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Menandro

letteratura greca




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Menandro

Fu il principale esponente della commedia nea, che stravolse completamente i canoni della commedia arcaia e della commedia mesa; per certi aspetti il suo concetto di filanqropia, principale caratteristica delle sue commedie, è confrontabile con l'humanitas di Terenzio. Segnò la linea di demarcazione fra la cultura del 1V° secolo e l'ellenismo e ripose nell'uomo una fiducia illimitata, rifiutando nel contempo la religione ufficiale.

La filanqropia (simile all'humanitas latina) è la principale caratteristica della commedia di Menandro; il concetto di filia non è nuovo nella letteratura greca (basti pensare al fortissimo legame di amicizia esistente tra Patroclo e Achille) e riguardava un forte sentimento di unione tra due persone che si riproponevano i medesimi obiettivi. In Me 525d34f nandro la filanqropia diventa un cercare di capirsi con gli altri uomini, un sentimento di amicizia non circoscritto a due persone ma allargato a tutti gli uomini; e qui è evidente il parallelismo con Terenzio ("homo sum: humanum nihil a me alienum puto"). Mentre però Terenzio rivolge la sua humanitas ad una ristretta élite di persone, Menandro concepisce la filanqropia rivolta a tutti- gli uomini ("com'è cosa gradita per l'uomo essere uomo, qualora l'uomo sia veramente tale"). Tutti gli uomini sono uguali, sia il nobile cittadino sia l'umile servo; quest'aspetto anticipa l'uguaglianza promossa dal Cristianesimo.



Le commedie menandree ci presentano un uomo profondamente complesso psicologicamente, specchio della reale complessità esistente nel rapporto tra uomo e natura. Tutti gli uomini sono presenti nelle commedie di Menandro, con una particolare attenzione all'uomo borghese, il quale non può che comportarsi in modo morale conformemente ai canoni della cultura ellenistica. Questo dà origine al perbenismo, tipica chiave di lettura di tutte le commedie di Menandro. In ogni situazione troviamo un atteggiamento di ironico rispetto verso gli altri, rispetto che spesso sottintende una velata condanna ma che è manifestazione del dovere di rientrare nei canoni ellenistici, che prevedevano un assoluto rispetto del modus vivendi altrui. Perbenismo quindi sia nel nostro significato positivo che negativo del termine. L'uomo di Menandro, infatti, deve rispettare i dettami della sua società conservando sempre le apparenze. Ciò è innovativo per la cultura greca. Questo rispetto si traduce in un sorriso benevolo nei confronti dell'agire umano (anziché nel riso sguaiato di Aristofane, nelle cui commedie l'unico punto di contatto tra realtà e fantasia era rappresentato dalla politica), con una serenità che esclude la tristezza esacerbata e sfumando tutti i sentimenti anche nelle situazioni in cui la realtà spinge l'uomo alla tristezza. Lo scavo psicologico dei personaggi (tropos) è profondo ma non completo, a causa appunto del perbenismo. Menandro ripone nell'uomo una fiducia pressoché illimitata, rifiutando la religione ufficiale; egli vede un pericolo per l'uomo nel fatto che esso dipenda troppo da se stesso e dalla propria razionalità. Questa visione, pur contraddetta dall'uso di scrivere commedie, lo porta ad introdurre il concetto di tuch, che limita la possibilità dell'uomo di cambiare la realtà, ma che non corrisponde ad una divinità, poiché non guida l'uomo secondo un andamento logico (nell'Ellenismo era possibile dare ogni possibile risposta sul divino). Questa limitatezza dell'agire umano si rispecchia nel fatto che le commedie contengono un susseguirsi di azioni che s'incastrano tra loro, facendo sì che non tutto dipenda dall'uomo e consentendo allo stesso tempo lo scavo psicologico. Le commedie di Menandro finiscono tutte in maniera positiva, con una certa contentezza per l'uomo. Questo avviene per due motivi: la necessità di rispettare le regole della commedia e la fiducia estrema che Menandro ripone nella bontà umana dell'uomo. A far sì che le sue opere finiscano sempre bene provvede il perbenismo, chiave di lettura di tutto l'Ellenismo e tipico della borghesia del tempo.



epitrepontes

Questa commedia verrà ripresa da Terenzio con il nome di Ecira. N'abbiamo due terzi; è andato perduto quasi tutto il primo atto, che espone l'antefatto. Carisio, borioso e goliardico figlio di un ricco mercante, ad una festa si ubriaca e violenta una ragazza, Panfila, che in seguito sposerà senza riconoscerla. Dopo cinque mesi di matrimonio Panfila partorisce il bambino nato da quell'episodio, ma non rendendosi conto che era figlio di suo marito lo espone in un bosco mettendogli al dito un anello che aveva strappato a Carisio alla festa. Carisio, venuto a conoscenza del fatto, abbandona la moglie credendola adultera e cercando invano di dimenticarla insieme alla flautista Abrotono. Due pastori si litigano l'anello e si rivolgono ad un arbitro per appianare la questione (da qui il titolo della commedia, che significa "coloro che si rivolgono ad un arbitro"). Abrotono nel frattempo s'impossessa dell'anello con 1'intenzione di ottenere la libertà facendosi credere la madre del bambino; poi però incontra Panfila e riconosce in lei la ragazza violentata alla festa cui anche lei era presente. Capisce allora che il bambino è figlio dei due sposi e decide di abbandonare i suoi interessi e svela a Panfila la verità. Intanto il padre di Panfila, Smàrine, tenta di convincere la figlia ad abbandonare il marito; Panfila, da sposa fedele, si rifiuta e Carisio, che aveva ascoltato, non visto, il colloquio, perdona la moglie e decide di ritornare con lei. Carisio, che si era dunque comportato crudelmente verso sua moglie, ma non aveva mai smesso di volerle bene, si riscatta attraverso il pentimento e perdonando la moglie. Panfila ha sbagliato ad esporre suo figlio, ma comprende il marito che l'offende con la flautista e non lo abbandona. Abrotono smentisce la fama di etera avida e corrotta ed anzi, avendo pietà di una madre, contro i suoi stessi interessi salva un matrimonio. Infine, nella figura dei due sposi, Menandro c'insegna che solo comprendendo e perdonando si può rendere meno difficile il peso della vita e del rapporto coniugale, e si può raggiungere quella dignità che ci rende veramente uomini.







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