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In morte del fratello Giovanni

letteratura




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In morte del fratello Giovanni

L'8 dicembre 1801 il fratello di Ugo Foscolo, Giovanni Dionigi, tenente di artiglieria a Bologna, si uccide con una pugnalata alla presenza della madre, per non aver potuto rimediare a un debito di gioco. In sua memoria, il poeta scrive nel 1803 questa poesia.

La forma metrica adottata è il sonetto: è costituito da quattordici endecasillabi raggruppati in due quartine e due terzine.

Lo schema metrico di questo sonetto è ABAB/ABAB per le quartine e CDC/DCD per le terzine (rime alternate e incatenate).

Il genere letterario è la lirica: infatti esprime il mondo interiore, soggettivo del poeta. Dal punto di vista del significato il testo presenta molte analogie con il carme 101 del poeta latino Catullo. Infatti Foscolo prese spunto dal carme di Catullo, il quale lo aveva scritto dopo una visita alla tomba del fratello e anche lui vede come uniche speranze l'esilio e la morte. C'è poi una somiglianza con il libro dell'Eneide: Virgilio descrive l'impresa gloriosa di Eurialo e Niso, due giovani che decidono di recarsi da Enea per avvertirlo del fatto che Giunone incitava Turno ad assalire il campo troiano. La morte di Eurialo, ucciso dai Rutili, è come un fiore reciso dall'aratro o un papavero che, sotto la pioggia, reclina il capo ("così purpureo fiore, che l'aratro ha tagliato, languisce morendo, o chinano il capo i papaveri sul collo stanco, quando la pioggia li girava"). Allo stesso modo il Foscolo paragona la morte del fratello a quella di un fiore ("il fior de' tuoi gentili anni caduto").



Il sonetto comincia con la promessa del poeta al fratello che se non sarà ancora costretto a vagabondare da paese in paese, un giorno potrà recarsi nella tomba del fratello nell'atto di compiangere la sua morte prematura ("un dì, s'io non andrò sempre fuggendo di gente in gente, me vedrai seduto sulla tua pietra").

In questa prima quartina il poeta compiange sia la morte del fratello, sia il fatto che lui è senza patria da quando è stato costretto a lasciare Venezia, dopo il trattato di Campoformio. Nella seconda quartina di rilevante importanza è il ruolo della madre che trascinandosi il suo corpo affaticato dagli anni e dai dolori ("suo dì tardo talento"), parla alle ceneri del figlio morto dell'altro figlio, vivo ma non presente ("parla di me col tuo cenere muto"), il quale, in un gesto disperato, tende le mani verso la patria ("ma io deluse a voi le palme tendo"). Se il poeta da lontano rivolge il pensiero alla sua casa ("e se da lunge i miei tetti saluto") sente il destino contrario e le sofferenze che portarono il fratello alla morte ("sento gli avversi numi, e le secrete cure che al viver tuo furon tempesta"). Anche il poeta invoca la pace raggiunta dal fratello nella morte ("prego anch'io nel tuo porto quiete"). Quindi il Foscolo non compiange più la morte prematura del fratello, ma anzi ne invidia la sorte. Alla fine il poeta conclude con i temi portanti del sonetto: l'esilio e la morte. Dopo tanta speranza gli rimane solo di desiderare la morte ("questo di tanta speme oggi mi resta"). Sapendo che non farà più ritorno in patria, è cosciente del fatto che morirà in una terra straniera e negli ultimi due endecasillabi si rivolge alle genti del luogo in cui morrà e gli chiede di restituire le sue spoglie alla madre dolente ("straniere genti, l'ossa mia rendete allora al petto della madre mesta").

In questo sonetto, di fondamentale importanza sono i tempi dei verbi: predominano il presente (sei forme) e il futuro (due forme) a cui si può aggiungere l'imperativo "rendete".

Particolare è l'uso del gerundio frequente in entrambe le quartine. Questa forma verbale precisa il prolungarsi nel tempo delle azioni via via indicate.






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