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VITA CAVALLERESCA - AMORE, PAZZIA

letteratura italiana


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E' difficile, se non impossibile, riassumere la trama dell'Orlando Furioso, che è ricchissima di episodi spesso interrotti e ripresi varie volte. E' possibile invece distinguere tre motivi fondamentali cui assegnare di volta in volta i singoli episodi: il motivo epico (guerra tra Agramante e Carlo Magno attorno alle mura di Parigi), il motivo amoroso (l' amore di Orlando per Angelica e quello di Ruggero e Bradamante) e il motivo encomiastico (glorificazione della casa d'Este discendente dalle nozze di Ruggero e Bradamante). L'opera dell'Ariosto potrebbe essere letta senza far riferimento a nessun altro libro precedente o seguente, tuttavia si presta ad essere affiancato al Don Chisciotte di Cervantes per lo stravolgimento dei canoni cavallereschi e affinità di episodi.

Il Don Chisciotte è un'opera di una complessità straordinaria, sia a livello tematico che stilistico, e di conseguenza molte sono state le interpretazioni datene, anche di natura opposta tra loro. E' possibile ricondurre le varie analisi critiche fondamentalmente a due tipi di letture: da un lato quella "ironica", che sottolinea come la follia del Chisciotte altro non sia che gioco, parodia, comicità; dall'altro l'interpretazione "tragica", storicamente affermatasi durante il Romanticismo, che vede invece nell'hidalgo un campione dell'idealismo costretto a scontrarsi con una realtà quotidiana priva di ogni eroismo. Ad ognuna di queste interpretazioni è possibile muovere delle obiezioni visto che in realtà entrambi i toni, quello della i 838b11i ronia e quello della malinconia, pervadono la narrazione e sarebbe troppo riduttivo cercare di affermare una visione unitaria.

Le due opere possono essere analizzate anche per gli aspetti differenti poiché fatta eccezione per la ridicolizzata materia cavalleresca essi rappresentano l'ideale di due secoli che offrono contrasti radicali e irriducibili.





VITA CAVALLERESCA


La vita cavalleresca con la sua bellezza ha affascinato e travolto i due protagonisti delle rispettive opere sia perché in essa la libertà individuale ha il perfetto dominio di sé medesima, sia perché l'individuo per coraggio e virtù d'animo, forza e maestria d'armi spicca sull'uomo comune. Partendo da queste presunte e ingannevoli aspettative, le strade dei due paladini hanno preso direzioni differenti che hanno rivelato una realtà ben diversa da quella tanto sperata: Orlando, da paladino virtuoso e integerrimo, diventa "furioso" per l'amore non corrisposto di Angelica mentre Don Chisciotte perde la ragione ossessionato dal desiderio di una vita all'insegna dell'eroismo cavalleresco.

L'immagine del cavaliere si è venuta logorando nel lungo cammino della poesia cavalleresca e nel Cinquecento è stato difficile riproporlo come nel Medioevo con ''l'Innamorato"   del Boiardo; il brillare costante del paladino eroe, del grande campione della Cristianità si è offuscato: il "recupero" è possibile solo attraverso una fase di "irrazionalità", la pazzia appunto; la temporanea "follia" consente la "rigenerazione" del personaggio in un contesto completamente nuovo.

I romanzi si presentano, apparentemente, come una parodia della visione eroica del mondo quale era stata proposta dai grandi poemi cavallereschi del passato, una visione ormai sentita come falsa e superata; questo è solo il livello di lettura più superficiale dei romanzi, la cui ricchezza sta piuttosto nella moltiplicazione dei punti di vista della realtà e nella costante volontà di cogliere la pluralità e la contraddittorietà del reale.

Orlando entra in scena come un audace eroe, pronto a sacrificare la sua vita a servizio di Carlo Magno ma viene immediatamente distolto dal suo scopo per amore della bella Angelica principessa del Catai, inviata dal padre con il preciso intento di distrarre i paladini cristiani. Divenuto un eroe popolare, Orlando pur restando il cavaliere ardito, forte e generoso appare anche, nella sua semplicità d'animo, poco esperto della vita, specialmente amorosa, e quasi ingenuo.

Invece Don Chisciotte è un insieme di ironia, pietà, tragicommedia e saggezza; è un personaggio anziano, impazzito per la lettura, un antieroe, il primo vero antieroe della storia moderna. È un eroe letterario, un uomo che passa all'azione perché invaghito delle storie che legge. Lui viene ripetutamente sconfitto, ma continuamente si rialza e riprende una nuova avventura, sempre accompagnato dal fedele Sancio. E' quindi  un modello di orgoglio, tenacia e perseveranza nell'inseguire la giustizia, la libertà e i suoi ideali.


AMORE


L' Orlando Innamorato del Boiardo è a tutti gli effetti l'origine dell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, e senza il primo, il secondo non ci sarebbe stato, o sarebbe stato del tutto diverso. Nel poema l'amore guida e predomina ed è il movente e l'oggetto di gran parte delle azioni: l'amore inteso sempre in un modo naturalmente sensuale come contemplazione della bellezza femminile, ignaro di tormenti e preoccupazioni che non siano quelli naturalissimi che derivano dal crudele rifiuto dell'amante e dalla gelosia; eppure non è un amore superficiale né meschino e capace di assumere volti diversi, ora appassionato e denso di tragedia, come nella storia di Orlando e in quella di Isabella, ora tenero e patetico come nelle storie di Olimpia e Fiordiligi, ora impetuoso in Rinaldo, avido di piacere in Doralice.

La vicenda di Orlando pazzo per amore e tutta la dolorosa e mirabile storia dei suoi rapporti con Angelica diventano, nel poema dell'Ariosto, un'avventura esemplare, assumendo un valore quasi filosofico nella divina ironia di quelle ottave dal ritmo ampio e movimentato, pur senza tralasciare la loro ardente umanità.

Per Don Chisciotte l'amore è frutto della necessità, in quanto non esiste cavaliere che non abbia un'amata e un ideale amoroso; Dulcinea del Toboso è quindi un personaggio creato dalla sua fervida immaginazione. Dulcinea è il nome del bisogno d'amore di Don Chisciotte, perché egli è un personaggio che incarna la solitudine, circondato esclusivamente dai suoi libri, e ha necessità di inventarsi l'amore, proprio come inventa la realtà. Effettivamente quella che Don Chisciotte chiama Dulcinea è solo una giovane contadina dall'aspetto avvenente ma con le mani logorate dal lavoro quotidiano di cui egli era stato precedentemente innamorato senza che lei lo sapesse; il suo nome era Aldonza Lorenzo ed era nativa del Toboso. Anche Sancio Panza alimenta l'illusione inventando visite e discorsi con la presunta Dulcinea.

Durante il periodo di penitenza per la sua amata nella Sierra Morena, don Chisciotte decide di affidare a Sancio il compito di consegnare una lettera a Dulcinea:


"Sovrana ed alta signora:

Il ferito dalle punte di lancia della lontananza, e il piagato nelle fibre del cuore, dolcissima Dulcinea del Toboso, ti augura la salute che non ha. Se la bellezza tua mi tiene in spregio, se non è a mio favore la tua virtù, se non è riservato altro che il tuo disdegno alla mia sollecitudine, per paziente che io sia, mal mi potrò sostenere in questa ambascia, che oltre ad esser forte è così tenace. Dal mio buon scudiero Sancio avrai relazione fedele, o bella ingrata, o amata nemica mia!, delle condizioni in cui resto per causa tua: se ti piacesse soccorrermi son tuo; se no, fa' quel che meglio ti aggrada, che ponendo fine alla mia vita io non farò che soddisfare la tua crudeltà e la mia aspirazione.



Il tuo fino alla morte

CAVALIERE DALLA TRISTA FIGURA"


La lettera non arriverà mai a destinazione a causa della sbadataggine di Sancio, il quale la dimentica e per rimediare al suo errore formula uno stravagante espediente che condurrà i due compagni a nuove avventure (capitolo XXV).

Abbiamo un altro esempio dello stravagante amore per Dulcinea quando a Barcellona Don Chisciotte è sfidato dal Cavaliere della Bianca Luna, il baccelliere Carrasco, spalleggiato dal vicerè: il duello, sorto per il primato della bellezza di Dulcinea, si conclude con la sconfitta di Don Chisciotte che debolmente chiede la morte, affermando che "Dulcinea del Toboso è la più bella donna del mondo e io il più disgraziato cavaliere".


PAZZIA


L'Ariosto cantò come il suo eroe "per amor venne in furore e matto, d'uom che sì saggio era stimato prima". La concezione ariostesca della follia è connessa all'ideale umanistico: questa viene scatenata dall'eccesso di passioni e aspirazioni e coincide con la perdita del senno, strumento regolatore dell'uomo e della società.

Orlando diviene, da innamorato sfortunato d'Angelica, matto furioso; egli, infatti, per ritrovare la donna amata, lascia Parigi e i Cristiani, andando incontro a innumerevoli avventure ma, disgraziatamente, giunge proprio nel luogo che testimonia l'amore tra Angelica e  Medoro e apprende da un pastore la triste verità. Inizialmente la pazzia si manifesta sotto forma di dubbio, chiarito poi dallo stesso pastore che mostra ad Orlando il braccialetto tempestato di gemme che egli aveva donato ad Angelica come pegno d'amore.

Orlando quindi dà sfogo al suo dolore gettando un'ombra sul locus amoenus della selva; le sue lacrime non bastano più ad esprimere la sua sofferenza, così il nostro paladino pensa che con esse stia perdendo la vita stessa: in realtà è il senno che egli sta perdendo.


"Nulla mai nell'universo va perduto. Le cose perse in terra, dove vanno a finire? Sulla Luna. Nelle sue bianche valli si ritrovano la fama che non resiste al tempo, le preghiere in malafede, le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo sprecato dai giocatori. Ed è la che, in ampolle sigillate, si conserva il senno di chi ha perduto il senno, in tutto o in parte."


E così, per recuperare il senno perduto di Orlando, Astolfo parte a cavallo del suo Ippogrifo e vola sulla luna, dove tra tutte le ampolle ne sceglie una con l'etichetta giusta "senno di Orlando".

Il Cinquecento ha della follia una visione molto più complessa; infatti nel Don Chisciotte questa è sovrapposizione dell'ideale al reale. Sull'origine della pazzia di Don Chisciotte Cervantes non lascia dubbi al lettore:


"a forza di dormir poco e di legger molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione. Gli si riempì la fantasia di tutto quello che leggeva nei suoi libri: incanti, litigi, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e stravaganze impossibili; e si ficcò talmente nella testa che tutto quell'arsenale di sogni e d'invenzioni lette ne' libri fosse verità pura, che secondo lui non c'era nel mondo storia più certa."


Don Chisciotte si presenta come l'intellettuale innamorato dell'azione, il cavaliere dell'ideale e di quelle gesta impossibili che, in quanto tali, sono destinate a sfociare nella pazzia. L'hidalgo diviene preda di una follia che lo spinge a farsi "cavaliere errante" per accrescere la sua fama e rendere onore al suo Paese. La vicenda di Don Chisciotte rappresenta quella contraddizione tra l'aspirazione all'impresa e la realtà. La follia del personaggio di Cervantes consiste nella volontà di raggiungere un obiettivo puramente ideale che non ha riscontri nella realtà.

Un dato fondamentale è la "specializzazione" della sua follia: infatti purché non si tratti di cavalleria, Don Chisciotte è un personaggio saggio e giudizioso. La sua fissazione per la cavalleria lo porta a vedere ovunque fanciulle da salvare o ingiustizie da combattere; tuttavia egli viene ripetutamente sconfitto e alla fine viene definitivamente vinto. Ma la vera sconfitta di Don Chisciotte è il suo tornare alla saggezza, al realismo. Verso la fine, tornando al paese dopo la sconfitta subita sulla spiaggia di Barcellona, Don Chisciotte dice a Sancio: "Sancio, ti ricordi quella battaglia con i giganti?" "Come no - risponde Sancio - è stata una gloriosa battaglia". "E invece no, non erano giganti, Sancio. Erano mulini". E mentre Sancio si ostina, Don Chisciotte colto dalla malinconia e dalla tristezza non può che arrendersi alla realtà. L'eroe morirà quindi per aver abbandonato i suoi ideali.




SVISTA


Nell'opera di Ariosto le magie e gli incantesimi, le ricerche e gli inseguimenti dell'inafferrabile e irraggiungibile Angelica in fuga, e soprattutto il palazzo di Atlante, incantato regno del desiderio e dell'inganno, sono metafore di un'esistenza umana ingannata da inconsistenti e vani miraggi: essa quindi non è più regolata e governata da leggi fisse e prestabilite da provvidenziali disegni, ma organizzata e dominata dall'imponderabile, imprevedibile e irrazionale caso.

Il castello del mago Atlante, luogo esemplare della svista, nel quale vengono inghiottiti tutti i personaggi del poema che inseguono immagini virtuali degli oggetti del loro desiderio. Questo labirintico castello infatti associa alla sua magica sembianza una illusoria consistenza e una effimera realtà; al suo interno i cavalieri cristiani e pagani vivono in uno stato di alienazione, tuttavia sono ignari del fatto che il palazzo sia privo di ciò che si cerca e pieno soltanto di cercatori. Infine, come tutte le illusioni, anche il palazzo incantato svanisce grazie ad Astolfo per ritornare a celarsi nelle nostre menti.

Letteratura e vita nel Don Chisciotte si combinano: i mulini a vento diventano dei giganti, le locande dei castelli, i montoni degli eserciti nemici, etc. Ogni cosa può essere soggetta a diversi punti di vista, il che fa perdere chiaramente l'esatta concezione della realtà. Nel romanzo regnano la confusione, l'incertezza, il disinganno: una "scissione tra coscienza e vita" che perdura ancora oggi e che rende il Don Chisciotte così attuale.

Non solo la letteratura è confusa con la vita, ma precede la vita; Don Chisciotte appena partito da casa esclama:


"Felice età e secolo felice quello in cui verranno in luce le mie famose gesta degne di essere incise nel bronzo, scolpite nel marmo e dipinte sui quadri ad eterna memoria".


Tutta la sua storia sarà un confronto tra il romanzo da scrivere e quello effettivamente scritto con i fatti, cioè il fallimento. Confondere la letteratura con la vita significa infatti confondere l'ideale con il suo sviluppo materiale, il movente con il gesto, il fine con il suo adempimento.

La trasformazione immaginaria che egli opera sul mondo, costringe anche gli altri personaggi a partecipare alla messa in scena allestita dallo sfortunato protagonista come fosse un gioco o una rappresentazione teatrale.

Motivo distintivo della seconda parte del romanzo è il fatto che non è più Don

Chisciotte a trasformare la realtà secondo la sua immaginazione, quanto piuttosto i personaggi intorno a lui, incluso Sancio, a volerlo convincere a compiere stramberie per poterne poi ridere.

Proprio per l'opposizione tra apparenza e verità, Cervantes riesce a descrivere con grande precisione la realtà quotidiana e le caratteristiche di ogni personaggio. Grazie al contrasto con l'immaginazione folle e irreale del protagonista, tutto assume un risalto più netto e preciso.



In conclusione Orlando e Don Chisciotte hanno fatto del Desiderio e dell'Utopia il motore della loro vita. In contrasto con la comune e mediocre razionalità, il sogno, quando ha gettato le radici nella sensibilità e nell'intelligenza umana, non vuole barriere.


BIBLIOGRAFIA


  • Don Chisciotte della Mancia - Miguel de Cervantes - Oscar Mondadori
  • Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino - Oscar Mondadori
  • Tempi e immagini della letteratura (vol. 2 e 3a) - Anselmi, Chines, Menetti - Bruno Mondadori
  • Antologia della critica letteraria - Binni, Scrivano - Principato
  • Internet








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