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NICCOLO' MACHIAVELLI - LA VITA, LA SPECULAZIONE MACHIAVELLIANA

politica


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NICCOLO' MACHIAVELLI

La collocazione umanistica dell'uomo al centro della realtà trova, accanto alla soluzione poetica di Ariosto, anche una soluzione politica.

I drammatici avvenimenti storici succedutisi in questo secolo nel nostro paese inducono personalità come Machiavelli e Guicciardini ad analizzarne con obiettività le cause e ad enunciarne i rimedi.

Fiorisce così una vera e propria scienza politica in cui confluiscono in diversa misura le esperienze pratiche di governo dei precedenti anni, il mutamento dei rapporti tra Stato e Società, per cui l'uno prevale progressivamente sull'altra, e l'accentuato senso della storia che, insieme ad una realistica osservazione del mondo politico, contribuisce a stabilire un'analogia tra realtà del passato e realtà del presente.

Di qui la ricerca di tutti i teorizzatori del Cinquecento di leggi universali, quale soluzione della realtà politica del tempo.



La vita

Niccolò Machiavelli nasce il 3 maggio 1469 ed è il secondogenito del giureconsulto Bernardo. La sua antica e nobile famiglia, originaria di Montespertoli, è ormai in condizioni di ristrettezza economica.

La sua formazione culturale è quasi certamente classica: fino a qual punto egli conosca il greco ed il latino non c'è dato però sapere. Unica cosa certa è la sua gran familiarità con alcuni scrittori latini, Livio in particolare ed inoltre con i padri delle nostre lettere: Dante Petrarca e Boccaccio.

Durante la repubblica di Savonarola egli non è tra gli estimatori del frate. Nel 1498 è nominato dal comune segretario dei Dieci di Libertà e Pace (corrispondente pressappoco agli odierni ministeri degli esteri e della difesa).

Da tale momento in poi resta al servizio della repubblica fiorentina e dai numerosi incarichi a lui affidati (soprattutto nelle relazioni con altri stati) ottiene quell'esperienza delle "cose presenti" che, congiunta a quella delle cose antiche, è all'origine delle sue opere più importanti.

Firenze era impegnata da tempo in una lunga guerra con Pisa, e aveva a suo servizio truppe mercenarie francesi: è così che il Machiavelli, alla luce dei disordini creati da tali soldatesche, si convince della loro inutilità.

Nel 1502 è in missione presso Cesare Borgia, figlio di Papa Alessandro VI Borgia: gli atti di governo di questo abile uomo politico, soprattutto la soppressione dei suoi nemici nell'eccidio di Senigallia, suscitano la sua ammirazione; egli ne trae il convincimento della necessità di fermezza d'azione per governare lo Stato.

Al 1503 risale il "Discorso sopra la provvisione del danaio" che avrebbe dovuto trattare esclusivamente questioni finanziarie, ma che finisce per riaffermare la necessità di milizie nazionali, "unica vera provvisione dello Stato".

 Divenuto cancelliere dei Nove della Milizia ottiene di attuare una politica cittadina, per cui va in giro per il territorio della repubblica arruolando ed addestrando soldati, ma evidentemente non in maniera adeguata o sufficiente, tanto è vero che le nuove truppe fanno ben presto cattiva prova nel 1509 quando, caduta Pisa, devastano il contado.

Tra il 1500 ed il 1511 ottiene l'incarico di diverse legazioni [1] diplomatiche, presso Luigi XII in Francia, presso Giulio II della Rovere a Roma, presso l'Imperatore Massimiliano. Non gli viene però mai concessa l'autorità di ambasciatore: deve osservare e riferire; quanto lodevolmente egli abbia assolto tale compito lo dimostrano i rapporti da lui scritti per la repubblica di Venezia: Ritratto delle cose di Francia e Ritratto delle cose di Magna, cui va aggiunto quello Sul modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati (cui vorrebbe applicare i metodi di Furio Camillo con le città latine). In tutte queste relazioni all'osservazione realistica 636f56g e all'acume psicologico si mescola però la tendenza ad idealizzare situazioni e personaggi, secondo determinati schemi mentali.

In seguito alla battaglia di Ravenna del 1512 e al crollo francese, tornano a Firenze i Medici (appoggiati dalla Spagna): il loro ritorno è spianato proprio dall'impreparazione della milizia cittadina voluta dal Machiavelli (ciò non sminuisce però la modernità della sua concezione in proposito).

Ai Medici il Machiavelli chiede di essere riconfermato nell'ufficio, un regime o un altro gli è indifferente pur di mantenere la possibilità dell'azione. I Medici, tuttavia, lo ritengono a torto responsabile di una congiura contro di loro (congiura tramata da alcuni repubblicani); è così imprigionato e torturato, poi rilasciato, ma spedito al confino all'Albergaccio presso rocca S. Casciano, in una casa di campagna, dove scrive i suoi capolavori.

Confida poi al suo amico Francesco Vettori, di essere disposto a tutto pur di avare un incarico. Questo gli giunge nel 1520, dopo qualche incarico di piccolo conto per il Cardinale Giulio de' Medici e sempre su pressione di questi: si tratta della stesura delle Istorie Fiorentine, terminate nel 1525.

Per la città di Lucca scrive la romanzata Vita di Castruccio Castracani.

Nel '27 però i Medici vengono nuovamente cacciati da Firenze; allora il Machiavelli spera di riottenere il suo vecchio ufficio, ma la nuova repubblica non ha fiducia in lui a causa dell'ultimo suo avvicinamento alla casa Medicea. Egli muore un mese dopo (il 22 maggio 1527) nel dolore di non aver potuto servire la sua città in un momento così travagliato.


2  La speculazione machiavelliana

La caratteristica fondamentale della speculazione machiavelliana è l'autonomia dell'azione politica da ogni premessa etico-religiosa. Egli si distacca dal passato in quanto non intende più partire da principi trascendenti per giungere ad una normativa che coinvolga tutto l'agire umano, politica compresa.

Machiavelli propone invece un diverso percorso: risalire dalla "verità effettuale" a quelle leggi naturali in grado di realizzare la felicità terrena della comunità e in grado di determinare l'azione da svolgere per concretare la formazione, lo sviluppo e il mantenimento di tale comunità, cioè dello Stato.

Tale concezione conduce ad un riesame delle concezioni e valutazioni dell'uomo, che è l'unico protagonista dell'attività politica.

Egli deve essere fornito di quella "virtù" che lo distingue dal "vulgo", la cui natura è egoista; tale virtù è da intendersi come contemperamento di energia ed intelligenza (quindi non in senso classico come qualità prevalentemente fisica, né in senso cristiano, come cioè umile sottomissione alla divinità).

La virtù mette così l'uomo in condizione prima di conoscere e valutare ogni situazione e occasione, poi di agire con fermezza e decisione, a vantaggio suo e dello Stato.

Nondimeno l'esplicazione della virtù è limitata dalla Fortuna che non ha nulla a che vedere con la provvidenza divina medievale (che interviene dall'esterno miracolosamente, a modificare le cose del mondo) e neanche tanto con la divinità del fatalismo antico; essa è invece una forza cieca e violenta che "dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle". Ma in accordo con la celebrazione umanistica delle capacità dell'uomo egli giudica che, se la Fortuna possiede metà delle azioni umane, l'altra metà è pur sempre nelle mani dell'uomo "virtuoso"; questi dovrà pertanto assecondarla, se è volta a suo profitto, o piegarla e dominarla con fermezza, se è contraria. Per la capacità di dominare gli eventi l'uomo virtuoso diviene un elemento determinante della storia.

In Machiavelli  si riscontra così un atteggiamento fortemente individualistico che scaturisce dalla convinzione che la natura umana è immutabile nel tempo: il vulgo sarebbe composto generalmente da uomini "ingrati, volubili, simulatori fuggitori di pericoli, cupidi di guadagni", va quindi ricercata una legge naturale altrettanto immutabile che venga imposta e fatta rispettare da qualcuno, da un uomo appunto "virtuoso", accorto nell'arte di governo.

La concezione naturalistica dell'uomo investe anche la collettività: se l'uomo è immutabile lo è anche lo Stato. L'uomo è soggetto ad un ciclo naturale che inizia con la nascita e termina con la morte così lo Stato ha un suo principio, un suo sviluppo, una sua fine e come ogni essere vivente è soggetto a "malattie"; così, come per l'uomo è necessaria la scienza medica, per tenere  in vita lo Stato occorra l'azione energica di questo o quel capo di governo.

Nella dedicatoria del Principe Machiavelli confessa di aver tratto buona parte delle sue teorie da "una lunga esperienza delle cose presenti e da una continua lezione delle antiche". Le vicende italiane e la complessità di vicende in cui egli vive suscitano, infatti, in lui il desiderio di rivolgersi al passato come termine di paragone, sicuro che la lezione degli antichi servisse ad ammaestramento a quanti si trovassero per propria virtù a reggere le sorti dei popoli; l'imitazione dell'antichità non deve quindi essere fine a se stessa, ma deve avere una reale utilità per il presente.

Tale posizione è estremamente nuova, e di questo lui stesso si rende conto ("io entro in una via non per anco da alcuno calpesta").

Non interessa a Machiavelli il "come si dovrebbe vivere", ma il "come si vive"; non lo suggestiona l'idea di una possibile perfezione, ma intende realisticamente scrutare le cause del presente disordine in vista del raggiungimento di una concreta felicità terrena dell'individuo e dello Stato. Siccome poi tali cause sono insite nell'uomo, sarà proprio l'uomo con la sua vita e la sua condotta a caratterizzare vita e condotta della Comunità, e così nel tempo la storia.

Le due opere più rappresentative di questa speculazione politica sono il Principe e i  Discorsi, composte durante l'esilio di San Casciano. Tali opere sembrano essere in contrasto tra loro presentando la prima un'approfondita teoria del governo assoluto ,l'altra un esame delle forme di governo popolare instauratosi a Roma durante la Repubblica.

In realtà le due opere si integrano e si completano a vicenda in quanto hanno per oggetto le due fasi della vita di uno stato: la sua fondazione e il suo consolidamento; la prima inclina verso il principato mentre la seconda confluisce in una forma di governo popolare con il contemperamento delle esigenze espresse dalle diverse classi sociali e con la rappresentatività di tali classi al potere.

L'una non esclude l'altra: il principato, costituiti i "buoni ordini" necessari al ristabilimento della libertà, può dare luogo al governo popolare; questo a sua volta, se raggiunge un  grado tale di corruzione che il principio della libertà e della convivenza possa essere minato, necessita di un rinnovamento delle leggi e degli ordinamenti, che può avvenire solo con un ritorno al principato.

L'interdipendenza delle due opere è confermata anche dai tempi di composizione: Machiavelli trae spunto dalla lettura di Tito Livio che gli offre l'esempio di uno Stato, quello romano, che aveva saputo superare le discordie interne (tra Patrizi e Plebei) nella creazione di nuovi ordini tali da condurlo ad una grandezza senza pari; dalla lezione romana nascono i primi capitoli dei "discorsi" in cui la storia romana diviene un paradigma al cui  confronto le vicende italiane mostrano tutta la loro miseria. Tale valutazione lo induce a pensare che un uomo politico dotato di virtù potesse salvare l'Italia, fondando un nuovo stato che poggiasse su buoni ordini e buone armi.

Si dedica così al Principe, finito poi il quale completa i Discorsi.

Se si considerano le due opere così unitamente bisogna pensare che il motivo ispiratore dei Discorsi sia una meditazione sulla decadenza degli Stati e sulle cause di tali decadenza e del Principe volontà di riscatto da tale decadenza e la consapevolezza della difficoltà implicita in tale compito, il tutto inquadrato nelle difficili vicende storiche italiane della fine del Quattrocento e del primo Cinquecento.

3 Il Principe

La composizione del Principe risale al periodo del confino di Machiavelli all'Albergaccio, cioè al 151 Egli ne precisa all'amico Vettori il titolo, De Principatibus e l'argomento: "che cos'è il principato, di quali spezie sono, come e' s'acquistano, come e' si mantengono, perché e' si perdono".

Dedicata dapprima a Giuliano, l'opera viene poi  dedicata a Lorenzo di Piero de' Medici duca di Urbino (la  lettera dedicatoria viene premessa all'opuscolo nel 1516), non per ragioni encomiastiche, ma per il fatto che anch'egli, come già Cesare Borgia, avendo un rappresentante della propria famiglia al trono pontificio (Leone X, al secolo Giovanni de' Medici), è l'unico a poter ricomporre il binomio potere temporale-potere spirituale e a disporre di uno Stato nell'Italia Centrale (come il Valentino che aveva creato, con l'appoggio di Alessandro VI Borgia, suo padre, uno stato unitario al centro della penisola, che era poi stato costretto ad abbandonare in seguito all'elezione a pontefice di Giulio II della Rovere, nemico giurato dei Borgia).

Solo un forte stato unitario avrebbe potuto infatti favorire una difesa da attacchi stranieri: è comprensibile quindi l'accorata perorazione[2] rivolta, nell'ultimo capitolo, al Signore di questo Stato affinché si metta a capo della liberazione del nostro paese dalla dominazione straniera.

Nell'elaborazione di una teoria politica come tecnica del successo, attraverso una ricerca nell'esperienza presente e in quella passata, Machiavelli è mosso quindi da un dolente amor di patria, dall'angoscia e dalla rabbia per l'infelice situazione politica italiana.

Il Principe s'inserisce inoltre in quell'indirizzo prevalente nella cultura rinascimentale che tende verso la costruzione di una città terrena più propizia ad assicurare la felicità mondana, ricercando i mezzi più adatti a conseguirla; pubblicato solo nel 1532 (ben cinque anni dopo la morte del suo  autore) esso consta di 26 capitoli raggruppati intorno a quattro nuclei principali: il principato, le milizie, la figura ideale del principe, l'appassionata conclusione.

 

Nei primi undici capitoli Machiavelli traccia lo schema delle varie forme di principato (ereditari, misti, nuovi) e addita il sistema più idoneo per conservarli. Si sofferma in particolare sui principati nuovi, precisando di voler parlare per esempi e ricordando così i grandi uomini (Mosè, Ciro, Romolo,Teseo) che sono pervenuti al principato per propria virtù, avendo avuto la capacità di volgere a proprio favore l'occasione offerta loro dalla fortuna.

Così i principi innovatori di un nuovo ordine devono "stare per loro medesimi" e soprattutto avere armi proprie, perché tutti i profeti armati vinsero, mentre quelli disarmati "ruinorno", come avvenne a fra Girolamo Savonarola.

Machiavelli addita quindi Cesare Borgia, detto duca Valentino, a modello ideale di principe: a lui attribuisce la propria consapevolezza della realtà politica, facendo dell'ultimo tirannello del Rinascimento il primo principe moderno.

E' pur vero che Cesare Borgia, nonostante la virtù, dovette soccombere per la malasorte (in seguito ad una sua malattia ed alla morte di suo padre, Papa Alessandro VI, non riuscì a rientrare in possesso del suo Stato e fu costretto a lasciare l'Italia in seguito all'elezione del suo nemico Giulio II della Rovere), tuttavia  Machiavelli non può scoraggiare colui al quale l'opera era dedicata e, contraddicendo in parte se stesso, afferma che il Valentino cadde per un solo errore: non aver saputo impedire l'elezione del Cardinale Della Rovere (cap.VII).

Sostiene inoltre che sia possibile giungere al principato per diverse vie, tanto con la scelleratezze che con il favore dei cittadini: nel primo caso si può ottenere potere, ma non gloria; il secondo presuppone che il principe sia dalla parte del popolo, che chiede solo di non essere oppresso, perché senza popolo il principato non può esistere.

 

Nei capitoli XII-XIV viene esaminato il problema delle milizie (ausiliaria, mercenarie, proprie, miste); l'autore ribadisce il suo convincimento che esse fossero la causa della rovina italiana ed auspica per il nuovo stato "buone armi", cioè milizie cittadine, così come aveva fatto Cesare Borgia che, dalle milizie ausiliare, era passato a quelle mercenarie, quindi a quelle proprie, acquistando di volta in volta maggior prestigio (non c'è però chi non veda in tale soluzione una certa contraddittorietà con l'assunto machiavelliano: se lo Stato è creato dal Principe e i sudditi sono "vulgo", come e in nome di cosa potrà egli chiedere loro di morire?)

Il terzo nucleo, che va dal capitolo XV al XXII rappresenta la parte più controversa dell'opera: in essa il realismo del Machiavelli raggiunge il suo apice. Nell'analizzare le arti e le qualità indispensabili ad un principe per il mantenimento dello Stato egli afferma il principio che occorre seguire la "verità effettuale della cosa" piuttosto che la "immaginazione di essa" (ricordando il contrasto tra ideale e reale, più volte menzionato in precedenza come tratto caratteristico della cultura del tempo,  il principe dovrebbe seguire il reale e non l'ideale): vi sono virtù che, se praticate, possono condurre il principe alla rovina e vi sono parallelamente qualità che, pur avendo l'apparenza di vizio, servono invece alla sua sicurezza. Il principe vive e agisce tra egoismi e malvagità e se vuol mantenere lo stato deve "imparare a poter essere non buono, e usarlo e non l'usare secondo le necessità".

Così, ad esempio, nei riguardi della parola data il principe si mostrerà saggio non osservandola quando gli "torna contro",  perché gli uomini "sono tristi e non la osserverebbero" al loro Signore (quindi l'ideale di correttezza nei confronti della parola data, se seguito potrebbe arrecare dei danni al principe che deve invece seguire la realtà data appunto dall'iniquità degli altri uomini e agire di conseguenza).

Nei rapporti con gli altri Stati, che sono prevalentemente rapporti di forza, egli dovrà usare " prudentia et armi", comportandosi cioè come la volpe e il leone, prendendo dell'una l'astuzia e dell'altro la forza.

Dovrà infine premurarsi di fuggire odio e disprezzo, di evitare congiure, di non alimentare divisioni tra i sudditi, di fondarsi sul favore popolare, di scegliere bene i suoi ministri.

Da tali norme si desume che il Principe, nella suprema finalità di preservare lo Stato, è al di sopra delle leggi della morale comune.

Molto interessanti sono gli ultimi tre capitoli, perché si riallacciano direttamente alla situazione italiana.

Nel capitolo XXIV vengono analizzate le ragioni per cui i principi italiani hanno perso "lo Stato loro": essi non hanno avuto, secondo Machiavelli, "prudentia et armi" (e di conseguenza neanche buone leggi), non hanno saputo guardarsi dai grandi e farsi amare dal loro popolo, pertanto non  "accusino la fortuna ma la ignavia loro".

Nel capitolo XXV torna il tema della fortuna, che l'autore presenta inizialmente come limite della natura umana (l'uomo riesce nelle sue imprese solo quando esse sono conformi ai tempi). Egli però si rende presto conto che, se si considerasse l'uomo impossibilitato a modificare la propria indole e ad adeguarla alla mutevolezza delle cose, il mito stesso del principe nuovo risulterebbe vano. Presenta allora la fortuna come una fanciulla, volendo soggiogare la quale è necessario affrontarla con decisione: così egli non scoraggia né induce a rinunciare all'azione il destinatario dell'opera.

Nell'ultimo capitolo infine Machiavelli giudica il momento presente propizio ad un principe nuovo e "virtuoso" per introdurre nuovi ordini in Italia: gli errori dei principi italiani e le sventure presenti possono essere occasione al manifestarsi della virtù di un liberatore. La casa de' Medici è così esortata a farsi promotrice di una guerra Santa di liberazione dal "barbaro dominio".

Avendo concepito la scienza politica come tecnica del successo  Machiavelli si pone nel  Principe  la questione dei rapporti tra essa e la morale, intesa (almeno in teoria) come norma trascendente fondata sulla natura e perfezionata dal cristianesimo.

Alcuni precetti, quali quelli di non sciupare denaro in vane liberalità, di essere più temuto che amato, di sembrare più che essere  buono, sono riconducibili a facili norme di buon senso. Ben più grave è l'altro precetto di ricorrere alla frode e alla violenza se necessario; il valore di tale affermazione è infatti limitato: ridurrebbe la comunità civile ad una gara di sopraffazione mediante forza e astuzia; la frode stessa sarebbe spuntata salvo che si supponga, come è costretto a fare  Machiavelli, che la società sia composta di ingenui dominati e raggirati da un solo astuto. D' altra parte egli in più luoghi afferma che la società non può non fondarsi sulla fedeltà dei cittadini alla morale e alla religione.

Al di là delle interpretazioni e dei giudizi numerosi sulle teorie machiavelliane,  resta comunque il fatto che l'autore ricopre una posizione di notevole importanza nella storia e tale importanza non va riscontrata tanto in certi precetti di valore limitato, quanto piuttosto nell'avere posto con estrema chiarezza e concretezza di termini il problema dei rapporti tra politica e morale in un momento in cui la coscienza europea sente la difficoltà di applicare la legge morale alla vita politica, senza peraltro rinunciare ad agire in quella stessa realtà che vuol piegare ai propri fini.

Machiavelli risolve il problema rassegnandosi alla presunta necessità che l'uomo politico calpesti talvolta la legge morale per conseguire il successo, ma la moralità negata rappresenta una ferita aperta nella coscienza umana e cristiana e la storia del modo di sanare questa ferita.

Avremo modo di vedere come altri pensatori tentino successivamente di costruire una particolare eticità della politica, prendendo le mosse proprio dal Machiavelli.

Va ricordato infine che con il Principe nasce un nuovo tipo di prosa: lo stile è assolutamente nuovo, tagliente e rigorosamente geometrico. Il discorso procede infatti  per dilemmi ("o....o...."), con incisività, molto simile nella costruzione alla parlata comune, di inevitabile uso  di anacoluti[3] per l'incalzante fluire di distinzioni ed enumerazioni.  Machiavelli si afferma così come uno dei massimi prosatori italiani.

4  I Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio



Nei Discorsi si ritrova la tendenza ad individuare nei singoli fatti una legge costante, a confrontare il presente con il passato per illuminarli a vicenda e a cercare in certe azioni umane un esemplare di tecnica, tendenza che predomina in tutte le opere dell'esilio.

I Discorsi nascono infatti (come il Principe, L'arte della guerra, La Mandragola) negli anni di vita all'Albergaccio; realizzati a più riprese tra il 1513 ed il '19, vengono portati a compimento dopo la stesura del Principe; essi risultano delle meditazioni che l'esule veniva di quando in quando a leggere in Firenze agli amici radunati negli Orti Oricellari (cioè nei giardini di casa Rucellai) e che egli poi raccoglie e ordina in tre libri.

Il primo libro è dedicato alle "deliberazioni fatte dai romani, pertinenti al di dentro della città" (politica interna); sono fondamentali i capitoli in cui egli mette in rilievo che la disunione del Senato e della plebe di Roma, anziché essere origine di male, fu causa della prima grandezza della repubblica (III-IV); quelli in cui viene affermata l'assoluta necessità della religione per la vita politica (XI-XIV) e quelli nei quali è sostenuta la maggiore saggezza e costanza del popolo rispetto al principe (XXIX-LVIII).

Il secondo libro concerne le deliberazioni che il popolo romano prese in  ordine "allo sgomento dello imperio suo" (politica estera); è interessante il quadro comparativo, fatto nel "proemio"[4], tra i tempi antichi e quelli presenti con l'amara constatazione che "la virtù che allora regnava ed il vizio che ora regna sono più chiari che il sole"; segue, nel capitolo I, il riconoscimento dell'importanza del valore, più che della fortuna, nella formazione dell'Impero romano, e il ripudio della generale opinione che il nerbo della guerra sia il denaro e non l'armi: "l'oro non è sufficiente a trovare buoni soldati, ma i buoni soldati sono bene sufficienti a trovare l'oro" (X).

Il terzo libro è infine di argomento misto: vengono riprese questioni di politica estera ed interna, ma esso tratta più ampiamente problemi militari.

Vi è esposta inoltre la necessità, per una repubblica o un regno o una setta, che voglia durare a lungo, di tornare "spesso verso il suo principio", cioè alla forza iniziale da cui ha tratto origine (I).

Con i Discorsi si passa quindi dalla concezione dello Stato opera di un solo individuo, alla concezione dello Stato opera della collettività. Alla politica militare subentra ora una politica teorica che rappresenta l'evoluzione della prima e non è con essa in contraddizione.

Non viene più posto in rilievo il contrasto tra virtù e Fortuna, cui fa da  elemento mediatore l'occasione, ma la "virtù" del popolo che non esclude quella individuale, e che viene spersonalizzata e identificata nella "virtù" delle leggi, dell'educazione, della religione (considerata però solo in funzione del suo valore politico e sociale).

Ne risulta una visione più equilibrata e più serena di quei motivi che nel Principe erano stati portati alle conseguenze estreme, animati com'erano da una eccessiva passionalità patria.

Nei Discorsi  Machiavelli sostituisce all'iniziale preoccupazione del "come si debba creare uno stato" quella del "come lo si debba conservare": gli stati non possono raggiungere e mantenere la loro continuità senza precise regole di governo, perché la loro vita sarebbe legata alla virtù di un solo uomo, che potrebbe venire a mancare per varie ragioni (non esclusa la morte).

Al Machiavelli politico "puro" si sostituisce così il Machiavelli "educatore" politico, impegnato nella ricerca di regole e principi di validità universale.

Il proposito denunciato nell'introduzione al primo libro si colloca appieno nella cultura rinascimentale: come gli altri appresero dagli antichi l'arte della scultura, la scienza del diritto o della medicina, egli vuol trarre dagli antichi una scienza nuova, quella politica. Il suo intento è quello di estrarre dai singoli eventi una legge costante, fondata sulla psiche umana che, come la natura fisica, è immutabile nel suo operare; trovata tale legge bisogna poi sapersene servire per piegare al proprio disegno gli eventi: è questo il nuovo modo di leggere la storia proposta dal Machiavelli.

Rifacendosi così all'ansia di rinnovamento, divenuta una delle istanze del Rinascimento, egli accetta come assioma il processo di avvicendamento degli Stati, al pari di ogni organismo umano o animale, tra periodi di prosperità e periodi di decadenza, più rapidi o più lenti questi ultimi in proporzione dei buoni o cattivi "ordini"; giudica così che la via più sicura per raggiungere tempestivamente l'eliminazione dei mali che minacciano lo Stato, sia quella di rifarsi all'osservanza di quei buoni costumi che erano stati alla base della politica del popolo romano e che si erano poi "guastati" con il passar del tempo.

Ai Discorsi manca l'incisività del periodare del Principe, il carattere tecnico e scientifico dell'opera porta a una maggiore pacatezza di tono. La forma scelta, che è quella di commento al testo liviano, crea un'apparente disorganicità di pensiero: questa è però solo esteriore e non intacca la rigorosità del ragionamento, ma è anche vero che contrasta con la formale unitarietà e organicità di trattazione del capolavoro.

 5  Dell' arte  della guerra

Di poco posteriore al Principe e ai Discorsi, e terza opera importante uscita dall'esilio, è  l'Arte della guerra, che alle altre due si collega per unità d'interessi e problemi.

Essa si compone di sette libri e presenta un'immaginaria conversazione, tenutasi negli Orti Oricellari, di cui è protagonista il condottiero romano Fabrizio Colonna; ne sono oggetto precetti di ordine tecnico sul reclutamento di soldati, sul modo di governarli, di organizzare e condurre una battaglia, sulle vettovaglie, gli alloggiamenti, le fortificazioni.

Alla proclamata autonomia dello Stato, deriva conseguentemente l'autonomia militare, perché la sua sopravvivenza può e deve dipendere solo dalle milizie nazionali e non da quelle ausiliarie o mercenarie: l'idea fondamentale dell'opera è quindi sempre quella della superiorità e dell'importanza delle milizie cittadine; l'esperienza del 1512, quando i militi fiorentini erano fuggiti davanti ai mercenari spagnoli, non aveva, infatti, scoraggiato Machiavelli, né lo aveva indotto ad un ripensamento.

Certamente, nell'Arte della guerra serpeggia la stessa passione del Principe, la sofferenza cioè per la debolezza degli stati italiani di fronte ai potenti invasori stranieri; indicativa in tal senso risulta essere la severa condanna rivolta nella pagina conclusiva dell'opera, ai principi italiani e in cui trova conferma il profondo realismo politico di Machiavelli: "Credevano i nostri principi italiani, prima che essi assaggiassero i colpi delle oltremontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittori pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne' detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d'oro dormire mangiare con maggior splendore che gli altri; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad esser preda di chiunque li assaltasse".

Forse però in entrambe le opere, nel Principe cioè e nell'Arte della guerra, Machiavelli ha voluto esprimere anche intenzione pratica di mostrare ai Medici tanto la sua esperienza politica quanto quella militare.

L'abbinamento politico a quello militare è uno dei punti di maggiore originalità dell'opera insieme al sovvertimento della tradizionale concezione degli eserciti; secondo Machiavelli, infatti, la sicurezza dello stato non dovrebbe più riposare sulla cavalleria (classica arma della feudalità e nobiltà) ma sulla fanteria (espressione della vitalità popolare). Machiavelli però, tenendosi troppo aderente agli antichi, non avverte le novità del suo tempo: gli sfugge l'importanza delle armi da fuoco e le conseguenze che ne sarebbero derivate per l'arte della guerra.

 

 

 

 

 

6 Opere storiche

Storico il Machiavelli non diviene per elezione, ma per occasione, quando il Cardinale Giulio de' Medici, (poi papa Clemente VII) gli affida cioè l'incarico di scrivere una storia di Firenze: nascono così gli otto libri delle Istorie Fiorentine, scritti tra il 1520 e il 1524.

Già nei Discorsi Machiavelli aveva ricercato il "sapore delle storie", e nella Vita di Castruccio Castracane si dedica specificatamente a tale genere.

Egli non intende seguire l'esempio delle storie umanistiche, che propongono una trattazione dei fatti svolta in maniera impersonale e senza ricerca di quegli ammaestramenti che da essi potevano essere dedotti; il suo proposito è invece quello di considerare la storia come un illimitato trattato politico in cui le massime sono costituite dagli esempi, le sentenze dai modelli che incarnano la "virtù" umana nelle sue variazioni, mentre i fatti perdono parte del loro rilievo a favore dell'importanza storica delle cause che li hanno originati.

Il suo metodo, che poi predominerà nel Rinascimento, sarà detto prammatico (in un'accezione diversa da quella da quella moderna che intende l'accertamento critico del fatto) perché trae dai fatti, spiegati come conseguenza degli atti umani, precetti per l'azione politica (pragmatismo storiografico). A tale metodo, che pure ha il vantaggio di porre in rilievo la responsabilità delle singole persone come autrici di storia, sfuggono però le condizioni ambientali, naturali ed economiche in cui gli individui operano, e quelle del costume, della coscienza collettiva, delle opinioni dominanti che spesso determinano l'orientamento dell'azione individuale.

La storia è considerata da Machiavelli come lezione perpetua di vita ed esemplificazione di tipi, dottrine e regole da lui vagheggiate nei trattati politici. La sua consueta passione di estrarre e sentenziare idee generali non gli permette di esporre ed accertare i fatti con molta precisione: esula, infatti, dal Machiavelli "storico" la preoccupazione di accertare la veridicità delle cose narrate, sia con il vaglio delle notizie riferite dai suoi predecessori, sia con accurate ricerche d'archivio di documenti ufficiali; non è raro che la verità sia quindi alterata volutamente per giungere più facilmente ad una conclusione prestabilita, così come non è raro riscontrare un'idealizzazione delle personalità secondo il suo tipo ideale di uomo politico.

Questo avviene proprio perché Machiavelli ricerca nella storia la veridicità delle sue idee politiche e le leggi universali dell'agire umano. Va inoltre aggiunto che forse l'influsso umanistico, e quindi classico, individuabile anche nella struttura spesso oratoria del periodo, lo spinge a considerare nelle Istorie, più che nelle opere, le ragioni morali che dovrebbero guidare l'azione politica (ad esempio l'amore del pubblico bene), esponendole per bocca di alcuni personaggi con il solito espediente dei discorsi inventati. Si avverte, talora di riflesso, in certe calamità la presenza di un Dio Castigatore.

Il gusto dei vari panorami storici e l'attitudine a sviscerare i legami che stringono tra di loro i fatti, spingono il Machiavelli a realizzare, nei primi quattro libri delle Istorie, un disegno ampio ed organico in cui le vicende della città di Firenze si profilano sullo sfondo di quelle italiane, dalla caduta dell'Impero Romano fino al 1534; si tratta dei libri più interessanti perché la materia trattata è presentata in uno scorcio sintetico, che permette al Machiavelli una conferma delle sue dottrine politiche.

Gli altri e quattro abbracciano invece gli avvenimenti che vanno dal 1434 al 1492, con particolare riferimento alla Signoria Medicea: essi hanno l'andamento di una cronaca (come ad esempio nelle pagine dedicate alla congiura dei Pazzi) e mettono in luce le cause che hanno condotto il paese in balia delle dominazioni straniere; l'opera si chiude con la morte di Lorenzo il Magnifico, di cui egli tesse l'elogio.

Tra il luglio e l'agosto del 1520, essendo il Machiavelli in missione a Lucca, compone la Vita di Castruccio Castracane, signorotto di quella città (vissuto tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento) che è tra i grandi capi del ghibellinismo italiano. Si tratta, più che di un'opera storica, di una biografia ideale che intende ancora dimostrare, con l'esempio di un uomo divenuto potente da umili origini, le sue dottrine politiche.

I particolari sono, così, trascurati e le azioni di tal eroe sono costrette entro uno schema, modellato sulla vita dei grandi eroi antichi, ma in balia, più e meglio del Valentino, di quella Fortuna capricciosa che crea e distrugge a suo piacimento gli uomini grandi.

7 Opere letterarie

Nel Rinascimento l'attività letteraria è considerata nobile palestra dello spirito, anche da principi e pontefici; nell'ambiente fiorentino poi il culto dell'arte diviene un'aristocratica tradizione.

 Machiavelli non può quindi certamente sottrarsi alla suggestione della poesia, anche se nelle sue mani il verso assume inconsciamente il ritmo della prosa (cosi come nelle mani dell'Ariosto la prosa inconsapevolmente si traduce in versi). Tra le composizioni minori si ricordano i Canti Carnascialeschi, i Sonetti, le Rime varie, in cui si avverte l'eco della spensierata Firenze del tempo.

Degni di menzione sono inoltre i due Decennali, in terzine e in stile popolaresco. Il "Primo" viene composto nel 1504 a celebrazione del decennio di fondazione della repubblica fiorentina; il secondo risale invece al 1509 e celebra il decennio di assunzione alla cancelleria. Il loro valore artistico è scarso, in compenso però sono estremamente interessanti, per la loro acutezza, i giudizi politici espressi insieme all'accorato dolore per le tristi condizioni dell'Italia e di Firenze, alle quali il Machiavelli vede come unico rimedio quello di "riaprire il tempio di Marte".

Oltre poi all'Asino d'oro, poema allegorico di otto capitoli in terza rima, satira della vita politica contemporanea, va ancora ricordata una novella scritta in età giovanile, Belfagor arcidiavolo, in cui l'autore riprende il vecchio tema misogino[5] del diavolo che prende moglie; vi s'immagina che Plutone invii sulla terra Belfagor per aver conferma dell'asserzione di molti dannati che la donna è causa della maggior parte dei peccati umani.

Interessante il personaggio dell'astuto contadino, Giammatteo, che dopo aver sfruttato la situazione in cui Belfagor era venuto a trovarsi, indebitandosi fino al collo per la moglie, supera la resistenza del diavolo ad assecondarlo per l'ultima volta e lo costringe a tornare all'inferno.

Il brio, la piacevolezza di narrazione, la fantasia caratterizzano questa novella, l'unica mai scritta dal Machiavelli che ebbe successivamente l'onore di un rifacimento in francese da La Fontaine e di uno in inglese da parte di John Wilson.

Tra le opere teatrali, per la maggior parte di scarso rilievo letterario (Clizia, ricalcata sulla Casina di Plauto; una traduzione dell'Andria di Terenzio; un'imitazione andata perduta delle Nuvole di Aristofane) emerge certamente la Mandragola, scritta nell'otium di San Casciano e recitata per la prima volta a Firenze nel 1520; essa rappresenta certamente l'opera letteraria più importante di Machiavelli.

Si tratta ci una commedia di cinque atti e un prologo, che riprende la struttura della commedia regolare (vale a dire interamente scritta) cinquecentesca e ubbidisce all'acuto spirito di osservazione, oltre che all'accentuata concezione pessimistica della vita umana, che aveva permeato di sé tutte le opere politiche dell'autore; la squallida vicenda che ne costituisce la trama è, infatti, rappresentata con fare critico e distaccato, lo stesso con il quale egli giudica e rappresenta la storia.

Il vecchio e ricco messer Nicia ha sposato la bella Lucrezia e desidera, dopo anni di sterili nozze, avere un figlio. Callimaco innamorato di Lucrezia, si finge dottore e convince la giovane a bere una pozione di mandragola, miracolosa per il suo caso, ma tale da uccidere il primo che si avvicina alla giovane che l'abbia bevuta; per evitare tale iattura al marito si rende quindi necessario rapire uno sconosciuto che chiaramente sarà poi Callimaco.

L'inganno così ordito dal giovane riesce grazie all'acuto dei suoi complici: il parassita Ligurio, la madre di Lucrezia, accomodante e senza scrupoli, per complicità e per la finta ignoranza di chi deve "ignorare cosa ben note e infine Fra Timoteo avido e senza scrupoli, che conserva solo l'esteriorità del culto, (esso ricalca la figura del frate corrotto della tradizione novellistica).

Così Callimaco, "rapito", viene condotto da Lucrezia: le dichiara il suo amore e le svela l'inganno. La giovane accoglie il trionfo del male come una fatalità voluta dal cielo e da donna onesta si tramuta in "donna onorevolmente cattiva", per usare una tipica espressione machiavelliana, accettando da "vittima" una conclusione a lei non completamente sgradita.

La schietta e vivace comicità scaturisce dalla graduale delineazione del carattere di messer Nicia che, pur essendo "il più semplice e più sciocco omo di Firenze", moderno Calandrino (vedi Boccaccio), vuol giocare d'astuzia in un mondo di astuti, cadendo vittima a sua volta di un atroce beffa.

La grandezza della commedia, la cui trama rientra nella materia licenziosa della tradizione novellistica, e che non ha più nulla che ricalchi il teatro classico, è data dalla forza rappresentativa dei caratteri, dalla visione lucida e spietata di una spregevole umanità che in buona o mala fede persegue la soddisfazione dei suoi interessi e dei suoi istinti, sotto la maschera o in aperto spregio della morale.

Questa è per Machiavelli l'umanità di sempre, che egli contempla dall'alto senza colpirla direttamente, ma senza confondersi con essa; tale atteggiamento non va tuttavia confuso con il cinismo, l'autore della Mandragola mostra con il suo riso amaro una coscienza morale contristata e rassegnata al male: proprio in questo va riconosciuto il segno della sua profonda umanità e della sua tormentata poesia.



[1] Missione politica; ambasceria.

[2] Discorso ampio diretto ad ottenere consensi o suscitare adesione.

[3] Costrutto sintattico in cui il primo elemento appare, rispetto ai successivi, campato in aria e allo stesso tempo posto in rilievo (es. "Quelli che muoiono bisogna pregare Iddio per loro", Manzoni).

[4] Parte introduttiva di un poema, di un trattato, di un'orazione, o di un discorso.

[5] Che manifesta avversione alle donne.



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