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PROSATORI MINORI DEL '300 - IL FIORIRE DELLA PROSA NEL '300

letteratura italiana



PROSATORI MINORI DEL '300


IL FIORIRE DELLA PROSA NEL '300

In quest'epoca la prosa volgare registrò i maggiori progressi: da un lato perché il pubblico borghese la preferiva alla poesia più sofisticata, dall'altro perché gli autori avevano acquisito una maturità espressiva. Si avvertì l'esigenza di conoscere a fondo la cultura classica e di valorizzarne il ruolo di modello formale.

Una lingua viva e parlata. Il nuovo orientamento intellettuale consolidò il volgare, indirizzando anche la prosa media verso l'assimilazione del sistema costruttivo delle scritture classiche. La spontaneità, la mobilità, il colorito popolareggiante e l'andamento da lingua parlata furono le particolarità di questa produzione.


LA NARRATIVA: LE NOVELLE DI FRANCO SACCHETTI



Le notizie biografiche. Sacchetti fu l'unico a salvaguardare la propria autonomia dal modello dominante, cui si ispirò e di cui mise a frutto la lezione nel Trecentonovelle. Il luogo e la data di nascita sono incerti. Fiorentino, pare che sia nato dopo il 1330 a Ragusa (Dalmazia). La sua vita privata fu sconvolta dalla sorte del fratello, giustiziato per aver preso parte al tumulto dei Ciompi. Gliene derivò uno sconforto morale, che segnò l'ultimo periodo dell'esistenza, afflitta da difficoltà economiche, da problemi di salute e da lutti. Morì nel 1400 a San Miniato di peste.

Le prime opere. Immatura stilisticamente fu l'esperienza lirica iniziata in contemporanea con la Battaglia, ma proseguita con esiti ben più rilevanti lungo l'arco della sua vita. Egli ne riunì i prodotti in un canzoniere organico, noto come Libro delle rime, entro il quale spiccano il blocco delle poesie per musica e le canzoni politico-morali della maturità. L'avvio del secondo filone si situa nel clima di profonda crisi spirituale, al quale rinviano sia le Lettere, sia le Sposizioni di Vangeli. Lettere e Sposizioni segnano la scoperta delle possibilità espressive insite nella prosa e della sua vocazione di narratore. Esse introducono il Trecentonovelle.

Il Trecentonovelle. Modello dichiarato dell'opera è il Decameron, da cui Sacchetti ha desunto qualche spunto narrativo. Non ne ha ripreso l'idea della "cornice", preferendo raccontare seguendo l'estro del momento o le suggestioni della memoria. Si è assunto il ruolo di voce narrante e si è concesso frequenti intrusioni autobiografiche nel racconto. La raccolta s 353j94d i presenta come una struttura aperta, cioè ampliabile, struttura nella quale i raccordi tra le novelle sono tenui, basati al più su analogie tra i casi trattati o sull'identità dei personaggi.

I contenuti. Sacchetti limita la materia al mondo contemporaneo e attribuisce le vicende a personaggi conosciuti direttamente o noti al suo ambiente. Dalla varietà umana lo attraggono i tipi curiosi e bizzarri, amanti della beffa e che hanno un modo di ragionare pieno di arguzia, ricco di motti e trovate spiritose. Dei fatti che vedono protagonista l'umanità egli predilige quelli comici e paradossali, aggrovigliati dall'imprevedibilità del caso.

Lo stile e il linguaggio. L'abbandono al divertimento narrativo non annulla la vena moralistica radicata nel SAcchetti maturo e alla quale si devono le "morali" che concludono le novelle con lo scopo di renderne esplicita l'esemplarità. Ne risulta una stretta integrazione delle "morali" nel racconto, mentre a livello espressivo si coglie uno squilibrio tra linguaggio letterariamente disciplinato, della moralità e quello vivacissimo del racconto. Del registro narrativo due sono le componenti essenziali: l'una è la "mimesi sintattica", dovuta alla qualità di una sintassi che si origina con i fatti stessi; l'altra è la passione per l'invenzione linguistica di certi strati popolari. Molti modi e voci dialettali, espressioni verbali vengono per la prima volta innalzati a dignità di scrittura da Sacchetti


NARRATORI MINORI TRA NOVELLA E ROMANZO

Altri novellieri si richiamano in modo passivo al Decameron, saccheggiandone la materia e banalizzandone il motivo della "cornice", ridotto a espediente meccanico di raccordo tra le diverse storie.


RIMATORI MINORI DEL TRECENTO


UNA LINGUA COMUNE PER LA LIRICA D'ARTE

Lo sviluppo della poesia volgare dopo Dante e a lato dell'esperienza petrarchesca fu assicurato da una folla di rimatori, tra i quali non emersero personalità di spicco. La maggior parte di loro si mosse nel solco della tradizione duecentesca della quale furono sperimentate le diverse possibilità espressive senza arrivare all' elaborazione unitaria di poetiche alternative.

Il toscano diventa"lingua comune". Nella prima metà del secolo, la lirica toscana ripropose scolasticamente e convenzionalmente situazioni e moduli stilnovistici e comico- realistici,distanti ormai dalle ragioni intellettuali che li avevano alimentati all'origine. Il fenomeno conseguì l'effetto di consolidare il ruolo dominante del toscano come lingua poetica proprio nel momento in cui la diffusione del culto di Dante e la migrazione per ragioni politiche di molti intellettuali toscani andavano allargando la sfera di influenza della lingua toscana oltre i confini regionali. Furono poste allora le premesse per la costituzione di una "lingua comune" interregionale e intermunicipale, letteraria, lirica, fondata sul toscano, rispetto alla quale ogni altra varietà idiomatica avrebbe finito per essere declassata al rango di dialetto.


L'ECLETTISMO CULTURALE DI FRANCO SACCHETTI



Sacchetti è autore di un vasto canzoniere, conservato in una raccolta autografa e ordinato secondo un criterio cronologico. Il canzoniere è conosciuto con il titolo di Libro delle rime, ed è il frutto di un lavoro di riordino e trascrizione "in bella copia" compiuto dall'autore sulla base di un programma compositivo ben definito. La raccolta dei testi poetici di Sacchetti non è il risultato di un lavoro casuale: al contrario, l' attenzione nel trascrivere, correggere e ricomporre l'ordine dei testi dimostra che Sacchetti era pienamente consapevole dei propri mezzi espressivi. Il suo eclettismo lo portò a sperimentare le diverse forme poetiche della tradizione toscana: dalla lirica amorosa di ascendenza stilnovistica e petrarchesca, a quella comico-realistica, a quella moralistico-didascalica di matrice guittoniana e alla poesia per musica.

La poesia per musica., Sacchetti trovò la sua strada nell' esperienza, della poesia per musica di argomento prevalentemente amoroso. Le ballate, i madrigali, le cacce, le frottole, non di rado "intonate", cioè musicate, dallo stesso Sacchetti costituiscono il nucleo del Libro più propriamente lirico e anche il più autenticamente risolto sotto il profilo artistico sia per la raffinata semplicità e sobrietà dell'espressione,sia per la grazia delle figurazioni. Tuttavia l'esperienza fu abbandonata.


LA CONTINUAZIONE DELLA TRADIZIONE LIRICA DUECENTESCA

Sennuccio del Bene. Sennuccio del Bene fu di poco più giovane di Dante, di cui condivise le opinioni politiche. Fu Guelfo bianco e sostenitore di Arrigo VII. L'appoggio dato ad Arrigo gli valse 1'esilio. Conobbe Petrarca. A Firenze, dove la sua presenza fu determinante nell'instaurare un tramite diretto tra Petrarca e Boccaccio, Sennuccio morì nel 1349.

Influssi dello stilnovo. La produzione di Sennuccio, numericamente scarna mostra come la sua esperienza poetica si sia collocata ormai al di fuori della fioritura piena dello Stilnovo, nei cui confronti egli appare un attardato imitatore, per quanto non banale né inesperto. Si mostra infatti in linea con la poetica stilnovistica, di cui però evita i complessi soggetti filosofici, la tematica esclusivamente amorosa delle sue rime. Nei moduli stilistici pare di avvertire la propensione a una morbida musicalità d'impronta vagamente petrarchesca.

La corrente tardo stilnovistica. Verso la fine del secolo la corrente tardo stilnovistica riprese vigore per merito soprattutto di Cino Rinuccini il cui atteggiamento era ormai quello di chi allo Stilnovo guardava con spirito già umanistico, con l'intento cioè di risuscitare e rivalutare un' antica tradizione "nazionale" alla ricerca delle proprie origini culturali.

Il filone comico-realista. Nei modi comico-realistici trovarono espressione sempre più decisamente la cronaca spicciola, la descrizione di costumi e modi di vita borghesi e la polemica politica e morale.

Pieraccio Tedaldi. I suoi dati si desumono dai suoi sonetti, nei quali egli dice di aver soggiornato a lungo a Faenza e di essere stato castellano a Montopoli. Nel 1348 era ancora vivo, benché malato e pressoché cieco; morì, pare, verso il 1350. La maggior parte delle rime di Tedaldi si inscrive nel solco della poetica comico-realistica, rivelando in particolare l'influenza dell'insegnamento di Cecco Angiolieri. Esse appartengono alla fase in cui i temi giocosi tendono a fissarsi in tradizione, in formule e schemi fissi. Compone due sonetti teorici sulla natura d'amore, nei quali gli evidenti spunti stilnovistici appaiono contemperati da una concezione naturalistica e sensuale del sentimento; e alcune liriche religiose, nelle quali la sostanziale sincerità psicologica consegue l'effetto di rinnovare i modi della tecnica giocosa.


LA POESIA POPOLAREGGIANTE E LE LIRICHE PER MUSICA.

Circoscritta a una dimensione municipale e destinata a un consumo immediato e collettivo, la poesia traeva spunto dall' attualità e assolveva compiti di educazione civica o di piacevole intrattenimento. Si espresse in varie forme: soprattutto sirventesi politici accesamente polemici e canzoni celebrative di eventi contemporanei; riduzioni in versi delle cronache al fine di facilitarne la memorizzazione; sonetti descrittivi, o caricaturali,su temi della quotidianità urbana e sulla linea del realismo comico toscano; rime di argomento morale o di satira dei costumi; cantari di materia storica o romanzesca.

Antonio Pucci. Antonio Pucci nacque nel 1310 a Firenze,dove trascorse tutta la sua vita di umile popolano, impiegato del Comune. Morì nel 1388. La mancanza di solide basi culturali non ha ostacolato la versatilità di Pucci, la cui produzione spazia nei vari filoni della poesia anteriore e contemporanea. Pucci attraverso la poesia, che sente come diretto corollario della sua attività pubblica, intende farsi interprete degli umori popolari e insieme portavoce presso il popolo dei punti di vista della classe dirigente, volendo contribuire al mantenimento di un ordine etico-politico basato sui valori della libertà comunale e di un pacifico assetto sociale. La sua poesia appare costantemente sollecitata da occasioni esterne e si esplica spesso in forma di cronaca documentaria degli avvenimenti fiorentini.

Le opere. Se il proposito di divulgazione cronachistica è dichiarato nel Centiloquio, una compilazione in novantun canti in terzine nella quale Pucci «breviò per rima» la Cronica di Villani, per renderla più facilmente memorizzabile e quindi accessibile anche a un pubblico incolto, altrettanto impegnati sullo stesso fronte sono i sirventesi storico-politici, le numerose altre rime di carattere sociale, i cantari dedicati a narrare la guerra di risa dal 1362 al 1364, i sonetti sui frati francescani e domenicani e la rassegna «de le bele done ch'erano in Firenze nel 1335». Vivacissima è poi la cronaca spicciola affidata da un lato ai molti sonetti di stampo comico-realistico, dall' altro al poemetto Le proprietà di Mercato Vecchio, che offre un' affettuosa e mossa rappresentazione dei mestieri e delle condizioni sociali di Firenze. La vocazione popolaresca di Pucci si manifesta nella produzione di cantari di materia leggendaria e romanzesca, in più di un caso desunta, ma con non comune libertà di reinvenzione, dalla letteratura franco-italiana.



La poesia per musica e per danza. Poesia d'evasione è quella per musica e per danza, che rappresenta l'altra novità nel quadro di questa letteratura minore. Essa va messa in relazione con la profonda riforma del gusto e della tecnica musicale. La poesia adeguò le sue strutture metriche alle esigenze della tecnica musicale, prediligendo generi come madrigale, caccia e ballata, e nel linguaggio fece convivere armoniosamente raffinati stilemi stilnovistici e gioiose modulazioni popolari. Queste rime si sono conservate per lo più anonime in manoscritti musicali. Ma se ne trovano esempi in molti canzonieri del tempo (per esempio, in quelli di Petrarca e Boccaccio), nel Libro delle rime di Franco Sacchetti.


I CANTARI

La denominazione di "cantari" si applica a quei componimenti in ottava rima a carattere narrativo, che durante i secoli XIV e XV vennero redatti a scopo di intrattenimento popolare e recitati sulle pubbliche piazze con accompagnamento musicale. La loro esecuzione era affidata ai "cantambanchi", o "canta in panca", così detti per la loro abitudine di improvvisare un rudimentale palcoscenico servendosi di una semplice panca su cui salire a recitare. Spesso fungevano da esecutori dei testi gli stessi" canterini", cioè gli autori, i quali, benché non colti e in genere autodidatti, dovevano tuttavia possedere una certa competenza di tecnica musicale e una educazione letteraria, per il fatto stesso di essersi proposti di rielaborare una materia di pertinenza della cultura più raffinata, come quella dell' epica e del romanzo cavalleresco. Essi possono essere visti come la versione aggiornata degli antichi giullari. Il successo popolare valse ad alcuni canterini un regolare stipendio da parte dei Comuni, e determinò la creazione di scuole e botteghe nelle sedi più importanti.

Fra oralità e scrittura. Una certa continuità storica tra produzione giullaresca e produzione canterina si coglie anche nella tipologia delle tecniche di recitazione e nel carattere "misto", cioè scritto e orale, della trasmissione dei testi. Presentano redazioni molto diverse tra loro, che presuppongono la continua rielaborazione tipica della divulgazione orale. Da ciò deriva l'estrema difficoltà nello stabilirne la cronologia e la necessità di appoggiarsi alla datazione dei testimoni manoscritti come all'unico criterio affidabile.

I cantari di contenuto religioso. Le difficoltà di datazione dipendono anche dal pressoché totale anonimato di queste opere, rappresentative di un clima e di un gusto generale più che di definite personalità artistiche. Gli unici autori noti sono Antonio Pucci e tre domenicani. Ai tre domenicani si devono i migliori esempi di cantari di argomento religioso, d'intento edificante e agiografico, destinati alla lettura entro le ristrette cerchie delle comunità religiose e delle confraternite laiche. I cantari religiosi vanno individuati nelle composizioni discese dalla tradizione epica; o in quelle derivate dalla tradizione romanzesca dei cicli classico e soprattutto bretone, e ancora da quella fiabesca. Un numero minore di cantari desume il soggetto dalla mitologia classica e dalla novellistica oppure prende spunto dalla cronaca contemporanea, a scopo di informazione e propaganda politica.

Ricchezza e varietà di contenuti ma uniformità di tono. L'insieme dei cantari presenta una compatta uniformità di tono e di ambientazione. Elementi unificanti sono l'attrazione per il fiabesco, il favoloso, e il compiacimento per gli aspetti più decorativi e fastosi della vita cavalleresco-cortese e dei costumi feudali, di cui la borghesia e lo stesso popolino subivano nostalgicamente il fascino. I canterini ricreavano un' atmosfera suggestivamente arcaica, popolata di dame e cavalieri,le une aggraziate come fiori e luminose come stelle,gli altri senza macchia, sempre in lotta con le diaboliche forze del male per far trionfare la virtù e la giustizia. Con candore raccontavano di fate innamorate di nobili cavalieri, di sortilegi e incantesimi, in una dimensione di sogno e di idillio.

Uno stile semplice. L'esuberanza inventiva è contenuta in uno stile semplice e lineare. La sintassi è elementare, di preferenza paratattica e incline all'anacoluto. Il lessico è esente da compiacimenti formali ed è molto ridotto, perché i canterini utilizzano in ogni circostanza le stesse perifrasi e gli stessi aggettivi esornativi e ripetono alla lettera emistichi o interi versi. Ciò dipende dalla scarsa perizia letteraria e dalla necessità di far fronte a eventuali vuoti di memoria durante l'esecuzione, preparando un repertorio, destinato a cristallizzarsi sempre più nel tempo, di stereotipi descrittivi, di formule topiche, di situazioni fisse, un repertorio cioè idoneo all'improvvisazione a soggetto. Le frasi fatte servono spesso da riempitivi, utili cioè a colmare la misura di un verso troppo breve, difetto frequente dato lo scarso rigore metrico dei cantari. Confermano questo scarso rigore la predominanza di rime facili. Nel complesso il ritmo narrativo risulta agile e spedito, intermedio tra verso e prosa e perfettamente calibrato sulla struttura dell' ottava, che è in genere quadripartita, cioè fondata sulla giustapposizione di quattro elementi di identica proporzione, nell'ultimo dei quali la differenza di rima sottolinea il carattere di organismo chiuso della stanza.


IL CANTARE DI FIORIO E BIANCIFIORE E LA NASCITA DELL'OTTAVA

Il cantare conservato nel codice più antico che conosciamo è il Cantare di Fiorio eBiancifiore, un poemetto in cui si narra dell'amore dei due giovani protagonisti. Il Cantare dipende dal Filocolo,e non viceversa, dando corpo all'ipotesi dell'invenzione da parte di Boccaccio dell' ottava.


LA POESIA ALLEGORICO-DIDATTICA: CECCO D'ASCOLI

Le tipiche figurazioni allegoriche di derivazione cortese sono strumenti per divulgare un sapere approssimativamente enciclopedico, attinto in larga parte al repertorio dei volgarizzamenti duecenteschi.



Francesco da Barberino. Enciclopedismo e allegorismo riportano alla stessa tradizione i due trattati composti da Francesco da Barberino, un notaio amico di Cavalcanti e di Dante. L'idea di fondo del poema Documenti d'amore e del prosimetro Reggimento e costumi di donna deriva dal genere provenzale degli ensenhamens ("insegnamenti"). L'autore fornisce istruzioni, pratiche e morali, rivolte agli uomini e alle donne per il comportamento in società, tentando, di conciliare le finezze del vivere cortese con una borghese saggezza realistica.

Gli imitatori della Commedia Ogni altro tentativo di impostare un poema allegorico-didattico si svolse all'ombra della Commedia. Tuttavia gli autori si indirizzarono verso un'imitazione più che altro esteriore, formale, mentre d'altro canto il venir meno delle spinte ideologiche, religiose e politiche, che avevano sorretto l'alta tensione poetica di Dante destinava a un sostanziale fallimento artistico anche le migliori fra queste prove. All'influsso della Commedia non si sottrasse neppure L'Acerba, un poema in sesta rima di materia astrologica, astronomica e cosmologica, che Cecco d'Ascoli concepì in funzione dichiaratamente antidantesca, contestando l'uso dell' allegoria e della finzione narrativa in genere.

Cecco d'Ascoli. Cecco d'Ascoli nacque verso il 1269. Nel 1324, venne processato come eretico. Nel 1326 è a Firenze, al servizio del duca di Calabria in qualità di medico e astrologo. Condannato come eretico, venne messo al rogo nel 1327.

Le opere in latino. Di Cecco d'Ascoli restano alcune opere latine di argomento scientifico, tra le quali i commenti a due trattati dei celebri astronomi Alcabizio e Sacrobosco. Gli stessi interessi prevalgono anche nella produzione volgare, che si identifica interamente con L'Acerba.

L'Acerba Già il titolo del poema contiene un' anticipazione delle difficoltà che si incontrano nella lettura del testo, non solo per l'intrinseca complessità degli argomenti trattati, ma anche per una certa oscurità di linguaggio, che peraltro suona "acerbo" anche nel senso di "aspramente polemico". Il titolo potrebbe anche collegarsi al latino acervus (" cumulo"). Il poema, rimasto incompiuto forse per la morte dell' autore, è costituito da 4867 endecasillabi, distribuiti in cinque libri. Astronomia e cosmologia sono argomento del primo libro. Nel secondo sono affrontati problemi di ordine morale, con la tradizionale casistica di vizi e virtù. Il terzo è occupato da un bestiario e da un lapidario. Nel quarto Cecco tratta ancora di astronomia e astrologi, ma avvalendosi della metodologia scolastica del dialogo,e nel frammento del quinto libro, introduce la questione della creazione delle anime.

La polemica antidantesca. Dante nell'Acerba è costantemente presente come maestro di stile, più ancora che come bersaglio

polemico. Di questo contraddittorio rapporto con Dante è rivelatore anche il metro dell'Acerba, "invenzione" di Cecco ondata sul reimpiego delle terzine, disposte però a due a due a formare brevi strofe chiuse, così da scardinare il ritmo continuo dello schema dantesco a rime incatenate. La tendenziosa polemica antidantesca che percorre tutto il poema lascia intendere che Cecco lo concepì come alternativa alla Commedia, allo scopo di provare che il ricorso alla finzione narrativa e al travestimento allegorico sono incompatibili con quel rigore e quella chiarezza espositiva che sono requisiti indispensabili a un' opera didascalica, e con l'intento di attenersi scrupolosamente al principio della separazione fra teologia e scienza della natura. Questa intransigenza conferì al poema grande autorità in materia di filosofia naturale, e in particolare di astrologia e alchimia. Il trattato non contiene contributi originali né rivela alcuna inclinazione allo sperimentalismo, ma si limita a proporre una ordinata sintesi delle conoscenze del tempo.

Fazio degli Uberti. Sul fronte dei più attenti cultori di Dante si colloca infine Fazio degli Uberti. In un poema in terzine, il Dittamondo, egli immagina di compiere, per esortazione della Virtù e sotto la guida del geografo latino Solino, un viaggio attraverso le terre del mondo allora conosciuto, ricalcando anche nello stile il modello dantesco, ma lasciandosi spesso sopraffare dall' esigenza pratica di divulgare nozioni di storia e di geografia.


LA NASCITA DELLA POESIA CORTIGIANA

Dalla metà del secolo, divennero singolarmente ricettive nei confronti delle proposte poetiche elaborate in Toscana le corti settentrionali, in primo luogo quella milanese dei Visconti. Vi trovarono accoglienza poeti di provenienza e di indirizzi culturali diversi, in genere esuli, che per compiacere i loro mecenati si impegnarono nelle attività di intrattenimento della corte e insieme nella celebrazione e nella propaganda della politica signorile, divenendo in qualche caso veri e propri letterati di mestiere. La loro era per lo più poesia d'occasione, motivata da contingenze extraletterarie e incline alla sperimentazione formale fine a se stessa. Questi poeti di corte fruivano di altri modelli poetici, oltre a quelli trapiantati direttamente dalla Toscana e si muovevano su uno sfondo di cultura più eterogenea, aperta ancora alle influenze d'Oltralpe e già sensibile alle istanze dell'imminente Umanesimo. Eclettismo e pluristilismo sono i tratti dominanti della rimeria cortigiana, insieme all'ibridismo linguistico: al toscano di fondo si mescolano di continuo forme vernacolari ed elementi latineggianti, Il tutto complicato dal compiacimento per gli artifici metrici e verbali.







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