917, ma che a causa della guerra, slittò al 1921: tutte le industrie, comprese le meccaniche e le chimiche, vi trovarono protezione.

Il liberismo costituisce l'eccezione e il protezionismo la regola(contrariamente a quanto si crede).


COMMERCIO E INDUSTRIALIZZAZIONE.

Ad un primo sguardo l'andamento del commercio estero italiano nei cinquant'anni qui considerati(1861 - 1911) appare positivo:

tuttavia l'Italia perse in questo periodo quote del commercio mondiale non essendo riuscita a mantenere il passo dell'espansione degli scambi internazionali della media degli altri paesi.

Vi sono anni particolarmente negativi dopo il 1887 per la rottura dei rapporti con la Francia.

L'aumento notevole nella importazione di materie prime tessili testimonia i progressi fatti dal paese nel settore.

La sostanziale debolezza della struttura delle esportazioni italiane , indice di una trasformazione industriale del paese ancora incompleta, insieme con la necessità di importare gran parte delle materie prime spiegano da un lato l'impennata delle importazioni proprio negli anni in cui l'industrializzazione procedeva a passo più spedito e dall'altro lato il continuo, e crescente, deficit della bilancia commerciale.

Nel 1886 la concentrazione in Europa del commercio estero italiano era pressochè totale(87% delle esportazioni e 84 % delle importazioni).

All'interno dell'Europa il legame con il mercato francese era molto pronunciato.

Ben il 44% del totale delle esportazioni italiane si rivesavano in Francia.

È interessante notare che la Francia forniva una percentuale assai meno elevata delle importazioni italiane.

Il panorame cambia radicalmente nel 1913.

La ragione contingente del brusco decadere della Francia dalla sua posizione egemonica è da far risalire alla già ricordata rottura con la Francia consumata nel 1887.

Se, quindi , il peggioramento dei rapporti commerciali con la Francia che si ebbe a partire dal 1888 fu indubbiamente una delle ragioni della gravità della crisi che si manifestò negli anni successivi, e che si ripercosse con più serie conseguenze sulle campagne del Sud, meno preparate farvi fronte, nel lungo periodo esso sortì enz'altro l'effetto positivo di accrescere la multilateralità dei rapporti internazionali dell'Italia.

È in questa luce che vanno analizzati i rapporti commerciali che si erano instaurati con la Germania dopo la scomparsa dell'egemonia francese.

La Germania assorbiva dall'Italia solo materie prime e semilavorate , mentre le sue esportazioni in Italia erano concentrate nei prodotti metalmeccanici e chimici.

Le esportazioni fuori dell'Europa passarono dal 13,5 % nel 1886 al 35,1 % nel 1913, mentre le importazioni passavano dal 15,9 % al 34,6 %.

È stato infine notato che la relativa fortuna delle esportazioni italiane negli Stati Uniti e in Argentina era dovuta in qualche misura alla presenza in tali paesi di masse emigranti italiani.

Nonostante il sostenuto sviluppo degli anni 1898 - 1906, le esportazioni italiane erano incapaci non solo di reggerre ai colpi della crisi del 1907 ma anche di offrire all'apparato produttivo nazionale consistenti mercati sostitutivi(o complementari) del ristretto mercato interno.

Emerge evidente la tragica arretratezza della struttura economica di gran parte dell'Italia e del Mezzogiorno in particolare, che ancora all'alba della prima guerra mondiale non era riuscito nemmeno ad imporsi come esportatore di prodotti agricoli.

Non si può certamente parlare di una crescita economica guidata dalle esportazioni.


LA BILANCIA DEI PAGAMENTI E GLI INVESTIMENTI ESTERI.

Il turismo ha sempre costituito nel periodo qui considerato una posta attiva della bilancia italiana dei pagamenti, posta attiva che si è andata ingrossando nel tempo.

Le rimesse degli emigranti, anch'esse sempre attive, soltanto dopo il 1900 sono diventate sufficientemente consistenti.

Il saldo generale della bilancia dei pagamenti corrente è stato fortemente negativo negli anni 1861 - 70, 1885 - 90, fortemente positivo negli anni 1894 - 1906, mentre negli altri anni ha oscillato attorno al pareggio.

Tra il 1880 e il 1890 gli stranieri detenevano circa il 15% del capitale in esistenza percentuale caduta al 6% nel 1900 e di poco risalita all'8% nel 1913.

Il capitale straniero non ebbe mai un importanza predominante nell'industrializzazione del paese;

ci fu senz'altro un periodo di crisi degli investimenti stranieri nella prima metà degli anni 1890;

il boom giolittiano vide un'espansione dell'investimento straniero assai pronunciata, ma di poco più rapida della crescita dell'investimento nazionale.

Per i diversi periodi in cui si è ritrovata ad agire e per le diverse vocazioni dimostrate, la finanza francese si differenzia fortemente da quella tedesca: la prima era prevalentemente impegnata nel collocamento dei titoli di stato italiani, la seconda investì nelle nuove4 banche miste costituite dopo i fallimenti bancari.

Con la guerra , gli imprenditori italiani finirono con l'impadronirsi, attraverso vendite mediate dalla Svizzera, di gran parte degli investimenti tedeschi in Italia.

Come la guerra doganale del 1887 aveva sottratto l'Italia all'egemonia del capitale francese, così la I guerra mondiale sottrasse l'Italia all'egemonia tedesca.

Gli investimenti italiani all'estero erano certamente più ridotti di quelli esteri in Italia.



CAPITOLO 4: EVOLUZIONE E RUOLO DEL SISTEMA BANCARIO.


FINANZA E SVILUPPO: UNA PROSPETTIVA DI LINGO PERIODO.

Al crescere del reddito si accompagna, di solito, anche una crescente specializzazione e separazione dei processi di risparmio da un lato e di formazione del capitale dall'altro.

Inoltre, una quota crescente del risparmio passa attraverso l'intermediazione finanziaria, mentre il costo del capitale finanziario tende a diminuire.




MUTAMENTI STRUTTURALI DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO E IL CONTRASTATO AFFERMARSI DI UNA BANCA CENTRALE.

Nella prima metà dell'Ottocento, tuttavia, erano sorte nuove banche, sostanzialmente di due tipi: casse di risparmio e banche di emissione, le quali esercitavano anche la normale attività bancaria.

All'unificazione si contavano 130 casse di risparmio.

Quanto alle banche di emissione la più dinamica ed importante era la banca nazionale degli stati sardi.

Nonostante il grande numero di banche  di emissione, tuttavia, la moneta cartacea in circolazione era poca(circa 1/10 della circolazione monetaria totale), mentre anche i depositi nelle casse di risparmio erano di entità assai modesta.

Il disegno di Cavour di unificare tutte le banche di emissione in un'unica banca si scontrò con le vivaci resistenze di molti ambienti locali, fino a fallire.

Si arrivò ad autorizzare in occasione della proclamazione del corso forzoso del 1866, l'emissione di banconote da parte del banco di Napoli e più tardi (1871)da parte del banco di Sicilia, mentre nel 1860 era sorta una seconda banca di emissione in Toscana, la banca toscana di credito.

Evidentemente nella grande espansione della moneta cartacea che seguì la dichiarazione di corso forzoso nel 1866 il governo preferiva avere a disposizione più di una fonte di emissione di banconote.

Nel 1874 si addivenne alla prima e vera e propria legge bancaria, che stabilì, fra l'altro, il limite massimo dell'emissione da parte delle 6 banche autorizzate.

La banca nazionale deteneva i 2/3 del capitale e circa il 60 % della circolazione.

Negli anni immediatamente post - unitari erano sorti alcuni istituti di credito ordinario e le prime banche popolari, istituti di credito cooperativo .

Ma fu tra il 1870 e il 1874 che si ebbe un vero e proprio boom degli istituti bancari: le società di credito ordinario passarono da 36 a 121 e le banche da 48 a 109.

Il credito fondiario ebbe un'impennata tra la fine del decennio del 1880.

Le casse di risparmio detengono un peso pressoché costante attorno al 20 % dell'attivo per tutto il periodo considerato.

Le banche popolari rivelano invece fin dagli inizi un atteggiamento di ben maggiore apertura di quello delle casse di risparmio ai bisogni delle economie locali.

È però nel comparto delle società ordinarie di credito , le quali presentavano un andamento dalla loro incidenza sul totale dell'attivo bancario assai altalenante.

Con l'esaurirsi del boom 1870 - 74 alcune delle nuove banche ordinarie fallirono.

La banca d'Italia entrò in funzione il 1° gennaio 1894.

Il 21 febbraio 1894 si proclamò la sospensione della convertibilità dei biglietti di banca, restaurando così di fatto quella inconvertibilità della moneta italiana che si era voluta eliminare nel 1883(cioè si restaura implicitamente il corso forzoso).

Gli anni 1889 - 94 sono gli anni più neri dell'economia del nuovo regno.


3 CREDITO INDUSTRIALE E RUOLO DELLE  BANCHE MISTE.

Qualche mese dopo la fondazione della Comit(1894) si costituì un' altra banca il Credito Italiano(1895).

L'obiettivo era quello di rilevare le attività della banca generale in liquidazione , ma poi non se né fece nulla.

Altre due banche che insiema alla Comit e al Credit costituiranno il gruppo delle grandi banche chiamate miste: si tratta del banco di Roma e della banca italiana di sconto (BIS).

L'appellativo di banca mista viene dato a quelle banche che esercitano contemporaneamente il credito a breve, medio e lungo temine; si tratta di banche de - specializzate, dette anche universali, che servono il cliente in tutte le sue necessità, dalla culla alla barba, il cui prototipo è stato riconosciuto nelle banche tedesche sorte nella seconda metà dell'ottocento.

La banca mista è una banca e non una holding industriale e che , quindi, non ha come primo obiettivo quello di acquisire partecipazioni nelle imprese, né quello di gestire strategicamente tali partecipazioni, bensì quello di svolgere le funzioni di banchiere.

Tuttavia per veder crescere attorno a sé una clientela solida e fedele occorre contribuire alla creazione e al consolidamento delle imprese.

Ciò che non mancava era la propensione al rischio.

La presenza delle banche miste fù determinante per lo sviluppo industriale giolittiano.

L'impegno della Comit si dispiegava principalmente a favore di società ferroviarie e di produzione di materiale ferroviario , società metallurgiche e cantieristiche, società elettriche e imprese meccaniche varie.

Le strategie del  Credit non differivano sostanzialmente da quelle della Comit.

Il Credit aveva maggiori interessi nella chimica, negli zuccherifici e nella siderurgia.

Dopo il 1907 il Credit entrò in rapporti di collaborazione con la Comit.

Alla fine di questa rassegna, non possiamo che ribadire che in età giolittiana vi fu un certo equilibrio nel rapporto tra banca e industria, all'interno delle rispettive competenze.

Si trattava certamente di un equilibrio instabile, che la guerra contribuì ulteriormente a scuotere.

Ma qualunque sia il motivo di tale instabilità, non si potrà sostenere che essa fosse intrinseca al sistema di banca mista.



CAPITOLO 5: L'INTERVENTO DELLO STATO.


UNO STATO NON LETERGICO.

Si tratta di uno Stato interventista , e ciò fin dai tempi della Destra storica.

Il capitalismo italiano si presenta subito come capitalismo di Stato.


LA SPESA PUBBLICA E I SUOI EFFETTI.

La spesa pubblica oscillò tra il 12 e il 14 % del PIL fino al 1880(con la destra storica).

Con la sinistra storica l'incidenza della spesa pubblica aumentò fino al 20 %(1888 -  89), oscillando quindi attorno al 19 % fino al 1897, per poi scendere lentamente fino al 14,2 % nel 1907 e risalire al 17 - 18 % negli anni immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale.

La caduta dell'incidenza della spesa pubblica nella prima parte dell'età giolittiana è senz'altro da ricondursi al rapido aumento del PIL, non accompagnato da un altrettanto rapido aumento della spesa pubblica civile; la parziale ripresa successiva avvenne soprattutto per un aumento della spesa militare.

Spesa pubblica e protezionismo servirono dunque a  creare l'industria metallurgica e ad attivare una parte assai consistente dell'industria delle costruzioni.

L'istruzione in Italia fu sempre prevalentemente pubblica(per quasi 80 %) ma con scarsi fondi della spesa pubblica destinati ad essa.


IL FINANZIAMENTO DELLA SPESA: TRIBUTI E DEBITO PUBBLICO.

Sarebbe scorretto sostenere semplicisticamente che venne applicato al resto d'Italia il sistema fiscale esistente in Piemonte, perché neppure questo era in grado di far fronte ai bisogni di entrate del nuovo stato.

Un primo gruppo di imposte cui venne dedicata molta attenzione da parte del nuovo governo furono le imposte sui redditi composte da tre voci: l'imposta sui terreni, l'imposta sui fabbricati, l'imposta di ricchezza mobile.

Un secondo gruppo di imposte è quello sugli affari che include l'imposta di successione, di registro, di bollo ed altre imposte minori che vennero uniformate e riordinate(nessuno stato pre unitario aveva l'imposta di fabbricazione la quale venne abrogata nel 1884).

Oltre alle imposte di fabbricazione c'erano i dazi doganali che diedero un gettito consistente però solo dopo il 1878, i dazi interni di consumo .

Il regime esistente all'inizio del decennio del 1870 diede prova di saper far fronte ai livelli di spesa decisi dai governi che si susseguirono fino al primo conflitto mondiale.

Nel complesso tuttavia l'incidenza dei tributi regressivi si è mantenuta attorno al 50 % per tutti gli anni fino al 1939, percentuale che non era molto elevata per l'epoca.

Tre sono dunque i periodi in cui si è registrato un consistente deficit di stampo keynesiano: i primi 15 anni del periodo(1861 - 1876) in cui lo stato svolte veramente un ruolo propulsivo nel ristagnate ambiente economico italiano; gli anni della grande crisi tra la fine del decennio 1880 e il primo decennio successivo, in cui di nuovo lo stato svolse un ruolo fondamentale di intervento soprattutto nel disastro bancario; infine gli anni terminali dell'era giolittiana, che videro un notevole aumento della spesa a scopi militari (guerra Libia).

Si fece in primo luogo ricorso massiccio alla collocazione di debito pubblico sotto forma di rendita al 5% che venne piazzato anche all'estero e soprattutto nella piazza di Parigi.

Sella pensò di calmierare l'ascesa del debito pubblico alienando beni pubblici.

Tra il 1864 e il 1866 si realizzò una colossale operazione di privatizzazione del demanio pubblico e di liquidazione del patrimonio ecclesiastico.

Oltre alla liquidazione delle proprietà terriere  pubbliche lo Stato vendette la rete ferroviaria(1865).

Nell'aprile del 1866 il corso consolidato italiano(rendita)alla borsa di Parigi cadde sotto 50.

Le banche furono costrette a restringere il credito; si inizava la corsa agli sportelli.

L'allora ministro delle finanze Scialoja proclamò il 1° maggio il cosrso forzoso, ossia l'inconvertibilità in oro(o argento) della carta moneta circolante, obbligando la banca nazionale a dare al Tesoro un mutuo di 250 milioni di lire(monetizzazione del debito pubblico).


LA POLITICA MONETARIA E I SALVATAGGI.

Il 24 agosto del 1862 si istituì la lira italiana di valore pari a quella piemontese estendendo a tutto il nuovo stato il bimetallismo di tipo francese a rapporto fisso argento / oro pari a 15,5(bimetallismo decimale).

Si costituì nel dicembre del 1865 l'unione monetaria latina tra Italia, Francia, Belgio e Svizzera(poi anche la Grecia) per uniformare i provvedimenti dei vari governi in materia di monete d'argento.

Il nuovo regno iniziava ponendosi all'interno di un regime di moneta convertibile in oro e in argento.

Nel maggio del 1866 si dovette passare al corso forzoso, cioè all'inconvertibilità, per l'impellente necessità di fermare la corsa agli sportelli e di finanziare lo stato con moneta cartacea.

Tale regime di inconvertibilità durò fino al 1883 e vide una grossa espansione della moneta cartacea per conto dello stato.

La prima importante crisi che la banca d'Italia affrontò con successo fu quella del 1907, di origine internazionale che si ripercosse con particolare violenza sulla borsa italiana e su una delle più importanti banche dell'epoca, la società bancaria italiana(SBI).



CAPITOLO 6: SOCIETA' E CULTURA.


URBANESIMO, CONDIZIONI DI LAVORO E SALUTE.

Il progresso industriale fece crescere la dimensione di alcune città senza mai produrre quei fenomeni di polarizzazione verso un'unica capitale industriale propri di molti altri paesi.

Tra il 1881 e il 1911 la percentuale della popolazione italiana residente in città con oltre 10000 abitanti passò dal 34 % al 42 % con una forza d'attrazione maggiore da parte delle città del triangolo industriale, specialmente quelle di medie  dimensioni.

Non si registrano, però, ancora grandi migrazioni interne.

Il primo censimento delle abitazioni del 1881 aveva rivelato uno stato di affollamento rilevante, con una media di 1,65 abitanti per ogni stanza, che si eleva in città come Genova, Torino, Milano, Roma.

Scarso successo ebbe per le grandi città il modello alternativo di marca inglese delle casette unifamiliari poste in città - giardino.

La crescita delle città faceva sorgere naturalmente grossi problemi di organizzazione e adeguamento dei servizi pubblici: illuminazione, fognature, trasporti urbani, raccolta della spazzatura, biblioteche e musei.

La vita media si innalzò da 30 a 47 anni, il tasso di mortalità globale si abbassò dal 31 °/°° al 18,7 °/°° mentre il tasso di mortalità dei bambini nel primo anno di vita passò dal 223 °/°° al 138°/°°.

Se questi valori possono oggi sembrare incredibilmente elevati , i livelli raggiunti dal nostro paese non sfigurano in un confronto internazionale.

Lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro accompagnò sempre i primi passi dell'industrializzazione anche nel paese leader, ossia la Gran Bretagna.

Mutamento tecnico e lotte sociali, permisero, in seguito, di limitare gli aspetti più degradanti dello sfruttamento.

Restavano ancora all'alba della prima guerra mondiale vaste carenze nell'ordinamento previdenziale.


LA LENTA DIFFUSIONE DELL'ISTRUZIONE.

L'educazione popolare permette un'effettiva e capillare diffusione della tecnologia e una adeguata comprensione dei meccanismi di funzionamento della società moderna.

Tre sono stati i fattori che hanno influenzato il diffondersi dell'istruzione popolare: l'umanesimo, il protestantesimo e il nazionalismo.

In una prima fase è l'istruzione elementare ad essere soprattutto collegata con lo sviluppo, e solo nelle fasi successive diventa cruciale l'istruzione secondaria e superiore.

Soprattutto in Lombardia e Piemonte si era diffusa l'istruzione popolare e anche quella tecnica.

Per quanto riguarda l'istruzione elementare, le tre regioni del triangolo industriale risultano nel 1911 ancora saldamente in testa con bassi livelli di analfabetismo e tassi di scolarità ormai praticamente generali.

Nel Sud i  tassi di scolarità si presentano ancora molto bassi.


DISTRIBUZIONE DEL REDDITO E LIVELLI DI VITA..

Per popolazioni povere l'alimentazione costituisce il bisogno di gran lunga predominante.

Nei primi 50 anni dell'Italia unificata  2/3 di tutti i consumi(pubblici e privati) erano assorbiti da alimentari e bevande.

Senza dubbio la classe più diseredata era quella dei braccianti giornalieri e soprattutto nel Sud del paese.

Anche per quanto riguarda i salari si può vedere una grande differenza per quanto riguarda quelli femminili da quelli maschili.

Al contrario dei braccianti un operaio arrivava al livello si sussistenza ma i suoi consumi oltre che per l'alimentazione non potevano essere altrimenti indirizzati.

L'Italia giolittiana era un Italia dove ancora molte famiglie erano al di sotto del livello di sussistenza.


QUALE  ALTERNATIVA PER LE CLASSI POVERE? EMIGRAZIONE, PROTESTA SINDACALE E COOPERAZIONE.

La massa degli emigranti era costituita da maschi delle classi di età centrali, professionalmente molto vicini alla figura del puro erogatore di forza muscolare, in prevalenza analfabeti, provenienti dal settore agricolo.

La loro destinazione all'inizio era prevalentemente l'Europa; in seguito prevalentemente le Americhe.

Mentre tutta la seconda metà dell'ottocento è attraversata da scoppi di protesta popolare spontanea, a partire dal già ricordato brigantaggio, sempre repressi con la forza, è solo con la fondazione del 1891 in poi delle Camere del Lavoro e l'organizzazione sindacale di categoria che tale protesta assunse connotati moderni, soprattutto attraverso l'uso dell'arma dello sciopero seguito da trattative dirette tra lavoratori e datori di lavoro.

Né l'emigrazione, né la militanza sindacale, né il cooperativismo riuscirono ad alterare profondamente il sistema a favore delle classi popolari.




PARTE SECONDA: TRA LE DUE GUERRE.


CAPITOLO 7: STATO , INDUSTRIA, FINANZA E SOCIETA' TRA I GUERRA MONDIALE E DOPOGUERRA (1914 - 1922).


STATO: LO SFORZO BELLICO E LA NORMALIZZAZIONE SUCCESSIVA.

Quando il 24 maggio 1915 l'Italia entrò in guerra, l'apparato statale si dovette impegnare in un grosso sforzo non solo di finanziamento e conduzione delle operazioni militari, ma anche di propulsione della produzione bellica e di reperimento e allocazione delle risorse non disponibili sul territorio nazionale.

Si trattò di una guerra in cui l'intera economia venne coinvolta, e si arrivò a spendere per essa 1/3 del reddito nazionale nel 1917/18, mentre anche per molti anni post - bellici le spese continuarono a rimanere  elevate.

Le tre fonti di finanziamento utilizzate furono i tributi, la circolazione monetaria e il debito pubblico, in ordine crescente di importanza.

L'Italia fu l'unico paese che sostanzialmente  non aumentò il carico fiscale(a prezzi costanti) durante la guerra.

La circolazione cartacea quadruplicò durante la guerra.

All'inizio della guerra europea, il problema degli approvvigionamenti venne, in realtà, sottovalutato.

Nel marzo 1916 iniziò l'adozione di calmieri nonostante le contrarietà di principio di parecchi membri del governo.

L'ultimo atto relativo alla disciplina dei consumi fu l'introduzione nel settembre 1917 del tesseramento dei generi alimentari di prima necessità.

A guerra finita quello che preoccupava era il  rialzo dei prezzi, i cui motivi, non erano ormai legati a scarsità di prodotti, ma all'inflazione monetaria parzialmente soppressa mediante calmieri negli anni di guerra.

Si continuò così a mantenere il c.d. prezzo politico del pane.

Fu appunto nel 1921 quando l'inflazione si  fermò, che riuscì a Giolitti di liquidare definitivamente la gestione annonaria bellica.

Nel 1921 si ristabilì libertà di commercio interno dei cereali e libertà di importazione dall'estero di granoturco e segala.

Le importazioni erano rimaste press'a poco agli stessi livelli per - bellici.

Standard di vita della popolazione e disponibilità di materie prime furono mantenuti elevati per merito degli alleati specialmente Stati Uniti .


2 INDUSTRIA: LA MOBILITAZIONE INDUSTRIALE E LA DIFFICILE RICONVERSIONE POST - BELLICA.

Il decreto n. 993 del 26 giugno 1915 diede inizio alla mobilitazione industriale dando al Governo facoltà di dichiarare ausiliari gli stabilimenti industriali utili alla guerra ed istituendo i comitati regionali per la mobilitazione industriale con l'incarico di controllare tali stabilimenti, imporre produzione e prezzi e assoggettare tutto il personale a giurisdizione militare.

Da 221 alla fine del 1915 gli stabilimenti dichiarati ausiliari diventarono 797 nel 1916, 932 alla fine del 1916 e 1976 alla fine della guerra.

Il 70 % era adibito direttamente alla produzione di armi e il 56 % era concentrato nel triangolo industriale.

Chi indubbiamente riuscì a trarre miglio partito dalla guerra furono le imprese già di consistenti dimensioni all'alba del conflitto, che erano da un lato più attrezzate tecnologicamente e organizzativamente a far fronte alle grosse commesse belliche e dall'altro lato più in grado di esercitare pressioni politiche sui vari organi governativi di allocazione delle commesse.


METALMECCANICA(vedi FIAT e ANSALDO).


AERONAUTICA.

Non è improprio affermare che l'industria aeronautica non esisteva prima della guerra.


CHIMICA.

Si deve ceto alla I guerra mondiale la rimozione di alcune delle condizioni che avevano impedito il decollo dell'industria chimica in Italia in età giolittiana.

Al riparo dalla concorrenza tedesca e sotto l'impeto delle necessità belliche, si giunse all'allargamento delle fabbriche di esplosivi esistenti  e alla fondazione di nuovi impianti , incentivando quella produzione di intermedi, coloranti e farmaceutici.


ELETTRICITA'.

Gli elettrici proprio per il loro equilibrio finanziario e per l'assenza di una crisi produttiva nel loro comparto si avviarono a diventare il più grosso gruppo di potere degli anni '20 e '30.


FINANZA: CONTRASTI PER L'EGEMONIA E RICOMPOSIZIONE DEI FRONTI.

La crescita bellica dell'attivo degli istituti di emissione è direttamente collegata con l'espansione della circolazione cartacea di cui s'è detto nel precedente paragrafo, crescita cessata a partire dal 1920, mentre l'espansione delle società di credito ordinario è dovuta al fatto che furono proprio queste banche a finanziare in larghisimo misura la produzione bellica.

Il primato della Comit resta saldo per tutti gli anni considerati, mentre il secondo posto del Credit viene usurpato dalla BIS nel 1919 - 20 e il banco di Roma resta quarto.

Il 24 novembre 1921 , per iniziativa della banca d'Italia, venne creato un consorzio tra banca d'Italia , Comit, Credit e banco di Roma per fornitura di 600 milioni alla BIS, destinati a sollevarla dalle sue immobilizzazioni nei confronti dell'Ansaldo.

Ma in dicembre i 600 milioni erano già prosciugati e più di un altro miliardo sarebbe stato necessario per far fronte alle esposizioni.

Comit e Credit negarono un altro intervento e la banca d'Italia il 29 dicembre lasciò che la BIS si mettesse in liquidazione(da notare che così non avvenne per il banco di Roma ancora più esposto che la BIS).

Vi era un fenomeno di forti immobilizzazioni delle banche miste.

Solamente un lungo periodo di prosperità avrebbe permesso a tutti di risollevarsi, ma come vedremo, il periodo di prosperità fu disperatamente breve e neppure del tutto normale.


SOCIETA': LOTTE SOCIALI E ASCESA DEL FASCISMO.

Molti furono i motivi di disagio economico che spinsero alla protesta , anche violenta, vari gruppi sociali nel dopoguerra: i sacrifica  effettuati durante la guerra, che non si vedevano compensati; l'inflazione che rendeva precario lo standard di vita di molti; il mercato del lavoro, profondamente alterato dalle vicende belliche.

Il risultato congiunto dell'inflazione, della crisi economica e delle proteste popolari fu in generale un violento spostamento di reddito dai redditieri e dalle classi medie urbane(soprattutto impiegati dello Stato) verso braccianti, operai, mezzadri e borghesia produttiva.

Quello che fece passare il fascismo dallo squadrismo puro e semplice ad un movimento politico che riuscì ad accordarsi con i nazionalisti ed a conquistare consensi nella classe medie e borghesi nel corso del 1921 fu appunto la crisi economica sopra richiamata.

Industriali che in precedenza non avevano pensato a sostenere partiti diversi da quelli liberali si avvicinarono al fascismo il quale prometteva ordine, decisionismo.

L'appoggio di molti a Mussolini non era senza riserve e senza condizioni  ma nulla venne fatto né per fermare la marcia su Roma, né per contrastare la trasformazione della vita politica italiana in un regime dittatoriale.

Il giorno dopo la marcia su Roma del 28 ottobre del 1922, Mussolini fu incaricato di formare il suo primo governo e si recò da Milano nella capitale in vagone letto.


CAPITOLO 8 LE POLITICHE ECONOMICHE DEL FASCISMO(1922 - 1943).


Dopo la salita al potere di Mussolini inizia un periodo di storia economica italiana  tristemente noto per le sue vicende drammatiche, dalla crisi internazionale del 1929 all'imperialismo , dall'economia di guerra al collasso della produzione e dei consumi.


LE POLITICHE FISCALI E MONETARIE.

Gli anni 1922 - 43 sono dominati da uno spiccato andamento ciclico.

Iniziano con una ripresa inflazionistica bloccata nel 1926 dalle necessità di stabilizzazione della lira; piombano poi nella grave crisi intenzionale del 1929 per uscirne a fatica con autarchia ed economia di guerra, e terminano con il collasso del sistema.

Il nuovo governo di Mussolini si impegnò a raggiungere il più celermente possibile il pareggio di bilancio, ma questo soprattutto facendo grossi tagli della spesa pubblica , soprattutto di quella militare, che riportarono ad un pereggio dello stato nel 1924 - 25.

La banca d'Italia attraverso il CSVI e la sua sezione autonoma si era fortemente impegnata nel sostegno a banche ed imprese immobilizzate dalla crisi post - bellica di riconversione.

Tale impegno venne continuato sotto il regime fascista  con il risultato che la politica monetaria effettuata tra il 1922 ed il 1925 aveva fatto aumentare il livello della liquidità creando ben presto forti tensioni inflazionistiche.

Era stato stabilito che i debiti  che i paesi europei avevano contratto con gli Stati Uniti ed Inghilterra durante la guerra andavano saldati, aprendo dei negoziati ad hoc, e che ciò costituiva un passo indispensabile per ristabilire normali flussi di capitale.

Volpi dovette intavolare negoziati con gli americani in un clima che non era dei più favorevoli data la forte svalutazione della lira legata al peggioramento della bilancia commerciale e a fattori speculativi.

In termini relativi alla situazione economica del paese l'Italia risultava più duramente colkpita dei suoi alleati auropei.

La rapida sistemazione del debito estero non portò però sollievo immediato alle tensioni inflazionistiche interne e alle pressioni svalutative della lira.

Dopo l'aprile 1926 la manovra di difesa della lira divenne insostenibile.

Il 13 maggio il Tesoro decise di sospendere gli interventi  diretti sul mercato e la lira si svalutò tra il maggio e l'agosto del 17 - 18 per cento rispetto al dollaro e alla sterlina.

Il 1° luglio 1926 venne decretata l'unicità della banca di emissione, revocando a banco di napoli e sicilia il diritto di battere moneta.

Il 21 dicembre 1927 la lira veniva nuovamente ancorata all'oro a 92, 46 lire per sterlina: il gold exchange standard era così ufficialmente ristabilito.

Quando l'economia italiana poteva incominciare a scrollarsi  di dosso gli effetti della crisi di rivalutazione della lira sopraggiunse la grande crisi internazionale che aveva complito contemporaneamente Germania e Stati Uniti e da questi paesi si era irraggiata in tutto il mondo.

Gli interventi di sollievo della crisi passarono piuttosto attraverso una più attiva politica di spesa pubblica, soprattutto con l'aumento delle opere pubbliche e attraverso il grosso salvataggio industriale - bancario che portò nel 1933 alla fondazione dell'IRI ma non ebbero un efficacia risolutiva in presenza della forte deflazione imposta dall'ancoraggio al gold standard.

Fu solo quando Mussolini decise l'avventura etiopica che l'economia si avviò alla ripresa.

Ciò aveva comportato l'abbandono il 5 ottobre 1936 del gold standard.

Il governo fascista fece anche un tentativo di raffreddare direttamente l'inflazione attraverso il controllo dei prezzi.

Nell'ottobre 1935 venne costituito il comitato centrale dei prezzi con lo scopo di accertare  l'andamento dei costi di produzione e di distribuzione per i prodotti principali, sulla base dei quali fissare i prezzi di vendita al minuto.

Fino al collasso  del regime fascista nel 1943 il processo di inflazione era stato sotto controllo per esplodere in seguito alle note vicende politico - militari che spaccarono il paese in due, in un marasma di lotte intestine e occupazioni militari.

Solamente nel 1947 si fu in grado di ristabilire un ordine monetario, mentre il peso degli oneri di guerra venne spazzato via assai più velocemente  rispetto al primo dopoguerra dalla stessa elevatezza del processo inflattivo e dal diverso quadro internazionale che si venne ad instaurare.


AGRICOLTURA E MEZZOGIORNO.

Gli effetti della I guerra si fecero pesantemente sentire in agricoltura provocando tensioni sociali.

Non era invece cambiata la struttura produttiva dell'agricoltura italiana.

La montagna  alpina è ormai destinata ad un lento regresso, la montegna e collina appenninica ad una stagnazione complessiva, mentre solo colline intensive e pianure rivelano un vero dinamismo produttivo, particolarmente accentuato nella pianura padana.

Il divario tra l'agricoltura del Nord e quella centro meridionale continuò così a crescere e solamente troppo tardi si fece un inefficace tentativo di limitare l'influenza dei proprietari  nei consorzi di bonifica con l'istituzione dell'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano.

Mussoli varò la battaglia del grano nel corso del 1925.

Un comitato permanente del grano venne istituito nel 1925 e varie altre iniziative di sostegno vennero varate, ma la battaglia finì col trovare ben presto nella politica di sostegno dei prezzi uno degli strumenti principali per la sua attuazione, attraverso la reintroduzione del dazio sul grano, che era stato sospeso in tempo di guerra, e la garanzia di un prezzo elevato e remunerativo anche per i prodotti marginali.

L'aumento della produzione non poteva che far diminuire marginalmente  le importazioni fino a quando, dopo la crisi del '29, queste vennero quasi eliminate dal regime con provvedimenti amministrativi, provocando una caduta dei consumi .

Se Mussolini aveva assegnato alla battaglia del grano il compito di non far più mancare il pane ai soldati e al popolo italiano l'obiettivo venne totalmente mancato.

L'agricoltura non fu mai la preoccupazione predominante della politica economica mussoliniana, che dedicò molte più attenzioni e maggiori flussi di spesa al rafforzamento di industria e banca.


COMMERCIO, PROTEZIONISMO, AUTARCHIA.

Senza alcun dubbio vi fu un boom delle esportazioni italiane tra il 1922 e il 1925.

Le esportazioni quasi raddoppiarono.

Non fu però un boom capace di alterare la composizione delle esportazioni italiane, che rimase ancorata ai prodotti agricoli e tessili: la seta naturale, entra in crisi già prima della guerra, non si riprende e viene progressivamente sostituita dalla seta artificiale.

Già prima della crisi internazionale iniziata nella seconda metà del '29, gli interessi degli americani per gli investimenti in Europa era fortemente declinato.

La crisi poi lo spense del tutto.

Nel settembre 1931 era stato introdotto un sovradazio del 15 % ad valorem su tutte le merci (ciò rafforza il protezionismo ).

Intento erano iniziati i preparativi per la guerra d'Africa che ebbero almeno il merito di far uscire l'Italia dal ristagno comune agli altri paesi fermi al blocco aureo.

Se la decisione di non entrare in guerra(seconda guerra mondiale)immediatamente al fianco della Germania fu dettata dall'impreparazione militare italiana, quest'ultima è in larga misura da acriversi alla persistente e tragica mancanza di materie prime in cui l'industria italiana venne a trovarsi.

Ancora nel 1939 infatti la produzione interna copriva a mala pena 1/5 delle materie prime necessarie all'apparato produttivo del paese.


CAPITOLO 9: INDUSTRIA E BANCA(1923 - 1943): DALLA FRATELLANZA SIAMESE ALLA SEPARAZIONE.




NOVITA' E CONTINUITA' NELL'INDUSTRIALIZZAZIONE ITALIANA.

I quattro indici settoriali disponibili, tessili, metallurgia, meccanica, chimica, ci rivelano il forte spostamento della composizione dell'industria manifatturiera italiana verso meccanica e chimica, che si verifica negli anni '20 e continua dopo la crisi del '29.

Tale crescita è accompagnata da un ancora più rapida crescita dell'elettricità che come vedremo è in molti casi direttamente collegata alle produzioni metalmeccaniche e chimiche.

L'industria delle costruzioni sembra accompagnare il movimento generale con una più rapida ripresa dalla crisi.

Il periodo fascista non segnò una battuta d'arresto nel processo di industrializzazione del paese.

Le convulsioni della I guerra mondiale, il mutato ambiente internazionale e quindi, negli anni '30 le ambizioni imperialistiche di Mussolini portarono alla nascita di una serie di novità nel campo delle industrie tecnologicamente più avanzate, novità che si rivelarono strategiche per la ricostruzione dell'economia italiana dopo la fine del II conflitto mondiale.


L'AVANZATA DELL'INDUSTRIA CHIMICA E DELLE INDUSTRIE AFFINI.

Già si è detto in precedenza che si deve certo alla prima guerra mondiale la rimozione delle condizioni che avevano impedito il decollo dell'industria chimica in Italia.


FIBRE ARTIFICIALI.

Pur essendo presente qualche tentativo di produzione in questo settore prima della guerra, fu la SNIA di Riccardo Gualino ad iniziare la produzione di fibra artificiale da cellulosa(detta anche seta artificiale o raion) su larga scala.


COLORANTI.

Fu soprattutto dalla SIPE(società italiana prodotti esplodenti) fondata nel 1891 e ingranditasi durante la guerra che partì la produzione di coloranti sintetici.


FERTILIZZANTI AZOTATI.

Mentre la produzione di fertilizzanti fosfatici aveva raggiunto alti livelli prima della guerra il campo nuovo in cui la Montecatini si lanciò negli anni '20 fu quello dei fertilizzanti azotati.


FARMACEUTICI.

Delle numerose imprese produttrici di prodotti farmaceutici due sole si sottrassero a quel destino di artigianato farmaceutico che tanto doveva pesare negativamente sul futuro di questo ramo produttivo nel secondo dopoguerra, quando si affacciarono sul mercato italiano le grandi multinazionali straniere.


CARBONATO DI SODIO E SODA CAUSTICA.

Il carbonato di sodio, o semplicemente soda, costituiva insieme all'acido solforico la tipica produzione chimica di massa nell'800 per il suo vasto uso nelle industrie tessili.


ALLUMINIO.

Pur essendo l'alluminio un metallo, esso non esiste allo stato metallico in natura ed il suo ottenimento dalla bauxite avveniva mediante un processo elettrolitico ad alto consumo di energia elettrica, che spesso legava le imprese produttrici di alluminio alle industrie idroelettriche e/o alle industrie elettrochimiche.

La vera impennata produttiva si registrò nella seconda metà degli anni '30.


DERIVATI DEL PETROLIO.

La fondazione dell'AGIP (azienda generale italiana petrolio) avvenne nell'aprile del 1926 come impresa pubblica con il compito di fare ricerche sul territorio italiano , acquisire giacimenti all'estero  e distribuire prodotti petroliferi.


GOMMA.

Mentre la Pirelli continuava con successo a mantenersi leadr nazionale sia nei pneumatici che nei cavi la novità che merita di essere segnalata riguarda la costruzione a Milano nel settembre 1939 della SAIGS(società per azioni industria gomma sintetica)da parte di IRI e Pirelli.


ELETTRICITA' E POTERE ECONOMICO.

I gruppi elettrici italiani erano tre: Edison, SIP(società idroelettrica piemonte), SADE.

La SIP sotto la guida di Giangiacomo Ponti è senz'altro delle tre società capogruppo la più dinamica e ha un grosso interesse nella telefonia.

Fu questa società che fece il più serio tentativo di costruzione di una rete elettrica nazionale.

Passata all'IRI nell'autunno del 1933 vide le sue aziende telefoniche scorporate e passate alla neo costituita STET.

Le aziende elettriche della SIP restarono nell'IRI fino alla nazionalizzazione delle imprese private a formare l'ENEL nel 1963.

I contrasti tra i gruppi elettrici  italiani, particolarmente tra Edison e SIP impedì la costruzione di una rete elettrica nazionale.

Un ultimo aspetto da notare èl'elettrificazione delle ferrovie che procedette abbastanza rapidamente, ma con l'adozione per molti anni dei sistemi di trazione meno avanzati e più costosi.

Nel campo della telefonia e della radio gli sviluppi degli anni '20 e '30 sono abbastanza importanti, anche se quantitativamente limitati.

Le imprese che producevano in Italia arrivarono a coprire l'80% del fabbisogno nazionale di materiale elettrico nel 1927 e il 99% nel 1937.


METALMECCANICA E ARMAMENTI.

Dopo la profonda crisi successiva alla I guerra mondiale, sia la siderurgia che la meccanica ebbero una forte ripresa negli anni '20 furono quindi colpite severamente dalla crisi del '29, per riprendere negli anni '30 in connessione con la politica bellica mussoliniana.

Nonostante dunque i pesanti insuccessi strategico - militari l'economia di guerra era destinata a lasciare un'impronta di spicco sull'apparato industriale italiano.

Essa consolidò innanzitutto  la concentrazione dell'industria pesante nell'Italia settentrionale; aumentò la capacità produttiva del settore meccanico del 50% rafforzandone i rami come quello delle macchine utensili, dell'aeronautica, dei motori , dell'elettromeccanica; aumentò la capacità produttiva della chimica, della gomma, dei derivati del petrolio e del carbone.

Su questa nuova struttura produttiva si sarebbe basata la strategia di ricostruzione dell'industria italiana nel secondo dopoguerra.


VECCHI E NUOVI INSEDIAMENTI INDUSTRIALI.

L'espansione dell'industria pesante verificatasi negli anni fra le due guerre, e specialmente alla fine del periodo, contribuì a rafforzare il triangolo industriale.


I RIVOLGIMENTI BANCARI DEGLI ANNI '20, LA NASCITA DELL'IRI E LA NUOVA LEGGE BANCARIA DEL '36.

Il boom degli anni '23 - '25 fu largamente finanziato dalle banche, cui non macava liquidità, date le operazioni di salvataggio effettuate dalla banca d'Italia(che in questo modo intrometteva nuova liquidità nel mercato, accrescendo i rischi inflazionistici) attraverso il CIVI.

Ciò contribuì a quell'inflazione già ricordata nel capitolo 8, che portò agli interventi di politica monetaria culminati con quota 90.

Gli anni fra le due guerre furono dunque un periodo di grossi rivolgimenti bancari, che alterarono significativamente la struttura e il funzionamento del sistema  bancario italiano.

Questo processo di trasformazione si avviò negli anni '20 seguendo tre direttrici:

a)    la moltiplicazione di istituti di credito speciali;

b)    la legge bancaria del '36;

c)    il passaggio delle grandi società di credito ordinario da banche miste a banche holding.

L'IMI fu fondato nel 1931.

Il decreto del 6 maggio 1926 revocò al banco di Napoli e Sicilia la facoltà di emettere biglietti, passando tali istituti al rango di istituti di diritto pubblico e sancendo definitivamente l'unicità della banca di emissione(quanto in precedenza negli anni subito dopo l'unificazione era prospettato e sperato da Cavour).

Nel settembre del medesimo anno vennero varati dei provedimenti per la tutela del risparmio che sottoposero a licenza preventiva l'apertura di nuove aziende di credito e di nuoe filiali di aziende già esistenti, imposero la costituzione di riserve, miseroun tetto massimo al rapporto deposito/patrimoni e fidi/patrimonio e conferirono alla banca d'Italia poteri di controllo sulle altre banche.

Alla banca d'Italia non venne ancora fatto esplicito divieto di mantenere rapporti con i privati , ma tali rapporti andarono facendosi sempre più secondari.

Occorreva fornire al sistema industriale un ente di finanziamento distinto dagli istituti salvati(banche miste), ma ancora immobilizzati.

Dapprima si pensò ad una nuova sezione autonoma del CSVI, ma poi prevalse l'idea di costituire un istituto autonomo che fu l'IMI(istituto mobiliare italiano, 3 dicembre 1931).

A metà del 1932 la situazione delle tre grandi banche miste era sempre più tragica.

Nel gennaio del 1933 si passò finalmente all'azione, istituendo l'IRI, istituto di ricostruzione industriale, con due sezioni: la sezione finanziamenti industriali e la sezione smobilizzi industriali(quest'ultima poi abolita).

L'esperienza della banca mista venne con la fondazione dell'IRI definitivamente condannata e l'artefice di tale condanna fu Beneduce.

All'IRI passarono tutte le partecipazioni azionarie di Comit, Credit e Banco di Roma per oltre 10 miliardi di lire dell'epoca, pari al 21,5 % del capitale delle S.P.A. italiane.

Attraverso partecipazioni a catena si può calcolare che l'IRI controllasse il pacchetto di maggioranza in imprese con un capitale pari al 42 % del capitale totale delle S.P.A..

L'istituto di liquidazione venne assorbito dall'IRI.

Nel giugno del 1937 si decise di tramutare l'IRI in un ente permanente con un proprio fondo di dotazione.

La sezione smobilizzi venne soppressa, mentre quella finanziamenti venne fusa nell'IMI.

Nemmeno in Germania, la patria della banca mista, le banche si poterono sottrarre alla crisi finanziaria del 1931 e vennero salvate dallo Stato, il quale però non ritenne di alterare il sistema della banca mista, che continuò indisturbato fino a oggi.

La legge bancaria del 12 marzo 1936: la banca d'Italia venne trasformata in istituto di diritto pubblico con il divieto di intrattenere rapporti con i privati.

I suoi poteri di controllo delle altre banche vennero rafforzati, mentre venne sancita la separazione tra il credito a breve e quello a medio - lungo termine.



CAPITOLO 10: IL LENTO PROGREDIRE DELLA SOCIETA'.


AUTORITARISMO E CULTURA.

Una delle prime riforme introdotte dal regime fascista appena arrivato al potere fu quella della scuola.

La riforma Gentile varata nell'estate del 1923 non solo accentuò il carattere gerarchico e autoritario della scuola, ma alzò i livelli di selezione, introducendo esami di ammissione, di idoneità e di promozione, di abilitazione e, soprattutto, bloccando gli accessi all'università dalle scuole tecniche, ribattezzate complementari.

La riforma Gentile, dunque, provocò una battuta d'arresto nella diffusione dell'istruzione, ma non la bloccò.

Essa riorientò gli studi su binari più umanistici, ma non arrivò a soffocare del tutto gli sviluppi delle materie tecnico - scientifiche.

Nel dicembre del 1923 vi fu la fondazione del CNR(centro nazionale delle ricerche).

Sul versante umanistico, un'iniziativa che merita menzione fu il lancio nel 1925 dell'enciclopedia italiana, con la fondazione il 18 febbraio 1925 dell'istituto Giovanni Treccani, alle cui cure fu affidata.


DISOCCUPAZIONE, SALARI, LIVELLI DI VITA.

Si ha un panorama di quasi stagnazione dei consumi privati, che si può ulteriormente precisare con una contrazione dei consumi alimentari, un raddoppio dei consumi non alimentari.

Congiunture economiche avverse, blocco dell'emigrazione e riarmo impedirono a salari e stipendi di aumentare, mentre i risparmi venivano falcidiati dall'inflazione prima, poi dalla disoccupazione, quindi nuovamente dall'inflazione.

Il sistema del cottimo si diffuse.

Una vera e propria americanizzazione dell'industria italiana si dovrà aspettare, in realtà, nel secondo dopoguerra.

Già dal 1919 l'emigrazione era pronta a ripartire e di fatti riprese, raggiungendo nel decennio 1920 i 2,6 milioni di espatri e 1,5 milioni di emigranti netti.

Si registrò, però, un ridirezionamento dell'emigrazione verso l'Europa(Francia e Belgio soprattutto), in seguito al blocco dell'emigrazione negli Stati Uniti, deciso con un provvedimento del 1921 ulteriormente inasprito il 1924 che fece crollare la media annua di nuova emigrazione a 41.916 unità.

La concentrazione della popolazione italiana in città sempre più grandi continuò, dunque , a ritmo sostenuto anche durante il fascismo.


IL WELFARE STATE FASCISTA.

Contrariamente a quanto la propaganda del regime tentò più volte di accreditare, gli interventi fascisti nel campo della sicurezza sociale non furono affatto numerosi.

La tanto decantata previdenza fascista sociale era fatta in parte da misure già varate dai precedenti governi liberali e in parte di provvedimenti disorganici, presi o per motivi ideologici o sull'onda di necessità contingenti, che denunciano quanto scarsi fossero gli effettivi miglioramenti sociali avvenuti negli anni tra le due guerre.

La stagione delle riforme sociali sbocciò tardi nell'Italia democratica del dopoguerra ed il sistema di sicurezza sociale ereditato dal fascismo iniziò effettivamente a cambiare solo a partire dal decennio 1970.

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