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FOSCOLO - Dei Sepolcri, A Ippolito Pindemonte

letteratura


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FOSCOLO .....


Dei Sepolcri

A Ippolito Pindemonte


Deorum manium iura sancta sunto (*)

Duodecim Tabulae

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne

confortate di pianto è forse il sonno

della morte men duro? Ove piú il Sole

per me alla terra non fecondi questa

bella d'erbe famiglia e d'animali,

e quando vaghe di lusinghe innanzi

a me non danzeran l'ore future,




né da te, dolce amico, udrò piú il verso

e la mesta armonia che lo governa,

né piú nel cor mi parlerà lo spirto

delle vergini Muse e dell'amore,

unico spirto a mia vita raminga,

qual fia ristoro a' dí perduti un sasso

che distingua le mie dalle infinite

ossa che in terra e in mar semina morte?

Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,

ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

tutte cose l'obblío nella sua notte;

e una forza operosa le affatica

di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe

e l'estreme sembianze e le reliquie

della terra e del ciel traveste il tempo.


Ma perché pria del tempo a sé il mortale

invidierà l'illusion che spento

pur lo sofferma al limitar di Dite?

Non vive ei forse anche sotterra, quando

gli sarà muta l'armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente de' suoi? Celeste è questa

corrispondenza d'amorosi sensi,

celeste dote è negli umani; e spesso

per lei si vive con l'amico estinto

e l'estinto con noi, se pia la terra

che lo raccolse infante e lo nutriva,

nel suo grembo materno ultimo asilo

porgendo, sacre le reliquie renda

dall'insultar de' nembi e dal profano

piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,

e di fiori odorata arbore amica

le ceneri di molli ombre consoli.


Sol chi non lascia eredità d'affetti

poca gioia ha dell'urna; e se pur mira

dopo l'esequie, errar vede il suo spirto

fra 'l compianto de' templi acherontei,

o ricovrarsi sotto le grandi ale

del perdono d'lddio: ma la sua polve

lascia alle ortiche di deserta gleba

ove né donna innamorata preghi,

né passeggier solingo oda il sospiro

che dal tumulo a noi manda Natura.

Pur nuova legge impone oggi i sepolcri

fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti

contende. E senza tomba giace il tuo

sacerdote, o Talia, che a te cantando

nel suo povero tetto educò un lauro

con lungo amore, e t'appendea corone;

e tu gli ornavi del tuo riso i canti

che il lombardo pungean Sardanapalo,

cui solo è dolce il muggito de' buoi

che dagli antri abdnani e dal Ticino

lo fan d'ozi beato e di vivande.

O bella Musa, ove sei tu? Non sento

spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,

fra queste piante ov'io siedo e sospiro

il mio tetto materno. E tu venivi

e sorridevi a lui sotto quel tiglio

ch'or con dimesse frondi va fremendo

perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio (Talia) (Parini)

cui già di calma era cortese e d'ombre.

Forse tu fra plebei tumuli guardi

vagolando, ove dorma il sacro capo

del tuo Parini? A lui non ombre pose

tra le sue mura la citta, lasciva

d'evirati cantori allettatrice,

non pietra, non parola; e forse l'ossa

col mozzo capo gl'insanguina il ladro

chc lasciò sul patibolo i delitti.

Senti raspar fra le macerie e i bronchi

la derelitta cagna ramingando

su le fosse e famelica ululando;

e uscir del teschio, ove fuggia la lun 434g61e a,

l'úpupa, e svolazzar su per le croci

sparse per la funeria campagna

e l'immonda accusar col luttuoso

singulto i rai di che son pie le stelle

alle obblìate sepolture. Indarno

sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade (Parini) (Talia)

dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti

non sorge fiore, ove non sia d'umane

lodi onorato e d'amoroso pianto.


Dal dí che nozze e tribunali ed are

diero alle umane belve esser pietose

di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi

all'etere maligno ed alle fere

i miserandi avanzi che Natura

con veci eterne a sensi altri destina.

Testimonianza a' fasti eran le tombe,

ed are a' figli; e uscían quindi i responsi

de' domestici Lari, e fu temuto

su la polve degli avi il giuramento:

religion che con diversi riti

le virtú patrie e la pietà congiunta

tradussero per lungo ordine d'anni.

Non sempre i sassi sepolcrali a' templi

fean pavimento; né agl'incensi avvolto

de' cadaveri il lezzo i supplicanti

contaminò; né le città fur meste

d'effigiati scheletri: le madri

balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono

nude le braccia su l'amato capo

del lor caro lattante onde nol desti

il gemer lungo di persona morta

chiedente la venal prece agli eredi

dal santuario. Ma cipressi e cedri

di puri effluvi i zefiri impregnando

perenne verde protendean su l'urne Tomba di Machiavelli

per memoria perenne, e preziosi

vasi accogliean le lagrime votive.


Rapían gli amici una favilla al Sole

a illuminar la sotterranea notte,

perché gli occhi dell'uom cercan morendo

il Sole; e tutti l'ultimo sospiro

mandano i petti alla fuggente luce.

Le fontane versando acque lustrali

amaranti educavano e viole

su la funebre zolla; e chi sedea

a libar latte o a raccontar sue pene

ai cari estinti, una fragranza intorno



sentía qual d'aura de' beati Elisi.

Pietosa insania che fa cari gli orti

de' suburbani avelli alle britanne

vergini, dove le conduce amore

della perduta madre, ove clementi

pregaro i Geni del ritorno al prode (Nelson)

cne tronca fe' la trionfata nave

del maggior pino, e si scavò la bara.

Ma ove dorme il furor d'inclite gesta

e sien ministri al vivere civile

l'opulenza e il tremore, inutil pompa

e inaugurate immagini dell'Orco

sorgon cippi e marmorei monumenti.

Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,

decoro e mente al bello italo regno,

nelle adulate reggie ha sepoltura

già vivo, e i stemmi unica laude. A noi

morte apparecchi riposato albergo,

ove una volta la fortuna cessi

dalle vendette, e l'amistà raccolga

non di tesori eredità, ma caldi

sensi e di liberal carme l'esempio.

tomba di tomba di

A egregie cose il forte animo accendono Galileo Michelangelo

l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta. Io quando il monumento

vidi ove posa il corpo di quel grande (Machiavelli)

che temprando lo scettro a' regnatori

gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela

di che lagrime grondi e di che sangue;

e l'arca di colui che nuovo Olimpo (Michelangelo)

160 alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide (Galileo)

sotto l'etereo padiglion rotarsi

piú mondi, e il Sole irradiarli immoto,

onde all'Anglo che tanta ala vi stese (Newton)

sgombrò primo le vie del firmamento:

- Te beata, gridai, per le felici

aure pregne di vita, e pe' lavacri

che da' suoi gioghi a te versa Apennino!

Lieta dell'aer tuo veste la Luna

di luce limpidissima i tuoi colli

per vendemmia festanti, e le convalli

popolate di case e d'oliveti

mille di fiori al ciel mandano incensi:

e tu prima, Firenze, udivi il carme Tomba di Dante

che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco, (Dante)

e tu i cari parenti e l'idioma

désti a quel dolce di Calliope labbro (Petrarca)

che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma

d'un velo candidissimo adornando,

rendea nel grembo a Venere Celeste;

ma piú beata che in un tempio accolte

serbi l'itale glorie, uniche forse

da che le mal vietate Alpi e l'alterna

onnipotenza delle umane sorti

armi e sostanze t' invadeano ed are

e patria e, tranne la memoria, tutto.

Che ove speme di gloria agli animosi

intelletti rifulga ed all'Italia,

quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi

venne spesso Vittorio ad ispirarsi. (Alfieri)

Irato a' patrii Numi, errava muto

ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo

desioso mirando; e poi che nullo

vivente aspetto gli molcea la cura,

qui posava l'austero; e avea sul volto

il pallor della morte e la speranza.

Con questi grandi abita eterno: e l'ossa

fremono amor di patria. Ah sí! da quella

religiosa pace un Nume parla:

e nutria contro a' Persi in Maratona

ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,

la virtú greca e l'ira. Il navigante

che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,

vedea per l'ampia oscurità scintille

balenar d'elmi e di cozzanti brandi,

fumar le pire igneo vapor, corrusche Basilica di Santa Croce

d'armi ferree vedea larve guerriere

cercar la pugna; e all'orror de' notturni

silenzi si spandea lungo ne' campi

di falangi un tumulto e un suon di tube

e un incalzar di cavalli accorrenti

scalpitanti su gli elmi a' moribondi,

e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.


Felice te che il regno ampio de' venti,

Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!

E se il piloto ti drizzò l'antenna

oltre l'isole egèe, d'antichi fatti

certo udisti suonar dell'Ellesponto

i liti, e la marea mugghiar portando

alle prode retèe l'armi d'Achille

sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi

giusta di glorie dispensiera è morte;

né senno astuto né favor di regi

all'Itaco le spoglie ardue serbava,

ché alla poppa raminga le ritolse

l'onda incitata dagl'inferni Dei. (Nettuno)


E me che i tempi ed il desio d'onore

fan per diversa gente ir fuggitivo,

me ad evocar gli eroi chiamin le Muse

del mortale pensiero animatrici.

Siedon custodi de' sepolcri, e quando

il tempo con sue fredde ale vi spazza

fin le rovine, le Pimplèe fan lieti (Muse)

di lor canto i deserti, e l'armonia

vince di mille secoli il silenzio.

Ed oggi nella Troade inseminata

eterno splende a' peregrini un loco,

eterno per la Ninfa a cui fu sposo (Elettra)

Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,

onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta

talami e il regno della giulia gente.

Però che quando Elettra udí la Parca



che lei dalle vitali aure del giorno

chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove

mandò il voto supremo: - E se, diceva,

a te fur care le mie chiome e il viso

e le dolci vigilie, e non mi assente

premio miglior la volontà de' fati,

la morta amica almen guarda dal cielo

onde d'Elettra tua resti la fama. -

Cosí orando moriva. E ne gemea

l'Olimpio: e l'immortal capo accennando (Giove)

piovea dai crini ambrosia su la Ninfa, (Elettra)

e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.

Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto

cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne

sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando

da' lor mariti l'imminente fato;

ivi Cassandra, allor che il Nume in petto

le fea parlar di Troia il dí mortale,

venne; e all'ombre cantò carme amoroso,

e guidava i nepoti, e l'amoroso

apprendeva lamento a' giovinetti.

E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,

ove al Tidíde e di Láerte al figlio (Diomede) (Ulisse)

pascerete i cavalli, a voi permetta

ritorno il cielo, invan la patria vostra

cercherete! Le mura, opra di Febo, (Apollo)

sotto le lor reliquie fumeranno.

Ma i Penati di Troia avranno stanza

in queste tombe; ché de' Numi è dono

servar nelle miserie altero nome.

E voi, palme e cipressi che le nuore

piantan di Priamo, e crescerete ahi presto

di vedovili lagrime innaffiati,

proteggete i miei padri: e chi la scure

asterrà pio dalle devote frondi

men si dorrà di consanguinei lutti,

e santamente toccherà l'altare.

Proteggete i miei padri. Un dí vedrete

mendico un cieco errar sotto le vostre (Omero)

antichissime ombre, e brancolando

penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,

e interrogarle. Gemeranno gli antri

secreti, e tutta narrerà la tomba

Ilio raso due volte e due risorto

splendidamente su le mute vie

per far piú bello l'ultimo trofeo

ai fatati Pelídi. Il sacro vate,

placando quelle afflitte alme col canto,

i prenci argivi eternerà per quante

abbraccia terre il gran padre Oceàno.

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

ove fia santo e lagrimato il sangue

per la patria versato, e finché il Sole

risplenderà su le sciagure umane.

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LA SINTESI

tratta dalla Lettera a Monsieur Guillon su la sua competenza a giudicare sui poeti italiani scritta dal Foscolo per il Giornale Italiano

I monumenti inutili a' morti giovano a' vivi perchè destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene (vv. 1-40). Solo i malvagi, che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano (41-50). A torto, dunque, la legge accomuna la sepoltura dei tristi e de' buoni, degl'illustri e degl'infami (51-90). Istituzione della sepoltura, nata col patto sociale (91-96). Religione per gli estinti derivata dalle virtù domestiche (97 -100). Mausolei eretti dall'amor della patria agli eroi (101-104). Morbi e superstizioni dei sepolcri promiscui nelle chiese cattoliche (105-114). Usi funebri dei popoli celebri (115-136). Inutilità de'monumenti alle nazioni corrotte e vili (137-159). Le reliquie degli eroi destano a nobili imprese e nobilitano la città che le raccolgono (151-154). Esortazione agl'Italiani di venerare i sepolcri dei loro illustri cittadini; quei monumenti ispireranno l'emulazione agli studi e l'amor della patria come le tombe di Maratona nutriano ne'Greci l'aborrimento a'Barbari (155-212). Anche i luoghi ov'erano le tombe de' Grandi, sebbene non vi rimanga vestigio, infiammano le menti de' generosi (213-225). Quantunque gli uomini di egregia virtù sieno perseguitati vivendo, e il tempo distrugga i loro monumenti, la memoria delle virtù e de' monumenti vive immortale negli scrittori e si rianima negl'ingegni che coltivano le muse (226-234). Testimonio il sepolcro d'Ilo, scoperto dopo tante età dà' viggiatori che l'amor delle lettere trasse a peregrinar nella Troade (235-240). Sepolcro privilegiato dai fati, perchè protesse il corpo d'Elettra, da cui nacqero i Dardanidi, autori dell'origine di Roma e della prosapia de' Cesari signori del mondo (241-253). L'autore chiude con questo episodio sopra questo sepolcro (254-295)


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questo passo Foscolo evidenzia la sua concezione ateistica riguardo alla possibilità di trovare in un aldilà inesistente la pace sperata. Secondo l'etimologia greca, ateismo significa negazione di Dio. Nella storia della filosofia, il termine è stato attribuito ad ogni concezione del mondo che in qualche modo rifiutasse l'esistenza della divinità. Platone, nella sua opera intitolata Le leggi, considera come principale forma di ateismo quella materialistica. Atea si suole considerare anche la filosofia di Epicuro, ispirata al materialismo di Democrito, secondo la quale le divinià, se anche esistono, non si curano delle cose dell'uomo. E' stato spesso accusato di ateismo anche il Panteismo, cioè l'identificazione di Dio col mondo.

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MATERIALISMO



Passo che sottolinea il materialismo del Foscolo in quanto considera come unici elementi assoggettatori delle cose, il tempo ed il moto con l'esclusione di qualsiasi intervento sovrannaturale o ultraterreno. Il materialismo è quell'indirizzo filosofico che afferma la primarietà e originarietà della materia rispetto allo spirito e alla coscienza in genere; in antitesi all'idealismo, ritiene che la verità della conoscenza consista nell'adeguazione o corrispondenza del pensiero alle cose esistenti. Fondamentalmente, il materialismo à suddiviso in tre distinti tipi di pensiero: materialismo meccanicistico, materialismo evoluzionistico, materialismo dialettico. Per il Foscolo si parla di materialismo meccanicistico in quanto la materia è considerata come una sostanza dotata di interne proprietà meccaniche. In questo senso i processi più complessi (biologici, psicologici, sociali), vengono considerati come semplici processi meccanici; tutte le facoltà intellettuali vengono spiegate come modi d'essere e d'agire nell'organizzazione della materia.


ATEISMO




In questo passo Foscolo evidenzia la sua concezione ateistica riguardo alla possibilità di trovare in un aldilà inesistente la pace sperata. Secondo l'etimologia greca, ateismo significa negazione di Dio. Nella storia della filosofia, il termine è stato attribuito ad ogni concezione del mondo che in qualche modo rifiutasse l'esistenza della divinità. Platone, nella sua opera intitolata Le leggi, considera come principale forma di ateismo quella materialistica. Atea si suole considerare anche la filosofia di Epicuro, ispirata al materialismo di Democrito, secondo la quale le divinià, se anche esistono, non si curano delle cose dell'uomo. E' stato spesso accusato di ateismo anche il Panteismo, cioè l'identificazione di Dio col mondo.







RELIGIOSITA'



La religiosità del Foscolo si limita alla grande fede che il poeta ripone nella mente umana e nella forza della ragione. Se i "Sepolcri", infatti, affermano sia dall'inizio l'inutilità e l'infondatezza di qualsiasi tipo di religione rivelata, in realtà poi, Foscolo fonda una sorta di "religione della tomba".






ILLUSIONE

Grazie alle illusioni l'uomo è in grado di rendere meno dura la propria esistenza, in quanto rielabora dal punto di vista emozionale ciò che la ragione rende inaccettabile. Il passaggio dall'illusione al mito si ha nel momento in cui il Foscolo fonda la propria religione (laica) della tomba.




RIFERIMENTI STORICI


L'EDITTO DI SAINT CLOUD

L'editto di Saint Cloud, promulgato in Francia nel 1804 ed esteso alle provincie italiane nei giorni stessi in cui il Foscolo portava a fine il componimento, imponeva la costruzione di appositi cimiteri e la collocazione di lapidi, tutte uguali, non sopra le tombe ma lungo il muro di cinta. Le disposizioni di Saint Cloud derivavano in parte da preoccupazioni igieniche e in parte dallo spirito egualitario e giacobino dei tempi, per realizzare un ideale di uguaglianza almeno nella morte. Abitualmente si ritiene che il carme Dei Sepolcri parla qui dell'editto di Saint-Cloud, promulgato dal regime napoleonico nel 1802: non è esatto. Questo editto, infatti, è frutto di un generale complesso legislativo, di stampo illuminista, emanato molto prima (1743) ad opera dei sovrani di Austria-Ungheria Maria Teresa e Francesco Stefano d'Asburgo-Lorena che vietava di tumulare i corpi dentro le chiese. Oltretutto, al verso 53 viene detto: " ....e senza tomba giace il tuo sacerdote.... ". Si parla cioè di Parini che era morto nel 1799, quando cioè non era neanche stato pensato il nuovo editto. Parini era stato infatti sepolto quando ancora vigevano le leggi mortuarie asburgiche.



Note al testo


Significa: "Siano considerati sacri i diritti degli dei Mani" (ovvero degli estinti). Questa frase in latino è una delle leggi delle XII tavole dei decemviri; con essa l'autore introduce il tema dell'opera ricorrendo alla sapienza giuridica di Roma per combattere quei provvedimenti napoleonici che, in nome di una presunta ideologia egualitaria, offendevano la religione delle tombe.

(v. 16)

La Speranza secondo la mitologia fu l'ultima ad abbandonare i mortali quando gli dei salirono sull'Olimpo. Essa, secondo la leggenda, fu anche l'unica a rimanere nel vaso dei mali quando Pandora imprudentemente lo aprì facendo disperdere i mali nel mondo. Per questo la Speranza viene considerata la dea più lenta, che si muove per ultima. Ma parlando dei sepolcri, anche essa, che solitamente rimane vicino ai mortali, si allontana lasciando sole le anime. Si può quindi intendere come alla fine della vita non rimanga più niente, nemmeno la speranza. Secondo alcuni il Foscolo con questa 'massima' vuole negare la speranza nella resurrezione.



(v. 22)

Cominciano da questo verso le 'ragioni del cuore' con le quali l'autore dopo le idee generali esposte all'inizio dell'opera, spiega i motivi della sua riflessione sui sepolcri. Essi si rifanno ai sentimenti, all'amore e nei versi seguenti viene evidenziato come le nuove riforme vadano contro questi valori immortali. Nulla rimane per il poeta dopo la morte, che coincide con l'annientamento totale della persona. Quindi l'autore si chiede perchè l'uomo dovrà privarsi della benigna illusione che deriva dal sepolcro, se con la tomba ricca di attenzioni e di cure il defunto rimarrà vivo nella mente delle persone care.

(vv. 29-30-31)

Il legame d'amore che fa corrispondere i vivi con i propri cari defunti è un dono degli dei che dà la possibilità di comunicare, almeno idealmente, con i morti.

(v. 41-42)

La sopravvivenza ha un valore soggettivo: il defunto continua a sopravvivere se lascia eredità di affetti, cioè se viene ricordato e amato. Soltanto le persone che in vita non sono state amate e non hanno seminato amore, non riceveranno né amore né affetto dopo la morte, e troveranno poca gioia nella tomba.

(vv. 51-52)

L'editto di Saint Cloud, promulgato in Francia nel 1804 ed esteso alle provincie italiane nei giorni stessi in cui il Foscolo portava a fine il componimento, imponeva la costruzione di appositi cimiteri e la collocazione di lapidi, tutte uguali, non sopra le tombe ma lungo il muro di cinta. Le disposizioni di Saint Cloud derivavano in parte da preoccupazioni igieniche e in parte dallo spirito egualitario e giacobino dei tempi. "Nuova" sta per strana, singolare, in contrasto con la 'pietas' tradizionale.

(vv. 72-73)

Allude alla citt` di Milano, corrotta allettatrice di cantanti evirati perché mantenessero una voce da donna, che non ha innalzato tra le sue mura né un cipresso, né una lapide, né una iscrizione in memoria del Parini.

(vv. 88-89-90)

Non esistono fiori sui sepolcri di un estinto che non sia ricordato dagli uomini con lodi e col tributo del pianto. L'avverbio 'ove' si può interpretare oltre che come avverbio di tempo anche come avverbio di luogo. Quindi non esistono fiori in quei luoghi che non sono sacri alla memoria e al culto degli estinti.

(v. 90)

Dopo i 'motivi del cuore' ritrovati nei versi 20 e successivi, l'autore passa ora ai 'motivi storici', dove si fa un rapido viaggio nella storia dei sepolcri dai popoli antichissimi fino a quelli moderni. Le ossa del Parini sono state lasciate in abbandono vergognoso, eppure la civiltà stessa degli uomini è nata dal culto delle tombe; con l'istituzione dei sepolcri i primitivi hanno superato gli orrori della loro primogenita ferocia.

(v. 104)

Introduce dei versi in cui contrappone gli aspetti e le forme più macabre del culto medioevale dei morti alla visione luminosa e ideale della sepoltura classica. In questo modo risponde all'implicita obiezione che il culto dei morti possa nuocere alla salute per l'igiene e possa creare tra i vivi paurosi presagi o fosche immagini dell'aldilà.

(v. 130)

Si riferisce ai giardini dei cimiteri suburbani inglesi pieni di ornamenti in cui le ragazze pregavano i Geni (dèi che presiedono al ritorno) perché si adoperassero per far tornare in patria Nelson, che s'era costruita la propria bara con l'albero maestro della nave conquistata. Considerando che Nelson era già morto, si pensa che pregassero per il ritorno in patria delle spoglie dell'eroe.

(v. 137)

Dove ormai è spento ogni furore di nobili imprese e la vita civile è governata dalla ricchezza e dalla paura, i monumenti funebri sono inutili. In questi versi il Foscolo rivela il suo atteggiamento antinapoleonico. Egli riconosceva ai francesi il merito della rivoluzione e a Napoleone il merito di aver svegliato l'Italia e di averla avviata a nuova dignità civile. Tuttavia non volle mai piegarsi all'adulazione vergognosa e frequentissima dei letterati italiani. Egli si sente un uomo libero pronto a riconoscere il merito anche nel campo avversario.

(v. 151)

In questa nuova parte del carme si sostiene la funzione civile delle tombe. Le urne dei grandi del passato incitano l'animo dei forti a compiere cose egregie rendendo nobile e sacra la città che le accoglie al forestiero che non la conosce.

(v. 186)

Quando una speranza di gloria brillerà agli intelletti più animosi, trarremo l'ispirazione ad agire.

(v. 197)

Una potenza misteriosa parla tra le mura dei sepolcri di S.Croce ed è la stessa potenza che alimentò il valore e lo slancio eroico dei greci a Maratona contro i persiani invasori.

(v. 213)

Inizia una nuova parte in cui si afferma la perennità ideale dei sepolcri ad opera dei poeti. Si celebra la funzione riparatrice del sepolcro, che rende giustizia ai grandi nomi come Achille con un po' di invidia per Pindemonte, che da giovane ha navigato per i mari della Grecia e ha potuto udire l'eco delle antiche imprese.

(v. 219)

L'autore si riferisce alle armi di Achille: Ulisse se ne appropriò con l'astuzia ma non riuscì a portarle a Itaca poichè la marea le rapì alla nave errante di Ulisse, portandole sulla tomba di Aiace al quale dovevano andare di diritto.

(v. 226)

Il Foscolo si augura che le Muse lo prescelgano per ispirarlo a celebrare gli eroi. Mediante la poesia si dà anima al pensiero degli uomini e si rendono eterne nel tempo le illusioni. La poesia è la protagonista vera dei sepolcri e con la poesia il Foscolo assegna a se stesso il compito di evocare gli eroi.

Dei Sepolcri e i Sonetti




Nei Sonetti vi è un'altissima intensità espressiva, tipica della sensibilità preromantica. Vi è la formulazione di un desiderio di conoscere che cosa e come salvare dalla distruzione del tempo. Nei "Sepolcri" il Foscolo usa la tecnica poetica dello sviluppo per associazione delle immagini che si può riscontrare già nei sonetti A Zacinto, Alla sera, In morte del fratello Giovanni.








A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell'onde

del greco mar da cui vergine nacque


Venere, e fèa quell'isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l' ìnclito verso di colui che l'acque


cantò fatali, ed il diverso esiglio,

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.


Tu non altro avrai che il canto del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.


Riemerge in "A Zacinto" il tema della tomba e degli affetti familiari dispersi che si riannodano sul sepolcro. Dalle tombe affiora il tema dei ricordi: il monumento sepolcrale, che è ormai inutile ai morti, assume un senso di giovamento per i vivi in quanto desta affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene. Solo i malvagi che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano. Senza tomba, senza cioè un sepolcro individuale su cui possa piegarsi l'amore dei posteri, giace Parini, definito il sacerdote di Talia, la musa della poesia satirica. Parini fu seppellito nel cimitero di Porta Comasina e la sua tomba andò perduta perché, secondo l'Avviso del 1787, l'epitaffio fu appoggiato al muro di cinta e non sul sepolcro del poeta. In questi versi il Foscolo lamenta che la tomba del Parini non potrà svolgere la funzione di ispirare altri ingegni.


Con una transizione per contrasto, come in "A Zacinto", il poeta introduce la sua pensosa figura. In questo sonetto, le dolenti riflessioni foscoliane ritornano in un'atmosfera tutta intessuta di echi della poesia classica e assumono un significato universale, che si esprime con un' intensità e una profondità di accenti, la cui forza comunicativa è moltiplicata dall' originalissima struttura della breve lirica. L'attacco è improvviso e la congiunzione negativa sembra far emergere alla coscienza il frutto di una lunga e desolata meditazione sul proprio destino.


"Itaco" è riferito a Ulisse, che peraltro in quanto "astuto" e "favorito" è ben diverso dall'eroe "bello di fama e di sventura" di "A Zacinto". La "poppa raminga" è quella della nave di Ulisse errante per i mari: ritorna, di sfuggita, l'Ulisse col suo "diverso esiglio" di "A Zacinto".


Qui, come Omero cantò l'esilio di Ulisse e il suo ritorno, così il Foscolo canta il proprio esilio e il proprio non ritorno. Una volta effettuato questo sdoppiamento e fatta l'analogia tra "illacrimata sepoltura" e ricerca di Itaca per Ulisse, il Foscolo identifica nell'"illacrimata sepoltura" il tema della tomba come ricordo dei vivi.



Alla sera

Forse perché della fatal quïete

tu sei l immago, a me sì cara vieni,

o sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e i zefferi sereni,


e quando dal nevoso aere inquiete

tenebre e lunghe all'universo meni,

sempre scendi invocata, e le secrete

vie del mio cor soavemente tieni.


Vagar mi fai co' miei pensier sull'orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme


delle cure onde meco egli si strugge;

e mentre io guardo la tua pace, dorme

quello spirto guerrier ch' entro mi rugge.


Materialisticamente, la morte è un reimmergersi nel moto infinito e immemore della materia. Il Foscolo nega ogni trascendenza e riafferma il proprio materialismo: la materia ritorna materia, il tempo cancella tutto.

Nel primo verso del sonetto "Alla sera", si denota un'amara meditazione sulla morte, assegnata dal fato, alle affannose vicende dell'uomo. Qui il poeta desidera associare alla sera l'immagine della morte nello stesso modo in cui nei "Sepolcri" usa il termine "sonno della morte". Vi è una chiara analogia nell'associare alla fine della vita un'immagine di pacatezza e tranquillità.



In morte del fratello Giovanni

Un dì, s' io non andrò sempre fuggendo

di gente in gente, mi vedrai seduto

su la tua pietra, o fratel mio, gemendo

il fior de' tuoi gentili anni caduto.


La madre or sol, s' io dì tardo traendo,

parla di me col tuo cenere muto,

ma io deluse a voi le palme tendo;

e se da lunge i miei tetti saluto,


sento gli avversi Numi, e le secrete

cure che al viver tuo furon tempesta,

e prego anch' io ne tuo porto quïete.


"Era rito classico de' supplicanti e de' dolenti sedere presso l' are e i sepolcri" (Foscolo), offrendo goccia a goccia il latte. La parola "sedea" richiama chiaramente l'immagine confidente di "In morte del fratello Giovanni". In entrambi i casi si desidera addolcire un'immagine e diffondere un senso di pacata mestizia.









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