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Il teatro greco - Origine, struttura e funzione del teatro in grecia - Struttura del teatro greco

letteratura


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Il teatro greco

Tutte le notizie che si hanno sull'origine del teatro greco vengono tratte dai resti archeologici, dalla pittura vascolare e dalle fonti scritte dagli scrittori del tempo. Si pensa che il teatro greco abbia avuto origine dalle feste religiose in onore del dio Dioniso. Dal VI secolo a.C., epoca a cui si fa risalire l'origine del teatro fino all'epoca ellenistica (III-I sec. a.C.) il teatro è connesso al culto di Dioniso. Durante queste feste, che si svolgevano in primavera, gli abitanti di Atene formavano delle processioni che facevano terminare con un sacrificio, davanti all'altare del santuario della divinità e durante le quali eseguivano canti ditirambici. Pare che il ditirambo si sia trasformato poi in tragedia, contenendo in sé tutti gli elementi essenziali di essa, come la poesia il canto e la danza, e che questa trasformazione sia avvenuta ad opera di Tespi.

Durante le Dionisie cittadine o Grandi Dionisie si faceva un concorso tra le varie tribù dell'Attica per stabilire quale fosse il miglior cantico ditirambico e un concorso tra i poeti Greci con in palio tre premi da assegnare: al miglior corega, al miglior poeta e al miglior attore. Oltre alla tragedia, più tardi verso il 501 a.C., si introduce nelle gare il dramma satiresco e solo nel V secolo a.C. la commedia.




È ancora sconosciuta ad oggi l'origine della commedia. Secondo Aristotele deriva da komos, villaggio, e potrebbe voler dire canto del capro. Si ipotizza che fosse una sorta di rito propiziatorio che nei villaggi si usava in determinati periodi dell'anno. In queste feste, a scopo satirico, si usava portare il fallo e si usava provocare gli altri con battute di carattere piccante per esorcizzare l'impotenza ed altre situazioni sgradevoli legate al sesso o comunque ad argomenti bassi. Gli autori Greci di tragedie del VI sec. a.C. sono: Tespi, Cherilo, Pratina e Frinico. Di essi non conosciamo alcun dramma.

Si desume dalle poche fonti che i drammi, di argomento più mitologico che storico, fossero interpretati da un solo attore, il quale usava le maschere per cambiarsi di ruolo. Gli autori Greci di tragedie del V sec. a.C. sono: Eschilo, Sofocle ed Euripide. Gli autori Greci di commedie dal VI al V secolo a.C. sono:

  • Epicarmo
  • Chionide
  • Magnete
  • Ecfantide
  • Cratino
  • Cratete
  • Eupoli
  • Aristofane

Origine, struttura e funzione del teatro in grecia

Per i greci non solo il teatro è uno spettacolo, ma un vero e proprio rito collettivo, con funzione persino di purificazione. Infatti, secondo Aristotele, tut 515f52f te le forme di teatro, ma prevalentemente la tragedia avevano una funzione catartica in quanto servivano a rappresentare l'inconscio umano. Si arrivo addirittura all'istituzione del theoricon, sussidio messo a disposizione dei meno abbienti al fine di accedere al teatro. A detta della Poetica di Aristotele, pare che la tragedia (da tragos cioè capro, l'animale che simboleggia Dioniso) tragga la propria origine dai cori ditirambici fatti in onore di Dioniso, che da spontanei assunsero via via forma letteraria di cantici da cerimonia, cantati dagli adepti sotto la direzione di un capo. Il teatro presentava sempre un altare a lui dedicato, e generalmente era collocato su una collina fuori dalla polis, al fine di migliorare l'acustica.

Si attribuisce a Tespi (uno dei primi autori drammatici del VI secolo a.C.) la trasformazione del capocoro in attore che cominciò a pronunciare parole di contenuto non più legato al mito di Dioniso, alle quali rispondeva il canto del coro, che costituì poi il nucleo centrale del dramma. Nell'antico teatro greco il coro era composto dal canto e dalla danza, accompagnati dalla musica, ed aveva la funzione del narratore interrompendo l'azione per commentarla e spiegarla. Si assiste allo spettacolo seduti sui gradoni (cavea) che circondano la scena. L'edificio, all'aperto ed a forma di semicerchio, consta, infatti, di tre parti: la Cavea ossia il luogo in cui si vede, la Scena, dove si recita ed, infine, l'orchestra cioè il luogo deputato per le danze (da orcheomai che vuol dire ballare).

Le notizie riguardo le scene e le macchine, utilizzate ne l teatro greco sono fornite da Aristotele, Polluce (sofista e grammatico greco del II sec. d.C.) e Vitruvio (trattatista latino). La scena greca si avvaleva delle tre porte della skené, una grande al centro per l'ingresso dell'attore principale, quella di destra per il secondo attore e quella a sinistra doveva rappresentare una prigione, un deserto o un tempio in rovina. C'erano numerose macchine teatrali che servivano a creare la scena e gli effetti speciali.

Per la scena c'erano dei prismi triangolari dipinti su ogni lato, girevoli, sistemati alle due entrate laterali. Per gli effetti c'erano le macchine per produrre suoni e fulmini, botole da cui spettri e spiriti facevano la loro apparizione, torri, piattaforme basse su rotelle, una carrucola con un gancio che serviva a sollevare e abbassare le divinità, gru per portare via in fretta i cadaveri, anche se nell'epoca più antica non potendosi mostrare le scene di violenza, esse venivano introdotte o raccontate da un messaggero.

A questo proposito, possiamo dire con tranquillità che la struttura del teatro greco è un esempio insuperato di acustica: anche nelle gradinate più lontane è possibile ascoltare i dialoghi come si fosse ad un palmo dal parlante. In grecia prese maggiormente piede la tragedia, mentre a Roma ebbe sorte migliora la commedia. Gli attori della tragedia avevano una lunga tunica e delle scarpe che li rendevano decisamente più alti; inoltre avevano delle maschere di legno, che esaltavano le caratteristiche dei personaggi stereotipati.

Struttura del teatro greco

Gli abiti e le Maschere

Gli attori della commedia si presentavano con tunica corta e calzari bassi.Gli abiti convenzionali degli attori Greci erano una tunica lunga dal collo fino alle caviglie, con le maniche lunghe fino alle mani, ornata da vivacissimi disegni colorati e figure simboliche, i colori dovevano servire a esprimere lo stato d'animo di un personaggio. Oltre la tunica gli attori indossavano un mantello. Naturalmente il re portava una corona, i vecchi si appoggiavano a un bastone e così via altri accessori per caratterizzare i personaggi.



Le calzature, di nome coturni, avevano un'alta suola di legno, spesso dipinta con colori simbolici, esse servivano a elevare l'attore per renderlo più visibile agli spettatori più lontani. Contribuivano a ergere l'attore anche gli onkos, delle parrucche molto alte. Riguardo le maschere abbiamo notizie da Polluce (sofista e grammatico greco del II sec. d.C.). Da lui si evince che le maschere usate dagli attori Greci fossero molte, fatte di stoffa gessata, corredate da parrucche, esse avevano la capacità di amplificare la voce come fossero dei microfoni. Naturalmente la maschera serviva a caratterizzare il personaggio, quindi era fatta in modo tale da indicare l'età, il ceto di appartenenza, lo stato d'animo e il carattere di un personaggio.

Un tipico attore tragico


La parola theatron deriva quasi sicuramente dal verbo theaomai che significa guardo sono spettatore . In origine questa parola indicava la massa degli spettatori e solo più tardi indicò il luogo in cui essi convenivano. Ma con il IV° sec. a.C. essa indicò l'area destinata agli spettacoli. Le parti principali del teatro sono: la cavea, l'orchestra e la scena. Per aver un'idea della grandiosità del teatro, mettiamoci al centro del corridoio che lo divide (diazoma). Da Sofrone, V° secolo a.C., sappiamo il nome dell'architetto del primo teatro: Demókopos, anche se nel III° secolo a. C. fu ampliato. La parte meglio conservata è quella scavata nella roccia, mentre la parte alta della cavea è del tutto mancante, così l'edificio scenico. Tutti questi blocchi furono successivamente asportati dagli spagnoli nel XVI° secolo per la costruzione dei bastioni di difesa dell'isola di Ortigia.

La cavea, oggi con solo 46 gradini, ha il diametro di 138.60 m. ed è divisa in 9 settori, detti cunei, da scalette laterali. La platea semicircolare era chiamata dai Greci orchestra , perchè vi danzavano i cori. La parola orchestra deriva dal greco "orcheomai" che significa danzare. La forma canonica è quella circolare e al di sotto dell'orchestra vi erano solitamente dei passaggi, usati con varie funzioni. A Siracusa tali passaggi fungevano da "Caronoi klimakes ", ovvero Scale Carontee, usate nelle rappresentazioni per le apparizioni spettrali. Oltre l'orchestra vi era la scena, di cui però non ne è rimasta traccia, solo numerose cavità e fori di difficile lettura. La parola scena deriva dal greco "skené, che significa tenda; infatti in origine era solo una tenda che costituiva la scena. Questo tipo di scenario pare sia stato introdotto dal siracusano Formide (V° secolo a.c.).

Moltissimi sono stati i cambiamenti subiti da questa parte di teatro. Sicuramente al tempo dei Romani, il teatro fu modificato per le nuove esigenze degli spettacoli tipici di Roma: caccia alle belve, ludi gladiatori; altri ipotizzano, invece, diverse utilizzazioni del teatro, lasciando all'Anfiteatro il compito di ospitare questi giochi. La terrazza sovrastante il teatro, tagliata nella viva roccia del colle Temenite (dal greco "themenos"=recinto sacro), fu sistemata da Ierone II°. A questa vi si accedeva tramite una scalinata a centro ed una strada a sinistra, detta "Via dei Sepolcri". Di questa terrazza, probabilmente coperta da un grande portico forse per evitare la pioggia improvvisa al pubblico, oggi è visibile solo una banchina, tagliata nella roccia, ed una parte della pavimentazione in cocciopesto.

Al centro di questa terrazza vi è scavata una grotticella artificiale detta " grotta del Ninfeo".

Vicino alla grotta del Ninfeo, è possibile notare una costruzione non propriamente contemporanea al teatro: la cosiddetta " casetta dei mugnai".





Teatro di Epidauro, costruito da Policleto il Giovane nel 360 a.C.

La storia degli spettacoli e della letteratura drammatica in Grecia segue nelle grandi linee le periodizzazioni della storia politica alle quali si è qui pertanto attenuti. Dalla protostoria all'inizio dell'età ellenistica (330 a.C.) fino a tutto il periodo romano (30 a. C. - 395 d.C.) si svolge senza soluzioni di continuità la vita dello spettacolo dell'età classica. Nell'antichità l'area linguistica greca, priva di unità politica, ebbe esclusivamente unità culturale: a questa specie fino al IV secolo a. C, contribuirono non poco i grandi giochi panellenici e le rappresentazioni drammatiche, manifestazioni di primaria importanza nella vita pubblica e religiosa, fornita da tratti sostanzialmente comuni in tutto il mondo ellenico ed ellenizzato.
a) Giochi panellenici. Giochi a carattere panellenico si svolgevano in quattro località, ad Olimpia, a Delfi sull'Istmo e a Nemea. I giochi olimpici, collegati al culto di Zeus, Atena e Pelope, si tenevano nel santuario di Olimpia ogni 4 anni, tra la fine di giugno e i primi di luglio; ebbero inizio, secondo la tradizione, nel 776 a. C. e termine nel 385 d. C.
Le gare si svolgevano fuori dal sacro recinto, nello stadio e nell'ippodromo a est dell'altis. In Olimpia non si svolgevano agoni musicali, ma lacune gare, come il pentatro, erano accompagnate da flauti. Talvolta, durante l'assemblea estiva veniva, data lettura di opere in prosa (così avvenne per le Storie di Erodoto) o venivano esposti dipinti.
b) Agoni e feste locali. Accanto agli agoni panellenici, vi era una folla di manifestazioni agonali e feste a carattere encorico, alcune delle quali, come i giochi panatenaici e le cerimonie misteriche di Eleusi, assunsero eccezionale importanza. Il passaggi graduale da queste varie cerimonie è indicato dal processo evolutivo in cui la danza cede, a poco a poco, la sua posizione prevalente rispetto alla parola. Le emozioni, i pensieri, i sentimenti cominciano a trovare la loro via di comunicazione. Lo sforzo spirituale si accentua: nasce il coro  come espressione di uno stato d'animo collettivo. Quel coro che, attraverso le primitive esperienze dell'antico teatro ebraico e delle rappresentazioni dell'estremo oriente, porterà sulle spiagge dell'ade alla nascita della tragedia intesa come voce sacra della stirpe, in contrapposizione alle forze della natura oscuramente dominatrici.
Certo , alle origini, le azioni mitico-drammatiche legate al culto, dovettero avere come centro ispiratore l'immagine e le imprese di Dioniso, ma anche il mito si consuma. Lentamente la forma prevalse sulla sostanza e il rituale drammaturgico, assunta una sua definizione in senso tragico, abbandonò progressivamente l'esclusività dionisiaca e si riferì ad una più generica mitologia, celebrando i rapporti tra uomini e divinità, tra dei e semidei, tra mortali e immortali. Tracce dell'antica religiosità rimasero in certe sopravvivenze oggettuali, ad esempio nella presenza della timelè o in certe definizioni rituali, quali le caratterizzazioni dei satiri. La base ritmica era offerta dal ditirambo, ossia dal metro sul quale venivano scandite le lodi del dio. Nasce così, da questa vocazione di concretezza, che non riesce più ad appagarsi di un misticismo puramente lirico, la figura dell'ypocrites, un altro attore (in veste di interlocutore o deuteragonista). Il passo definitivo verso un totale adattamento drammatico e spettacolare sarà compiuto.



1. Lo spazio scenico A grandi linee, la codificazione rituale dovette avvenire in questi termini: il coro, o meglio i due semicori, celebrando le lodi del dio, venivano ad agire intorno all'altare, (la timelè) in uno spazio semicircolare che assunse il nome di orchestra (dal greco orkeomai che significa "danzare"). La timelè conserva comunque il centro dello della rappresentazione scenica. Aumentando progressivamente il numero dei personaggi affidati alla sua interpretazione si presenta pari passo l'esigenza di un riparo dietro cui l'attore possa celarsi durante i cambi d'abito. Questo luogo deputato, costituito agli inizi da un semplice siparietto, dal termine greco skené (che significa appunto tenda) assumerà la definizione teatrale di "scena" e verrà ad assumere un ruolo centralizzante nella rappresentazione teatrale, che successivamente verrà sopraelevata sfruttando, in un primo tempo, un rialzo naturale del terreno, o costruendo una pedana in legno. Il rialzo della skené e dello spazio circostante corrisponde alla esigenza di non confondere le azioni degli attori, appunto, in quella fascia che ancor oggi si definisce col termine di proscenio. Questo asetto dello spazio scenico verrà corredato dalla presenza di due corridoi laterali aperti verso l'orchestra, che servivano per le entrate e le uscite dei semicori e che prendevano il nome di paradoi.
Trattandosi quindi di rendere partecipi migliaia di spettatori che dovevano, non solo vedere, ma anche ascoltare, il problema poteva essere risolto solo con una sopraelevazione del pubblico stesso. Da questa semplice considerazione nasce la struttura plateale ad anfiteatro chiamato oggi "teatro greco".
Il teatro greco si è sviluppato in forma compiuta solo dopo l'età periclea. Gli elementi suoi caratteristici sono la cavea, area semicircolare a gradoni, dove sedevano prima due scale laterali e infine, da una serie di scalinate radiali chiamate cunei.
Nei primitivi teatri la cavea era formata in terra battuta (teatro di Siracusa, 470 a.C,), solo nel IV secolo a. C. viene realizzata interamente in pietra (Teatro di Epidauro, 370 a. C.). L'orchestra è la zona nella quale in origine e durante tutto il periodo classico agivano i danzatori e i coristi. Più tardi la rappresentazione si sposta in un piano sopraelevato. La sckené, in origine era un fondale di tela posto nell'orchestra, di fronte alla cavea, più tardi costruita in legno per accogliere gli attori durante il cambio dei costumi, fu posto dapprima a fianco dell'orchestra, poi costruita in muratura, fu posta di fronte alla cavea di modo che la parete sull'orchestra serviva da fondale. un'ultima modifica portò alla formazione del proskenion che consiste in una articolazione a forma di "U" della sckené.

2. Macchine teatrali del teatro greco Anche se in taluni casi si fa riferimento al teologheion come ad un piano sovrastante la sckené e destinato ad accogliere le apparizioni degli dei, dobbiamo pensare che, perlopiù, era il tetto della stessa skené ad assolvere questa funzione di luogo deputato alla teofania- Non abbiano conoscenza di quanto fosse alta la skené, ma doveva comunque superare di molto i tre metri se pensiamo che in una scena di Euripide, un attore doveva fare un balzo dal tetto a terra, quindi per raggiungere altezze maggiori, veniva impiegata una sorta di gru chiamata mechàne. Di questo attrezzo scenico dovette molto servirsi Euripide, ce considerando la sua abitudine di concludere spesso i suoi lavori con l'apparizione, appunto, del deux ex machina. A differenza del teologheion, che poteva ritenersi nella stanza una sorta di impalcatura praticabile sovrastante la skené il machàne permetteva un'entrata in sena dinamica. Questa macchina prendeva anche il nome di aioréma (elevatore) o gheraunòs (grù).
Accanto a queste macchine addette alla sopraelevazione degli attori, va ricordato, inoltre, un altro meccanismo chiamato ad assolvere un diverso compito, si tratta dell' ekkiclema, sorta di piattaforma su ruote sulla quale si collocano gli esecutori e le vittime e che veniva spinta fuori dalla porta centrale della skené. Il diametro del semicerchio era perciò determinato dalla larghezza della porta e poteva anche raggiungere l'ampiezza di 4 metri. Ricorderemo quindi l'anapiesma, una sorta di botola usata per l'apparizione delle furie o di altri dei sotterranei, lo strofeion (o macchina per le apoteosi) che, con impiego analogo a quello del teologheion, permetteva la trasfigurazione degli eroi in divinità, il keraunoskopeion, o macchina per fulmini ed il bronteion, o macchina per il tuono. Esistevano anche i periaktoi, scene girevoli poste lateralmente al palcoscenico, formate da prismi triangolari. Ogni facciata aveva dipinto un particolare di scena che legava con la rimanente decorazione. Questi prismi ruotavano su di un asse permettendo tre cambiamenti a vista.
Sappiamo anche che, a seconda del genere letterario cambiava la funzione del coro che, nei drammi, era uno solo, mentre nella rappresentazione della commedia erano due. Nella trattatistica storico-letteraria greca, derivante dalla speculazione aristotelica a noi giunta in tarde e scarse reliquie, l'intera poesia è divisa in due grandi generi, che nella formulazione forse più attendibile, quella di Diomede, sono così configurati: 1) genere narrativo o enunciativo (non imitativo), comprendente: epos, giambo, elegia, lirica 2) genere drammatico o imitativo. Il genere drammatico era a sua volta suddiviso in tragedia, commedia, dramma satiresco, mimo



.3. Temi della letteratura drammatica La tragedia, col dramma satiresco, attinge al patrimonio di leggende eroiche dell'epos omerico, del ciclo troiano e tebano delle Eraclee e anche alle tradizioni locali. Su questa materia la tragedia greca lavorò per tutto il V. sec., restringendo il repertorio ad un limitato numero di figure tragiche: Edipo, Achille, Tieste, Telefo, Aiace, Filottete, Oreste, Almeone eccetera. Propria, infine, della letteratura drammatica è la fecondità dei poeti: per limitarci ai maggiori: sappiamo di circa 90 drammi di Eschilo, circa 120 di Sofocle, circa 90 di Euripide, 40 di Aristofane, circa 100 di Menandro. Complessivamente rimangono oggi di tutta la produzione greca 45 opere intere: 7 di Eschilo, 7 di Sofocle, 19 di Aristofane, 1 di Menandro (ritrovata nel 1957); di tutti gli altri, tragici e comici, abbiamo soltanto frammenti più o meno ampi e numerosi.

4. Ordine dorico, jonico, corinzio Dal punto di vista dello scenografo è di fondamentale importanza conoscere gli ordini architettonici per potersene servire all'occorrenza. La misura di base che serve per la costruzione delle proporzioni dei vari canoni architettonici è il modulo che è una misura di norma presa sul raggio delle colonne, misurato all'imoscapo, cioè nella parte più bassa del fusto della colonna. La dimensione delle altre parti è ricavata moltiplicando o divedendo il modulo.
Gli ordini architettonici greci possono essere considerati due: il dorico e lo jonico il terzo, il corinzio, in effetti, è una variazione dell'ordine jonico. Tutti gli elementi dell'ordine hanno una precisa funzione: la decorazione non è un elemento applicato, ma una trasfigurazione delle relative funzione, come i triglifi, che ricordano le scanalature fatte sulle teste delle originarie travi lignee per far scorrere meglio l'acqua piovana, o le
metope, tavolette poste tra il triglifo e triglifo, affinché l'acqua non penetri all'interno della struttura.

L'ordine dorico è un assieme di elementi articolati e strutturati in forma organica, secondo un rigore compositivo che resta esemplare.

L'ordine jonico sembra abbia avuto origine nella zona anatolica della jonia, verso il VII/VI sec. a. C., ma solo nel V secolo giunge a completa maturazione. E' un ordine che si presenta con interpretazioni diverse, tra le quali è da ricordare quella della Jonia, che nella base della colonna si differenzia da quella greca. Come il dorico, anche lo jonico è diviso in tre parti: stilobate, colonna e trabeazione. Mentre la colonna  dorica poggia direttamente sullo stilobate, la colonna ionica si erge sopra una base, ma con un rapporto molto più slanciato. Le scanalature non a spigolo vivo, sono generalmente 24. L'ordine jonico valorizza la decorazione: l'echino è spesso ornato da ovoli, anche l'abaco, più sottile che nel dorico, è decorato. Nel capitello, la caratteristica voluta jonica presenta una veduta frontale; quando è usata angolarmente viene modificata con l'inserimento a 45' di un altra voluta, in modo da presentare nei due prospetti sempre la visione migliore. L'architrave, o epostilo, è suddiviso in tre fasce orizzontali di grandezza degradante e sporgenti in maniera diversa; spesso la fascia superiore è decorata. Il fregio, assente negli esempi arcaici, appare verso la fine del VI secolo (Tesaurus di Siphnos a Delfi, 525 a. C.). Il timpano dell'ordine jonico, rispetto a quello dorico, presenta una pendenza meno accentuata.

L'ordine corinzio si differenzia dallo jonico per la maggiore altezza del capitello e per il motivo a foglie d'acanto che lo decora; gli altri elementi sono analoghi. Sull'origine di questo capitello Vitruvio dà credito alla leggenda che lo attribuisce allo scultore Calimmaco. Più attendibile l'ipotesi avanzata da Rigl, che lo considera come risultato della elaborazione di diverse ornamentazioni di origine vegetale, molto diffuse nei paesi Medio-Orientali (Egitto - Mesopotamia ecc.). L'ordine corinzio, dopo alcuni esempi isolati del V secolo, giunge a completa maturazione nel IV secolo, come è evidenziato dal Monumento coragico di Lisicrate, del 335 a. C.







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