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La psicologia della Gestalt

psicologia


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La psicologia della Gestalt

1. Introduzione

Tra la fine dell'Ottocento e gli anni '30 del Novecento nasce e si sviluppa in Europa una corrente di ricerca

psicologica che è possibile definire fenomenologica. Espressione di tale c 949b17j orrente è la «Gestalttheorie» (= teoria della

forma) o «Gestaltpsicologie» (= psicologia della forma) detta sinteticamente anche «Gestalt» che si sviluppa a partire

dal 1912 e comprende tra i suoi esponenti maggiori Wertheimer (1880-1943), Köhler (1886-1943), Koffka (1887-

1967) e Lewin (1890-1947). Anche se la Gestalt ha origine tedesca, i suoi esponenti, a causa dell'avvento del




totalitarismo nazista e dei vissuti personali, sono entrati in contatto con la psicologia americana. In seguito

all'avvento del nazismo in Germania, infatti, gli esponenti della Gestalt emigrarono, uno dopo l'altro, negli Stati

Uniti. A fianco quindi del periodo tedesco, che può essere approssimativamente indicato con le date 1912-1935, si

aggiunge un periodo americano. Se nella fase europea la Gestalt nasce e consolida le proprie elaborazioni teoriche e

sperimentali, nella fase americana essa è tesa al proprio riconoscimento in un ambiente culturale e in un momento

storico in cui è predominante la psicologia comportamentista.

La scuola della Gestalt è la risposta europea più coerente che è stata data all'associazionismo atomistico, alla base

delle teorie strutturaliste.

Dovendo rintracciare gli autori che hanno assunto un peso rilevante per la Gestalt, sicuramente Immanuel Kant

è il più importante - anche se temporalmente più lontano - perché riesce a ricomporre la frattura tra

empirismo e razionalismo attraverso il concetto di sintesi a priori: processo nel quale la mente non è né passiva

(antiempirismo), né deriva la propria attività da idee innate (antirazionalismo). In tal modo, l'atto del conoscere è

attività unitaria e unificante in cui la materia, fornita dai sensi, viene organizzata secondo le forme a priori della

mente.

Un altro dei teorici fondamentali della corrente gestaltica è Franz Brentano (1838-1917)

Husserl, allievo di Brentano, spiega l'atteggiamento naturale della coscienza

evidenziando due aspetti centrali del metodo fenomenologico, metodo

profondamente diverso da quello proposto da Wundt:

il riferimento al mondo così come appare alla coscienza, il mondo

fenomenico nel suo darsi immediato, nell'essere immediatamente

oggetto di indagine

la necessità di descrivere il mondo fenomenico al di là dei pregiudizi

delle scienze naturali che descrivono e spiegano gli oggetti

del mondo come staccati dalla coscienza.

«Io sono consapevole di un mondo che si estende infinitamente

nello spazio, e che è ed è stato soggetto a un infinito divenire del

tempo. Esserne consapevole significa anzitutto che trovo il

mondo immediatamente e visivamente dinnanzi a me, che lo

esperisco. Grazie alle diverse modalità della percezione sensibile,

al vedere, al toccare, all'udire, ecc. le cose corporee sono in una

certa ripartizione spaziale qui per me, mi sono alla mano, in senso

letterale e figurato, sia che io presti o non presti loro attenzione,

sia che mi occupi o no di esse nel pensiero, nel sentimento, nella volontà. [.] La realtà - e la parola

stessa lo dice - la trovo in quanto, desto una esperienza omogenea e mai interrotta, la trovo come

Questa dispensa è elaborata da Simona Nicolosi, ricercatrice e docente di Psicologia generale dell'Università degli

studi di Enna/Kore. Le dispense hanno la finalità di sintetizzare i contenuti delle lezioni di Storia della Psicologia del

corso di Psicologia generale tenuto dalla docente. Qualora lo studente volesse approfondire alcuni o tutti gli aspetti

trattati, potrà utilizzare i riferimenti bibliografici indicati alla fine di ogni dispensa per risalire ai testi utilizzati per la

presente trattazione.

Secondo la fenomenologia, la coscienza ingenua assume come ovvia l'esistenza della realtà esterna.

Figura 1. Franz Brentano


esistente e la assumo esistente, così come essa mi si offre. Qualunque nostro dubbio o ripudio di dati del

mondo naturale non modifica affatto la tesi generale dell'atteggiamento naturale. Il mondo come

realtà è sempre là; può rivelarsi qua o là 'diverso' da come lo presumevo, questo o quell'elemento

dev'essere cancellato da esso a titolo di 'apparenza', 'allucinazione' e simili; ma, nel senso della tesi

generale, esso è sempre mondo esistente.» (Husserl, Idee per una fenomenologia pura e una filosofia

fenomenologia

Lo psicologo che utilizza il metodo fenomenologico utilizza un metodo lontano dal metodo sperimentale di Wundt,

il quale riesce a rendere «scientifica» la nascente psicologia in modo molto simile a quello con cui procede la chimica

(una scienza che trova enorme sviluppo nell'Ottocento): ogni fenomeno viene scomposto nei suoi aspetti elementari

per ottenere unità semplici non ulteriormente riducibili. La Gestalttheorie rifiuta questa impostazione e i metodi

che ne derivano.

Nella sua "psicologia dell'atto", Brentano privilegia la dimensione attiva dell'esperienza psichica individuale - in cui

l'aspetto specifico è l'intenzionalità - e assume come uno dei temi distintivi un radicale antielementismo

Ne deriva che l'oggetto della psicologia non è il materiale fornito ai nostri sensi, cioè le cose che vediamo udiamo o

ricordiamo, ma l'atto di vedere, udire, ricordare.

Come afferma Dilthey nel suo saggio del 1894, Idee per una psicologia descrittiva e analitica, «noi spieghiamo la natura,

mentre comprendiamo la vita psichica». Dilthey apporta una basilare distinzione di metodo e di contenuto tra le

scienze della natura, che spiegano in termini di relazione causa-effetto la realtà esterna, i fenomeni e gli oggetti

della natura, e le scienze dello spirito, che studia la realtà interna, che non è riducibile a leggi generali e non è

scomponibile in fenomeni separati, ma che può essere compresa come «connessione vivente» nella sua interezza.

«Attraverso il comprendere si coglie la dimensione interiore dell'individuo, 'ciò che è immediatamente

vissuto', la continuità dell'esperienza dove una 'esperienza vissuta' (Erlebnis) si 'connette' con un'altra.

[.] La comprensione è allo stesso tempo interpretazione. Poiché le esperienze vissute trapelano da colui

che è altro da me attraverso modalità comunicative, significati e intenzioni che si presentano in modo

discontinuo, frammentario e fluido, occorre un'opera continua di tessitura e attribuzione di senso a tali

esperienze; diviene allora centrale il metodo dell'interpretazione secondo Dilthey e numerosi altri

esponenti della prospettiva fenomenologia [.]» (Mecacci, 2002).

Questo è un punto di vista antielementistico perché sottolinea il ruolo assunto dal soggetto e non attribuisce al dato

sensoriale semplice l'importanza che è propria di sistemi come quello di Wundt.

«Se per Wundt la psicologia era la scienza che studia i processi psichici quali si manifestano nell'esperienza

immediata sotto la forma di 'contenuti', per Brentano la psicologia era la scienza dei processi mentali in

quanto tali, nel loro agire e procedere. Più che sul contenuto dell'esperienza, l'accento è posto sull'esperire

stesso»(Mecacci, 2002).

L'oggetto della psicologia per Brentano non è questa sensazione, ma il sentire, non è questa rappresentazione, ma il

rappresentare:

«Ogni fenomeno psichico è caratterizzato da ciò che lo Scolastico medievale ha chiamato in-esistenza

intenzionale (o anche mentale) di un oggetto, e che noi chiameremmo, con un'espressione non del tutto

ambigua, relazione a un contenuto, direzione verso un oggetto (che non deve essere inteso come una

realtà) o oggettività immanente. Ogni fenomeno psichico contiene in sé qualcosa come oggetto, sebbene

non sempre nello stesso modo. Nella rappresentazione qualcosa è rappresentato, nel giudizio qualcosa è

Il termine latino intentio significa concetto e infatti il termine intentionaliter (intenzionalmente) prende nella filosofia

scolastica medievale il senso di "mentalmente" o "concettualmente". Gli scolastici utilizzarono il concetto come

intentio esprimendo con esso un alium tendere, ovvero un riferimento ad alcunché di oggettivo. L'intentio designa poi sia

la forma dell'atto del rivolgersi sia l'atto stesso. In ogni caso la inexistentia intentionalis della cosa nella mente significa la

presenza dell'oggetto nella mente non in quanto tale, ma come significato o rappresentazione. Per Brentano

intenzionalità significa relazione al contenuto o direzione verso l'oggetto.(Cioffi et al. Il testo filosofico, Mondadori,

Milano vol.3/2)


ammesso o respinto, nell'amore amato, nell'odio odiato, nel desiderio desiderato, e così via» (Brentano, La

psicologia dal punto di vista empirico

L'oggetto è sempre immanente nell'atto psichico, non è esterno all'atto stesso, non è distaccato: ciò che è pensato

non esiste come qualcosa di distaccato dal pensare, è il pensare stesso, su un oggetto che esiste al di là del nostro

pensare, ma che per noi esiste solo nel momento in cui è pensato.

«Una più diretta ascendenza della Gestalt può essere riscontrata nella teoria della produzione di

Meinong, nella scuola di Graz e quindi nelle tesi, da quest'ultima derivanti, del padovano Benussi.

La teoria della produzione si basa sulla distinzione tra oggetti di ordine superiore e oggetti di ordine

inferiore: per ciascuno di questi due ordini si ha una rappresentazione. Vengono chiamate

«rappresentazioni non prodotte», o elementari, quelle generate dagli oggetti di ordine inferiore,

quelle cioè che per esserci non hanno bisogno dell'esistenza di alcun altro oggetto; si definiscono

invece «rappresentazioni prodotte» quelle che appunto «producono» gli oggetti di ordine superiore,

quelli cioè che derivano la loro esistenza dagli oggetti di ordine inferiore. Si può perciò riscontrare,

anche nella scuola di Graz, un atteggiamento antielementista nel senso che le rappresentazioni

prodotte non dipendono toul-court dagli elementi semplici, né sono necessariamente e direttamente

determinate da aspetti materiali.

Ancora più diretta, e in questo caso anche ufficialmente riconosciuta dagli stessi gestaltisti, è

l'influenza di Von Ehrenfels, un pensatore vicino a Meinong. Nel 1890 pubblica uno scritto in cui

venivano poste in rilievo quelle che verranno chiamate «qualità-gestalt» o «qualità Ehrenfels». Se si

prende in considerazione, ad esempio, una melodia, è innegabile che essa sia di fatto costituita da

parti, le singole note che la compongono. Il risultato finale però non è la somma delle partì, la

melodìa infatti ha caratteristiche diverse da quelle delle note. La qualità propria della melodia è una

qualità-gestalt. Ed è a tal punto indipendente dalle qualità delle singole partì che possiamo ricreare la

stessa melodia sia eseguendola su strumenti diversi (le note saranno differenti nel timbro), sia

addirittura trasportandola di tonalità e mutando quindi totalmente le note-elementi che la formano.

La qualità-gestalt, cioè la qualità propria del tutto, non è data quindi dagli elementi, ma dalle relazioni

che intercorrono tra essi, dalla loro struttura.

«Il tutto è più della somma delle partì»: questa affermazione, che compare in tutti gli scritti sulla

psicologia della Gestalt, viene utilizzata come una scolastica etichetta distintiva. Di fatto non costituisce

nient'altro che il primo, anche se importante, passo teorico della Gestalt. Come abbiamo

visto, già altri pensatori erano giunti a riconoscere l'insufficienza delle parti a spiegare il tutto.

Lo stadio successivo è consistito nel determinare leggi non arbitrarie secondo le quali gli elementi

vanno a formare un tutto; un esempio può essere fornito dalle regole di associazione propugnate dai



filosofi (da Aristotele agli empiristi inglesi) e adottate programmaticamente da alcune correnti di

pensiero psicologico (associazionisti e comportamentisti). Ma il passo più determinante è quello di

osservare che una stessa parte ha caratteristiche diverse se presa singolarmente o inserita nel tutto e

che quindi, come corollario, una stessa parte inserita in due diverse totalità può assumere

caratteristiche diverse. Proprio quest'ultima affermazione è quella che più caratterizza l'impostazione

gestaltista. Con ciò il rovesciamento rispetto ai punti di vista precedenti è completato. Il modo di

rapportarsi all'esperienza non parte dal basso, dall'analisi che frammenta, ma si propone dì

considerare entità globali aventi una loro intrinseca organizzazione; il termine Gestalt stesso vuole

proprio indicare questo concetto di unità avente una sua propria forma.

Come dice Köhler stesso:

Ora in lingua tedesca - almeno dal tempo di Goethe - il sostantivo «Gestalt» ha due significati: oltre

alla connotazione di forma o foggia quale attributo dì cose, esso ha anche il significato di una

concreta unità per se stessa, che fra le proprie caratteristiche abbia o possa avere, una forma. Dal

tempo di Ehrenfels in poi l'accento si è spostato dalle qualità-Ehrenfels ai fatti dell'organizzazione, e

in tal modo al problema delle entità specifiche presenti nei campi sensoriali [.].

In realtà la categoria di Gestalt si può estendere molto al di là dei limiti dell'esperienza sensoriale.

Nella più generale definizione funzionale del termine è lecito includervi i processi


dell'apprendimento, del ricordo, dello sforzo di volontà, dell'atteggiamento emotivo, del pensare,

dell'agire e via dicendo [Köhler 1947].

Come si vede la psicologia della Gestalt, anche se sorta prevalentemente su materiale collegato alla

percezione, è in grado di elaborare un impianto teorico che sì estende all'intera gamma degli aspetti

cognitivi; non si limita quindi, come a volte le è stato imputato, ad aspetti percettivi, a «forme» dì

organizzazione sensoriale, ma cerca di individuare queste stesse «forme» anche negli altri ambiti della

psicologia. » (Legrenzi, 1980).

2. Nascita e principali aspetti teorici della Gestalt

La data di nascita della Gestalt può essere individuata nel 1912, anno in cui Max

Wertheimer (1880-1943) pubblica i risultati di due anni di ricerche sul movimento

stroboscopio, condotte nell'Istituto di Psicologia di Francoforte con Köhler e

Koffka.

«In un ambiente buio si illumini mediante il raggio (r ) emesso da un

proiettore (P ) un oggetto (O ) posto sulla sinistra rispetto all'osservatore

(dopo alcuni secondi si spenga il fascio di luce di sinistra e, in rapida

successione (frazioni di secondo) si illumini un secondo oggetto (O ) simile

al precedente ma posto sulla destra dell'osservatore. Il risultato percettivo è

quello di vedere un unico oggetto O che dalla posizione di sinistra si sposta

velocemente a quella di destra. Questo fenomeno, chiamato « fenomeno

phi) », è estremamente importante per gli aspetti teorici che sottende.

Quello che avviene nell'esperienza infatti non può essere spiegato da ciò

che succede agli

oggetti fisici. Se

quest'ultima ipotesi

fosse vera, l'osservatore

dovrebbe vedere due oggetti statici lì dove al

contrario percepisce un unico oggetto in

movimento. I risultati sperimentali di Wertheimer

mettono definitivamente in crisi la presupposta

perfetta corrispondenza tra piano materiale, la

cosiddetta «realtà fisica», e piano percettivo - la

realtà fenomenica» (Legrenzi, 1980).

L'osservazione regolare di questa discrepanza ha

dimostrato che un modello basato sulla corrispondenza

puntuale tra stimolazione e sensazione non trovava

sempre una corrispondenza empirica e doveva quindi

essere abbandonato.

«Nel tentativo di mantenere i modelli di spiegazione

già individuati, agli inizi si è pensato che il

fenomeno phi potesse configurarsi come una eccezione alla regola e che come tale andasse trattato

cercando di ridurre il movimento apparente ad una sorta di «corto circuito» mentale. In tal modo i risultati

che apparivano anomali rispetto al modello di spiegazione generalmente assunto al tempo di Wertheimer,

potevano essere spiegati in base a un principio supplementare costruito apposta per i «fatti eccezionali»,

una ipotesi sussidiaria approntata ad hoc. Il fenomeno però ha caratteristiche tali da richiedere ben di più di

una semplice ipotesi costruita appositamente; le situazioni in cui compare hanno una struttura talmente

dipendente da caratteristiche sperimentalmente accertate (tempo, forma degli oggetti, distanza,

luminosità...) che non è possibile ricondurle tout court, senz'altra spiegazione, ad una sorta di imprecisione

dell'allora imperante modello stimolo-sensazione. In questo primo periodo gli scritti dei gestaltisti si

Figura 2. Max Wertheimer

Figura 3. Esperimento di Wertheimer


prefiggono proprio lo scopo di sottolineare, mediante l'individuazione di fatti sperimentali, l'inadeguatezza

di tutte quelle spiegazioni che potrebbero essere definite «teorie del mosaico», quei modelli cioè in cui il

risultato percettivo è dato dalla giustapposizione di parti generate da sensazioni tra loro svincolate e non

interagenti, come appunto possono essere le tessere di un mosaico. Sono molti gli esempi in grado di

smentire questi modelli basati sulla somma dì componenti. Uno dei primi, e quindi storicamente

pregevole, è costituito dall'anello di Wertheimer-Benussi. Così com'è riprodotto nel testo, l'anello appare

di un grigio omogeneo. Si disponga ora un qualsiasi oggetto stretto e lungo, una matita, un filo, una

strisciolina di carta, secondo la verticale indicata dalle frecce che separano i due campi. Da un punto di

vista percettivo si avrà un risultato differente. L'anello non è più omogeneamente grigio, ma per contrasto

appare più scuro sullo sfondo chiaro e più chiaro sullo sfondo scuro. La cosa più sorprendente è che,

togliendo la divisione aggiunta, l'anello ritorna ad apparire omogeneo. Ciò sta a significare che

l'organizzazione del risultato percettivo segue leggi peculiari ed è indipendente da quanto si sa a proposito

della stimolazione. Una situazione questa insormontabile per qualunque teoria che voglia basare il risultato

percettivo sulla semplice somma di parti» (Legrenzi, 1980).

Un altro aspetto teorico della Gestalt, racchiuso nella realizzazione stessa di un modello non atomistico e

nell'assunzione di un atteggiamento che coglie unità significanti e non singoli elementi connessi tra loro, è la critica

all'empirismo

Con l'antiempirismo la Gestalt si riferisce più direttamente a correnti di pensiero psicologico, quali l'associazionismo

o il comportamentismo.

«Il problema consiste sostanzialmente nel peso da attribuire all'esperienza passata nella formazione di

risultati percettivi e di fenomeni psicologici in generale [Kanizsa 1968; Musatti 1972]. Un empirista, o uno

psicologo che faccia leva su argomentazioni di tipo empirista, derivando più o meno direttamente la

propria convinzione dall'analoga tradizione filosofica, espone una teoria che poggia di solito su

osservazioni del genere: gli oggetti che sì presentano alla nostra esperienza si sono formati così come

appaiono per il fatto che siamo abituati a vederli in tal modo, sono creati e resi noti dall'uso. Tavoli, seggiole,

persone, ecc. sono originati dall'apprendimento: nell'isolarli come tali è determinante la ripetizione

dell'esperienza e i numerosi contatti che sì hanno nella vita quotidiana. Le tesi sostenute e dimostrate dai

gestaltisti sono ben diverse. Senza cadere nella posizione diametralmente opposta, l'innatismo, essi

ritengono che gli oggetti siano originati in base ad autodistribuzioni dinamiche dell'esperienza sensoriale;

ed hanno perciò cercato di trovare controesempi in cui si dimostrasse inefficace il ricorso all'esperienza

passata.

Una dimostrazione classica è contenuta nel lavoro di Gottschaldt [1926]. Se fosse vero che gli oggetti si

formano nella nostra esperienza in base all'apprendimento dovuto alla ripetuta presentazione, dovrebbe

succedere che gli oggetti presentati più volte vengano riconosciuti con maggiore facilità dì oggetti visti

meno frequentemente. Per verificare questo assunto Gottschaldt ha presentato molte volte ai suoi soggetti

figure come l'esagono A della figura seguente:

Figura 4. Esperimento di Gottschaldt


Se successivamente venivano mostrate figure del tipo B, i soggetti non erano in grado di rintracciarvi

spontaneamente le figure A, nonostante la consistente esperienza precedente» (Legrenzi, 1980).

L'esperimento di Gottschaldt presenta anche altri sviluppi, ma ciò che è importante evidenziare è come l'esperienza

passata non sia necessariamente l'unico fattore che determina l'organizzazione percettiva

Nell'eterna controversia tra innatisti (sostenitori di strutture psicologiche innate) ed empiristi (sostenitori

dell'influenza esclusiva dell'esperienza nella strutturazione dei processi psicologici) secondo i gestaltisti «i processi

psicologici erano il frutto di un sostrato materiale che non poteva agire che secondo delle leggi fisiche, invarianti

rispetto sia all'esperienza passata dell'individuo, sia alla storia evolutiva della specie. Come sosteneva Köhler (1920),

le Gestalt si trovavano non solo nell'esperienza fenomenica dell'individuo, ma anche in natura; anzi, la natura

dimostrava questa tendenza a strutturarsi delle parti in unità secondo leggi uguali a quelle che determinavano il campo

fenomenico dell'individuo. Questo concetto (meglio, metafora) di campo non andava inteso in senso generico, ma

con precisa corrispondenza con il concetto di campo come inteso in fisica, cioè con il campo elettromagnetico»

(Luccio, 2000).

A causa dei toni aspri della polemica, i gestaltisti hanno esacerbato le loro posizioni arrivando a sostenere che

l'esperienza passata come totalmente irrilevante: in realtà ciò che i gestaltisti negavano era la possibilita che questa

influisse sui processi di base che portavano alla strutturazione del campo fenomenico, pur ammettendo, che influisse

sull'orientare tali processi in particolari direzioni rispetto ad altro.

La posizione più corretta viene data da Köhler:

«Il foglio di carta, la matita, eccetera, sono oggetti ben noti, questo è certo. Concederò anche,

senza esitazione, che gli usi e i nomi di questi oggetti mi sono noti dai numerosi contatti avuti nella

vita precedente [...] Ma da questi fatti all'affermare che fogli di carta, matite e via dicendo non

sarebbero delle unità isolate senza quella conoscenza precedentemente acquisita, ti corre una bella

distanza. Come si dimostra che prima di acquisire questa conoscenza il mio campo visivo non

conteneva unità siffatte? [...] Se la spiegazione empirica fosse corretta, nel campo si isolerebbero

entità specifiche solo nella misura in cui queste rappresentassero oggetti noti. In realtà le cose non

stanno affatto così [...] Ne consegue che la mia conoscenza della significazione pratica delle cose

non può essere responsabile della loro esistenza come unità visive staccate» (Köhler, La psicologia

della Gestalt

Nel primo paragrafo abbiamo descritto in breve il metodo fenomenologico, ma per comprendere meglio che cosa si

intenda per «atteggiamento fenomenologico» possiamo riferirci all'introduzione del saggio di Wertheimer del 1923:

«Sto alla finestra e vedo una casa, alberi, ciclo. Da un punto di vista teorico si potrebbe dire che ci

sono 527 gradi di chiarezza e toni di colore. Ma vedo «327»? No. Vedo il ciclo, la casa, gli alberi. E



impossibile ottenere 327 in quanto tali. Ed anche se fosse possibile un calcolo così astruso e si

prevedesse ad esempio 120 per la casa, 90 per gli alberi e 117 per il cielo, dovrei almeno poter

vedere questa disposizione e divisione del totale e non, ad esempio, 127+100+100, oppure 110 +

177. La divisione concreta che io vedo non è determinata da un qualche modo arbitrario di

organizzazione basato unicamente sul mio capriccio; vedo invece la disposizione e divisione che

appare qui di fronte a me» (Wertheimer, Untersuchungen zur Lehre von der Gestalt,

Per la Gestalt l'unica cosa che deve essere considerata direttamente sono i fatti così come ci vengono percepiti dai

nostri sensi. Tutti i modelli di spiegazione, i costrutti ipotetici, le concezioni sui fenomeni psichici hanno significato

solo se riescono a convalidare i fatti derivati dall'esperienza.

«Un atteggiamento questo che è esattamente agli antipodi dell'introspezionismo. Un gestaltista

osserva il reale e accetta l'esperienza in maniera diretta, attribuendole quel valore che

manifestamente ci presenta. Un introspezionista invece va al di là degli oggetti che popolano il

nostro mondo e cerca di scoprire sensazioni elementari attraverso una impostazione che per

necessità mira a distruggere l'oggetto me entità organizzata.

Mentre l'atteggiamento fenomenologico differenzia la psicologia della Gestalt dalle scuole

precedenti sul piano metodologico, piano teorico è cruciale il concetto di «teoria di campo». piegare

cosa sia una teoria di campo può essere semplicissimo e complesso allo stesso tempo. Esattamente


come in fisica esiste una definizione quasi banale e vicina al linguaggio quotidiano, oppure una

trattazione estremamente formale, anche in psicologia per i gestaltisti, da un lato, è stato facile

poter dire che il risultato fenomenico non dipende da un modello di tipo meccanico, e in ciò

hanno polemizzato di volta in volta con l'associazionismo, le «teorie del mosaico», il

comportamentismo più legato al paradigma stimolo-risposta, ma, dall'altro lato, è molto più

complesso determinare formalmente le condizioni precise con cui tutte le forze concorrono alla

formazione del risultato finale. Köhler per spiegare cosa si debba intendere per teoria di campo

ricorre ad un esempio. Aristotele nello studiare i movimenti degli astri ha ipotizzato che stelle e

pianeti fossero fissati su sfere di cristallo rotanti. Egli pensava che la regolarità dei. movimenti

potesse essere spiegata solo individuando una costruzione materiale e rigida atta a determinare

senza alcuna possibilità di deviazione quel risultato che stava osservando. In realtà la scienza - e ha

impiegato molto tempo - ha potuto dimostrare che i movimenti degli astri dipendono da uà

complicatissimo equilibrio generato dall'interazione dì molte forze e che la regolarità dei

movimenti non è materialmente prefissata, ma ottenuta come risultato dall'equilìbrio delle tensioni

esistenti tra tutti i corpi celesti.

Allo stesso modo, secondo la Gestalt, in psicologia le uniche possibilità di spiega/ione vanno

attribuite a una teoria che usi strumenti concettuali quali forze, campo, equilibrio; la ragione

fondamentale di questa scelta sta nel fatto che l'ordine stesso presente nelle cose è di tipo

dinamico. Questa convinzione è talmente radicata in Köhler che un suo importante saggio [Köhler

1920] è tutto volto a dimostrare come le torme, le gestalten percettive, possano essere perfettamente

descritte con gli strumenti propri della fisica dei campi.

Per la psicologia della Gestalt ogni fenomeno può e dovrebbe essere descritto con imprescindibile

attenzione agli aspetti dinamici. Il senso di attrazione che si prova per una persona, il desiderio di

evitare una situazione spiacevole, il compiacimento di essere riusciti a risolvere un problema,

l'accorgersi di un oggetto prima non notato, lo sforzo di ricordare un volto noto, l'osservare i

risultati fenomenici originati da una qualsiasi figura di questo libro, sono pochi tra gli infiniti

esempi di situazioni psicologiche scopertamente dinamiche che richiedono una spiegazione secondo

una teoria di campo» (Legrenzi, 1980).

Per costruire una teoria di campo è necessario individuare le regole dell'interazione tra le parti.

Nei saggi del 1922 e del 1923 Wertheimer codifica sotto forma di «leggi» di quelli che sono i principi base della

psicologia della Gestalt: vicinanza, somiglianza, buona continuazione, pregnanza, destino comune, chiusura,

esperienza precedente. Questi «principi di unificazione formale» sono «regole» che spiegano il comportamento delle

parti presenti nel campo e affermano che:

«le parti di un campo percettivo tendono a costituire delle Gestalt, che sono tanto più coerenti, solide, unite, quanto

più gli elementi: a) sono vicini (legge della vicinanza); b) sono simili (legge della somiglianza); c) tendono a formare

forme chiuse (legge della chiusura); d) sono disposti lungo una stessa linea (legge della continuazione)» (Luccio,


somiglianza vicinanza

continuazione chiusura

Figura 4. Principi di unificazione formale


Tali principi non sono modelli dotati di validità a priori indipendente dai fatti, ma descrivono modalità di relazione,

«nascono nel dato fenomenico e ad esso si rivolgono» (Legrenzi, 1980).

Nonostante tale formulazione, i gestaltisti non hanno mai specificato ulteriormente questi principi e non sono mai

riusciti a formulare una definizione pienamente quantitativa della forza relativa con cui interagiscono i fattori

dell'organizzazione.

Infine, «esiste una componente della teoria della Gestalt, il postulato dell'isomorfismo, che si prefigge di

dimostrare che processi così «astratti» come possono sembrare quelli del pensiero, della memoria,

dell'apprendimento, hanno un preciso supporto materiale, sono in ultima analisi originati da fatti che

prevedono movimenti di atomi e molecole (Koffka 1935).

Isomorfismo (dal greco iso = uguale e morfé = forma) sta ad indicare una identità strutturale tra il piano

dell'esperienza diretta e quello dei processi fisiologici ad esso sottostanti. In base al postulato

dell'isomorfismo qualsiasi manifestazione del livello fenomenico, dalla semplice percezione di un oggetto

alla più complessa forma di pensiero, trova un corrispettivo in processi che, a livello cerebrale, presentano

caratteristiche funzionalmente iden-tiche. Ciò significa che se il nostro mondo fenomenico possiede una

torma, una struttura, una dinamica dobbiamo trovare a livello del sistema nervoso centrale - una forma,

una struttura, una dinamica che le rispecchino.

Identità di struttura però non vuoi dire che il nostro cervello funzioni come un apparato di registrazione,

per quanto complesso, in cui si vanno formulando copie fedeli e ridotte delle entità presenti

nell'esperienza. Il postulato dell'isomorfismo asserisce qualcosa di molto più importante: se conosciamo le

leggi che organizzano la nostra esperienza fenomenica necessariamente conosciamo anche le leggi che

operano tra fatti che avvengono nel cervello. Perciò se finora il modello più confacente alla descrizione

dell'esperienza diretta è, alla fine dei conti, una teoria di tipo dinamico, analogo dovrà essere il modello

presente nel sistema nervoso centrale; e ciò proprio perché di tutti i processi che avvengono nel lungo

percorso seguito dalla stimolazione, lo stadio finale si svolge, fino a prova contraria, nel cervello.

Il postulato dell'isomorfismo ha avuto, e tuttora ha, due ordini di conseguenze. Il primo, di tipo euristico,

costituisce una discriminante per la ricerca in neurofisiologia: tutte le scoperte sui fatti fisiologici che non

siano in grado di «restituirci» il dato fenomenico sono progressi dì un sapere che, per quanto vicino, non è

ancora di tipo psicologico. Il secondo, di sapore nettamente filosofico, indica nell'isomorfismo una via per

far sì che il mondo, quello che cosi ci appare, su cui ragioniamo, che accettiamo o rifiutiamo, sia

riconducibile in tutti i suoi aspetti a un unico ordine coerente di principi.

II postulato dell'isomorfismo è stato il terreno di una feroce critica alla psicologia della Gestalt. Da una

patte è stato considerato un tentativo di voler ridurre l'attività del cervello alla presenza di correnti

bioelettriche o di fenomeni fisiologici direttamente osservabili con gli strumenti già in possesso della

tecnica sperimentale; un atteggiamento del genere può essere sintetizzato negli esperimenti di Lashley che,

aperto il cranio di un topo e constatato che continuava a svolgere certi compiti anche se parte della

corteccia gli era stata seriamente danneggiata, ha concluso che l'ipotesi dell'isomorfismo non tiene perché

il fenomeno osservato continua a persistere anche se sì distrugge la possibilità di una sua localizzazione a

livello di sistema nervoso centrale. In direzione opposta si situa una interpretazione molto meno

fisiologizzante, la quale imputa all'isomorfismo il fatto di costituire una reduplicazione del mondo esterno.

Secondo questa interpretazione i correlati del mondo esterno non sarebbero altro che un mondo

miniaturizzato riproposto nel cervello; non verrebbero risolte quindi quelle questioni per cui l'ipotesi

dell'isomorfismo era stata formulata.

Come abbiamo detto, la polemica su questo tema rimane tuttora aperta; resta tuttavia da dire che molte

delle critiche mosse sono motivate anche dalla relativa mancanza di chiarezza con cui è stata presentata

questa «ardita ipotesi» [Koffka 1935]. Va però anche detto che la questione presenta complessità dovute

sia agli aspetti tecnici (che coinvolgono lo studio di realtà fisiologiche estremamente fini cui l'attuale

ricerca non è ancora giunta) sia agli aspetti filosofici (da cui deriva il tentativo di dare una spiegazione

monistica del reale)» (Legrenzi, 1980).

I Gestaltisti non si sono occupati soltanto di psicologia della percezione, ma anche dei processi di pensiero, con i

lavori di Wertheimer [1959] e Duncker [1965], la memoria e l'apprendimento [Wulf 1922; Zeigarnick 1927; von


Restorff 1933; Luchins 1942; Katona 1940], la dinamica della personalità [Lewin 1935; Birenbaum 1930; Dembo

1951; Karsten 1928], la psicologia sociale [Lewin 1931; Asch 1952; Brown 1936; Heider 1958; Sherif e Sherif 1969;

Krech e Crutchfìeld 1948], l'espressività e la psicologia dell'arte [Arnheim 1949; 1974; Metzger 1962; von Hornbostel

1925], la psicologia genetica [Lewin 1931; Koffka 1928]. Né vanno dimenticati lavori riguardanti la psicologia

animale [Köhler 1918; 1921; Hertz 1926; 1928; 1929] e persino la patologia della personalità [Schulte 1924].

Nell'ambito della psicologia del pensiero, la Gestalt ha prodotto alcune

teorizzazioni peculiari. Wolfgang Köhler (1887-1967), nel famoso libro sulle

scimmie antropoidi [Köhler 1921], ha introdotto il concetto di insight

(Einsicht, intuere, intuire nel senso di «vedere dentro»), una categoria di

spiegazione tipicamente gestaltista. Molti degli psicologi coevi di Köhler

ritenevano che i processi di apprendimento e di pensiero si attuassero

secondo un insieme di tentativi casuali, attraverso i quali il raggiungimento

dello scopo, cioè l'apprendimento di sequenza di fatti o la soluzione di un

problema, era ottenuto solo in seguito a ripetuti e casuali tentativi corretti in

seguito all'osservazione dei risultati. Tale procedimento detto «per prove ed

errori» è rappresentato da Thorndike.

L'impostazione di Köhler è opposta:

«L'insight consiste nella comprensione peculiare e a volte

apparentemente improvvisa di un problema o di una strategia che

facilita la soluzione di un problema.

Spesso l'insight implica la riconcettualizzazione di un problema o di

strategia per la sua soluzione in modo del tutto originale, oppure

l'individuazione e la combinazione di informazioni rilevanti già

conosciute e nuove in modo da giungere ad un punto di vista

innovativo relativo al problema o alla sua soluzione. Anche se gli insight possono sembrare improvvisi

spesso sono il risultato di una gran mole di pensiero e di duro lavoro precedente, senza i quali non

avrebbero mai avuto luogo: l'insight può essere implicato nella soluzione di problemi ben-strutturati, ma

più frequentemente è associato al percorso accidentato e tortuoso verso la soluzione che caratterizza i



problemi mal-strutturati. Da molti anni gli psicologi interessati alla soluzione di problemi hanno tentato di

scoprire la vera natura dell'insight.[.]

Gli psicologi della Gestalt enfatizzarono l'importanza della totalità integrata, intesa come un'entità che va

oltre l'insieme delle parti isolatamente considerate. Per quanto riguarda la soluzione dei problemi, gli

psicologi della Gestalt ritenevano che i problemi di insight richiedono che il solutore riesca a percepire il

problema nella sua totalità strutturata. Lo psicologo della Gestalt, Max Wertheimer introdusse il concetto

di pensiero produttivo (Wertheimer. 1945/1959), che implica insight in grado di superare i confini delle

associazioni esistenti, e che egli distingueva dal pensiero riproduttivo, basato su semplici associazioni di

conoscenze acquisite in precedenza.

Secondo Wertheimer il pensiero per insight (produttivo) differisce in modo radicale dal pensiero

riproduttivo. Nel risolvere i problemi di insight presentati in questo capitolo era necessario liberarsi dalle

associazioni precedenti e considerare ciascun problema in una luce completamente nuova. Va detto che il

pensiero produttivo può essere anche applicato ai problemi ben-strutturati.

Wolfgang Köhler (1927), un collega di Wertheimer, studiò l'insight nei primati non-umani, ed in

particolare in uno scimpanzé in cattività chiamato Sultan.

Come mostrato nella figura 6, Kölher mise una scimmia in un ambiente chiuso con alcune cassette, facendo

pendere dall'alto un casco di banane fuori dalla portata diretta dell'animale.

Dopo vari tentativi inutili per cercare di raggiungere il cibo saltando ed allungandosi, la scimmia utilizzò le

cassette una sopra l'altra per creare una struttura sufficientemente alta per arrivare alle banane. Secondo

Köhler, la scimmia aveva assunto un comportamento che rimandava a un insight. Per Köhler ed altri

psicologi della Gestalt l'insight costituisce un processo del tutto particolare che comporta un pensiero

diverso dall'ordinaria elaborazione lineare dell'informazione.

Figura 5. Wolfgang Köhler


Gli psicologi della Gestalt hanno descritto diversi esempi di insight, ipotizzando alcuni processi che ne

potrebbero essere alla base:

L'insight potrebbe risultare da

a) Ampi salti inconsci nel pensiero

b) Un'elaborazione mentale fortemente accelerata o da

c) Una forma di cortocircuito nei processi ordinari di ragionamento

(si veda Perkins,1981). Sfortunatamente, i primi autori della Gestalt non hanno fornito prove convincenti

a favore di nessuno di questi meccanismi, né hanno specificato che cosa esattamente sia l'insight»

(Sternberg, 2000)

Lewin e la topologia (1890-1947)

«Lewin, in un famosissimo e molto citato saggio del 1931, mostra come si possa costruire un sapere

scientifico basato su analisi sperimentale anche nel caso di eventi non ripetibili. A tale scopo occorre

distinguere due impostazioni sul modo di giungere alla conoscenza scientifica.

Da un lato vi è l'impostazione di tipo aristotelico, in cui sono oggetto di conoscenza solo eventi ripetibili

proprio perché in essi si possono individuare elementi comuni; in questo modo, trascurando gli «accidenti»

come non propri dell'evento, viene accentuato l'aspetto di «sostanza». E una scienza di tipo eminentemente

descrittivo-classificatorio il cui compito principale è appunto di stabilire in base a quali aspetti l'evento

oggetto di conoscenza vada inserito in questa o quella classe.

Dall'altro vi è un modo di produrre conoscenza di tipo galileiano in cui l'attenzione non è focalizzata sugli

attributi comuni presentati ma sulle caratteristiche funzionali, sulle condizioni che costituiscono l'evento

esaminato. In tal modo per ottenere conoscenza non è necessario esaminare un insieme vasto di eventi ripetibili

ma determinare, al limite anche in un solo caso, le condizioni che generano il fenomeno. In linea di

principio non esiste quindi nessun fatto, per quanto irripetibile, che possa sottrarsi ad una spiegazione del

genere detta appunto genetico-condizionale. Abbandonato il concetto di descrizione-classificazione per

sostituirlo con quello di funzione, il sapere di tipo galileiano diventa così più costruttivo:

Il fatto che la dinamica psicologica sia rimasta così a lungo sotto l'influsso di un modo di pensare

aristotelico, è dovuto probabilmente alla circostanza che una tecnica utilizzabile per una concreta

rappresentazione, non soltanto della situazione fisica ma anche di quella psicologica, non può essere

elaborata senza l'aiuto della topologia (Lewin, 1931).

Ed è proprio l'uso della topologia, una branca della matematica che si interessa in modo non metrico a

relazioni di tipo spaziale, che costituisce un altro degli elementi caratterizzanti il pensiero di Lewin. Egli

infatti con l'aiuto di alcuni costrutti topologici ha approntato un linguaggio immediato e universale in

grado di descrivere in maniera sufficientemente appropriata situazioni dinamiche concrete.

Figura 6. Esperimento di Köhler


Mediante il costrutto «regione» indicato graficamente come uno spazio racchiuso da un confine (detto

«barriera») si possono indicare situazioni di tipo psicologico. Il fatto che ora stiate leggendo queste righe si

situa in una regione psicologica ben diversa da quella descritta dall'essere al cinema. Per passare dalla

regione lettura a quella cinema dovete effettuare uno spostamento psicologico (locomozione) da un luogo

a un altro superando varie regioni e relative barriere; nel nostro caso per esempio lo spostamento

avverrebbe anche materialmente dal luogo in cui siete a quello in cui proiettano il film prescelto. Ma una

locomozione non richiede necessariamente uno spostamento fisico. Potreste spostarvi dalla regione

«leggere» a quella «fantasticare sulle prossime vacanze» senza compiere il minimo gesto, ed anche in questo

caso avete superato una o più barriere a seconda delle condizioni in cui vi trovate.

Le situazioni, gli oggetti, le regioni possono inoltre godere di valenza positiva o negativa. È facile scivolare

dalla lettura alla fantasticheria perché quest'ultima ha in genere carattere piacevole (valenza positiva), è

meno facile abbandonare la lettura per recarsi all'ufficio delle tasse (un luogo in genere non amato e di

solito connotato da valenza negativa). Questa spinta, favorevole o contraria, che sentiamo generarsi in

situazioni a valenza positiva o negativa può essere descritta graficamente mediante un vettore la cui

direzione, intensità e punto di applicazione sono indicativi del tipo di tensione che si sta generando in quel

momento,


Con questo tipo di linguaggio [.] Lewin descrive caratteristiche non solo dell'ambiente psicologico come

abbiamo ora visto, ma anche delle strutture della persona stessa.

La persona, intesa come regione o insieme di subregioni interdipendenti con l'ambiente e non come entità

separata, è il luogo in cui nascono tensioni più o meno consistenti, in grado di mutare l'equilibrio che può

essere ristabilito solo mediante saturazione della valenza. Ad originare nella persona tensione o sistemi di

tensione e quindi valenze, possono essere sia elementi esterni alla persona stessa (quell'oggetto mi attira

per la sua bellezza) sia elementi interni (cerco una seggiola perché, stanco, voglio sedermi). Ma la persona

in sé non è luogo indifferenziato, punto unico di applicazione di qualsiasi vettore.

Esiste una complessa struttura di regioni tra loro più o meno separate ed interagenti a seconda della

situazione esterna e delle condizioni interne.

Il riconoscimento che nella mente vi sono regioni con gradi di coerenza estremamente diversi resta una

condizione di fondamentale importanza per ricerche psicologiche più approfondite. Noi abbiamo a che

fare non con un singolo sistema unitario, ma con un grande numero di tali «forti» strutture (gestalten),

alcune delle quali stanno in comunicazione con altre e formano così gli elementi di una struttura «debole»

più inclusiva.

È necessario riconoscere il carattere strutturato della mente, le sfere, gli strati e i sistemi psichici che la

costituiscono. Ed è necessario stabilire sempre dove si ha a che fare con complessi unitari e dove invece

no (Lewin, 1935).

La persona quindi è una sorta di gerarchia di regioni alcune tra loro fortemente connesse e funzionalmente

dipendenti, altre meno, altre infine solo debolmente o per niente collegate. E questa struttura muta nel

tempo a seconda dello sviluppo della persona, delle sue condizioni di salute mentale, e perfino dello stato

generale psicofisico.

Il grado di interdipendenza tra regioni è stato provato sperimentalmente originando una valenza in una

regione (ad esempio affidando un compito al soggetto) mantenendola non saturata (interrompendo il

compito) e poi vedendo quale altra regione sia più o meno adatta a scaricare la tensione rimasta (compito

sostitutivo). Si è provato così che regioni simili per complessità, difficoltà, tipo di attività richiesta, sono

più funzionalmente interdipendenti: completare un compito interrotto mediante semplice prosecuzione

verbale o mentale è meno appagante che sostituirlo con un altro ad esso il più possibile vicino (maggiore

allentamento della tensione).

Il modello della personalità, ora accennato, permette a Lewin di produrre punti di vista originali anche a

proposito della psicologia genetica e di quella differenziale.

Una delle differenze dinamiche tra il bambino piccolo e l'adulto è il grado di differenziazione, ovvero di

articolazione in regioni e sistemi psichici diversi. Il fatto che varie sfere di vita (professione, famiglia,

amicizia con certe persone, e così via), come pure vari bisogni, siano più articolati nell'adulto che nel

bambino di un anno, non richiede alcuna analitica dimostrazione. Nell'adulto non è generalmente difficile

operare una distinzione fra regioni periferiche e regioni centrali. Il bambino piccolo presenta


un'articolazione molto meno pronunciata. A questo riguardo, egli è dunque un sistema molto più unitario,

una «Gestalt» dinamicamente più forte (Lewin, 1935).

Per quanto riguarda il bambino debole di mente Lewin gli attribuisce un grado di articolazione minore

rispetto ad un coetaneo cresciuto in analoghe condizioni. Tuttavia nel debole di mente non c'è solo una

differenza quantitativa nei gradi di regioni in cui si articola la sua psiche:

la differenza dinamica di maggiore rilievo tra un bambino debole di mente e uno normale, che abbiano lo

stesso grado di articolazione, consiste nel fatto che i sistemi psichici del primo presentano una rigidità più

alta, una minore capacità di ristrutturazione dinamica (Lewin, 1935).

Una rappresentazione grafica verrebbe caratterizzata a) da un basso numero di regioni e h] da barriere tra

regioni molto più marcate.

Per finire questa rapida visione delle teorie di Lewin occorre prendere in considerazione il suo contributo

alla psicologia dei gruppi, una logica estensione delle formulazioni riguardanti la persona e l'ambiente,

Dell'ambiente infatti fanno parte anche altre persone e se trattiamo queste entità con i principi della

topologia e della dinamica si può notare come esse siano in grado di generare un campo attorno a sé.


Si può complicare lo schema e pensare al gruppo come una serie di interazioni tra regioni (individui)

ognuna in grado di generare vari tipi di campi. Potremmo giungere nel caso di gruppi formati in maniera

non avventizia o contingente, a relazioni dinamiche piuttosto specifiche; a volte il gruppo è tanto forte da

divenire esso stesso una regione speciale in cui sono vietati o concessi comportamenti diversi da quelli

riscontrabili fuori del gruppo» (Legrenzi, 1980).

Bibliografia citata e di riferimento

Di Nuovo S. (2003) Fare ricerca, Bonanno, Acireale.

Fraisse, Piaget e Reuchlin (a cura di) (1963) Trattato di psicologia sperimentale, Einaudi, Torino.

Galimberti U. (a cura di) (1999) Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Torino.

Legrenzi P. (1980) Storia della Psicologia, Il mulino, Bologna.

Luccio R., La psicologia: un profilo storico, Laterza, Roma-Bari, 2000

Mecacci L. (1994) Introduzione alla psicologia, Laterza, Roma.

Mecacci L. (2002) Storia della Psicologia del Novecento, Laterza, Roma.

Parisi D. (2000) Un secolo di psicologia e le prospettive per il futuro, Giornale Italiano di

Psicologia, 27 (1), 92-100.

Platone, La Repubblica, libro VIII, 514A-518B, RCS Libri, Milano.

Sternberg R.J.(2000) Psicologia cognitiva, Piccin, Padova.







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