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Dante Alighieri (Firenze 1265 - Ravenna 1321), poeta e prosatore

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Dante Alighieri (Firenze 1265 - Ravenna 1321), poeta e prosatore, teorico letterario e pensatore politico, considerato il padre della letteratura italiana. La sua opera maggiore, la Divina Commedia, è unanimemente ritenuta uno dei capolavori della letteratura mondiale di tutti i tempi.


L'inizio del trecento aveva assistito ad un rapido logoramento delle due massime istituzioni del Medio Evo, l'Impero e la Chiesa: il primo aveva perso completamente il suo dominio sull'Italia, la seconda aveva cercato di colmare il vuoto politico, ma nel far questo si era sempre più mondanizzata e corrotta, ed era praticamente divenuta vassalla della potente monarchia francese. In questa duplice 919d38j decadenza dante individua le cause dell'abiezione in cui è piombata l'umanità, privata delle due guide, quella temporale e quella spirituale, stabilite per essa da Dio. Già nel Convivio aveva tracciato il disegno di una restaurazione dell'autorità imperiale, che riportasse la pace, la giustizia, il rispetto della legge, i buoni costumi in un mondo dominato dalla cupidigia di denaro, dalla volontà di sopraffazione e dalle lotte civili tra città e partiti. Questa aspirazione pare doversi tradurre in realtà, agli occhi di Dante, nel 1310, alla notizia che il nuovo imperatore Enrico VII di Lussemburgo sta calando in Italia per ristabilire l'autorità imperiale. L'arrivo dell'imperatore è accolto da Dante con  tre epistole politiche in latino, indirizzate ai reggitori d'Italia, agli scellerati Fiorentini e ad Enrico stesso, in cui vibrano le sue speranze per l'impresa, i timori di un fallimento.


Sotto lo stimolo di questo capitale evento nasce anche il De Monarchia (1311). Scritto in latino, quindi rivolto ad un pubblico di dotti, esso è l'opera dottrinale più organica di dante, e l'unica delle tre che sia compiuta. La materia è suddivisa in tre libri. Nel primo si dimostra la necessità di una monarchia universale, cioè di un imperatore al di sopra di tutti i regnanti, che sia supremo arbitro tra le loro contese e garante della giustizia. Il secondo dimostra come l'autorità imperiale sia stata concessa da Dio, nel suo disegno provvidenziale, al popolo romano che ebbe il compito di unificare e pacificare il mondo per renderlo adatto ad accogliere il messaggio di cristo. Il terzo libro affronta il tema più importante e di più immediata attualità: i rapporti tra Impero e Chiesa. In quegli anni una corrente di pensiero politico, rappresentata soprattutto da Marsilio da Padova col suo Defensor pacis, sosteneva che la suprema potestà era quella dell'imperatore,e che quella del papa derivava da essa; un'altra propugnava la tesi esattamente opposta del potere supremo della chiesa, da cui derivava la sua investitura quello imperiale.



Controbattendo ambedue queste tesi, dante afferma che i due poteri sono autonomi, poiché entrambi derivano direttamente da Dio. Il rapporto non è come quello del sole (che brilla di luce propria) e la luna ( che brilla di luce riflessa); ma come quello di due soli. La loro sfera d'azione è però diversa: l'Impero ha come fine la felicità dell'uomo in questa vita, la Chiesa ha come fine la beatitudine eterna. Per quanto ciascuna delle due guide sia autonoma, la loro azione è tuttavia complementare, in quanto solo se è in pace e in concordia l'umanità può seguire la guida del papa e giungere alla salvezza. L'opera della chiesa richiede perciò, come presupposto indispensabile, l'azione dell'imperatore. E poiché il fine della chiesa è più alto di quello dell'impero, il secondo deve alla prima una naturale riservatezza.

Ma l'dea di dante era solo una grande utopia, visto che i due poteri andavano sempre più in conflitto tra loro.

Ma da questo rifiuto amaro e sdegno del presente, da quest'ansia visionaria e profetica di universale rigenerazione doveva scaturire la straordinaria costruzione poetica della Commedia.

Di carattere politico è ancora l'Epistola XI (1314), contenente un solenne rimprovero ai cardinali italiani, responsabili di aver trasferito, sotto la spinta della cupidigia, la sede papale ad Avignone. Torna sempre in tutte queste epistole politiche il senso della tristezza dei tempi e la ferma coscienza di una missione  profetica da esercitare.


La Commedia nasce da una visione cupa e apocalittica della realtà presente e della ansiosa speranza di un riscatto futuro. Dante vede dinanzi a sé, proprio attraverso la sua esperienza diretta di uomo politico prima, e di esule in varie regioni d'Italia poi, un mondo caotico, violento, corrotto, "diserto d'ogni virtude" e "di malizia gravido e coverto", in cui l'ordine voluto da Dio per assicurare agli uomini la pace, la giustizia e l'esercizio delle virtù è sconvolto. L'imperatore dimentica la sua funzione di supremo arbitro della vita civile, che dovrebbe assicurare agli uomini la felicità, e trascura di esercitare la sua autorità sull'Italia, che così è fatta "indomita e selvaggia" come un cavallo imbizzarrito; la Chiesa, invece di perseguire il fine della salvezza delle anime, pensa solo alla potenza terrena, cercando di sostituirsi all'imperatore, ma così facendo non avanza i mezzi per esercitare il potere temporale, accresce solo il caos, e al tempo stesso si corrompe nella ricerca di beni mondani; venuto a mancare il "freno" di chi doveva far rispettare la legge, tutti i valori che nel passato assicuravano un tranquillo e ordinato vivere civile, come la sobrietà, la pudicizia, il culto della famiglia, sono sovvertiti; si scatena negli uomini la volontà di sopraffarsi vicenda, e di qui nascono i conflitti fra le fazioni e le infinite lotte civili che insanguinano le città italiane; l'assenza di ogni freno dall'alto fa si che si scateni anche la cupidigia di denaro, ed una "gente nova", che spesso reca ancora addosso il "puzzo" della campagna, invade le città, ansiosa di "subiti guadagni", dandosi all'attività mercantile e bancaria; di conseguenza l'antica nobiltà feudale è calpestata e oppressa,"cortesia e valor", le splendide virtù cavalleresche di un tempo. Dante coglie con grande acutezza i termini essenziali della classe nobiliare sconfitta dalla storia e ormai pressoché spodestata dai nuovi ceti in ascesa: per lui, quindi , la crisi non segna semplicemente il passaggio da un mondo vecchio ad un mondo nuovo, ma è la fine del mondo, in assoluto. Nella sua prospettiva radicalmente apocalittica, infatti, la punizione divina non può tardare: le forze del male saranno battute da un inviato di Dio.




Dante ritiene di essere stato investito da Dio della missione di indicare all'umanità la via della rigenerazione e della salvezza. Per questo, obbedendo alla volontà divina, deve compiere il viaggio nei tre regni dell'oltretomba, esplorando tutto il male del mondo che si compie nei tre regni dell'oltretomba.







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