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Inferno I, II, III, IV, V

letteratura




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Inferno I

Smarrita la via della giustizia e del bene, Dante si ritrova nella selva oscura del peccato. Dopo il turbamento iniziale, la prima luce dell'alba gli indica la cima di un colle che egli cerca di raggiungere per trovare scampo dalle tenebre, ma, mentre faticosamente ne sale le pendici, viene ostacolato da tre animali selvatici: prima una lonza e poi un leone gli sbarrano la strada, infine una lupa lo costringe a retrocedere verso la valle. All'improvviso appare l'ombra del poeta latino Virgilio, al quale Dante chiede aiuto contro la lupa che gli preclude la via alla sommità del colle. Virgilio depreca la natura e l'operato della lupa, simbolo della cupidigia che solo il veltro, emblema di un imperatore a venire, riuscirà a sconfiggere e a eliminare da ogni città d'Italia e dell'impero. Egli quindi assicura a Dante che gli sarà guida verso il colle della salvezza, ma lo condurrà per una via più difficile che attraversa l'Inferno e il Purgatorio; da qui Dante potrà proseguire il viaggio per il Paradiso fino all'Empireo con l'aiuto di un'anima più degna di lui (che, non avendo conosciuto in vita il cristianesimo, non può aspirare alla città divina). Dante lo segue.

Inferno II

Al momento di iniziare il racconto del viaggio nell'oltretomba, racconto non meno difficile di quanto fu il viaggio stesso, Dante invoca l'aiuto delle muse perché sostengano lo sforzo della narrazione. La discesa agli inferi con la guida di Virgilio inizia al calar del giorno, e l'ora del tramonto rinnova in Dante le paure e insieme gli fa sorgere un dubbio: la visione dei regni dell'oltretomba fu concessa soltanto a Enea e a san Paolo in virtù dei loro meriti e delle missioni a loro affidate, ovvero la fondazione di Roma e dell'impero per l'uno, il consolidamento della fede cristiana per l'altro; perché allora concedere un'analoga possibilità proprio a lui, certo non altrettanto degno? e chi lo permette? Dante arriva a temere che il viaggio sia follia, frutto di presunzione e di superbia. Virgilio lo rassicura, e gli spiega di essere stato inviato in suo aiuto da Beatrice, scesa nel limbo per ordine di santa Lucia, a sua volta interprete del desiderio della stessa Maria, madre di Dio. L'esortazione del poeta libera Dante dalla paura e dalla viltà, e lo risolve ad affrontare il cammino.




Inferno III

La porta d'ingresso dell'Inferno reca un'iscrizione con parole terribili di dannazione e di dolore, ma, nella più fitta oscurità, sono i lamenti dei dannati del vestibolo infernale a muovere Dante alle lacrime: la prima schiera che incontra è quella degli ignavi, i pusillanimi che per paura non seppero seguire il bene e che per viltà neppure perseguirono il male. Senza essere propriamente dannati, come contrappasso per la scelta fra bene e male che rifiutarono di fare in vita sono ora costretti a inseguire freneticamente un'insegna, mentre degli insetti pungono i loro corpi nudi e dei vermi bevono il loro sangue misto alle lacrime. Sono così spregevoli che Virgilio invita Dante a non occuparsene, e questi, benché ne riconosca alcuni, evita persino di nominarli. Quindi i due raggiungono il fiume Acheronte, dove una folla di anime attende il passaggio all'altra riva; Caronte, il traghettatore, intima a Dante di allontanarsi dato che è destinato a un altro regno ultraterreno, ma si placa non appena Virgilio indica nella volontà divina il motivo della sua presenza. Infine, la terra è scossa da un terribile terremoto e Dante perde conoscenza.

Inferno IV

Riprendendo i sensi, Dante si ritrova nel primo cerchio dell'Inferno, il limbo, dove dimorano le anime di coloro che morirono prima di ricevere il battesimo o che vissero prima dell'era cristiana e che quindi, benché non siano prive di meriti, non possono aspirare alla salvezza. Fra questi si trovavano anche i patriarchi dell'Antico Testamento prima che Cristo, subito dopo la resurrezione, venisse a liberarli per condurli con sé nell'Empireo. Da una zona di luce che interrompe le tenebre si fanno avanti le anime di Omero, Orazio, Ovidio e Lucano per accogliere con tutti gli onori il loro compagno Virgilio, e Dante si accoda, nella finzione narrativa e nella legittimazione letteraria, alla compagnia dei poeti. I sei passano insieme in rassegna gli spiriti magni dell'antichità, i poeti, i filosofi e gli eroi che si distinsero per le loro opere e che nel limbo occupano un luogo privilegiato, un castello difeso da sette cinte murarie; quindi Dante e Virgilio riprendono il viaggio

All'entrata del secondo cerchio Minosse accoglie i peccatori e, dopo averli costretti a confessare le loro colpe, indica loro la punizione divina avvolgendosi la coda intorno al corpo un numero di volte corrispondente al numero del girone infernale al quale li invia. Dopo che Virgilio ha superato la resistenza del giudice infernale al passaggio di Dante grazie a un nuovo richiamo alla volontà divina, ai due si offre la vista della bufera che travolge i lussuriosi, fra i quali si riconoscono alcuni protagonisti della storia e della letteratura classica e medievale. Per soddisfare la curiosità di Dante, dalla schiera dei peccatori si staccano due anime, Francesca da Polenta e Paolo Malatesta: le parole di Francesca che narrano dell'adulterio e della morte violenta dei due commuovono Dante al punto di fargli perdere i sensi


Inferno VI

Al risveglio Dante si ritrova nel terzo cerchio, dove i dannati per il peccato di gola giacciono prostrati da una pioggia scura, mista di grandine e neve, e vengono dilaniati da Cerbero, un mostruoso cane a tre teste con elementi umani. Non appena Virgilio ha placato la ferocia del custode dandogli in pasto una manciata di terra, un dannato si leva a sedere e richiama l'attenzione di Dante, dicendogli di essere fiorentino e di chiamarsi Ciacco. Alle domande di Dante sul futuro di Firenze, sulla situazione presente e sulle cause della discordia attuale, Ciacco risponde profetizzando un primo, effimero, successo dei guelfi bianchi seguito entro breve tempo da una più duratura vittoria della parte nera; quindi il dannato esprime un severo giudizio sulla condizione morale della città e indica nei vizi l'origine delle contese. Infine, dopo aver dato notizie sul destino ultramondano di eminenti personaggi fiorentini, Ciacco ricade a terra. Quindi Dante e Virgilio riprendono il cammino e, parlando della sorte dei dannati dopo il giudizio universale, arrivano sul ciglio del quarto cerchio, dove li attende Pluto.

Inferno VII

Per placare l'ira di Pluto, il custode del cerchio che cerca di intimorirli pronunciando parole misteriose, Virgilio invoca ancora una volta la volontà divina che permette a Dante, persona viva, di attraversare il regno dei morti. Lungo il perimetro del quarto cerchio si fronteggiano due schiere di dannati, i prodighi e gli avari, che spingono con il petto dei massi enormi e si rinfacciano gli opposti peccati. In risposta a una domanda di Dante, Virgilio illustra la natura e le funzioni della Fortuna, forza preposta da Dio alla ripartizione dei beni materiali fra gli uomini, e contro le cui disposizioni peccano sia i prodighi, sia gli avari. Quindi i due scendono nel quinto cerchio, invaso dal fiume Stige entro le cui acque paludose si dibattono le anime degli iracondi, dilaniandosi a vicenda; completamente sommersi nel fango giacciono invece gli accidiosi, rivelati solo dal ribollire dell'acqua in superficie

Inferno VIII

Costeggiando la riva dello Stige Dante e Virgilio giungono ai piedi di una torre dalla cui sommità partono segnali luminosi. Questi si rivelano essere avvisi di richiamo per Flegiàs, il traghettatore infernale che, reprimendo l'ira, accetta i due sulla sua barca. Durante la navigazione uno degli iracondi puniti nella palude si rivolge con arroganza a Dante: è il fiorentino Filippo Argenti che, dopo un breve scambio di battute ingiuriose, tenta di assalire la barca ma viene ricacciato da Virgilio nel fango dove è straziato dagli altri dannati. Infine la barca approda davanti alle mura della città di Dite, rosseggiante per il fuoco, protetta da uno stuolo di diavoli che impediscono a Dante e a Virgilio l'ingresso nel basso Inferno. Neppure le parole di Virgilio riescono a persuadere i diavoli a piegarsi alla volontà divina: di fronte alla loro ostilità e allo sconforto della sua guida Dante è preso dal terrore, anche se Virgilio lo rassicura e gli preannuncia l'arrivo di qualcuno in grado di aiutarli

Inferno IX

L'attesa davanti alle mura di Dite si protrae, e il terrore di Dante aumenta a causa di una frase lasciata sospesa da Virgilio: questi cerca di confortarlo, raccontandogli di una sua precedente discesa nel basso Inferno che lo ha reso esperto dei luoghi e dei comportamenti dei suoi abitatori. Dall'alto di una torre si mostrano le tre furie, Megera, Tesifone e Aletto, che minacciano l'arrivo di Medusa, figura mitologica capace di trasformare in pietra chiunque la guardi: per evitare questo rischio a Dante, Virgilio lo fa girare e gli copre gli occhi. Finalmente giunge il messo celeste ad aprire la porta del basso Inferno e a umiliare la superbia dei diavoli. Dante e Virgilio entrano quindi nel sesto cerchio, una vasta pianura disseminata di tombe scoperchiate e infuocate: nei sarcofagi giacciono gli eretici, distinti nelle varie sette, e più o meno torturati dal calore del fuoco secondo la gravità della loro eresia


Inferno X

Procedendo fra le mura e i sarcofagi, Dante manifesta il desiderio di incontrare qualcuno degli eretici condannati nelle tombe ora scoperchiate, destinate a essere chiuse solo il giorno del giudizio, e occupate in questa zona dagli epicurei, negatori dell'immortalità dell'anima. Improvvisamente un dannato si solleva e si rivolge a Dante, che ha riconosciuto essere suo concittadino: è Farinata degli Uberti, il celebre esponente della parte ghibellina che dopo la vittoria di Montaperti (1260) si oppose alla distruzione di Firenze voluta dagli altri capi filo-imperiali. Farinata interroga Dante sulle sue origini familiari e, dichiarata la militanza guelfa degli Alighieri, i due si scambiano accese battute sulla superiore capacità dell'una parte e dell'altra. La disputa politica è interrotta da un altro dannato, il fiorentino Cavalcante Cavalcanti che si leva dalla tomba per domandare a Dante notizie del figlio Guido, poeta e suo "primo amico": fraintendendone la risposta l'eretico si convince della morte del figlio e ricade nella tomba. Senza prestare attenzione al dolore di Cavalcante, Farinata riprende il discorso interrotto, profetizzando il futuro esilio di Dante. La preveggenza di Farinata e l'ignoranza del presente dimostrata da Cavalcante offrono l'occasione per un chiarimento sulla conoscenza dei dannati, limitata al futuro e destinata a essere annullata dal guidizio universale. Dante e Virgilio riprendono il cammino verso la riva interna del girone.



Inferno XI

Sulla riva rocciosa che separa il sesto dal settimo cerchio, Dante e Virgilio sostano presso la tomba del papa eretico Anastasio II per abituarsi al puzzo che proviene dall'abisso infernale. Virgilio illustra l'ordinamento morale del basso Inferno, dove i dannati sono divisi secondo la radice malvagia delle loro colpe in violenti (nei tre gironi del settimo cerchio), fraudolenti contro chi non si fida (nelle dieci Malebolge dell'ottavo cerchio), fraudolenti contro chi si fida (nelle quattro regioni del nono cerchio). Rispondendo alle domande di Dante, Virgilio spiega perché i peccati di incontinenza siano puniti fuori dalla città di Dite e chiarisce come l'usura sia colpa contro Dio e per questo gli usurai si trovino fra i violenti. Ormai sulla terra mancano poco più di due ore all'alba: Virgilio esorta l'allievo a riprendere il viaggio.

Inferno XII

Mentre scendono lungo l'argine franato in seguito al terremoto che seguì la morte di Cristo, Dante e Virgilio incappano nel Minotauro, che giace a guardia del settimo cerchio e tenta inutilmente di ostacolarli. Il girone è occupato da un fiume di sangue bollente, il Flegetonte, nel quale i violenti contro il prossimo giacciono immersi a profondità diverse e proporzionali alle loro colpe. A loro guardia sono preposti i centauri, armati di frecce e capeggiati da Chirone che, dopo aver cercato di impedire il passaggio ai due, cede alla richiesta di Virgilio e ordina a Nesso di accompagnarli oltre il guado: durante il tragitto il centauro indica a Dante alcuni celebri tiranni, omicidi e predoni, e gli nomina i più feroci che non sono visibili perché completamente sommersi dal sangue bollente.

Inferno XIII

Dante e Virgilio si inoltrano nel fitto bosco che occupa il secondo girone del settimo cerchio: fra gli arbusti secchi e gli alberi spogli risuonano i lamenti sinistri delle Arpie, uccelli dal volto umano. Su invito di Virgilio, Dante spezza un ramo da un pruno: insieme al sangue esce la voce lamentosa di Pier della Vigna, funzionario prediletto dell'imperatore Federico II, che racconta la sua vicenda, indicando nell'ingiusta accusa di tradimento il motivo che lo portò al suicidio. Quindi spiega come le anime dei suicidi siano trasformate negli alberi della selva, straziati dalle Arpie, e preannuncia che il giorno del giudizio i dannati non si rivestiranno del corpo di cui si privarono volontariamente, ma lo appenderanno ciascuno al proprio albero. Improvvisamente compaiono due dannati, colpevoli di aver distrutto i propri averi, inseguiti da un branco di cani affamati che riescono a raggiungerne e a dilaniarne uno. Dante e Virgilio si avvicinano al cespuglio devastato dallo scialacquatore nel tentativo di nascondersi ai cani: dagli sterpi esce la voce e il racconto di un suicida fiorentino, negatore di sé al punto di rimanere anonimo.

Inferno XIV

Dopo aver ricomposto gli sterpi dell'anonimo suicida, Dante e Virgilio escono dalla selva, e giungono al limitare del terzo girone del settimo cerchio, costituito da un deserto di sabbia arroventato dalla pioggia di fuoco. Qui gli spiriti dei violenti sono divisi in tre schiere: chi giace a terra supino, chi seduto, chi corre sul sabbione senza sosta. Nel primo gruppo, quello dei violenti contro Dio, i due incontrano Capaneo, uno dei sette re greci alla guerra contro Tebe, che continua a mostrare lo stesso comportamento superbo e blasfemo che lo caratterizzò in vita. Costeggiando il deserto, Dante e Virgilio raggiungono un ruscello di sangue, un rivolo del Flegetonte, i cui argini non sono lambiti dalla pioggia infuocata e possono quindi fornire a Dante una via praticabile per attraversare il deserto. Virgilio sfrutta l'occasione per illustrare la geografia dei tre fiumi infernali, l'Acheronte, lo Stige e il Flegetonte, e del Lete, il quarto fiume originato dalle lacrime che sgorgano dalle fessure del Veglio di Creta, statua d'oro, d'argento, di rame e di ferro, ma con il piede destro d'argilla.

Inferno XV

Sempre camminando sull'argine di pietra del ruscello di sangue, Dante e Virgilio si inoltrano nel settimo cerchio: viene loro incontro correndo un gruppo di sodomiti, violenti contro natura. Uno di essi, con grande stupore, riconosce Dante e ne richiama l'attenzione: Dante incontra così il suo maestro Brunetto Latini, uomo politico e intellettuale fiorentino, che, per parlare qualche istante con l'antico allievo, abbandona la schiera dei compagni di pena. Brunetto loda il discepolo e, dopo avergli predetto l'ostilità dei concittadini, attacca duramente il comportamento morale e politico delle fazioni fiorentine ed esorta Dante a non curarsi della cattiva sorte, tanto è l'onore che le sue qualità gli riservano. Quindi gli indica altri sodomiti, come lui tutti intellettuali e letterati illustri; infine, non prima di avergli affidato l'eredità morale della sua opera più significativa, il Tresor, si allontana di corsa per raggiungere la schiera con la quale è punito e per non essere raggiunto da un altro gruppo di dannati che avanza

Inferno XVI

Dalla nuova schiera di sodomiti che si avvicina si distaccano tre personaggi che, continuando a correre, si dispongono in cerchio ai piedi dell'argine sul quale Dante si è fermato: sono Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Jacopo Rusticucci, celebri esponenti della parte guelfa fiorentina intorno alla metà del Duecento, verso i quali Dante mostra grande rispetto e della cui sorte aveva già domandato a Ciacco. Certi di aver incontrato un concittadino, i tre chiedono notizie sullo stato presente di Firenze: Dante risponde loro con una dura invettiva sulla decadenza della città, originata dalla superbia e dall'avarizia dei nuovi ceti dirigenti. Dopo il commiato dai tre fiorentini, Dante e Virgilio riprendono il cammino, giungendo fino al burrone nel quale precipita a cascata il Flegetonte: qui Virgilio getta nel vuoto la corda che cingeva i fianchi dell'allievo e rimane in attesa di un misterioso arrivo. Dopo poco, con movimenti simili al nuoto delle rane, dal fondo dell'abisso emerge Gerione, il custode delle bolge dei fraudolenti.

Inferno XVII

Richiamato dalla corda lanciata da Virgilio, dall'abisso emerge Gerione, mostro alato con coda di serpente, volto umano e corpo variopinto come un tappeto. Gerione si posa sull'orlo roccioso del burrone, a poca distanza da Dante e Virgilio, che si mettono in cammino sul bordo del baratro per raggiungerlo. Fatti pochi passi i due scorgono il terzo gruppo di peccatori puniti sul sabbione: sono gli usurai, violenti contro la natura e l'arte umana, rannicchiati come cani sulla sabbia, sfigurati e irriconoscibili nel volto, ma individuati da un sacchetto appeso al collo sul quale è dipinto lo stemma familiare di ciascun dannato. Dante non può riconoscere nessun usuraio, tanto questi sono deturpati dalla pioggia infuocata e resi simili ad animali, ma è in grado di individuare tre membri di note famiglie fiorentine e un padovano. Quindi Dante raggiunge Virgilio che è già in groppa a Gerione, e non senza timore sale anch'egli sull'animale, che si leva in volo scendendo nel baratro con larghi giri, fino a posarsi sul fondo dove lascia scendere i passeggeri per poi ripartire veloce come una freccia.

Inferno XVIII

Gerione ha lasciato scendere Dante e Virgilio all'ingresso dell'ottavo cerchio, detto Malebolge perché suddiviso in dieci fossati concentrici - le bolge appunto - collegati da ponticelli di roccia: il luogo è tutto dominato dal colore ferrigno della pietra e al centro termina in un profondo pozzo. Nella prima bolgia i dannati sono divisi nelle due schiere dei ruffiani e dei seduttori, che procedono ordinatamente in senso opposto come fanno sul ponte Angelico a Roma i pellegrini durante il Giubileo; camminando sull'argine Dante può riconoscere fra i ruffiani il bolognese Venedico Caccianemico, che brevemente gli espone la sua colpa. Dal ponte è possibile vedere in volto anche i dannati dell'altra schiera, fra i quali Virgilio indica Giasone, capo degli Argonauti e seduttore di Isifile e Medea. Nella seconda bolgia gli adulatori sono immersi nello sterco: qui Dante riconosce il lucchese Alessio Interminelli e, grazie al suggerimento di Virgilio, può vedere Taide, prostituta della commedia classica, mentre si graffia con le unghie lorde.


Inferno XIX



Dal ponte sulla terza bolgia Dante osserva il fondo, tutto disseminato di fori nella pietra tondi e larghi quanto i bacili battesimali di San Giovanni a Firenze: nei fori sono infilati a testa in giù gli ecclesiastici che fecero commercio dei beni sacri, i simoniaci, di cui spuntano solo le gambe, che guizzano e scalciano a causa del fuoco appiccato alle piante dei piedi. Per poter parlare con un dannato Dante e Virgilio scendono nella bolgia, e si accostano al foro dove è conficcato papa Niccolò III, che spiega un iniziale equivoco con il fatto che è in attesa dell'arrivo di papa Bonifacio VIII prima, e poi di Clemente V, che prenderanno il suo posto spingendolo in profondità fra le fessure della roccia. Dante replica con una dura condanna della degenerazione della chiesa, che per avarizia ha abbandonato gli insegnamenti evangelici e si è dedicata alla cupida venerazione del denaro. Quindi, per risalire la riva del fossato, Virgilio prende Dante in braccio e lo porta sull'argine della quarta bolgia.

Inferno XX

Nella quarta bolgia il contrappasso punisce la presunzione umana di divinare il futuro: gli indovini hanno la testa e il collo girati al contrario, così che, non potendo guardare avanti, sono costretti a camminare all'indietro procedendo lentamente e bagnando di lacrime il dorso. Anche Dante non trattiene il pianto alla vista della figura umana così deturpata, ma è aspramente rimproverato della sua immotivata compassione di fronte alla giustizia divina; quindi Virgilio gli mostra i maghi e gli indovini dell'antichità, Tiresia, Arunte, e Manto che gli offre il modo di narrare l'origine della città di Mantova. Su richiesta di Dante, la guida indica altri indovini, Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente, solo accennando a maghe e fattucchiere. Infine, Virgilio esorta l'allievo a riprendere il cammino, perché la luna sta per tramontare sotto Siviglia e quindi sulla terra sono circa le sei del mattino.

Testo.

Inferno XXI

Dante e Virgilio sono sul ponte che attraversa la quinta bolgia, colma di pece bollente entro la quale sono immersi, invisibili, i barattieri. Improvvisamente appare sul ponte un diavolo che porta sulla spalla un dannato: gettandolo nella pece, fa sapere ai suoi compagni e ai due spettatori che si tratta di uno degli Anziani di Lucca, città ricca di pubblici amministratori che si arricchiscono vendendo per denaro le prerogative concesse ai loro uffici. Il lucchese cerca di liberarsi dalla pece, emergendo alla superficie, ma i diavoli preposti alla custodia dei dannati minacciano di straziarlo con i loro uncini se non si terrà ben nascosto entro la pece. Dopo aver fatto nascondere Dante, Virgilio arriva sul sesto argine per trattare con i diavoli che nel frattempo sono sbucati dalla loro tana sotto il ponte: dal capo Malacoda ottiene l'assicurazione all'incolumità sua e del suo allievo, che quindi richiama dal nascondiglio. Malacoda offre ai due una scorta di dieci diavoli fino al prossimo passaggio per la bolgia successiva, dato che il sesto ponte è crollato a seguito del terremoto concomitante alla morte di Cristo. Il diavolo mescola verità e menzogna, perché il terremoto ha fatto crollare tutti i ponti e non esiste nessun passaggio praticabile sulla sesta bolgia. Costretti a malincuore ad accettare l'offerta, Dante e Virgilio si incamminano sull'argine in compagnia della minacciosa e tragicomica scorta.

Inferno XXII

Con la scorta dei dieci diavoli Virgilio e Dante procedono lungo l'argine cercando di riconoscere qualche barattiere. Il diavolo Graffiacane afferra con l'uncino un peccatore emerso per cercare ristoro dalla pece e lo tira su, nero come una lontra: mentre i diavoli se lo contendono, Ciampolo di Navarra cerca di prendere tempo parlando di sé a Dante e indicandogli altri due compagni di pena, frate Gomita di Gallura e Michele Zanche di Logudoro. Infine, messo alle strette dai suoi aguzzini, Ciampolo propone un patto: se si allontaneranno un po', lui farà emergere sette dei suoi compagni richiamandoli con un fischio convenzionale e i diavoli potranno esercitare i loro uncini anche su di loro. Dopo qualche esitazione e minaccia, il navarrese è lasciato libero e ne approfitta per rituffarsi e scomparire nella pece: i diavoli Alichino e Calcabrina, non riuscendo ad afferrarlo, si azzuffano fra di loro e finiscono anch'essi nella pece. Mentre Barbariccia e altri diavoli cercano di ripescare i loro compagni, Dante e Virgilio si allontanano

Inferno XXIII

Per paura che i dieci diavoli, beffati da Ciampolo e umiliati dal tuffo nella pece, possano inseguirli e attentare alla loro incolumità, Virgilio corre precipitosamente verso la sesta bolgia portando Dante in braccio come fa una madre con il figlio: non appena in salvo, i due vedono comparire sull'argine i diavoli, ormai inoffensivi perché incapaci di allontanarsi dal fossato a cui li ha ordinati la giustizia divina. La nuova bolgia è affollata dagli ipocriti, che camminano lentamente sotto il peso di cappe di piombo, esternamente dorate. Mentre i due procedono camminando sul fondo della bolgia, un dannato riconosce Dante dalla sua parlata toscana e lo invita a fermarsi con lui e il suo compagno di pena: i due ipocriti sono i bolognesi Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, fondatori dell'ordine dei Cavalieri di Maria (detti popolarmente frati Godenti), che insieme furono podestà a Firenze. Crocifisso al suolo della bolgia c'è Caifas, che sconta così, insieme agli altri membri del Sinedrio, la condanna a morte di Cristo. Infine Virgilio domanda a Catalano di indicargli la via per la risalita: scopre così che tutti i ponti sulla bolgia sono franati, e che il diavolo Malacoda gli ha mentito.

Inferno XXIV

Dante e Virgilio giungono alla rovina del ponte crollato, tanto erta da essere impraticabile al vivo; dopo l'iniziale turbamento della guida e di riflesso anche dell'allievo per la difficoltà della risalita, Virgilio esorta Dante e lo aiuta nell'impresa che infine, dopo molta fatica e qualche rischio, li conduce sull'argine della settima bolgia. Dal nuovo fossato si leva una voce incomprensibile: dato che l'oscurità non permette di vedere dal ponte quello che succede sul fondo, i due scendono nella bolgia. Il luogo è infestato da ogni tipo di serpenti, con i quali sono legate dietro la schiena le mani dei peccatori, i ladri. Uno di questi, trafitto fra il collo e le spalle da una serpe, viene incenerito all'istante, ma, subito dopo, riprende sembianze umane risorgendo dalle sue ceneri come l'araba fenice. A compiere la metamorfosi è il pistoiese Vanni Fucci, ladro sacrilego, che, per vendicarsi della curiosità di Dante, gli profetizza l'ascesa dei guelfi neri a Firenze e la rovinosa sconfitta della parte bianca a Pistoia.

Inferno XXV

Terminata la profezia, Vanni Fucci rivolge a Dio un gesto osceno di sfida, ma la sua superbia viene immediatamente punita dai serpenti che lo avvolgono fino a bloccarne i movimenti e le parole. Dante commenta l'intero episodio rivolgendo una dura invettiva contro Pistoia. Quindi compare Caco, il centauro colpevole del furto degli armenti di Ercole, con il dorso ricoperto di bisce. Lo seguono tre ladri, due dei quali subiscono metamorfosi: il primo si fonde con un serpente a sei piedi che lo ha avvinghiato come edera all'albero, formando una sola mostruosa creatura, il secondo si trasforma in serpe dopo essere stato trafitto da un serpentello che, contemporaneamente, diventa uomo. Nell'unico ladro che ha mantenuto il suo aspetto umano Dante riconosce Puccio Sciancato e nel serpente trasformato in uomo Francesco dei Cavalcanti, fiorentini come tutti gli altri protagonisti di queste metamorfosi

Inferno XXVI

Dante trasforma il suo sdegno per i tanti fiorentini incontrati all'Inferno in un'aspra invettiva contro la sua città, per la quale pronostica le sciagure che le augurano tutti i comuni toscani sottomessi al suo dominio. Quindi Dante e Virgilio risalgono il dirupo, fino a raggiungere l'argine da dove è visibile l'ottava bolgia. Il fossato è disseminato di fiamme in movimento, simili a lucciole in una sera d'estate, e ciascuna di esse custodisce un peccatore, colpevole di un aver suggerito e consigliato una frode. Restando sulla sommità del ponte, Dante nota una fiamma biforcuta ed esprime il desiderio di sapere chi cela; dopo aver saputo che vi sono puniti insieme Ulisse e Diomede, corresponsabili sia dell'inganno del cavallo che permise ai greci di espugnare Troia sia del furto fraudolento della statua di Pallade, prega la sua guida di far avvicinare la fiamma. Virgilio acconsente al desiderio, ma riserva a sé il compito di interrogarla: dalla lingua di fuoco Ulisse gli parla della sua sete di conoscenza del mondo e degli uomini, che lo condusse a lasciare la patria per intrapprendere un viaggio oltre le Colonne d'Ercole. Sfidando i divieti divini, Ulisse con un ristretto gruppo di compagni giunse in mare aperto: ma, ormai in vista della montagna del Purgatorio, un turbine inabissò la loro nave prima che potessero raggiungere la meta del loro desiderio di sapere

Inferno XXVII

Non appena la fiamma che nasconde Ulisse smette di crepitare, da un'altra esce una voce dapprima confusa ma poi distinta e comprensibile quando si rivolge a Virgilio, che ha riconosciuto essere lombardo, per chiedere notizie della situazione politica in Romagna. Di fronte al nuovo peccatore, questa volta italiano,Virgilio cede la risposta a Dante, che descrive la condizione romagnola come un continuo susseguirsi di guerre fra i tiranni che dominano la regione, e illustra la geografia delle varie signorie cittadine all'anno 1300. Il dannato, credendo di parlare con un dannato che mai tornerà nel mondo a divulgare ciò che sente e vede, racconta di essere Guido da Montefeltro, da conte divenuto frate francescano per fare ammenda delle sue azioni di frode e d'inganno: ma neppure gli ordini riuscirono a proteggerlo, dato che il papa Bonifacio VIII lo indusse a peccare nuovamente promettendogli un'impossibile assoluzione anticipata in cambio di un consiglio fraudolento. Terminata la sua confessione, Dante e Virgilio si rimettono in cammino fino a giungere sul ponte della nona bolgia, nella quale sono puniti i seminatori di discordie.

Inferno XXVIII



Nella nona bolgia il contrappasso punisce chi seminò discordie e provocò scismi, con squartamenti, mutilazioni e ferite ancor più sanguinose di quelle provocate dalle guerre più cruente della storia. Un diavolo è preposto alla punizione, che è tanto più spettacolare e orribile quanto più grave fu la colpa del dannato: fra questi Dante incontra Maometto con le interiora e l'intestino che gli penzolano da uno squarcio fra il mento e l'inguine, e suo genero Alì con il volto spaccato dal mento alla fronte. Dopo aver saputo da Virgilio che Dante è vivo, il profeta dell'islamismo gli raccomanda di avvertire lo scismatico fra Dolcino dell'assedio in cui lo stringerà il vescovo di Novara, affinché possa prepararsi e ritardare il proprio arrivo nella nona bolgia. Anche il romagnolo Pier da Medicina, con la gola squarciata e privo del naso e di un orecchio, affida a Dante un messaggio per due eminenti cittadini di Fano, preannunciando un prossimo tradimento del signore di Rimini, città che costò cara a un altro dannato, il tribuno Curione che spinse Cesare contro Pompeo e ora porta la lingua mozzata in gola. Quindi il fiorentino Mosca dei Lamberti con le mani mozzate chiede di essere ricordato come colui che diede inizio alle faide fra guelfi e ghibellini. Infine si presenta il trovatore Bertran de Born che, per aver istigato il re Enrico III a ribellarsi al padre, ora è smembrato egli stesso e porta in mano la propria testa come fosse un lume


Inferno XXIX

Dante è sconvolto dallo spettacolo cruento della nona bolgia, e solo al rimprovero di Virgilio e all'esortazione a riprendere il viaggio dichiara la ragione del suo indugio: egli crede di aver riconosciuto un suo parente fra i seminatori di discordia, il fiorentino Geri del Bello, disdegnoso verso di lui a causa della morte violenta non ancora vendicata dai congiunti. Quindi Dante e Virgilio raggiungono il ponte sulla decima e ultima bolgia dove, per l'oscurità, possono solo sentire il puzzo e i lamenti dei dannati; una volta scesi nel fossato lo vedono occupato dai falsari che giacciono stipati come in un ospedale, colpiti dalle più ripugnanti malattie. Fra i dannati i due incontrano Griffolino d'Arezzo e Capocchio da Siena, appoggiati l'uno alle spalle dell'altro e intenti a grattarsi le croste della scabbia che li punisce per aver falsificato i metalli praticando l'alchimia. Dante commenta l'episodio lamentando la vanità dei senesi, confermata anche da Capocchio che elenca ironicamente alcuni suoi concittadini famosi per la loro vita dissipata.

Inferno XXX

Improvvisamente compaiono due anime, pazze di furore: l'una si avventa su Capocchio da Siena, e azzannandolo al collo lo trascina, l'altra su Griffolino. Ma prima di essere sbranato, l'aretino rivela a Dante l'identità e il peccato dei due: sono il fiorentino Gianni Schicchi e Mirra, che si finsero un'altra persona per ottenere favori da un testamento l'uno, l'altra per commettere adulterio con il padre. Quindi a Dante appare un dannato, con il ventre rigonfio per l'idropisia, che confessa di essere maestro Adamo, e di aver falsificato il fiorino di Firenze su incarico dei conti Guidi da Romena, nel Casentino. Su invito di Dante, maestro Adamo denuncia l'identità di due suoi compagni di pena che sembrano fumare per la febbre: l'una è la moglie di Putifarre che accusò ingiustamente Giuseppe, l'altro falsario di parola è il greco Sinone che, fingendosi amico, convinse i troiani a far entrare il cavallo dell'inganno in città. Sinone reagisce alla denuncia di maestro Adamo, e i due danno vita a una rissa fatta di tragicomici colpi e di reciproche accuse. Dante rimane intento a seguire la lite fino a che non lo distolgono i rimproveri di Virgilio per aver dimostrato tanto volgare interesse.

Inferno XXXI

Dante e Virgilio lasciano Malebolge, e, superato l'ultimo argine roccioso, si ritrovano immersi nel crepuscolo e odono un suono di corno più terribile di quello lanciato da Orlando a Roncisvalle. Per la scarsa luce Dante crede di vedere le torri di una città che sono invece, gli spiega Virgilio, giganti conficcati attorno al pozzo dalla vita in giù: via via che si avvicinano diminuisce l'errore e aumenta la paura di Dante. Giunti ai margini del pozzo Virgilio mostra al suo allievo Nembrot, il gigante responsabile della costruzione della torre di Babele, reso ora incapace di parlare una lingua comprensibile, poi Fialte che sfidò Giove tentando di scalare l'Olimpo e ora è incatenato in modo da non potersi muovere, mentre Briareo, di cui Dante ha chiesto notizie, è immobilizzato più lontano e non è visibile. Accanto a Nembrot è conficcato Anteo, il gigante ucciso da Ercole, libero da catene perché non prese parte alla rivolta contro Giove: dopo averlo blandito, Virgilio gli chiede di trasportarlo sul fondo del pozzo. Anteo non può opporsi alla richiesta, quindi distende la mano e afferra Virgilio, che a sua volta stringe a sé Dante; infine depone i due sulla distesa ghiacciata di Cocito

Inferno XXXII

Dante e Virgilio sono deposti dal gigante Anteo nel nono cerchio, sulla distesa ghiacciata del fiume Cocito, nella quale sono conficcati i traditori, lividi e tremanti per il freddo. Nella prima zona, detta Caina, sono puniti i traditori dei congiunti, conficcati nel ghiaccio fino alla cintola e con i visi rivolti a terra: fra questi peccatori Dante vede uniti insieme dal gelo i fratelli Napoleone e Alessandro dei conti Alberti, che ancora si dimostrano ira reciproca; quindi Camicione dei Pazzi gli indica altri traditori di parenti, Mordret che attentò alla vita di re Artù, il pistoiese Focaccia dei Cancellieri e il fiorentino Sassolo Mascheroni. Dante e Virgilio si spostano nella seconda regione di Cocito, Antenora, dove sono puniti i traditori della patria, infissi nel ghiaccio fino al volto: Dante inavvertitamente colpisce con il piede un peccatore che, nonostante le minacce del vivo, si rifiuta di dichiarare la sua identità. Viene però smascherato da un compagno di pena: è il guelfo Bocca degli Abati, che durante la battaglia di Montaperti tradì la sua parte e ne causò la sconfitta, per poi goderne i vantaggi passando ai ghibellini. Per vendicarsi Bocca rivela l'identità di chi lo ha appena denunciato, il cremonese Buoso da Duera che tradì Manfredi per il denaro degli Angiò, e fa il nome di altri suoi compagni di pena, il pavese Tesauro dei Beccaria, il fiorentino Gianni dei Sodanieri, Gano di Maganza e Tebaldello Zambrasi, ricordando il tradimento di ognuno. Infine due peccatori conficcati insieme nel ghiaccio attirano l'attenzione di Dante, che domanda la ragione per cui l'uno è intento a rodere il cranio dell'altro.

Inferno XXXIII

Il peccatore intento a rodere il cranio del compagno narra la sua storia e illustra i motivi del suo gesto bestiale: è il conte Ugolino della Gherardesca, podestà di Pisa dopo la sconfitta della Meloria (1284), accusato di essersi accordato con la parte guelfa e di aver ceduto dei castelli di proprietà comunale ai rivali lucchesi, per questo imprigionato insieme ai suoi quattro figli nella torre della fame dall'arcivescovo ghibellino Ruggieri degli Ubaldini, di cui ora si ciba per l'eternità. Il racconto di Ugolino è dettagliato solo riguardo alla prigionia e alla morte per fame dei suoi figli, preceduta dall'offerta al padre di cibarsi di loro. Dante commenta il racconto con una dura invettiva contro Pisa, novella Tebe, carnefice anche dei figli innocenti. Quindi con Virgilio entra in Tolomea, la terza regione di Cocito, dove giacciono supini i traditori degli ospiti, le cui lacrime ghiacciate formano una visiera sugli occhi. Dante avverte la presenza di un vento di cui chiede ragione a Virgilio, ma la guida rimanda la risposta a quando la causa sarà visibile. Con una promessa che poi non mantiene, Dante induce a parlare il frate godente Alberigo dei Manfredi, che spiega come le anime dei traditori degli ospiti vengano mandate in Tolomea ancor prima della morte dei corpi, nei quali vengono sostituite da un demonio: l'esempio è fornito dal suo compagno di dannazione, il genovese Branca Doria assassino del suocero Michele Zanche, che al momento della finzione narrativa era ancora vivo. Il canto si chiude con una dura invettiva contro i genovesi.

Inferno XXXIV

Dante e Virgilio arrivano nell'ultima regione di Cocito e dell'intero Inferno, nella Giudecca dove sono puniti i traditori dei benefattori, che giacciono in quattro posizioni diverse ma sono tutti irriconoscibili perché completamente inglobati nel ghiaccio. Al centro della distesa è conficcato fino alla cintola Lucifero, imperatore infernale, tanto bello prima del tradimento quanto mostruoso ora: ha tre facce, una giallognola, una rossa e una nera, e sei ali di pipistrello che sbattendo danno origine ai tre venti infernali che gelano Cocito e che avevano in precedenza suscitato la curiosità di Dante. Nelle tre bocche di Lucifero sono martoriati i tre maggiori traditori, di Dio e dell'impero: Giuda Iscariota al centro, visibile solo per le gambe che dimena, ai lati Bruto e Cassio che penzolano all'esterno con la testa. Quindi Dante si stringe a Virgilio che al momento oppurtuno si aggrappa al corpo peloso di Lucifero e inizia la discesa; arrivati alle anche del re infernale i due si capovolgono, e continuano l'arrampicata questa volta risalendo, tanto che Dante crede di ritornare all'Inferno. Invece i due si ritrovano a percorrere un passaggio nella roccia: Dante chiede spiegazioni, e scopre così di aver passato il centro della terra al momento del cambio di posizione durante la discesa e di stare ora risalendo verso l'emisfero occupato dalle acque, dove è giorno quando sull'altro è notte, e dove si trova la montagna del Purgatorio. Da questa parte cadde Lucifero, fino a conficcarsi al centro del globo, a testa in giù rispetto all'eden. Infine Virgilio e Dante, guidati dal suono di un ruscello, escono all'aria aperta.








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