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LA MISURAZIONE IN PSICOLOGIA

psicologia



LA MISURAZIONE IN PSICOLOGIA.

I.    Le prime misurazioni dei fenomeni psichici.

il concetto di misurazione dei fenomeni (la descrizione della loro dimensione quantitativa) è alla base del concetto moderno di scienza (600); possibilità di misurare i fenomeni dopo averne identificato le dimensioni adeguate da quantificare " fine 800: misurazione anche in psicologia

il fisiologo Helmholtz fu un pioniere dello studio della relazione tra fenomeni fisiologici e psichici, introducendo una tecnica originale per stimare la velocità della trasmissione degli impulsi lungo le fibre nervose (velocità di conduzione nervosa); Helmholtz misurò il tempo di reazione, cioè l'intervallo che separa lo stimolo dalla risposta, e constatò che esso era tanto più lungo quanto maggiore era l 656e47g a distanza tra il punto stimolato e il sistema nervoso centrale cui veniva trasmessa la stimolazione; dividendo la distanza (in metri) tra 2 punti stimolati per la differenza dei 2 tempi di reazione relativi ottenne una stima della velocità di conduzione nervosa di circa 100 m/sec, un dato che si accorda con stime più recenti, ottenute mediante tecniche di misurazione molto più raffinate; misurando il tempo di reazione per diversi tipi di risposte riflesse, stimò anche il tempo supplementare richiesto per compiere azioni di cui si è consapevoli



il fisiologo Weber introdusse il concetto di soglia differenziale, detta anche soglia appena percettibile, con il quale indicava la minima differenza percepibile tra 2 stimoli; determinò che la soglia differenziale è proporzionale all'intensità assoluta degli stimoli utilizzati (rapporto di Weber) i soggetti sono capaci di identificare come diversi 2 stimoli che si differenziano per un valore (soglia differenziale) che rappresenta una percentuale costante della misura di riferimento

Fechner, allievo di Weber, derivò la legge di Weber-Fechner, secondo cui, ad esempio, la sensazione di aumento di peso è la stessa sia passando da 50 a 100 g, sia da 20 a 40 g o da 200 a 400 g; per sviluppare la sua equazione, Fechner aveva bisogno di un punto di riferimento, che identificò nel valore minimo di intensità di uno stimolo percepibile, da lui definita come soglia assoluta " delineò 3 metodi per identificare la soglia assoluta:

metodo dei limiti, consistente in 2 procedure indipendenti e complementari; l'una consisteva nel far variare lo stimolo in senso regolarmente crescente (a partire da un valore inferiore a quello della soglia, subliminale, che il soggetto non rileva) fino a che il soggetto non afferma di rilevarlo; l'altra procedura consiste nel far variare lo stimolo in senso regolarmente decrescente (a partire da un valore superiore a quello della soglia, sopraliminale, che il soggetto rileva) fino a che il soggetto non afferma di non essere più in grado di rilevarlo; la somministrazione ripetuta di entrambe queste procedure permette di confrontare le soglie relative a stabilire la soglia assoluta; la procedura crescente tende a produrre valori inferiori a quella decrescente e viceversa (questa differenza viene detta errore di abitudine)

metodo degli stimoli costanti, elaborato per ovviare a questo errore e consiste nella somministrazione in ordine casuale di stimoli di diversa intensità; la tabulazione dei valori consente di stimare l'intensità alla quale corrisponde la rilevazione dello stimolo nel 50% dei casi, che viene assunto come soglia assoluta

metodo dell'aggiustamento (metodo dell'errore medio), consiste nel chiedere al soggetto di regolare lui stesso il valore dell'intensità dello stimolo (stimolo di confronto) per uguagliarla all'intensità di una altro stimolo (stimolo standard)


la proliferazione di metodi di misurazione della soglia assoluta è un chiaro indizio della difficoltà di definire un valore fisso dovuta alla variabilità causata da numerosi fattori

sia interindividuali (es: diversa acuità sensoriale di un individuo rispetto ad un altro)

sia intraindividuali (es: maturazione, stanchezza, momenti diversi della giornata e, come vedremo, fattori psicologici, in particolare cognitivi, emozionali e motivazionali)


ritenendo che le differenze di reazione fra i soggetti fossero da attribuire alle differenze nei tempi con i quali ciascun soggetto eseguiva le varie operazioni mentali, il fisiologo Donders elaborò una strategia per misurare il tempo necessario per compiere ciascun tipo di operazione (tempo di reazione) " decise così di procedere sperimentalmente: in analogia con quanto era stato messo in evidenza da Helmholtz (occorre un tempo determinato per la trasmissione dell'impulso nervoso che causa il movimento e le operazioni vengono eseguite in sequenza: un'operazione è effettuata solo dopo che è stata completata la prima), Donders ipotizzò che:

il primo compito avrebbe richiesto una sola operazione

il secondo avrebbe richiesto 3 operazioni

il terzo 2 operazioni

" sottraendo il tempo impiegato per il secondo (metodo sottrattivo), si poteva stimare il tempo necessario per eseguire l'ulteriore operazione necessaria nel terzo compito rispetto al secondo; sottraendo il tempo impiegato per il primo da quello impiegato per il secondo, si poteva stimare il tempo necessario per eseguire l'operazione necessaria nel secondo compito rispetto al primo; il tempo necessario per eseguire la prima operazione era quello più breve

questa prospettiva di ricerca fu subito applicata in numerosi esperimenti; in seguito la tecnica dei tempi di reazione fu abbandonata dopo numerose obiezioni alla sua validità (in particolare venne criticato il presupposto che l'inizio dell'operazione successiva avvenisse esattamente alla conclusione della precedente); solo negli anni 40 questa tecnica fu ripresa, divenendo uno dei principali metodi di indagine usati dalla psicologia cognitivista per studiare i tempi di elaborazione relativi ai vari processi mentali


II.  Sviluppi recenti della psicofisica.

il modello proposto da Fechner, basato sulla stima delle soglie differenziali (piccoli cambiamenti dell'intensità dello stimolo) a diversi livelli di intensità della sensazione fu criticato negli anni 50 da Stevens; questo psicologo propose un metodo più diretto per stabilire le relazioni tra intensità fisica dello stimolo e sensazione relativa (chiedere ai soggetti di esprimere una valutazione comparativa di stimoli di intensità fisica diversa) " sebbene avesse verificato empiricamente che per la maggior parte degli stimoli poteva essere confermata sostanzialmente la legge di Fechner, Stevens trovò però una relazione tra intensità fisica e sensazione soggettiva; il differente andamento della relazione tra intensità fisica dello stimolo e sensazione soggettiva ha un forte valore adattivo


le 3 diverse procedure codificate da Fechner per identificare la soglia assoluta riflettevano la difficoltà di identificare un'intensità stabile per la stimolazione di soglia; a fattori di ordine fisiologico, si possono aggiungere altri aspetti più propriamente psicologici (di ordine cognitivo e motivazionale) che diventano evidenti nella condizioni di incertezza del soggetto " è necessario tenere conto di un ulteriore tipo di errore, il falso allarme (il soggetto rileva, con certezza e senza malafede, un segnale che non esiste), oltre a quello già considerato, definibile come mancata rilevazione o insuccesso (lo stimolo viene trasmesso ma non percepito) " ora 4 alternative:

il segnale è presente e il soggetto lo rileva (successo)

il segnale è presente e il soggetto non lo rileva (insuccesso per mancata rilevazione)

il segnale non è presente e il soggetto dice che c'è (falso allarme)

il segnale non è presente e il soggetto dice che non c'è (negazione corretta)

secondo la teoria che è derivata da questo tipo di approccio, la teoria della rilevazione del segnale, la rilevazione di uno stimolo qualsiasi equivale alla distinzione di un segnale da un rumore di fondo; man mano che il livello di intensità si abbassa, la sensazione relativa tenderà a confondersi con gli effetti di altri debolissimi stimoli ambientali; in tali condizioni il soggetto farà emergere una sua tendenza a rispondere in un certo modo:

se vorrà essere sicuro di rispondere solo quando uno stimolo è presente tenderà a commettere degli errori di omissione

se invece non vorrà farsi sfuggire nessuno stimolo tenderà a commettere dei falsi allarmi

questa tendenza è importante da stimare, perché un soggetto prudente potrebbe essere ritenuto caratterizzato da una soglia più elevata rispetto ad un soggetto più audace " è possibile arrivare ipia (scoperta casuale), suggerì allo sperimentatore di tenere conto di un secondo tipo di erra stimare la discriminabilità di un segnale variando sistematicamente le conseguenze delle risposte positive dei soggetti:

in un caso si potrebbe premiare il soggetto per un successo più di quanto non lo si punisca in caso di falso allarme

un caso opposto potrebbe essere quello in cui il premio in caso di successo è inferiore alla punizione in caso di fallimento


III.    Le scale di misura.

le diverse caratteristiche delle variabili utilizzabili in psicologia suggerirono a Stevens di proporre una classificazione delle scale di misura organizzata in modo gerarchico; questa classificazione comprende 4 livelli di misurazione, ognuno dei quali gode di tutte le proprietà del livello immediatamente inferiore più una proprietà che lo differenzia da quest'ultimo:

scale nominali: più che misurare, classificano le variabili in categorie; non è possibile che un individuo appartenga a classi diverse (mutua esclusività delle categorie); presupposto che le classi siano tra loro qualitativamente diverse

scale ordinali: esiste una dimensione che permette di ordinare le variabili tra di loro; con questa classificazione non è possibile risalire a differenze quantitative tra le classi

scale ad intervalli: hanno in più la proprietà di quantificare e prendere in considerazione anche le differenze tra i soggetti (in psicologia: il QI)

scale di rapporto: godono di tutte le proprietà, compresa quella dei rapporti; pertanto su questo tipo di variabili possono essere eseguite tutte le operazione a nostra disposizione (un esempio tipico è costituito dal tempo; in psicologia tuttora non esistono)

IL SONNO: BREVE STORIA DELLA SUA MISURAZIONE

 




il sonno è un interessante esempio di ricerca psicofisiologica; le ricerche sperimentali sui diversi aspetti psicologici del sonno possono esser fatte risalire addirittura agli anni 60 dell'800; ma fu solo negli anni 30, con la scoperta dell'elettroencefalogramma, che fu definitivamente abbandonata l'idea che il sonno fosse uno stato essenzialmente omogeneo " vennero descritti 5 stadi distinti del sonno " venne poi identificato e descritto il sonno REM (rapid eye movements = movimenti oculari rapidi), distinto dal sonno non-REM (NREM)







SONNO REM E SONNO NREM

 



la classificazione della profondità del sonno NREM si basa su una definizione di stadi che tiene conto della percentuale del tempo occupata dalle onde lente; questa classificazione misura pertanto la profondità del sonno sulla base di misure di onde che rientrano in una certa categoria selezionata in modo convenzionale; consente un ordinamento degli stadi di sonno in funzione della loro profondità; ma, non consentendo altri tipi di confronto, dev'essere considerata come una classificazione appartenente alla categoria delle scale ordinali; i progressi tecnologici hanno consentito di misurare in modo più preciso le caratteristiche delle oscillazioni dell'EEG, fornendo così valori esprimibili in unità di misura che rientrano nelle misure delle scale di rapporto; si è dimostrato che la reattività dei soggetti agli stimoli ambientali non dipende solo dal tipo o dallo stadio di sonno, oppure dalle caratteristiche fisiche degli stimoli stessi, ma anche dalle loro caratteristiche cognitive significative per il soggetto; durante il sonno REM il soggetto è in grado di esercitare una certa forma di controllo sull'ambiente e può svegliarsi facilmente in caso di necessità, mentre durante il sonno NREM non è altrettanto capace di effettuare discriminazioni e si sveglia solamente se sottoposto a stimoli di elevata intensità

LA CRONOPSICOLOGIA

 




la percezione del tempo soggettivo in rapporto al tempo oggettivo ha costituito un importante oggetto di impostazione gestaltista o in ambito clinico; nella psicologia sperimentale il tempo ha assunto tanto il ruolo di variabile dipendente (in quanto consente di produrre il trascorso dei processi mentali) quanto quello di variabile dipendente; il ruolo del tempo come fattore che influenza i processi psicologici è emerso quando sono state applicate alle funzioni mentali quelle osservazioni che avevano portato alla scoperta dei ritmi biologici nell'intero mondo vivente e quindi alla costituzione della cronobiologia come disciplina autonoma:

una prima applicazione è stata nello studio di un rilevante aspetto comportamentale, il ritmo sonno-veglia, che ha un andamento ciclico di circa 24 ore, da cui il termine ritmo circadiano

parallelamente si è sviluppato l'interesse per i ritmi relativi alla vigilanza e all'efficienza nelle prestazioni

da oggetto di ricerca di base sono diventati un campo di studi con applicazioni pratiche di rilevante interesse sociale (es: nell'ambito scolastico o in quello dell'organizzazione del lavoro); la cronopsicologia ha fornito contributi preziosi studiando l'efficienza delle principali funzioni cognitive tanto in relazione ai ritmi sonno-veglia, dipendenti dal tempo, quanto in relazione al tempo esterno:

la vigilanza e l'attenzione hanno un andamento crescente nella giornata, interrotto da una diminuzione temporanea, tra le 14 e le 16, con un massimo nel pomeriggio, sostanzialmente parallelo all'andamento della prestazione in compiti che richiedono la memoria a lungo termine

le massime prestazioni per la memoria a breve termine sono raggiunte già nelle prime ore del mattino, per poi subire un calo nel corso di tutta la giornata

la creatività da i massimi risultati nel corso delle ore notturne

oltre ai ritmi circadiani, la cronopsicologia si è anche interessata ai ritmi ultradiani (durata inferiore alle 24 ore) e infradiani (durata superiore alle 24 ore, es: il ciclo mestruale)


IV.    Attendibilità e validità.

attendibilità di una misurazione: corrisponde alla sua affidabilità, cioè alla sua capacità di fornire misure simili se viene applicata più volte, magari in condizioni diverse, allo stesso oggetto; un modo semplice in cui viene valutata è quello di ripeterla più volte su di un campione composto da individui diversi (una tecnica di misura sarà tanto più attendibile quanto più i punteggi dei diversi soggetti saranno simili non solo nelle ripetizioni, ma anche nei loro rapporti reciproci); una caratteristica che potrebbe creare confusione con l'attendibilità è la sensibilità

oltre all'attendibilità nel tempo è importante l'attendibilità interna, o omogeneità (tra le misurazioni in tempi successivi)

l'attendibilità non ci garantisce che tale prova misuri proprio quello che si voleva misurare (criterio della validità); mentre si può affermare che una misura non attendibile non è neppure valida, non è vero il contrario: infatti una misurazione attendibile non è necessariamente valida


ciò deriva dal fatto che per misurare molte dimensioni utilizziamo strumenti indiretti, spesso solo per motivi di praticità, talvolta per difficoltà a misurare direttamente un fenomeno; però, quando utilizziamo metodi di misurazione indiretti dobbiamo accertarci della loro validità; gli aspetti principali che definiscono la validità di uno strumento di misura sono 3:

validità di contenuto: lo strumento che noi utilizziamo deve contenere elementi che si riferiscano all'obiettivo della misurazione

validità del criterio: si riferisce alla correlazione tra le misure ottenute con il nostro strumento e altre misure ottenute in occasioni indipendenti con strumenti di provata pari validità

validità del costrutto: si riferisce ai presupposti teorici sui quali si basa la nostra misura


V.  Statistica descrittiva e inferenziale.

l'elevata variabilità dei fenomeni psichici e comportamentali, dovuta anche all'elevato numero dei fattori da cui sono influenzati, fa sì che anche le misure siano estremamente variabili; la statistica ci aiuta a descrivere, rappresentare, comprendere e interpretare le misure dei fenomeni psichici e comportamentali


statistica descrittiva  statistica inferenziale


la statistica descrittiva fornisce gli strumenti per la descrizione e la rappresentazione dei risultati; i risultati di un gruppo vengono riportati con un valore che esprime la tendenza centrale del gruppo e un valore che ci informa sulla dispersione dei punteggi dei singoli soggetti attorno a questa tendenza centrale; 3 misure della tendenza centrale:

media: valore ottenuto sommando i punteggi ottenuti dai singoli soggetti diviso per il numero dei soggetti

mediana: valore ottenuto dal soggetto che si situa nel punto centrale di una graduatoria, cioè dal soggetto che all'interno del gruppo si caratterizza per aver ottenuto il punteggio superiore a quello di metà del gruppo e inferiore a quello dell'altra metà, ovviamente lui escluso (si dispongono i punteggi in ordine decrescente e si guarda qual è il punteggio che si trova al centro della distribuzione) (se il numero dei casi è pari, la mediana è costituita dalla media dei 2 punteggi centrali)

moda: valore riportato dal numero più elevato di soggetti

una rappresentazione molto utilizzata è l'istogramma di frequenze, nel quale vengono riportati sull'ascissa (asse x) i valori ottenuti e sull'ordinata (asse y) il numero di soggetti che hanno ottenuto quel valore; la distribuzione delle frequenze si ottiene distribuendo i dati in intervalli di classe uguali fra loro e ci permette di costruire l'istogramma; la curva che si ottiene può avere diverse forme, che già permettono, a colpo d'occhio, di farsi idee molto precise sulle caratteristiche del gruppo; la curva può avere un solo picco (unimodale) ed essere più o meno simmetrica; un tipo particolare di curva unimodale e simmetrica è la curva normale o gaussiana (le 3 misure della tendenza centrale coincidono); ci permette anche di calcolare un indice di variabilità o di dispersione, detto deviazione standard, che tra l'altro può dirci quanto è rappresentativa una misura della tendenza centrale:

se la variabilità è scarsa, i casi individuati non si discostano molto dalla media

se invece la variabilità è elevata, l'uso della media come valore rappresentativo ci offre minori garanzie

i valori inferiori alla media di almeno 2 deviazioni standard e quelli al di sopra della media di almeno 2 deviazioni standard sono considerati i valori estremi, rispettivamente al di sotto e al di sopra della norma statistica


la statistica inferenziale ci permette di stimare sia il rischio di trovare una differenza tra 2 o più gruppi di dati quando questa non esiste (errore di primo tipo, o alfa) sia quello di non trovare una differenza quando invece esiste (errore di secondo tipo, o beta); convenzionalmente si ritiene che il livello di rischio sia accettabile quando si hanno meno di 5 probabilità su 100 di cadere nell'errore; un altro uso frequente della statistica inferenziale è quello di verificare se 2 misure sono tra loro correlate; si può calcolare un coefficiente di correlazione, che può assumere valori compresi tra -1 (correlazione negativa, per cui le 2 misure sono inversamente correlate tra loro) e +1 (correlazione positiva, per cui le 2 misure sono direttamente correlate tra loro); la matrice di dispersione è un grafico composto dai 2 dati che si vogliono confrontare (sull'asse x e y) e da alcuni puntini che rappresentano contemporaneamente i punteggi x e y di ogni soggetto


VI.    La psicometria.

psicometria (misura della psiche): insieme di conoscenze e di tecniche che sono state sviluppate nell'ambito della psicologia scientifica per misurare aspetti e dimensioni dei processi psichici; un test psicometrico è una misura obiettiva e standardizzata di un campione di comportamento:

misura obiettiva significa che lo strumento è stato costruito in modo tale che esso può essere applicato anche da operatori diversi e che il valore ottenuto non è influenzato dalla caratteristiche individuali dell'operatore o da altri fattori esterni

la standardizzazione di un test si riferisce alla messa a punto di una serie di strumenti operativi, basati sul diverso peso da dare ai singoli elementi (item) che lo costituiscono, al fine di avere una misura che tenga conto delle caratteristiche generali della popolazione cui viene applicata

per quanto riguarda il campione di comportamento, ci si riferisce proprio ai singoli item, che devono essere un campione rappresentativo del comportamento che si vuole studiare (solo quel campione di comportamento e non altri comportamenti)







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