Caricare documenti e articoli online 
INFtub.com è un sito progettato per cercare i documenti in vari tipi di file e il caricamento di articoli online.


Meneame
 
Non ricordi la password?  ››  Iscriviti gratis
 

L'IMPRESA COOPERATIVA COME ALTERNATIVA ALL'IMPRESA CAPITALISTICA - ORIGINI DEL COOPERATIVISMO

economia politica


Inviare l'articolo a Facebook Inviala documento ad un amico Appunto e analisi gratis - tweeter Scheda libro l'a WhatsApp - corso di

L'IMPRESA COOPERATIVA COME ALTERNATIVA ALL'IMPRESA CAPITALISTICA


ORIGINI DEL COOPERATIVISMO

Il primo cooperativismo nacque come reazione alle brutture del capitalismo.

Owen, 1771-1885, è considerato fondatore sia del socialismo che del movimento cooperativo.

La sua esperienza della vita industriale a Manchester lo convinsero che il sistema della fabbrica e la libertà di concorrenza erano causa del diffondersi dei comportamenti disumani; ciò lo spinse a proporre nuove forme di organizzazione sociale. Creò i villaggi della cooperazione, per dare lavoro ai disoccupati.

Per O. le attività produttive da lui auspicate dovevano garantire un utile equo per chi investiva il proprio capitale, dovevano reinvestire la maggior parte del profitto per rafforzare la loro struttura produttiva e per migliorare il benessere degli operai occupati.

Sint Simon, 1760-1825, per primo parlò della collaborazione tra capitale e lavoro, sostenne che associazioni e cooperative di produzione avrebbero potuto migliorare di molto le condizioni di vita dei lavoratori.

Tra gli ispiratori del movimento cooperativo ricordiamo, poi, Thompson, per il quale il sindacato è uno strumento di lotta per ridurre il profitto dei capitalisti e per favorire la nascita di un sistema di cooperative, che avrebbe dovuto progressivamente eliminare il sistema di imprese capitalistiche.




Anche Mazzini contribuì allo sviluppo del cooperativismo: i lavoratori devono essere liberati dal giogo del salario e diventare produttori liberi. Secondo M. l'associazione dei lavoratori dovrebbe garantire l'uguaglianza dei soci nell'elezioni di amministratori revocabili e assicurare un riparto degli utili a seconda della quantità e qualità del lavoro di ciascuno.

Per Proudhon il sistema capitalistico è contraddittorio, separa e unisce capitale e lavoro. Si tratta di contraddizioni ineliminabili nel capitalismo, che và, dunque, rivoluzionato.

P. propone la realizzazione di una società socialista ove i lavoratori organizzino essi stessi la produzione, inoltre suggerisce la distruzione del regime della proprietà privata e la costruzione di un socialismo liberatorio.

Secondo P. il capitalismo si fonda sull'opposizione tra proprietari e non; e la proprietà dei mezzi di produzione dei capitalisti consente che i prodotti del lavoro siano appropriati dai capitalisti.

Egli propone il mutualismo.

Il cooperativismo, inoltre, discende dalle società di mutuo soccorso, che in Italia assunsero rilevanza a partire dalla metà 19° secolo, ed ebbero per lo più motivazioni umanitarie.


LE DUE FACCIE DEL COOPERATIVISMO

I due aspetti dell'origine del cooperativismo menzionati rivelano sia una coerenza che una contraddizione. La coerenza consiste nel fatto che entrambi gli aspetti hanno un carattere anticapitalistico; la contraddizione sta nel fatto che organizzazioni che vogliono soppiantare l'impresa capitalistica, non possono essere di carattere altruistico.

Inoltre, dato l'ineliminabile aspetto egoistico che è alla base dei comportamenti umani nell'attività produttiva, un'organizzazione basata fondamentalmente sull'altruismo, non potrà essere in grado di soppiantarla. Infatti, un'impresa, per essere efficiente,deve far leva sull'interesse individuale, quello di fare denaro, fin quando non si allarghi l'ambito dell'altruismo umano.

Queste sono le osservazioni di Riguzzi e Porcari nel 25; inoltre essi sostengono che o l'impresa cooperativa si accontenta di coprire uno spazio limitato, o deve proporsi di affermarsi progressivamente in modo da affrancare l'umanità dal giogo del salario e rendere tutti i produttori liberi e padroni della loro produzione, e in tal caso non può basarsi solo sull'altruismo, deve far leva anche sull'interesse personale.

Tale contraddizione sembrò che potesse essere risolta con la nascita delle cooperative di produzione, imprese dove i lavoratori diventano imprenditori di sé stessi.

Le cooperative di produzione eliminano l'intermediazione di chi organizza l'attività produttiva, acquistando il diritto alla differenza tra ricavi e costi, sovrappiù che in tal modo viene ripartito tra tutti i lavoratori.

Secondo Keynes una cooperativa di produzione è un'impresa in cui i fattori della produzione sono remunerati dividendo in proporzioni concordate il prodotto; e, se ciò è vero, chiunque vi lavori, perseguendo il massimo utile proprio, massimizza anche il reddito di tutta l'impresa. Di conseguenza, solidarietà e carattere anticapitalistico sono insiti nella natura dell'impresa gestita dai lavoratori.

Pareto è stato il primo a carpire il carattere contraddittorio caratterizzante alla nascita le cooperative. Scopo delle società cooperative era di sostituire alla concorrenza degli imprenditori la solidarietà dei lavoratori; ma in fatto hanno solo originato sul mercato nuove imprese concorrenziali, simili alle altre.

Il carattere contraddittorio che caratterizzò alla nascita il movimento cooperativo, avrebbe potuto essere eliminato con la nascita di cooperative di produzione, che perseguissero il fine di lucro, ma ciò non è avvenuto sino ai nostri giorni.


CONCEZIONE TRADIZIONALE DELL'IMPRESA COOPERATIVA

La prima vera cooperativa fu la società dei pionieri di Rochdale, cooperativa di consumo fondata nel 1844.

Le cooperative di consumo sono imprese o società che riuniscono gruppi di utenti e non hanno come fine il profitto, bensì il vantaggio dei soci, perché fanno a meno dell'imprenditore-capitalista e in tal modo riescono a vendere le merci ai soci a prezzi minori.

Ma cosa accomuna le cooperative di consumo agli altri tipi di cooperative?

Secondo una visione tradizionale, l'impresa cooperativa è un'organizzazione sociale ove un gruppo di lavoratori o di utenti si organizza per svolgere attività imprenditoriale in un dato settore, sottraendosi allo sfruttamento capitalistico. I cooperatori comprano assieme la merce all'ingrosso e la rivendono ai soci a un prezzo più basso di quello degli altri dettaglianti.

Gestendo essi stessi l'impresa, si appropriano dell'intero prodotto dell'attività lavorativa, senza dover pagare un sovrappiù a un datore di lavoro capitalista.

Lo scopo, dunque, è quello di eliminare l'intermediazione dell'imprenditore ed il suo lucro.

Questa visione evidenzia il carattere anticapitalistico dell'impresa cooperativa, organizzazione che rifiuta la legge generale della società capitalista per la quale i capitalisti assumono lavoratori, gli pagano un reddito fisso e si appropriano del sovrappiù che i lavoratori producono.

Ma questa visione oggi non è più accettata dagli economisti, perché da unitarietà al fenomeno cooperativo con argomentazioni non convincenti; per l'economista un aspetto centrale della questione è che, mentre nelle cooperative di produzione i lavoratori gestiscono essi stessi l'impresa e, quindi, diventano datori di lavoro e imprenditori di sé stessi, eliminando il lavoro salariato, nelle altre cooperative i soci mettono assieme il capitale, ma affidano poi a lavoratori salariati il compito di produrre.

Gli attuali economisti identificano sempre più la teoria della cooperazione con quella economica dell'impresa gestita dai lavoratori, e le imprese gestite dai lavoratori vengono identificate con le cooperative di produzione, non con quelle di consumo.


L'IMPRESA GESTITA DAI LAVORATORI

Anche a voler considerare ce categorie distinte le cooperative di produzione dalle cooperative di consumo, bisogna chiarire meglio cosa sia un'impresa gestita dai lavoratori e se il concetto d'impresa gestita dai lavoratori possa essere usato come sinonimo di cooperativa di produzione o sia, invece, opportuno distinguere tra imprese cooperative e imprese autogestite.

Nelle imprese gestite dai lavoratori la differenza più importante è quella tra proprietà pubblica e privata degli strumenti della produzione; si è tentati di dire che l'impresa cooperativa è l'impresa privata gestita dai lavoratori con proprietà pubblica degli strumenti di produzione. Ma questa non è la distinzione oggi prevalente.

Un chiarimento importante sulle definizioni è stato dato da Sertel: caratteristica di un'impresa di lavoratori è che i suoi soci coincidono coi suoi lavoratori. Contrariamente ad un'impresa capitalistica.

Sertel basa la sua definizione sulla proprietà (la sua impresa di lavoratori è di proprietà di chi in essa lavora), ciò contrasta con le opinioni altrui, che pongono innanzitutto in evidenza la gestione, definendo le cooperative di produzione come imprese gestite dai lavoratori, sia di proprietà pubblica che privata.

Secondo Vanek, poi, nelle cooperative di produzione la distinzione più importante da farsi è quella tra imprese finanziate dall'esterno e imprese finanziate dall'interno (LMF e WMF).

Tuttavia è possibile seguire sia Sertel che Vanek, mettendo d'accordo i loro punti di vista apparentemente contraddittori.

Fondamentale è la distinzione di Vanek tra imprese LMF e WMF, perché le LMF, ove i redditi di capitale sono distinti da quelli di lavoro, funzionano in modo diverso dalle imprese dove i due tipi di reddito sono confusi; partendo da essa, cmqe rileva la proprietà, infatti le LMF sono imprese finanziate dall'esterno, con il prestito, mentre le WMF si autofinanziano; ciò porta a dire che nelle LMF la proprietà di regola è pubblica, mentre le WMF sono in proprietà collettiva dei soci.

Possiamo concludere dicendo che l'impresa cooperativa è gestita dai lavoratori, con proprietà privata o pubblica degli strumenti di produzione, e che l'impresa cooperativa con proprietà pubblica degli strumenti di produzione è impresa autogestita.

Anche tra coloro che definiscono l'impresa cooperativa come abbiamo fatto noi, ci sono due diversi modi di intendere la cooperazione:

1) la proprietà dell'impresa cooperativa è del collettivo dei soci-si concepisce l'economia cooperativa come terzo settore, accanto al settore con proprietà privata e al settore con proprietà pubblica

2) la proprietà dell'impresa è del collettivo dei soci o dello Stato, perciò sono di proprietà pubblica-si identifica l'economia cooperativa con l'autogestione.


APPREZZAMENTO DELLE COOPERATIVE DI MILL E MARSHALL

Mill non condivideva lo spirito del capitalismo, ma non condivideva neppure l'avversione dei socialisti per la concorrenza, secondo li l'emancipazione dei lavoratori doveva realizzarsi tramite associazione.

I vantaggi dell'associazione consistono nel fatto che essa comporta la trasformazione della vita umana, da un conflitto di classi in lotta per interessi opposti al perseguimento di un bene comune.

I giudizi sulle cooperative di Marshall, invece, non si basano necessariamente sul fraintendimento della loro natura, che lo portava a ritenere che il socio di una cooperativa agisce nel proprio interesse. Il suo riferimento al perseguimento dei fini collettivi si può spiegare col fatto che ogni socio di cooperativa, se lavora con più impegno, aumenta il reddito di tutti coloro che lavorano nella cooperativa.


COOPERATIVE E ECLISSE DI CONSENSO DEGLI ECONOMISTI

Le cooperative di produzione furono sostenute dal Blanc in Francia negli anni 40 e successivamente da Lassalle.

Vassalle auspicava che la classe operaia si organizzasse in una grande associazione nazionale avente come primo obbiettivo il suffragio universale, dopodiché i lavoratori si sarebbero dovuti battere per ottenere dallo Stato capitale e credito per costruire cooperative di produzione.

Dagli ultimi decenni del 19° secolo l'atteggiamento verso le cooperative non fu più sempre di sostegno; Marx, in particolare, dopo la comune di Parigi del 1870, divenne scettico a riguardo, perché le esperienze che si facevano furono spesso negative. Eccezione fu l'Italia del periodo giolittiano, si giunse a proporre la trasformazione della Fiat in cooperativa.

I primi anni 70 del 19° secolo segnarono una svolta nel movimento cooperativo, anni in cui la scienza economica fu rivoluzionata dalla nascita del marginalismo.

Per Pantaleoni ogni caratteristica delle cooperative è riscontrabile in ogni impresa: se ciascun membro della cooperativa fa il calcolo del proprio tornaconto e ogni funzione economica si esercita sempre per proprio conto, ne consegue che è impossibile trovare una sola caratteristica esclusivamente propria delle cooperative e che i pretesi principi cooperativi, se attuati universalmente, porterebbero alla stessa formazione dei prezzi di tutti i beni economici che si ottengono, senza i principi cooperativi, per opera della libera concorrenza.

Ma Pantaleoni non chiarì se il principio cooperativo su cui indagava dovesse essere un principio di comportamento o una regola di organizzazione.

Secondo Pantaleoni non è caratteristica delle imprese cooperative che le loro funzioni si esercitano collettivamente, perché ogni società commerciale è sempre un'unione di gente che esercita collettivamente e per conto proprio le funzioni economiche. Quanto invece al principio di lavorare solo tra soci e per soci, si tratta solo di una regola pratica, perché quando si tratta di pochi bisogni elementari di gente molto semplice, essa è attuabile. Altrimenti la regola diventa limitatrice della produzione.

Kautsky sostenne che non vi fosse una specificità delle cooperative, anzi affermò che una cooperativa è simile ad un'impresa capitalistica.


CONTRIBUTO DI WARD

Ward, nel 1958, contraddisse Pantaleoni e Kautsky: mentre l'impresa capitalistica tende a massimizzare il profitto totale, l'impresa cooperativa o autogestite tende a massimizzare il reddito medio per lavoratore.

Egli sostenne la diversità dell'impresa cooperativa dalla capitalistica, perché basata su di un principio generale di comportamento diverso dalla massimizzazione dei profitti.

Nell'impresa cooperativa i soci cercando di massimizzare il reddito complessivamente prodotto, massimizzano anche il reddito che guadagnano, e ciò significa che non vi è un comportamento altruistico nell'impegno di ognuno a massimizzare il reddito dell'impresa.


MODERNA TEROIA ECONOMICA DELLE COOPERATIVE DI PRODUZIONE

Le cooperative degli economisti sono, dunque, imprese gestite dai lavoratori, ove la differenza tra costi e ricavi è dei soci dell'impresa. Le cooperative operano liberamente nel mercato e non hanno vincoli, eccetto quello di non poter assumere lavoro salariato. I lavoratori realizzano sia il loro interesse che quello di tutti gli altri soci.

Mentre nel capitalismo è il capitalista che controlla il lavoratore, nell'impresa cooperativa è il lavoratore che controlla l'uso del capitale.

Le cooperative degli economisti sono cooperative, anche se non perseguono uno scopo mutualistico, perché si conformano ai principi del cooperativismo di Owen, Thompson, Mazzini; realizzano il capovolgimento del rapporto capitale-lavoro.

Esse sono imprese democratiche, distribuiscono il potere tra tutti i soci in base al principio una testa un voto, mentre le imprese capitalistiche prendono le loro decisioni in base al principio un'azione un voto.

Unica differenza con le cooperative delle origini è che mentre Owen e i vecchi teorici della cooperazione pensavano che le imprese gestite dai lavoratori dovessero soprattutto autofinanziarsi, gli economisti moderni privilegiano il finanziamento mediante capitale di prestito.


NATURA E PROBLEMI DELLE COOPERATIVE DI PRODUZIONE

COOPERATIVE DI PRODUZIONE SECONDO LA TEORIA ECONOMICA

In questo capitolo chiariremo come possono essere organizzate le cooperative di produzione. Si tratta di imprese gestite dal lavoro, ma organizzate con managers eletti; la sovranità spetta ai lavoratori, ognuno dei quali ha un voto nelle decisioni.

I managers possono essere scelti anche al di fuori dall'impresa, ma una volta nominati possono diventare soci. Il potere decisionale dei soci managers è teoricamente assoluto, ma in pratica, riguardo le decisioni economiche, si riduce a poche decisioni importanti, come l'elezione dei managers.

La democrazia nelle imprese serve soprattutto ad attribuire il sovrappiù prodotto ai lavoratori.

In considerazione di quanto detto, possiamo osservare che l'argomentazione di Einaudi secondo cui "dalla fabbrica dove entrano i consigli, escono dirigenti capaci" non vale per l'impresa democratica in parola. Non vi è, infatti, ragione di credere che i managers scelti dai lavoratori siano meno capaci di quelli eletti dagli azionisti di una spa.

La questione non è solo se i lavoratori siano qualificati come gli azionisti ad eleggere buoni managers, occorre superare anche un'altra rilevante obiezione sollevata da Bernstein: "la fabbrica cooperativa autogestite è destinata al fallimento perché la democrazia economica è incompatibile con la disciplina richiesta da ogni impresa. Inoltre, in una cooperativa di grosse dimensioni e con diverse categorie di soci, gli attriti tra le diverse categorie di impiegati non avrebbero fini".

Quest'ultima è tuttora una delle principali obiezioni contro la gestione delle imprese da parte dei lavoratori, ma non ci sembra avere fondamento, perché la gestione dell'impresa democratica, se toglie potere al capitale e responsabilizza i lavoratori sull'andamento dell'attività produttiva, non 121h73b ha anche lo scopo di rendere partecipi i lavoratori alle decisioni imprenditoriali correnti. Nell'impresa cooperativa i managers devono continuare ad avere potere, compreso quello di licenziare i lavoratori scorretti.

La gestione delle imprese da parte dei lavoratori, ovviamente, comporta la loro piena responsabilità circa l'andamento degli affari dell'impresa.

Il reddito dei lavoratori è variabili come i profitti dei capitalisti; per temperare la variabilità dei redditi si possono organizzare vari espedienti, ad esempio le imprese possono mettere da parte riserve negli anni più prosperi, per provvedere ai redditi negli anni di magra.


IMPRESA DEMOCRATICA COME IMPRESA SOCIALISTA

SECONDO Marshall, la gestione delle imprese da parte dei lavoratori ha il pregio di formare uomini eccellenti e quello di consentire una migliore utilizzazione delle capacità lavoratrici di gran parte della classe lavoratrice.

Altro vantaggio della cooperazione è quello di riuscire ad utilizzare bene la capacità lavorativa degli uomini, in quanto nella cooperativa il lavoratore non produce per altri, ma per se stesso.

Punto centrale da evidenziare è che non necessariamente è da associare la democrazia economica ad un cambiamento dell'organizzazione politica della società. La gestione delle imprese da parte dei lavoratori è compatibile con la democrazia parlamentare.

Cole, tuttavia, uno dei maggiori storici delle imprese gestite dai lavoratori, ritenne che la migliore organizzazione possibile della società è quella in cui vi è divisione di funzioni tra Stato e sindacati, per la quale lo Stato rappresenta tutti i consumatori e i sindacati i produttori organizzati. Dopo il suffragio universale, caratterizzante la democrazia parlamentare di oggi, altro importante passo da compiere è la concessione del diritto di voto nelle imprese dei lavoratori.

Per molti teorici l'essenza della democrazia sta nella dialettica tra maggioranza e opposizione, con la possibilità dell'opposizione di diventare a sua volta maggioranza. Ciò porta a dire che la partecipazione dei lavoratori al controllo delle imprese, rendendo datori di lavoro e lavoratori partecipi di uno stesso interesse, distruggerebbe la democrazia nell'impresa, perché distruggerebbe l'anzidetta contrapposizione. La democrazia industriale esiste già nel capitalismo, perché c'è il sindacato a contrastare il potere dei datori di lavoro, e il controllo totale delle imprese da parte dei lavoratori distruggerebbe il ruolo del sindacato, non creerebbe democrazia.

Tre obiezioni contro quest'argomentazione:

1) un sindacato che può fare solo opposizione, ma che non può prendere il potere nei posti di lavoro, non crea vera democrazia, la quale richiede alternanza al potere.

2) i lavoratori che gestiscono un'impresa si divideranno in una maggioranza e una minoranza, che possono combattersi per la gestione dell'impresa.

3) non vi è necessità per un sistema di imprese cooperative di abolire la democrazia parlamentare, con la sua divisione in maggioranze e minoranze.


VANTAGGI DI UN SISTEMA DI IMPRESE COOPERATIVE

Il primo è quello del progresso della democrazia politica rispetto a quella economica, in quanto le cooperative tolgono potere ai capitalisti.

Bearle e Means hanno per primi sostenuto che, nel capitalismo maturo, proprietà e gestione delle imprese tendono a separarsi ed il controllo delle imprese tende progressivamente a passare dai proprietari agli amministratori.

Ma la realtà ha smentito i due studiosi, infatti con la liberalizzazione dei movimenti di capitale, la globalizzazione ed il crescente peso del capitale finanziario, il potere economico è passato di nuovo ai proprietari, ai detentori dei pacchetti azionari di controllo delle imprese.

Questa considerazione può contribuire a chiarire che la democrazia nelle imprese serve ad eliminare la natura predatoria delle imprese, che tornerebbero ad essere un mezzo per fare beni, e sarebbero controllate non dai proprietari, ma dagli amministratori.

Secondo vantaggio è la scomparsa del controllo delle imprese da parte di altre: il principio una testa un voto impedisce controlli di un'impresa dall'esterno.

Vantaggio meno evidente di un sistema di imprese democratiche è l'attenuarsi della disoccupazione: in esse il lavoro non origina costi di produzione.


DIFFICOLTA' A NASCERE DELLE COOPERATIVE

Per Marshall non vi erano ostacoli alla diffusione delle cooperative, era solo questione di tempo perché il movimento cooperativo prendesse il sopravvento.

Lo scarso consenso degli economisti e dei politici alla democrazia nelle imprese si spiega in parte col fatto che essa è una proposta al di fuori delle ortodossie. Politicamente il dibattito ha visto contrapposti i difensori del capitalismo e i fautori del socialismo sovietico, pochi hanno preso in considerazione un socialismo democratico che non fosse la soluzione intermedia della socialdemocrazia.

Chi vuol creare una cooperativa certamente ha maggiori difficoltà di chi vuol creare un'impresa capitalistica. Infatti a chi ha un capitale a disposizione e capacità organizzative, non conviene fondare una cooperativa; preferirà fondare un'impresa capitalistica, ove potrà avere pieno potere.

Hanno interesse a fondare una cooperativa solo coloro che non hanno un capitale proprio né particolari doti imprenditoriali. Ma la difficoltà principale sta nel reperire i fondi necessari.

Le piccole imprese è opportuno che siano lasciate all'iniziativa dei singoli, solo quando l'impresa raggiunge una certa dimensione si potrebbe stabilire di farne una cooperativa.


COOPERATIVA DEGLI ECONOMISTI E QUELLE ESISTENTI

Gli economisti hanno cercato di teorizzare per la prima volta il comportamento delle imprese cooperative a seguito della rivoluzione marginalista di fine 800, ma con infruttuosi risultati, sanciti dal Pantaleoni: non vi sono caratteri specifici delle cooperative che valgano a distinguerle dalle imprese capitalistiche. L'argomento fu ripreso molto più tardi, intorno al 1958, da Ward, Vanek e Meade. Questo vuoto fu colmato da una visione ideale del movimento cooperativo e dalla situazione teorica dei giuristi. Ma le cooperative esistenti, quindi quelle teorizzate dai giuristi, urtano coi principi della scienza economica.

Imprese senza fine di lucro, come quelle al 45 cost, per la teoria economica non hanno senso, se devono competere con le imprese capitalistiche.

Lo scopo mutualistico, caratteristica che serve ad individuare le cooperative esistenti nell'occidente, è un concetto che fuoriesce dall'ambito della teoria economica e che anche i giuristi non riescono a definire bene.

Imprese che non possono emettere obbligazioni per procurarsi il necessario capitale, sono imprese a cui è negato l'essenziale per organizzarsi efficientemente. Le imprese senza fini di lucro, inoltre, non appaiono in grado di competere con le imprese capitalistiche.

Di conseguenza le cooperative esistenti si sono corrotte.

Ma non solo le cooperative italiane non possono perseguire il fine di lucro, anche quelle appartenenti all'unione europea.


CARATTERI DISTINTIVI DELLE COOPERATIVE SECONDO IL MOVIMENTO COOPERATIVO

una testa un voto

sottoscrizione del capitale da parte di tutti i soci, ma in misura limitata. Infatti in Italia chi vuole entrare in una cooperativa, deve contribuire versando una certa somma che non superi il limite stabilito.

limite alla remunerazione del capitale. Poiché l'impresa cooperativa deve soddisfare gli interessi dei soci in quanto lavoratori, non come proprietari del capitale.

Ristorno. Ovvero possibilità di distribuire ai soci una parte degli utili di esercizio, in base all'intensità del rapporto mutualistico che il socio intrattiene con la cooperativa, ma entro certi limiti, come previsto dalla costituzione, che non consente alla cooperativa di avere fini di lucro.

obbligo di devolvere l'utile dopo l'esercizio a riserve indivisibili, dopo aver remunerato soci e capitale. Tale obbligo serve a rafforzare il patrimonio della cooperativa e a favorirne la crescita, dato che le cooperative hanno difficoltà a trovare finanziamenti.

principio della porta aperta. In realtà, l'ingresso di nuovi soci và approvato dagli organi della cooperativa, ovviamente i nuovi arrivati contribuiranno all'accrescimento del capitale.

variabilità del ristorno

destinazione del patrimonio, in caso di scioglimento, allo Stato o alle organizzazioni cooperative

divieto di trasformazione della cooperativa in altre forme di società.

Il 45 cost concede benefici fiscali alle cooperative che soddisfano i suddetti principi.


COOPERATIVE DI PRODUZIONE E ESPERIENZE DEI CONSIGLI DI FABBRICA

L'idea di favorire la nascita di un sistema di cooperative di produzione come teorizzate dagli economisti può sembrare che suggerisca di riprendere le esperienze dei consigli di fabbrica ce si sono avute dopo il 17; ma le differenze sono notevoli.

I consigli di fabbrica sorsero nella Russia del 17 dopo la vittoriosa rivoluzione del febbraio, nella quale operai e borghesi lottarono assieme contro lo zar. Prima della rivoluzione la Russia strangolava la classe operaia.

Lenin concepì sin dall'inizio il controllo operaio come strumento per abbattere il potere borghese. Dopo la rivoluzione, infatti, come compito immediato del proletariato pose il controllo della gestione delle imprese, che venivano lasciate ai capitalisti. Per Lenin la classe operaia russa non era pronta a controllare da sola l'attività produttiva.

Lenin considerava il capitalismo dei monopoli la preparazione più idonea dell'organizzazione economica capitalistica e il socialismo il passo seguente, ritenendo quest'ultimo un monopolio capitalistico di Stato messo al servizio di tutto il popolo.

Secondo Lenin ciò che distingue il capitalismo dai vecchi sistemi è la connessione e interdipendenza tra le attività produttive, e la concentrazione crescente che ad essa si accompagna consente allo Stato capitalista di controllare e regolare la produzione a profitto dei magnati della finanza; ma esse preparano anche le condizioni per il socialismo, perché la grande economia capitalistica, per la sua stessa tecnica, è un'economia socializzata.

Questa visione del capitalismo basata sulla concentrazione dell'attività produttiva e sul ruolo dello Stato, portano Lenin a pensare che la fase di transazione al comunismo potesse esser realizzata con imprese gestite dai lavoratori in un'economia di mercato liberamente funzionante, con imprese in concorrenza tra loro.

Dopo l'esperienza della NEP, che introdusse il mercato nell'unione sovietica, Lenin scrisse che il grande errore degli anni precedenti era stato il tentativo di realizzare subito una produzione a carattere comunista, cioè di organizzare con ordini diretti dello Stato proletario la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini.

Questo pensiero portò Lenin ad accettare le cooperative come strumento della transazione al comunismo.

Ma, poi, i consigli di fabbrica furono aboliti nell'unione sovietica. Proposta rilanciata in Italia da Gramsci e Togliatti nel 20, ma allora la NEP non era ancora stata avviata da Lenin, la conversione di questi alle cooperative era ancora lontana.


COOPERATIVE DI PRODUZIONE E GRANDI TRADIZIONI DEL PENSIERO OCCIDENTALE

La proposta di imprese cooperative si ricollega alle grandi tradizioni del pensiero occidentale.

La prima di queste tradizioni è quella del pensiero liberale: idea di rendere liberi i lavoratori di fare scelte relative all'attività produttiva. Nel capitalismo solo i proprietari delle imprese e i loro amministratori sono liberi di scegliere cosa produrre e come.

Grande passo da compiere per raggiungere una libertà compiuta è liberare i produttori dalla schiavitù del lavoro salariato.

L'impresa cooperativa realizza appieno gli ideali liberali perché la sua idea basilare è la diffusione del ruolo dell'imprenditore, e l'imprenditore per il pensiero liberale è la figura sociale più apprezzata.

In Italia i liberali svolsero inizialmente, nella seconda metà dell'800, un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura della cooperazione, si pensi a Mazzini.

Numerosi surveyes hanno mostrato che i datori di lavoro sono favorevoli alla partecipazione dei lavoratori al profitto.

Tuttavia quest'accettazione delle idee cooperative riguarda la partecipazione agli utili e non alla gestione ed è spesso a carattere difensivo. Il carattere difensivo dell'accettazione delle idee della cooperazione da parte della borghesia, fu evidente sin dall'800; la cooperazione sembrò diventare terreno di intervento della borghesia nel tentativo di riaffermare la propria egemonia nella società italiana.

Un sistema di imprese cooperative, poi, è conforme ai principi della tradizione cristiana, perché favorisce la solidarietà. La più grande esperienza di cooperazione è quella basca di Mondragon, dovuto ad un sacerdote cattolico.

In Italia la cooperazione bianca si affermò a partire dagli anni 80 del 19° secolo, e furono i cattolici a prendere l'iniziativa nel movimento cooperativo, fondando molte cassi rurali. Ma lo sviluppo della cooperazione cattolica non avvenne nel settore delle cooperative di produzione ma nel settore del credito.

Un sistema di imprese cooperative, infine, è collocabile nella tradizione socialista e marxista, perché spesso il movimento cooperativo è stato visto come parte della tradizione socialista e Marx fu favorevole al movimento cooperativo.

In Italia proprio ai socialisti si deve il merito di aver diffuso la cultura della cooperazione.

La scarsa simpatia dei marxisti per le cooperative, emersa poi nel corso degli anni, è dovuta al prevalere della visione statalista del socialismo e all'ostilità per l'economia di mercato.

Se la scelta è tra capitalismo e socialismo di mercato, per un marxista è preferibile un'economia di mercato ove i lavoratori sono sovrani nelle decisioni.

In secondo luogo, poi, in un sistema di imprese cooperative è possibile introdurre la pianificazione. A riguardo è da osservare che il controllo pubblico dell'economia, è il naturale compimento del processo di emarginazione dei capitalisti, perché il trasferimento di alcuni poteri dal mercato allo Stato nella gestione democratica dell'impresa, è un'esigenza del processo di democratizzazione che toglie potere al capitale proprio per realizzare una democrazia più compiuta.

Se, dunque, anche chi predilige il piano deve ricorrere al mercato, un'economia pianificata funzionerebbe meglio con imprese gestite dai lavoratori anziché con quelle in mano ai capitalisti, che sono contrari alla gestione centralizzata delle risorse.

Punto centrale della questione è tuttavia un altro: chi avversa l'economia di mercato, perché vagheggia un comunismo alla Marx o perché vuole ridurre gli spazi lasciati all'attività produttiva, per accrescere quelli lasciati alle attività più nobili, deve favorire politiche economiche a ciò tendenti, contando sul fatto che le imprese gestite dai lavoratori non avranno interesse di contrastare le decisioni in tal senso del governo, mentre le imprese gestite dai capitalisti si oppongono ad un'economia più comunista.

Il fatto che il movimento cooperativo abbia diverse tradizioni induce a dire che non esiste una cooperazione neutra e che non si possono escludere i partiti che intendono entrare nella cooperazione per indirizzarla ad una determinata finalità ideologica. Ma Stefanelli a riguardo afferma che la pre-finalizzazione ideologica mette in subordine ambedue i presupposti di partenza del movimento cooperativo: la realizzazione diretta e incondizionata degli interessi dei soci e la proiezione diretta delle loro scelte. A noi, tuttavia, sembra che il punto rilevante a riguardo sia che la concezione degli economisti del movimento cooperativo, incentrata sull'idea che il lavoro deve sostituire il capitale al posto di comando, è accettabile da chiunque abbia una visione umanistica, cioè dai liberisti, cattolici e marxisti.


ANCORA SULLA TRADIZIONE DEL MOVIMENTO COOPERATIVO E LE COOPERATIVE DEGLI ECONOMISTI

Le cooperative degli economisti sono conformi alla tradizione del movimento cooperativo? Possono sorgere dubbi se raffrontiamo il modello degli economisti con una delle teorizzazioni più apprezzate sulla natura del movimento cooperativo, quella di Fauquet, 1935. secondo F. nella cooperativa distinguiamo due elementi, l'uno sociale, l'associazione e l'altro economico, l'impresa. Fine dell'impresa capitalista è di far guadagni, quello della cooperativa, invece, è di fornire un servizio ai soci. Secondo F., quindi, la gestione di un'impresa capitalistica può chiamarsi "gestione di resa", che tende alla messa a frutto del capitale che vi è in essa impegnato, mentre la gestione di una cooperativa è una "gestione di servizio", tesa al soddisfacimento dei bisogni dei soci. Ciò, egli dice, spiega le regole di proporzionalità alle operazioni effettuate che determinano i rapporti economici tra i soci della cooperativa e la loro impresa, regole che sono state elaborate dalla consuetudine cooperativa; e spiega perché per l'impresa cooperativa non occorre far profitti, ma basta che sia amministrata in modo da evitare le perdite. Le regole di proporzionalità alle operazioni effettuate, spiega, comporta che le somme inizialmente pagate ai lavoratori nelle cooperative di produzione sono provvisorie, corrette alla fine dell'esercizio con la distribuzione degli utili in proporzione alla quantità e qualità del lavoro svolto.

Per F, nell'impresa capitalistica, il capitale è alla base della società; nell'impresa cooperativa, invece, è uno strumento al servizio dei soci e, se è fornito dai soci, è una contribuzione a loro carico. Così, quando la cooperativa ottiene prestiti dall'estero, deve pagare un interesse al tasso di mercato, mentre la regola cooperativa non impone il pagamento di un interesse sulle somme fornite dai soci.

Che la cooperativa, oltre ad essere un'impresa, è anche un'associazione, spiegherebbe perché le decisioni vengono prese in base al principio "una testa un voto". Il diritto di voto, infatti, riguarda la persona, ed è indipendente dalla quantità di capitale sottoscritto. Nella cooperativa il lato economico regge l'impresa, che deve operare senza perdite, ma altrettanto importante è il lato sociale nei rapporti tra soci. Questo lato sociale, spiega F, spiega anche perché gli utili mandati a riserva diventino indispensabili per i soci e perché, in caso di scioglimento della società, il patrimonio venga devoluto.

Per gli economisti di oggi, più semplicemente, un'impresa può essere gestita o dai capitalisti o dai lavoratori: nel primo caso trattasi di impresa capitalistica, che tende a massimizzare il reddito dei capitalisti, nel secondo è un'impresa cooperativa, che tende a massimizzare la funzione di utilità dei lavoratori. In entrambi i casi si può parlare di impresa agente sul mercato in base a regole comportamentali razionali, basate sul principio economico del minimo mezzo; ed è corretto parlare di impresa cooperativa per le imprese che realizzano il capovolgimento del rapporto capitale-lavoro sia perché si basano sul principio una testa un voto, sia perché tengono i capitalisti fuori dal processo decisionale.

Ma l'economista non ritiene che si debbano caratterizzare le cooperative in base a comportamenti altruistici o solidali.

La visione degli economisti non porta a negare che il perseguimento degli obiettivi anche non legati al guadagno sia caratteristica delle cooperative, come vuole F.

Tale caratteristica consegue al fatto che le imprese non sono di proprietà degli azionisti che vivono fuori dall'impresa, interessati solo al profitto, ma è gestita dai soci lavoratori, che dall'attività nell'impresa traggono vari vantaggi.

Il miglior modo per chiarire il rapporto tra la concezione attuale delle cooperative da parte degli economisti e la tradizione italiana del movimento cooperativo è il seguente, che accosta le due concezioni. Secondo Degl'innocenti, la storia del movimento cooperativo è passata da una cultura di lotta ad una del mercato ed è suddivisibile in 4 fasi principali:

1° fase delle origini, era difensiva e concepiva la cooperazione come soccorso alle esigenze vitali dei soci: distribuiva beni di prima necessità e la sua semplice struttura associativa si basava sul volontariato.



2° fase del decollo dell'impresa cooperativa, che vende al pubblico, a prezzi di mercato, e comincia ad applicare il principio del ristorno. In essa prevalgono le cooperative di consumo, tendenti a soddisfare tutti i bisogni della famiglia.

3° fase del primo dopoguerra, che si prolunga sino al secondo, vede la moltiplicazione degli spacci e la progressiva differenziazione tra socio e cliente. Ivi prevalgono ancora le cooperative di consumo.

4° fase, quella attuale, in cui anche se i principi tradizionali della cooperazione permangono, la natura mutualistica delle imprese cooperative è messa in dubbio e il movimento cooperativo avverte l'esigenza di maggiore dinamismo nelle decisioni dell'impresa e la necessità di raggiungere l'efficienza economica.

Le cooperative diventano sempre più imprese economiche.


COOPERATIVE DI PRODUZIONE SECONDO LA TEORIA ECONOMICA

COOPERATIVEDI PRODUZIONE E CAPOVOLGIMENTO DEL RAPPORTO CAPITALE-LAVORO

Fondamentale è stata la distinzione di Vanek tra cooperative finanziate dall'esterno (LMF)e cooperative finanziate dall'interno (WMF). Ma trattasi di una semplice distinzione tra imprese ove il capitale è retribuito separatamente dal lavoro (LMF) e imprese ove il reddito è ripartito tra i lavoratori o accantonato per gli investimenti (WMF).

Si consideri un'impresa gestita dai lavoratori ove tutto il capitale sia a prestito, la LMF: le decisioni sull'attività produttiva e quelle sul come e quanto produrre e le scelte d'investimento, sono prese per conto dei lavoratori e, i lavoratori si appropriano del ricavato dell'impresa, pagati i costi di produzione.

È chiaro che un sistema di imprese cooperative che si finanziano con capitale di prestito, è configurabile come vero capovolgimento del rapporto capitale-lavoro.

Nel capitalismo il capitale assume lavoro, gli paga un reddito fisso e si appropria del residuo; in un sistema di cooperative LMF, invece, il lavoro assume il capitale, gli paga un reddito prefissato e si appropria del residuo. Il capovolgimento del rapporto capitale-lavoro consiste anche nel fatto che nel capitalismo le decisioni sono prese dai capitalisti, mentre nell'autogestione sono prese dai lavoratori.

Per realizzare un vero capovolgimento del rapporto capitale-lavoro occorre: a)che l'impresa cooperativa non assuma lavoro salariato e b)che al capitale sia pagato un reddito fisso.

La possibilità di assumere una certa percentuale di lavoratori salariati è oggi importantissima perché, nella concorrenza con le grandi imprese capitalistiche, che possono assumere lavoro salariato a basso costo nei paesi arretrati, le cooperative sarebbero svantaggiate se non potessero farlo.

Punto fermo se si vuol configurare un sistema di imprese cooperative LMF diverso dal capitalismo, è, dunque, il capovolgimento del rapporto capitale-lavoro, che si realizza attribuendo ai lavoratori il ruolo di input imprenditoriale.

Con la conseguente assunzione dei rischi dell'attività produttiva: i lavoratori prendono tutte le decisioni relative all'attività produttiva dell'impresa, ne assumono i rischi e si appropriano di un reddito che, per conseguenza, è variabile al variare dei risultati dell'attività economica; ciò significa che l'autogestione esclude il finanziamento da parte di capitalisti esterni che comprino azioni.

Nel capitalismo la proprietà dei titoli azionari dà diritto a contribuire a prendere le principali decisioni riguardanti la vita dell'impresa in proporzione al capitale conferito. Ma in un sistema di imprese democratiche tali decisioni vanno prese dai lavoratori ed il residuo spetta a loro; trattasi di regole così strettamente connaturata al sistema della gestione delle imprese da parte dei lavoratori, che l'esistenza di diritti azionari appare incompatibile con esso.

Nella forma più pura di autogestione, dunque, l'impresa che vuole autofinanziarsi deve prendere capitale a prestito dai suoi stessi soci ai tassi d'interesse di mercato; e il capitale raccolto tramite autofinanziamento verrebbe nel caso retribuito allo stesso modo del capitale di prestito esterno, con un reddito fisso, non una quota del residuo. Ciò chiarisce che la distinzione rilevante tra i diversi tipi di imprese gestite dai lavoratori non è quella tra imprese che si finanziano con capitale esterno e imprese che si autofinanziano, ma tra imprese ove il capitale è retribuito separatamente dal lavoro e imprese ove, nella distribuzione del reddito ai soci, non si distingue tra redditi di lavoro e redditi di capitale.


IMPRESA COOPERATIVA COME IPRESA PUBBLICA

Dato che il capitale che finanzia l'impresa di cui si è detto è di prestito e dato dai soci che non devono conferire capitale proprio all'impresa, la proprietà dell'impresa non è né dei lavoratori né dei capitalisti. Non può essere di proprietà dei lavoratori, perché quando essi lasciano l'impresa perdono ogni diritto su di essa; inoltre essi conferiscono un capitale di prestito all'impresa, retribuito, dunque, con un interesse e non con un dividendo da portare via una volta lasciata l'impresa.

L'impresa cooperativa può assumere personalità giuridica, in modo che gli strumenti della produzione possano esserle attribuiti in proprietà. Ma resta da chiarire che ne sarebbe di un'impresa e dei suoi beni capitali allorché i lavoratori abbandonassero l'impresa o se l'impresa fallisse. Sembra chiaro che la proprietà dell'impresa non può che essere dello Stato.

La proprietà pubblica degli strumenti di produzione non nasce da una scelta politica o ideologica, ma dalla stessa natura dell'impresa cooperativa LMF.

Il carattere socialista delle imprese gestite dai lavoratori non si collega alla proprietà pubblica degli strumenti della produzione, ma al capovolgimento del rapporto capitale-lavoro.

Se l'impresa è pubblica, i lavoratori che la gestiscono sono solo usufruttuari dei beni capitali di proprietà dello Stato, e una delle regole possibili è che le imprese devono pagare allo Stato una somma per l'uso dei beni capitali, proporzionalmente al valore della dotazione di strumenti produttivi.

I lavoratori della LMF non sono, dunque, proprietari dell'impresa, ma i suoi amministratori. Ma poiché l'impresa, per sua natura, richiede un'organizzazione gerarchica, l'autogestione si attuerà tramite un sistema democratico di elezioni interne.

Alcuni dei dirigenti dovrebbero essere scelti tra i lavoratori dell'impresa, altri, invece, potrebbero essere assunti dai lavoratori con un contratto, anche a termine; gli verrebbero assegnati dati compiti di direzione, stabiliti per legge o dallo statuto dell'impresa approvato dall'assemblea dei lavoratori.

Nell'ex-Jugoslavia l'autogestione venne dopo la nazionalizzazione delle imprese.

Nell'ex-Jugoslavia la proprietà statale delle imprese fu realizzata dai governi comunisti nell'immediato dopoguerra ed era un fatto ormai compiuto nel 5, quando si decise di avviare l'esperienza dell'autogestione; perciò il problema che si pose a partire dalle prime esperienze di autogestione in quel paese non fu quello sulla forma di proprietà più adatta all'autogestione, ma quello di chiarire come i lavoratori potessero esercitare una vera autogestione non avendo la proprietà dei beni capitali che usavano.

Una vera esperienza di autogestione, tuttavia, si ebbe nell'ex-jugoslavia solo dopo la riforma del 65, che liberò le imprese dalla maggior parte delle restrizioni alla loro libertà di decisione.

Ma un vincolo importante fu l'ammortamento obbligatorio, ovvero la libertà di vendere i beni capitali solo se il ricavato della vendita fosse reinvestito nell'impresa e l'obbligo di rimpiazzare i beni capitali logoratisi.

IMPRESA COOPERATIVA CHE SI AUTOFINANZIA

Nell'ex-Jugoslavia venivano considerate imprese autogestite anche quelle in cui non vi era una separazione dei redditi di capitale dai redditi di lavoro. Ma anche l'odierna letteratura non distingue tra imprese autogestite e imprese cooperative.

Seguendo questa letteratura, si consideri un'impresa gestita dai lavoratori di tipo WMF, ove il reddito è ripartito tra i soci senza distinguere tra redditi di lavoro e redditi di capitale. Nell'impresa WMF l'autofinanziamento è consentito, il capitale è necessariamente di prestito e i lavoratori-imprenditori possono essere anche i finanziatori dell'impresa. Allora un'impresa cooperativa del tipo WMF non è un'impresa in cui i lavoratori-imprenditori assumono capitale, pagano ad esso un reddito fisso e si appropriano del residuo; non è un'organizzazione produttiva ove il rapporto capitale-lavoro sia capovolto rispetto al capitalismo, è un'impresa simile a quella capitalistica.

Nella WMF chi partecipa all'attività produttiva mette in comune una combinazione di capitale e lavoro; importante è che alla base della cooperativa vi sia il lavoro comune e non la proprietà comune.

Il carattere capitalistico della WMF e la conseguente scelta a favore della LMF da parte di chi creda che un sistema di cooperative di produzione realizzi un nuovo modo di produzione aiuta a capire perché il dibattito sul 45 C, che inizialmente contrappose impostazioni culturali diversissime, poi le accordò con l'intervento del comunista Bibolotti. Questi, consapevole delle preoccupazioni democristiane nei confronti di cooperative classiste, affermò che la funzione sociale delle cooperative dovesse essere quella di favorire la formazione di un tipo di proprietà che avvii il lavoratore all'autoproprietà tramite il risparmio associato (WMF). Il 45 c recita: la repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata.

Dal punto di vista dei principi generali, dunque, non sembra che la WMF sia un'impresa di tipo socialista e che, pertanto, la creazione di un sistema di imprese WMF sia un modo per realizzare una società socialista. Nel caso della ex-Jugoslavia è vero l'opposto, lì il capitale finanziato tramite utili non distribuiti era considerato capitale dell'impresa e l'impresa era di proprietà dello Stato, perciò può sembrare che si avesse sia la proprietà pubblica degli strumenti di produzione sia la gestione delle imprese da parte di lavoratori non capitalisti. Ma può dirsi lavoratore non capitalista chi, vivendo nella cooperativa, gli conferisce parte dei suoi risparmi tramite autofinanziamento e, poi, si appropria dei frutti del proprio risparmio? Trattasi di lavoratore-capitalista.

Che ciò sia vero era implicito nella definizione stessa dell'impresa WMF, cooperativa nella quale i soci vengono retribuiti con quote di reddito nelle quali è impossibile distinguere tra redditi che compensano il lavoro in comune e redditi di capitale.

Le imprese di tipo LMF, invece, realizzano un vero capovolgimento del rapporto capitale-lavoro.


ANCORA SU COOPERATIVE E SOCIALISMO

Secondo un filone di pensiero, il cui rappresentante è Smith, l'aspirazione al guadagno opera per il vantaggio e l'utilità di tutti perché, ogni volta che qualcuno cerca di aumentare il suo reddito, indirettamente procura vantaggio a tutti gli altri, dato che per aumentare i suoi guadagni, offre ai suoi simili beni e servizi migliori e più a buon mercato dei suoi concorrenti.

Di conseguenza, per i seguaci di Smith l'attività egoistica dell'individuo si configura come virtù, mentre per la corrente di opinione opposta, l'interesse privato non si concilia con quello pubblico, ma lo contraddice, il vantaggio dell'uno non può realizzarsi senza il danno dell'altro.

Questa contrapposizione è collegata a quella tra liberalismo e socialismo.

Occorre discutere se sia corretta una contrapposizione tra capitalismo e socialismo ove il capitale venga concepito come interesse basato sull'interesse personale e il socialismo come sistema basato su movimenti altruistici; in base a quanto detto, la contrapposizione è infondata, perché il socialismo, per lo più, è stato identificato con la proprietà statale degli strumenti della produzione e l'autogestione, ma lascia agire liberamente lo scopo privato al guadagno.

Per il socialismo di mercato non è vero che il vantaggio dell'uno non è realizzabile senza danno dell'altro: se qualcuno si sforza di aumentare il suo reddito, ciò avviene a vantaggio di tutti gli altri.

Nell'autogestione il principio che regola l'attività economica è la massimizzazione del reddito medio di chi lavora nell'impresa, non quella del profitto, perché per la regola generale di distribuzione: chi vuole arricchirsi col suo lavoro deve massimizzare il reddito dell'impresa e, quindi, chi lavora di più e meglio non arricchisce solo se stesso, ma fa aumentare il reddito di tutti coloro che lavorano con lui e si ripartiscono tra loro i guadagni.


IMPRESA COOPERATIVA E MECCANISMO DI LIVELLAMENTO DEI REDDITI TRA IMPRESE DIVERSE

La teoria economica delle cooperative di produzione è costruita in base al principio del massimo utile, che non è quello del massimo profitto, ma il principio del massimo beneficio pro-capite (di chi lavora nell'impresa).

Una prima osservazione sui meriti del capitalismo e di un sistema di imprese cooperative è che, mentre quest'ultimo ha il pregio di massimizzare il reddito del lavoro, il capitalismo ha il pregio di livellare i redditi dei lavoratori tra impresa e impresa.

Anche in un sistema di cooperative, tuttavia, i redditi dei lavoratori tenderanno a livellarsi alla lunga, sia pure indirettamente. Tramite attività d'investimento, infatti, le imprese meno efficienti possono imitare quelle più efficienti e tutte tenderanno a usare le tecniche produttive migliori; così, se i lavoratori sono di eguale efficienza, attraverso la sostituzione dei vecchi impianti e attraverso l'ingresso di nuove imprese, i redditi dei lavoratori con eguale specializzazione produttiva vengono livellati.

Alcuni economisti, tuttavia, ritengono che nelle economie di mercato i rendimenti di scala sono continuamente crescenti, cioè che la grande impresa è più efficiente della piccola; e, se ciò è vero, la libertà di accesso di nuove imprese e la possibilità di cambiare le vecchie tecniche produttive con tecniche più moderne, non basterebbero a garantire che i redditi dei lavoratori di eguale efficienza tendano a livellarsi. Per chi segue questa corrente di opinione, pertanto, il vizio di fondo di un sistema di imprese cooperative fa tutt'uno con uno dei vizi di fondo del mercato: la mancanza di un efficace meccanismo equilibratore tra i redditi dei lavoratori.

L'ingresso e l'uscita di nuove imprese e l'attività di investimento sono fondamentali per livellare i redditi dei lavoratori di eguale efficienza.


SEPARAZIONE DELLA PROPRIETA' DAL CONTROLLO

L'autogestione, quando l'impresa non si autofinanzia, ripropone il problema della separazione, in una società mercantile, della proprietà dal controllo delle imprese.

Nel capitalismo l'imprenditore-capitalista ha una doppia veste: agente della produzione e padrone, come proprietario degli strumenti della produzione. L'imprenditore come agente della produzione svolge un servizio, soprattutto garantisce l'accumulazione del capitale, perciò partecipa alla distribuzione del reddito allo stesso titolo dei lavoratori. L'imprenditore come titolare dell'impresa, invece, non ha doveri, ma solo diritti.

Se ciò è vero, nel sistema capitalistico di produzione si conserva un elemento fondamentale della struttura sociale precapitalistica: il diritto di proprietà che l'imprenditore vanta sui mezzi di produzione.

Per Marx la separazione della proprietà dal controllo è possibile, e tende a realizzarsi nel capitalismo.

Ancor oggi vi è chi crede, sia in una visione neoclassica che marxista, che il nesso imprenditorialità-proprietà è inscindibile nel capitalismo, e che sarebbe impossibile scioglierlo senza pregiudicare l'accumulazione del capitale in ogni società di tipo mercantile.


COOPERAZIONE E DISTRIBUZIONE DEL REDDITO

È da chiarire quale possa essere nell'autogestione una buona regola generale per la distribuzione del reddito tra i lavoratori, per ridurre i conflitti tra le diverse categorie di lavoratori.

Sembra che il modo migliore per organizzare la distribuzione del reddito in un sistema di imprese democratiche sia di suddividere i lavoratori in una serie di categorie, attribuendo a ciascuna un punteggio, in modo che ogni lavoratore possa sapere, prima dell'inizio dell'attività produttiva, quale quota del reddito gli verrà attribuita (coefficiente).

Occorre anche che i coefficienti siano assegnati da commissioni centrali o da organi pubblici.

Ma questa è solo una delle possibili regole dell'autogestione.

Nell'ex-Jugoslavia i due principi base della distribuzione sono stati così regolati: ciascuno doveva essere remunerato secondo il lavoro svolto; le regole della distribuzione dovevano essere stabilite prima di iniziare l'attività produttiva.

Il valore del lavoro svolto nelle diverse imprese, si riteneva che fosse determinato innanzitutto dal mercato, ma il collettivo dei lavoratori doveva decidere come ripartire il reddito disponibile tra i soci. Le regole sulla distribuzione del reddito sono state considerate, tra il 65 e il 74, di tipo permanente, ma gli organi dell'autogestione le potevano all'occorrenza modificare. Nelle imprese di una certa grandezza, tuttavia, le regole stabilite definitivamente riguardavano solo i principi generali e si affidava la determinazione dei criteri della distribuzione del reddito ai singoli dipartimenti o a unità autonome.

Nell'ex-Jugoslavia tra il 65 e il 74 i differenziali tra le remunerazioni delle diverse categorie di lavoratori di una stessa impresa furono bassi; ma ciò non significa che nell'ex-Jugoslavia vi fu egualitarismo, perché le differenze tra i redditi pro-capite delle diverse imprese furono forti, per la forza equilibratrice del mercato e la debolezza dei meccanismi equilibratori.


TEORIA DELL'IMPRESA COOPERATIVA DI WARD: IPOTESI

Il problema che Word si pose fu di individuare le condizioni di equilibrio di breve periodo di un'impresa ove i lavoratori si distribuiscano i guadagni in parti uguali e le cui scelte siano dirette a massimizzare il reddito pro capite. Nell'analisi di breve periodo dell'equilibrio dell'impresa, impianti e costi sono dati: la prima ipotesi da farsi, perciò, è che l'impresa debba pagare annualmente una rendita fissa R allo Stato o ai proprietari degli strumenti di produzione, per l'uso degli impianti.

Se oltre agli impianti e al lavoro non vi sono altri fattori di produzione, la funzione di produzione dell'impresa sarà: X=f(L)

L è la quantità impiegata dell'unico fattore produttivo variabile impiegato (unità di forza-lavoro) ed X il prodotto che si ottiene. Dato l'impianto, la funzione della produzione è caratterizzata da rendimenti decrescenti, almeno a partire da un certo livello di occupazione in poi: ciò significa che la produttività marginale del lavoro è da un certo punto in poi decrescente.

Con Word, poi, ipotizziamo che l'impresa possa liberamente assumere e licenziare lavoratori, ma che sia vietato un prolungamento dell'orario di lavoro. Il saggio di salario istituzionale w, supponiamo che sia fissato dallo Stato; ciò serve per fornire una definizione contabile del costo del lavoro e non determina il reddito dei lavoratori.

Ogni altro costo è trascurato; profitti o ricavi netti si assumono interamente distribuiti ai lavoratori, in parti uguali, e si ipotizza che nei mercati vi sia concorrenza perfetta.

Ward preferì continuare a parlare di salari, nonostante la gestione dell'impresa da parte dei lavoratori nel loro interesse, definì i profitti P, come differenza tra ricavi lordi dell'impresa da un lato, e salari e rendite dall'altro; i ricavi sono uguali alla quantità prodotta dell'unico bene prodotto da ogni impresa moltiplicata per il prezzo del bene p , per ogni singola impresa dato.

x

La grandezza che i lavoratori hanno interesse a massimizzare è: v.fig.4.2



P sono i ricavi netti, w il salario istituzionale, p il prezzo del bene, R la rendita pagata allo Stato ed y il reddito medio per lavoratore.

x

La 4.2 contiene due incognite: X e L, ma la prima dipende dalla seconda in base alla funzione delle produzione. Il problema di massimizzare y può essere posto o come problema della ricerca dell'ottima quantità da produrre o come problema della ricerca del livello ottimo di occupazione nell'impresa.

Fig. 4.3 e 4.4



Come il prodotto medio, in valore, per lavoratore o ricavo medio per lavoratore. Dato il salario fissato dallo Stato, l'impresa cooperativa cercherà di massimizzare il profitto per lavoratore, che è la differenza tra prodotto medio e costo medio per lavoratore: fig. 4.5



EQUILIBRIO DI BREVE PERIODO CON UN FATTORE VARIABILE


RAFFRONTO CON L'EQUILIBRIO DI UN'IMPRESA CAPITALISTICA

La legge formulata consente un raffronto tra la posizione di equilibrio di un'impresa cooperativa e quella che massimizza il profitto, secondo la regola del capitalismo.

Per porre il problema con chiarezza ripetiamo che il livello a cui viene stabilito il salario istituzionale non influisce sulla posizione di equilibrio dell'impresa cooperativa. Ciò è individuabile anche con l'ausilio della fig.1, in cui ogni spostamento verso l'alto del salario istituzionale (inizialmente supposto uguale ad OF) provoca un parallelo spostamento verso l'alto della curva c di un uguale ammontare e comporta quindi una riduzione della distanza verticale tra a e c pari all'aumento del salario; è chiaro così che ogni aumento del salario provoca un'uguale riduzione del profitto distribuito ad ogni lavoratore e che, perciò, la curva y non cambia posizione. Qualunque sia il livello del salario istituzionale OL è il livello di occupazione di equilibrio.

a

nel raffrontare i due tipi di equilibrio, supponiamo che le funzioni di costi e ricavi siano identiche per l'impresa cooperativa e per quella capitalistica; dobbiamo anche supporre che la rendita che la prima paga allo Stato sia uguale ai costi fissi annui dell'impresa capitalistica e che anche l'impresa capitalistica operi in un mercato di concorrenza perfetta.

Quanto ai salari, se continuiamo a considerarli costi per l'impresa cooperativa, l'ipotesi che costi e ricavi siano identici per i due tipi di impresa comporta che si debba supporre che anche l'impresa capitalistica paghi un saggio di salario OF. In tal caso l'equilibrio dell'impresa capitalistica si stabilirà in corrispondenza del punto L , livello di occupazione per cui la produttività

c

marginale del lavoro è uguale al saggio di salario OF.

Ma in realtà i salari non sono costi per l'impresa cooperativa; e quando ipotizziamo che costi e ricavi siano uguali per i due tipi di imprese, occorre solo supporre che le funzioni di produzione siano uguali. Supponiamo allora che i salari dell'impresa capitalistica siano fissati al livello OG, corrispondente al reddito per lavoratore nell'equilibrio dell'impresa cooperativa.

Quale sarà l'equilibrio dell'impresa capitalistica? In tal caso l'equilibrio verrà a stabilirsi in corrispondenza del punto L   , punto in cui la

a

produttività marginale del lavoro HL è uguale al saggio di salario OG. Ma L

a a

è anche punto di equilibrio per l'impresa cooperativa. Possiamo perciò concludere che i due tipi di imprese raggiungeranno la stessa posizione di equilibrio solo se i salari dell'impresa capitalistica siano uguali al reddito medio per lavoratore dell'impresa cooperativa.

Caratteristica di tale situazione di equilibrio: i profitti dell'impresa capitalistica sono nulli. Ciò è individuabile osservando che nell'equilibrio di cui trattasi il prodotto medio dell'impresa capitalistica L I eccede il salario

a

L H=OG di un ammontare HI, pari al costo medio per lavoratore dell'impianto

a

(segmento MN); ciò è confermato dal fatto che il reddito medio dell'impresa cooperativa, quando i lavoratori occupati sono OL , è L H che è uguale al

a a

salario che l'impresa capitalistica deve pagare.

Dunque:

- l'equilibrio di breve periodo per i due tipi di impresa che si raffrontano sarà identico, e i livelli di occupazione e di produzione saranno gli stessi, nel caso in cui l'impresa capitalistica paga salari tali che i profitti siano nulli

- nel caso in cui l'impresa capitalistica ha un profitto, il livello di produzione e di occupazione che originerà è maggiore del livello di produzione e di occupazione di un'impresa cooperativa che abbia stessa funzione di produzione.

Ne consegue che:

- se un'impresa capitalistica opera in perdita, il suo livello di produzione e di occupazione nell'equilibrio di breve periodo è inferiore al livello di produzione e di occupazione di un'impresa cooperativa avente la stessa funzione di produzione

- quando i salari dell'impresa capitalistica lasciano un margine di profitto, il rapporto capitale-lavoro di equilibrio è maggiore nell'impresa cooperativa che nell'impresa capitalistica; di conseguenza, anche il rapporto capitale-prodotto sarà in equilibrio maggiore nell'impresa cooperativa che nell'impresa capitalistica. Viceversa se i salari dell'impresa capitalistica rendano i profitti negativi.


ANALISI DI STATICA COMPARATA E DI LUNGO PERIODO

Fin qui abbiamo assunto costanti i principali dati dell'analisi, per l'ipotesi ceteris paribus. Ora arricchiamo il quadro esaminando cosa accade quando variano i dati che abbiamo assunto costanti, ovvero prezzo della merce venduta e rendita da pagare allo Stato.

Nella fig.1 abbiamo disegnato le curve del costo medio per lavoratore c e del prodotto medio per lavoratore a e il valore di equilibrio iniziale di occupazione OA, quello per cui la distanza verticale tra le due curve è massima.

Fig.1

La curva a si ottiene moltiplicando la produttività marginale fisica del lavoro per il prezzo del bene p. Un aumento di p provocherà perciò un aumento

x x

equiproporzionale di tutte le ordinate della curva a, che assumerà posizione a'.

Se ciò è vero, le ordinate, le ordinate della curva nel tratto immediatamente a sinistra di A, aventi valori iniziali più alti, avranno un aumento in valore assoluto maggiore delle ordinate della curva nel tratto a destra di A.

Il punto di massima distanza tra le due curve si sposterà perciò a sinistra e il livello di occupazione si ridurrà, di conseguenza anche la quantità prodotta si ridurrà. Nel diagramma l'occupazione di equilibrio si sposterà dal livello OA al livello OB. Quindi, nell'impresa cooperativa in cui il lavoro è l'unico fattore variabile un aumento del prezzo della merce venduto dall'impresa provoca una riduzione del livello di produzione dell'impresa e viceversa.

Stessa cosa può essere vista in altro modo, nella fig.2 tracciamo due nuove curve del prodotto medio a e del prodotto marginale m, e la curva del reddito per lavoratore y; H è il punto di equilibrio iniziale, in cui il prodotto marginale del lavoro è uguale al reddito per lavoratore.

Fig.2

Un aumento di p influenzerà sia la curva del prodotto marginale sia la curva

x

del reddito per lavoratore. Se il prezzo del bene aumenta, ad es. del 10%, ogni ordinata della curva m aumenterà del 10%, e la curva si sposterà in m'; il reddito medio, invece, è dato dall'equazione 5.1



esso aumenterà di più del 10%, perché i costi restano costanti. Il punto di equilibrio si sposterà perciò verso sinistra, da H in G, e l'occupazione si ridurrà da OA ad OB. 5.2


il membro di sinistra della suddetta equazione è la differenza tra il prodotto medio e il prodotto marginale del lavoro, positiva se R è positivo; questa differenza cresce a destra del punto di massimo della curva del prodotto medio, se la produttività marginale del lavoro è decrescente. Dalla 5.2 si vede che un aumento di p , dovendo dar luogo ad una diminuzione della differenza tra

x

prodotto medio e prodotto marginale, perché p è a denominatore, deve causare una

x

diminuzione del livello di occupazione e, quindi, uno spostamento verso sinistra dell'equilibrio della fig.2.

ora vediamo gli effetti di un aumento della rendita da pagare ai proprietari degli strumenti della produzione.

Un aumento di R causa una diminuzione del reddito medio per lavoratore, come risulta dalla 5.1; nella fig.2 ciò significa una trasposizione della curva y verso il basso. Nella stessa figura, invece, la curva della produttività marginale del lavoro m non varia. Se ne deduce che il punto in cui la curva m taglierà la curva del reddito medio per lavoratore, si sposta verso destra, da H ad M, sicchè l'occupazione aumenta da OA ad OC.

Nella fig.3 un aumento di R origina una trasposizione verso l'alto della curva c, e, data la forma di questa curva (equazione 4.3), un aumento di R comporta per ogni ascissa un aumento equiproporzionale della distanza tra c e la retta passante per F (indicante l'altezza del saggio di salario); la nuova curva avrà una posizione come la c' nella fig.3.

Se tale trasposizione della c fosse parallela, la posizione di equilibrio non cambierebbe, perché la distanza verticale tra la a e la c sarebbe ridotta dello stesso ammontare per tutti i valori dell'ascissa. Il tipo di trasposizione descritto, invece, comporta uno spostamento verso destra del livello di occupazione di equilibrio, che da OA passerà ad OC. Quindi il livello di produzione dell'impresa crescerà.

Un aumento dei costi fissi dell'impresa cooperativa causa un aumento della quantità della merce che l'impresa produce e viceversa.

A conferma consideriamo di nuovo l'equazione 5.2. un aumento di R deve originar un aumento della differenza tra prodotto medio e prodotto marginale del lavoro. Ciò si ha quando il livello di occupazione aumenta.

Consideriamo ora la cooperativa dei capitalisti egualitaria. Questa tende ad assumere tanti lavoratori fin quando la produttività marginale del lavoro è uguale al salario. Perciò quando la domanda del bene e il suo prezzo aumentano, la produttività marginale del lavoro aumentare all'impresa converrà assumere più lavoratori ed aumentare così la quantità prodotta.

Così, nel breve periodo, quando la quantità di capitale impiegata è fissa, mentre l'impresa cooperativa dei lavoratori tende ad offrire una minore quantità del bene prodotto al crescere della sua domanda, l'impresa capitalistica ha una curva di offerta di andamento normale.

Se ne deduce che l'andamento perverso della curva di offerta della cooperativa dei lavoratori non dipende dal fatto che il suo obiettivo è massimizzare il surplus per unità di input di un fattore (il reddito per lavoratore), mentre obiettivo dell'impresa capitalistica è di massimizzare il surplus totale (profitto totale), ma dipende dal fatto che nella cooperativa dei lavoratori l'input che è variabile nel breve periodo, il lavoro, è il fattore che assume l'altro (mentre nel capitalismo è il fattore L che viene assunto).


COMMENTO AI RISULTATI RAGGIUNTI

Il risultato più rilevante dell'analisi svolta è che nella cooperativa egualitaria, nel caso di un solo fattore variabile, al crescere del prezzo di un bene la quantità di lavoro impiegata per produrre quel bene si riduce. Questo è un risultato anomalo, denota l'inefficienza dell'impresa cooperativa.

In un'economia di mercato i fattori della produzione sono valutati in base al valore dei beni prodotti e il loro valore cresce al crescere del prezzo del bene. Perciò le regole dell'ottimo paretiano, suggeriscono che al crescere del prezzo di un bene i fattori della produzione vanno spostati dalla produzione dei beni ove il prezzo è costante alla produzione del bene il cui prezzo aumenta. Nell'impresa cooperativa, invece, accade l'opposto.

Anomalo è poi il risultato secondo il quale, al crescere della rendita che un'impresa cooperativa deve pagare, la quantità di lavoro in essa impiegata viene aumentata; l'anomalia consiste nel fatto che si è abituati a credere, che al crescere dei costi di produzione l'attività produttiva si riduce, perché se il mercato deve distribuire le risorse nel modo più efficiente, ogni volta che il costo di un bene aumenta sembra razionale spostare le risorse verso gli altri beni il cui costo di produzione non aumenta.

L'anomalia di questi risultati è spiegabile. A tal fine occorre notare che all'impresa cooperativa interessa aumentare il numero dei lavoratori che impiega, perché, dovendo pagare una somma fissa, gli conviene ripartirla tra il maggior numero di teste possibili (per ridurne il peso); ma, dall'altro lato, essa ha rendimenti decrescenti per ogni ora di lavoro in più impiegata e ciò la induce a ridurre il livello di occupazione. Se ciò è vero, un aumento della rendita da pagare, allo Stato o ai proprietari degli impianti, accresce il peso del primo fattore e induce ad accrescere l'occupazione; mentre un aumento del prezzo del bene accresce l'importanza della seconda considerazione rispetto alla prima e porta a ridurre l'occupazione.

Nell'analisi di breve periodo, dunque, un sistema di imprese cooperative sembra comportare una maldistribuzione delle risorse, dovuta agli effetti anomali considerati.

Si pensi allo spostamento della domanda da un prodotto ad un altro: se la domanda del prodotto A aumenta e quella del prodotto B si riduce, il sistema dovrebbe rispondere con un aumento della produzione di A e una diminuzione di B. ciò è quanto accade nel sistema capitalistico. Nel breve periodo, invece, il sistema di autogestione risponde erroneamente.

In base alle ipotesi fatte, la curva di offerta dei beni prodotti dall'impresa cooperativa è decrescente.

Anche quest'anomalia è ovvia; una curva di offerta crescente indica che i produttori rispondono alle richieste del mercato aumentando la loro offerta quando la domanda (e quindi il prezzo) aumenta; una curva di offerta decrescente indica, invece, che i produttori non rispondono alle richieste del mercato, anzi riducono la loro offerta quando la domanda aumenta.

Aspetto rilevante di tale inefficienza è, che il meccanismo che tende a livellare la produttività delle diverse imprese e i redditi dei loro operatori non funziona più. Se due imprese cooperative, una ricca e una povera, sono entrambe in equilibrio, non si tende allo spostamento di lavoratori da un'impresa all'altra nel breve periodo, perché farebbe ridurre il reddito medio di entrambe. Nel capitalismo l'aumento del prezzo di una merce induce a produrre di più e ciò ne consente la riduzione del prezzo; questo processo tende a livellare i guadagni di un dato fattore produttivo nelle diverse attività produttive. In un sistema di imprese cooperative, invece, quando la curva di offerta è decrescente, l'aumento del prezzo di una merce non attira non attira lavoratori, li respinge. Ciò comporta che i redditi di una data categoria di lavoratori potranno anche diversificarsi molto da impresa a impresa.

Punto essenziale è che in un'economia di imprese gestite dal lavoro, la mobilità del lavoro non tende ad eguagliare il valore del prodotto marginale tra imprese e industrie. Le analisi svolte mettono in luce che i lavoratori occupati proteggono la rendita che possono percepire quando gli affari vanno bene, rifiutandosi di aumentare il prodotto e l'occupazione.

Inoltre una curva di offerta decrescente può originare un equilibrio stabile o instabile. L'equilibrio stabile è un equilibrio che le forze del mercato tendono a raggiungere spontaneamente, se per qualche motivo ci si allontana da esso. Esso si ha quando la curva di offerta, pur decrescente, ha pendenza maggiore della curva della domanda. L'equilibrio instabile, invece, è un equilibrio che le forze di mercato non tendono a raggiungere spontaneamente, e si ha quando la curva di offerta decresce più lentamente della curva della domanda.

L'impresa cooperativa, dunque, può avere un equilibrio instabile, cioè può non essere in grado di raggiungere l'equilibrio.



Il caso dell'equilibrio stabile è raffigurato dalla fig.4, sulle ordinate sono segnati i prezzi e sulle ascisse le quantità e D è la curva della domanda, S1 lo è dell'offerta (più ripida della curva di domanda)e P è il prezzo di equilibrio. La figura mostra che, se per una qualche ragione, la curva della domanda si sposta da D a D1, le forze del mercato tendono a ristabilire l'equilibrio, che si sposta da P a P'; dopo lo spostamento della curva di domanda, al prezzo di equilibrio iniziale vi sarà un eccesso della domanda sull'offerta che farà aumentare il prezzo; questo eccesso di domanda non scompare fino al raggiungimento del nuovo equilibrio in P'.

Fig.4

L'equilibrio instabile, invece, si ha quando la curva dell'offerta decresce più lentamente della curva della domanda, analizzabile sempre tramite la fig.4; supposto che la curva di offerta sia ora la S2, se la curva di domanda si sposta da D a D', il nuovo prezzo di equilibrio sarà più in basso del prezzo di equilibrio iniziale (individuato dal punto Q ove s'incontrano la curva S2 e la D'), mentre le forze del mercato tenderanno a spingere il prezzo verso l'alto (perché al prezzo individuato da P vi sarà eccesso della domanda sull'offerta).

Quando l'equilibrio è instabile, il mercato non solo non risponde correttamente alle variazioni della domanda, ma non è neppure in grado di raggiungere un equilibrio.


DISTRIBUZIONE DEL REDDITO

IMPORTANZA DEI VALORI NELLE SCELTE SULLA DISTRIBUZIONE

I valori a fondamento delle differenti opinioni politiche sono soprattutto tre: giustizia, libertà ed efficienza.

Essi determinano ancora oggi le scelte politiche: la sinistra dà maggior peso alla giustizia, mentre la destra lo dà alla libertà.

L'idea che il socialismo persegue soprattutto l'uguaglianza tra gli uomini è generalmente condivisa, esso rientra nello schieramento politico della sinistra, l'idea che il fine principale di una società socialista sia di favorire una distribuzione più egualitaria, conduce a dire che una delle idee guida della sinistra è di ridurre le disuguaglianze retributive. L'impresa cooperativa è stata definita "impresa collettiva costituita fra i danneggiati della distribuzione con l'intento di ristabilire l'equilibrio distributivo". Ma l'impresa cooperativa davvero può raggiungere una migliore distribuzione del reddito?


REGOLA DISTRIBUTIVA DELL'IMPRESA COOPERATIVA

Secondo Keynes nell'economia cooperativa i fattori della produzione sono remunerati dividendo in proporzioni concordate il prodotto, e quando accade ciò, i presupposti della teoria classica sono rispettati, perché il mercato del lavoro raggiungerà l'equilibrio solo quando la produttività marginale del lavoro non diventi uguale alla sua disutilità marginale.

Un'economia cooperativa è il più semplice caso di una società in cui questo presupposto della teoria classica è rispettato, società in cui è rispettato il secondo postulato della teoria classica, quello per il quale la produttività marginale del lavoro è uguale, in equilibrio, alla sua disutilità marginale.

Di conseguenza, per Keynes in un'economia cooperativa vale la legge degli sbocchi. Ai suoi tempi la teoria economica delle cooperative di produzione non era ancora nata. Keynes si riferiva ad un tipo astratto di società, caratterizzato da una sorta di baratto.

La prima delle affermazioni di Keynes è inapplicabile alle cooperative come teorizzate da Ward e Vanek, perché l'idea che l'impresa cooperativa LMF capovolge il rapporto tra capitale e lavoro chiarisce che un sistema di imprese cooperative non è un'economia in cui tutte le quote di reddito attribuite ai diversi fattori siano prestabilite prima che inizi l'attività produttiva. Infatti, come nel capitalismo, il salario monetario è dato prima che inizi l'attività produttiva e il profitto è variabile, così in un sistema di imprese cooperative il rendimento del capitale, tasso d'interesse, è dato ed il reddito del lavoro è variabile.

L'affermazione di Keynes, tuttavia, ci aiuta a cogliere un aspetto del problema della distribuzione in un sistema di imprese cooperative. Secondo l'odierna teoria economica, in questo sistema la distribuzione del reddito prodotto tra gli aventi diritto non è determinabile né dopo lo svolgimento dell'attività produttiva né contemporaneamente alla decisione di cosa, quanto e come produrre, ma va determinata prima dell'inizio dell'attività produttiva, secondo regole indipendenti dalle decisioni dei soci.

Il solo modo di organizzare la distribuzione del reddito in un sistema di imprese cooperative è, perciò, quello di suddividere i lavoratori in serie di categorie, attribuendo a ciascuna un coefficiente, in modo che ogni lavoratore, stabilita la sua categoria di appartenenza, possa sapere prima dell'inizio dell'attività produttiva, la quota di reddito che gli verrà attribuita.

Per categoria di appartenenza si può intendere una certa specializzazione produttiva, con dati anni di esperienza.

La distribuzione non deve poter essere modificata da decisioni dell'assemblea dei soci.


SULLA DETERMINAZIONE SOCIALE DELLE QUOTE DISTRIBUTIVE

La distribuzione può essere socialmente determinata in modo da modificare le disuguaglianze distributive? I neoclassici sembrano negarlo, quando affermano che tutti i prezzi sono determinati dalla legge della domanda e dell'offerta. Ma mentre la domanda di lavoro da parte delle imprese dipende soprattutto dalle convenienze di breve periodo, l'offerta dipende in gran parte dalla domanda e varia in periodi di tempo molto più lunghi. Le imprese possono facilmente assumere e licenziare lavoratori, pertanto la domanda di lavoro varia continuamente al mutare delle condizioni di mercato. L'offerta di lavoro, invece, dipende soprattutto dalle specializzazioni professionali che i lavoratori acquisiscono durante i periodi di formazione, quindi è molto meno variabile. Dunque, legge della domanda e dell'offerta non determinano i prezzi dei fattori produttivi allo stesso modo di come determinano i prezzi dei beni.

Supponiamo che le quote distributive siano determinate socialmente, dal parlamento o da commissioni governative attribuenti coefficienti alle diverse categorie di lavoratori. A priori non vi è motivo di credere che, data una certa struttura delle quote socialmente determinata, la domanda di ciascuna categoria di lavoratori sia uguale all'offerta. Ma che avviene quando in un singolo mercato del lavoro non vi è equilibrio?

Se l'offerta di una certa categoria di lavoratori supera la domanda, le imprese assumeranno i lavoratori migliori, e chi resta a lungo disoccupato, prima o poi si dedicherà ad altro mestiere.

Se, invece, la domanda supera l'offerta, le imprese per un po' non potranno avere forza-lavoro più adatta alle loro esigenze. Anche in tal caso il mercato reagirà: la difficoltà di trovare lavoro altrove spingerà i disoccupati a dedicarsi ad attività lavorative ove le prospettive di occupazione sono migliori.

Ma quale sarà la distribuzione del reddito che la società vorrà favorire tramite le scelte del Parlamento? Ovviamente una distribuzione conforme agli ideali di giustizia. La giustizia distributiva comprende richieste tra loro concorrenti di diritti e bisogni, che combina il rispetto dell'uguaglianza, del merito, dei bisogni e dell'efficienza.

Una distribuzione che rispetti i principi di giustizia socialmente accettati è maggiormente realizzabile in una società ove la democrazia economica renda effettiva quella politica che non nel capitalismo.


PROBLEMA DEL SOTTOINVESTIMENTO

Dobbiamo partire dall'ipotesi che i soci della cooperativa che si autofinanzia, i quali devono decidere se fare un investimento o meno, perché quando lasceranno l'impresa non guadagneranno più i frutti dell'investimento e non avranno neppure più diritto alla restituzione della somma.

Considerano questa ipotesi, si è chiarito che nell'impresa cooperativa WMF sorge un grande contrasto di interessi tra chi pensa di lasciar presto l'impresa e chi, invece, di restarvi a lungo. Tale contrasto origina sotto-investimento, perché i lavoratori che prevedono di lasciare l'impresa, non vorranno rinunziare ad una parte degli utili correnti per autofinanziare l'impresa, e voteranno contro. Le decisioni d'investimento.

Con riferimento al sistema dei diritti di proprietà che esisteva nell'ex Jugoslavia, chi discute di teoria dell'investimento per l'impresa WMF, assume che il valore dello stock di capitale accumulato dall'impresa non possa essere ridotto, cioè che l'impresa non possa disinvestire capitale per distribuire maggior reddito ai soci.

Il divieto di disinvestire non è connaturato alla proprietà comune dei beni capitali dell'impresa, caratteristica della WMF.

Di conseguenza, anche a prescindere dal contrasto di interessi tra coloro che prevedono di lasciare l'impresa prima che l'investimento sia giunto a termine e coloro che, invece, prevedono di restarvi anche quando i ben capitali che ora si acquistano saranno obsoleti, alcuni investimenti che apparirebbero convenienti all'impresa non lo sono per la WMF in identiche condizioni. L'impresa capitalistica (o la cooperativa che può disinvestire), infatti, via via che accantona le quote di ammortamento, può sempre scegliere se conservare queste somme per sostituire l'impianto o distribuirle come utili; mentre la WMF deve sempre usare gli ammortamenti per sostituire gli impianti che si logorano, per non ridurre lo stock di capitale di cui dispone.

Per meglio distinguere le due tendenze al sottoinvestimento, si consideri che entrambe dipendono da un'attuazione dei diritti di proprietà; ma mentre la prima dipende dalla perdita per il singolo socio del diritto di riavere la sua quota del reddito dell'impresa in essa investito, la seconda dipende dalla perdita per il collettivo dei soci del diritto di riavere le somme usate per autofinanziamento e di distribuirle tra i soci.

Analiticamente la tendenza al sottoinvestimento si può vedere confrontando l'impresa cooperativa con la sua gemella capitalistica.

Un'impresa capitalistica compra una macchina il cui prezzo sia C e si prevede

o

che renda R lire ogni anno per T anni, perciò l'attuale valore del reddito futuro previsto è maggiore di C , cioè:

o




RL è il reddito lordo annuo dell'investimento, r il tasso di interesse (supposto costante), t è il tempo (anno di riferimento) e si suppone che una macchina fuori uso non abbia più valore.

Riguardo alla prima delle due ragioni di sottoinvestimento, invece: una cooperativa che si autofinanzia, ove coloro che prendono le decisioni prevedono di restarvi in media per un numero di anni P<T, comprerà la stessa macchina solo se:





Sicché esiste tendenza al sottoinvestimento ogniqualvolta i soci prevedono di restare in media nell'impresa WMF per un periodo minore alla durata dell'investimento.

La poca chiarezza permane.


SUL DIVIETO DI INVESTIMENTO: CRITICA A FURUBOTN E PEJOVINCH

Si distinguono due scuole, quella di Vanek e quella della Cornell University, che ha teorizzato solo la prima delle due tendenze al sottoinvestimento, e la scuola di Furubotn e Pejovich, o del Texas, che ha teorizzato soprattutto la seconda delle due tendenze: poiché la seconda tendenza comprende la prima, può sembrare che le analisi della scuola del Texas abbiano portata più generale.

Ma, come si è osservato, il divieto di disinvestimento non è connaturato all'impresa WMF. L'impresa autogestite con finanziamento interno (WMF) compra beni capitali col suo risparmio, perciò i suoi beni capitali sono di proprietà dell'impresa.

Quanto a F e P, essi non parlano in generale, di una WMF, ma di una WMF socialista, cioè di proprietà dello Stato, e, secondo loro, se lo Stato dà in usufrutto i suoi beni capitali ad un'impresa, questa non può venderli per ripartirne il ricavato tra i soci. Inoltre, un'impresa che vendesse i suoi beni capitali per distribuire il ricavato non darebbe ai suoi lavoratori il frutto del loro lavoro; essi dicono che ciò non è ammissibile in una società socialista. Tuttavia, il divieto di disinvestimento, per sua natura, non si ricollega neppure alla proprietà pubblica degli strumenti della produzione. Una LMF, infatti, che si finanzia con capitale preso a prestito, se di proprietà dello Stato, potrebbe essere autorizzata al disinvestimento, se i lavoratori vengono considerati responsabili dei prestiti ricevuti. Una LMF è un'impresa ove i lavoratori prendono a prestito capitale finanziario e comprano beni capitali che, generando maggior reddito, consentono di pagare gli interessi sul prestito; ma se volessero vendere i beni capitali dell'impresa (per far fronte ai loro debiti), non vi è ragione per negarglielo, avendoli essi stessi comprati.

Le difficoltà per l'investimento connesse al divieto di disinvestire sono, dunque, eliminabili eliminando il divieto di disinvestimento; e in quel che segue supporremo che l'impresa gestita dai lavoratori possa sempre liberamente disinvestire.


TENDENZA AL SOTTOINVESTIMENTO IN ASSENZA DEL DIVIETO DI DISINVESTIRE

L'orizzonte temporale dei lavoratori è rilevante per le decisioni di investimento dipende dal modo come si prendono le decisioni; perché i risultati saranno diversi, a seconda che le decisioni siano prese dai dirigenti o dai soci in assemblea, e saranno diversi anche a seconda dei sistemi di votazione prescelti.

Per semplificare le cose, assumiamo che le decisioni d'investimento vengano votate a maggioranza nelle assemblee dei soci e che ogni volta si tratti di decidere se un singolo investimento vada fatto o meno. In tal caso, l'orizzonte temporale dei lavoratori rilevante per le decisioni d'investimento non è il numero di anni per cui coloro che prendono le decisioni prevedono di restare nella cooperativa, ma l'orizzonte temporale più breve tra quelli di quanti danno un voto decisivo per la formazione dell'eventuale maggioranza a favore della decisione.

Ad es. in una cooperativa in cui vi siano 100 soci, la maggioranza a favore si forma se ci sono 51 soci che trovano conveniente l'investimento e, supponendo di disporre i soci in ordine decrescente, da colui che prevede di restare più a lungo per poi passare a quelli che prevedono di restare per un numero di anni via via minore, per la maggioranza è decisivo l'orizzonte temporale del socio occupante il cinquantesimo posto.

Poi nel valutare la convenienza di un investimento per un dato socio, occorre supporre che l'investimento non riduca i posti di lavoro, perché anche un investimento accrescente il reddito netto dell'impresa potrebbe non apparire conveniente al socio che temesse, di conseguenza, di perdere il suo posto di lavoro.

Altro punto da chiarire è che l'ipotesi che le somme che si investono saranno restituite ai soci alla fine dell'investimento è irrealistica, perché una cooperativa che abbia deciso di fare un investimento difficilmente deciderà di disinvestire al termine della vita dell'impianto, se l'iniziativa ha avuto successo. Ciò significa che ogni socio di una cooperativa sa che, deciso un investimento, esso verrà rinnovato quando l'impianto dovrà essere sostituito, e sa che le quote di ammortamento non verranno distribuite tra i soci se non in casi eccezionali.

Ciò significa che ogni socio sa che, deciso un investimento, potrà goderne i frutti finché resta nell'impresa, ma sa che non potrà riavere la sua quota della somma investita, anche se la durata dell'investimento è breve.

Essi potranno solo godere dei frutti dell'investimento, mentre chi investe in una s.p.a capitalistica gode dei frutti dell'investimento e può anche riavere la somma investita. Dunque, il socio di una cooperativa sa che, finché lavora in una cooperativa potrà godere dei redditi del suo lavoro, dei redditi capitali che investe nella cooperativa e dei profitti che l'impresa guadagna; ma sa che, se lascerà la cooperativa, continuerà a percepire i redditi dei capitali investiti nella cooperativa solo se trattasi di LMF, ma cmqe perderà gli incrementi di valore patrimoniale che la cooperativa accumulerà nel tempo.

In base alle argomentazioni di Vanek, la tendenza al sottoinvestimento nella WMF opera per tutti i soci, anche per quelli che prevedono di restare nella cooperativa per molti anni.

Ma ipotesi più realistica è che s ei soci sanno che, in regime di gestione collettiva, le somme che si investono nell'impresa non gli saranno restituite; l'orizzonte temporale di tutti i soci sarà minore, di regola, della durata dell'investimento, ogni socio vorrà fare l'investimento (quando la cooperativa è WMF) solo se: (8.3)

RN è il reddito netto annuo dell'investimento e p il periodo di tempo in cui il singolo socio prevede di restare nella cooperativa.

Nell'impresa capitalistica, invece, se si provvede al mantenimento della capacità produttiva accantonando somme per gli ammortamenti e il reddito addizionale dell'investimento, conseguentemente, è permanente, un investimento si fa se:




Occorre considerare, poi, le tendenze al sottoinvestimento della WMF poste in luce da Jensen e Meckling. Data l'intrasferibilità di quote di capitale da parte dei singoli in una WMF: i diversi soci non possono scegliere ognuno un diverso livello di rischio dell'investimento; ogni socio non può diversificare i rischi investendo in imprese diverse.

Per le suddette ragioni i soci richiederanno un saggio minimo di rendimento per i loro investimenti maggiore di quello richiesto nelle imprese capitalistiche.

Inoltre, i soci non vorranno fare investimenti particolarmente rischiosi, anche se il saggio di rendimento previsto è alto.

Un importante argomento contraddice parzialmente gli argomenti di Jensen e Meckling. L'impresa che si autofinanzia può distribuire titoli di credito ai soci, pari alle somme che avrebbero avuto se l'impresa non avesse deciso di autofinanziarsi. Ciò rende negoziabili le somme spese per autofinanziamento e trasforma la WMF in LMF, che non ha problemi rilevanti di sottoinvestimento.

Se ne deduce l'inaccettabilità dell'opinione di Pejovich, che, senza distinguere tra WMF e LMF afferma "dato che i dipendenti non possono diversificare i loro diritti di credito indisponibili sui redditi dell'impresa, le decisioni di lungo periodo da assumersi saranno ostacolate da resistenze conservatrici".

Il problema del sottoinvestimento, occorre considerare, verrebbe eliminato alla radice se si consentisse la vendita del posto di lavoro, poiché i soci saprebbero che potrebbero vendere tanto meglio il posto di lavoro quanto maggiori sono le prospettive di guadagno della cooperativa.


TENDENZA AL SOTTOINVESTIMENTO DELLA COOPERATIVA LMF

Consideriamo ora il comportamento relativo agli investimenti di una cooperativa LMF, che secondo Vanek non tende al sottoinvestimento.

Riguardo la scelta degli investimenti, la differenza fondamentale tra WMF e LMF è che chi investe in una LMF conserva le somme da lui conferite all'impresa quando la lascia. Se, dunque, supponiamo che tutti prevedano con certezza che l'impresa, fatto l'investimento, lo rinnoverà e che l'interesse pagato sulle somme che finanziano l'investimento sia il tasso d'interesse corrente, in tal caso al socio interessa il rendimento dell'investimento solo per il periodo in cui nell'impresa; sicché ogni socio vorrà fare un investimento solo se il saggio di rendimento annuo dell'investimento per il periodo in cui resta nell'impresa è maggiore del tasso d'interesse, e l'impresa farà l'investimento solo se vi sarà una maggioranza del 50+1 dei soci.

Gli investimenti hanno il duplice effetto di produrre reddito e di accrescere il valore patrimoniale dell'impresa. Le imprese capitalistiche tengono conto di entrambi gli effetti, quando decidono se e quanto investire; le imprese cooperative pure, LMF, tengono conto, invece, solo del reddito netto prodotto, e ciò comporta che per ogni socio la convenienza ad investire, se l'investimento è profittevole, è minore nell'impresa cooperativa che in quella capitalistica.

Questo risultato è conforme alla natura dell'impresa cooperativa LMF, impresa ove i soci non sono proprietari dei beni capitali che usano e ove i redditi di capitale sono divisi dai redditi di lavoro. Ma ciò che un investimento rende al di sopra del tasso di interesse corrente, il profitto dell'impresa, è reddito di capitale o di lavoro? E a chi spetta in una cooperativa di puro lavoro? Essendo i capitalisti esterni all'impresa, i profitti non possono andare ad essi, ma andranno ai lavoratori finché restano nell'impresa, quando la lasciano è perso.

Nella LMF sia la mancanza di capitale di rischio sia l'orizzonte limitato dei soci sono causa di sottoinvestimento.




SOTTOINVESTIMENTO E DIFESA DEL POSTO DI LAVORO

L'investimento serve ad accrescere le dimensioni dell'impresa e crea nuovi posti di lavoro; se l'obiettivo dell'impresa cooperativa non è solo di massimizzare il reddito pro capite, ma anche quello di rendere più sicuro il posto di lavoro, l'investimento dell'impresa, poiché viene deciso nell'interesse di coloro che potrebbero perdere il lavoro, è maggiore di quello di un'analoga impresa capitalistica.

L'investimento rende più sicuro il posto di lavoro, perché accresce il numero dei posti di lavoro e perché rafforza l'impresa, rendendo più difficile il fallimento.

Alcuni negano la tendenza al sottoinvestimento per un'altra ragione: nelle cooperative di grandi dimensioni, il potere decisorio dei soci è talmente disperso da ridursi a poco, ciò comporta che esso passi ai managers.

Se i managers hanno il potere di prendere decisioni nel loro interesse, l'impresa tende a massimizzare le vendite, secondo il modello marginale dell'impresa capitalistica.


INVESTIMENTO IN CAPITALE E IMPRESA COOPERATIVA

Le risorse di capitale e lavoro di un'impresa sono ad essa specifiche, se perdono valore quando vengono spostate in altre imprese.

Questa teoria di Grossman, Hart e Moore si basano sull'idea della coincidenza della proprietà col controllo. Il modello di cui trattasi identifica un'impresa coi suoi beni capitali e afferma che la proprietà conferisce il residuale controllo sulle attività patrimoniali dell'impresa. La proprietà di un bene, secondo questa concezione, conferisce il diritto di poter escludere altri dall'uso del bene di cui trattasi.

Questa concezione dell'impresa basata sui diritti di proprietà si basa sul ruolo dei beni capitali fisici, non sul capitale umano. Ma i diritti di controllo sono importanti, perché influenzano la forza contrattuale delle due parti del rapporto di lavoro e perché determinano la divisione del surplus dell'impresa, ma anche perché influenzano gli incentivi ad investire in capitale fisico e umano. Quest'ultima influenza spiega perché la fusione di due imprese produce benefici ambigui: mentre, infatti, chi acquista un'altra impresa avrà maggiore incentivo ad investire in capitale fisico ed umano, il proprietario dell'impresa acquisita perde i suoi diritti di controllo e avrà minore incentivo ad investire.

Quanto detto serve a spiegare la fondamentale differenza tra imprese capitalistiche e imprese cooperative circa il problema del surplus e degli incentivi. Se un'impresa capitalistica viene trasformata in cooperativa, il controllo dei beni capitali passa dai vecchi proprietari al collettivo dei lavoratori e i risultati di efficienza non si possono predire a priori. Se supponiamo, infatti, che dopo la trasformazione in cooperativa i vecchi managers restano al loro posto, chiaramente il passaggio del controllo ai lavoratori farà comporterà che il vecchio gruppo dirigente vedrà ridotti il surplus di cui godrà e i suoi incentivi a ben operare, mentre i lavoratori vedranno accresciuti la loro parte di surplus e i loro incentivi a produrre di più e ad investire in capitale umano.

Ciò spiega perché nelle cooperative vi è maggiore propensione ad investire in capitale umano.


CENNI SUL PROGRESSO TECNICO

Nel moderno sistema industriale l'attività innovativa esclusivamente all'imprenditore, ma soprattutto ai tecnici, considerati da Veblen il 4° fattore della produzione; ciò significa che il problema delle innovazioni non ha molto di specifico per le cooperative.

Lo stato dell'industria dipende da un processo determinato in gran parte dalla conoscenza passata. Di conseguenza, lo stato delle arti è in buona parte una faccenda di interesse collettivo, portata avanti dalla popolazione industriale. Ciò suggerisce che le cooperative, ove l'interesse collettivo si estende a tutti i soci, hanno un certo vantaggio nell'innovazione e introduzione di nuove tecniche. Ma è fondata anche l'opinione contraria, basata sul ruolo ridotto, nelle cooperative, delle iniziative individuali di chi comanda l'impresa.

Scritto rilevante a riguardo è quello di Lazonick, 03, che ricerca le condizioni sociali dell'impresa innovativa, e parte dall'idea che il progresso tecnico è un processo collettivo ed incerto, osserva che un'analisi degli sviluppi economici di successo del 20° secolo porta ad identificare tre condizioni sociali dell'impresa innovativa: integrazione organizzativa, affidamento finanziario, controllo strategico. Condizioni sociali riflettenti l'importanza del controllo organizzativo sull'allocazione delle risorse.

Secondo L. l'integrazione organizzativa crea incentivi per tutti i partecipanti all'attività produttiva ad impegnarsi nel perseguimento degli scopi dell'organizzazione. Aspetto organizzativo più interessante a riguardo è la progressione di carriera, che lega i lavoratori all'impresa e fa sì che le conoscenze acquisite via via dai lavoratori non vadano perse dall'impresa. L'aspettativa di partecipare ai guadagni dell'impresa tramite progressi di carriera è la motivazione principale dello sforzo di innovazione. Poiché il lavoratore è più legato all'impresa in una cooperativa ce in un'impresa capitalistica, poiché il posto di lavoro è più sicuro, nel perseguire l'innovazione le cooperative possono avere un vantaggio competitivo.

Altre osservazioni di L. è che il progresso tecnico non è finanziato tramite emissione di azioni e che, data la natura delle innovazioni, è sul controllo strategico che bisogna puntare per favorire l'attività innovativa, e il controllo strategico lo è interno, da parte di coloro che vivono nell'organizzazione.


DIFFICOLTA' DI FINANZIAMENTO PER L'IMPRESA COOPERATIVA

Grandi sono le difficoltà di finanziamento per la nascita delle cooperative, perché a chi ha un capitale proprio non conviene fondare una cooperativa, in quanto dovrebbe condividere con altri il diritto di prendere decisioni e i guadagni: le cooperative, pertanto, nascono per iniziativa di coloro che non hanno un capitale proprio e hanno difficoltà a trovare finanziamenti nella fase iniziale della loro attività.

Per questo i fautori della cooperazione hanno sempre sostenuto la necessità di creare istituti di credito col compito di finanziare le cooperative.

Man mano che le cooperative crescono le difficoltà di finanziamento si attenuano, perché una cooperativa già funzionante ha impianti e macchinari sui quali i creditori possono rivalersi.

Tuttavia un prestito ad una cooperativa è considerato più rischioso di un prestito ad un'impresa capitalistica, poiché i soci di una cooperativa, non avendo capitali propri, non possono pagare i debiti contratti dall'impresa in caso di insolvenza.

Per chiarire meglio il problema, bisogna distinguere tra cooperative di produzione finalizzate dall'interno e cooperative di produzione finalizzate dall'esterno. Di questi due tipi di cooperative sappiamo il tipo puro (ideale), che vale a contrapporre le imprese gestite dai lavoratori a quelle gestite dai capitalisti, ovvero le LMF.

Ma vi è un'altra ragione per la quale le LMF vanno preferite: mentre le WMF hanno tendenza al sottoinvestimento, le LMF non necessariamente lo hanno.

Circa il problema della difficoltà di finanziamento per l'impresa LMF, è stato posto dalla letteratura nel seguente modo: chi finanzia un'impresa democratica teme di perdere i suoi soldi, perché i soci dell'impresa, non essendo capitalisti, non danno sufficienti garanzie. Chi finanzia un'impresa, inoltre, è disposta tanto più a concedere un prestito, quanto più l'impresa si autofinanzia, perché chi è disposto a rischiare il suo capitale mostra di avere fiducia nella sua iniziativa; il finanziatore esterno di un'impresa, pertanto, chiederà un tasso di interesse tanto più alto quanto minore è la percentuale degli investimenti finanziata con capitale di prestito.. se, pertanto, un'impresa autogestite è una LMF e si finanzia solo con capitale di prestito, il rischio di insuccesso per i soci dell'impresa sarà massimo.

Per la LM la difficoltà di reperire fondi dipende dal fatto che, se la responsabilità è limitata, all'impresa conviene comportarsi opportunisticamente, usando i fondi per il consumo di chi prende le decisioni o facendo investimenti particolarmente rischiosi; nel caso, infatti, i guadagni vanno all'impresa, mentre le perdite sarebbero sopportate solo da chi fornisce i fondi.


POSSIBILI RIMEDI ALLE DIFFICOLTA' DI FINANZIAMENTO DELLE LMF

LMF sono le imprese democratiche che possono avere in maggior misura difficoltà a reperire il capitale necessario al loro sviluppo. Quale può essere la soluzione?

Per Dreze la soluzione è di stipulare contratti di finanziamento per i quali i rischi vengono sopportati dai finanziatori. Dreze richiama a riguardo la teoria dei contratti impliciti, che ha chiarito come nell'impresa capitalistica è regola stipulare contratti taciti in base ai quali i lavoratori si contentano di percepire un salario minore in cambio dell'impegno del datore di lavoro di non ridurre le paghe in periodi di crisi.

Stessa cosa dovrebbe avvenire nelle imprese gestite dai lavoratori, nelle quali anche i soci hanno interesse a trasformare il loro reddito variabile in fisso stipulando contratti, coi finanziatori dell'impresa, che trasferiscono i rischi dell'attività economica dai lavoratori ai capitalisti.

Per chi cerca una diversa soluzione al problema in esame, pertanto, i problemi da discutere sono:

- se l'impresa gestita dai lavoratori che avesse difficoltà di finanziamento possa emettere azioni senza diritto di voto

- se essa possa autofinanziarsi in modo da non perdere la natura di LMF.

L'autofinanziamento è consentito se consiste nell'emissione, da parte dell'impresa, di obbligazioni o azioni senza diritto di voto, sottoscritte individualmente dai lavoratori dell'impresa. La LMF è l'impresa cooperativa ove i redditi di lavoro sono distinti dai redditi di capitale e dove il potere decisionale spetta solo ai lavoratori; essa, quindi, può anche autofinanziarsi, ma tramite emissione di obbligazioni sottoscritte dai singoli soci. In tal caso l'impresa deve assegnare ai suoi soci-lavoratori un ammontare di titoli pari agli utili che essi non vengono a percepire.

L'autofinanziamento, inoltre, serve a garantire i finanziatori esterni; a tal fine, perciò, i titoli distribuiti ai soci in occasione dell'autofinanziamento, se possono essere liberamente venduti, devono essere nominativi.

Il caso del finanziamento tramite titoli sottoscritti dai soci va diviso in due sottocasi: quello dell'emissione di titoli da distribuire solo ai soci; e quello dell'emissione di titoli da distribuire in parte ai soci e in parte a chi voglia acquistarli.

Nel primo caso si crea un conflitto di interessi sull'entità del reddito da attribuire ai titoli, perché maggiore è il reddito di capitale pagato sui titoli, minore sarà il reddito di lavoro da attribuire ai soci. Tale conflitto è tra chi vuole retribuire meglio i titoli e chi vuole assegnargli una quota di reddito minore. Entrambi i casi, poi, originano un conflitto di interessi sul quantum di titoli da assegnare ai soci. Alcuni vorranno un autofinanziamento cospicuo, altri lo vorranno di piccola entità, per aumentare la quantità di surplus distribuita in denaro.

Per Hansmann il caso di titoli a reddito variabile distribuiti solo ai soci, mette in luce il conflitto di interessi che si viene a creare tra soci che hanno accumulato più titoli dell'impresa e soci che ne hanno accumulato di meno, se, ogni volta che si ripartisce il residuo, occorre decidere quanto va assegnato come reddito di capitale e quanto come reddito di lavoro.

Non sembra, tuttavia, che vi siano ostacoli insuperabili per l'autofinanziamento di un LMF tramite la distribuzione di obbligazioni ai soci, cioè tramite l'assegnazione di titoli a reddito fisso.

Argomenti a sostegno dell'autofinanziamento delle LMF si traggono dalla letteratura sul problema del signalling: ogni atto di autofinanziamento è un segnale lanciato all'esterno che la situazione dell'impresa è buona, tanto da indurne i responsabili ad investire capitale dell'impresa in nuove iniziative. Noto a riguardo è il modello di Leland e Pyle del 77, secondo il quale un segnale di buona salute di un'impresa è la scelta degli azionisti di maggioranza di detenere azioni in quantità maggiore di quella occorrente per mantenere il controllo della società.

La proposta discussa in questo paragrafo è simile a quella fatta da Zevi, ovvero di rivalutare il meccanismo del ristorno, e di favorire la prassi di usare il ristorno non per erogazioni in contanti, ma come aumenti di capitale, da distribuire ai soci proporzionalmente all'intensità del rapporto mutualistico. Nelle cooperative esistenti i soci apportano un capitale quando entrano nella cooperativa; usando il ristorno per autofinanziare l'impresa, attribuendo al contempo ai soci nuove quote di capitale, pertanto, la dotazione di capitale in proprietà dei singoli soci si accrescerebbe periodicamente.

Trattasi, quindi, di una proposta simile a quella di cui si è detto; ma quali sono le differenze?

La prima differenza è che mentre la proposta della letteratura economica odierna, P, afferma che all'atto dell'autofinanziamento delle LMF, bisogna attribuire ai soci obbligazioni nominative o azioni senza diritto di voto liberamente vendibili sul mercato, la proposta di Zevi, Z, è di assegnare ai soci quote di capitale dell'impresa cedibili sul mercato quando cessa il rapporto associativo.

Dunque, mentre nella proposta P chi vende a terzi i suoi titoli cede solo un'attività patrimoniale e non la qualifica di socio della cooperativa, nella proposta Z chi vende la propria la propria quota di capitale della cooperativa rende socio l'acquirente. Per Zevi, inoltre, consentire la cessione di titoli rappresentativi della ricchezza accumulata comporta, che possono diventare soci delle cooperative anche soggetti non interessati al rapporto mutualistico. Secondo Zevi, la proposta Z avrebbe l'inconveniente di entrare in contrasto col principio della porta aperta.

Zevi, perciò, considera anche un'alternativa alla cessione del posto di socio, quella di obbligare la cooperativa a rimborsare il capitale al socio che recede; ma ciò creerebbe altre difficoltà per la cooperativa, il cui capitale verrebbe a ridursi ogni qual volta un socio receda.

La proposta P è preferibile alla proposta Z.


AUTOFINANZIAMENTO E SOTTOINVESTIMENTO

L'impresa cooperativa che si finanzia tramite reinvestimento degli utili creando una commistione tra redditi di lavoro e redditi di capitale ha maggiore tendenza al sottoinvestimento, mentre l'impresa che si finanzia tramite capitale esterno può originare sottoinvestimento, ma anche sovrainvestimento.

Terzo caso da considerare è quello dell'impresa che si autofinanzia tramite la sottoscrizione di obbligazioni da parte dei soci lavoratori decisa a maggioranza. Il caso particolare da esaminare, dunque, è quello di un'impresa che decide a maggioranza di autofinanziarsi con gli utili non distribuiti e che, per tener distinti i redditi di capitale dai redditi di lavoro, distribuisce ai soci obbligazioni pari al valore degli utili, da retribuire ad un saggio d'interesse fisso. Questo caso origina sottoinvestimento?

Dato che l'impresa in questione tiene distinti i redditi da lavoro dai redditi di capitale, ovvero dato che i soci che finanziano l'impresa restano titolari delle obbligazioni assegnategli anche se lasciano l'impresa, non vi può essere sottoinvestimento dovuto al timore di non recuperare il capitale che si è conferito.

Alcuni soci, tuttavia, non vorranno investire, perché preferiranno percepire gli utili guadagnati dall'impresa.

Ma se l'autofinanziamento in oggetto non comporta un rischio rilevante di sottoinvestimento, comporta un altro inconveniente: i soci di una cooperativa sono anche finanziatori, il rischio per costoro aumenta soprattutto se i titoli assegnatigli, che devono essere nominativi, non sono negoziabili, perché si riduce la possibilità di diversificare i rischi lavorando in un'impresa e investendo in altre.


FINANZIAMENTO MEDIANTE AZIONI

Occorre ora verificare se l'impresa gestita dai lavoratori possa emettere azioni, con o senza diritto di voto. Meade, 93, ha proposto un sistema in cui l'impresa è in parte dei lavoratori ed in parte dei capitalisti, ove, quindi, il finanziamento mediante azioni è la regola. Ma quello di Meade è un sistema misto. Il finanziamento dell'impresa cooperativa con azioni aventi diritto di voto, tende a poco a poco a trasformare l'impresa cooperativa in capitalistica. Così, in ogni proposta dell'autogestione può sembrare opportuno escludere il finanziamento tramite azioni con diritto di voto.

Diverso è il caso di finanziamento tramite emissione di azioni senza diritto di voto o obbligazioni a reddito variabile.

La proposta di consentire alle cooperative di emettere azioni senza diritto di voto non contrasta, infatti, con la logica dell'autogestione, perché come nel capitalismo talora i lavoratori partecipano agli utili, così in un sistema di imprese cooperative si può avere la partecipazione dei capitalisti agli utili.

La ripartizione del residuo tra soci e capitalisti esterni alla difficoltà secondo la quale, va incontro, tuttavia, alla difficoltà secondo la quale, stabilite le quote che vanno agli uni e agli altri, queste dovrebbero rimanere costanti, perché è irragionevole modificare periodicamente la ripartizione del residuo tra le parti. Ciò comporterebbe la possibilità di fare un solo contratto con i sottoscrittori di azioni senza diritto di voto, ovvero la possibilità dell'emissione di queste azioni una sola volta.



Anche qui sussiste un problema di compatibilità tra gli incentivi. Ai soci di una cooperativa che si finanzia con azioni senza diritto di voto, interessa fare investimenti che rendono più piacevole il loro lavoro, ma non originano rendimenti sufficienti. Numerose sono le opposizioni a riguardo. Ad esempio, gli investimenti possono essere fatti per rendere più sicuro il posto di lavoro, anche se non rendono monetariamente.

Ulteriore obiezione contro la proposta del finanziamento tramite titoli a reddito variabile è che, così facendo, si può creare un contrasto di interessi tra soci lavoratori-finanziatori e soci lavoratori. Si pensi all'opzione di fare investimenti particolarmente redditizi ma anche rischiosissimi, che potrebbero far perdere i posti di lavoro. In tal caso è possibile che i soci finanziatori possano essere favorevoli all'investimento, mentre i soci solo lavoratori no.

Occorre considerare, infine, che una volta che i lavoratori di una cooperativa avranno concesso ad altri il diritto a parte degli utili percepiti dall'impresa, vorranno naturalmente spingersi oltre, cioè decideranno di condividere sia il rischio che il controllo coi capitalisti esterni, emettendo normali azioni con diritto di voto. Ma con ciò realizzeranno un ritorno al capitalismo.


LA LMF TENDE A FARE INVESTIMENTI PARTICOLARMENTE RISCHIOSI?

Si può credere che i soci di un'impresa democratica tendono a fare investimenti particolarmente rischiosi perché, in qualità di lavoratori, sono remunerati esclusivamente col residuo, ed hanno interesse a fare investimenti particolarmente rischiosi perché, se l'investimento va a buon fine, guadagneranno di più, altrimenti abbandoneranno la cooperativa, lasciando insoddisfatti i creditori esterni.

Trattasi di una tendenza inesistente. Al socio-lavoratore, infatti, interessa soprattutto la sicurezza e stabilità del suo reddito, perciò avrà una bassa propensione al rischio.

Nell'impresa capitalistica, invece, chi decide gli investimenti bada solo all'interesse dei proprietari dell'impresa e non anche a quello dei lavoratori.

L'argomento è stato discusso da Hansmann, 96, che, nell'esaminare vantaggi e svantaggi delle imprese gestite dai lavoratori, si chiede se è vero che esse tenderebbero a fare investimenti meno rischiosi per il fatto che i lavoratori non possono lavorare in più imprese contemporaneamente. Secondo H. l'esperienza non conferma quest'ipotesi, perché molte imprese cooperative agiscono in settori ad alta intensità di capitale, fanno investimenti particolarmente rischiosi e percepiscono redditi molto variabili.

È probabile che l'impresa gestita dai lavoratori tenderà a fare investimenti meno rischiosi.


I RISCHI DI CHI FINANZIA UNA LMF CON CAPITALE DI PRESTITO

Valutiamo ora se sussistono particolari difficoltà nel raccogliere fondi per una LMF che si autofinanzi in parte con obbligazioni a reddito fisso con decisioni prese a maggioranza.

Questo problema non è discutibile in via generale, ci limiteremo a trattarlo per due casi particolarmente significativi.

La nascita di nuove imprese è fondamentale per il buon funzionamento di imprese democratiche, ma, come sappiamo, è particolarmente difficile nel caso in cui la gestione delle imprese sia affidata ai lavoratori.

Ripetiamo che sono interessati a fondare un'impresa democratica solo coloro che non hanno un proprio capitale e particolari doti imprenditoriali. È chiaro, allora, che per creare un'impresa democratica, la principale difficoltà sta nel reperire i fondi necessari per l'investimento.

Diverso, invece, è il caso delle imprese già esistenti in cerca di fondi.

Chi finanzia un'impresa democratica rispetto a chi finanzia una società per azioni ha lo svantaggio di non poter scegliere se comprare azioni o obbligazioni.

Inoltre, il rischio per i finanziatori della LMF è minore di quello per i finanziatori si una spa, perché, mentre in quest'ultima il lavoro è retribuito prima del capitale, nelle imprese cooperative il capitale di prestito è retribuito prima del lavoro. Nelle imprese capitalistiche il lavoro è retribuito mensilmente, mentre il capitale di prestito lo è ad intervalli lunghi e il capitale di rischio si appropria del residuo; nelle cooperative, invece, è il lavoro che viene retribuito per ultimo. Un prestito ad una cooperativa, pertanto, è più garantito.

Nelle imprese democratiche, per garantire i finanziatori esterni, è opportuno che le obbligazioni assegnate ai soci diano diritto a percepire gli interessi solo dopo il pagamento dei finanziatori esterni. Dunque, è opportuno che l'impresa democratica emetta due categorie di obbligazioni, quelle distribuite ai soci a seguito di una decisione dei managers e quelle offerte a chiunque voglia acquistarle (privilegiate).

Dunque, le imprese democratiche hanno maggiori difficoltà di finanziamento rispetto alle spa; questa è la conclusione di Hansmann.


DISOCCUPAZIONE E IMPRESA GESTITA DAI LAVORATORI

IMPRESA COOPERATIVA E DISOCCUPAZIONE NELLA LETTERATURA CORRENTE

Nell'odierna letteratura sulle cooperative l'idea prevalente sembra essere che la gestione delle imprese da parte dei lavoratori tenda ad aggravare il problema della disoccupazione. L'equilibrio (di breve periodo) dell'impresa cooperativa si è visto caratterizzato da un più alto rapporto capitale-lavoro rispetto all'impresa capitalistica, ciò significa che, a parità di capitale accumulato, la disoccupazione è maggiore in un sistema di imprese cooperative.

L'idea che la curva di offerta dell'impresa cooperativa possa essere decrescente rafforza la precedente conclusione; ogni aumento di domanda, si crede, invece di ridurre l'occupazione, l'accresce.


LA DISOCCUPAZIONE PER ALTI COSTI DEL LAVORO

Secondo l'attuale pensiero neoclassico la disoccupazione nel capitalismo dipende soprattutto dall'alto costo del lavoro. Tra le più note teorie della disoccupazione per alto costo del lavoro ricordiamo: t. dei salari di efficienza, t. degli insiders e degli outsiders, t. dell'isteresi.

Una considerazione elementare da farsi è che in un sistema di cooperative, non essendovi un costo del lavoro, non vi può essere nessuno dei tipi di disoccupazione considerati.

Iniziamo con l'esaminare la teoria dei salari di efficienza: i salari sono tenuti alti, innanzitutto, per indurre i lavoratori a lavorare bene, perché un lavoratore ben retribuito si sente gratificato. La teoria, poi, considera un effetto rotazione che spiega gli alti salari col desiderio dell'impresa di non perdere lavoratori per dovere poi assumere altri, coi relativi costi di addestramento. Ma ancor più importante sembra l'effetto selezione, che nasce dal desiderio di attirare all'impresa e di trattenere i lavoratori migliori.

Questi intenti sono comuni all'impresa capitalistica e a quella cooperativa. Ma, a differenza dell'impresa capitalistica, l'impresa cooperativa, gestita dai lavoratori, non può raggiungere questi obiettivi aumentando il compenso, poiché in essa i lavoratori non sono retribuiti col salario, ma con una quota predeterminata del reddito guadagnato dall'impresa.

Quanto alla teoria degli insiders e outsiders, esso concepisce il mercato del lavoro come diviso in due tronconi, con gli interni che influenzano il livello dei salari. Tale teoria non necessariamente richiede l'esistenza dei sindacati, perché il potere degli insiders viene spiegato coi costi di licenziamento e i costi di assunzione. Interessante è poi rilevare che gli esterni non diventano subito interni quando vengono assunti, perché la regola per i licenziamenti è che quelli che sono entrati per ultimi, perdono per primi il posto di lavoro: ciò fa sentire tranquilli gli interni che lavorano da tempo nell'impresa, di non perdere il posto quando i salari salgono. Questo spiega perché i salari salgono ad un livello più alto di quello che assicura la massima occupazione.

L'idea principale di questa teoria riguarda la cooperazione nelle attività produttive, che è maggiore o minore a seconda della coesione sussistente tra i lavoratori di un'impresa. Lindbeck e Snower si servono di quest'idea, per chiarire perché non sussiste concorrenza al ribasso sui salari quando vi è disoccupazione e perché, quindi, spesso l'equilibrio si raggiunge quando l'offerta di lavoro supera la domanda. Secondo loro alle imprese non interessa sostituire coloro che lavorano in esse con lavoratori a più bassi salari, perché temono che gli insiders giudichino scorretto tale comportamento e si rifiutino di collaborare coi nuovi venuti. Ma anche i lavoratori esterni non sarebbero interessati a offrire il loro lavoro a salari più bassi, perché, se lo facessero, sarebbero male accolti dagli insiders, in quanto visti come ladri di posti di lavoro. La mancata collaborazione dei lavoratori esistenti coi nuovi venuti può anche pregiudicare la produttività.

Che i lavoratori occupati tendono a difendere i propri interessi e ostacolino le nuove assunzioni per non veder abbassare il livello dei loro guadagni è uno degli aspetti salienti della teoria delle cooperative di produzione di Ward e Vanek. Ciò potrebbe indurre a credere che la teoria degli insider e otusiders si applichi anche all'impresa democratica. Ma gli interni ad una cooperativa di produzione hanno un reddito determinato dalle forze del mercato, perciò in un sistema di imprese democratiche gli interni non hanno il potere di far salire i salari in modo che si generi disoccupazione.

Anche per la teoria degli insiders e outsiders la disoccupazione in oggetto è da alto costo del lavoro, che non può esistere in un sistema di imprese democratiche, ove, per definizione, un costo del lavoro non esiste.

Circa la teoria dell'isteresi, coloro che lavorano tendono a spingere i salari così in alto da impedire nuova occupazione.

Contro l'argomento di questo paragrafo si osserva talora che esso sarebbe puramente nominalistico perché, se l'impresa cooperativa tende ad aumentare l'occupazione fin quando la produttività del lavoro è maggiore del suo prodotto medio, ciò significa che ogni aumento di occupazione anche in questo tipo di impresa è precluso dal fatto che la remunerazione del lavoro è troppo alta. Se, infatti, i lavoratori si accontentassero di guadagni più bassi, l'occupazione potrebbe crescere.

L'obiezione, tuttavia, confonde i costi coi ricavi. In una cooperativa non è l'alto costo del lavoro ad impedire l'impiego di più lavoratori, ma le scelte massimizzanti dei lavoratori occupati; ciò significa che la disoccupazione può dipendere dall'alto livello delle retribuzioni di chi già lavora, ma può essere anche etichettata come disoccupazione per alto costo del lavoro.

In un sistema di imprese cooperative il guadagno dei lavoratori non è determinato da domanda ed offerta di lavoro e, perciò, non tende a diminuire se l'offerta di lavoro supera la domanda, ciò significa che la disoccupazione , se c'è, non può dipendere dall'alto costo del lavoro.

Un sistema di imprese democratiche appare avere il pregio di far scomparire tutta la disoccupazione dovuta all'alto costo del lavoro.


KALECKI E LA PIENA OCCUPAZIONE

Secondo K. I governi spesso fanno politiche di spesa pubblica per aumentare la domanda globale e favorire così la piena occupazione, ma gli industriali non le accettano volentieri.

Secondo K. quest'opposizione degli industriali ha tre ragioni di essere: 1) avversione per l'intervento pubblico nell'economia; 2) avversione per l'intervento nel mercato del lavoro per regolare il livello di occupazione; mutamenti sociali e politici dovuti al mantenimento della piena occupazione.

Queste ragioni scomparirebbero in un sistema di cooperative di produzione, perché eliminata la lotta di classe, i lavoratori delle imprese democratiche non avrebbero interesse a contrastare l'intervento pubblico nell'economia, ma lo favorirebbero, soprattutto quando tende a raggiungere la piena occupazione.

Secondo K. in un sistema di laisser-faire il livello di occupazione dipende maggiormente dallo stato della fiducia, perché le crisi economiche nascono, per lo più, quando il diffondersi della sfiducia sul futuro dell'economia causa una caduta degli investimenti privati. Ciò mette i capitalisti in grado di esercitare un potente controllo indiretto sulla politica del governo, e gli industriali usano questo potere per contrastare la spesa pubblica ostacolante il libero funzionamento delle leggi di mercato.

K. osservava a riguardo che, diffusa l'idea che il governo è sempre in grado di intervenire per far crescere l'occupazione, gli industriali perdono il ruolo di cui si è detto.

Inoltre, secondo K., anche se l'opposizione degli industriali alla spesa pubblica fosse superata, il mantenimento della piena occupazione causerebbe mutamenti sociali e politici che darebbero nuovo impeto all'opposizione degli industriali.

Col protrarsi della piena occupazione, inoltre, i sindacati diventerebbero più forti, i lavoratori si sentirebbero più sicuri.

Per K. l'alto livello della domanda da cui nasce la piena occupazione fa lievitare i profitti; ma i dirigenti industriali apprezzano più la disciplina nelle fabbriche che gli alti profitti e, quindi, favoriscono periodi di bassa domanda globale per tenere a freno le rivendicazioni operaie.

Se sono vere queste argomentazioni di K., nel capitalismo la classe ordinaria si rafforza nelle fasi di espansione e ciò smentisce la tesi di Marx secondo cui la prosperità riduce la spinta rivoluzionaria; ed, in effetti, le argomentazioni di K. sono state considerate una secca smentita delle tesi marxiane.


COOPERATIVE E CRISI SECONDO KEYNES

Nella "Teoria generale" del 33, Keynes distinse tra economia cooperativa ed economia imprenditoriale, per argomentare che nell'economia cooperativa la domanda globale non può fluttuare e vale la legge di Say; ciò porta a dire che la disoccupazione involontaria debba esser considerata caratteristica di un'economia di mercato basata sul lavoro salariato. Per K. l'economia cooperativa è caratterizzata dal fatto che, i fattori della produzione sono remunerati dividendo in proporzioni concordate il prodotto dell'attività cooperativa; e, secondo lui, quando ciò avviene, vale il secondo postulato della teoria classica e non sussistono ostacoli ad occupare nuovi lavoratori finché la produttività marginale del lavoro è maggiore della sua disutilità.

La considerazione che in un'economia cooperativa valga la legge degli sbocchi indusse K ad affermare che, la distinzione tra un'economia cooperativa ed una imprenditoriale si collega ad un'osservazione di Marx, secondo la quale la natura dell'attuale produzione un caso C-M-C', come spesso gli economisti sembrano supporre, cioè di scambio di merci, C come sforzo produttivo e M come moneta, bensì un caso di M-C-M', cioè di scambio di moneta con merci per ottenere più moneta; ove invece l'economia cooperativa è un caso di C-M-C'.

Per questa via K. fu portato a credere che le crisi di sovrapproduzione sono impossibili nelle società ove la natura della produzione è un caso di C-M-C'.

A giudizio di più autori le idee di K. espresse nel 33 sono giuste.

A noi, invece, sembra chiaro che la legge di Sa non vale in un sistema di imprese democratiche, perché la loro funzione di investimento, se del tipo LMF, è identica a quella delle imprese capitalistiche, perciò la domanda globale può fluttuare. Tuttavia nelle imprese democratiche vale il 2° postulato della teoria classica, perché i lavoratori possono liberamente organizzarsi e gli converrà, perciò, lavorare per il numero di ore che gli assicura la massima soddisfazione, finché l'utilità marginale della merce prodotta non eguagli la disutilità marginale del lavoro occorrente per produrla.

Tuttavia la piena validità del 2° postulato della teoria classica in un'impresa cooperativa vale se tutti i lavoratori abbiano le stesse preferenze, ma cosa accade quando non le hanno? In tal caso o si lasciano i soci liberi di scegliere ognuno una diversa durata del lavoro o di decidere a maggioranza quale deve essere la durata del lavoro per tutti. Nel primo caso sussisteranno difficoltà organizzative per l'impresa, infatti, se la remunerazione avviene in base alle ore lavorate, ai soci non converrà livellare la disutilità marginale del lavoro con l'utilità marginale del suo prodotto.

Sembra perciò ragionevole assumere che le imprese si organizzeranno stabilendo, a maggioranza, una durata della giornata lavorativa eguale per tutti.


LA DISOCCUPAZIONE KEYNESIANA E LE COOPERATIVE

COSA ACCADE IN UN SISTEMA DI IMPRESE DEMOCRATICHE IN CUI LA LEGGE DI Say non vale, ma vale il 2° postulato?

Se la legge di Say non vale e il reddito nazionale viene determinato alla maniera keynesiana, ogni calo della domanda globale genera una riduzione del numero di ore complessivamente lavorate. Ma, nel caso, se le decisioni sui licenziamenti vengono prese in assemblea o nell'interesse di tutti i lavoratori, questi non vorranno licenziarsi gli uni con gli altri. In un'impresa gestita dai lavoratori, infatti, se la maggioranza licenziasse i lavoratori superflui all'occasione, si creerebbe uno stato di tensione e di reciproco sospetto, che ostacolerebbe il buon funzionamento dell'attività produttiva; e questo timore di danneggiare la solidarietà tra i membri dell'impresa indurrebbe le assemblee a non consentire i licenziamenti.

L'impresa democratica, invece di effettuare licenziamenti, preferirà ridurre la durata della settimana lavorativa.

Il problema del licenziamento dei soci di una cooperativa è stato discusso assumendo che la giornata lavorativa sia fissata per legge; si è giunti alla conclusione che, di regola, ai lavoratori dell'impresa democratica non conviene consentire i licenziamenti.

Per Brewer e Browning i soci eventualmente da licenziare vengono scelti a sorte. Con l'ipotesi fatta, la grandezza da massimizzare nella scelta sui licenziamenti non sarà il reddito pro capite degli occupati nell'impresa, ma il reddito medio di coloro che riceveranno sussidi dallo Stato, la grandezza che i votanti vorranno massimizzare nel decidere i licenziamenti sarà il reddito dell'impresa (dopo i licenziamenti) più il reddito previsto di coloro che verrebbero licenziati. B & B dimostrano che, nel caso, se le prospettive di guadagno fuori dell'impresa sono eguali per tutti, i licenziamenti, di regola, saranno decisi solo quando la produttività marginale del lavoro nell'impresa cooperativa sarà inferiore al guadagno previsto di chi viene licenziato.

Più interessante è il caso in cui si suppone che chi viene licenziato non abbia prospettiva di guadagno, perché in tal caso, in base alla regola ora enunciata, non vi sarà convenienza ai licenziamenti se la produttività marginale del lavoro sia maggiore di zero. Ovvero, l'impresa cooperativa non voterà i licenziamenti se la minore occupazione ridurrà il reddito totale dell'impresa.

Ai soci dell'impresa cooperativa interessa massimizzare il reddito medio previsto per coloro che votano, sapendo che il reddito di chi verrebbe licenziato nel caso sarebbe nullo.

Il caso più interessante a riguardo è quello in cui si suppone che la giornata lavorativa sia variabile, perché i lavoratori di un'impresa democratica sono liberi di fare le loro scelte; in tal caso, quando la domanda cala, ai lavoratori di un'impresa democratica non converrà licenziarsi a vicenda, ma preferiranno ridurre per tutti la durata della settimana lavorativa.

Conclusione: in un sistema di imprese democratiche non può sussistere disoccupazione keynesiana involontaria.


LA DISOCCUPAZIONE STRUTTURALE E LE DIFFICOLTA' DI FINANZIAMENTO PER L'IMPRESA COOPERATIVA

Quanto detto prova che la disoccupazione in un sistema di imprese cooperative può essere solo strutturale.

Argomento importante per argomentare che la disoccupazione strutturale sarebbe minore in un sistema di imprese cooperative è che queste imprese difficilmente falliscono. Nel capitalismo, si sa, i fallimenti si hanno quando i profitti scompaiono a causa dei costi di produzione, dei salari e della concorrenza.

L'impresa cooperativa, che non ha costi del lavoro, difficilmente fallisce.

Da quanto detto sembra, cmqe, che la disoccupazione strutturale non sarebbe maggiore in un sistema di imprese democratiche di quanto non avvenga oggi.


CURVA DI PHILIPS E DISOCCUPAZIONE

Il nocciolo delle questioni trattate può essere approfondito con l'ausilio della curva di Phillips, curva secondo la quale vi è relazione inversa tra tasso di disoccupazione e tasso di variazione dei salari monetari (e dei prezzi). La curva di P. di breve periodo è decrescente per l'anzidetta relazione inversa; mentre nel lungo periodo, invece, è ritenuta per lo più verticale.

Che la curva di P. sia decrescente significa che disoccupazione  e inflazione sono due mali opposti, tali da non poter ridurre la prima senza aumentare la seconda; e, poiché l'inflazione va combattuta, si fanno politiche monetariste o deflative, che tendono ad allontanare il pericolo d'inflazione controllando l'offerta di moneta, o riducendo in altro modo la domanda globale, anche se ciò genera disoccupazione.

Nel lungo periodo la curva di P. è per lo più verticale e individua un unico livello del reddito di equilibrio, per il quale non sussiste inflazione né deflazione. Ma, mentre per i monetaristi al livello del reddito di equilibrio corrisponde NRU, un tasso naturale di disoccupazione, volontaria (disoccupazione da ricerca del posto di lavoro), per molti keynesiani al livello del reddito di equilibrio corrisponde un NAIRU, per il quale la disoccupazione è maggiormente involontaria.

La curva di P. individuante un NAIRU è basata sul conflitto sociale tra capitale e lavoro. L'idea che ne è alla base, è che il reddito di equilibrio, per il quale il livello dei prezzi non tende a salire né a diminuire, corrisponde a quel particolare livello di disoccupazione per il quale la spinta verso l'alto dei salari sui prezzi non è tanto forte da generare inflazione, ma compensa il tasso di riduzione dei prezzi dovuti agli aumenti di produttività. In questa visione la disoccupazione di equilibrio è involontaria, perché al crescere del livello di occupazione, la forza contrattuale dei sindacati cresce, e i salari vengono spinti verso l'alto oltre i livelli compatibili col livello della produttività del lavoro. Così è impossibile la piena occupazione, perché la forza contrattuale dei lavoratori organizzati sarebbe tale da spingere salari e prezzi verso l'alto e indurrebbe il governo a fare politiche deflative, generanti disoccupazione.

Gran pregio di un sistema di imprese cooperative è che in esso non esiste la curva di P. non essendovi salari, l'aumento del livello del reddito riduce la disoccupazione, ma non origina aumenti del costo del lavoro e dei prezzi. Non essendovi lotta di classe, il governo può fare politiche di piena occupazione, senza timore di alimentare il conflitto sociale al punto da generare inflazione.


COOPERATIVA COME BENE MERITORIO

LA DEMOCRAZIA COME BENE PRIVATO

La democrazia economica è un bene importante, soddisfa il bisogno fondamentale dell'uomo di libertà e di autodeterminazione.

Uno dei vantaggi della democrazia nelle imprese è che soddisfa meglio le preferenze dei lavoratori. Le imprese capitalistiche hanno interesse a soddisfare le esigenze dei lavoratori, ma hanno innanzitutto interesse a venir incontro ai desideri del lavoratore marginale, non di quello medio. Si pensi, ad esempio, alla decisione se introdurre o meno un dispositivo di sicurezza: se il lavoratore marginale (colui che è indifferente se accettare o meno il contratto di lavoro) ha bisogno di guadagnare subito, ma propenso ad affrontare rischi se ciò gli consente di trovare facilmente un posto di lavoro, all'impresa non converrà installare il dispositivo. Se l'impresa fosse gestita dai lavoratori, invece, prevarrebbe l'opinione della maggioranza, messa ai voti la decisione.

L'esercizio del potere decisionale da parte dei lavoratori è un bene che viene prodotto con pochi costi diretti (es. locale per le assemblee) e soprattutto è un bene senza prezzo.

Contro l'idea che la democrazia economica sia un bene producibile senza costi diretti vi è chi, come Hansmann, afferma che il costo di dare tutto il potere decisionale ai lavoratori, è quello di toglierlo agli investitori. Ma trattasi di un argomento scorretto, perché la teoria delle cooperative di produzione suggerisce, almeno chi segue Vanek, che il capitale occorrente all'attività produttiva, sia raccolto tramite prestiti e chi li concede sa di non acquistare potere decisionale.


I COSTI DELLA DEMOCRAZIA NELL'IMPRESA

Primo costo della democrazia è la difficoltà di prendere decisioni collettive. Innanzitutto vi è la difficoltà a nascere delle imprese democratiche, perché contratti multilaterali sono più difficili a stipularsi di quelli bilaterali.

Un altro costo della democrazia è che essa può mettere contro maggioranza e opposizione, al punto che si può pensare che nelle imprese democratiche vi possa essere meno cooperazione tra i soci che nelle imprese capitalistiche.

Hayek preferisce, infatti, le scelte di mercato alle decisioni politiche, perché queste ultime possono essere adottate a maggioranza, che spesso è prevaricatrice. Per H. la libertà consiste nella situazione in cui uno non è soggetto alla volontà arbitrale di altri. Quest'impostazione di H. può portare a dire, che la democrazia nell'impresa non è progresso.

Interessante modo di contrapporre liberalismo e democrazia è quello di Sen, 70, secondo il quale per il principio liberale le scelte dovrebbero essere fatte dai singoli individui, mentre per il principio democratico le scelte vanno fatte collegialmente.

Osservazione interessante da farsi a riguardo è che un'impresa democratica che affidi la gestione ad un manager non rende meno liberi i lavoratori, nel senso di Sen, e non è meno liberale di una spa: la differenza tra una cooperativa ed una spa è che, nella prima il manager è eletto e risponde ad una maggioranza di soci dell'impresa, nella seconda il manager è eletto e risponde ad una maggioranza di azionisti. In tal caso, perciò, non vi è opposizione logica tra democrazia e liberalismo di cui parla Sen, né il liberalismo uccide la democrazia.


NCORA SUI COSTI DELLA DEMOCRAZIA

Le decisioni collettive richiedono tempo e impegno, perciò è stato osservato, che quanto più le imprese sono possedute e gestite da individui, tanto efficientemente saranno gestite.

Più di un autore, poi, ha rilevato che in molte imprese cooperative, anche se di piccole dimensioni, la gestione dell'impresa non viene svolta dalla maggioranza, ma da un piccolo gruppo di soci o da un singolo dirigente. Questo non è un costo della democrazia diretta, ma un aspetto che ne riduce il pregio: l'impresa, per natura, è una struttura gerarchica e, perciò, la democrazia nell'impresa va esercitata di regola tramite deleghe, con l'assemblea che può riunirsi anche raramente.

Secondo Hansmann, 96, la ragione principale per la quale le imprese gestite dai lavoratori non si affermano sta nei costi della democrazia. Se si accetta quest'opinione, chi favorisce la diffusione di imprese democratiche deve suggerire una legislazione in materia, in modo da rendere autonomi i managers di quelle imprese, e deve dare alle assemblee solo il potere di eleggere i managers e poche altre decisioni irrilevanti.

Inoltre, essendo le decisioni collettive costose ed inefficienti, vi è ragione di credere, che i soci delle imprese democratiche limiteranno il più possibile le decisioni collettive se inefficienti. Non occorre, perciò, una legislazione in materia, perché l'interesse personale spingerà i soci a ridurre al massimo il potere delle assemblee.

Argomento che mette in luce i maggiori costi della gestione democratica delle imprese è quello secondo il quale nelle imprese cooperative vi dev'essere un'ampia rotazione dei managers, per consentire a molti soci di dirigere, a turno, l'attività produttiva : le difficoltà e lungaggini di questa rotazione e la scarsa capacità di molti soci di gestire bene l'impresa, ne renderebbero più costosa la gestione.

La critica alla democrazia economica è ulteriormente allargabile: si può credere che la democrazia può distruggere la disciplina nelle fabbriche e inceppare le decisioni dei managers.

Il fatto, poi, che il movimento cooperativo non sia riuscito ad eliminare i costi della democrazia, ha indotto i marxisti, dal 1870 in poi, ad abbandonare la difesa del movimento cooperativo.

A riguardo, tuttavia, vi è un grosso vantaggio della democrazia: quando si fa un accordo tra più persone, non tutte le circostanze rilevanti al buon esito dell'accordo sono prevedibili e originare accordi scritti; il contratto, perciò, comporta la rinunzia da parte dello stipulante al pieno controllo delle dette circostanze e necessariamente deve basarsi su un certo grado di fiducia. Questa fiducia può essere alimentata da un complesso di norme più generali, disciplinanti stipula dei contratti e loro adempimento; ma le imprese capitalistiche, per raggiungere accordi migliori, devono anche comportarsi in modo da alimentare la fiducia nella correttezza della loro condotta.

La fiducia è un argomento a favore delle imprese cooperative, perché in esse la fiducia tra i soci esiste sin dalla nascita, dato che le cooperative nascono dalla conoscenza e fiducia reciproca delle persone che vogliono svolgere assieme un'attività, hanno in comune gli stessi interessi.

Questo è un carattere che distingue l'impresa cooperativa da quella capitalistica.

Questo ulteriore vantaggio della democrazia economica, si può credere, non tale da compensare i costi della democrazia nelle imprese e, perciò, può sembrare corretta l'idea di Hansmann, che la principale debolezza delle cooperative stia nei costi della democrazia. Ma, proprio perché la democrazia interna alle imprese è costosa, si può concludere che nelle cooperative il potere decisionale dei soci va limitato da opportune regole istituzionali. La distribuzione del reddito, innanzitutto, va decisa non dall'impresa, ma nei contratti collettivi, le promozioni vanno previste in modo automatico e la disciplina deve essere assicurata da ampi poteri dati alla direzione.


DEMOCRAZIA ECONOMICA E DEMOCRAZIA POLITICA

Ora trattiamo i vantaggi che la democrazia economica arreca alla democrazia politica.

Il processo democratico, secondo Dahl, è superiore alle altre forme di governo per tre ragioni, innanzitutto, la democrazia promuove una libertà sempre maggiore: una sempre maggiore autodeterminazione, individuale e collettiva, sia una continua estensione delle libertà particolari. In secondo luogo, il processo democratico promuove lo sviluppo umano. In terzo luogo, esso rende più sicura la protezione degli interessi e dei beni di cui gli individui godono.

La democrazia, inoltre, presuppone l'uguaglianza sotto molti aspetti ed è un mezzo necessario alla giustizia distribuita.

Con riferimento alla democrazia economica, poi, Dahl osserva che essa è un veicolo per la democrazia politica. A noi sembra, più che altro, che la democrazia politica sia una componente essenziale della democrazia politica, perché toglie ogni potere al capitale. Ciò appare vero, in particolare, con riferimento all'impresa democratica che si organizza nella forma di una LMF, ove il capitale occorrente viene esclusivamente fornito come capitale di prestito.

Panzieri ha scritto che a frenare il progresso e il rischio di involuzione antidemocratica è il fatto che la lotta politica non sussiste ancora ove si determina l'involuzione integralista e totalitaria, ovvero nei luoghi di lavoro.

Panebianco scrive, 04, che il pluralismo sociale presuppone dispersione di risorse economiche e diffusione dell'istruzione. Non esiste un gruppo ristretto monopolizzante ricchezza e sapere. Una società caratterizzata da un simile pluralismo sociale, possiede una numerosa e diversificata classe media, la cui ascesa era già stata relazionata a suo tempo allo sviluppo economico del commercio da Hume.

Molti marxisti negano che ciò sia vero. Secondo Sweezy, ad esempio, il controllo delle imprese dal loro interno, il loro coordinamento tramite il mercato e l'uso degli incentivi materiali, incentivano la tendenza verso un ordinamento economico, funzionante sempre più come il capitalismo. Secondo S., dunque, se le imprese sono governate da piccoli gruppi con lo scopo di massimizzare il reddito di chi vi lavora, tramite la produzione di beni per il mercato, il sistema in oggetto riproduce gli essenziali rapporti di produzione e di classe capitalistici.

L'opinione di S. secondo la quale il passaggio della gestione delle imprese dai capitalisti ai lavoratori non realizza una vera rivoluzione, si ricollega al pensiero di Weber, secondo il quale caratteristica essenziale del capitalismo moderno è la divisione del lavoro e caratteristiche essenziali di ogni forma di capitalismo sono la razionalità formale e la calcolabilità. Ma Lukacs ha giustamente criticato quest'opinione di Weber, che non mette al centro dell'attenzione i problemi fondamentali della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione e del lavoro non libero.

Inoltre occorre osservare che Sweezy e Adorno non conoscevano la teoria economica delle cooperative di produzione di Ward e Vanek e non hanno riflettuto abbastanza sul diverso ruolo che la concorrenza ha nel capitalismo e in un sistema di imprese autogestite. La concorrenza è l'anima del capitalismo e fa pressione soprattutto tramite i fallimenti. I fallimenti si hanno quando i costi di lavoro e di capitale superano la produttività del lavoro. Ma se ciò è vero, in un'impresa gestita dai lavoratori i fallimenti diventano un pericolo remoto, non essendoci costi di lavoro; ciò rende la concorrenza molto meno opprimente che nel capitalismo. La concorrenza permane nell'autogestione, ma non è una potenza esterna, che obbliga individui ed imprese a correre quanto più possono.

Ma il punto centrale della questione è un altro: nelle imprese ove vige il principio una testa un voto, il potere dei capitalisti è annullato. Queste imprese sono soggette alle leggi del mercato, ma in esse i capitalisti non hanno potere. Quindi, Sweezy e Adorno replicano, che in un sistema di imprese gestite dai lavoratori, anche se il mercato detta le sue leggi, i singoli non possono più acquistare potere in quanto capitalisti. Di conseguenza, in un sistema di imprese autogestite i mezzi di comunicazione diventano più liberi e la politica non è più fortemente condizionata dai gruppi di pressione economici.

Ma l'argomentazione non va spinta troppo oltre: in un sistema di imprese democratiche i managers delle grandi imprese possono avere un certo potere anche all'esterno. È però impossibile il controllo di alcune imprese da parte di altre e forme azionarie di controllo.

La democrazia economica è, poi, una componente essenziale della democrazia politica anche per un'altra ragione: Peteman, 70, cita una serie di studi che mostrano che la democrazia sul posto di lavoro genera un clima politico favorente una partecipazione dei cittadini alla vita politica più viva di quanto oggi accade con la democrazia parlamentare. È facilmente argomentabile che i consigli di fabbrica consentono di consultare tutta la popolazione lavoratrice su questioni politiche rilevanti e di rendere più effettiva la democrazia politica.


CRITICA ALLA DEMOCRAZIA INDUSTRIALE

In base a quanto detto è condivisibile l'opinione secondo cui la gestione delle imprese da parte dei lavoratori rimuove le principali cause e radici sociali delle forme autoritarie di organizzazione politica, ma anche delle forme di governo e di dominio che le forze politiche potrebbero esercitare sui lavoratori e sulle loro condizioni sociali; di conseguenza la trasformazione in senso autogestionale dei rapporti di produzione apre la prospettiva di una coerente democratizzazione della gestione delle attività sociali.

Difficilmente l'argomento viene ben focalizzato negli scritti di teoria politica. Bobbio più di ogni altro in Italia ha legato socialismo e democrazia.

Secondo Bobbio il sistema rappresentativo ha limiti insuperabili in una società capitalistica, perché la sovranità del cittadino è limitata dal fatto che le grandi decisioni economiche non sono prese dagli organi rappresentativi, ma in sede ove essi non hanno voce; ma ciò non lo porta ad affermare che la democrazia nelle imprese consentirebbe il superamento degli attuali limiti del sistema rappresentativo. Bobbio osserva che la critica della democrazia rappresentativa viene fatta dalla sinistra in nome della democrazia diretta, ed afferma che l'idea della democrazia diretta è l'unica alla base della teoria socialista dello Stato. Ma quando tratta dell'autogoverno dei produttori, non chiarisce i legami tra democrazia diretta e democrazia industriale e, soprattutto, ripete l'errore che attribuisce agli altri: l'errore di non domandarsi se la democrazia industriale sia possibile, in cosa consista e quali siano i suoi rapporti con la democrazia indiretta.

Egli afferma che l'errore dei teorici della democrazia industriale è di credere nella possibilità di risolvere la democrazia politica in quella economica, l'autogoverno dei cittadini nell'autogoverno dei produttori. Ma chi ritiene che un sistema di cooperative di produzione alla Ward e Vanek possa funzionare meglio del capitalismo, può replicare che i teorici della democrazia industriale non propongono di risolvere la democrazia politica in quella industriale, ma di aggiungere alla democrazia politica e a quella parlamentare la democrazia economica.

Più convincenti sono le opinioni del politologo Vacca, secondo il quale difesa e sviluppo delle libertà civili e politiche appaiono sempre più garantiti quanto più s'affermano istituti nuovi di democrazia dei produttori. Ma anche Vacca non intende la democrazia economica come la intendiamo noi, dà per scontato il lungo permanere del lavoro salariato e parla genericamente di una lotta contro l'economia di mercato.

A noi sembra, invece, che quel che occorre oggi teorizzare è la distinzione tra lotta contro il potere del capitale e lotta contro il mercato. A riguardo è da condividere l'affermazione di Bobbio secondo cui il socialismo non ha ancora chiarito bene i suoi rapporti con la democrazia, soprattutto a causa dei vizi teorici della tradizione marxista, alla quale è sconosciuta la teoria economica di War e Vanek.













Privacy




Articolo informazione


Hits: 8078
Apprezzato: scheda appunto

Commentare questo articolo:

Non sei registrato
Devi essere registrato per commentare

ISCRIVITI

E 'stato utile?



Copiare il codice

nella pagina web del tuo sito.


Copyright InfTub.com 2022