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SAN JUAN DE LA CRUZ - DIGRESSIONE SU SANTA TERESA D'AVILA

letteratura spagnola


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SAN JUAN DE LA CRUZ


San Juan de la Cruz rappresenta, insieme a Santa Teresa d'Avila,il culmine della poesia mistica spagnola.


DIGRESSIONE SU SANTA TERESA D'AVILA


Santa Teresa d'Avila dedico la sua vita alla riforma dell'ordine religioso delle Carmelitane. Imponendo una regola rigida e austera fondò ben diciassette conventi e scrisse numerose opere in prosa per raccontare le sue esperienze mistiche. La semplicità e la sincerità che furono caratteristiche dell'animo di questa donna si riflettono ampiamente nella sua opera: i suoi scritti denotano talvolta una mancanza di accuratezza formale e possono essere associati a conversazioni intime piuttosto che a forme di scrittura limate o formali.

Proponiamo un esempio dello stile di Santa Teresa. Il brano appartiene al LIBRO DE SU VIDA e descrive ciò che ella definisce un "arrobamiento", cioè la intima fusione con Dio. Si osserveranno i termini talvolta di estradizione volgare e la perdita della coerenza sintattica in alcuni passaggi.

UN ARROBAMIENTO   UN TRASCINAMENTO UN RAPIMENTO




Mi viene alcune volte una voglia di comunicare così grande che non può accrescersi. Mi è accaduto una mattina ch pioveva così tanto che on si poteva uscire di casa. Siccome ero già fuori di cas 616d36g a, ed ero così presa da quel desiderio, che anche se mi avessero posto delle lance al petto sarei uscita lo stesso. 

Appena arrivai in chiesa, mi prese un forte rapimento. Mi sembrò che si aprissero i cieli, ma non un entrata come avevo visto altre volte. Mi si presentò il trono che come ho detto a vostra signoria (tale espressione denota il carattere epistolare dello scritto) avevo visto altre volte, e qualcos'altro in cima a questo che, anche se non lo so dire con precisione perché non lo vidi, capì che fosse la Divinità. Mi sembrò che lo sostenessero degli animali: mi sembrò di aver sentito parlare di animali: pensai che fossero gli Evangelisti. Come stava il trono, chi c'era sopra, non lo vidi, idi solo una gran moltitudine di angeli: mi sembrarono senza eguali la più grande bellezza che ne cielo avevo viso. Ho pensato se fossero serafini o cherubini, perché sono molto differenti nella gloria, e sembrava fossero infiammati. È grande la differenza, come ho detto, la gloria che sentii in me non si può descrivere, ne potrà mai immaginarla chi non ci è mai passato (non l'ha mai vissuta).


All'opera riformatrice di santa Teresa d'Avila si unì San Juan de la Cruz e anch'egli fondò diversi conventi. L'opera riformatrice che si propose di portare avanti gli procurò nemici, tanto che fu imprigionato a Toledo. Successivamente alla prigionia, ottenne incarichi importanti nell'Ordine e continuò la sua opera non senza problemi. Morì ad Ubenda nel 1591 e fu canonizzato nel 1726. Fu anche proclamato (insieme a Santa Tersa d'Avila e a Santa Chiara) Dottore della Chiesa.

Tutta la sua opera, come già detto, fu di impronta ascetico - mistica e frutto indiscusso delle sue esperienze mistiche. Da ciò derivano le sue strane espressioni, talvolta di difficile comprensione. Lo stesso San Juan avvertì che la sua poesia non potesse essere spiegata con esattezza: pose perciò delle glosse che  ovviamente non riuscivano pienamente nel loro intento. Per questo San Juan concluse che dalla sua poesia ogni lettore poteva trarre profitto secondo le proprie capacità secondo la propria spiritualità.

A differenza di santa Teresa d'Avila, la poesia di San Juan si fonda su solide basi classiche e sulla profonda cultura dell'autore (conoscenza delle Sacre Scritture e dei classici latini e greci): il valore letterario del suo stile è molto alto poiché il poeta possiede una forza di linguaggio che si intravede nelle insolite antitesi, nei paradossi, nelle metafore e nelle strane figure di cui è costellata la sua opera.

Tutta la sua produzione poetica è una produzione amorosa. Nei suoi versi convergono le più intense esperienze amorose: nessun altro poeta riuscì a esprimere così intensamente l'Amore per il divino, per la "sposa" Chiesa, e l'incontenibile desiderio di fusione con l'Amato. L'esperienza mistica descritta da San Juan presenta i tratti tipici dell'innamoramento terreno per cui la sua poesia appare come una sorta di commistione tra amore sacro e amore profano. Questo Amore, tema principale, si staglia su uno sfondo di elementi pastorali e bucolici e di deliziose note paesaggistiche (come accade in Garcilaso de la Vega).

L'avvicinamento dell'uomo a Dio, l'arrivo all'estasi mistica provato sia da Santa Tersa d'Avila che da San Juan si svolge in tre tappe:

La via Purgativa: attraverso la penitenza e la preghiera l'uomo si purifica;

La via Illuminativa: negli uomini liberati dalle scroie terrene si fa strada la luce divina che illumina l'anima;

La via Unitiva: l'unione con Dio che costituisce un momento di rapimento dell'anima e del corpo per cui pr cui l'uomo, in una dimensione quasi ultraterrena, conosce la divinità.



NOCHE OSCURA DEL ALMA


La lira ha come protagonista l'anima che nella notte (cioè quando abbandona tutti gli affanni mondani via purgativa)

scappa dalla sua casa, cioè dal suo corpo, guidata esclusivamente dall'amore che in essa arde (via illuminativa) fino a raggiungere l'unione con Cristo (via unitiva).


In una notte oscura,

infiammata dalle ansie dell'amore,

oh sorte felice!

Uscii senza essere notata,

quando la mia casa era già tranquilla.

Nell'oscurità e sicura

Per la segreta scala mascherata,

oh sorte felice!

Nell'oscurità e di nascosto

Quando la mia casa era già tranquilla.




L'anima parla di sé come di una donna di casa, che aspetta che la sua dimora sia tranquilla prima di uscire. L'oscurità in cui si riversa è sicura e la scala che porta all'ascesi mistica è nascosta, non visibile a tutti e simboleggia particolari attitudini e fatica. L'anima si muove in una notte oscura perché non è ancora illuminata dalla divinità e vive nel buio degli affanni terreni.


In una notte felice,

in segreto mentre nessuno mi vedeva

ne io guardavo nulla,

senza altra guida,

se non quella che bruciava nel mio cuore.

Questa luce mi guidava

Più sicura delle luce del mezzogiorno,

dove mi aspettava

chi già bene io conoscevo,

nel luogo dove nessuno compariva.


Il termine dichosa è una ripetizione. L'anima, che non è vista e non vede, si incammina sulla via illuminativa, guidata da una luce più splendete del sole nelle sue ore più calde.


Oh notte che guidasti!

O notte più amabile dell'alba!

Oh notte che riunisti

L'Amato con l'amata,

amata nell'Amato trasformarsi!


In questi versi l'anima prorompe in una serie di esclamazioni. Il penultimo verso, in cui si canta l'unione dell'Amato con l'amata potrebbe rimandare ad un amore terreno, ma il verbo trasformarsi del verso successivo riconduce ad un unione mistica, ad un amore "a lo divino" di matrice divina.


Nel mio petto prorompente,

che per lui si conservava integro,

si riposava (l'Amato),

e io lo vezzeggiavo,

e con il ventaglio di cedro lo sventolavo.


La visione delle fronde di cedro utilizzate come ventaglio riporta ad atmosfere orientaleggianti.


L'aria che spirava

Quando io scompigliavo i suoi capelli

Con la sua mano serena

Mi toccava il collo,

e sospendeva i miei sensi.


La strofa descrive un uomo e di una donna mollemente adagiati ma la possibile associazione di questa immagine ad un Amore profano si annulla quando si descrive l'annullamento dei sensi: il godimento qui descritto va oltre l'estasi terrena. La almena è un'antica torre con merli.


Rimasi e mi dimenticai di tutto,

il volto reclinai sull'Amato;

cessò tutto e mi lasciò,

lasciando il mio pensiero (i miei sentimenti terreni)

dimenticato tra i gigli.


Il momento finale della lira ha del sublime: in uno splendido ambiente campestre, l'anima riposa nella frescura, tra i gigli.


CANTICO ESPIRITUAL - FRAGMENTOS


Il Cántico spiritual è uno dei massimi esempi della poesia di San Juan de la Cruz. In essa il poeta sviluppa un'audace allegoria: la Sposa (l'anima) esce in cerca dello Sposo (Cristo) in un ambiente bucolico, pastorale. Chiede di lui alle creature, reclama la sua presenza, fino a che non gli appare. Termina il colloquio con l'unione mistica.


Sposa:

Dove ti nascondesti,

Amato, e mi lasciasti afflitta?

Come il cervo sei fuggito

Avendomi ferito:

corsi dietro te gridando, ed eri già andato.


L'Anima colpita dall'Amore di Cristo geme e si lamento.


Pastori siete stat



Negli ovili in cima al monte;

se per fortuna vedrete

colui che io più amo,

ditegli che ho bisogno di lui, che mi addoloro e muoio.


L'anima immersa in un ambiente campestre e si rivolge ai pastori chiedendo notizie dell'Amato: l'anima usa il verbo "adulzco" per indicare che l'Amato le manca, che ha veramente biogno di lui.


Oh boschi e radure

Piantati per mano dell'Amato!

Oh prato di erbette,

di fiori cosparso,

ditemi se è passato  attraverso di voi!


Creature:

Spargendo mille grazie

Passò per questi boschi di fretta,

e, soltanto guardandoli,

con il suo solo apparire

li rivestì di bellezza.


In questi versi il poeta intendeva esprimere metaforicamente l'opera del divino che dal nulla ha creato tutti gli elementi della natura.


Sposa:

ay, chi potrà guarirmi?

Fatti vedere.

Non mi mandare un messaggero,

che non sa dirmi quello che voglio.


La sposa si lamenta: sulla strada della via purgativa ha intravisto le avvisaglie della presenza divina ma ora no vuole più intravedere Cristo, vuole un contatto con lui ma ancora brancola nel buio e non riesce a decifrare i messaggi.


E tutti quelli che già ti sono vicini

Mi riferiscono mille grazie di te

E mi feriscono

E mi lasciano morire

Quando balbettano non so cosa.


L'anima che cerca di avvicinarsi a Dio intravede anime che già hanno conosciuto la potenza dell'Amore divino. Queste le riferiscono confusamente ciò che hanno visto e la feriscono poiché ella ancora non è giunta a tale estesi msitica.


Scopri la tua presenza

E con la tua vista e la tua bellezza uccidimi.

Guarda il dolore

Che procura l'amore, che non si cura

Se non con la presenza e l'immagine (dell'amato).


Il verbo matame è usato in senso figurativo: l'anima vuole annullarsi in dio. Questi versi sono un emblema i come la poesia riesca a sintetizzare sentimenti universali: qualunque pena d'amore, sia esso sacro o profano, non si cura se non con la presenza dell'amato.


Oh fonte cristallina,

se in queste tue acqua argentate

si formassero improvvisamente

gli occhi desiderati

che ho disgnatinelle viscere!

Allontanatevi occhi, Amato

Vengo correndo da te!


L'Amato è apparso e la sposa si turba alla sua vista.


Sposo:

Ritorna indietro, colomba,

che il cervo ferito

si affaccia dalle cime del monte

sentendo il fresco dell'aria agitata dal tuo volo.


Nel Medioevo era frequente rivolgersi poeticamente alle donne definendole colombe o tortore poiché si faceva riferimento all'approccio amoroso particolare di questi animali.








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