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L'adolescenza è il periodo che va dalla pubertà all'acquisizione dell'autonomia dalla

psicologia


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L'adolescenza è il periodo che va dalla pubertà all'acquisizione dell'autonomia dalla famiglia, all'acquisire lo stato di adulto.

Inizia con la pubertà o prima adolescenza ed è la prima fase della pubescenza che dura circa due anni. La pubertà è quel periodo ricco di notevoli modificazioni corporee con conseguenti ripercussioni a livello psicologico

Questo periodo è estremamente variabile varia da individuo ad individuo, poiché

vi è sviluppo dei caratteri sessuali primari (sviluppo organi riproduttivi): il menarca per la ragazza e la prima eiaculazione per il ragazzo. L'evoluzione dei caratteri sessuali secondari legati ai primari dovuti alla stimolazione ormonale, determina lo sviluppo del seno nella ragazza, la crescita di barba nei ragazzi ed in entrambi la presenza di peli pubici. Ciò contraddistingue l'appartenenza al genere.

Dal punto di vista psicologico questi mutamenti fisici creano una serie di problemi, in quanto per la ragazza, la mestruazione ciclica, dolorosa e la vista del sangue può essere vista con una fonte di profondo imbarazzo, poiché può avvenire in modo inatteso, improvviso, traumatico oppure può dare sgomento, meraviglia, curiosità; segnando in alcuni casi il proprio vissuto. Mentre per il ragazzo non ci sono manifestazioni cliniche, poiché questo avviene lento e graduale nel tempo.

In seguito alla pubertà vi è la media adolescenza, ricco di ripercussioni psicologiche, caratterizzato dalle trasformazioni del proprio corpo. Il ragazzo vede modificare i propri lineamenti infantili del viso con sembianze marcati simili all'adulto.




La modificazione del proprio corpo, a volte disarmonico, fa' sì che non vi sia un accettazione di sé, portando ad un non riconoscimento del proprio corpo quindi vissuto come estraneo. In questa fase vi è la maturazione del desiderio di staccarsi dalla famiglia, acquisire la sua indipendenza, ma nello stesso tempo il bisogno di sicurezza che la medesima può offrire. In questo periodo vi è un costante confronto con i suoi pari, poiché con loro si rispecchia cercando la propria identificazione e crescita personale che lo porterà verso l'autonomia. Nel gruppo l'adolescente trova nei coetanei la condivisione della sua situazione e quindi ritrova la sua stabilità e sicurezza.

Questo passaggio, nella maggior parte dei casi, si risolve positivamente, soprattutto se in precedenza ci sono state esperienze con basi equilibrate.

L'età della piena adolescenza o giovinezza è costituita da un affievolimento dell'effervescenza caratteriale, superamento del periodo critico, ordine del proprio pensiero, maturazione ed inizia a trovarsi. I suoi propositi si rafforzano, trovando un equilibrio. Il raggiungimento dell'autonomia economica e sociale varia in base alle scelte individuali.

Lo sviluppo dell'empatia è da considerare alla base dello sviluppo morale in quanto ci spinge ad aiutare gli altri.

Dobbiamo distinguere:

*      giudizio morale: implica un ragionamento di sé, e in relazione con lo sviluppo del

pensiero;

*      comportamento morale: è l'agire motivato da valori, scelte di vita, 828h79i ideali

religiosi, .

Secondo Jean Piaget vi è un passaggio da una morale eteronoma ad una morale autonoma,


Per eteronoma s'intende una morale fondata sull'accettazione passiva delle regole imposte dall'ambiente, in particolare dai genitori. Questa morale si basa nel riconoscere più l'azione che il fine che la determinata. Oltre a tutto dipende dall'imposizione di una morale centrata sull'adulto, quindi fondata su un rapporto autoritario.

Mentre per la morale autonoma s'intende l'assimilazione delle regole come proprie e di sottoporle ad analisi critica ispirandosi ai propri valori. In questa morale vi è una analisi del senso della regola imposta e di conseguenza si assume la responsabilità di condividere o di rifiutare la regola.

Basandosi su questi tipi di morale, vediamo che il bambino, il giovane o l'adulto si portano a costruire delle altre regole, portate più alle regole che alle persone.

Ciò però porta ad un'interpretazione più inflessibile in caso d'inosservanza della regola, si diventa più rigidi degli adulti.

Fino ai sei anni nei bambini prevale l'attenzione alla conseguenza al danno di per sé causato (responsabilità oggettiva: risultato dell'azione) che all'intenzionalità che hanno motivato l'azione (responsabilità soggettiva: intenzione con cui l'azione è stata compiuta).

La valutazione dell'azione cambia in base all'età del soggetto, poiché lo sviluppo del pensiero incide sulla formulazione del giudizio morale.

Per Piaget vi è un'evoluzione del pensiero:

*      pre-operativo: età della scuola materna (pensiero egocentrico, approccio emotivo e non logico)

*      operativo concreto: età della scuola elementare (superamento dell'egocentrismo, pensiero logico, scoperta delle regole)

*      operativo formale: età dell'adolescenza (periodo ipotetico deduttivo, pensiero logico formale, rielaborazione autonoma del pensiero attraverso le ipotesi).

Per Kolhberg vi sono tre livelli di pensiero morale,(pre-convenzionale, convenzionale, post-convenzionale) precisando che il convenzionale è inteso come un ragionamento che sostiene il valore delle leggi e delle regole proprio in quanto leggi e regole.

*      Pre-convenzionale: la logica del pensiero è basato soprattutto sull'interesse personale, in relazione alla gratificazione ed evitare delle punizioni.

*      Convenzionale: morale basata sul rispetto delle regole per ottenere l'approvazione o la disapprovazione altrui.

*      Post-convenzionale: morale autonoma, in quanto le scelte sono motivate da valori comuni, ma vengono sottoposti a critica e ciò determina un conflitto con le regole sociali.

Erikson distingue l'essere umano in otto fasi. L'identità è la V° fase, qui arriva in base come ha superato le fasi precedenti, come ad esempio l'autonomia che gli viene dalla III° e dalla IV° fase, quindi giunge alla V° con un forte senso di socializzazione.

In questa fase il ragazzo cerca una propria identità; è un periodo di grande trasformazioni psico-fisica, quindi vi è una crisi con se stesso in quanto si pone delle domande:

*      sul piano personale "chi sono io?"  (valutazione del suo vissuto);

*      sul piano professionale, "cosa farò da grande?" (scelta della scuola, lavoro, tempo libero, morale e vita affettiva)

*      sul piano ideologico "in che cosa credere"

Il ragazzo prova su di sé diverse identità, fino a trovare quella che più consona a sé. La crisi è superata con la consapevolezza del "proprio Io" scoprire il suo vero senso: so chi sono, dove vengo e dove sto andando. Da ciò scaturisce un'identità distinta, perciò il ragazzo ha un buon rapporto con il suo passato che gli permetterà di progettare un futuro ragionevole.

In caso contrario, si acquisisce un'identità diffusa, cioè l'incapacità di fare delle scelte proprie, di avere idee personali adeguandosi a quelle degli altri.

Rogers parla del Sé, dell'organismo, del Sé ideale e della congruenza tra loro.

Il è il se stesso che si sviluppa interagendo con gli altri e comporta la coscienza di chi si è, basato sulla valutazione sociale.

L'organismo è la totalità della persona, intesa come un insieme di bisogni innati, sociali ed emozioni. Principalmente si presenta un bisogno di considerazione positiva, essere accettati e valorizzati da altri.



Il Sé ideale è quello che si vorrebbe essere, cioè quello che si vuole diventare.

Se i vari bisogni sono appagati in modo accettabile il Sé è congruente con l'organismo.

Al contrario s'innescano conflitti interni, autorifiuto, autoestraneità, si scatena ostilità rivolta verso tutti. Nel caso che vi sia un incongruenza tra il Sé e il Sé ideale si produce uno squilibrio tra i due.

L'organismo tende all'autorealizzazione, si tende a raggiungere un autonomia.

Rogers espone una terapia come processo rivolto a liberare la persona dai propri ostacoli. Questo può avvenire solo se nell'operatore vi è l'accettazione (concezione positiva del soggetto, istaurare un rapporto da persona a persona); autenticità (non nascondere i propri sentimenti, apparire quello che si è); empatia (accettare l'altro, comprendere).

La tecnica è il dialogo non direttivo (libertà ed autonomia individuale nel rapporto operatore/persona). Fondamentale è la comunicazione verbale, non vi devono essere ostacoli. Il dialogo deve essere fatto su contenuti ed esperienze coscienti. Non si valuta il passato(esperienze infantili), ma solo dal presente alle scelte per il futuro. Intervenire attivamente nel colloquio, visualizzare diversi punti di vista.

Il ragazzo trascorre al di fuori della famiglia tempi sempre più lunghi. La voglia di uscire è data da:

*      l'interesse per i coetanei, le loro attività, il loro modo di essere e di pensare;

*      la consapevolezza della differenza tra la sua generazione e quella dei suoi genitori (il non essere capiti!)

*      la necessità di staccarsi dalla parentela in previsione della conquista dell'autonomia e dell'indipendenza.

I genitori, spesso non riconoscono questo momento di crescita psicologica, vedono proprio figlio ancora bambino, dove poter manifestare la loro influenza; questa è la fase in cui il ragazzo critica i propri genitori, rifiuta le manifestazioni affettive e dice di non volere il suo aiuto, e li rimprovera perché non si sforzano di capirlo quando lui è in difficoltà, non riconosce in loro la possibilità d'istaurare un dialogo e potenziale punto di riferimento. Inoltre i genitori di fronte al figlio adolescente, sono piuttosto perplessi per i suoi atteggiamenti contradditori e non lo capiscono.

A volte il ragazzo va alla ricerca di un adulto estraneo che possa ascoltarlo, dare dei consigli, ma non considerarlo quando non gli è più utile, senza poi sentirsi in colpa se questo adulto fosse un genitore.

Il rapporto tra genitori ed adolescenti, non è facile anche per i genitori, in quale richiede una grande capacità di adattamento: di far evolvere un rapporto bambino-adulto ad un rapporto adulto-adulto.

Nell'adolescenza vi è la ricerca della propria autonomia, staccandosi dalla famiglia. Questa è una fase inizialmente ambigua, poiché il ragazzo ha il desiderio di essere autonomo, quindi provare sensazioni di gioia nel conquistarla, ma nello stesso tempo ha la necessità di soddisfare il bisogno di sicurezza, che solo la famiglia può dargli.

L'istaurare dei rapporti con dei coetanei porta alla soddisfazione di diversi bisogni:

*      scoprire di non essere l'unico a desiderare l'autonomia dall'adulto

*      trovare chi condivide le stesse problematiche, quindi si sente "capito"

*      la ricerca di sincerità e critica paritaria

*      la ricerca di un modello a cui ispirarsi, complementare alla sua personalità.

Per l'adolescente, l'amicizia riveste un ruolo importante, di esclusività e di permissità per cui difficilmente è permesso ad un terzo entrare in confidenza stretta in una coppia di amici senza suscitare conflittualità e tensioni.

La necessità di appartenenza ad un gruppo risponde ad avere "l'amico del cuore" per cui c'è condivisione, sicurezza, disponibilità ad accettare con molta facilità le abitudini e le modi in cui esso si trova.

Il ragazzo all'interno del gruppo, in parte si dedica con altruismo alle relazioni,  più sensibile alle reazioni altrui, ma dall'altro canto riveste sul gruppo i suoi problemi e desideri sugli altri ed è alla ricerca di una condizione individuale, libera da legami e dipendenze sociali ed affettive.

Solo nella tarda adolescenza  che il ragazzo impara ad essere autonomo e fronteggiare da solo le situazioni che si presentano ed essere più critico sul comportamento altrui.

Tra le problematiche dell'inserimento del ragazzo al gruppo troviamo il bullismo e l'emarginazione.

Per bullismo s'intende il fenomeno di prepotenza fra bambini e ragazzi attraverso ingiustizie ed atti aggressivi e persecutori di vario tipo.

Secondo Bandura, l'aggressività si forma attraverso l'osservazione, l'imitazione, la memorizzazione e la riproduzione del comportamento di un modello. L'identificazione può scattare principalmente perché il modello ha successo (identificazione vicaria) oppure perché generalmente si tende ad imitare chi è più simile a noi.

L'ambiente più elettivo è la scuola. In questo fenomeno troviamo:

*      la vittima: incapace di difendersi dalla prepotenza del suo persecutore, quindi figura più debole, ansiosa ed insicura passiva e remissiva nei confronti degli altri compagni;

*      persecutore: è strettamente la figura del bullo, in genere sono studenti più grandi di età, più robusti fisicamente. La relazione che istaura sulla vittima rimane stabile nel tempo

*      l'aiutante del bullo

*      il sostenitore del bullo

*      l'indifferente

*      il difensore della vittima



I fattori più importanti sembrano legati:

*      al tipo di personalità dei persecutori

*      al tipo di personalità delle vittime

*      all'educazione ricevuta dai genitori

*      all'atteggiamento ed al comportamento degli insegnanti

*      ai rituali che si creano all'interno della classe

Tipico nel bullo è la mancanza di empatia (capacità d'immedesimarsi in un'altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d'animo), infatti sono ragazzi/e impulsivi ed aggressivi. Le loro madri tendono ad essere indifferenti e poco affettuosi; si mostrano permissivi del loro comportamento aggressivo e nello stesso tempo sono autoritari e ricorrono alle punizioni fisiche.

In genere da adulti, le vittime diventano persone insicure e portati a deprimesi, mentre i bulli sviluppano degli atteggiamenti antisociali.

Le strategie utili per contrastare il bullismo, sono inserite nell'ambito scolastico nel suo complesso, ma in particolare rivolte alla classe. In Italia vi è una sperimentazione in corso, per tale problema. E' stato predisposto un piano biennale di attività che prevede l'analisi e la discussione di brani letterari scelti apposta per lo scopo, attività teatrali e di role playing (giochi di ruolo) e la proiezione di realizzazione di filmati. Prima e dopo tale lavoro di sensibilizzazione sono stati somministrati dei questionari in cui segnalassero i nomi dei persecutori e delle vittime presenti nella scuola.

Questo lavoro ha portato un'aumentata sensibilità verso il problema e la diminuzione dell'omertà verso i prepotenti.

Altro problema che si presenta in maniera sempre più crescente è la bulimia e l'anoressia. Vi è un tentativo di congelare l'evolvere del tempo, vuol dire non crescere per l'individuo e per la sua famiglia non accettare le trasformazioni che al suo interno il tempo produce. Prendendo in esame la nostra società, possiamo considerare il disturbo alimentare come un "disturbo etnico". Forte è l'influenza dei mass-media in quanto si evidenziano spot pubblicitari contrastanti: una parte presenta un invito a mangiare golosità di ogni tipo e dall'altra presenta un modello di persone magre, specialmente per quanto riguarda le donne. In effetti nella nostra società, la donna è alla ricerca di una nuova identità, relazione con l'uomo basato sull'autonomia ed autorealizzazione. Per realizzare ciò, si crede che un bel corpo curato, asciutto ed efficiente, sembra un pre-requisito per ottenere ad esempio un lavoro.

Essere "magre" diventa un segno di autocontrollo.

Un altro fattore importante per innescare comportamenti anoressici o bulemici è la "frattura adolescenziale", in pratica il ragazzo deve andare incontro ad un processo di differenziazione e d'individuazione, per poi soffermarsi ad una propria autonomia nel contesto familiare e diventare sé stesso. Spesso i genitori rifiutano questa fase, l'autonomia è vista come una minaccia alla stabilità di una famiglia, inizia, in questo modo, un rapporto contrastante con i figli. Sono famiglie che cercano di evitare conflitti bloccando il processo di identificazione e di autonomia del ragazzo. Quando l'adolescente non c'è la fa, o non riesce a percorrere questa fase, poiché viene contrastato dalla famiglia, ricorre al pretesto della malattia e maschera nel rifiuto del cibo la sua incapacità ad esprimere il rifiuto/opporsi all'antinomia imposto dai genitori. In questo modo avviene l'effetto opposto, se il rifiuto del cibo diventa un modo per raggiungere l'autonomia (il controllo sul cibo), nel tempo si ha un esaurimento del corpo, impedendo non solo ogni autonomia, ma anche la costruzione di una propria identità, specie nella sessualità femminile, portando in conclusione ad una compromissione di tutto ciò che riguarda alla vita di relazione.

Freud parla che ogni disagio psichico porta ad un vantaggio secondario, per l'adolescente il rifiuto del cibo è un modo di esprimere il rifiuto del mondo genitoriale, in particolare la figura materna (prima procacciatrice di cibo); dall'altro canto è un modo per "congelare" l'infanzia e il bisogno di dipendenza che un bambino può avere.

Palazzoni parla di "stallo di coppia" quando l'insoddisfazione genitoriale porta a strumentalizzare la figlia (gioco d'istigazione) che di conseguenza ricorre al rifiuto del cibo per reclamare, anche se in modo fallimentare, che non è uno strumento, ma è una persona. Queste dinamiche conflittuali familiari sono tenute segrete e/o non riconosciute, in quanto vanno a minare il "mito dell'unità della famiglia", valore suprema da tutelare ad ogni costo. Si assiste a voler arrestare il tempo, un eterno presente senza ammettere progressi, ogni processo d'identificazione e di autonomia è vista come inquietudine di una perdita di un "tempo in un corpo familiare" stabile.

Per prevenire i fenomeni di disadattamento e devianza occorre agire supportando la famiglia. A tal fine sono stati creati interventi sulla scelta consapevole della maternità e paternità, supportare i genitori dalla nascita del bambino verso l'adolescenza.

Per rispondere ai bisogni d'aggregazione e socializzazione, d'avventura e scoperta, di autonomia e responsabilizzazione sono sorti servizi per i preadolescenti con funzioni educativi-sociali. Per sostenere la famiglia durante il periodo di chiusura della scuola, sono nati centri estivi, organizzati dall'Ente locale, da associazioni di volontariato o privato-sociale.

I servizi ricreativi per il tempo libero sono indirizzati ai ragazzi dai 7/8 ai 12713 anni, per poter permettere d'incontrarsi e giocare. Il gioco assolve sempre la funzione di acquisire competenze necessarie per l'autonomia, interagire con il mondo circostante e di permettere di sperimentare limiti e libertà, fantasia e realtà, conflitti e mediazioni.

Meno conosciuti sono i centri rivolti ai preadolescenti ed adolescenti. In questa fase il ragazzo ha la necessità di confrontarsi ed identificarsi con nuovi modelli che possono essere i pari o gli adulti che non appartengono alla famiglia. A questo scopo sono nati i centri aggregativi, che possono diventare un punto di riferimento dove il ragazzo trova sostegno nel passaggio fra la fanciullezza e l'adolescenza per edificare e strutturare il rapporto con il gruppo con attività diversificate e sperimentare relazioni diverse.

Questi centri sono attrezzati per svolgere attività varie come laboratori teatrali, attività sportive di gruppo o di gioco. Vi sono operatori preparati che interagiscono tra ragazzo/famiglia e strutture pubbliche per potenziare eventuali interventi.

Le attività si concentrano verso il sostegno scolastico, per sopperire l'eventuale carenze ed aiutare il ragazzo nell'adattamento alle regole della scuola; prevenzione mirata all'uso di droghe, rafforzando l'identità del ragazzo; prevenire la microcriminalità rivalutando gli aspetti positivi delle leggi della società; dare appoggio nei casi di rottura con i familiari.

I centri diurni ed aggregativi intervengono sui giovani che presentano problemi e che necessitano di un forte sostegno educativo e che manifestano segni di disadattamento, cioè una relazione disturbata nei confronti della scuola e della società, che non permettono il giusto inserimento nel contesto sociale d'appartenenza.

Le finalità di questi servizi è quella di costruire progetti che devono interagire con l'adolescente, il gruppo e la società. Per raggiungere questo fini c'è bisogno di rapportarsi con le associazioni presenti sul territorio, che possono risolvere il bisogno di aggregazione attuando strategie comuni.

Nel gruppo si possono presentare episodi di prevaricazione e d'aggressività, per evitare ciò si devono applicare strategie atte a favorire la coesione tra coetanei e contribuire ad un processo formativo verso l'adolescente che cerca delle risposte sul "perché" e "sul senso" di determinate cose senza dimenticare le differenze socio-culturali, religiose ed individuali. L'ideale è che gli educatori che prestano servizi in questi centri, abbiano la capacità di proiettarsi in direzioni diverse per convergere in unico obiettivo comune.

Per quegli adolescenti che trascorrono molto tempo fuori dalla famiglia, senza nessun punto di riferimento e per prevenire le situazioni a rischio o per intervenire sui casi di devianza (inteso come comportamento che infrange le leggi e che determina una punizione) si agisce con il lavoro di strada. Quest'ultimo promuove:

*      interventi atti a favorire il benessere in centri urbani a rischio dove appartiene

l'adolescente;

*      prevenire il disagio;



*      interventi mirati ad evitare il disagio negli adolescenti e/o gruppi presenti sul

territorio;

*      interventi che rieducano i danni su soggetti;

*      interventi su casi segnalati dai sevizi sociali;

*      interventi su casi segnalati dal tribunale dei minori;

*      individuare strategie utili a rafforzare le risorse individuali.

Il lavoro di strada è poco diffuso poiché di difficile gestione, in quanto se da una parte è un punto di forza degli operatori, permette di personalizzare l'intervento sul singolo caso, dall'altro canto si verifica un'instabilità dei metodi, risultati e valutazioni nei rapporti interpersonali degli educatori.

L'aumento dell'immigrazione degli ultimi decenni ha permesso a persone di culture diverse di interagire fra loro e con il Paese che gli ospita.

I minori stranieri non sono a rischio di disagio ma lo diventano per l'integrazione all'interno del Paese nel quale sono immigrati. Vari sono i fattori che rappresentano i problemi d'integrazione:

*      minore nato in Italia, figlio di una coppia mista;

*      minore in cerca d'asilo (viene da una zona di guerra);

*      nuova identità (adozione internazionale);

*      figli di nomadi;

*      diplomatici europei.

Ciascuna situazione presenta caratteri e problematiche specifiche.

L'integrazione si presenta molto complessa per la presenza di culture, a volte diametralmente opposte dal nostro modo di pensare portando a delle chiusure perché è tutto ciò che è sconosciuto induce timore.

Quotidianamente il minore straniero si trova ad affrontare problematiche pratiche e psicologiche che possono influenzare negativamente l'inserimento. Questo avviene, soprattutto, se il bambino proviene da un contesto culturale molto diverso, si creano, inevitabilmente, delle barriere sia dall'ospite che dall'ospitante.

Il minore si scontra ed incontra diverse identità culturali, modelli di vita educativi, diversi modi di concepire ed agire dei ruoli socio-familiari. Quindi l'identità etnica è una dimensione bio-culturale e sociale di una specifica comunità.

I soggetti scoprono l'identità etnica quando si riscontrano cambiamenti posti dal contatto con altre culture e tradizioni a loro estranei, magari non condivisibili che portano a una forma di separazione e di esclusione.

Il minore attua delle soluzioni che creano disagi psicologici, dovute a scelte che adotterà:

*      resistenza culturale che porta alla totale chiusura verso i cambiamenti, fa' rimanere

ancorati all'identità etnica proposta dalla famiglia, facendo sentire il bambino sempre

e comunque straniero:

*      marginalità dovuta all'incapacità di accettare sia la cultura d'appartenenza che la

nuova senza trovare un'identità etnica alternativa.

In questo caso si possono ritrovar riscontri positivi, come saper valutare con

sufficiente obiettività e distacco entrambe le culture, sia negativi, in quanto portano

ad insicurezza, ansia, fragilità ed emarginazione.

*      Accettazione incondizionata della nuova cultura con un netto rifiuto ed un

accantonamento della cultura d'appartenenza portando ad un inevitabile conflitto con

la famiglia che si sentirà sconfitta ed inadeguata. In questo caso può entrare in gioco

il conformismo in quanto porta ad uniformarsi alle regole del nuovo gruppo

d'appartenenza per il forte bisogno, d'affetto e d'approvazione, ma soprattutto di

sentirsi accettati.

Generalmente tutti tendiamo a conformarci al gruppo perché uno dei bisogni fondamentali dell'uomo è l'appartenenza ad un gruppo sociale, anche se le personalità più deboli si conformano più facilmente di chi ha più fiducia in sé stesso ed ha una sicurezza maggiore. Il pericolo del conformismo è quello di degenerare verso la sottomissione incondizionata all'autorità che è un comportamento remissivo che porta ad obbedire ad ordini non condivisi che possono danneggiare altre persone solo perché l'ingiunzione viene dall'alto.

La soluzione ideale sarebbe l'accettazione della doppia identità etnica che consiste nella continua ricerca di trasformazione, confrontando i due mondi, evitando gli estremismi e mettendo in atto le soluzioni adeguate, mediando fra le differenti culture d optando per un duplice senso di appartenenza.

Le strategie a sostegno dell'inserimento sono l'integrazione linguistica e la mediazione culturale, per permettere di avere una conoscenza più approfondita delle diverse realtà permettendo l'avvicinamento, evidenziando le affinità anziché le differenze, attuando iniziative a carattere informativo e culturale con lo scopo di promuovere strategie per sfuggire ai fenomeni di emarginazione, disadattamento e devianza.

Queste iniziative sono condotte da associazioni e gruppi di volontariato che però, spesso, si scontrano con i mass-media che strumentalizzano il fenomeno, non permettendo di vedere il problema nella giusta dimensione.







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