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Periodo greco-romano

letteratura greca



Periodo greco-romano

Nel 30 a.C. cade l'ultimo dei regni ellenistici; ora la cultura greca è totalmente soggetta al dominio di Roma e si avvia verso il declino. Tuttavia, emergeranno ancora figure rilevanti come Plutarco, Luciano, Marco Aurelio, senza contare che il greco divenne la lingua del dirompente Cristianesimo negli anni della sua affermazione in tutto l'Impero.

L'ultimo periodo della letteratura greca va dal 30 a.C. (conquista dell'Egitto) al 529 d.C. (soppressione della scuola neoplatonica di Atene per ordine dell'imperatore Giustiniano). Tra le varie denominazioni possibili, si è scelto quello di periodo greco-romano per evidenziarne il carattere fondamentale: la letteratura greca si sviluppa ora in un mondo dominato politicamente e culturalmente da Roma, e non può più prescindere dal suo legame con essa.

Nel campo politico Grecia e regioni orientali, come anche le altre parti dell'Impero, non hanno nessuna indipendenza: ridotte a provincie imperiali, sono governate da proconsoli eletti dal senato (le provincie senatorie) e da legati scelti dall'imperatore (quelle imperiali). Nei primi tre secoli, tuttavia, gli imperatori permisero una certa autonomia locale e favorirono la formazione di una classe dirigente locale che, entro le strutture imperiali, regge l'amministrazione della città. Con l'avvento di Diocleziano (284-305) scompare ogni residua traccia di autogoverno cittadino e ogni parvenza di autonomia delle poleis. Nello stesso tempo, con l'introduzione della tetrarchia (divisione dell'impero in quattro zone rette da due Augusti e da due Cesari) si avvia un processo che porterà al completo distacco fra le regioni orientali e quelle occidentali, distacco sancito da Teodosio nel 395 con la creazione dell'Impero d'Occidente, ben presto miseramente travolto da onde si barbari, e dell'Impero d'Oriente, che riuscì a sopravvivere per circa un millennio (1453, caduta di Costantinopoli) e fu chiamato Bizantino.



In campo economico si diffuse in tutto l'Impero quel "capitalismo urbano" che aveva contrassegnato il periodo ellenistico: la città è il centro di tutte le attività produttive e commercia fiorentemente con le altre, trovando in una borghesia ricca e intraprendente il suo principale sostegno. Si raggiunse l'apice di questo sviluppo produttivo, ma soprattutto commerciale, nel II secolo, durante l'età di Adriano e degli Antonini. Nel frattempo si acuivano le tensioni sociali: all'agiatezza delle classi medie si contrapponeva la miseria del proletariato urbano e contadino. Nel III secolo scoppiò una grave crisi che portò ad una lunga anarchia militare e a sanguinose lotte di classe. Le riforme di Diocleziano e di Costantino cercarono di portare un rimedio a questa situazione, ma riuscirono solo in parte. Ne seguì un impoverimento progressivo, che portò al sostituirsi ad un'economia di tipo urbano, soprattutto nelle regioni occidentali, di una "economia domestica"; le città perdettero il loro importante ruolo, aumentò il significato ed il peso della campagna. Erano i prodromi del Medioevo.

In campo culturale, generalizzando, si avverte un'esasperazione delle tematiche ellenistiche. L'individuo si dissocia sempre di più dalla vita politica, sentendo estraneo a sé il significato e il destino dell'Impero. Nella generale instabilità politica, economica e sociale non crede più nella razionalità delle cose e afferma l'ideale della rinunzia e della fuga dal mondo, ricercando la salvezza dell'uomo nella sua interiorità e più ancora in Dio. La religione tradizionale ha definitivamente perduto ogni ragion d'essere: ora sono le religioni orientali e i culti misterici ad appagare le esi 545e45f genze spirituali dei cittadini dell'Impero. La ricerca scientifica perde il suo carattere sociale e diventa uno strumento con cui poter accedere alla salvezza, confondendosi sempre di più con la magia, l'astrologia, l'alchimia. Anche la filosofia smette di ricercare la santità a favore della salvezza dell'uomo, privilegiando la rivelazione alla ragione e spesso sfociando in una fede religiosa (il neopitagorismo, lo stoicismo, il neoplatonismo di Plotino.). In questo clima di stanchezza e di sfiducia, mentre la sapienza antica canta il suo vanitas vanitatum, sorge il Cristianesimo e a predicare la mondo la "Buona novella". Uscito vittorioso da secoli di lotte e di persecuzioni, il Cristianesimo ottenne prima la libertà di culto (313, Editto di Costantino), e fu poi riconosciuto religione ufficiale dell'impero (380, editto di Teodosio), andando a rappresentare la svolta decisiva di questo periodo.

La letteratura del periodo greco-romano mostra evidenti segni di decadenza, acuiti, oltre che dal clima generale, dall'invadenza della retorica, che la rese vuota e sterile, e dalle mode classiciste che proponevano l'imitazione del passato, a scapito delle creazioni originali. Pure, si affermarono ancora notevoli scrittori, come Plutarco e Luciano, nobili figure di imperatori-filosofi, come Marco Aurelio e Giuliano, un geniale pensatore come Plotino. Il romanzo conobbe adesso la sua massima diffusione, e anche la poesia presenta qualche voce nuova, come quella dell'epigrammatista Agatia, autore del Ciclo. Infine, accanto alla letteratura profana sorse quella cristiana, che utilizzò il greco per diffondere il Vangelo in tutto l'Impero (il Nuovo Testamento è interamente in greco).

Con la chiusura della scuola neoplatonica, avvenuta nel 529, si fa finire tradizionalmente la letteratura greca antica; ma essa non finì mai veramente: la civiltà bizantina e cristiana ne assorbì gli elementi più fecondi e ne continuò l'eredità nei secoli del Medioevo.

Plutarco

E' il biografo per eccellenza della cultura greca, colui che ha creato che le sue Vite eroi immortali che sono stati visti nei secoli come modelli di virtù e di perfezione morale, o come simboli d libertà e di ribellione alla tirannide, o come esempi di destini tragici e dolorosi, o infine come rappresentanti dei più autentici valori umani.

Nacque a Cheronea in Beozia poco prima del 50 d.C. da una famiglia che apparteneva alla tipica borghesia del periodo imperiale. Completò la sua formazione ad Atene, aderendo al platonismo. Compì numerosi viaggi e fu a più riprese anche a Roma, ma non vi rimase a lungo; egli amava il piccolo borgo di Cheronea che non voleva abbandonare e dove trascorse la maggior parte della sua esistenza, dedicandosi ai suoi studi e occupando anche importanti cariche pubbliche nell'amministrazione cittadina. Per molti anni fece anche parte del collegio sacerdotale del vicino santuario di Delfi; assieme al platonismo, l'esperienza religiosa fu determinante per la formazione della sua concezione morale. Morì poco dopo il 125.

Della sua vastissima produzione a noi sono giunti due gruppi di opere: i Moralia e le Vite parallele.

Moralia

Sotto il nome di Moralia ci sono pervenuti un'ottantina di scritti (alcuni di dubbia autenticità) che trattano delle questioni più disparate: morali, filosofiche, religiose, pedagogiche, letterarie, politiche, scientifiche, erudite. Nelle opere filosofiche e morali Plutarco espone e divulga il pensiero platonico, polemizzando con epicurei e stoici e proponendo una serie di saggi consigli e pratici rimedi contro i vizi e le passioni, ponendosi come "un medico dell'anima". Inoltre Plutarco fu uno spirito profondamente religioso e animato da un vero interesse per il problema di Dio e della sua opera del mondo; da una parte resta fedele alle credenze e ai riti della religione tradizionale, dall'altra si apre alle esigenze filosofiche e alle idee dei suoi tempi e cerca di pervenire alla concezione di un dio unico e di una religione comune a tutti gli uomini.

Vite parallele

La fama di Plutarco è però legata alle Vite parallele, coppie di biografie nelle quali un personaggio greco viene contrapposto ad un personaggio romano (es. Alessandro-Cesare, Demostene-Cicerone, Teseo-Romolo); spesso, alla fine di ogni coppia segue un breve parallelo che sottolinea analogie e differenze tra i due personaggi studiati. Conserviamo in tutto 50 Vite: di esse 46 sono abbinate e 4 isolate. Questa impostazione rivela che il confronto non è tra i singoli personaggi, ma tra il mondo greco e quello romano, in modo da dimostrare la grandezza di entrambi. Va comunque rilevato che molti accostamenti sono forzati e arbitrari. La biografia di Plutarco segue in genere uno schema fisso: narra in ordine cronologico, dalla nascita alla morte, i principali avvenimenti del personaggio, ponendo una certa attenzione ad aneddoti e particolari curiosi, nell'ottica che "spesso un fatto insignificante, una parola, uno scherzo, manifestano l'indole di un uomo, più delle battaglie sanguinose o dei grandi schieramenti di eserciti o degli assedi delle città". Caratteristica di Plutarco è di porre in risalto i momenti più solenni e più drammatici della vita dei suoi eroi, creando scene piene di un paqos che avvince e commuove; questa predilezione per gli eventi più drammatici e per le tinte più fosche e macabre lo avvicina a Tacito. Plutarco definisce nella sua opera il taglio biografico che intende seguire: "non scriviamo storia, ma vite". Infatti, non ha un vero interesse per la storia e spesso è incapace di cogliere i nessi profondi degli avvenimenti e di analizzare in modo globale il contesto storico in cui si muovono i personaggi delle Vite. Il suo scopo dichiarato è quello di presentare al lettore le grandi figure del passato, creandone degli eroi (è più poeta che storico). Gli eroi di Plutarco sono imbevuti delle sue concezioni etiche, in modo che dalle azioni e dal carattere del personaggio si può con immediatezza trarne un insegnamento morale. Questo , se da una parte impedisce una visione profonda dell'esistenza con il giudicare ogni cosa con una visione unilaterale, dall'altra gli permette di disporre i fatti in virtù di un ordine superiore, illuminando il personaggio di una luce singolare da cui emerga il suo carattere e la sua grandezza. L'eroe di Plutarco non è perfetto, non è esente da difetti o da errori, ma anche nei suoi aspetti negativi si distingue dagli altri, ergendosi sopra un piedistallo.

Plutarco è confrontabile con tre biografi della letteratura latina: Varrone, Cornelio Nepote, Svetonio. In generale, l'interesse dei latini, volto alla vita, è per i fatti realmente accaduti, per le azioni (fine pragmatico), piuttosto che alla conoscenza del profondo dell'animo del personaggio, ottenuta da Plutarco facendo ricorso all'elemento patetico. Con Cornelio Nepote siamo nella fase delle guerre civili, ed il suo travaglio interiore si rispecchia nel De viris illustribus; anche lui aveva adottato lo stesso sistema di confrontare Greci e Romani con intento moralistico, ma senza l'ampiezza di respiro di Plutarco. Varrone, nei Logi Storici, parla di un miscuglio di razionalità e di azione compiuta; adotta un taglio particolare avvicinabile a Cornelio Nepote perché i personaggi sono travagliati e incapace di aderire a qualcosa di sicuro. Svetonio, nel De vita Caesarum, cammina per categorie chiuse (schema fisso della biografia), avendo già in testa la visione dei fatti. Questo avere un programma già prefissato gli permette di evidenziare i particolari, appagando il suo gusto per l'aneddoto: Svetonio narra la vita degli imperatori come se guardasse dal buco della serratura Plutarco è l'unico tra i biografi antichi che ha un vero interesse per l'uomo e per il suo dramma. Da notare il fatto che i biografi vengono fuori prevalentemente in momenti di crisi.

La retorica

Nel I e nel Il secolo d.C. la retorica assume una grandissima importanza e un notevole prestigio, andando a identificarsi con la cultura stessa. Il suo significato verrà molto approfondito, ma sarà accompagnato parallelamente da un impoverimento dei contenuti; l'interesse per la retorica sarà soltanto a livello formale. Il mondo greco lascerà la sua eredità in questo campo al mondo latino, il quale a sua volta lo trasmetterà alla letteratura apologetica (detta anche patristica dal nome degli artefici, "i padri della chiesa").

Il dibattito in campo stilistico fa sì che comincino a delinearsi due movimenti distinti, l'asianesimo e l'atticismo. L'asianesimo nacque all'inizio dell'ellenismo (III a.C.) per opera di Egesia di Magnesia in Africa, prendendo come modello lo stile di Lisia (denso, schematico, non indulgente a costruzioni artificiose). Nei due secoli successivi si venne a creare un ribaltamento totale all'interno dell'asianesimo (anche per il fatto che fu adottato in prevalenza dai retori dell'Asia Minore, che introdussero nel dialetto attico termini ionici): si venne a creare uno stile ricercato, pieno di ornamenti retorici, ampolloso, "bombastico". Noi intendiamo per asianesimo questo stile. Contemporaneamente (I a.C.) si venne a creare una nuova corrente di retorica basata su Lisia, ossia sulla stringatezza della frase e sull'essenzialità del costrutto. Questa corrente di retorica è detta atticismo. Per assurdo, l'atticismo nacque a Roma, capitale della ricerca di un nuovo indirizzo letterario, e si diffuse subito nel mondo greco. Ci fu una reale contrapposizione tra i due stili. Lo stile di Cicerone è lo stile rodiese, a metà strada tra i due a livello di costruzione, ma non a livello cronologico. Lo stile rodiese nacque nel II a.C. per mitigare gli eccessi dell'asianesimo prima maniera, quando l'atticismo non era ancora nato.

La retorica antica non si limitava a porre la propria attenzione sulla scelta del termine (come avveniva con i Sofisti), ma aveva come oggetto di studio anche la costruzione migliore per il periodo. Nel I secolo a.C. si precisano a questo riguardo due posizioni opposte: la prima fece capo al retore Apollodoro di Pergamo, la seconda a Teodoro di Gadara, vissuto nella generazione successiva. Apollodoro concepisce la retorica come un scienza fissa, dotata di canoni ben precisi (a questa concezione ha aderito anche Cicerone, e anche in Lisia avveniva una divisione tra le varie parti dell'orazione apologetica). Ogni logos deve essere suddiviso in quattro parti, ma solo alla prima (prologo) e all'ultima (epilogo) è riservato l'elemento patetico, la capacità di suscitare nel lettore un particolare sentimento. La parti centrali consistono nella descrizione del fatto e nell'esposizione del ragionamento dell'oratore (non c'è una schematizzazione ben precisa). Teodoro concepisce la retorica come un'arte, una capacità insita nell'uomo, il quale può comporre la propria opera a seconda del proprio modo di vedere. il paqos può esserci in qualsiasi parte dell'orazione, cosi come l'esposizione può riguardare anche il prologo o l'epilogo. La ricerca del paqos è spiegabile nell'ellenismo con il fatto che è la forma espressiva più istintiva. Per paqos si intende una partecipazione emotiva e sentimentale, non circoscritta necessariamente al sentimento del dolore (come avveniva nella tragedia, che mirava alla catarsi). I teodorei fanno ampio ricorso alla fantasia, intesa come forza irrazionale che possiede l'anima e che esce dai canoni del logos. Nell'ellenismo fantasia non vuoi dire uscire dalla realtà e proiettarsi in un mondo fantastico, ma semplicemente uscire dalla realtà (non c'è il bisogno di costruire un qualcosa).

In estrema sintesi possiamo dire che i retori seguirono principalmente due filoni ben distinti e contrapposti tra loro: quello degli apollodorei\atticisti\analogisti\puristi (orazione impostata secondo un rigido schema, stile stringato ed esatto, rifiuto della lingua corrente, rifiuto di parole nuove e di hapax) e quello dei teodorei\asiani\anomalisti\antipuristi.

Anonimo del Sublime

Nel I a.C. Cecilio di Calatte, fedele seguace di Apollodoro, scrisse un opera dal titolo peri uyous , a noi non pervenuta. Possiamo conoscere in parte il contenuto di quest'opera grazie ad un altro trattato, intitolato sempre peri uyous, scritto da un seguace di Teodoro per controbattere Cecilio, autore che tutt'oggi non siamo riusciti a identificare.

Ci è pervenuto quasi integro un trattato intitolato Sul sublime (peri uyous) e contiene un elenco di canoni grazie ai quali un'opera raggiunge l'acme della perfezione. E' stato scritto da un seguace di Teodoro intorno alla metà del I secolo d.C. che, per l'impossibilità di identificarlo con certezza, chiamiamo Anonimo. Sono state fatte due ipotesi di identificazione. La prima con Dionigi di Alicarnasso, che visse alla corte di Augusto (l'autore del Sublime ebbe sicuramente dei legami con la corte dell'imperatore) ma che è stato un fedele assertore delle idee dell'atticismo, mentre l'Anonimo è asiano. La seconda con Cassio Longino, asiano e conforme alla idee dell'Anonimo, ma vissuto due secoli dopo la data probabile di composizione del Sublime.

L'Anonimo afferma che le fonti da cui scaturisce il Sublime sono cinque, delle quali tre (poggia delle figure retoriche, nobiltà dell'espressione, collocazione delle parole) si possono acquisire con l'esercizio e l'arte retorica, mentre le altre due (elevatezza del pensiero, passionalità) devono essere per forza innate. L'Anonimo tende a scendere sempre di più nel particolare, secondo un uso tipicamente ellenistico, e a fondere elementi degli apollodorei nella concezione teodorea.

il Sublime è anche un'opera di critica letteraria, e contiene un'infinità di giudizi critici sui più disparati autori dell'antichità. Infine, nell'ultimo capitolo, viene affrontato il problema della decadenza dell'oratoria, che l'Anonimo attribuisce alla mancanza di libertà dovuta alla situazione politica della Grecia del tempo e soprattutto alla schiavitù delle passioni e alla conseguente corruzione morale; è singolare notare che le stesse cause per cui decade l'oratoria greca saranno le stesse per cui decadrà l'oratoria latina.

La Seconda Sofistica

La Seconda Sofistica si richiama già nel nome alla prima, fiorita in Grecia nel V secolo a.C. Mentre l'antica Sofistica aveva esteso i suoi interessi ai vari campi della civiltà (retorica, filosofia, religione, politica.) e aveva rappresentato un momento decisivo nella storia del pensiero, la Seconda Sofistica riprese e continuò solo l'aspetto retorico e risultò un fenomeno vistoso ed appariscente, ma poco profondo e poco fecondo per l'avvenire. I secondi sofisti si dedicarono quasi esclusivamente alla ricerca della bella forma, facendo sfoggio di bravura stilistica, in argomenti spesso futili o di scarsa importanza; molti di loro furono dei conferenzieri brillanti ed applauditi.

Luciano

Vissuto a Samosata sull'Eufrate, si formò di una cultura epidermica e visse un gran senso di sfiducia verso il mondo del divino, che derise apertamente, non per dissacrare ma per divertirsi. Secondo il giudizio di Lesky, "aveva abbracciato lo scetticismo come concezione del mondo e la satira come professione".

Nato intorno al 120 a Samosata sull'Eufrate, imparò il greco a scuola, perché la sua prima lingua fu il siro. Da ragazzo fu apprendista presso uno zio scultore, ma un incidente sul lavoro pose fine all'esperimento, come egli racconta nel Sogno. Quindi Luciano compì gli studi retorici e iniziò la sua attività di sofista, viaggiando in tutte le regioni dell'Impero fino alla Gallia. Verso i quarant'anni abbandonò la retorica per dedicarsi al dialogo e alla satira; questo improvviso cambiamento e alcuni brani del Nigrino hanno fatto nascere in alcuni critici l'idea di una conversione di Luciano alla filosofia: "il discorso lo condusse a lodare la filosofia, e la libertà che da essa deriva, ed a spregiare quei che il volgo crede beni, la ricchezza, la gloria, la potenza, gli onori, l'oro, la porpora, ed altre cose tanto ammirate da molti, ed una volta anche da me"; ". in breve acquistai acutissima la vista dell'anima, che fino ad allora era stata cieca, ed io non me n'ero accorto". In realtà il Nigrino è sì un'opera che denota un serio atteggiamento di Luciano, ma si trattò di una disposizione momentanea, non di una vera conversione alla filosofia. Negli ultimi anni della sua vita, Luciano fu funzionario imperiale in Egitto; morì probabilmente verso il 190.

Sotto il nome di Luciano ci è giunta una raccolta di 82 scritti, chiamati comunemente Dialoghi. In realtà solo alcuni hanno forma dialogica, altri solo semplici esercitazioni retoriche, altri sono a carattere autobiografico (Sogno, Nigrino) altri sono dei veri e propri romanzi (come Lucio o l'asino), altre sono opere satiriche, divise, secondo l'argomento che prendono a bersaglio, in tre gruppi:

  1. Satira filosofica: Vite all'Incanto, Pescatore. Nelle Vite all'Incanto Zeus, con l'aiuto di Mercurio, vende all'asta le vite dei principali filosofi, e i compratori li prendono a pochissimo. Nel Pescatore si immagina che i filosofi che erano stati offesi nelle Vite all'Incanto risuscitino dall'Ade per vendicarsi del loro nemico; Luciano si difende sostenendo che egli ha inteso attaccare i filosofi contemporanei, che hanno tanto degenerato da quelli antichi. Per smascherali getta dall'Acropoli di Atene l'amo innescato con qualche fico e qualche moneta d'oro: subito molti abboccano.
  2. Satira religiosa: Dialoghi degli dei, Dialoghi marini, Zeus confutato, Zeus tragedo. I Dialoghi degli dei e i Dialoghi marini (cioè di divinità marine) sono dei mimi in cui gli dei vengono presentati nei loro difetti e nelle loro debolezze. Non è ancora un attacco aperto contro la religione tradizionale, ma un'ironia leggera e velata. La satira diventa audace e aggressiva nello Zeus confutato, dove il padre degli dei non riesce a conciliare destino e provvidenza, e nello Zeus tragedo, dove il padre degli dei è costretto ad appoggiare un filosofo stoico perché vinca una disputa contro un epicureo, evitando così l'oblio dei mortali.
  3. Satira morale e sociale: Dialoghi dei morti. Luciano deride apertamente la stoltezza degli uomini ed il loro affannarsi dietro alle grandi passioni; tanto, dopo la morte, tutto si deve abbandonare e tutti nudi e uguali si entra nel regno dei morti: vanità è la ricchezza, vanità è la potenza, vanità è la bellezza. C'è anche un po' dell'invidia di classe (Luciano, a quanto ne sappiamo, non divenne mai ricco) in questo scherno contro i ricchi e i potenti. Siamo ora nella mordace satira menippea; non a caso il protagonista è il cinico Menippo, al quale viene concesso da Mercurio di portare con sé nel regno dei morti la parlantina, la franchezza, il buon umore, il motto e il riso, "cose vuote, leggere, e buone pel navigare" , contrapposte alle pesantezze del discorso che i retori devono abbandonare prima di salire sulla barca di Caronte.

Il concetto della morte che è uguale per tutti e del giudizio, severo, che non risparmia niente e nessuno è una costante del pensiero di Luciano; la troviamo infatti anche in altri dialoghi, che ribadiscono come siano vane la gloria, la bellezza e la potenza.

Sotto il nome di Luciano ci sono pervenuti due romanzi. Lucio o l'asino è di contestata autenticità, e narra la vicenda di Lucio che viene trasformato in un asino e, dopo varie peripezie, alla fine riacquista la forma umana. L'argomento è lo stesso delle Metamorfosi di Apuleio, ma mancano molte novelle (tra cui quella famosissima di Amore e Psiche e la parte finale che descrive le esperienze mistiche del protagonista. La Storia vera prende spunto dal tentativo di fare una parodia dei romanzi d'avventura, ma finisce con il diventare il più bizzarro e fantasioso racconto (i protagonisti vanno sulla luna, finiscono nel ventre di una balena, giungono nell'isola dei Beati.) che sia mai stato scritto, precorrendo, per certi versi, i Viaggi di Gulliver e Pinocchio.

La satira di Luciano coinvolge tutti gli aspetti della cultura e della società. Nell'età degli Antonini e della Seconda Sofistica grande era il vuoto morale e spirituale, gravi erano i disagi e le ingiustizie sociali: i ricchi e potenti signori romani sfruttavano e vessavano le provincie, circondati da un nugolo di adulatori e di leccapiedi, gente che cercava con ogni mezzo la gloria e il denaro. Luciano dovette trovarsi proprio a fare questa scelta, se essere uno di loro o remare controcorrente, e scelse la seconda: "io sono un uomo che odia i millantatori, i ciarlatani, i bugiardi, i superbi, tutta la genia dei malvagi... Amo la verità, la bellezza, la semplicità, tutto ciò che è degno di essere amato".

Le invettive di Luciano non sono invettive serie e solenni, ma sono avvolte dall'ironia, che critica amaramente in primis la tradizione ma talvolta anche la realtà contemporanea. In realtà Luciano non crede in un ideale da proporre e da contrapporre alla realtà che critica; il suo scetticismo radicale rivela una grande aridità spirituale. Egli combatte l'ingiustizia sociale, ma non crede che quest'ingiustizia possa in qualche modo venire annullata, e questo atteggiamento lo porta all'incapacità di affrontare i grandi problemi dell'esistenza. Il suo scetticismo è tanto più assoluto in quanto egli non crede neppure nel valore della sua propaganda negativa, non è neppure convinto di riuscire a distruggere veramente qualcosa. L'assenza di una fede qualsiasi e un'aridità spirituale di fondo hanno impedito a Luciano di essere un grande scrittore.

Il romanzo greco

E' l'ultimo genere letterario inventato dall'ellenismo, quello che meglio riuscì a rispecchiarne i canoni letterari. Nato tardi, non riuscì a raggiungere quella bellezza e quella perfezione che troviamo negli altri campi della letteratura greca; infatti è ritenuto scarso il suo valore artistico. Tuttavia, il romanzo greco riveste una grande importanza come documento dei tempi e come fenomeno letterario che contribuì al sorgere della narrativa moderna: il romanzo moderno presenta tutt'oggi gli stessi caratteri fondamentali. I frammenti più antichi a noi pervenuti sono quelli del romanzo di Nino (il protagonista) e Seramide, innamorati l'uno dell'altra. In questo, come anche in tutti i romanzi successivi, il filone della trama è sostanzialmente lo stesso: due giovani s'innamorano, vengono separati da un evento casuale, vivono mille avventure, si rincontrano, nulla tra loro è cambiato, si sposano e vivono felici e contenti. Il romanzo di Nino è stato trovato su un papiro del I secolo d.C.; questo fece cadere, alla fine del secolo scorso, la tesi del Rohde, secondo la quale il romanzo sarebbe nato dalla fusione dell'elemento erotico con l'elemento avventuroso, fusione che sarebbe avvenuta nella pratica retorica della Seconda Sofistica. L'origine del romanzo è, invece, probabilmente da ricercare nel fatto che non fu un genere, come molti altri, destinato a pochi eruditi, ma alla classe borghese, benestante, non molto acculturata e spoliticizzata, che non si interessava più ai grandi problemi e cercava di evadere dagli angusti limiti della realtà quotidiana: era un genere d'evasione. Questo spiega anche il fatto - ed è unico per la letteratura greca- che solo i romanzi greci siano stati trovati in frammenti di papiro riutilizzato: era evidentemente un genere che non aveva molte pretese, come non ne avevano gli stessi autori, i quali non erano troppo eruditi e non trasmettevano alcun tipo di valori.

Due sono gli elementi fondamentali del romanzo greco: l'amore e l'avventura. L'amore sarà normale (ossia tra un ragazzo e una ragazza) e si ricollega alla feconda produzione poetica, in cui era uno dei temi più trattati dell'ellenismo, mentre le avventure di viaggio avevano avuto il loro battesimo con Omero (i viaggi di Ulisse finalizzati alla swfrosunh) e avevano trovato la loro piena espressione con le Argonautiche di Apollonio Rodio, appagando il gusto per l'esotico e la tendenza verso il cosmopolitismo tipici dell'ellenismo.

L'asino d'oro \ le Metamorfosi

Un famoso romanzo greco è il, già citato a proposito di Luciano, Lucio o l'asino, il quale ricalca nelle linee fondamentali la trama delle Metamorfosi di Apuleio, tanto che si è addirittura pensato, per le Metamorfosi, ad una traduzione in latino di un'opera greca. Quest'ipotesi è un po' forzata, perché un autore di grande levatura e preparazione come Apuleio, difficilmente si sarebbe accontentato di fare una semplice traduzione; è più probabile che le due opere abbiano un'origine comune, da ricercarsi, pare, in una piccola opera greca, denominata l'Asino d'oro, scritta da un certo Lucio di Patre di cui ci dà notizia il patriarca Fozio. Purtroppo non abbiamo altre informazioni su Lucio di Patre né resti della sua opera, per cui questa rimane una semplice ipotesi. E' stato anche ipotizzato che Apuleio, da giovane, abbia scritto un piccolo Asino d'oro in greco, utilizzato come base per le Metamorfosi. Le Metamorfosi di Apuleio si differenziano da Lucio o l'asino di Luciano di Samosata per due principali motivi:

  1. Nelle Metamorfosi compare un maggior numero di novelle (tra cui quella celeberrima di Amore e Psiche), tutte tratte dalle favole milesie e apparentemente prive di un legame unificante tra loro. Nel periodo finale della letteratura latina si diffondono ampiamente le religioni e i culti misterici; la chiave di lettura delle Metamorfosi è proprio in questi motivi escatologici, in quest'ansia religiosa che porta Apuleio a cercare ogni mezzo di accostarsi al mondo del divino.
  2. Le Metamorfosi sono in 11 libri, uno in più, rispetto all'opera di Luciano. L'undicesimo libro è completamente slegato dagli altri: l'autore si sostituisce al protagonista e fa passare per quelle di Lucio le sue esperienze personali, sempre collegate a quest'ansia misterica.

Comune a entrambe le opere è invece la voglia di sperimentare nell'ambito della tematica dell'amore; è straordinario il crearsi di una sorta di ciclicità tra la letteratura greca e quella latina, che finisce con questa voglia di sperimentare in amore, analoga a quella apparsa alle origini della letteratura greca (con Ulisse). Si tratta, però, in Apuleio, di una voglia di sperimentare che ha un che di mistico e di oscuro, assente nella voglia di nuove esperienze di Ulisse.

Lo Stoicismo

Lo Stoicismo fu la corrente di pensiero più diffusa nell'Impero romano nel I e II secolo d.C. La nuova Stoa, detta romana perché a Roma principalmente si sviluppò, si differenziò sempre di più dall'antica e dalla media, disinteressandosi della fisica e occupandosi prevalentemente di etica. Questo perché lo Stoicismo subì la generale crisi religiosa del periodo greco-romano, che determinò una generale sfiducia nella ragione, un rifiuto di cercare la risposta ultima e un accentuato misticismo nella pratica della filosofia. Non a caso in questo periodo si diffonde lo Scetticismo, che predicava la sospensione del giudizio. Lo Stoicismo si trovò così a predicare il distacco della vita e la preparazione alla morte. Gli esponenti principali della nuova Stoa furono Seneca, Epitteto e Marco Aurelio; dei tre Seneca scrisse in latino, ma generalmente la lingua usata dagli stoici romani fu il greco.

Epitteto

Nato verso il 50, schiavo frigio deportato a Roma, fu in seguito liberato e nella capitale iniziò ad insegnare filosofia. Sotto Domiziano fu messo al bando insieme ad altri filosofi e si stabilì a Nicopoli in Epiro, dove continuò l'insegnamento.

Il discepolo Arriano, registrando fedelmente le lezioni del maestro, ce ne ha tramandato la dottrina negli 8 libri delle Diatribe (ne restano quattro) e nel famoso Manuale. Il pensiero di Epitteto si può riassumere nella massima anecou kai apecou (sopporta e astieniti), che propone un etica incentrata sull'ideale della sopportazione e della rinuncia. L'importanza di Epitteto non sta tanto nell'originalità del suo pensiero, quanto nella forza e nella coerenza con cui egli visse la sua filosofia come una religione, non cercando di comprendere la verità, ma di viverla, non aspirando alla "scienza", ma alla "sapienza".

Marco Aurelio

Imperatore-filosofo: questo è l'epiteto che la storia gli ha assegnato. Scelto per condurre il più grande impero che fosse mai esistito, Marco Aurelio cercò, nella vita di ogni giorno, di affidarsi alla filosofia e ai principi che da questa gli derivarono: "devi adattare te stesso agli eventi ai quali il destino ti diede in sorte d'esser compagno. E ama, ma davvero, gli uomini ai quali la sorte t'ha posto accanto".

Marco Aurelio nacque a Roma nel 121 e fu educato fin dalla fanciullezza ai principi dello stoicismo. Adottato da Antonino Pio nel 138 e designato erede al trono, ebbe come precettore Frontone, che tentò d'insegnargli l'arte della retorica, ma il discepolo si mostrava più attratto dalla profondità del contenuto che dalla bellezza della forma. Nel 161 Marco Aurelio divenne imperatore, e attese al suo compito con dignità e umanità, cercando di mettere in pratica i principi che lui stesso si era posto. Le dure necessità dell'Impero lo costrinsero a stare in guerra per quasi tutta la durata del suo regno, combattendo in Oriente contro i Parti e sulla frontiera del Danubio contro Quadi e Marcomanni; su quest'ultimo fronte morì, nel 180 d.C. Cassio Dione ci tramanda che, sul punto di morte, l'imperatore disse al tribuno che gli chiedeva la parola d'ordine: "va' verso l'aurora, io ormai sono al tramonto".

Di Marco Aurelio conserviamo un'opera in 12 libri, intitolata ta eis eauton (A se stesso e contenente circa 470 pensieri o considerazioni, appuntati l'uno accanto all'altro senza una prestabilita sequenzialità e scritti la maggior parte durante le campagne militari. Questi pensieri riguardano l'uomo e non propriamente l'imperatore, così che da Marco Aurelio s'impara sempre, perché le sue riflessioni sono utili anche oggi. Più esattamente, nei Pensieri Marco Aurelio si comporta come se stesse parlando con la sua anima: il Marco Aurelio filosofo colloquia con il Marco Aurelio uomo, e noi siamo portati immediatamente ad indentificarci con quest'ultimo. Questo modo di procedere è affine a quello che adotta Seneca nelle Epistole morali, con la differenza che Seneca dice di conoscere già il cammino, mentre Marco Aurelio fa compiere il cammino al lettore camminando con lui. La vita è breve ed il tempo va speso migliorando se stesso e gli altri; Marco Aurelio non parla, come fece Seneca, di un sapiens, ma di un uomo virtuoso che spende il suo tempo facendo da esempio e aiutando gli altri. L'uomo deve donare liberamente e spontaneamente all'altro uomo, e lo deve fare di nascosto (riprende qui i precetti del De beneficiis di Seneca). E' un atteggiamento più greco che romano.

Su 470 pensieri, ben 100 riguardano il pensiero della morte, che è innanzi tutto sentita come crewn (=necessità); tutto ciò che nasce deve poi morire. La vita è troppo breve, secondo Marco Aurelio ("il tempo dell'umana vita è un punto"), ma si può lo stesso viverla con onestà (è antesignano del Cristianesimo). L'uomo ha l'urgente ("il momento fatale incombe su di te; finché ti dura la vita, diventa buono") necessità di vivere sempre in maniera onesta (capovolgimento del Carpe diem di Orazio). Sarà logico, per Marco Aurelio, desiderare che la morte giunga il prima possibile nel momento della grande sofferenza. L'uomo deve vivere in linea con i dettami che lui stesso si è dato, nonostante i tanti mali e le difficoltà dell'esistenza; solo in questo modo l'uomo sarà realmente pago di se stesso. Il suicidio è ammesso solo nel caso in cui l'uomo, oggettivamente, sia impossibilitato ad esercitare la virtù. Il "poter", in questi casi, suicidarsi, equivale però a un "dover", in quanto costituisce la scelta migliore da fare. Similmente, la guerra non è un male solo se è fatta per legittima difesa. Marco Aurelio vuol fare del bene agli altri non imponendo la strada, ma è l'uomo che, con il suo stesso esempio, trascina gli altri; e quale esempio migliore di quello di un imperatore che ha toccato con mano le difficoltà della vita. Tornando al discorso della morte, Marco Aurelio ne dà tre definizioni:

  1. fusews ergon (= azione della natura). "Colui che è stato causa, in un primo momento, della tua composizione, è lo stesso che in questo istante è causa della dissoluzione. Tu, invece, non c'entri né per l'uno né per l'altro fatto". Lo stesso nascere è un cominciare a morire, e per questo dobbiamo prepararci fin dal giorno della nascita. La vita è un dono e non possiamo sprecarlo.
  2. fusews misterion (= mistero della natura). Non sappiamo con certezza dove vada a finire l'anima dopo la morte. Marco Aurelio, stoico, ondeggia tra la visione della metempsicosi e l'idea stoica dell'eterno ritorno.
  3. metabolh (= cambiamento di stato). La vita muore e dalla morte si passa ad una nuova vita; è un pensiero solo accennato, non organicamente concepito.

La conclusione di Marco Aurelio riguardo alla morte è questa: se ti sei comportato virtuosamente, non ne devi avere paura (la sua conclusione si avvicina, paradossalmente, a quella degli epicurei).

Per Marco Aurelio, l'uomo cerca di raggiungere il piacere, concepito in maniera diversa dal piacere epicureo. L'imperatore-filosofo distingue due diversi tipi di piacere:

  1. Piacere cinetico; piacere in movimento, misto a dolore.
  2. Piacere catastematico; piacere fisso, in riposo, vero piacere, distinto di piaceri naturali e necessari, piaceri non naturali ma necessari, piaceri non naturali né necessari.

L'uomo, cercando il piacere, lo troverà il qualcosa di tangibile, come, per esempio, la bellezza (piacere transeunte). Perché, per Marco Aurelio, aspirare a qualcosa di caduco? Su questo punto gli sono state mosse alcune obiezioni, in quanto sembra che l'imperatore-filosofo non riesca a concepire nessun concetto valido di per sé, come la bellezza, la gloria o la fama, che sono sempre e necessariamente relazionati agli altri uomini, e quindi piaceri effimeri.

Marco Aurelio esamina la vita degli uomini e rimane amareggiato nel vedere gli uomini come dei cagnolini che si mordono la coda gli uni gli altri. "Siamo nel mondo per reciproco aiuto; in conseguenza è contro natura ogni azione di reciproco contrasto"; questa è la comprensione e la solidarietà che propone Marco Aurelio. "Gli uomini sono nati l'un per l'altro; conseguenza: o li rendi migliori con l'insegnamento oppure sopportali". Questo perché ritiene che tutti gli altri uomini siano parte di noi, come noi siamo parte del tutto, come l'ape lo è dello sciame; di conseguenza "una cosa che non arreca utilità allo sciame non ne arreca all'ape". E su questi precetti Marco Aurelio impostò la sua vita da imperatore del più grande impero che la storia avesse mai conosciuto.





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