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L’uso della preposizione di nel romanzo „I Malavoglia” di Giovanni Verga

letteratura




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L’uso della preposizione di nel romanzo „I Malavoglia”
di Giovanni Verga


1. Introduzione


Fra le parti  «invariabili» del discorso le preposizioni esplicano una funzione di estrema importanza; sono esse che stabiliscono il maggior numero di raporti fra le parole. Senza di esse non sarebe possibile articolare il nostro pensiero e dargli una testura logica. Le frase in qui si fa a meno delle perposizioni sono rarissime, poichè sono assai poche le funzioni grammaticali e sintattiche che si possono indicare senza il loro legame. Le preposizioni constituiscono il nesso, potremmo dire il commento che risalda una parola all’altra, un elemento della frase con quello vicino. Se si pensa che soltanto il  ‘soggetto’ e il complemento ‘oggetto’ sono introdotti direttamente nel parlare, mentre tutte le altre circostanze (vale a dire i ‘complementi’, cioè le tante integrazioni che sono necessarie al pensiero per completare un’espressione), si collegano mediante le preposizioni, risulterà evidente la loro importanza e il loro carattere indispensabile.



In rapporto al loro impiego, che risulta così ricco e indispensabile, le preposizioni di cui dispone la lingua italiana sono assai poche. Potremmo arriaschiare di dire che sono insufficienti, sebbene, anche in questo numero esiguo, possano riuscire ad assolvere tutte quelle indicazioni di cui ha bisogno la nostra espressione.

Rispetto alla loro frequenza nel discorso, le preposizioni si possono distinguere in due categorie: quelle che hanno un valore assai preciso e s’impiegano per circostanze determinate, tanto che basta pronunciarle per avvertire subito il loro significato ‘specifico’ (come sopra, sotto, prima, dopo, senza, ecc.); e quelle altre che, al contrario, sono adoperate con tale estensione da smarire il proprio valore originario, ed assumere un carattere assai ‘generico’ che vale a introdurre le più diverse e contrastanti relazioni.

Esse sono: a e di, in particolare, e con esse, da, in, per, con, su.

La preposizione è una parte del discorso invariabile che serve ad esprimere e determinare i rapporti sintattici tra le varie componenti della frase. Ciascuna preposizione è dotata di tratti semantici autonomi, ma nello stesso tempo è un elemento che ha funzione relazionale e dunque il suo significato si può cogliere in ragione:

a al tipo di reggenza che si determina nell’incontro componente + preposizione + componente.

b) ai significati delle singole parole che si collegano attraverso la preposizione.

Le preposizioni sono ritenute un fenomeno cruciale per la semantica lessicale: la loro alta polisemia le rende casi esemplari per lo studio dell’estensione semantica e il loro essere luogo principale della codificazione linguistica di concetti legati alla spatial cognition.

Una delle preposizioni italiane più difficili da tratare è di, perché il suo significato é così generico che gli Studiosi sono addiritura arrivati a parlare di preposizione vuota.

La formulazione classica della nozione di ‘parola vuota’, traduzione del termine tedesco ‘Leewort’, è dovuta a Vendryes, il cui manuale Le Langage riassume le idee dei glottologi dell’inizio del secolo scorso e costituisce in questa disciplina un quadro di riferimento fino a quando viene sostituito dallo strutturalismo.

Le “parole vuote” non si presentano mai in isolamento, ma sempre in combinazione con una “parola piena” con la quale esse constituiscono un’unità.

All’interno della categoria grammaticale si delinea un’opposizione tra le preposizoni vere e proprie e quelle che fungono da segnacaso. Questa è la versione moderna dell’opposizione tra preposizioni concrete e astratte di Vendryes. Nella teoria standard estesa non esiste un’opinione comune sul modo di analizzare i segnacaso: secondo un suggerimento di Jackendoff, riformulato dalla Bresnan possiamo considerare tali categorie grammaticali come delle categorie degenerate che non possono essere la testa di una categoria lessicale.

Nelle grandi linee e transcurando molti particolari si possono rubricare le numerose situazioni in cui incontriamo  il lessema di in sei gruppi:

1) Alcuni reliti della relazione Origine, detta anche Provenienza (inglese source = fonte), oppure ablativo es: esco di casa.

2) Le costruzioni partitive: es: un chilo di patate; il più bravo di questi ragazzi.

3) Le costruzioni genitivali, chiamati di specificazione nella tradizione italiana, e complements d’appartenance nella tradizione francese; es: la politica del governo, una ragazza del mio paese, il figlio del vicino.

4) Altre relazioni strutturali, specialmente la complementazione infinitiva e i complementi prepositivi. Questo gruppo è piuttosto eterogeneo. Es: spero di venire, parlo di politica.

5) Alcune funzioni morfologiche di di, per esempio quello che generalmente si chiama articolo partitivo. Es: compro del vino, e il morfoma che forma avverbi del tipo di solito.

6) Le funzioni quasi-fonologice di di. Es: su di me.

Partendo dal contenuto di di, gli studiosi propongono una tripartizione ancora più radicale: le costruzioni in cui di ha una funzione puramente strutturale e le costruzioni al disotto del livello della parola. Ma tale classificazione non è abbastanza rigida, soprattutto perché non si può dire che le funzioni strutturali siano prive di contenuto semantico per la definizione. Si confrontino per esempio i complementi di oggeto indiretto e il complemento di agente, che non si possono isolare interamente dalla funzione. Destinazione di a e dalla funzione causale di da, rispetivamente.

Ci sono alcuni casi in cui la preposizione di ha più nettamente un significato intrinseco. Si tratta di alcuni casi della relazione Origine che sono un residuo ridotto di uno dei valori di de latino. Sono casi panromanzi, ma in nessuna lingua romanza esse sono rare come in italiano, per via della cooccorenza della preposizione da, che è l’attuale rappresentante italiano della nozione di Origine. I quattro tipi che s’incontrano sono:

a)      la semplice origine spaziale: scendo di macchina; esco di casa.

b)      l’origine spaziale in corelazione con Destinazione: viaggio di città in città.

c)      l’origine temporale dello stesso tipo: aspetto di mese in mese.

d)      l’origine causale: muoio di fame.

Tutti questi casi sono caratterizzati dall’assenza dell’articolo. Se l’articolo (o un determinate analogo) ricompare, ritroviamo la preposizione da. Si confrontino: secondo dalla macchina; esco da quella casa; viaggio da una città all’altra, aspetta da un mese all’altro; muore dalla fame.

Qui si può considerare di come variante suppletiva di da, soggetta alla regola:

da > di / [Ø]det [N] pp

Le regole suppletive riguardando il cambiamento di forma nei casi in cui il contenuto rimane invariato.

In tal modo possiamo descrivere di nel senso considerato qui come un morfema suppletivo dell’ablativo.

La complementazione verbale, per mezzo di di, s’incontra nelle frasi segueti:

parlo di /(della) politica (sovietica)

riempio le mie tasche di sassi

La preposizione di è una delle preposizioni di uso più frequente e vario. In linea di massima indica solo un rapporto fra due elementi della frase, rapporto che quanto al significato, varia a seconda del significato degli elementi della frase che lo costituiscono e che, comunque, è riconducibile per lo più a un’idea di appartenenza o di identità.

La preposizione di è una delle nove preposizioni proprie. Le preposizioni proprie sono chiamate così perché possono svolgere solo la funzione di preposizione. Le preposizioni proprie sono semplici, cioé constituite da una sola parola, e invariabili. La preposizione di si combina con diverse forme dell’articolo determinativo a costituire le cosiddette preposizioni articolate, cioé preposizioni con l’articolo, é diventando variabili: del (di + il) dello (di + lo), della (di + la), dei (di + i), degli (di + gli), delle (di + le).

il motorino di Paolo il motorino della zia

invariabile variabile

Davanti a vocale la preposizione di subisce spesso l’elisione: d’inverno, un anello d’oro.

La preposizione di è anche quella più “elastica”: nella maggior parte dei casi indica solo un collegamento, un rapporto tra due constituenti della frase.

Tale valore generico e molto comprensivo spiega l’alta frequenza d’uso, la quale nello steso tempo contribuisce a favorire un allargamento e una diversificazione sempre maggiore degli impieghi.

In italiano e nelle lingue romanze l’uso delle preposizioni, per grandi linee ereditato dal latino, ha conosciuto uno sviluppo eccezionale a causa del fatto che, alle antiche funzioni, se ne sono aggiunte altre dovute alla progressiva scomparsa del sistema di flessione nominale dei casi. Al procedimento sintetico del latino classico, che tendeva ad esprimere le relazioni sintatiche attraverso le differenti desinenze, l’italiano ne oppone uno analitico, fondato quasi sempre sulle preposizioni come segnali del rapporto tra le varie componenti della frase. Ecco alcune frasi semplici latine con la loro traduzione italiana, da cui risulta la differenza dei due procedimenti:

“militis officium est pugnare” “è compito del soldato combatere”

“heac sunt fratris tui verba” “queste sono le parole di tuo fratello”.

Nei paragrafi successivi si tratterà della struttura interna di diversi tipi di sintagmi nominali, che verrano distinti sulla base del tipo di testa, cioè del tipo di nome che ne determina la struttura, ferma restando la distinzione fra struttura argomentale e struttura non-argomentale.

Questa tipologia si basa sulle analisi delle strutture possibili. Per distinguere i tipi di nomi faremo dapprima ricorso ad un’analogia con i verbi, con cui i nomi presentano, dal punto di vista della struttura che “proiettano”, molte somiglianze. È lecito infatti parlare di nomi “transitivi” e “intransitivi” e di nomi “passivi” e “attivi”. Dato che la maggior parte dei nomi a struttura argomentale ha un verbo corrispondente, ci limiteremo a definire questi termini in analogia con ciò; che essi significano se riferiti alla struttura verbale. Diremo cioè che un nome è “transitivo” se lo è il verbo corrispondente; i nomi transitivi hanno due argomenti. Vedremo anche che, sebbene derivati da verbi transitivi, alcuni nomi proiettano sintagmi nominali non passivizabili, in quanto uno degli argomenti del nome viene espresso da un sintagma preposizionale diverso da “di + SN”.

Diremo che un nome è “attivo” se gli argomenti che nella struttura verbale attiva corrispondente hanno la funzione di “soggeto” e “oggetto” mantengono tale funzione all’interno del sintagma nominale. Viceversa diremo che un nome È “passivo” se l’argomento che funge da soggetto del verbo attivo corrispondente viene introdotto dalla locuzione preposizionale “da parte di”, che svolge all’interno degli SN la stessa funzione svolta dalla preposizione “da” quando introduce il complemento dagente nella struttura frasale passiva, e se l’oggetto del verbo attivo può essere espresso con un pronome possessivo. Il concetto di “soggetto” di SN che emerge da questa trattazione è quindi il seguente: i pronomi possessivi occupano una posizione di prominenza all’interno dei SN paragonabile a quella dei soggetti di frase e come si vedrà tra breve, il sintagma nominale introdotto da di che essprime l’argomento “esterno”, mostra le medesime proprietà.





2. La preposizione di nelle locuzioni


2.1. Di nelle locuzioni preposizionali


Le locuzioni preposizionali – forme sintattiche complesse che hanno funzione grammaticale e significati assimilabili a quelli delle preposizioni. La forma canonica di locuzione preposizionale è ‘preposizione + nome + SP’: a confronto di, in confronto a, di fronte a, per mezzo di, in mezzo a, in base a, a paragone con, per opera di, per via di, a causa di, a danno di, ecc. Alcune di queste forme presentano una differenza minima da preposizioni corrispondenti: parallelamente a malgrado X troviamo la locuzione preposizionale a malgrado di X; parallelamente alla preposizione riguardo a X troviamo la locuzione preposizionale a riguardo di X; accanto a tramite X troviamo per tramite di X, ecc.

Le locuzioni preposizionali costituiscono un tipico dominio a cavallo tra la sintassi e il lessico, in cui sono individuabili certe regolarità, ma le variazioni da un caso all’altro dipendono talvolta da idiosincrasie lessicali.

Certe forme hanno un significato del tutto composizionale (derivabile dalle strutture più i significati delle parole in gioco); è il caso di espressioni del tipo in mezzo a, ecc. In altri casi, il significato non è composizionale, idiomatico: per via di, ecc. In qualche caso anche la forma è idiomatica, utilizzando un nome che non è attestato indipendentemente: a detta di.

La struttura canonica ‘preposizione + nome + SP’ differisce dal caso del tutto produttivo di una preposizione che regga un SN il quale, a sua volta, contenga un SP (del fratello di Gianni) perché, in generale, il nome non è introdotto dall’articolo. L’articolo è facoltativo in alcuni casi (a(l) paragone di X), ma in altri casi non compare (della fronte a X, alla causa di X). In altri casi ancora l’introduzione dell’articolocomporta il cambiamento di una o di entrambe le preposizioni: in mezzo alla stanza, nel mezzo della stanza; in fondo al pozzo, nel fondo del pozzo; in base alle tue informazioni, sulla base delle tue informazioni. Con l’introduzione dell’articolo queste strutture perdono la loro pecularità di locuzioni preposizionali e diventano normali strutture produttive, in cui il significato è sempre composizionale. In effetti, il nome non è modificabile nella forma senza articolo: in mezzo preciso alla stanza, in fondo scuro al pozzo, in solida base alle tue informazioni (ma non è sempre così: per gentile tramite di Gianni è possibile); il nome è invece sempre modificabile nella struttura con articolo, come ci aspettiamo in una struttura produttiva ‘P + SN’: nel mezzo preciso della stanza, nel fondo scuro del pozzo, sulla solida base delle tue informazioni.

Tuttavia, anche la struttura delle locuzioni preposizionali vere e proprie non è completamente rigida dal punto di vista dei processi sintattici. Per esempio, la sottostruttura ‘di + SN’ può essere pronominalizzata con il possessivo, che viene preposto al nome: a confronto di Gianni / a suo confonto; per opera di Gianni / per sua opera; a danno di Gianni / a suo danno. Le locuzioni a causa di e per causa di differiscono sorprendentemente in quanto la secona ammette il possessivo sia prima che dopo il nome: per causa sua / per sua causa; la prima ammette invece solo il possessivo postnominale: a causa sua / a sua causa. Altre locuzioni (a fin di, per via di) non ammettono il possessivo in alcuna posizione (a suo fin / a fin suo).

“Ora mi tocca vederlo in mano di quella serpe, la quale fa e disfà come vuol lei! e non mi riesce nemmeno di levarmela d’adosso per via del giudice, che non si lascerebbe tentare neanche da Satanasso!“ (p. 259)

“Sapete cosa fa Brasi Cipolla, adesso che suo padre va cercandolo per tirargli le orecchie a causa della Vespa?” ( p. 169 )

“Poi si misero a sedere sui pagliericci ch’erano ammonticchiati nel mezzo della camera, per riposarsi un po’, e guardavano di qua e di là se avessero dimenticato qualche cosa.” (p. 127)

“Coi denari dei pulcini avrebbe anche comperato un maiale, per non perdere le bucce dei fichidindia, e l’aqua che serviva a cuocere la minestra, e a fin d’anno sarebbe stato come aver messo dei soldi nel salvadanaio.” (p. 261)



2.2. Di nelle locuzioni avverbiali


Le locuzioni avverbiali – sequenze fisse di elementi che per il loro significato e per la loro funzione equivalgono ad avverbi. Come gli avverbi, possono essere:

- locuzioni avverbiali di maniera (modo): di corso, di solito, di frequente ecc.

“Di solito gli uomini non s’immischiano in quelle liti di donne, se no le questioni s’ingrosserebbero e potrebbero andare a finire a coltellate.” (p. 190)


- locuzioni avverbiali di tempo: di buon’ora, di tanto in tanto, d’ora avanti ecc.

“La Nunziata, o la cugina Anna, venivano di tanto in tanto col passo leggero e il viso lungo, senza dir nulla…“ (p. 185)


- locuzioni avverbiali di luogo: di qua, di là, di sopra, di sotto, per di qua, di qui ecc.

“A certe cose ci pensano sempre soltanto i vecchi, quasi fosse stato ieri – tanto che la Loca era sempre lì davanti alla casa dei Malavoglia, seduta contro il muro ad aspettare Menico e voltava il capo di qua e di là per la straduccia, ad ogni passo che sentiva.” (p. 90)

“Andate a dirglielo voi stesso; e andate a cercarvi i guai fuori di qui. (p. 235)

“Quando Mena si sarà maritata, rispondeva ‘ Ntoni, il nonno ci darà la camera di sopra.(p. 125)


- locuzioni avverbiali di giudizio: di sicuro, di certo ecc.

“ Nella mia vigna ci ha grandinato, e alla vendemmia non ci arrivo di certo.” (p. 229) 

“Ella mi riconobbe di sicuro, mentre passavo davanti all’uscio, perché si fece bianca e rossa nella faccia, ed io frustrai il mulo per passare presto, e son certo che quella poveretta avrebbe voluto piuttosto che il mulo le fosse camminato sulla pancia, e la portassero distesa sul carro come portiamo adesso suo nonno. “ (p. 267)


- locuzioni avverbiali di quantità: di più, di meno ecc.

“E voi prendetevela la Vespa! O infine non è sangue vostro, lei e la sua chiusa? Non sarà una bocca di più, no! che ha le mani benedette quella donna, e non lo prenderete il pane che li darete da mangiare!“ (p. 191)

“Eh? non vi conviene?lasciateli! Ma un centesimo di meno non posso, in coscienza! che l’anima ho da darla a Dio!“ (pag. 11)



3. La preposizione di e i complementi proposizionali



3.1. Il complemento di specificazione


Il complemento di specificazione è costituito da un sostantivo o da una qualsiasi parte del discorso sostantivata che serve a spiegare o precisare il significato generico del nome da cui dipende. È introdotto dalla preposizione di, semplice o articolata, e dipende da un nome:

Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza;“ (p. 9)

“E la famigliuola di padron ‘Ntoni era realmente disposta come le dita della mano.(p. 11)

Può dipendere anche da verbi e da aggettivi:

Non fidarti degli sconosciuti

Mandiamogli dei soldi per comperarsi le pizza, al goloso!” (p. 19)

Mario è invidioso del successo di Franco.

“Così fu risoluto il negozio dei lupini, e il viaggio della Provvidenza, che era la più vecchia delle barche del villaggio, ma aveva il nome di buon augurio.” (p. 25)

Il complemento di specificazione risponde alle domande: di chi?, di che cosa?

Con dei nomi che indicano delle azioni, il complemento di specificazione può equivalere al soggetto che ha compiuto l’azione contenuta nel nome reggente o all’oggetto che l’ha subita. Si parla, allora, di specificazione soggettiva e di specificazione oggettiva:

Il ritorno di Claudio è previsto per sabato.

( = è Claudio che ritorna )

“Questa è la mano di Dio per castigar la superbia di padron Fortunato, diceva la gente.” (p. 271)

Il trasporto dei mobili è costato pochissimo.

( = qualcuno ha trasportato i mobili)

“Per tutto il paese non si parlava d’altro che del negozio dei lupini…” (p. 27)

( = qualcuno aveva il negozio )

In alcuni casi il complemento di specificazione può essere trasformato in un attributo:

I giorni di festa = I giorni festivi

Il pronome ne, quando significa di ciò, di lui, di lei, di loro ecc., è complemento di specificazione:

La Gioconda? Ne ho visto una riproduzione.

“Don Silvestro rideva come una gallina, e quel modo di ridere faceva montare la mosca al naso allo speziale, il quale per altro di pazienza non ne aveva mai avuta, e la lasciava agli asini e a quelli che non volevano fare la rivoluzione un’altra volta.“ (p. 24)


3.2. Il complemento di denominazione


Il complemento di denominazione determina con un nome specifico, per lo più un nome proprio, il termine generico che lo precede. È introdotto dalla preposizione di e risponde alla domanda di quale nome? Per lo più, il complemento di denominazione si trova con:

- i nomi geografici (città, lago, provincia ecc.):

La città di Firenze è sempre affascinante.

“Per istruirlo gli portava «il Secolo» e «la Gazzetta di Catania» però ‘Ntoni si seccava a leggere…” (p. 291)

- i nomi dei mesi:

Il mese di gennaio è il primo mese dell’anno.

“Insomma una brutta domenica di settembre, di quell settembre traditore che vi lascia andare un colpo di mare fra capo e colo, come una schioppettata fra i   fichidindia.” (p. 52)

- un nome generico come nome, cognome, soprannome, pseudonimo, titolo ecc.:

Carlo Lorenzini è noto con lo pseudonimo di Collodi.

“Padron ‘Ntoni intanto aspettava la risposta davanti alla bottega di Pizzuto e guardava come un’anima del Purgatorio quei due che pareva si azzuffassero, per cercare di indovinare se lo zio Crocifisso diceva di sì.“ (p. 268)


3.3. Il complemento di materia


Il complemento di materia indica il materiale o la sostanza di cui è fatto un dato oggetto:

Non amo le sedie di metallo.

“Padron ‘Ntoni però non dava più segno di vita, e allorchè accostarono la lanterna si vide che aveva la faccia sporca di sangue…” (p. 207)

Risponde alle domande di quale materiale?, con quale sostanza? ed è preceduto dalle preposizioni di e in.

Può essere usato anche in senso figurato, riferito a esseri viventi o a concetti astratti:

Roberto ha uno stomaco di ferro.

“Chi deve mangiarsi queste sardelle qui, cominciava la cugina Anna, deve essere il figlio di un re di corona, bello come il sole, il quale camminerà un anno, un mese e un giorno col suo cavallo bianco; finchè arriverà a una fontana incantata di latte e di miele;“ (p. 244)




3.4. Il complemento di argomento


Il complemento di argomento indica l’argomento di cui si parla o si scrive, o su cui si ferma l’attenzione.

È retto per lo più da verbi come parlare, riferire, discutere, trattare, scrivere, leggere ecc. o da nomi di significato corrispondente come libro, articolo, trattato, ricerca, parere, discorso, convengo, consiglio ecc.:

Ormai si parla solo di vacanze.

“Col andare dei giorni però, nessuno parlava più di quello che era successo;“ (p. 176)

Risponde alle domande a proposito di chi?, intorno a chi?, intorno a che cosa?, riguardo a chi?, riguardo a che cosa?, su chi?, su che cosa?, ed è introdotto dalle preposizioni di, su, per, sopra, circa e da locuzioni come riguardo a, intorno a, a proposito di ecc.


3.5. Il complemento di mezzo o strumento


Il complemento di mezzo o strumento indica la persona, l’animale o la cosa per mezzo della quale si compie l’azione espresso dal verbo:

Ti spedirò le bozze per mezzo di lettera.

“Ei li aizzava l’un contro l’altro, e rideva a crepapancia con degli Ah! Ah! Ah! che sembrava una gallina.” (p. 33)

Risponde alle domande per mezzo di chi?, per mezzo di che cosa? Ed è introdotto dalle preposizioni di, a, con, in, per, mediante, tramite e dale locuzioni per mezzo di, per opera di ecc.


3.6. Il complemento di qualità


Il complemento di qualità indica le qualità fisiche o morali e le caratteristiche di una persona, di un animale o di una cosa:

Mario è un ragazzo di buon carattere.

Ve lo faccio per niente – aggiunse don Silvestro, messo di buon umore.” (p. 217)

Risponde alle domande di che qualità?, con quail caratteristiche?, viene espresso da un sostantivo, accompagnato spesso da un attributo, ed è introdotto dalle preposizioni a, di, da, con.

Può trovarsi in forma assoluta, non introdotto da alcuna preposizione:

Il comandante, la voce suadente e calma, ci informò del ritardo.

“Compare Tino, poveraccio, lo afferrava pel giubbone, perché stesse a sentire per forza;“ (p. 190)


3.7. Il complemento partitivo


Il complemento partitivo indica un tutto di cui si considera solo una parte:

Il primo degli invitati arrivò in anticipo.

“I Malavoglia lo pagavano a furia di sberrettate; e i ragazzi, appena lo vedevano spuntare in fondo alla stradicciuola, scappavano come se vedessero il ba-bau; ma sinora nessuno di loro gli parlava di quei denari dei lupini…“ (p. 82)

Risponde alle domande di chi?, di che cosa?, tra chi?, tra che cosa? Ed è introdotto dalle preposizioni di, tra, fra.


3.8. Il complemento di causa


Il complemento di causa indica la causa, il motivo, la ragione che determina un’azione o una situazione:

Ha fatto salti di gioia appena uscito dall’esame.

“Ma voi potreste darla in mano a compare Nunzio, o al figlio della Locca, che muoiono di fame, e verrebbero a lavorare per niente.“ (p. 267)


Risponde alle domande perché?, per quale causa?, per quale motivo? Ed è introdotto dalle preposizioni di, a, da, per e dalle locuzioni per causa di, a causa di, a motivo di ecc.

Può dipendere da un verbo, da un aggettivo o da un sostantivo.


3.9. Il complemento di modo o maniera


Il complemento di modo o maniera indica il modo o la maniera in cui si compie l’azione espresso dal predicato oppure un modo d’essere, una condizione:

Non posso fermarmi con te al bar perché vado di fretta.

“Le donne bisogna lasciarle dire, e far le cose di nascosto. (p. 283)

Risponde alle domande come?, in che modo?, in che maniera? Ed è introdotto dalle preposizioni a, di, da, con, per, in, tra, e dalle locuzioni alla maniera di, al modo di ecc.

Spesso il complemento di modo è espresso direttamente da un avverbio di modo (bene, male, coraggiosamente, rapidamente ecc.) oppure da una locuzione avverbiale di modo (alla rinfusa, di corsa, per fortuna, a ragione, a malincuore ecc.). In questo caso prende il nome di complemento avverbiale di modo:

Ho studiato interrottamente tutto il pomeriggio.

( = senza interruzioni )

Studierò questa pratica fino in fondo.

( = con estrema cura )


3.10. Il complemento di tempo


Il complemento di tempo indica una determinazione di tempo e si distingue in due tipi: di tempo determinato e di tempo continuato.

Il complemento di tempo determinato indica il momento in cui avviene l’azione espresso dal predicato o si verifica una situazione:

D’inverno le giornate sono più corte.

“Quando ‘Ntoni Malavoglia incontrò don Michele per dargli il resto fu un brutto affare, di notte, mentre diluviava, ed era scuro che non ci avrebbe visto neppure un gatto…” (p. 319)

Risponde alle domande quando?, in quale momento?, per quanto?, a quando?, entro (fra) quanto tempo?, ogni quanto tempo?, ed è introdotto dalle preposizioni a, di, in, tra, fra, entro, durante e da locuzioni come intorno a, al tempo di, prima (dopo) di ecc.

In alcuni casi il complemento di tempo determinato può essere espresso direttamente, cioè senza preposizione. In particular modo ciò si verifica con i nomi indicanti i giorni della settimana, con le determinazioni di tempo espresse da numerali (escluse quelle che indicano l’anno), con gli avverbi di tempo e con le espressioni di valore distributivo:

Martedì vado a Bucarest.

La sera Giovanni rientra tardi.

L’evento si è verificato il venti marzo.

Oggi non ho lezione di matematica.

Vado in vacanza una volta all’anno.

“Così successe ai Malavoglia quando il lunedì tornarono col carro di compar Alfio per riprendersi il nonno, e non lo trovarono più.“ (p. 273)

“Son venuto a riprenderle dalla parenza, disse, e bisogna rivedere le maglie giacché domani armeremo la Provvidenza.” (p. 80)

“L’usciere lasciatelo venire anche una volta al giorno, così il creditore si stancherà più presto di rimetterci le spese.“ (p. 70)


Il complemento di tempo continuato indica per quanto tempo dura un’azione o una situazione:

Non lo vedo da tre mesi.

Ho letto il tuo libro in una settimana.

“A quelle parole, prima Maruzza, e poi tutti gli altri tornarono a piangere di nuovo, e i ragazzi, vedendo piangere i grandi, si misero a piangere anche loro, sebbene il babbo fosse morto da tre giorni.” (p. 45)

Risponde alle domande quanto?, per quanto tempo?, da quanto tempo?, in quanto tempo?, ed è introdotto dalle preposizioni da, in, per, durante e dalle locuzioni fin da, fino a ecc., ma spesso si trova senza preposizione:

Abbiamo viaggiato tutta la notte.

La cerimonia è durata due ore.

Insomma ‘Ntoni si divertì tutta la giornata;“ (p. 59)

“Il vento contrastava forte alla manovra, ma in cinque minuti la vela fu spiegata, e la Provvidenza comincio a balzare sulla cima delle onde…“ (p. 144)

Quando è espresso direttamente da un avverbio oppure da una locuzione avverbiale, il complemento di tempo prende il nome di complemento avverbiale di tempo.


3.11. Il complemento di colpa


Il complemento di colpa indica la colpa di cui una persona è accusata o per cui è condannata:

Quell’uomo è stato accusato di furto.

“Ella diceva sempre la verità come il santo evangelio, questo era il suo vizio, e perciò la gente che non amava sentirsela cantare, l’accusava di essere una lingua d’inferno, di quelle che lasciano la bava.” (p. 37)

Risponde alle domande di quale colpa?, per quale colpa? Ed è introdotto dalle preposizioni di, da, per, o dalle espressioni della colpa…, del delitto…e simili.

Il complemento di colpa è retto da:

verbi come accusare, incolpare di, condannare per ecc.

espressioni come chiamare in giudizio per, dimostrare colpevole di, intentare un processo per, dichiarare qualcuno reo di ecc.

sostantivi e aggettivi come colpevole, reo, accusato, imputato ecc.


3.12. Il complemento di pena


Il complemento di pena indica la pena, il castigo, la multa, la contravenzione a cui una persona è condannata o sottoposta:

L’automobilista fu multato di centomilla lire.

“La Vespa, tutta in fronzoli, e con tanto di rosario in mano, andava a pregare il Signore di liberarla di quel castigo di Dio di suo marito.“ (p. 313)

Risponde alla domanda a quale pena? Ed è introdotto dalle preposizioni a, in, per, con.

Il complemento di pena è retto da:

verbi come condannare, punier, multare, castigare ecc.

sostantivi come pena, condanna, castigo, multa ecc.


3.13. Il complemento di moto da luogo


Il complemento di moto da luogo indica il luogo da cui si arriva o da cui prende inizio l’azione:

Da un mese non esco di casa.

“Il giorno dopo tornarono tutti di Aci Castello per veder passare il convoglio dei coscritti che andavano a Messina, e aspettarono più di un’ora, pigiati dalla folla, dietro lo stecconato.” (p. 16)

Risponde alla domanda da dove?, ed è introdotto dalle preposizioni da e di. È retto da verbi di movimento come partire, venire, arrivare, tornare, uscire, o da nomi di significato analogo come ritorno, partenza, arrivo ecc.

Può anche essere espresso da locuzioni avverbiali come da qui, da qua, da lì, da là, e dalla particella avverbiale ne (in questo caso prende il nome di complemento avverbiale di moto da luogo):

Sono passato anch’io da quella profumeria: ne vengo proprio ora.

“Questa è la cugina Anna che torna dal lavatoio, poi se ne stava a vedere l’ombra delle case che si allungava…” (p. 161)


3.14. Il complemento di moto per luogo


Il complemento di moto per luogo indica il luogo attraverso il quale si passa o attraverso il quale si compie un’azione di movimento:

I vigili del fuoco sono passati dalla finestra.

Giorgio correva a perdifiato attraverso il parco.

Ogni giorno passa di là per arrivare prima.

“E glielo disse anche in faccia, alla fine onde, levarsi d’adosso quella noia, perché quel cristiano stava sempre davanti alla sua porta come un cane, e le avrebbe fatto perdere la fortuna, se mai qualcun altro avesse avuto l’intenzione di passare di là per lei.“ (p. 134)

L’hai visto dion Michele? Ci passa dalla strada del Nero?(p.153)


Risponde alle domande per dove?, attraverso quale luogo?, ed è introdotto dalle preposizioni per, da, in, attraverso, e dalla locuzione in mezzo a.

Può anche essere espresso da locuzioni avverbiali come da qui, da là, da lì, e dalle particelle avverbiali ci, vi (in questo caso prende il nome di complemento avverbiale di moto per luogo):

Non potrò mai uscire da questa finestrella: non ci posso!

“Quando gli pagavano poi qualche bicchiere di vino, se la prendeva con don Michele, che gli aveva rubata l’innamorata e andava ogni sera a parlare colla Barbara, li aveva visti lo zio Santoro, che aveva domandata alla Nunziata se don Michele ci passava per la strada del Nero.“ (p. 154)


3.15. Il complemento di moto a luogo


Il complemento di moto a luogo indica il luogo verso cui ci si muove o si sposta qualcosa:

Giovanni è andato a Parigi.

Mettiamo il televisore su quel tavolino.

La partenza per Milano è stata rimandata.

Vado di qua.

“Gran denari! borbottava; e tornava a pensare a quei due forestieri che andavano di qua e di là, e si sdraiavano sulle panche dell’osteria, e facevano suonare I soldi nelle tasche.“ (p. 172)

“Ma non sapeva che doveva partire anche lei quando meno se lo aspettava, per un viaggio nel quale si riposa per sempre, sotto il marmo liscio della chiesa;” (p. 180)

“Sulla casa potremo anche dare la dote a Mena, poi coll’aiuto di Dio, metteremo su un’altra barca.(p. 201)

Risponde alle domande dove?, verso dove?, ed è introdotto dalle preposizioni a, da, in, su, per, sotto, sopra, dentro, fuori e da locuzioni come vicino a, nei pressi di ecc.

Il complemento di moto a luogo è retto da verbi che indicano movimento come andare, partire, dirigersi, arrivare, giungere, venire, spedire ecc., o da nomi di significato analogo come partenza, andata, ritorno ecc.

Può anche essere espresso da avverbi di luogo come qui, qua, là, lì, lassù, e dalle particelle avverbiali ci, vi (in questio caso prende il nome di complemento avverbiale di moto a luogo):

Oggi non posso andare laggiù, ci andrò domani.

“Il nonno ansimando cogli ohi! ooohi! intercalava – Qui ci vorrebbe andare ‘Ntoni – oppure – Vi pare che io abbia il polso di quel ragazzo?“ (p. 8)


3.16. Il complemento di stato in luogo


Il complemento di stato in luogo indica il luogo in cui ci si trova o in cui avviene un’azione:

Abbiamo sostato a Roma.

Per qualche mese abiterò dai miei zii.

La mia permanenza in Italia è durata un anno.

Rimango di qua.

Poco ci vorrà che tutti quegli orfani rimangono di là, sulla strada.” (p. 227)

“Quando gli narrarono poi che avevano riscattata la casa del nespolo, e volevano restare con lui a Trezza di nuovo, rispose di sì, e di sì cogli occhi, che li tornavano a luccicare.” (p. 273)

Risponde alle domande dove?, in che luogo?, ed è introdotto dalle preposizioni a, da, in, su, tra, fra, sotto, sopra, dentro, fuori e da locuzioni come vicino a, accanto a, nei pressi di ecc.

Il complemento di stato in luogo è retto da verbi che esprimono la permanenza in un luogo: essere, abitare, vivere, stare, rimanere, restare, trovarsi ecc., o azioni che si compiono in una condizione di permanenza in un luogo: mangiare, bere, dormire, scrivere, leggere ecc., o da nomi di significato analogo come soggiorno, permanenza ecc.

Può anche essere espresso da avverbi di luogo come qui, qua, là, lì, lassù, e dalle particelle avverbiali ci, vi (in questo caso prende il nome di complemento avverbiale di stato in luogo):

Qui non c’è più nulla da fare: non ci rimango più.

“Vedi, gli diceva, ora che sei qua tu e ci resterai, arriveremo presto a fare i denari della casa.” (p. 200)


3.17 Il complemento di origine o provenienza


Il complemento di origine o provenienza indica da dove proviene (economicamente, materialmente, socialmente, geograficamente, culturalmente) qualcuno o qualcosa:

Il ragazzo è originario di Francia.

Mario proviene da una famiglia francese.

La lingua italiana deriva dal latino.

“Padron ‘Ntoni adunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso un negozio di certi lupine da comprare a credenza per venderli a Riposto, dove compare Cinghialenta aveva ditto che c’era un bastimento di Trieste a pigliar carico.“ (p. 23)

Risponde alle domande originario di dove?, proveniente da chi?, da che cosa?, da dove?, ed è introdotto dalle preposizioni di e da.

Dipende da verbi che indicano origine o provenienza come essere, nascere, derivare, provenire, discendere ecc., da nomi che derivano direttamente da tali verbi, o da aggettivi di significato analogo.


3.18. Il complemento di fine o scopo


Il complemento di fine o scopo indica il fine o lo scopo per cui viene compiuta l’azione espresso dal verbo o a cui è destinata una persona, un animale o una cosa.

Questo ti serva di esempio.

Dobbiamo preparare le valigie per la partenza.

Ho perso gli occhiali da vista.



“‘Ntoni fece segno di star zitti e di scatonare per la viottola, onde evitare di passare davanti alla sua casa, chè Mena o il nonno potevano stare ad aspettarlo e li avrebbero uditi.“ (p. 326)

Risponde alle domande per quale fine?, a quale scopo? Ed è introdotto dalle preposizioni di, a, da, in, per e dalle locuzioni a fine di, a scopo di ecc. Può dipendere da un verbo, da un aggettivo o da un sostantivo.


3.19. Il complemento di limitazione


Il complemento di limitazione indica entro quali limiti o sotto quail punti di vista si debba considerare ciò che è espresso dal predicato, da un sostantivo o da un aggettivo qualificativo:

Giorgio e Maria sono fratelli, ma di carattere non si assomigliano.

Per me, la discussione è conclusa.

Paolo è inferiore a Giorgio in quanto a intelligenza.

“Compare Piedipapera si divertive a sparlare di questo e di quello, come capitava, ma così di cuore e senza malizia…“ (p. 29)

Risponde alle domande limitatamente a chi?, limitatamente a che?, ed è introdotto dalle preposizioni di, a, per, in o dalle locuzioni riguardo a, rispetto a, in quanto a, in fatto di, a parere di ecc.


3.20. Il complemento di abbondanza


Il complemento di abbondanza indica ciò che qualcuno possiede in abbondanza.

La frutta è ricca di vitamine.

Stanotte ha dormitto nella sagrestia; e ieri mia sorella dovete mandargli un piato di maccheroni, nel pollaio dov’era mascosto, perché quell bietolone non mangiava da ventiquattr’ore, ed era tutto pieno di pollini! “ (p. 239)

Risponde alle domande pieno di chi?, di che cosa? ed è introdotto dalla preposizione di.

È retto da:

- verbi come abbondare, riempire, colmare, arricchire, traboccare ecc.

- aggettivi come abbondante, colmo, ricco, pieno, dotato, carico ecc.


3.21. Il complemento di privazione


Il complemento di privazione indica ciò di cui qualcuno è privo :

Mario è totalmente privo di invidia.

Li ho presi per non dir di no, quando pardon ‘ Ntoni è venuto a dirmi sotto l’olmo se ci avessi bisogno di uomini per la parenza.” (p. 93)

Risponde alle domande privo di chi?, di che cosa? ed è introdotto dalla preposizione di.

È retto da:

- verbi come privare, mancare, togliere, difettare, aver bisogno ecc.

- aggettivi come privo, carente, bisognoso, povero, scarso, mancante ecc.


3.22. Il complemento di età


Il complemento di età indica l’età di una persona, di un animale o di una cosa oppure precisa a che età qualcuno ha compiuto una certa azione o si è trovato in una certa situazione.

Non saprei darle un’età, potrebbe essere una donna di 40 anni come di 50 anni.

A vent’anni ha cominciato a occuparsi di politica.

Infine i nipoti, in ordine di anzianità: ‘Ntoni, il maggiore, un bighellone di vent’anni, che si buscava tutt’ora qualche scappellotto dal nono…” (p. 12)

Risponde alle domande a che età?, di quale età?, di quanti anni? Se dipende da un nome è introdotto dalla preposizione di, se dipende da un verbo è introdotto dalla preposizione a o da locuzioni come all’età di, in età di e simili.

Introdotto dalla preposizione su esprime un’età approssimativa:

Sui trent’anni aveva già raggiunto un ottima posizione.

Può essere espresso dal verbo avere seguito da un falso complemento oggetto:

Mio fratello ha quindici anni.

“Vedrete, vedrete: la Barbara ha ventitre anni e se si mette in testa che ad aspettare ancora il marito comincia a far la muffa, se lo piglia, colle buone o colle cattive.” (p. 152)


3.23. Il complemento di stima


Il complemento di stima indica quanto si stimi, si valuti, materialmente e moralmente, una persona, un animale o una cosa:

Non è caro, si tratta di cento euro.

Un quadro di Mario è stato valutato due milioni.

Non lo considero per niente una persona onesta.

“Di ladro in ladro vennero a parlare dello zio Crocifisso, il quale aveva perso più di 30 onze, dicevano, con tanta gente che era morta di colèra, e gli erano rimasti i pegni.“ (p. 281)

Risponde alle domande quanto?, quanto vale?, di quanto? e dipende da verbi che indicano stima come valutare, stimare, apprezzare, reputare, ritenere, valere, considerare, credere ecc.

È introdotto dalle preposizioni a, di, per, da, in, su.

Se è espresso in modo determinato, è formato da un nome accompagnato da un aggettivo numerale o indefinito senza preposizione.

La valutazione approssimativa viene espressa con la preposizione su.

Questo quadro è valutato sul miliardo.

Se è espresso in modo indeterminato, è formato da un avverbio di quantità e prende il nome di complemento avverbiale di stima:

Il nuovo professore è apprezzato molto per la sua professionalità.

Quell’invalido lì vale tant’oro quanto pesa.” (p. 263)


3.24. Il complemento di differenza


Il complemento di differenza indica di quanto una persona, un animale o una cosa sia superiore o inferiore ad un’altra rispetto a concetti di estensione, distanza, età, tempo ecc.:

Mario supera in altezza Luigi di cinque centimetri.

“L’hanno scappata! diceva fra di sè; non hanno a temere più di niente, come Vanni Pizzutoe Piedipapera che dormono fra le lenzuola a quest’ora.“ (p. 331)

Risponde alla domanda di quanto?, ed è introdotto dalla preposizione di e dipende da verbi come superare, precedere, vincere, perdere ecc.

Se è formato da un avverbio prende il nome di complemento avverbiale di differenza:

La sua simpatia supera di poco la sua intelligenza.


3.25. Il complemento di peso o misura


Il complemento di peso o misura indica quanto pesa o misura qualcuno o qualcosa.

Ho acquistato un prosciutto di sette chili.

Il pacco pesa quatro chili.

Lo strascico della sposa era lungo cinque metri.

“Allora la cugina Ana finsse che le scappasse di mano il boccale, nel quale c’era ancora più di un quartuccio di vino,…“ (p. 168 )

Risponde alla domanda quanto? e dipende da verbi, sostantivi e aggettivi che contengono l’idea del peso o della misura.

Se è espresso in modo determinato, è formato da un nome spesso accompagnato da un aggettivo numerale o indefinito, di solito non preceduto da preposizione.

Se si deve indicare una misura approssimativa, è introdotto dalla preposizione su:

Peserà sui trecento chili.

Se è espresso in modo indeterminato, è formato da un avverbio di quantità e prende il nome di complemento avverbiale di peso o misura:

Questa valigia pesa troppo.

Il sentiero era lungo parecchio.


3.26. Il complemento di paragone


Il complemento di paragone introduce il secondo termine di un paragone tra due esseri animati, oggetti o qualità.

“Quando la buon’anima di tuo nonno mi lasciò la Provvidenza e cinque bocche da sfamare, io era più giovane di te, e non aveva paura;“ (p. 24)

Risponde alle domande (meno o più) di chi?, di che cosa?, quanto chi?, quanto che cosa?, come chi?, come che cosa?. Quando il paragone esprime un rapporto di maggioranza o di minoranza, il complemento è introdotto da un aggettivo o da un avverbio al grado comparativo e dalle preposizioni di o che (in linea di massima, di precede un sostantivo o pronome, mentre che precede un verbo, un'aggettivo o una preposizione).


3.27. Il complemento predicativo del soggetto


Il complemento predicativo del soggetto è un sostantivo o un aggettivo che si riferisce al soggetto, completando nel contempo il significato del verbo

Lui era considerato di buon anima.

“Lo zio Crocifisso, il quale era di quelli che badano ai fatti propri, e quando gli cavavano sangue colle tasse si masticava la sua bile dentro di sè, per paura di peggio, adesso non si faceva più vedere in piazza… “ (p. 126)

Il complemento predicativo del soggetto è presente in concomitanza con:

verbi copulativi, cioè verbi che assumono le stesse funzioni del verbo essere nel predicato nominale

verbi appellativi in forma passiva(essere chiamato, soprannominato, apostrofato ecc.)

verbi estimativi in forma passiva (essere creduto, ritenuto, considerato ecc.)

verbi elettivi in forma passiva (essere nominato, eletto, incoronato ecc.)


3.28. Il complemento predicativo dell’oggetto


Il complemento predicativo dell'oggetto è un sostantivo o un aggettivo che si riferisce all'oggetto, completando nel contempo il significato del verbo.

Luca è stato a quel congresso in qualità di direttore.

“Don Sivestro, in qualità di segretario andava a fermarsi dallo speziale, il quale gli piantava la barba in faccia, e gli diceva che era tempo di finirla, e buttar tutto a gambe in aria, e far casa nuova.“ (p. 129)

Il complemento predicativo dell'oggetto è presente in concomitanza con:

- verbi appellativi in forma attiva (chiamare, soprannominare, apostrofare ecc.)

- verbi estimativi in forma attiva (credere, ritenere, considerare ecc.)

- verbi elettivi in forma attiva (nominare, eleggere, incoronare ecc.)


4. Di + le proposizioni infinitive



4.1. Di + infinitiva soggettiva


Si chiama proposizione soggettiva la subordinata che svolge la funzione di soggetto della proposizione reggente.

È necessario che Giorgio venga al più presto.

“Sì, sì, è vero; ora che ci hanno tolto la casa del nespolo non è giusto.” (p. 135)

In genere, la proposizione soggettiva è retta da:

verbi impersonali: capita, avviene, succede, occore, bisogna, sembra, pare ecc.

verbi usati impersonalmente: si dice, si ritiene, si sostiene, si sa, si capisce ecc.

il verbo essere unito ad un aggettivo, a un nome o ad un avverbio: è bello, è giusto, è possibile, è bene, è male, è necessario, è il momento ecc.

Può avere forma:

- esplicita, quando è introdotta dalla congiunzione subordinata che (ma non necessariamente) e ha il verbo all’indicativo (per esprimere certezza), al congiuntivo (per esprimere incertezza, dubbio, probabilità, possibilità) o al condizionale (per indicare una possibilità condizionata o che nel passato si afferma qualcosa che deve succedere nel futuro):

È evidente che ti sei sbagliato.

Mi dispiace che tu non l’abbia visto.

Si dice che avrebbe fatto meglio ad agire in modo diverso.

Si credeva che Mario non sarebbe mai arrivato.

“Almeno non si dice che mi mangio mezzo paese; avete inteso don Silvestro?” (p. 159)

- implicita, quando ha il verbo all’infinito, preceduto o meno dalla preposizione di:

Si prega di chiudere la porta.

Bisogna essere sempre gentili.

“La Longa diceva che lo spavento le aveva messo un gran rimescolìo nel sangue e nella testa, ed ora le pareva di non averci più davanti agli occhi quei due poveretti che erano morti...(p. 229)


4.2. Di + infinitiva complemento oggetto


Si chiama proposizione oggettiva la subordinata che svolge la funzione di complemento oggetto della proposizione reggente.

Penso che tu abbia sbagliato.

“Dice che i denari potete mandarli a sua madre, la Locca, perché suo fratello è senza lavoro;“ (p. 13)

È retta da una reggente fornita di soggetto, il cui predicato è costituito da verbi che esprimono:

- affermazione: dire, affermare, dichiarare, rispondere, scrivere ecc.

- opinione, dubbio, giudizio: credere, ritenere, dubitare, supporre ecc.

- ricordo e percezione: ricordare, dimenticare, udire, capire ecc.

- volontà, speranza, desiderio, timore: sperare, desiderare, volere, temere, chiedere ecc.

Può avere forma:

- esplicita, quando è introdotta dalla congiugazione subordinata che e ha il verbo all’indicativo, al congiuntivo o al condizionale :

Ti prometto che manterrò la parola.

Spero che vi troviate bene con noi.

Penso che faresti bene a tacere qualche volta.

Avevi detto che saresti arrivato alle nove.

“Ma don Giammaria, il vicario, gli aveva risposto che gli stava bene, e questo era il frutto di quella rivoluzione di satamasso che avevano fatto collo sciorinare il fazzoletto tricolore dal campanile.“ (p. 6)

- implicita, quando ha il verbo all’infinito, preceduto o meno dalla preposizione di.

Ho dimenticato di chiudere la finestra.

Sentivamo il cane abbaiare.

“‘Ntoni, ora che era in miseria, non aveva più ritegno di mostrarsi insieme a Rocco Spatu e a Cinghialenta per la sciara e verso il Rotolo, e a discorrere sottovoce fra di loro, colla faccia scura, a guisa di lupi affamati.“ (p.312)


4.3. Di + le proposizioni infinitive dichiarative


Si chiama proposizione dichiarativa (o esplicativa) la subordinata che si usa per spiegare un nome, un pronome dimostrativo o indefinito o un avverbio della proposizione reggente; la sua funzione può quindi essere messa in relazione con quella dell’apposizione e del complemento di specificazione :

Il fatto che Claudio non mi abbia ancora telefonato mi preoccupa.

“In quell’ora le ragazze facevano come uno stormo di passere attorno alla fontana, e la stella della sera era già bella e lucente, che pareva una lanterna appesa all’antenna della Provvidenza.” (pp. 12-13)

Può avere forma:

- esplicita, quando è introdotta dalla congiunzione subordinata che e ha il verbo all’indicativo, al congiuntivo o al condizionale:

Di una cosa sono certo : che tu non c’eri quel giorno.

Proprio ciò non mi convince, che sia veramente bravo.

Questo so di sicuro, che tu non mi avresti mai lasciato solo

“State zitto! gli dava sulla voce comare Venera,non avete inteso che massaro Filippo non c’era più colla Santuzza.” (p. 156)

- implicita, quando ha il verbo all’infinito, preceduto dalla preposizione di.

Il pensiero di non arrivare in tempo mi angoscia.

“Maruzza non diceva nulla, ma nella testa ci aveva un pensiero fisso, che la martellava e le rosicava il cuore, di sapere cos’era successo in quella notte che l’aveva sempre dinanzi agli occhi...“ (p. 75)


4.4. Di + le proposizioni infinitive con valore causale


Si chiama proposizione causale la subordinata che esprime la causa di ciò che viene detto nella proposizione reggente. Ha la stessa funzione del complemento di causa nelle frasi semplici:

I cibi in scatola fanno male perché contengono conservanti.

Il giovanotto aveva gli occhi lustri, ma diceva che non era nulla, ed era perché aveva bevuto.“ (p. 119)

Può avere forma:

- esplicita, quando è introdotta da congiunzioni o da locuzioni quali perché, poiché, siccome, giacché, dato che, in quanto che, dal momento che, per il fatto che ecc. e ha il verbo all’indicativo (se la causa è reale), al congiuntivo (quando si hanno due proposizioni causali ed una viene negata) o al condizionale (se la causa è supposta):



Non dire così, perché sarebbe ingiusto.

Siccome non c’è più posto, non fanno più entrare.

Sono tornato non perché avessi terminato il lavoro, ma perché dovevo parlarti.

Non dire così, perché sarebbe ingiusto.

”Devono farlo per forza, perché dietro ogni soldato ci sta un caporale col fucile carico...“ (p. 122)

Le causali introdotte dalla congiunzione perché sono generalmente collocate a destra rispetto alla reggente. Le causali introdotte da siccome preferiscono la collocazione a sinistra. Le altre possono essere indifferentemente anteposte o posposte alla reggente.

- implicita, quando ha il verbo all’infinito passato (introdotto dalle preposizioni di o per), al participio passato o al gerundio:

Sono stato multato di non aver rispettato la legge.

Preso alla sprovvista, non seppe rispondere.

Avendo ballato a lungo, Roberta è stanca.

“I Malavoglia lo sapevano bene di aver preferito comare Grazia per amore di quei denari che dovevano a suo marito.“ (p. 116)


4.5. Di + le proposizioni infinitive con valore finale


Si chiama proposizione finale la subordinata che esprime il fine ( lo scopo ) di ciò che è detto nella proposizione reggente. Ha la stessa funzione del complemento di fine nelle frasi semplici:

Te lo spiegherò di nuovo perché tu capisca meglio.

Massaro Filipo allora si faceva la bocca amara dalla collèra e andava a pregare don Michele come un santo, nel posto delle guardie, o nella bottega di Pizzuto, perché la finisse quella lite con la Santuzza, dopo che erano stati amici!“ (p. 155)

Può avere forma:

- esplicita, quando ha il verbo al congiuntivo, presente o imperfetto, introdotto dalle congiunzioni affinché, perché, che ecc.:

Ti scrivo affinché tu sappia la verità.

Aveva preparato tutto perché la festa riuscisse bene.

“«Il sangue non è aqua» - andava dicendo forte, perché udisse anche il sordo.

- implicita, quando ha il verbo all’infinito, preceduto da per, di, da, allo scopo di, al fine di, con l’intenzione di ecc.:

“Un morto di fame! Un birbante che le dà ad intendere d’essere innamorato del suo grugno di porco, a quella brutta strega di mia nipote.” (p. 83)


4.6. Di + le proposizioni infinitive consecutive


Si chiama proposizione consecutiva la subordinata che indica la conseguenza di quanto affermato nella proposizione reggente :

Sono così stanco che dormirei in piedi.

E tanto lo disse che arrivò all’orecchio di donna Rosolina, mentre cuoceva la conserva dei pomidoro, collo maniche rimboccate... “ (p. 157)

Può avere forma:

- esplicita, quando è introdotta dalle congiunzioni cosicché, al punto che, in modo che e da che in correlazione con tanto, talmente, a tal punto, così, a patto, in modo, tale ecc. nella reggente, e ha il verbo all’indicativo, al congiuntivo o al condizionale:

Mario era così felice che saltava di gioia.

Farò in modo che comprenda la situazione.

Claudio è così generoso che aiuterebbe tutti.

“Vuol dire che cominciate ad avercela d’adesso, se mi rispondete in questo modo, tanto che no me l’aspettavo, e vi ho avuto sinora per giudizioso; scusate se mi sono sbagliata.“ (p. 159)

- implicita, ha il verbo all’infinito, preceduto dalle preposizioni da e per in correlazione con così, abbastanza, talmente, troppo ecc.:

Ero tanto stanco da non stare più in piedi.

“Le mamme, in crocchio nella strada, discorrevano anch’esse di Alfio Mosca, che fino la Vespo giurava di non averlo voluto per marito, diceva la Zuppidda, perché la Vespa aveva la sua brava chiusa, e se voleva maritarsi non prendeva uno il quale non possedeva altro che un carro da asino.” (p. 41)

Talvolta anche gli aggettivi adatto, inadatto, degno, indegno, idoneo, capace ecc. introducono una proposizione consecutiva :

Non ti ritengo adatto a insegnare.

“ Io non ero degno di sentirmi dir di sì!“ (p. 272)


4.7. Verbi seguiti da di + verbo all’infinito


Nella costruzione ”verbo + preposizione + verbo all’infinito”, il verbo reggente è seguito dalla preposizione di, in genere, quando la costruzione verbale indica la fine dell’azione o quando tra i due verbi esiste una relazione di spiegazione:

Ha cessato di piovere.

Marco teme di essere licenziato.


Tra i verbi seguiti da di + verbo all’infinito, si ricorda:


- trattarsi

”Ma pure ci pensavano sempre, nella casa del nespolo, o per certa scodella che le veniva tutti i giorni sotto mano alla Longa nell’apparecchiare il deschetto, o a proposito di certa ganza che ’Ntoni sapeva fare meglio di ogni altro alla funicella della vela, e quando si trattava di serare una scotta tesa come una corda di violino, o di allare una parommella che ci sarebbe voluto l’argano.” (p. 8)


- raccomandare

”La Longa, mentre i coscritti erano condotti in quartiere, trottando trafelata accanto al passo lungo del figliuolo, gli andava raccomandando di tenersi sempre sul petto l’abitino della Madonna, e di mandare le notizie ogni volta che tornava qualche conoscente dalla città, che poi gli avrebbero mandati i soldi per la carta.” (p. 6)


- evitare

Il nonno, da uomo, non diceva nulla, ma si sentiva un gruppo nella gola anch’esso, ed evitava di guardare in faccia la nuora, quasi ce l’avesse con lei.” (p. 7)


- piacere

”Un po’ di soldato gli farà bene a quel ragazzo; ché il suo paio di braccia gli piaceva meglio di portarsele a spasso la domenica, anziché servirsene a buscarsi il pane.” (p. 8)


- saziare

”Pareva San Michele Arcangelo in carne ed ossa, con quei piedi posati sul tappeto, e quella cortina sul capo, come quella della Madonna dell’Ognina, così bello, lisciato e ripulito che non l’avrebbe riconosciuto più la mamma che l’aveva fatto; e la povera Longa non si saziava di guardare il tappeto e la cortina e quella colona contro cui il suo ragazzo stava ritto impalato, grattando colla mano la spalliera di una bella poltrona.” (p. 9)


- credere

”Ella teneva il ritratto sul canterano, sotto la campana del Buon Pastore – che gli diceva le avemarie – andava dicendo la Zuppidda, e si credeva di averci un tesoro sul canterano.”(p. 9)


- cercare

”Tuo zio Crocifisso cerca di rubarle la chiusa, a tua cugina la Vespa, vuol pagargliela la metà di quel che vale, col darle ad intendere che la sposerà.” (p. 15)


- parere

”Si, sono qua, comare Mena; sto qua a mangiarmi la minestra; perché quando vi vedo tutti a tavola , col lume, mi pare di non essere tanto solo, che va via anche l’appetito” (p. 28 )


- fare

”Se fai di voltarti per guardare quello sfacciato di don Silvestro, ti dò un ceffone qui dove siamo; borbotava la Zuppidda colla figliuola, mentre attraversavano la piazza.” (p. 32)


- potere

”Ciascuno non poteva a meno di pensare che quell’acqua e quel vento erano tutt’ora per i Cipolla;” (p. 33)


- promettere

”I fannulloni preferivano godersi all’osteria quella domenica che prometteva di durare anche il lunedì, e fin gli stipiti erano allegri della fiamma del focolare, tanto che lo zio Santoro, messo li fuori colla mano stesa e il mento sui ginocchi, s’era tirato un po’ in qua, per scaldarsi la schiena anche lui.” (p. 34)


- sapere

”La poveretta che non sapeva di essere vedova, balbettava: - Oh! Vergine Maria! Oh! Vergine Maria!” (p. 36)


- contentare

”Insomma era la Provvidenza per quelli che erano in angustie, e aveva anche inventato cento modi di render servigio al prossimo, e senza essere uomo di mare aveva barche, e attrezzi, e ogni cosa, per quelli che non ne avevano, e li prestava, contentandosi di prendere un terzo della pesca, più la parte della barca, che contava come un uomo della ciurma.” (p. 38)


- mancare

”Don Silvestro per far ridere un po’ tirò il discorso sulla tassa di successione di compar Bastianazzo, e ci ficcò così una barzelletta che aveva raccolta dal suo avvocato, e gli era piaciuta tanto, quando gliel’avevano spiegata bene, che non mancava di farla cascare nel discorso ogniqualvolta si trovava a visita da morto.” (p. 40)


- dire

”- Egli è andato perché ce l’ho mandato io, ripeteva padron ’Ntoni, come il vento porta quelle foglie di qua e di là, e se gli avessi detto di buttarsi dal fariglione con una pietra al collo, l’avrebbe fatto senza dir nulla.” (p. 46)


- pensare

”Senti, le disse, ho pensato di darti il debito dei Malavoglia in cambio della chiusa che sono quarant’onze, e colle spese e i frutti potrebbero arrivare a cinquanta, e c’è da papparsi la casa del nespolo, che per te ti giova meglio della chiusa.” (p.50)


- scommettere

”Don Silvestro come gliela raccontai, disse che scommetteva di fare cascare la Barbara coi suoi piedi, come una pera matura.” (p. 99)


- tentare

”- Se vogliono farvi credere che egli era massaro Filippo, che tentava di far entrare il suo vino di contrabbando, non ci credete, per quest’abito benedetto di Maria che ci ho sul petto, indegnamente!” (p. 104)


- fingere

”Sangue di Giuda! Esclamò Piedipapera, battendo il pugno sul banco, e fingeva di mettersi in collera davvero.” (p. 104)


- smettere

”Mena si fece bianca e smise di tessere.” (p. 112)


- sperare

”San Giovanni era arrivato, e i Malavoglia tornavano a parlare di dare degli acconti, perché non avevano tutti i denari, e speravano di raggranellare la somma alla raccolta delle ulive.” (p. 125)


- accadere

”Per fortuna, la Mena non poteva vederlo più così vestito com’era, perché i Malavoglia stavano sempre colla porta chiusa ancor essi, poveretti, nella casuccia del beccaio che avevano presa in affitto, nella strada del Nero, vicino ai Zuppiddi, e se accadeva di vederli da lontano, Brasi correva a nascondersi dietro il muro, o tra i fichidindia.” (p. 130)


- vergognarsi

”Ma la cugina Anna era sempre in faccende, con tutto quello che aveva da fare per tirare innanzi con le sue figliuole, che le erano rimaste in casa peggio di casseruole appese, e comare Piedipapera si vergognava di farsi vedere per quel tiro che compare Tino aveva fatto ai poveri Malavoglia.” (p. 131)


- importare

”A me non me ne importa di sapere se gliele avete rubate sulla spesa o no; so che non ve le devo io.” (p. 160)


- parlarsi

”Don Franco predicava che senza uomini nuovi non si faceva nulla, ed era inutile andare a cercare i pezzi grossi, come padron Cipolla, il quale vi diceva che per grazia di Dio ci aveva il fatto suo, e non aveva bisogno di fare il servitore del pubblico per niente; oppure come massaro Filippo il quale non pensava ad altro che alle sue chiuse e alle sue vigne, e solo ci aveva prestato orecchio quando s’era parlato di levare il dazio sul mosto.” (p. 168)


- mostrare

”Padron ’Ntoni ascoltava anche lui, tenendo d’occhio lo scolare della salamoia, e approvava col capo quelli che contavano le storie più belle, e i ragazzi che mostravano di aver giudizio come i grandi nello spiegare gli indovinelli.” (p. 171)


- toccare

”E nondimeno sta zitta e non dice di queste cose che ti vengono in mente; e ha lavorato, e si è aiutata come una povera formica anche lei; non ha fatto altro, tutta la sua vita, prima che le toccasse di piangere tanto, fin da quando ti dava la poppa, e quando non sapevi ancora abbottonarti le barche, che allora non ti era venuta in mente la tentazione di muovere le gambe, e andartene pel mondo come uno zingaro.” (p. 177)


- trattenersi

”E sentendola parlar così, mentre era ancor viva, tutti gli altri non poterono trattenersi di scoppiare a piangere e singhiozzare.” (p. 182)


- predicare

”Anche lui, colla sua barbona, che predicava di cominciar da capo, era di quelli che avevano acchiappato la fortuna, e la teneva negli scarabattoli, e si godeva il ben di Dio stando sulla porta della bottega, a chiaccherare con questo o con quell’altro, e quando aveva pestato quel po’ d’acqua sporca nel mortaio, aveva fatto il suo lavoro.” (p. 199)


- riuscire

”Ora mi tocca vederlo in mano di quella serpe, la quale fa e disfà come vuol lei; e non mi riesce nemmeno di levarmela d’adosso per via del giudice, che non si lascerebbe tentare neanche da Satanasso!” (p. 259)


5. Conclusioni



Da quello che abbiamo detto fin qui risulta che di è una delle preposizioni italiane più difficili da trattare, perché il suo significato è così generico che gli studiosi sono addirittura arrivati a parlare di preposizione vuota.

In questa tesi abbiamo prima approfondito i valori della preposizione di e poi abbiamo analizzato i suoi significati. Questo ci ha condotto ad alcune osservazioni metodologiche che presentiamo in seguito:

nell’analisi è importante distinguere bene sintassi e semantica. Le regole semantiche che valgono per le costruzioni sintattiche non sono poi così diverse da quelle che si impongono nella teoria morfologic, da cui si può imparare soprattutto il rapporto complesso tra il sistema linguistico come insieme di regole, e la lingua come possesso culturale di una comunità linguistica;

il termine “complemento di specificazione” della grammatica italiana è un termine generico che copre una vasta gamma di relazioni

non è possibile combinare il “genitivo soggettivo” e il “genitivo oggettivo” servendosi della preposizione di;

le funzioni di soggetto e oggetto diretto sono estensioni dei concetti di origine e di destinazione rispettivamente. Tali concetti sono neutralizzati nel caso di di, ma essi riappaiono ogni volta che per ragioni sintattiche di è impossibile;

in rapporto al loro impiego, che risulta così ricco e indispensabile, le preposizioni di cui dispone la lingua italiana sono assai poche.

Rispetto alla loro frequenza nel discorso, le preposizioni si possono distinguere in due categorie: quelle che hanno un valore assai preciso e s’impiegano per circostanze determinate, tanto che basta pronunciarle per avvertire subito il loro significato ‘specifico’ (come sopra, sotto, prima, dopo, senza, ecc.); e quelle altre che, al contrario, sono adoperate con tale estensione da smarire il proprio valore originario, ed assumere un carattere assai ‘generico’ che vale a introdurre le più diverse e contrastanti relazioni.



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