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Berkeley Premessa all'Idealismo

filosofia


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Berkeley ‑ Premessa all'Idealismo



Per Berkeley tutti i contenuti dell'esperienza sono "segni del Linguaggio Divino": questo "Linguaggio" non è altro che l'essere, nel senso che l'idea (= l'essere che appare) non è più intesa come rappresentazione proveniente da altro. Le parole di questo Linguaggio (= gli oggetti del mondo fenomenico) non rimandano cioè, per Berkeley, ad una dimensione ulteriore (così come la parola è invece di solito considerata indice, simbolo della cosa "reale" che starebbe al di là della parola stessa).

Ciò significa che l'esperienza umana, ed il sapere che su di essa si fonda, non sono (come riteneva Cartesio - e come è portato a credere il senso comune) immagine ma presenza diretta della realtà ; la quale realtà si identifica dunque, senza residui, proprio con il pensiero. Restando alla terminologia berkeleyana, il senso concreto del Linguaggio va cercato proprio nelle parole e nelle regole sintattiche in cui esso si articola.




Ma se anche la Realtà ultima, a cui da sempre si rivolge la filosofia, va pensata come Coscienza, vuol dire che tale Realtà non sta in una dimensione estranea, eterogenea rispetto a quella in cui si attua il pensiero umano (questa presente sfera dell'esperienza, dell'apparire), ma è l'ambito infinito da cui trae realtà e senso ogni realtà finita.

Il mondo dell'esperienza non è insomma una realtà da spiegare a partire da fuori di esso, ma, appunto, un linguaggio da comprendere, interpretare stando al suo interno. Questa interpretazione (che è poi lo stesso progredire della conoscenza) non procede dal segno al significato, ma da significati a significati, o meglio: da significati finiti a quel Significato infinito che è la realtà divina (cioè la Realtà nel senso più pieno).


Questa concezione filosofica si porta in qualche modo in prossimità di Spinoza o di Malebranche (per i quali, appunto, il contenuto del pensiero umano è lo stesso di quello divino ), e riprende per altri versi la visione di Leibniz (che riconduce ogni forma fenomenica ad un'attività rappresentativa di tipo spirituale). Essa richiama tuttavia anche la filosofia di Eraclito, per cui ogni pensiero e linguaggio (logos) umano trae il suo valore dall'unico Logos, cioè dall'eterna struttura razionale dell'essere.

Che gli oggetti siano "segni del Linguaggio Divino" significa, in conclusione, che l'apparire (= il pensiero), inteso nel suo senso più vasto, cioè come Totalità infinita dell'Apparire è la stessa Totalità dell'Essere, oltre alla quale non può esistere niente: dunque il concetto di una "cosa in sé" (per usare la successiva terminologia kantiana) è un assurdo.


Berkeley aggiunge che, rispetto a quel Linguaggio, la scienza naturale si configura come grammatica (cioè come studio di regole formali, di strutture esteriori), mentre la filosofia ne costituisce l'autentica comprensio­ne, ne coglie il Senso profondo .


Berkeley si muove verso l'idealismo (e può anzi essere senz'altro considerato come il primo grande pensatore idealista) perché, come si è detto, a differenza di Spinoza o di Malebranche non vede nella materia un aspetto dell'essere (in definitiva di Dio) ulteriore rispetto al pensiero, e dunque intende il pensiero stesso come l'ambito assoluto dell'essere.

Tuttavia il suo "idealismo" si distingue nettamente da quello di Schelling o di Hegel, in quanto per Berkeley la coscienza umana, pur essendo espressione diretta di quella divina (come sua produzione, suo riflesso immediato), resta tuttavia ben distinta da quest'ultima, la quale si ripresenta dunque, in qualche misura, proprio con i caratteri di quella "cosa in sé", che pure il filosofo irlandese ha così potentemente contribuito a mettere in discussione.



Nella filosofia di Berkeley, il pensiero dell'uomo, pur riflettendo direttamente la luce dell'Infinito, non arriva mai a identificarsi con esso, a risolversi in esso come suo momento, o aspetto particolare; il che accadrà invece nelle formulazioni dell'idealismo "maturo". Si potrebbe dunque dire che quest'ultimo rappresenta una sorta di sintesi tra la tesi dell'assolutezza del pensiero sostenuta da Berkeley, ed il rigoroso immanentismo di cui si era fatto portavoce Spinoza.







Con recupero dunque (almeno per certi aspetti) della valenza platonica dell'Idea: l'intelligibile è il reale nel senso più pieno.
Anche se, per Spinoza, la Sostanza divina non si esaurisce nell'attributo del pensiero.

Si tenga presente che anche per Kant la filosofia [critica] è l'autentico fondamento della scienza fisica: quest'ultima, pur funzionando secondo strutture necessarie, non può cogliere da sola il loro valore veritativo. Solo che in Kant, la filosofia, proprio portandosi fino all'orizzonte di ogni sapere possibile, riconosce l'inevitabile finitudine di quell'orizzonte, cioè la finitudine di un percipere assolutamente separato dall'esse.







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