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IL MONDO CHE CAMBIA. COME LA GLOBALIZZAZIONE RIDISEGNA LA NOSTRA VITA di Giddens

sociologia



IL MONDO CHE CAMBIA. COME LA GLOBALIZZAZIONE RIDISEGNA LA NOSTRA VITA di Giddens


  1. GLOBALIZZAZIONE.

Il problema è che viviamo in un mondo in trasformazione, che condiziona qualunque cosa noi facciamo. Nel bene e nel male, siamo catapultati in un ordine globale che nessuno comprende del tutto, ma che sta estendendo i suoi effetti su tutti noi. La globalizzazione può prospettare un mondo non particolarmente attraente o raffinato, ma nessuno che voglia comprendere in che direzione si muova il nuovo secolo può ignorarla. La globalizzazione è ovunque un oggetto di intenso dibattito. Nessun discorso politico può dirsi anzi completo se non vi si richiama. Eppure, ancora all'inizio degli anni 80 non era pressoché usato, nella letteratura accademica come nel linguaggio comune: si potrebbe dire che è venuto dal nulla per diffondersi dappertutto. Data la sua improvvisa popolarità, non c'è da stupirsi che il significato del concetto non sempre sia chiaro, né che abbia provocato una reazione intellettuale. Globalizzazione ha qualcosa a che fare con la tesi secondo cui noi tutti viviamo in un mondo unico: ma in che modo esattamente?? L'idea è davvero valida?? Si stanno assumendo posizioni molto diverse fra loro:

alcuni, che chiamerei "scettici", mettono in discussione l'idea nel suo insieme: secondo loro, tutto il discorso sulla globalizzazione si riduce a chiacchiere, poiché, quali siano i suoi benefici, le sue vicissitudini e difficoltà, l'economia globale non è di specie diversa da quelle di altri periodi. Il mondo, insomma, secondo loro, va avanti come fa da tanto tempo



altri, li potremmo chiamare "radicali" perché sostengono non solo che la globalizzazione è qualcosa di molto concreto, ma che i suoi effetti sono ormai tangibili ovunque

Il mercato globale è molto più sviluppato che negli anni 60 o 70 ed è indifferente ai confini delle nazioni, le quali hanno perso gran parte della sovranità che avevano un tempo, così come i politici hanno perso la loro capacità di influire sugli eventi: non c'è dunque da stupirsi che ormai nessuno rispetti più i leader politici, né abbia interesse a quanto essi dicono. L'epoca dello stato-nazione è finita. Gli scettici tendono a schierarsi a sinistra: secondo loro, insomma, poiché la globalizzazione è essenzialmente un mito, i governi potranno continuare a controllare la vita economica e il welfare state rimarrà intatto; tale concetto, secondo gli scettici, non sarebbe che un trucco ideato dai sostenitori del libero mercato per smantellare il welfare e tagliare alla radice le spese dello stato. Chi ha ragione?? Personalmente propendo per i radicali. Il livello dello scambio mondiale infatti è molto più alto oggi che in qualsiasi altra epoca e comprende un sempre maggior numero di beni e servizi, ma la differenza vera sta nel livello dei flussi finanziari e di capitale. Legata come è al denaro elettronico (denaro che esiste solo sotto forma di dato nel computer) l'attuale economia mondiale non ha equivalenti nel passato. Attraverso un semplice clic del mouse, si possono facilmente destabilizzare quelle che sembravano solide economie. Quale che sia il valore del denaro che abbiamo in tasca o sul nostro conto bancario, esso muta da un istante all'altro a causa delle fluttuazioni su questi mercati. La globalizzazione, quindi, così come la stiamo vivendo, è sotto molti aspetti non solo nuova, ma rivoluzionaria. Eppure, non credo che né gli scettici né i radicali abbiamo pienamente compreso che cosa essa sia o quali siano le sue implicazioni per noi. L'errore di entrambi è quello di vedere il fenomeno soltanto nei suoi termini economici. La globalizzazione è infatti politica, culturale e tecnologica, oltre che economica, e si è diffusa soprattutto con lo sviluppo dei sistemi di comunicazione, dalla fine degli anni 70 in poi. A metà dell'800 Samuel Morse diede il via ad una nuova era nella storia: mai prima di allora un messaggio era stato trasmesso senza che qualcuno ne fosse portatore fisicamente. Ora, per la prima volta, è possibile la comunicazione istantanea da una parte all'altra del pianeta. La comunicazione elettronica istantanea non è soltanto un modo per trasmettere più velocemente notizie o informazioni; la sua esistenza altera la struttura stessa delle nostre vite, ricchi e poveri insieme. Si può dire che, quando l'immagine di Nelson Mandela ci risulta più famigliare della faccia del nostro vicino di casa, allora qualcosa è cambiato nella natura della nostra esperienza quotidiana. Nelson Mandela è infatti una celebrità globale, ma la celebrità stessa è un prodotto delle nuove tecnologie di comunicazione. L'estensione delle tecnologie medianiche cresce poi ad ogni ondata di innovazione. È sbagliato pensare che la globalizzazione riguardi solo i grandi sistemi, come l'ordine finanziario mondiale: essa non tocca solo ciò che sta "fuori", remoto e distante dall'individuo, ma è anche un fenomeno interno, che influisce sugli aspetti intimi e personali della nostra vita. Il dibattito sui valori familiari che si sta svolgendo in tanti paesi potrebbe sembrare, per esempio, ben distante dalle influenze della globalizzazione, ma non è così. I sistemi familiari tradizionali si stanno trasformando, o sono comunque in crisi in tanti parti del mondo, soprattutto perché le donne reclamano maggiori opportunità. Non sono mai esistite prima società in cui le donne siano state considerate pressoché uguali agli uomini; siamo di fronte ad un'autentica rivoluzione globale nella vita quotidiana, le conseguenze della quale si stanno sentendo in tutto il mondo, nell'ambito del lavoro come in quello della politica. La globalizzazione è dunque un complesso insieme di processi, non uno soltanto, un insieme che opera in maniera contraddittoria e conflittuale. La maggior parte della gente crede che la globalizzazione sia semplicemente il "trasferire" il potere o l'influenza dalle comunità locali e dalle nazioni nell'arena globale, ma questa è una delle sue conseguenze: le nazioni in realtà perdono parte del potere economico che avevano. Ma ciò comporta anche un effetto opposto: la globalizzazione non spinge solo verso l'alto ma anche verso il basso, creando nuove pressioni a favore dell'autonomia locale. La nazione diventa non solo troppo piccola per risolvere i grossi problemi ma anche troppo ampia per risol 141d35b vere quelli piccoli. Alla globalizzazione si deve la rinascita di identità culturali in varie parti del mondo. Il nazionalismo locale sorge come risposta alle tendenze globalizzanti, nella misura in cui si indebolisce la tenuta dei vecchi stati-nazione. La globalizzazione deforma inoltre i confini, creando nuove zone economiche e culturali dentro e attraverso le nazioni (es dell'Italia settentrionale). Questi cambiamenti sono favoriti da una gamma di fattori, alcuni dei quali strutturali, altri più specifici e storici. Le influenze economiche sono certamente fra le cause motrici, in particolare il sistema finanziario mondiale, ma non si tratta di forze della natura: sono state definite e innescate dalla tecnologia e dalla diffusione culturale, così come dalle decisioni governative di liberalizzare e deregolamentare le economie nazionali. Il crollo del comunismo sovietico ha aggiunto ulteriore peso a questi sviluppi, visto che ormai nessun significativo gruppo di paesi può dichiararsi fuori dal sistema economico capitalista. Questo crollo non è affatto capitato per caso ed è la globalizzazione a spiegare perché e come il comunismo sovietico sia andato incontro alla propria fine. L'Unione Sovietica e i paesi del suo blocco erano paragonabili all'Occidente in termini di tassi di crescita fino all'inizio degli anni 70 circa; da quel momento in poi, il collasso è stato inarrestabile. Il comunismo sovietico, centrato sulla conduzione statale delle imprese e sull'industria pesante, non poteva competere nell'economia globale elettronica. Neanche il controllo culturale e ideologico su cui era basata l'autorità politica comunista poteva sopravvivere più di tanto in un'epoca di mediatizzazione globale: il regime sovietico e quelli est europei non hanno potuto impedire la ricezione delle trasmissioni radiotelevisive occidentali e la televisione ha svolto un ruolo diretto nelle rivoluzioni del 1989, che giustamente sono state chiamate le prime "rivoluzioni televisive". Naturalmente, la globalizzazione non si sta affermando in modo imparziale e non è affatto pienamente benigna nelle sue conseguenze. Per tanti che vivino fuori dell'Europa e dell'America settentrionale, essa assume lo sgradevole aspetto dell'occidentalizzazione o, meglio, dell'americanizzazione, dal momento che gli Stati Uniti sono oggi la sola superpotenza con una posizione economica, culturale e militare dominante nell'ordine globale. Molte delle più visibili espressioni culturali della globalizzazione sono americane: Coca-Cola, McDonald's, Cnn. Una visione pessimistica considererebbe la globalizzazione soprattutto come una questione riguardante il nord industriale, rispetto alla quale la parte attiva delle società in via di sviluppo del sud è scarsa o nulla. In quest'ottica, la globalizzazione

distruggerebbe le culture locali

aumenterebbe le disparità a livello mondiale

peggiorerebbe la situazione dei più poveri

C'è chi sostiene che la globalizzazione stia creando un mondo fatto di vincitori e perdenti, di pochi destinati ad una facile prosperità, di molti condannati ad una vita di stenti e disperazione. E infatti le statistiche sono spaventose. In molti dei paesi meno sviluppati, inoltre, la legislazione in materia ambientale e di sicurezza è scarsa o inesistente, e certe imprese trasnazionali vi esportano merci di scarto o bandite nei paesi industriali. Più che un villaggio (village) globale, si potrebbe allora parlare di un saccheggio (pillage) globale. Insieme con i rischi ecologici ai quali è collegata, la crescente disuguaglianza è il problema più serio per la società mondiale. Non serve però addossarne tutta la responsabilità ai ricchi: a mio avviso "globalizzazione" oggi equivale solo in parte a "occidentalizzazione". Certo, le nazioni occidentali, e più in generale i paesi industrializzati, conservano ancora sugli affari mondiali un'influenza di gran lunga maggiore di quella dei paesi più poveri, ma la globalizzazione va sempre più decentrandosi, fuori dal controllo di gruppi di nazioni, come pure delle grandi corporations. I suoi effetti si sentono in Occidente come altrove. Questo è vero per il sistema finanziario mondiale così come per i mutamenti che riguardano la natura dei governi. Si sta sempre più affermando ciò che si potrebbe chiamare "colonialismo alla rovescia", ossia l'influenza dei paesi non occidentali sullo sviluppo dell'Occidente. La globalizzazione è una forza che promuove il bene comune?? Data la complessità del fenomeno, non è possibile rispondere in modo semplice. La gente che se lo chiede, e che accusa la globalizzazione per l'aggravarsi delle disuguaglianze mondiali, in genere pensa alla globalizzazione economica e, all'interno di questa, al libero mercato. Ora, è assolutamente certo che il libero mercato non è un puro beneficio: ciò è vero in particolare per quanto riguarda i paesi meno sviluppati. Spalancare un paese al libero mercato può compromettere un'economia di sussistenza locale: un'area che diventi dipendente dalla vendita di pochi prodotti sui mercati mondiali è molto vulnerabile alle variazioni dei prezzi così come ai mutamenti tecnologici. Il commercio ha sempre bisogno di una rete di istituzioni, come ogni altra forma di sviluppo economico. I mercati non possono essere creati dai processi economici stessi. Tuttavia, decidere di opporsi alla globalizzazione economica optando per il protezionismo economico sarebbe una strategia sbagliata. Esso non aiuterebbe lo sviluppo dei paesi più poveri e in quelli ricchi potrebbe favorire preoccupanti blocchi commerciali. I dibattiti sulla globalizzazione sono soprattutto concentrati sulle implicazioni per gli stati-nazione. La domanda che ci si pone è se questi ultimi e i loro leader politici nazionali abbiano ancora potere, oppure stiano diventando impotenti di fronte alle forze che ridisegnano il mondo. In realtà, gli uni e gli altri hanno ancora un ruolo ben definito e decisivo; ma nello stesso tempo lo stato-nazione sta cambiando sotto i nostri occhi e la politica economica nazionale non può essere efficace come un tempo. A seguito della fine della guerra fredda, la maggior parte delle nazioni non ha più nemici; le nazioni oggi fronteggiano rischi e pericoli, più che nemici, e ciò rappresenta un radicale cambiamento della loro natura più autentica. Questo poi non vale soltanto per la nazione: ovunque volgiamo lo sguardo, vediamo istituzioni che sembrano le stesse di sempre, che portano gli stessi nomi, ma che al loro interno stanno diventando qualcosa di completamente diverso. Continuiamo così a parlare di nazione, famiglia, lavoro, tradizione, natura, come se fossero uguali a ciò che erano in passato, anche se non lo sono più. Questi esempi rientrano nel gruppo di quelle che chiamo "istituzioni-guscio", ossia istituzioni divenute inadeguate a far fronte ai compiti che vengono loro richiesti. Nella misura in cui diventano sempre più consistenti, i cambiamenti che ho descritto creano qualcosa che non è mai esistito prima, cioè una società globale cosmopolita: noi siamo la prima generazione a vivere in questa società, i contorni della quale riusciamo a distinguere a malapena. Non si tratta, almeno per il momento, di un ordine mosso da una volontà umana collettiva: piuttosto, esso cresce con modalità anarchiche e accidentali, sospinto da un misto di fattori. Non è definitivo né sicuro, bensì carico di incognite, nonché segnato da profonde divisioni. Molti di noi sentono l'azione di forze sulle quali non hanno potere. Riusciremo a ricondurle sotto la nostra volontà?? Io credo di sì. L'impotenza che proviamo non è segno di fallimento individuale, ma riflette l'inadeguatezza delle nostre istituzioni: è necessario ricostruire quelle che abbiamo, o crearne di nuove, perché la globalizzazione non è un incidente nelle nostre vite di sempre. È il cambiamento delle condizioni stesse della nostra esistenza. È il modo in cui oggi viviamo.


  1. RISCHIO.

Enormi variazioni di temperatura, insieme con tutti gli uragani, tifoni e bufere che in numero crescente sono stati osservati negli anni recenti, sono il risultato dell'interferenza umana nel clima del globo?? Non possiamo esserne certi, ma dobbiamo ammetterne la possibilità. Come conseguenza dello sviluppo industriale globale, possiamo avere alterato il clima mondiale e danneggiato buona parte del nostro habitat terreste; non sappiamo quali altri cambiamenti ne risulteranno, né conosciamo i pericoli cui andremo incontro. Possiamo farci una ragione di questi problemi dicendo che sono tutti riconducibili al concetto di rischio. Questo concetto apparentemente semplice racchiude alcune delle caratteristiche basilari del mondo in cui oggi ci troviamo a vivere. A prima vista, il concetto di rischio non sembrerebbe avere oggi un peso particolare rispetto ai tempi passati: dopotutto, la gente non ha forse sempre dovuto affrontare la sua bella dose di rischio?? Tuttavia, oggi facciamo esperienza di qualcosa di veramente inedito. Il concetto di rischio è strettamente connesso con le idee di probabilità e di incertezza. Le culture tradizionali non avevano un concetto di rischio perché non ne avevano bisogno: rischio, infatti, non è lo stesso che azzardo o pericolo, ma si riferisce a scelte azzardate che sono attivamente perseguite in vista di possibilità future. Comincia quindi ad essere largamente usato solo in una società orientata verso il futuro, che vede il futuro proprio come un territorio da conquistare o colonizzare. Il rischio presuppone una società attivamente impegnata a rompere con il suo passato: caratteristica fondamentale, infatti, della civiltà industriale moderna. Tutte le precedenti culture vivevano rivolte al passato, si servivano delle idee di fato, fortuna o volontà degli dei nei casi in cui noi oggi introdurremmo l'idea di rischio. Idee, naturalmente, che non scompaiono del tutto con la modernizzazione: le credenze magiche, i concetti di fato e fortuna, l'astrologia hanno ancora un seguito, ma spesso diventano superstizioni, a cui si crede solo a metà, seguendole in modo un po' imbarazzato e affiancandole a decisioni di natura probabilistica. Eppure, assumere rischi è anche condizione di eccitazione e avventura. È vero anche che una positiva assunzione di rischio sta alla base di quell'energia che crea la ricchezza in un'economia moderna. Il rischio è inoltre il dinamismo che muove una società legata allo scambio, che intende determinare il proprio futuro anziché lasciarlo alla religione, alla tradizione o ai capricci della natura. Il capitalismo moderno si differenzia da ogni altra precedente forma di sistema economico proprio per il suo atteggiamento verso il futuro. Si innesta nel futuro calcolando i profitti e le perdite a venire, e quindi i rischi, come un processo continuo. Naturalmente, è normale desiderare di ridurre il più possibile molti rischi, come quelli legati alla salute: questo spiega perché l'idea di rischio si accompagna a quella di assicurazione. In questo senso, non bisogna pensare solo alle assicurazioni private o commerciali: lo stesso welfare state è un sistema di gestione del rischio. Costituisce una protezione contro quegli inconvenienti che un tempo erano considerati come volere degli dei: malattia, infortuni, perdita del lavoro e vecchiaia. L'assicurazione è la soglia rispetto alla quale le persone sono pronte ad assumere rischi, è la base di sicurezza dalla quale il destino viene spodestato a favore di un impegno attivo verso il futuro. Coloro che forniscono forme di assicurazione non fanno che ridistribuire il rischio: se qualcuno stipula un'assicurazione contro l'incendio della propria abitazione, il rischio non svanisce affatto. Per tutte queste ragioni, l'idea di rischio ha sempre fatto parte della modernità, ma attualmente assume un'importanza inedita e peculiare. Se, infatti, il rischio è sempre stato pensato come un modo di affrontare il futuro, di gestirlo e di condurlo sotto il nostro dominio, le cose non stanno oggi in questi termini: i nostri tentativi di controllare il futuro tendono a ritorcersi contro di noi, costringendoci a considerare modi diversi di rapportarci con l'incertezza. Occorre distinguere 2 tipi di rischio:

I.    il "rischio esterno" è quel rischio proveniente dall'esterno, dagli elementi fissi della natura e della tradizione

II.  il "rischio costruito" è invece quel rischio riconducibile all'impatto della nostra conoscenza manipolatoria sul mondo " si riferisce a situazioni di rischio rispetto alle quali ci manca la possibilità di raffronti storici ed è direttamente influenzato dall'intensificarsi della globalizzazione (es: aumento della temperatura globale)

Il modo migliore per chiarire la differenza fra i 2 tipi di rischi è il seguente. In tutte le culture tradizionali, e anche nella società industriale fino alla soglia dell'epoca attuale, gli essere umani si sono preoccupati dei rischi derivanti dalla natura esterna (cattivi raccolti, inondazioni, pestilenze, carestie). Ad un certo punto, tuttavia (molto recentemente in termini storici), abbiamo cominciato a preoccuparci meno di quello che la natura può farci, e più di quello che noi stiamo facendo alla natura; ciò segna la transizione dal predominio del rischio esterno a quello del rischio costruito. I "noi che si preoccupano" si riferisce a noi tutti, a prescindere dal fatto che apparteniamo alle aree più ricche o a quelle più povere delle terra. Nello stesso tempo, è ovvio che esiste una differenza che separa le regioni ricche dal resto: molti rischi più "tradizionali" (es: il rischio di carestia quando il raccolto è cattivo) esistono ancora nei paesi più poveri e si sovrappongono ai nuovi rischi. La nostra società vive dopo la fine della natura: con ciò ci si riferisce al fatto che sono ormai ben pochi gli aspetti dell'ambiente fisico circostante che non siano stati in qualche modo toccati dall'intervento umano. Gran parte di ciò che consideravamo naturale non è più completamente tale, sebbene non possiamo essere mai sicuri del confine tra le 2 condizioni. Il rischio costruito non riguarda soltanto la natura o ciò che consideravamo natura, ma penetra in altri ambiti della vita: si prendano, per esempio, il matrimonio e la famiglia, oggi in via di profonde trasformazioni nei paesi industriali e, in una certa misura, a livello mondiale. In quei paesi in cui i modi tradizionali di fare le cose si stanno dissolvendo, gli individui partono per l'ignoto, come pionieri, ed è allora inevitabile che in situazioni come il matrimonio, comincino a pensare in termini di rischio (che se ne rendano conto o meno). Si deve fare i conti con un futuro personale molto più aperto che in passato, con tutte le opportunità e tutte le incognite che ciò comporta. Mano a mano che si espande il rischio costruito, nel rischiare si aggiunge rischio al rischio. Il sorgere dell'idea rischio era strettamente legato alla possibilità di calcolo, e su questa connessione è basata la maggior parte delle assicurazioni. Nelle situazioni di rischio costruito, noi non sappiamo quale sia il livello di rischio, e in molti casi non lo sappiamo finché non è troppo tardi (es: l'incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, il caso della "mucca pazza", la questione del cambiamento climatico). In queste circostanze, si è creato un nuovo clima morale in politica, marcato da un tira e molla fra accuse di allarmismo da una parte, e di insabbiamento dall'altra. Chiunque individui seriamente un rischio deve dichiararlo pubblicamente a gran voce perché la gente si convinca che il rischio è reale. Ma se si solleva il caso con forza e il rischio si rivela minimo, coloro che hanno agitato la minaccia saranno accusati di allarmismo. Supponiamo, tuttavia, che le autorità decidano inizialmente che il rischio non sia grande: in situazioni del genere, se le cose vanno diversamente, le autorità saranno accusate di insabbiamento e favoreggiamento. Oggi il nostro rapporto con la scienza e con la tecnologia è diverso da quello dei tempi passati. Prima la scienza era qualcosa che la gente comune rispettava, ma era esterna alle loro attività. I profani accettavano le opinioni degli esperti e si rimettevano ad essi. Oggi non possiamo semplicemente "accettare" le scoperte degli scienziati, se non altri perché questi ultimi sono spesso in disaccordo fra loro, in particolare nelle situazioni di rischio costruito: inoltre oggi chiunque riconosce il carattere mutevole della scienza. Alcuni sostengono che il modo più efficace per far fronte all'insorgere del rischio costruito sia limitare la responsabilità adottando il cosiddetto "principio precauzionale": esso sostiene che si deve intraprendere un'azione su problemi ambientali (e, di conseguenza, su altri tipi di rischio) anche in assenza di prove scientifiche certe su tali rischi. Eppure il principio precauzionale non è sempre utile, né sempre applicabile come mezzo per far fronte ai problemi di rischio e responsabilità. L'ordine di "attenersi alla natura" o di limitare l'innovazione, invece di convertirsi completamente ad essa, non sempre può essere applicato. La ragione è che l'equilibrio fra vantaggi e pericoli del progresso scientifico e tecnologico, come di altre forme di cambiamento sociale, è difficile da valutare. I rischi comprendono numerose incognite o, meglio, "incognite note", data la pronunciata tendenza del mondo a sorprenderci. Ci possono essere altre conseguenze che nessuno ha ancora previsto. Ad esempio, visto che la pressione a coltivare, e a consumare, prodotti geneticamente modificati deriva in parte da meri interessi commerciali, non sarebbe forse il caso di mettere tutto al bando?? Anche ammesso che un blocco del genere sia praticabile, le cose non sono così semplici. L'agricoltura intensiva praticata oggi non è sostenibile all'infinito; essa prevede l'impiego di grandi quantità di fertilizzanti chimici e di insetticidi, disastrosi per l'ambiente. Non possiamo d'altra parte tornare a modi più tradizionali di coltivazione e sperare così di sfamare la popolazione mondiale. Le colture geneticamente modificate potrebbero ridurre l'impiego di inquinanti chimici, e contribuire quindi a risolvere questi problemi. In qualunque modo la si veda, siamo tutti coinvolti nella gestione del rischio. Con l'estendersi del rischio costruito, gli stati non possono pretendere che tale gestione non rientri nei loro compiti, e devono collaborare fra loro, poiché sono ben pochi i rischi di nuovo genere che riguardino solo singole nazioni. Ma neppure come semplici individui possiamo ignorare questi nuovi rischi, o aspettare che siano confermati da prove scientifiche definitive. CONCLUSIONI: la nostra epoca non è più pericolosa (né più rischiosa) di quelle delle precedenti generazioni, ma si è spostata la bilancia dei rischi e dei pericoli. Viviamo in un mondo nel quale i rischi creati da noi stessi sono tanto minacciosi quanto quelli che provengono dal mondo esterno (se non di più). Alcuni fra questi sono davvero catastrofici (es: il rischio ecologico globale, la proliferazione nucleare, la fusione dell'economia mondiale), altri ci riguardano più da vicino come individui (es: quelli connessi alla dieta, alla medicina, al matrimonio). Un'epoca come la nostra inevitabilmente finisce con l'alimentare forme religiose e svariate filosofie new age che si contrappongono all'impostazione scientifica: certi ambientalisti sono diventati ostili alla scienza e addirittura al pensiero razionale in generale a causa dei rischi ecologici. Un atteggiamento che non ha molto senso: non sapremmo nulla di questi rischi senza l'analisi scientifica. Comunque, il nostro rapporto con la scienza non è né può essere lo stesso dei tempi passati. Molti disastri avrebbero potuto essere evitati se si fosse aperto un dialogo pubblico sul cambiamento tecnologico e sulle sue problematiche. Un maggiore impegno politico nei confronti della scienza e della tecnologia non risolverebbe l'eterna diatriba fra allarmisti e minimizzatori, ma ci permetterebbe di ridurre alcune delle dannose conseguenze da essa derivanti. Non è davvero il caso di assumere un atteggiamento meramente negativo nei confronti del rischio: esso ha certo bisogno di essere disciplinato, ma un'attiva assunzione del rischio sta al centro di un'economia dinamica e di una società innovativa. Vivere in un'era globale significa venire a patti con tutta una tipologia di nuove situazioni di rischio. Il più delle volte sarebbe meglio mostrare coraggio anziché cautela nel sostenere l'innovazione scientifica e altre forme di cambiamento.




  1. TRADIZIONE.

Tradizioni e costumi sono stati il pane quotidiano delle persone nell'arco di quasi tutta la storia umana. Eppure è impressionante quanto poco interesse mostrino a tale proposito studiosi e pensatori: mentre si hanno discussioni interminabili sulla modernizzazione e su cosa significhi essere moderni, pochissime riguardano la tradizione. È stato l'illuminismo settecentesco a dare alla tradizione una cattiva reputazione. Come dice uno dei suoi maggiori esponenti, il barone d'Holbach: "per molto tempo gli uomini sono stati istruiti a fissare gli occhi al cielo: facciamo ora che li rivolgano verso la terra. Frastornata da un'inconcepibile teologia, da favole ridicole, misteri impenetrabili, cerimonie puerili, ora la mente umana dovrà dedicarsi allo studio della natura, agli oggetti concreti, alle verità sensibili, alla conoscenza utile". È chiaro che d'Holbach non intende affrontare seriamente la tradizione e il suo ruolo nella società: la tradizione è qui vista soltanto come il lato oscuro della modernità, un'espressione assurda che può essere facilmente spazzata via. Se però vogliamo veramente fare i conti con la tradizione non possiamo trattarla come una stravaganza. Le radici linguistiche della parola "tradizione" sono antiche e risalgono al termine latino tradere, che significa trasmettere, o dare qualcosa a qualcuno affinché lo conservi. Il termine "tradizione", così come viene usato oggi, è in realtà un prodotto degli ultimi 200 anni in Europa. Proprio come il concetto di rischio, in epoca medievale non c'era alcun concetto di tradizione; non c'era bisogno di una parola del genere, proprio perché tradizione e costumi erano ovunque. Anche l'idea di tradizione, quindi, è una creazione della modernità. Questo non significa che non si possa usarla in relazione alle società pre-moderne o non occidentali, ma solo che occorre una certa cautela nel parlare di tradizione. Identificando la tradizione con il dogma e l'ignoranza, i pensatori illuministi cercavano di giustificare la loro attrazione per il nuovo. Sganciandoci dai pregiudizi dell'illuminismo, come possiamo comprendere la tradizione?? Tradizioni e costumi

non sono autentici, sono imposti

più di quanto non siano cresciuti spontaneamente, sono usati come strumenti di potere

non esistono da tempi immemorabili

è generalmente falsa la loro presunta continuità con un passato di lungo periodo

Portando all'estremo la tesi, si potrebbe dire che tutte le tradizioni sono inventate: nessuna società tradizionale è mai stata del tutto tradizionale, e tradizioni e costumi sono sempre stati creati per una molteplicità di ragioni. Non dobbiamo quindi pensare che la costruzione consapevole della tradizione sia caratteristica del mondo moderno. Le tradizioni, costruite intenzionalmente o meno, incorporano sempre potere: re, imperatori, preti e altri ne hanno sempre inventate su misura per i propri scopi e per legittimare il proprio potere. È un mito pensare alle tradizioni come a qualcosa di difficile da cambiare: le tradizioni evolvono nel tempo, ma possono anche essere improvvisamente alterate o trasformate. Certe tradizioni, naturalmente, come quelle associate alle grandi religioni (es: alcune prescrizioni fondamentali dell'islam), durano per centinaia di anni; ma quale che sia questa continuità, essa va comunque di pari passo con molti cambiamenti, anche rivoluzionari, in base ai quali le dottrine vengono interpretare e alterate: non esiste qualcosa come una tradizione completamente pura. È del tutto sbagliato pensare che per diventare tradizione certi simboli e pratiche debbano esistere da secoli: la durata nel tempo non è la caratteristica chiave per definire la tradizione, né per definire il suo parente più stretto, il costume. Le caratteristiche distintive della tradizione sono piuttosto il rito e la ripetizione; le tradizioni inoltre sono sempre priorità di gruppi, comunità o collettività. Gli individui possono seguire le tradizioni e i costumi, ma le tradizioni non sono una qualità del comportamento individuale come, per esempio, le abitudini. Ciò che è distintivo della tradizione è che essa definisce una specie di verità. Per chi segue una pratica tradizionale, le domane non hanno risposte alternative: per quanto possa cambiare, una tradizione fornisce sempre un quadro per l'azione che raramente viene messo in discussione. In genere le tradizioni hanno guardiani (saggi, preti, oracoli) che non sono equivalenti agli esperti: essi derivano la loro posizione e il loro potere dal fatto di essere gli unici capaci di interpretare la verità rituale della tradizione. L'illuminismo cercò di distruggere l'autorità delle tradizione, riuscendovi solo in parte: molte tradizioni furono reinventate e altre furono istituite ex novo; si ebbe poi uno sforzo congiunto da parte di certi settori della società per proteggere o adattare le vecchie tradizioni. Dopotutto, è essenzialmente questo il senso delle filosofie conservatrici: la tradizione rappresenta il concetto basilare del conservatorismo, dal momento che i conservatori credono che essa contenga una saggezza accumulata nel tempo. Un'ulteriore ragione del persistere della tradizione nei paesi industriali è che i cambiamenti istituzionali operati dalla modernità erano ampiamente limitati alle istituzioni pubbliche, specialmente al governo e all'economia. I modi tradizionali di fare le cose tendevano così a persistere, o a ricostruirsi, in molti altri settori della vita, ad esempio nella vita quotidiana. Si potrebbe anche dire che ci fu una sorta di simbiosi fra modernità e tradizione: nella maggior parte dei paesi, per esempio, famiglia, sessualità e divisioni fra i sessi rimasero pesantemente sotto il controllo della tradizione e del costume. Per effetto della globalizzazione sono oggi in atto 2 mutamenti fondamentali:

nei paesi occidentali, non solo le istituzioni pubbliche, ma anche la vita quotidiana si stanno liberando dal peso della tradizione

altre società nel mondo rimaste più tradizionali stanno rapidamente perdendo questa loro caratteristica

È secondo me questo il nocciolo della società cosmopolita globale che sta emergendo. La nostra è una società che vive anche dopo la fine della tradizione. Ciò non significa che la tradizione stia scomparendo, come volevano i pensatori illuministi; al contrario, in versioni diverse essa continua a fiorire ovunque. Ma sempre meno si tratta di una tradizione vissuta "in maniera tradizionale", cioè difendendo le attività tradizionali attraverso riti e simboli specifici, e la tradizione stessa attraverso il suo richiamo interno alla verità. Un mondo in cui la modernizzazione non sia confinata in un'area geografica, ma si faccia sentire globalmente, comporta un certo numero di conseguenze per la tradizione, che talvolta si mescola con la scienza in modi strani e interessanti. Spesso le tradizioni soccombono di fronte alla modernità, e questo capita in tutto il mondo: la tradizione che viene svuotata del suo contenuto e resa commerciale diventa eredità del passato o kitsch (= di cattivo gusto), come i ciondoli che si comprano nei negozi dell'aeroporto. Così come viene sviluppata da una specifica industria, la memoria è tradizione riconfezionata come spettacolo. Gli edifici restaurati nelle località turistiche possono essere splendidi, e il restauro può essere preciso fino all'ultimo dettaglio, ma la memoria così conservata è divisa dal flusso vitale della tradizione, che risiede nel suo rapporto con l'esperienza della vita quotidiana. Le tradizioni sono necessarie alla società: abbiamo bisogno delle tradizioni ed esse persisteranno sempre, perché danno continuità e forme alla vita. Si consideri la vita accademica, per esempio: tutti nel mondo accademico operano all'interno di tradizioni, la ragione è che nessuno potrebbe lavorare in un modo completamente eclettico. Senza tradizioni intellettuali, le idee non avrebbero centro, né direzione. Tuttavia, fa parte della vita accademica esplorare continuamente i limiti di queste tradizioni e incentivare lo scambio fra esse. La tradizione può essere perfettamente difesa in modo non tradizionale e, anzi, questo dovrebbe essere il suo futuro. Rito, cerimonia e ripetizione hanno infatti un'importante funzione sociale, cosa che viene ben compresa e usata da numerose organizzazioni, stati inclusi: le tradizioni continueranno ad essere sostenute nella misura in cui potranno effettivamente essere giustificate, non in termini di rituali interni, bensì come confronto con altre tradizioni o modi di fare le cose. Questo è vero anche per le tradizioni religiose. La religione è comunemente associata all'idea di fede, all'aspetto emotivo della credenza, ma in un mondo cosmopolita, sono sempre più le persone che hanno regolarmente contatto con altri che la pensano in modo diverso. Viene quindi richiesto di giustificare le proprie convinzioni, per lo meno in modo implicito, sia verso se stessi sia verso gli altri. In definitiva, non potrà che esserci una buona dose di razionalità nel persistere di osservanze e riti religiosi in una società che tende a liberarsi della tradizione. Accanto alla tradizione che cambia nelle sue funzioni, si introducono nelle nostre vite nuove dinamiche che possono essere riassunte come una sorta di tira e molla fra autonomia d'azione e costrizione da una parte, e fra cosmopolitismo e fondamentalismo dall'altra.

Dove si assiste ad un ritiro della tradizione siamo costretti a vivere in modo più aperto e riflessivo. Autonomia e libertà possono rimpiazzare il potere occulto della tradizione con una maggiore apertura alla discussione e al dialogo, ma queste libertà si portano dietro altri problemi. Una società che vive oltre la natura e la tradizione, ha comunque bisogno di decisionalità, nella vita quotidiana come in altri ambiti. Il lato oscuro della decisionalità è l'aumento di dipendenze e costrizioni.

tradizione " + autonomia e libertà nel modo di vivere " lato + : discussione e dialogo " + decisionalità " lato - : dipendenze e costrizioni



 





E qui assistiamo a qualcosa di veramente particolare e per certi versi inquietante. Riguarda per lo più i paesi ricchi, ma si diffonde anche altrove, nei gruppi meno benestanti. Ciò di cui sto parlando è l'estendersi dell'idea e della realtà della dipendenza. Il concetto di dipendenza originariamente si riferiva all'alcolismo e all'assunzione di droghe, ma oggi ogni settore di attività può scatenare dipendenza: si può essere assuefatti al lavoro, alla ginnastica, al cibo, al sesso o addirittura all'amore. La ragione è che tutte queste attività, come altre parti della vita, sono oggi molto meno impostate dalla tradizione e dai costumi di quanto non fossero un tempo. Al pari della tradizione, la dipendenza è in relazione con l'influenza del passato sul presente, e come nel caso della tradizione, la ripetizione ha un ruolo chiave; in questo caso il passato in questione è individuale piuttosto che collettivo, e la ripetizione è provocata dall'ansia. La dipendenza entra in gioco quando la scelta, che dovrebbe essere guidata dall'autonomia, viene rovesciata dall'ansia. Nella tradizione, il passato determina il presente attraverso credenze e sentimenti collettivamente condivisi. Anche l'assuefatto è schiavo del passato, ma nel senso che non può rompere con stili di vita che inizialmente erano stati scelti in piena libertà. Mentre l'influsso della tradizione e dei costumi si riduce a livello mondiale, cambia la base stessa della nostra identità, la percezione di sé. In situazioni più tradizionali, la percezione di sé è sostenuta soprattutto dalla stabilità delle posizioni sociali degli individui nella comunità; dove la tradizione fa difetto e le scelte individuali prevalgono, il sé ne risente. L'identità dev'essere creata e ricreata in modo molto più attivo di prima e ciò spiega perché terapie e consulenze di tutti i generi siano diventati così popolari in Occidente.

La lotta fra dipendenza e autonomia costituisce un polo della globalizzazione; all'altro polo troviamo lo scontro tra mentalità cosmopolita e fondamentalismo. Il fondamentalismo sorge come risposta alle spinte globalizzanti che ci avvolgono. La parola "fondamentalismo" è entrata in uso solo a partire dagli anni 60. Il fondamentalismo non è la stessa cosa di fanatismo o totalitarismo. I fondamentalisti invocano un ritorno alle scritture o testi sacri, da leggersi in modo letterale, e propongono che le dottrine derivanti da questo tipo di lettura siano applicate alla vita politica, economica e sociale. I fondamentalisti danno nuovo slancio e importanza ai "custodi" della tradizione, ritenuti i soli ad avere accesso all'"esatto significato" dei testi. Il clero o altri interpreti privilegiati acquistano così potere laico oltre che religioso. Fondamentalismo è un termine controverso, poiché molti di coloro che sono detti fondamentalisti dagli altri non accetterebbero per sé questo titolo. Penso tuttavia che sia possibile assegnare a questo termine un significato oggettivo, precisamente definendolo come "tradizione assediata". Il fondamentalismo è infatti una tradizione difesa in modo tradizionale, richiamandosi alla verità rituale, in un mondo globalizzante che esige ragioni. Non ha dunque nulla a che vedere con il contesto delle credenze, religiose o altro; ciò che importa è come la verità delle credenze viene difesa o sostenuta. Né il fondamentalismo riguarda la resistenza di culture più tradizionali nei confronti dell'occidentalizzazione, come rifiuto della decadenza occidentale, ma può radicarsi sul terreno di tradizioni di tutti i tipi. Non ha tempo per l'ambiguità, le interpretazioni molteplici o l'identità multipla: è rifiuto del dialogo in un mondo la cui pace e sopravvivenza dipendono proprio dal dialogo. Anche il fondamentalismo è figlio della globalizzazione, a cui reagisce e di cui nello stesso tempo si serve: quasi ovunque i gruppi fondamentalisti fanno ampio uso delle nuove tecnologie di comunicazione. Quale che sia la forma assunta (religiosa, etnica, nazionalista o direttamente politica), penso sia giusto considerare il fondamentalismo come un serio problema, poiché è legato alla possibilità di violenza ed è nemico dei valori cosmopoliti. Eppure, il fondamentalismo non è solo l'antitesi della modernità globalizzante, ma pone seri interrogativi, il principale dei quali è: possiamo vivere in un mondo dove più nulla è sacro?? Devo dire che non penso si possa. I cosmopoliti, fra i quali mi annovero, devono capire che tolleranza e dialogo possono e devono essere guidati da valori di tipo universale. Tutti noi abbiamo bisogno di un coinvolgimento morale che vada oltre le meschine circostanze della vita quotidiana: dovremmo prepararci a difendere attivamente questi valori ovunque siano scarsamente sviluppati o siano minacciati. Anche la morale cosmopolita dev'essere mossa dalla passione; nessuno di noi avrebbe nulla per cui vivere se non avessimo qualcosa per cui valga la pena di morire.


  1. FAMIGLIA.

Fra tutti i cambiamenti che sono in atto nel mondo, nessuno è più importante di quelli che riguardano le nostre vite personali: sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia. È in atto una rivoluzione globale nel modo in cui pensiamo noi stessi e in cui formiamo legami e connessioni con gli altri, una rivoluzione che avanza in modo non omogeneo nelle differenti culture e regioni, incontrando molte resistenze. Come per altri aspetti del mondo che cambia, non sappiamo affatto quale sarà il rapporto fra costi e benefici. Per certi aspetti queste sono le trasformazioni più difficili e sconvolgenti di tutte: molti di noi riescono il più delle volte a staccarsi dai problemi più ampi, e questa è una delle ragioni per cui è poi difficile lavorare insieme per risolverli, ma non possiamo astrarci dal vortice di cambiamento che giunge al cuore delle nostre vite emozionali. Ci sono pochi paesi al mondo dove non si svolga un intenso dibattito sulla parità sessuale, sulla regolamentazione della sessualità e sul futuro della famiglia, e dove questo non si verifica, è soprattutto per l'azione repressiva di governi autoritari o di gruppi fondamentalisti. In molti casi, queste controversie sono nazionali o locali, come lo sono le reazioni politiche e sociali ad esse. Ma le trasformazioni che riguardano le sfere personali ed emozionali vanno ben oltre i confini di un singolo paese: troviamo tendenze parallele quasi ovunque, in cui la differenza sta solo nel grado, a seconda del contesto culturale in cui hanno luogo. La famiglia è il luogo di scontro fra tradizione e modernità, ma di queste rappresenta anche la metafora; la perdita del paradiso familiare suscita forse più nostalgia che la perdita di qualsiasi altra istituzione radicata nel passato. I politici e i commentatori ogni giorno diagnosticano la rovina della vita familiare e invocano un ritorno alla famiglia tradizionale. "Famiglia tradizionale" è veramente una categoria piglia-tutto. Nelle diverse società e culture sono infatti esistiti ed esistono tanti tipi di famiglia e sistemi di parentela. Tuttavia, la famiglia nelle culture non-moderne aveva e ha certi tratti che più o meno si ritrovano ovunque:

la famiglia tradizionale era soprattutto un'unità economica. L'attività agricola normalmente coinvolgeva tutto il gruppo familiare, mentre fra i benestanti e l'aristocrazia la trasmissione della proprietà era la base principale del matrimonio. Il matrimonio non era contratto sulla base dell'attrazione amorosa

la disuguaglianza fra uomo e donna era intrinseca alla famiglia tradizionale. Le donne erano proprietà dei mariti o dei padri. La disuguaglianza si estendeva anche alla vita sessuale, all'interno della quale la doppia morale era direttamente connessa all'esigenza di assicurare continuità nella discendenza. Storicamente, gli uomini hanno sempre fatto largo ricorso ad amanti, cortigiane e prostitute. Gli uomini avevano anche bisogno di essere certi che le loro mogli fossero le madri dei loro figli: per questo, la dote principale per una ragazza rispettabile era la verginità e, nelle mogli, la costanza e la fedeltà. Le donne non erano gli unici componenti privi di diritti: anche i bambini non ne avevano. Essi non erano allevati per se stessi o per la soddisfazione dei loro genitori: si può quasi dire che i bambini non fossero riconosciuti come individui. Non che i genitori non amassero i figli, ma tenevano a loro per il contributo che potevano dare al comune impegno economico, più che considerarli per se stessi. Inoltre, il tasso di mortalità infantile era spaventoso

tranne che per certi gruppi elitari, la sessualità era sempre finalizzata alla riproduzione

la sessualità era dominata dall'idea della virtù femminile. La doppia morale sessuale fu centrale per tutte le società non moderne: l'idea si fondava sulla visione dualistica della sessualità femminile, segnata da una netta divisione fra la donna virtuosa da una parte e la donna libertina dall'altra. In molte culture, il dongiovannismo è stato elevato a tratto positivo della mascolinità; le libertine, invece, si collocano sempre oltre la soglia del lecito

anche l'atteggiamento verso l'omosessualità era governato da un misto di natura e tradizione. L'omosessualità, in ogni caso maschile, è stata tollerata o apertamente approvata, in più culture di quante invece non l'abbiano condannata. Gli adolescenti erano incoraggiati a stabilire relazioni omosessuali con uomini più adulti come forma di protezione sessuale; queste pratiche cessavano quando il giovane si fidanzava o sposava. Le società ostili all'omosessualità l'hanno invece di norma condannata come innaturale: gli atteggiamenti occidentali sono stati in genere i più estremisti

Naturalmente, ancora oggi esistono pregiudizi contro gli omosessuali, così come resta diffusa, fra uomini e donne, la visione dualistica della sessualità femminile. Nonostante ciò, nel corso degli ultimi decenni gli elementi di fondo della vita sessuale in Occidente sono cambiati in maniera essenziale: la separazione della sessualità dalla riproduzione è praticamente completata e per la prima volta la sessualità è diventata qualcosa da scoprire, modulare, modificare. Un tempo definita in strettissima relazione con il matrimonio e la legittimità, oggi la sessualità ha ormai poco a che vedere con essi. La crescente accettazione dell'omosessualità non va vista soltanto come conseguenza della tolleranza liberale: è anche il logico risultato della separazione della sessualità dalla riproduzione. Una sessualità non più definita in termini rigidi non può più essere dominata dall'eterosessualità. Quella che i suoi difensori nei paesi occidentali chiamano famiglia tradizionale rappresenta in realtà una fase tarda, di transizione nello sviluppo familiare degli anni 50: in quel periodo la percentuale di donne lavoratrici era ancora relativamente bassa ed era ancora difficile, specialmente per le donne, divorziare senza che questo implicasse un marchio di infamia. Tuttavia, uomini e donne in quel periodo erano molto più eguali di quanto fossero mai stati prima, sia di fatto sia di diritto; la famiglia aveva cessato di essere un'entità economica e l'idea di amore romantico come base del matrimonio aveva sostituito quella di matrimonio come contratto economico. Da allora la famiglia è ulteriormente cambiata. Solo una minoranza di persone vive oggi in quella che si può definire la famiglia standard anni 50: entrambi i genitori che vivono sotto lo stesso tetto con i figli avuti dal matrimonio, la mamma casalinga a tempo pieno e il papà che lavora e mantiene la famiglia. In certi paesi, quasi 1/3 delle nascite avviene fuori dal matrimonio, mentre la percentuale di persone che vivono sole ha subito un'impennata e sembra destinata a crescere ancora. Il matrimonio resta ancora molto diffuso in società che sono state appunto definite società ad alto tasso sia di matrimoni sia di divorzi. La maggior parte delle famiglie, tuttavia, si è trasformata man mano che la coppia vi ha assunto importanza centrale. Il matrimonio e la famiglia sono dunque diventati "istituzioni-guscio": si chiamano ancora allo stesso modo, ma al loro interno sono qualcosa di fondamentalmente diverso. Nella famiglia tradizionale, infatti, la coppia di sposi era solo una parte, spesso non la parte principale, del sistema familiare. Oggi la coppia, sposata o non sposata, è al centro della famiglia, dopo che il suo ruolo economico è scemato e l'amore, o meglio, l'amore più l'attrazione sessuale, sono diventate le basi per la formazione dei legami matrimoniali. Una volta formatasi, una coppia ha la propria storia esclusiva, la propria biografia basata sulla comunicazione emozionale o intimità. L'idea di intimità sembra vecchia, ma in realtà è nuovissima, poiché mai in passato il matrimonio si era fondato sull'intimità, sulla comunicazione emozionale. Senza dubbio era importante ai fini di un buon matrimonio, ma non ne era il presupposto. Per la coppia moderna, al contrario, la comunicazione è il primo elemento per cominciare un rapporto, così come per continuarlo. Nella famiglia tradizionale il matrimonio era quasi uno stato naturale; sia per gli uomini sia per le donne rappresentava una tappa della vita che quasi tutti attraversavano. Coloro che ne rimanevano fuori erano considerati con un certo disprezzo. Anche se statisticamente il matrimonio è ancora la condizione normale, per la maggior parte della gente il suo significato è del tutto cambiato. Matrimonio significa che una coppia si trova in una rapporto stabile e che promuove quella stabilità facendo una dichiarazione pubblica di impegno. Ma il matrimonio non è più l'elemento caratterizzante della coppia. La posizione dei figli in tutto questo è interessante e in qualche modo paradossale. Il nostro atteggiamento verso i bambini e la loro protezione è mutato radicalmente rispetto alle generazioni del passato: teniamo tanto ai bambini in parte perché sono diventati più rari, in parte perché la decisione di fare un figlio è ben differente da quello che era per le generazioni precedenti. Se nella famiglia tradizionale i bambini erano un beneficio economico, oggi nei paesi occidentali, al contrario, rappresentano un fardello economico per i genitori: avere un figlio è una decisione ben più netta e radicale di un tempo, ed è una decisione mossa da esigenze psicologiche ed emozionali. Ci sono 3 aree principali in cui la comunicazione emozionale e quindi l'intimità stanno sostituendo i vecchi legami che univano le vite individuali delle persone:

i rapporti d'amore e sessuali

i rapporti genitori-figli

l'amicizia

Per parlarne userò il termine di "relazione pura", intendendo con ciò un rapporto basato sulla comunicazione emozionale, in cui i vantaggi derivati da tale comunicazione sono il presupposto perché il rapporto continui. La relazione pura ha dinamiche del tutto diverse dai tipi più tradizionali di legami sociali: essa dipende da un processo di fiducia attiva che induce un soggetto ad aprirsi all'altro, condizione fondamentale perché sia dia l'intimità. È implicitamente democratica. Un buon rapporto è un ideale: molto spesso le relazioni con coniugi, amanti, figli e amici sono spesso confusi, conflittuali e insoddisfacenti, ma anche i principi della democrazia sono ideali, e spesso rimangono molto distanti dalla realtà. Un buon rapporto ha queste caratteristiche:

è una relazione fra eguali, dove ciascuna parte ha pari diritti e pari doveri

ciascuna persona ha rispetto per l'altra e da questa vuole il meglio

è basato sulla comunicazione, in modo che risulti essenziale la comprensione del punto di vista dell'altra persona: discutere, o dialogare, è la base che fa funzionare il rapporto, che funziona al meglio se le persone non si nascondono tropo l'una all'altra e, insomma, nutrono fiducia reciproca

la fiducia va coltivata, non può essere data per scontata

non deve conoscere potere ingiusto, costrizione o violenza



Quando applichiamo alle relazioni questi principi, in quanto ideali, arriviamo a parlare di qualcosa di veramente importante, vale a dire la possibilità di ciò che chiamerò una democrazia delle emozioni nella vita di tutti i giorni. Ciò mi sembra tanto importante quanto la democrazia politica ai fini di migliorare la qualità delle nostre vite. Materialmente, genitori e figli non possono, né devono, essere uguali: i genitori devono avere autorità sui bambini, nell'interesse di tutti. Tuttavia, i genitori dovrebbero presumere un'uguaglianza di principio. I bambini delle famiglie tradizionali erano e sono visti, ma non ascoltati. In una democrazia delle emozioni, invece, i bambini possono e devono dire la loro. Una democrazia delle emozioni non fa distinzione di principio fra relazioni eterosessuali e omosessuali. Molto più degli eterosessuali, i gay sono stati pionieri nella scoperta del nuovo mondo di relazioni e nell'esplorazione delle sue possibilità. Hanno dovuto esserlo, perché una volta usciti allo scoperto, non sarebbero stati in grado di sfruttare il normale sostegno del matrimonio tradizionale. Voler incentivare la democrazia delle emozioni non significa essere eccessivamente tolleranti circa i doveri familiari o le politiche pubbliche verso la famiglia: democrazia significa infatti accettazione dei doveri insieme ai diritti sanzionati dalla legge. La protezione dei bambini dev'essere il primo compito della legislazione e delle politiche pubbliche; il matrimonio, come impegno rituale, può aiutare a rendere più stabili unioni altrimenti a rischio di precarietà: se ciò vale per i rapporti eterosessuali, deve valere anche per quelli omosessuali. Tutto ciò fa sorgere numerose obiezioni, la più ovvia è che ho trattato qui solo della famiglia nei paesi occidentali: che dire delle aree dove la famiglia tradizionale resta ampiamente integra?? I cambiamenti osservabili in Occidente sono destinati a diventare globali?? Io penso che lo diventeranno: il problema non è se le forme esistenti di famiglia tradizionale verranno modificate, ma quando e come. L'emergente democrazia delle emozioni è la prima linea di battaglia fra cosmopolitismo e fondamentalismo. L'opposizione alla parità fra i sessi e alla libertà sessuale delle donne è una delle caratteristiche peculiari del fondamentalismo religioso in tutto il mondo. È sbagliato tanto sostenere che un tipo di famiglia valga l'altro quanto che il declino della famiglia tradizionale sia un disastro. Ribalto anzi la tesi di politici e fondamentalisti, sostenendo che il persistere della famiglia tradizionale o di certi suoi aspetti in molte parti del mondo è più preoccupante del suo declino. Infatti, quali sono le più importanti forze che promuovono la democrazia e lo sviluppo economico nei paesi più poveri?? La parità e l'istruzione delle donne. E cosa bisogna cambiare per rendere possibile ciò?? In primo luogo, la famiglia tradizionale. La parità sessuale non è soltanto uno dei fondamenti della democrazia, è rilevante anche per la felicità e la realizzazione di sé.


  1. DEMOCRAZIA.

Così si fa la storia sul finire del xx° secolo: la televisione non solo arriva prima, ma allestisce lo spettacolo. In un certo senso, la televisione aveva diritto di essere in prima fila, poiché ha avuto un'importante funzione nel creare le condizioni per la caduta del Muro, come più in generale nelle trasformazioni del 1989 in Europa orientale. La forza motrice delle rivoluzioni del 1989 era la democrazia, l'auto-governo: e la diffusione della democrazia è stata fortemente influenzata in epoca recente dall'avanzata della comunicazione globale. La democrazia è forse l'idea più potente e stimolante del 900. Sono pochi oggi gli stati al mondo che non si definiscano democratici. Praticamente, gli unici paesi esplicitamente non democratici sono le ultime monarchie semi-feudali (es: l'Arabia Saudita), che peraltro non sono al riparo dalle correnti democratiche. Cos'è la democrazia?? La questione è controversa e sono state date molte interpretazioni. Per me vale questa: democrazia è un sistema che implica la libera competizione fra i partiti politici per le posizioni di potere. In una democrazia ci sono elezioni regolari e corrette, alle quali ogni cittadino può partecipare. Questi diritti di partecipazione democratica vanno insieme con le libertà civili, libertà di espressione e di discussione, insieme con la libertà di formare e far parte di gruppi politici e associazioni. Ci possono essere differenti forme, come pure differenti livelli, di democratizzazione. Oggi tutti sono democratici, ma certo non sempre è stato così. Le idee democratiche sono state fieramente ostacolate dalle élite e dai gruppi al potere nel xix° secolo, e spesso trattate con derisione. La democrazia fu l'ideale ispiratore delle rivoluzioni americana e francese, ma per un lungo periodo il suo impatto fu limitato. In Occidente la democrazia si è pienamente sviluppata solo nel xx° secolo. Certi paesi già pienamente democratici hanno conosciuto riflussi antidemocratici: Germania, Italia, Austria, Spagna e Portogallo hanno avuto periodi di governo totalitario o dittatura militare fra gli anni 20 e 70. All'infuori di Europa, America settentrionale, Australi e Nuova Zelanda, si sono viste ben poche democrazie durature. Negli ultimi decenni, tuttavia, molto di tutto questo è cambiato e in modo significativo: dalla metà degli anni 70, il numero dei governi democratici nel mondo è più che raddoppiato. Naturalmente, certi stati che effettuano il passaggio alla democrazia non la realizzano interamente, oppure sembrano bloccarsi lungo il percorso (es: la Russia). Altri ritornano semplicemente a quello che erano prima. Visto che i governi democratici sono stati spesso rovesciati, non possiamo essere sicuri di quanto siano definitive queste transizioni democratiche. Ma la democrazia ha complessivamente fatto più progressi dagli anni 60 a oggi che non nell'intero secolo precedente. Perché?? Una possibile risposta è quella che ci viene offerta dagli entusiastici sostenitori della combinazione tutt'occidentale di democrazia e libero mercato: è ciò che altri sistemi hanno tentato e hanno fallito; la democrazia vince perché è la migliore. Solo che c'è voluto un po' di tempo perché la maggior parte dei paesi fuori dall'ambito occidentale lo riconoscesse. Non contesto una parte della tesi: la democrazia è il sistema migliore. Ma come spiegazione della recente ondata di democratizzazione, questa tesi è inadeguata, e non spiega perché questi cambiamenti capitano proprio nell'attuale congiuntura storica. Per dare una spiegazione migliore, dobbiamo risolvere quello che chiamerò il paradosso della democrazia e che consiste nel suo attuale diffondersi nel mondo, e contemporaneamente nell'emergere, all'interno delle democrazie mature, di una delusione crescente nei confronti dei processi democratici. Nella maggior parte dei paesi democratici, i livelli di fiducia nei politici sono crollati nel corso degli ultimi anni: sono molto meno di un tempo le persone che si recano a votare, mentre è in crescita il numero di quanti si dicono disinteressati alle attività parlamentari, specialmente fra le giovani generazioni. Perché i cittadini dei paesi democratici sembrano disillusi nei confronti della democrazia, proprio mentre essa si diffonde nel resto del mondo?? Per un numero sempre maggiore di persone in tutto il mondo la vita non è più vissuta come destino relativamente fisso e determinato. Forme di governo autoritario risultano sempre più inadatte alle altre esperienze della vita, ad esempio, rispetto alla flessibilità e al dinamismo necessari per competere nell'economia elettronica globale. Il potere politico imperniato su un principio d'autorità non può attingere ai privilegi di tradizionale ubbidienza o rispetto. In un mondo basato sulla comunicazione attiva, il potere bruto, quello che cala dall'alto, risulta inefficace. Durante gli avvenimenti del 1989 in Europa orientale moltissima gente scese per strada. Tuttavia, a differenza di quasi ogni altra rivoluzione nella storia, si ebbe pochissima violenza: quello che sembrava un implacabile sistema di potere, il totalitarismo comunista, svanì quasi come non fosse mai esistito. Gli unici episodi di violenza registrati nel 1989 sono quelli relativi all'occupazione delle stazioni televisive. Coloro che le invasero sapevano quello che facevano: la rivoluzione nelle comunicazioni ha infatti prodotto una cittadinanza più attiva e più riflessiva di un tempo. Sono queste stesse tendenze che stanno producendo disaffezione nelle democrazie di lunga durata. In un mondo che si sta liberando dalle tradizioni, i politici non possono più contare sulle vecchie forme di comunicazione e retorica tradizionali per giustificare quello che fanno; le vecchie politiche parlamentari risultano estranee alla vita della gente, attraversata dal flusso del cambiamento. È vero che la gente ha perso buona parte della fiducia che aveva nei politici e nelle procedure democratiche tradizionali, ma non ha perso la fiducia nei processi democratici. Inoltre, contrariamente a quanto si possa credere, tanta gente non è affatto disinteressata alla politica in quanto tale. I risultati mostrano in realtà il contrario: la gente è più interessata oggi alla politica di quanto non lo fosse un tempo. Questo vale anche per i giovani: non è vero, come spesso si è sentito dire, che i più giovani siano una generazione X, disaffezionata ed alienata. In realtà, i giovani sono più cinici e convinti che i politici perseguano il proprio interesse e sono più preoccupati di problemi a proposito dei quali sentono che i politici hanno poco da dire (es: ecologia, diritti umani, politica familiare, libertà sessuale). Su un piano economico, essi non credono che i politici siano in grado di rapportarsi alle forze che stanno muovendo il mondo, molte delle quali vanno ormai oltre il livello dello stato-nazione. Non c'è da sorprendersi che i più attivi decidano di dedicare le proprie energie a gruppi d'interesse, dal momento che questi ultimi promettono ciò che la politica tradizionale non sembra più in grado di mantenere. Nei paesi democratici c'è bisogno di un approfondimento della democrazia stessa, nel senso di quella che chiamerò democrazia democratizzante. La democrazia deve anche diventare trasnazionale: un'era globalizzante richiede risposte globalizzanti, e questo riguarda la politica come qualsiasi altra area. È necessario un approfondimento della democrazia, perché i vecchi meccanismi di governo non funzionano in una società dove i cittadini dispongono delle stesse informazioni di coloro che sono al potere. I governi democratici occidentali, poi, anche se non hanno sottratto informazioni al pubblico dominio come gli stati totalitari, certamente hanno tutelato con il segreto determinate vicende (es: le informazioni circa gli esperimenti nucleari e lo sviluppo degli armamenti da parte del governo britannico e statunitense all'epoca della guerra fredda). Hanno inoltre favorito reti amicali, raccomandazioni politiche e traffici sottobanco. Essi fanno frequentemente uso di simbologie e forme tradizionali di esercizio del potere, che non si possono certo dire del tutto democratiche. Mano a mano che le tradizioni perdono la loro forza, ciò che un tempo sembrava vulnerabile e degno di rispetto può assumere, dal giorno alla notte, sembianze curiose, addirittura ridicole. Non è un caso che ci siano stati tanti scandali per corruzione in politica in tutto il mondo negli ultimi anni. Dubito che nei paesi democratici la corruzione sia più frequente di quanto fosse in passato; piuttosto, in una società dove l'informazione è aperta essa risulta più visibile. La democratizzazione della democrazia assumerà forme diverse nei vari paesi, a seconda delle loro caratteristiche, ma non esistono paesi tanto avanzati da poterne fare a meno:

essa dovrà consistere in un efficace decentramento del potere, laddove esso sia ancora fortemente centralizzato, e nell'adozione di efficaci misure anti-corruzione a tutti i livelli

spesso ciò implica anche riforme costituzionali, nonché la promozione di una maggiore trasparenza nelle questioni politiche

dobbiamo anche essere pronti a sperimentare procedure democratiche alternative, specialmente quando possono contribuire ad avvicinare le decisioni politiche alle preoccupazioni quotidiane dei cittadini (es: giurie popolari, referendum elettronici, che non sostituiscono la democrazia rappresentativa, ma possono esserne un utile complemento)

i partiti politici dovranno abituarsi a collaborare con gruppi mirati (es: gruppi di pressione ecologisti) più che in passato

I gruppi centrati su un singolo tema sono spesso in prima linea nel sollevare problemi e questioni che magari vengono ignorati dai circoli politici tradizionali fino a quando è troppo tardi

essa dipende anche dal rafforzamento della cultura civica

I mercati non producono una cultura di questo genere, né riesce a farlo un pluralismo di gruppi d'interesse mirati. Non dobbiamo pensare che esistano soltanto 2 settori della società, lo stato e il mercato, cioè il pubblico e il privato: in mezzo sta l'area della società civile, con la famiglia e altre istituzioni. Costruire una democrazia delle emozioni fa parte una cultura civica progressista. La società civile è l'arena dove gli atteggiamenti democratici, come la tolleranza, devono essere sviluppati. La sfera civica può essere spronata dallo stato, ma a sua volta ne costituisce la base culturale. La democratizzazione della democrazia non è rilevante solo per le democrazie mature: essa può contribuire a costruire le istituzioni democratiche laddove siano deboli e poco coltivate. Una società più aperta e democratica non può essere costruita soltanto con metodi verticistici: dev'essere costruita partendo dal basso, attraverso il recupero della cultura civica. Una democrazia ben funzionante è stata giustamente paragonata ad uno sgabello a 3 gambe: governo, economia e società civile devono essere in equilibrio. Se uno domina sugli altri 2 le conseguenze sono negative. Non possiamo lasciare i media fuori da questa equazione, poiché essi, in particolare la televisione, hanno un rapporto duplice con la democrazia:

da un lato l'emergere di una società dell'informazione globale è una potente forma democratizzante

dall'altro   la televisione e gli altri media tendono a distruggere lo stesso spazio pubblico di dialogo che aprono, attraverso un'incessante banalizzazione e personalizzazione delle questioni politiche

inoltre  la crescita di giganteschi gruppi mediatici multinazionali fa sì che certi uomini d'affari finiscano per detenere un enorme potere

Contrastare un simile potere non può essere compito soltanto di una politica nazionale: è fondamentale che la democratizzazione della democrazia non si fermi a livello dello stato-nazione. Com'è stata praticata finora, la politica democratica ha presupposto una comunità nazionale in grado di autogovernarsi e di elaborare la maggior parte delle politiche che la riguardavano: ha presupposto la nazione sovrana. Ma sotto l'impatto della globalizzazione, la sovranità si è opacizzata: nazioni e stati-nazione rimangono forti, ma si creano deficit democratici sempre più ampi fra di essi e le forze globali che incidono sulla vita dei loro cittadini. I rischi ecologici, le fluttuazioni nell'economia globale, o il mutamento tecnologico globale non rispettano certo i confini delle nazioni. Parlare di democrazia al di sopra del livello nazionale potrebbe sembrare del tutto irrealistico. Di questo si parlava diffusamente un centinaio di anni orsono e invece di un'era di globale armonia si sono avute 2 guerre mondiali. Oggi le circostanze sono cambiate?? Anche se nessuno può dirlo per certo, io credo che lo siano. Il mondo è molto più interdipendente di quanto non fosse 100 anni fa ed è cambiata la natura della società mondiale. L'altra faccia della medaglia è che i problemi comuni cui dobbiamo far fronte oggi, come i rischi ecologici globali, sono anch'essi molto più grandi. Come può essere promossa la democrazia al di sopra del livello dello stato-nazione?? Consideriamo le organizzazioni trasnazionali come pure quelle internazioni. Le Nazioni Unite sono un'associazione di stati-nazione; almeno fino ad oggi, raramente hanno sfidato la sovranità delle nazioni, e il loro stesso statuto vieta di farlo. L'Unione Europea è differente. Potrebbe aprire una strada che anche altre regioni potrebbero seguire. È importante che diventi la forma pionieristica di un governo trasnazionale. Contrariamente a ciò che dicono certi suoi critici e anche certi sostenitori, non è uno stato federale né un super stato-nazione, ma non è neanche semplicemente un'associazione di nazioni. I paesi che hanno aderito all'Ue hanno, proprio, per questo, volontariamente rinunciato a parte della propria sovranità. Ora, l'Ue non è particolarmente democratica: essa, infatti, non sembra rispondere ai criteri democratici che richiedere ai suoi stessi membri, ma in linea di principio non c'è nulla che impedisca una sua ulteriore democratizzazione. L'esistenza dell'Ue realizza un principio cardine della democrazia, se vista sullo sfondo dell'ordine globale: il sistema trasnazionale può attivamente contribuire alla democrazia nei singoli stati, tanto quanto fra essi. Le corti europee, per esempio, hanno espresso tutta una gamma di decisioni, comprese sentenze di tutela dei diritti individuali, che sono vincolanti all'interno dei paesi membri. Se guardiamo in giro per il mondo in questo scorcio di secolo, possiamo trovare motivi di ottimismo e motivi di pessimismo praticamente in misura uguale. Prendiamo l'espansione della democrazia: a guardare bene, la democrazia sembra un fragile fiore; nonostante la sua diffusione, i regimi oppressivi abbondano, mentre i diritti umani sono regolarmente calpestati in diversi stati del mondo. È possibile che la democrazia fiorisca soltanto su terre particolarmente fertili, coltivate da tempo, mentre nelle società caratterizzate da una storia democratica più recente la democrazia sembra avere radici poco profonde, facilmente sradicabili. Forse, invece, tutto ciò sta cambiando. Anziché pensare la democrazia come ad un fragile fiore, facilmente calpestabile, dovremmo vederla più come una pianta resistente, in grado di crescere anche sul terreno più arido. Se la mia tesi è corretta, l'espansione della democrazia è strettamente connessa con i cambiamenti strutturali della società mondiale. L'avanzamento della democrazia è qualcosa per cui vale la pensa battersi e che può essere raggiunto. Il nostro mondo mutevole e sfuggente non necessita di meno governo, ma di più governo, e questo solo le istituzioni democratiche possono garantirlo.






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