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Giosuè Carducci

letteratura


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Giosuè Carducci

Nacque a Valdicastello, frazione di Pietrasanta in Versilia, il 27 luglio 1835. II padre, Michele, medico condotto implicato nei moti carbonari del '31, si trasferì poi a Bolgheri e a Castagneto: la Maremma toscana fu quindi per il Carducci il paesaggio di un'infanzia rissosa e violenta, a contatto con la natura, ma anche studiosa, nutrita delle letture fornitegli dalla biblioteca 424f51e del padre, che "attestava i suoi gusti di mezzo-letterato, mezzo-poeta, mezzo-romantico e mezzo-rivoluzionario: Omero, i classici latini ed italiani, le opere storiche di Thiers e di Rollin, i nostri romantici. Dalle letture manzoniane, impostegli dal genitore, "cominciò il suo odio per il Manzoni".

Nel 1849 la famiglia si stabilì a Firenze; e qui il Carducci compì gli studi di umanità, rettorica e filosofia presso le Scuole Pie degli Scolopi, quindi nel 1853 vinse il concorso per l'ammissione alla Scuola Normale di Pisa, ove si laureò nel 1856. In questi anni strinse amicizia col Gargani, il Targioni Tozzetti ed il Chiarini, e con loro fondò a Firenze la società degli "Amici pedanti", avversi ai moderati in letteratura e in politica, paladini dei classici e della grande tradizione letteraria italiana, dispregiatori del romanticismo considerato una teorica straniera. Nel 1856 cominciò la carriera d'insegnante nel ginnasio di San Miniato, ove l'anno seguente pubblicò la prima raccolta di Rime. Furono anni difficili, di studio e di miseria, rattristati da lutti familiari (nel 1857 la morte del fratello Dante, suicida, e l'anno dopo quella del padre) che lo lasciarono unico sostegno alla famiglia. Nel 1859 sposò Elvira Menicucci, dalla quale ebbe quattro figli: Bice, Laura, Libertà e Dante. Tornato a Firenze nel 1857, iniziò a curare per l'editore Barbera la collezione di classici della "Bibliotechina Diamante"; nell'aprile del '59 ebbe un insegnamento liceale a Pistoia; l'anno seguente, "senza suo merito ed aspettazione", gli fu offerta dal ministro Terenzio Mamiani la cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna, ch'egli doveva occupare fino al 1904.




Insegnante universitario scrupoloso e di prestigio via via crescente - fino ad esercitare una sorta di dittatura in campo accademico - affiancò quest'attività a quella, instancabile, di polemista e di saggista (fra i suoi numerosi scritti: Dello svolgimento della letteratura nazionale, 1868-71; Confessioni e battaglie 1882-84), ponendosi come fondatore della cosiddetta "scuola storica" della critica, che dava spazio sia al rigore dell'informazione e alla ricerca erudita, che all'attenzione stilistica.

Il primo decennio bolognese segna un periodo di evoluzione politica e letteraria: il passaggio da un ideale tutto letterario di repubblica a una concezione giacobina con sfumature anarchiche e socialiste, dal classicismo un po' chiuso dei primi anni ad un allargamento degli orizzonti culturali che gli fa assimilare atteggiamenti e forme del romanticismo straniero. Il Carducci giunge all'aperta professione di ateismo e di razionalismo (l'inno A Satana, 1863, cui seguirono le note Polemiche sataniche, 1869), mentre l'influsso di Hugo, Barbier e Heine è sensibile in Giambi ed epodi il libro dei suoi furori giacobini. Sono gli anni delle violente polemiche letterarie e politiche, che gli varranno nel 1868, una breve sospensione dall'insegnamento universitario. All'amarezza delle battaglie s'aggiungono nel 1870 altri lutti: la morte della madre, Ildegonda Celli, e del figlioletto Dante. Nel 1872 inizia la lunga, tormentosa passione per Carolina Cristofori Piva la Lina di Primavere elleniche (Firenze 1872), la Lidia delle altre poesie. Pubblica in questo periodo, con lo pseudonimo di Enotrio Romano, i Levia gravia (Pistoia 1868); poi le Poesie (Firenze 1871) che sotto il titolo di Decennalia comprendono i Giambi ed epodi, le Nuove poesie (Firenze 1873) che confluiranno nelle Rime nuove, e consacrano la sua fama di poeta. Politicamente il Carducci si volge a posizioni più moderate; finirà poi, come molti altri uomini della sinistra garibaldina e mazziniana, per aderire alla monarchia sabauda.



Al suo ideale poetico, che opponeva alle perplessità e alle morbidezze del secondo romanticismo una letteratura sanamente virile, densa di affetti umani e d'ispirazione epica e civile, e rivestita di classico decoro di forme, rispondono le Odi barbare, singolare resa dei metri classici attraverso una metrica accentuativa (Odi barbare, Bologna 1877; Nuove odi barbare, ivi 1882; Terze odi barbare - di cui fa parte Miramar -, ivi 1889), i sonetti del Ça ira (Roma 1883), le Rime nuove (Bologna 1887), che rappresentano la grande stagione della poesia carducciana.

La sua vecchiaia fu triste, seppur carica di onori (senatore nel 1890, premio Nobel nel 1906, riconosciuto vate della terza Italia); la decadenza fisica, per una paralisi che l'aveva precocemente colpito, lo allontanò dall'insegnamento, e non mancarono, dall'altra parte della barricata, gli attacchi per la sua adesione alla monarchia e la personale devozione alla regina Margherita, e per gli amori senili (Annie Vivanti, la contessa Pasolini). L'ultima raccolta poetica, Rime e ritmi (Bologna 1899), ne mostra il duplice volto di poeta ufficiale (le varie odi celebrative) e d'uomo solo e intimamente deluso (il Carducci "decadente" degli ultimi versi). Mori a Bologna il 16 febbraio 1907.

Nell'edizione definitiva delle Poesie (1901) il Carducci diede ai suoi versi una sistemazione in raccolte che non corrisponde sempre alla successione cronologica: Juvenilia (1850-60), Levia gravia (1861-71), A Satana, Giambi ed epodi (1867-69), Intermezzo, Rime nuove (1861-87), Odi barbare (1877-1889), Rime e ritmi. L'edizione di tutte le opere fu curata dallo stesso poeta (Opere, 20 voll., Bologna 1889-1909), e gli ultimi volumi uscirono postumi; segui l'edizione nazionale delle Opere (30 voll., 1935-40) e delle Lettere (21 voll., Bologna 1938-60).







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