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"Lo sviluppo disarmonico e artificioso dell'industria italiana" da G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna

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Capitolo I

"Lo sviluppo disarmonico e artificioso dell'industria italiana"

da G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna


Idea centrale:

Nonostante uscisse da un periodo di grave crisi economica, l'Italia seppe superare i propri problemi e sviluppare le proprie industrie, soprattutto grazie alla politica protezionistica attuata a partire dal 1887, che se da un lato danneggiò alcuni settori dell'economia italiana, tuttavia fu un elemento ineliminabile per il processo di industrializzazione.

Argomentazioni:

Tra il 1888 e il 1895 l'Italia subì un periodo di grave crisi economica, che ritardò lo sviluppo industriale, che potè però avere luogo comunque per una serie di cause.

L'avanzata dell'industria italiana ebbe inizio e si consolidò nell'ambito di un forte sviluppo economico generale, e potè perciò usufruire del generale rialzo dei prezzi.



Dopo il 1896 finì la crisi agraria, con il conseguente rialzo anche dei prezzi agricoli. La connessione tra slancio industriale e ripresa dell'attività agricola favorì l'industria chimica, le industrie alimentari e in minor parte l'industria meccanica.

Il riordinamento bancario degli anni 1893-95 e la politica doganale attuata tra il 1878 e il 1887 favorirono lo sviluppo. In particolare, la scelta del protezionismo fu dettata dalla pressione attuata da alcuni gruppi industriali su governo e parlamento, che portò alla creazione di una situazione privilegiata di alcuni settori produttivi a danno di altri, con conseguente aumento dei prezzi. Si verif 343f59d icò quindi uno sviluppo particolarmente disarmonioso e artificioso del sistema industriale italiano.

In particolare furono privilegiate dalla tariffa doganale le industrie cotoniera, laniera e tessile serica, mentre suscitò polemiche la decisione di allargare la protezione all'industria siderurgica, la quale imponeva costi di produzione altissimi che non la rendevano competitiva a livello internazionale.


Capitolo I

"Il decollo industriale nell'età giolittiana"

da M.L. Salvadori, Storia dell'età contemporanea


Idea centrale:

Durante l'età giolittiana l'Italia conobbe un fortissimo sviluppo industriale che, se da un lato modernizzò il Paese avvicinandolo alla situazione europea, dall'altro accentuò il divario tra Nord industrializzato e Sud sottosviluppato.

Argomentazioni:

Nascono le prime organizzazioni di lavoratori e di datori di lavoro. Giolitti opera bene non reprimendo i movimenti operai poiché essi sono una realtà ineludibile che va affrontata. Il suo programma di governo comunque è improntato al mantenimento delle istituzioni borghesi, possibile attraverso compromessi con le varie parti politiche: per questo si parla di "trasformismo" giolittiano.

Nel quinquennio 1902-1907 lo sviluppo si intensifica al massimo. La strategia è quella del monopolio appoggiato dallo Stato: per questo il periodo è caratterizzato da protezionismo doganale, commesse statali e controllo del mercato da parte di gruppi monopolistici.

Lo sviluppo interessa particolarmente i campi della siderurgia, della meccanica e dell'elettricità. Notevole slancio hanno l'industria automobilistica (Fiat, Lancia e Alfa Romeo), quella chimica (Pirelli) e quella elettrica (Edison).

I progressi industriali contribuiscono ad accentuare il divario esistente tra Nord e Sud. Se il Nord infatti è caratterizzato dalla presenza di notevoli capitali, di un ceto imprenditoriale intraprendente e di comunicazioni interne e internazionali veloci che contribuiscono ad accelerare lo sviluppo, il Sud è ancora dominato da un sistema latifondiario che non favorisce lo sviluppo. Il risultato è un'"esplosione" di industrie e ricchezza nel "triangolo industriale" (Milano, Genova, Torino) e un'arretratezza sempre più evidente nel Meridione, che porta a picchi di disoccupazione ed emigrazione.



Capitolo II

"La controversia sulle responsabilità di guerra"

da J. Joll, Cento anni d'Europa, 1870-1970


Idea centrale:

Non è semplice attribuire le responsabilità per lo scoppio della prima guerra mondiale. Molteplici fattori di carattere intellettuale, sociale, economico, sociale, oltre che diplomatico e politico si accumularono e concorsero a formare un clima che di tensione che esplose con la guerra.

Argomentazioni:

Alla fine della guerra, le potenze alleate vittoriose nel trattato di Versailles delinearono la Germania come unica responsabile della guerra a causa delle sue mire espansionistiche. Questa interpretazione risultò troppo semplicistica e unilaterale per gli storici successivi.

Tra le due guerre era opinione che lo scoppio del conflitto fosse stato il risultato di un sistema di alleanze basato su accordi segreti portato avanti dagli ambienti della vecchia diplomazia.

Secondo gli storici tedeschi del secondo dopoguerra esso fu il tentativo semicosciente o deliberato dei governi di scaricare all'esterno le tensioni interne, mediante la creazione di un sentimento di solidarietà nazionale.

Per i marxisti la guerra fu un esito necessario del sistema capitalistico portato all'esasperazione.

Secondo altri storici giocarono un ruolo importante i riflessi di alcune decisioni strategiche, come il peso che ebbe la rivalità navale tra Inghilterra e Germania nel formarsi di tensioni internazionali.

In ogni caso, negli anni tra il 1905 (prima crisi marocchina) e il 1914 si parlò di guerra in tutta Europa: essa quindi era avvertita come qualcosa di inevitabile e vicino.


Fatti citati:

Trattato di Versailles 1918.

Rivalità navale tra Inghilterra e Germania.

Violazione della neutralità del Belgio e conseguente intervento inglese.

Prima crisi marocchina 1905-06.

Seconda crisi marocchina 1911.




Capitolo II

"I socialisti francesi, tedeschi, austriaci, belgi e i laburisti britannici si allineano sulle posizioni dell'Unione Sacra"

da J. Joll, Cento anni d'Europa, 1870-1970


Idea centrale:

Lo scoppio della prima guerra mondiale segnò il fallimento della Seconda Internazionale Socialista e vide i partiti socialisti nazionali adeguarsi alle decisioni dei rispettivi governi, tradendo così lo spirito internazionale e pacifista che contraddistingueva il socialismo "ortodosso".

Argomentazioni

A Bruxelles, i leader socialisti riuniti proclamano la propria volontà di opporsi alla guerra ma non stilano alcun piano pratico di azione. Sottovalutano la gravità della situazione contingente.



In un primo momento il governo francese si adoperò per neutralizzare l'opposizione socialista alla decisione di entrare in guerra. Fu stilato un elenco (Carnet B) di dirigenti sindacali da arrestare all'annuncio della mobilitazione. In realtà il partito non era realmente impegnato e convinto in una propaganda anti-bellicista: la difesa del suolo e delle istituzioni francesi rientrava nella tradizione repubblicana e rivoluzionaria. Così in un secondo momento si allineò con le decisioni del governo collaborando anche in quella che viene definita Unione Sacra di governo.

In Germania l'opposizione pacifista fu meno facile da convincere, ma il cancelliere Bethmann-Hollweg ebbe buon gioco nel presentare la guerra come una difesa della Germania contro l'autocratica Russia, da tempo emblema della tirannia liberticida. Dopo molti dibattiti il partito votò l'appoggio unanime al governo. Anche coloro che in un primo tempo di erano opposti alla decisione cedettero per mantenere l'unità del partito.

In Inghilterra solo una piccola minoranza si pronunciò contro la guerra. Il partito laburista aderì subito al programma del governo.

In Russia solo Lenin denuncia la guerra e il fallimento della Seconda Internazionale. Altri esuli politici come Plekhanov pronunciarono il loro appoggio alla causa russa.


Fatti citati:

Seconda internazionale.

Unione Sacra.



Capitolo II

"I problemi dell'intervento italiano"

da G. Lehner, Economia, politica e società nella prima guerra mondiale


Idea centrale

Prima della guerra fu molto compatto il blocco interventista, che riuscì a superare le differenze ideologiche, non le mire specifiche, in vista dell'obbiettivo comune. Non seppe trovare la coesione necessaria, invece, il blocco neutralista, che sebbene contasse i 2/3 dei membri del Parlamento non seppe impedire l'ingresso in guerra.

Argomentazioni

I gruppi nazionalisti e futuristi predicavano il culto della guerra poiché essa poteva rispondere al meglio alle esigenze imperialistiche della cultura capitalistica in Italia e permettere un rafforzamento del potere monarchico, mettendo fine ai disordini dati dalle lotte proletarie. I nazionalisti, con l'appoggio della classe dominante e della monarchia, ebbero il compito di creare un'opinione pubblica favorevole alla guerra, e fecero ciò sovvenzionando i giornali che si impegnavano in questa propaganda.

Tranne giolittiani, cattolici e socialisti, tutte le forze politiche furono interventiste: superando le differenze ideologiche trovarono come denominatore comune la volontà, più o meno manifesta, di rovesciare le istituzioni. Furono quindi Parlamento, giolittismo e socialismo i veri nemici da combattere, in una lotta interna all'Italia più che contro stranieri.

I giolittiani furono convinti ssostenitori del neutralismo, in quanto la guerra avrebbe portato allo sfacelo della giovane e precaria struttura socio-economica italiana. Non riuscirono mai però a formare un fronte compatto con le altre forze neutraliste, i cattolici e soprattutto i socialisti: questi ultimi infatti vedevano nei giolittiani gli avversari nella lotta di classe, e i giolittiani temevano che un'alleanza con i socialisti spostasse l'asse politico troppo a sinistra. Inoltre la spaccatura interna tra gli stessi liberali, divisi tra interventisti e neutralisti, non facilitò l'opera né giovò alla figura di Giolitti.

Il movimento cattolico conobbe una spaccatura tra interventisti e neutralisti. Inizialmente il Vaticano aveva manifestato simpatie per l'Austria e la preferenza per una soluzione diplomatica, rinunciando però a mobilitare le masse per paura di ondate sovversive. In seguito la borghesia cattolica e l'alto clero trovarono comunanza d'interessi (antisocialismo, espansione economica e ristabilimento dell'ordine interno) con i liberali, volgendosi dunque all'interventismo, mentre le masse proletarie e contadine rimasero salde in posizioni neutraliste.

I socialisti italiani si trovarono isolati rispetto ai partiti "fratelli" del resto d'Europa (i quali avevano deciso di collaborare con i propri governi) e rispetto alle altre forze neutraliste d'Italia. Se all'inizio il partito era stato unanime nel suo no alla guerra, man mano andò perdendo unità: i borghesi progressisti, i social-riformisti e i rivoluzionari passarono alla fazione interventista. I socialisti si trovarono anche ostacolati da polizia e governo; non operarono nemmeno, come suggeriva Lenin, una rivoluzione antiborghese, ma rimasero paralizzati in un «Né aderire né combattere».



Capitolo II

"Luglio 1914"

da G. Mann, Storia della Germania moderna, 1789-1958


Idea centrale

Una serie di eventi circoscritti misero in moto un meccanismo da tempo predisposto che portò necessariamente alla guerra. Tra gli Stati europei nessuno era partito con l'intenzione di innescare una guerra di tali dimensioni e tale durata. L'Austria voleva ristabilire l'antica egemonia su un piccolo Paese balcanico; le altre potenze europee furono implicate nel conflitto per una reazione a catena.

Argomentazioni

La Serbia voleva l'indipendenza. Vide nelle manovre militari in Bosnia di Francesco Ferdinando una provocazione all'elemento separatista e reagì con l'attentato in cui l'Arciduca trovò la morte.

L'Austria sopravvalutò la pericolosità della spinta indipendentista serba e non si accontentò di reprimerla: si accordò con la Germania in vista di misure più forti. Di fatto, l'imperatore Francesco Giuseppe, vecchio e debole, fu spinto a una decisione così drastica dal Ministro degli Esteri e dal Capo di Stato Maggiore. Le alte sfere austriache infatti spingevano in direzione di una guerra: fu formulato un ultimatum nei confronti della Serbia in modo tale che risultasse inaccettabile; infatti la Serbia non l'accettò, forte dell'appoggio russo. Fu guerra.

In Germania, l'imperatore Guglielmo II trovava improbabile l'eventualità di una guerra, ritenendo che né la Francia né la Russia fossero pronte. Così, piuttosto avventatamente, sostenne l'iniziativa austriaca di presentare l'ultimatum. Trovatosi poi inaspettatamente e seriamente implicato in una guerra di grosse proporzioni, tentò di ricomporre la situazione e di moderare l'azione austriaca, ma ormai la Russia era in campo. L'imperatore si risolse quindi ad attaccare la storica alleata della Russia, la Francia, che fu costretta a entrare nel conflitto.



La Russia non sopportò il prepotente attacco austriaco contro un piccolo Paese slavo come la Serbia e mobilitò la sua forza militare in tempi piuttosto brevi, a scapito delle previsioni della Germania, che si trovò così completamente spiazzata.

L'opinione pubblica inglese era fondamentalmente contro la guerra. Furono presentate tre proposte di mediazione tra i contendenti, mai attuate. Il governo trovò il pretesto per entrare in guerra nell'attacco tedesco al Belgio e nella strenua difesa di quest'ultimo, alla fondazione del quale l'Inghilterra aveva partecipato.

Capitolo II

"Opinione pubblica nazionale e ruolo delle élites alla vigilia dell'intervento italiano"

da A. Monticone, Gli italiani in uniforme, 1915-1918


Idea centrale:

Nel concludere il patto di Londra schierandosi in guerra con gli alleati, il capo del governo Salandra sapeva perfettamente di operare contro la volontà della maggior parte degli italiani, poiché da un "sondaggio" effettuato in tutta Italia era risultata più che evidente una tendenza pacifista generalizzata.

Argomentazioni:

Sebbene soltanto alcuni prefetti avessero risposto obiettivamente e puntualmente alla richesta di Salandra, risultò comunque evidente che la tendenza pacifista prevaleva in Italia sugli slanci bellicisti di alcuni gruppi.

La corrente neutralista non era individuata tanto nel neutralismo organizzato dei socialisti o di altre correnti politiche, quanto nel movimento spontaneo e non protestatario delle masse contadine.

L'indifferentismo si configurava soprattutto come una passiva protesta contro l'insufficiente attività dello Stato nei confronti di una parte di società che esso rappresentava. Per questo assume rilevanza più spiccata nel Sud, mentre nel Nord confluisce in quelle ideologie politiche che ammettono la guerra solo a scopo difensivo.

Il desiderio di annettere Trento e Trieste non era abbastanza sentito da offrire validi appigli per la motivazione di un eventuale ingresso in guerra.


Fatti citati:

Patto di Londra 1915.


Capitolo III

"Le tesi d'aprile"

da N. Lenin, Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale


Idea centrale:

Dopo una prima fase "borghese", la rivoluzione deve passare ad una seconda fase in cui il potere è completamente demandato nelle mani dei soviet.

Argomentazioni:

La guerra va immediatamente cessata. Una guerra rivoluzionaria può essere accettata solo nel caso in cui il potere passi al proletariato e si instauri uno Stato di tipo comunista. La guerra infatti è legata profondamente con il capitale, e non può giungere a una fine democratica se non con l'abbattimento del capitale.

Il governo provvisorio non deve essere supportato e non deve essere approvata la repubblica parlamentare. Il potere deve passare immediatamente nelle mani dei soviet, unica forma possibile di governo rivoluzionario.

La polizia deve essere soppressa, tutte le grandi proprietà fondiarie devono essere confiscate e tutte le terre del Paese devono essere nazionalizzate.


Capitolo III

"Il comunismo di guerra"

da R. Lorenz, L'Unione Sovietica, 1917-1941


Idea centrale:

Nel 1919 la Russia fu costretta ad instaurare il cosiddetto "comunismo di guerra", un sistema in cui era completamente abolito il libero commercio e tutta la produzione era requisita dallo Stato. Il provvedimento permise di soddisfare i bisogni più urgenti dell'Armata Rossa ma portò a un catastrofico crollo dell'economia e delle condizioni di vita della popolazione russa.

Argomentazioni:

La fame persistente e il freddo rigidissimo resero numerose le morti per denutrizione e inedia e favorirono lo sviluppo di malattie epidemiche come il colera e il tifo.

Gli operai delle città, ormai disoccupati, fuggirono verso le campagne e le città finirono così per spopolarsi.

Nel 1920-21 si raggiunse il collasso economico. Le officine e le fabbriche erano spesso completamente inattive. La produzione della grande industria raggiungeva un settimo del suo volume anteriore. I raccolti agricoli calarono di un terzo e la produzione del piccolo artigianato scese di due terzi.

Il sistema ferroviario era completamente distrutto.

Il governo tagliò sempre più spesso le razioni alimentari previste per la popolazione urbana. Questo portò a scioperi, assemblee e dimostrazioni a Pietrogrado, Kiev e Mosca che si diffusero in seguito anche nelle campagne (dove i contadini si organizzavano in veri e propri eserciti regolari) e tra le file dell'esercito (ammutinamento dei marinai e dei soldati di Kronstadt). La sollevazione assunse ben presto carattere politico.


Lettura n.19 pag. 151 da A. Monticone, Gli italiani in uniforme, 1915-1918, Laterza, Bari, 1972

"Opinione pubblica nazionale e ruolo delle élites alla vigilia dell'intervento italiano"

Idea centrale: Salandra al momento della firma del Patto di Londra era cosciente di operare contro la grande maggioranza degli italiani; quanto importava al fine di realizzare le sue idee era l'accordo pressoché concluso con l'Intesa e l'esercito che in breve sarebbe stato pronto.


Riassunto:

Il 12 aprile 1915 mentre il governo italiano si preparava alla firma del patto di Londra A. Salandra , ministro degli Interni e presidente del Consiglio, inviava ai prefetti del Regno una circolare nella quale chiedeva un rapporto su come il pubblico vedeva l'eventuale entrata in guerra del paese.

Nelle loro risposte alcuni prefetti riferirono senza scrupoli e retorica ma accanto a d affermazioni intelligenti troviamo vuote affermazioni di fede patriottica, e non mancano neppure espressioni di devozione e fiducia nei confronti di Salandra.

Risalta diffusa e prevalente la corrente neutralista: non tanto del neutralismo organizzato ma spontaneo e non protestatario tinto talvolta di indifferentismo più spiccato nel Mezzogiorno.



Non sfugge neanche ad una lettura superficiale che il paese nella sua grande maggioranza non desiderava la guerra, anelava la pace e il desiderio di annettere Trento e Trieste era assai limitato.

Salandra non poteva che constatare di rappresentare una ristretta minoranza, ma nello stesso tempo indubbiamente si compiaceva nel vedere che l'opposizione violenta al conflitto non ci sarebbe stata o avrebbe assunto proporzioni trascurabili.

Alla domanda se il governo facesse bene a trascinare un'Italia nolente e sofferente in un conflitto che avrebbe anche potuto prostrarsi per anni ci basti affermare che Salandra al momento della firma del Patto di Londra era pienamente cosciente di operare contro la maggioranza degli italiani; infatti non aveva avuto bisogno di attendere tutte le risposte dei prefetti che verso il 20 aprile l'accordo con l'Intesa era pressoché concluso , e pronto entro breve tempo sarebbe stato l'esercito.

Queste due cose erano quanto importava a Salandra; infatti il 16 marzo dichiarò anche che del paese, del Parlamento e del re avrebbe potuto fare a meno se le armi fossero state preparate e gli accordi con i nuovi Alleati stipulati.



Lettura n.33 pag. 181 da A. Omodeo, Momenti della vita di guerra, Laterza, Bari, 1934

L'interpretazione idealistica e liberale della guerra

Idea centrale:

Un unico motivo circola in tutti i momenti delle lettere dei soldati: l'aspirazione a salvare un più umano ideale di vita contro l'istinto nibelungico, belluino, della guerra tedesca.

Riassunto:

La guerra delle nazioni non ha per noi una fisionomia ben definita; a ciò concorre la sterminata vastità della guerra e la sua stretta contiguità con noi.

Ci troviamo perciò dinanzi al problema di una storia spirituale della guerra; per porre mano a questa storia dobbiamo distaccare la guerra da noi stessi. Credo che convenga iniziare lo studio di quest'animo dell'esercito italiano cominciando dalle lettere e dai diari dei combattenti, e rintracciare fra essi i documenti più sinceri.

Ogni documento va scrutato per sé, la massa di questi documenti è vastissima, e valutato per ciò che può porgere alla nostra ricerca. Dobbiamo scrutare che cosa contenga questo retaggio dei morti, solo così si può iniziare la storia morale della guerra.

Le singole esperienze della vita di guerra si assommano in "una serie di stazioni ideali del lungo calvario". Nelle lettere si rivela candidamente a quale altezza giungesse la passione di guerra; mentre nell'atmosfera bellica vi era qualcosa di sottaciuto, una specie di ironia, una tacita regola di galateo a dissimulare il proprio ardore, tanto che spesso nelle lettere risuonano lagnanze contro  questa specie di scetticismo.

Mancava infatti nella moltitudine degli ufficiali quella baldanza che nasce dalla preparazione militare professionale. Il contatto col soldato era il primo grosso problema, che si affacciava al nuovo ufficiale: erano due formazioni spirituali diverse. I modi attraverso cui l'ufficiale giungeva a volere la guerra rimanevano chiusi al soldato, nel quale il sentimento guerriero si ridestava secondo un altro processo di passioni primigenie. Al contadino richiamato dispiaceva che la guerra potesse essere per qualcuno cosa voluta, per lui la guerra era un male; ma scatenatosi la guerra l'accettava e la sopportava virilmente e il senso di bravura, il desiderio di vendicare i compagni formavano la sua anima guerriera. Ma non amava i discorsi solenni e ufficiali, allora all'ufficiale non rimaneva che utilizzare un taciturno esempio, dimostrando di soffrire gli stessi dolori.

Riappare così davanti agli occhi la "generazione carsica", che(agli occhi dell'autore) appare già conclusa e consacrata alla storia. Sfogliando quegli opuscoli appaiono quali furono: chiare e oneste facce, volti di uomini non fatti per la guerra ma capaci di sorreggerla, una semplicità spesso umile. Un unico motivo circola in tutti i momenti: l'aspirazione a salvare un più umano ideale di vita contro l'istinto nibelungico, belluino, della guerra tedesca.


Lettura n.20 pag. 153 da P. Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, Einaudi, Torino, 1972

I moti di Torino

Idea centrale:

Nell'Agosto 1917 a Torino a causa del mancare del pane scoppiano insurrezioni operaie contro la guerra che dalle industrie si spandono ai rioni  popolari; i due elmenti caratteristici dei "fatti" sono:

il moto è un moto di indole politicae l'agitazione ha un carattere del tutto spontaneo.


Riassunto:

Il 22 agosto 1917 il pane viene a mancare praticamente in tutta la città, la "congiuntura" mancata, pare, è il varco attraverso il quale passano i moti e si trasformano in tumulti violentissimi.

La scintilla dello sciopero parte dalle officine Diatto: gli operai invece di entrare tumultuarono davanti al cancello dicendo di non poter lavorare perché non avevano mangiato; allora il padrone presentatosi promise un camion di pane se gli operai fossero entrati in fabbrica. Gli operai dopo aver taciuto un istante ripresero poi a gridare dicendo: "ce ne infischiamo del pane! Vogliamo la pace! Abbasso la guerra!".

Da qui alcuni si diressero verso altri stabilimenti per invitare gli operai ad unirsi allo sciopero.

E' presto imboccata dagli operai la strada di una dimostrazione politica tanto che nel pomeriggio "staccano" dal lavoro migliaia e migliaia di operai. Alcune squadre di operai e massaie formatesi nei rioni popolari vanno al Municipio dove una delegazione è ricevuta dal sindaco ma qui scoppiano i primi più gravi incidenti, tanto che i disordini si accendono un po' ovunque.

Giovedì 23 agosto appariranno chiari i due elementi caratteristici dei "fatti": è un moto di indole politica e l'agitazione ha un carattere del tutto spontaneo; nella mattinata le forze armate sono state già impegnate a far fronte alla sommossa, che tende, forzatamente, a rinchiudersi nei vari rioni periferici e non avrà un suo centro motore. Il pomeriggio del 23 i rivoltosi non possono entrare nel centro cittadino e avvengono scontri a fuoco(sette dimostranti vengono uccisi).

Il 24 agosto gli operai cercano di rompere lo sbarramento e prima di sera la forza pubblica e l'esercito passeranno alla controffensiva; sarà questa la giornata più sanguinosa con un susseguirsi di scontri tra i dimostranti poco e male armati e l'esercito con mitragliatrici e tanks. Gli operai cercano di esortare i militari ad appoggiarli mollando a terra i fucili, ma tutto ciò invano.

La notte tra sabato e domenica ci furono una serie di mandati di cattura contro dirigenti socialisti e col martedì 28 agosto si può dire che l'ordine regni a Torino, i moti si spensero da sé.

Lettura n.34 pag. 184, da F. Meinecke, Esperienze, 1862-1919, a cura di F. Tessitore, Guida, Napoli, 1971

La coscienza tedesca sull'orlo della crisi

Idea centrale:

Nell'adesione alla guerra l'autore non aveva ancora compreso a fondo il demonismo della vecchia politica di potenza e i più recenti demonismi, provenienti dalle profondità del secolo XIX, del nazionalismo.

Riassunto:

Dopo che il governo di Vienna aveva ritenuto insufficiente la risposta serba all'ultimatum gli eventi erano molto più oscuri ed imprevedibili. Le battaglie, durante il Novembre, aumentarono la moderazione di Meinecke e di altri intellettuali tedeschi. Gli spiriti cominciarono a dividersi, ma lo storico accettò di contrapporre alla malvagi propaganda nemica una grande opera collettiva che presentasse la Germania, soprattutto ai popoli neutrali, reale nella sua essenza. Lo scopo era di disarmare l'affermazione degli avversari, che cioè esistessero due Germanie, l'una spirituale e l'altra no; infatti secondo Meinecke nell'epoca delle guerre di liberazione si era giunti ad un'alleanza fra due forze: spirito e potenza, e questa alleanza secondo lo storico era in vigore ancora allora.

Non aveva però ancora compreso a fondo il demonismo della vecchia politica di potenza e i più recenti demonismi, provenienti dalle profondità del secolo XIX, del nazionalismo. Vede il suo vecchio ideale nazionale, statale e culturale, sfigurato e insudiciato dai fautori della politica di potenza. La hybris dell'idea di potenza continua ad infuriare.

A quel punto per Meinecke  era necessaria l'uguaglianza del diritto di voto insieme ad una certa misura di militarismo; ma la sintesi tra i due forse non sarebbe riuscita. Per chi rifletteva, la guerra dunque era perduta.

Scrivendo nell'ottobre del 1943 lo storico sta nell'attesa di eventi terribili per la Germania. L'8 novembre a Berlino si aveva già la sensazione certa che il giorno dopo sarebbe scoppiata la rivoluzione.

Otto giorni dopo Rathenau e Troeltsch convocarono una piccola riunione per discutere di un appello che ammonisse gli elementi borghesi della Germania a stringere adesso la mano dei lavoratori e a creare insieme a loro, difendendola dal bolscevismo, la nuova repubblica tedesca. Nell'abbozzo dell'appello era detto che bisognava "ratificare" la rivoluzione avvenuta, dicendo che era cosa lamentevole se la borghesia tedesca non sapeva rimanere unita in quest'ora difficile. Ho lasciato la mia firma all'appello, con intimo dolore.












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