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KEYNES: risparmi e investimenti - Fondamenti e limiti dell'analisi keynesiana

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KEYNES: risparmi e investimenti

Fondamenti e limiti dell'analisi keynesiana

Contenuti:

Il problema (pag. 2)

La diagnosi keynesiana (pag. 3)

La cura keynesiana (pag. 4)

I limiti del keynesismo (pag. 4)

 




Il problema

         Abbiamo imparato che un'economia fortemente innovativa e progrediente è un'economia instabile. Negli ultimi dieci anni il tasso giapponese dei fallimenti d'impresa è stato doppio di quello americano, ma il Giappone si sviluppava a una velocità tripla degli Stati 727g66h Uniti. C'è un secondo motivo per cui l'instabilità tende ad aumentare con lo sviluppo, ed è un motivo sul quale Keynes insistette molto, forte dell'esperienza della grande crisi mondiale cominciata nel 1929.

        

Un'economia sviluppata è un'economia ricca, in cui è facile rinunciare al consumo e risparmiare, mentre l'investimento può essere poco attraente, giacché il capitale, che è stato ormai accumulato in grandi quantitativi, non è più così scarso come all'inizio dello sviluppo. Se l'innovazione tecnologica e merceologica rallenta, se si dorme sugli allori, diventa probabile che si voglia risparmiare troppo rispetto agli investimenti giudicati convenienti. E la situazione opposta a quella dei Paesi poveri, in cui si risparmia troppo poco rispetto agli investimenti, che bisognerebbe realizzare per progredire.

Vi sono dei correttivi naturali, s'intende. I Paesi poveri importano risparmi e capitali dai Paesi ricchi, che li esportano. Inoltre, un'economia di mercato possiede meccanismi anche interni per fare affluire il risparmio agli investitori nella giusta misura.

Se per esempio il risparmio è troppo, il risparmiatore sarà poco remunerato, e l'investitore potrà indebitarsi con poca spesa, finanziare con poca spesa la costruzione del nuovo stabilimento o l'acquisto delle nuove macchine. Supponiamo che il nuovo stabilimento e le nuove macchine rendano, prevedibilmente, il 10% come tasso di profitto al lordo degli interessi passivi; e supponiamo ancora che l'investitore debba cedere al risparmiatore-creditore, che gli ha prestato i soldi, solo il 4% sotto forma di interessi passivi, e non il 5 o 6%. In tal caso rimane all'investitore il 6% di profitto netto, e non appena il 5 o 4%.

Gli investimenti sono incoraggiati e i risparmi sono scoraggiati, proprio ciò che occorre per eliminare l'eccesso di risparmi. Tali meccanismi di mercato sono preziosi, però non sempre operano con sufficiente tempestività e ampiezza.

La diagnosi keynesiana

            L'eccesso di risparmi libera una capacità produttiva esistente, che potrebbe essere impiegata per produrre beni di consumo, ai quali tuttavia si rinuncia. Al loro posto bisognerebbe produrre, con quella capacità produttiva liberata, più beni di investimento, altrimenti essa si sciupa, rimane senz'uso. Ma sappiamo quanto l'investimento dipenda dagli umori degli imprenditori, dal loro ottimismo o pessimismo: la caduta della domanda di beni di consumo può spingere la psicologia imprenditoriale verso il pessimismo, e indurre a investire di meno, non di più. E il pessimismo può trasformarsi in panico, quando la capacità produttiva inutilizzata significhi lavoratori disoccupati e privi di reddito, ulteriore contrazione dei consumi, maggior allarme generale per le prospettive di guadagno futuro.



         Il ragionamento keynesiano, assai critico verso il mercato, sottolineava il pericolo che le variazioni del tasso di interesse e degli altri prezzi, cui spetterebbe di riportare in equilibrio le domande e le offerte, non fossero efficaci, o peggio assicurassero l'equilibrio soltanto dopo una vasta caduta di tutti i redditi. Immaginiamo una situazione di partenza con un reddito nazionale potenziale pari a 100, che la gente voglia risparmiare per il 10%, mentre gli investimenti desiderati dagli imprenditori siano appena 8. Sembrerebbe che la domanda effettiva fosse pari a 98 (somma di 90 di consumi, più di 8 investimenti), sicché la capacità produttiva di 100 sarebbe disoccupata nella misura 2. Ma i keynesiani additavano una minaccia peggiore.

         Se i meccanismi riequilibratori non agiscono affatto, la discesa del reddito nazionale effettivo non si ferma a 98, ma prosegue fino a 80. Infatti, qualora la gente seguiti a voler risparmiare il 10% del reddito nazionale, questo deve essere al livello 80 perché i risparmi pareggino gli investimenti, che per ipotesi gli investitori mantengono al livello 8. Se poi il panico induce gli investitori a ridurre sotto il livello 8 i loro progetti di anticipazioni, anche il reddito nazionale scende sotto il livello 80.

         E facile verificare che, se la propensione al risparmio è fissa al 10% del reddito nazionale, alto o basso che sia questo reddito nazionale, esso vale 10 volte gli investimenti progettati: 8 di investimenti significano 80 di reddito nazionale; 6 di investimenti significherebbero soltanto più 60 di reddito nazionale. Chiamiamo I gli investimenti, X il reddito nazionale e s la propensione al risparmio (nel nostro caso s = 0,1, cioè 10%); allora abbiamo la formula generale:

           Ecco, nelle parole di Keynes, che cosa succede quando difetta la domanda effettiva e il mercato non provvede: «Quanto più ricca è la collettività, tanto maggiore maggiore tenderà ad essere il divario tra la sua produzione effettiva e quella potenziale... Se in una collettività potenzialmente ricca lincentivo ad investire è debole, essa sarà costretta, per effetto del principio della domanda effettiva, e nonostante la sua ricchezza potenziale, a ridurre la produzione effettiva, fino a quando essa sarà diventata tanto povera che l'eccedenza della produzione sul consumo sia discesa abbastanza per corrispondere alla debolezza dell'incentivo a investire... Ma in una collettività ricca, siccome il capitale già accumulato è maggiore, vi saranno possibilità meno attraenti di investimenti ulteriori, a meno che...» («Teoria generale», libro I, cap. III).

La cura keynesiana

         La ricetta di Keynes era di una semplicità estrema, tanto che prima di lui l'avevano scoperta e applicata, con successo, alcuni uomini politici anche non inglesi. In mancanza di una domanda effettiva spontaneamente adeguata alla capacità produttiva esistente, si susciti una domanda effettiva artificiale, che colmi la lacuna. In particolare, si effettuino investimenti pubblici (lavori pubblici) quanto basta per riportare l'economia al pieno impiego di tutte le risorse umane e materiali.

        

Così, se ogni unità in meno di investimenti provoca - per esempio - 10 unità in meno di reddito nazionale, all'inverso, ogni unità in più di investimento (anche artificiale, pubblico) suscita 10 unità in più di reddito nazionale. I keynesiani parlano di moltiplicatore degli investimenti, riferendosi a questa proprietà degli investimenti di variare causando variazioni ampliate (in valore assoluto) del reddito nazionale effettivo. Occorre però stare bene attenti alla natura di tali effetti.

I limiti del keynesismo

            La cura di Keynes riguarda esclusivamente le domande, non le offerte. Non è che una unità in più di investimento aumenti la capacità produttiva e quindi l'offerta di 10 unità. Sappiamo che la conseguente offerta annuale potrebbe aumentare grosso modo di 1/3 o 1/4 di unità, secondo che il coefficiente di capitale sia 3 o 4. Keynes non si preoccupava dell'offerta, poiché pensava a un'economia in cui l'offerta era patologicamente fin troppa: anzi, a volte egli sembrava addirittura desiderare che si facessero investimenti che non accrescessero per nulla la capacità produttiva, investimenti improduttivi come sarebbe scavar buche in un campo per poi riempirle di terra.




        

Egli puntava esclusivamente sull'aumento delle domande, e argomentava che una maggior domanda di beni di investimento, dando lavoro ai disoccupati, spingeva costoro ad aumentare anche la domanda di beni di consumo, con effetti moltiplicatori sul reddito nazionale. Se non che le formule keynesiane, come tutte le formule macroeconomiche, trattano le grandezze in gioco supponendole omogenee pur quando non lo sono e costituiscono invece degli aggregati eterogenei. Non basta suscitare una domanda qualsiasi per assorbire una capacità produttiva oziosa e un'offerta eccessiva: occorre che la qualità di tale domanda sia conforme alla qualità di tale offerta.

        

Se la conformità non c'è, o la domanda si rivolge all'estero per importare ciò che vuole, o essa fa rincarare i prezzi nazionali senza trovare l'offerta che la soddisfi. In un caso e nell'altro, in nostri disoccupati restano disoccupati, e la crisi continua; anzi, può continuare aggravata, perché ai mali della stagnazione degli affari si aggiungono talvolta i mali dell'inflazione (stag-flazione o stagninflazione). In macroeconomia l'inflazione sembra impossibile fin tanto che esiste una capacità produttiva esuberante, ossia un'offerta sovrabbondante; ma se questa offerta non soddisfa i gusti della gente, la cui domanda si rivolge a beni non prodotti e non producibili nell'immediato, ecco manifestarsi il rincaro dei prezzi nonostante i disoccupati.

        

All'origine della crisi Keynes poneva un eccesso di risparmio o un difetto di consumi, senza però chiedersi a sufficienza il perché di quell'eccesso o di quel difetto. Come escludere che i consumatori non trovassero sul mercato esattamente i prodotti che cercavano? Come escludere che i produttori fossero incapaci di soddisfare i bisogni e i desideri della gente? Forse gli imprenditori erano rimasti indietro, non avevano ammodernato abbastanza la loro offerta, proponevano beni superati nella qualità e nel costo, inducendo i clienti a fuggire, a cercare all'estero ciò che il mercato nazionale non offriva. O al contrario gli imprenditori erano troppo avanti, avevano ammodernato troppo la loro offerta, proponevano beni nuovi cui i clienti non erano ancora preparati.

        

E' ovvio che cambiando la diagnosi dovrebbe cambiare anche la cura: in prima approssimazione parrebbe preferibile avere a che fare con abili imprenditori all'avanguardia, piuttosto che con imprenditori inefficienti di retroguardia.

Se i nuovi prodotti che vengono offerti sono buoni, presto o tardi si imporranno quasi da sé; ma se i vecchi prodotti sono cattivi, occorrerebbe migliorare prima la testa degli imprenditori, per sostituirli convenientemente, e non si improvvisa una classe imprenditoriale più competente e più disposta all'innovazione. Ma purtroppo, questi temi non erano del genere che maggiormente interessava il keynesismo: essi dovettero attendere l'affermarsi della cosiddetta economia dell'offerta (supply-side economics) per tornare di moda e bilanciare analisi calate eccessivamente sulla domanda.

        

Non intendiamo sostenere che il keynesismo fosse sbagliato: era parziale, andava bene per ispirare politiche di emergenza, rozze e di primo intervento, ma da sostituire, da affinare, a mano a mano che si procedeva nella comprensione della crisi e delle sue cause profonde. I critici del keynesismo proposero altri punti di vista complementari, più che alternativi: espressero teorie anch'esse parziali, che tuttavia integravano quelle di prima, spostando l'accento su aspetti trascurati. Al di là delle polemiche, gli economisti keynesiani e antikeynesiani collaborarono sostanzialmente per il progresso della loro scienza.







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