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Eraclito e Parmenide - Duello all'alba del pensiero

filosofia



Eraclito e Parmenide

-Duello all'alba del pensiero-


I primi filosofi non spuntarono all'improvviso. Platone tramanda che più anticamente c'erano stati i Sette Saggi. Erano esperti di vita, autori di pillole di saggezza destinate a migliorare la moralità. Fra loro, Chilone invitava a dominare l'ira, Pittaco raccomandava prudenza e fedeltà, mentre Biante esortava a sopportare con dignità le sventure. Ma a queste sentenze mancava il desiderio di conoscere la realtà che circonda l'uomo. I Sette Saggi non avevano motivo di combattere fra loro: le sen 838h75i tenze dell'uno potevano sovrapporsi a quelle dell'altro. Non appena nacquero i primi filosofi, subito fiorirono teorie in opposizione fra loro.

Eraclito e Parmenide sono i primi sul piede di guerra.

Eraclito diceva che ogni cosa si trasforma incessantemente, da sempre. Parmenide che la realtà non muta mai, da sempre.

Per Eraclito, tutto scorre; per Parmenide tutto è immobile. Erano d'accordo solo sull'eternità del mondo. La loro disputa ha spaccato in due l'ambiente filosofico, e ancora oggi, permane l'eco di quella sfida memorabile.


Il nobile Eraclito muore nel letame

Eraclito visse tra il sesto e il quinto e il sesto secolo avanti Cristo, si dice che discendesse dai re della sua città natale, ma si liberò subito della sua carica regale. Il governo di Efeso era democratico, ma tale non era Eraclito: misantropo e sprezzante, disprezzava la massa e agli uomini illustri non riservava un trattamento migliore. Non esitava a dare dell'imbroglione a Pitagora. Un disprezzo particolare lo riservava ai medici, solo quando si trattò di curare la sua grave malattia, l'idropisia, si adattò a rivolgersi a loro e pretese di far con loro lo spiritoso. "Sapete creare una siccità da un'inondazione?". I medici non capirono, allora Eraclito, pensò di curarsi con la filosofia, con la sua teoria che ogni cosa si trasforma nel suo contrario. Occorreva tramutare in secco l'umido del suo corpo. Si ricoprì fino al collo di letame ancora caldo e si espose ai raggi solari. Fu quello, per così dire, il suo letto di morte.




Tutto scorre come un fiume

Dato il suo carattere, Eraclito non poteva avere una visione pacifica del mondo; così immaginò che la guerra fosse la legge universale. Anche la natura inorganica vive dei contrasti fra gli elementi di cui si compone. E l'elemento più dirompente di tutti è il fuoco: riesce a trasformare, distruggere e generare.

Eraclito era affascinato dalla potenza del fuoco. A fargli porre in prima linea questo elemento era la sua prerogativa di trasformare tutto. Alla base dell'esaltazione del fuoco sta l'osservazione del Sole: principio della vita sulla Terra, favorisce la maturazione e la procreazione. Ma, quando volle spiegare in maniera più ampia la sua teoria del mutamento continuo, preferì servirsi di un'immagine diversa da quella del fuoco, si servì dell'immagine del fiume:"Non si può entrare due volte nello stesso fiume". Non si può perché l'acqua scorre incessantemente. L'esistenza delle cose del mondo è proprio come la corrente di un fiume. Di esse dobbiamo dire non che "sono", ma che "divengono".


L'armonia degli opposti

Dopo aver proclamato la guerra legge universale della natura, Eraclito sostiene che l'armonia è la forza che tiene unita tutta le realtà. Ma l'armonia che teorizza è un'armonia che si nutre di contrasti.

A questa armonia frutto del contrasto sono stati dati parecchi nomi: "concordia discorde", "armonia degli opposti". Come mai non accede che il freddo distrugga il calore e viceversa?  Accade perché al di sotto delle opposizioni c'è una realtà unitaria, ma in continuo movimento. Certo, ogni opposto tende a convertirsi nel suo contrario: ma il tutto segue un ciclo incessante e sempre uguale a se stesso, così vi è una legge generale del mutamento che regola il divenire. Questa legge prevede un andamento ciclico per cui ogni cosa ritorna al punto di partenza, come accade con il giorno e la notte. Esiste quindi un'armonia nascosta che concilia i contrasti che percepiamo.


Parmenide, l'avversario di Eraclito, era caro agli dèi

Il primo grande duello della storia del pensiero contrappose ad Eraclito un personaggio radicalmente diverso. Anche Parmenide proveniva da nobile casato, ma non aveva l'altezzosità tipica degli aristocratici: era rispettoso verso i suoi maestri e ben disposto verso i suoi concittadini, non era una pecora nera come Eraclito.

Neanche lui però, espose il suo pensiero con il linguaggio quotidiano. Scelse la forma del mito e il linguaggio dei poeti. Elesse a sua dea protettiva la giustizia, in greco Dike. E la sua opera "Sulla natura" si presenta come un viaggio, alla maniera della Divina Commedia. In essa, Parmenide viene condotto al palazzo di Dike, dove la dea gli svela i misteri delle realtà.


La definizione dell'essere è quasi uno scioglilingua

Parmenide non è oscuro perché ambiguo o enigmatico, ma cerca di introdurre un gergo filosofico tecnico. La sua affermazione più famosa suona come uno scioglilingua: l'essere è, il non essere non è.

Parmenide sostiene che quando si pensa qualcosa, questo qualcosa è, e che non si può pensare qualcosa che non è. Parmenide non parla di natura o realtà, ma parla di "essere", perché è un concetto più ampio, che non comprende solo le entità naturali, ma anche quelle matematiche, gli oggetti del nostro pensiero o della nostra volontà. Quindi una barriera invalicabile separa l'essere da quel che non è. Per Eraclito quel che ancora non è, può giungere a realizzarsi. Per Parmenide, invece, ciò che non è, non sarà mai qualcosa che è. Così dicendo, egli nega il divenire, che consiste nella possibilità che quel che non è, giunga a essere, e che quel che è, ora cessi di esistere.


Nascono i primi due partiti filosofici

I seguaci di Parmenide e quelli di Eraclito non si amavano.

Gli eraclitei e i parmenidei furono i primi due partiti filosofici che si combatterono. Questi due partiti ebbero anche il loro soprannome: gli eraclitei erano chiamati "quelli che scorrono", i parmenidei "quelli che stan seduti".

Ma il problema sollevato da Eraclito e Parmenide è della contrapposizione tra la permanenza e il mutamento: un problema destinato a durare per secoli, ancora oggi.




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