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La Storiografia

letteratura greca




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La Storiografia

Gli storiografi minori dell'ellenismo si sono distinti nell'esaltare la figura di Alessandro Magno, figura che ha colpito gli animi di molti seguaci eruditi. Abbiamo una storiografia encomiastica ma realistica. I generali di Alessandro sentirono spontaneamente il bisogno di incoraggiare gl 717b14h i intellettuali a tessere le lodi del grande conquistatore; fu una lode non costretta, ma libera (unico caso di esaltazione spontanea del principe). La storiografia assunse un carattere moralistico (1a storia vista secondo le categorie del bene e del male) e retorico (1'opera storica era considerata come un'opera d'arte e gli storici si preoccupavano di ricercare il diletto del lettore), visione che portava lo storico ad inserire una gran quantità di aneddoti per arrivare all'insegnamento morale. Della produzione storica del primo Ellenismo non ci è pervenuto nulla; tra gli storici più famosi ricordiamo Timeo e Duride, intellettuali molto colti ed eruditi. Il maggior rappresentante della storiografia ellenistica fu Polibio, il quale scelse una linea d'indagine molto più moderna, criticando duramente le involuzioni e le degenerazioni dei suoi contemporanei.

Timeo

Originario di Taormina, fu lo storico più notevole del mondo occidentale. Scrisse le Storie che, in circa 38 libri, esponevano le vicende della Sicilia e della Magna Grecia dalle origini mitiche fino a forse l'inizio della prima guerra punica (264). Timeo inseriva nella sua opera le storie dei vari popoli che entravano in contatto con i Greci, tra cui la storia dei Romani (l'opposto di quello che opererà Polibio). Il grande storiografo gli rimproverò un'eccessiva erudizione data dalle fonti (Timeo lavorò per 50 anni nelle biblioteche d'Atene) e non da una diretta conoscenza dei luoghi e dei fatti. A parte questo, Timeo fu uno storico accurato e obiettivo, che si interessò di molte cose, anche diverse tra loro.



Duride

Originario di Samo, fu il teorico e il rappresentante della storiografia drammatica. Le sue opere principali furono le Storie e la Storia di Agatocle, tiranno di Siracusa e grande nemico dei Cartaginesi. In un frammento, Duride espone il suo programma, affermando che il compito dello storico è quello di dilettare il lettore rappresentando i fatti drammaticamente.

Polibio

Fu il più grande storico della letteratura dell'ellenismo. Esaltò non la potenza greca, ma la nascente potenza di Roma, che avrebbe conquistato l'intero mediterraneo. Oltre a mettere Roma al centro della sua storia, la sua seconda caratteristica fondamentale è quella di preoccuparsi di ricercare le cause con la massima accuratezza possibile.

Nato in Arcadia poco prima del 200 a.C. da una famiglia di stampo aristocratico che partecipava attivamente alla Lega achea, Polibio fece la sua carriera politica all'interno della Lega aderendo al partito avverso ai romani, finché, dopo la battaglia di Pidna, all'interno della Lega prevalse il partito filo-romano e per sua istigazione furono deportati a Roma mille cittadini del partito avverso, tra cui Polibio. L'esilio durò 17 anni e costituì una svolta importantissima nella sua vita e nel suo pensiero; ospitato nella casa del vincitore di Pidna, il console Emilio Paolo, entrò in amicizia con il più giovane dei suoi figli, Scipione Emiliano, il quale lo introdusse nel circolo degli Scipioni. A contatto con il pensiero politico, culturale e filosofico (lo stoicismo stava allora diventando l'ideologia della classe dirigente) della Roma del tempo, Polibio cominciò a rinnegare la sua ostilità di cittadino acheo e a ricercare le cause della prepotente ascesa della potenza romana. Lentamente si convertì alla causa di Roma e si convinse che il suo impero era voluto dalla stessa tuch A questo periodo risale a composizione delle Storie Finalmente nel 150 Polibio poté far ritorno in patria, ma non vi rimase a lungo; seguì Scipione Emiliano nella terza guerra punica a fianco del quale assisté alla caduta di Cartagine, e compì numerosi viaggi per visitare quei luoghi che andava descrivendo nelle Storie Morì in patria a 82 anni per una caduta da cavallo.

Ci resta un terzo della sua opera maggiore: le Storie. Comprendenti 40 libri, le Storie narravano gli avvenimenti d'Oriente e d'Occidente dal 264 (inizio della prima guerra punica) al 144 (due anni dopo la distruzione di Cartagine e di Corinto). Tuttavia i primi due libri trattano brevemente il periodo 264-220 e fanno da introduzione, così che l'opera vera e propria inizia con la seconda guerra punica. Conserviamo per intero i primi cinque libri (264-216); degli altri abbiamo estratti e frammenti. E' ipotizzabile che siano state fatte fino a cinque edizioni dell'opera, come che essa sia stata pubblicata postuma, senza la revisione da parte dell'autore. Da sottolineare come Polibio si interessa essenzialmente della storia a lui contemporanea.

Nell'ellenismo è possibile determinare con precisione le caratteristiche di un'opera storica perché ogni autore era solito specializzarsi in un determinato settore. Cosi la storia di Polibio può essere definita grazie a due aggettivi: universale e pragmatica. Universale nel senso che Polibio contempla l'intera storia romana e relaziona ad essa la storia di tutte le altre popolazioni (le altre storie sono degne di essere raccontate solo se in funzione dell'unica grande storia, quella romana). Questa visione ha origine nel fatto che la stessa tuch ha voluto creare con l'impero romano "la più bella delle sue opere" e quindi l'evidenza stessa delle cose impone di superare le storie particolari per giungere a una visione unitaria dell'insieme. Pragmatica in quanto Polibio si basa solo sui fatti realmente accaduti, sulle "imprese compiute dai popoli, dalle città e dai monarchi"; gli storici moderni, invece, si basano, oltre che sui fatti in sé e per sé, anche sul contesto e sulle molteplici cause. Nel libro XII, criticando aspramente gli storici precedenti, Polibio chiarisce ulteriormente il carattere della sua storia pragmatica; la storiografia abbraccia tre campi: studio dei documenti, informazione geografica, conoscenza della politica. Polibio è lo storico più oggettivo del suo tempo nel riportare i fatti: ricorre a più fonti, le verifica per quanto gli è possibile, cerca di visitare di persona tutti i luoghi di cui narra per rendere le sue descrizioni le più precise possibile (in questo si accosta ad Erodoto, il quale però mirava all'edonh, cioè ad interessare il lettore). L'interesse per la geografia, così come l'essere precisi e il ricercare il passato, sono caratteristiche comuni a tutto l'ellenismo. Comune a Tucidide è invece l'interesse per la politica, in quanto l'ateniese voleva esaminare la società nel modo più complesso possibile; l'interesse di Polibio per la politica è strettamente connesso alla realtà dei fatti accaduti. Anche in Polibio, come in Tucidide, c'è la presenza di discorsi diretti da parte dei protagonisti, ma i due autori diedero tagli molto diversi ai loro discorsi: Tucidide, attraverso il discorso, voleva farci conoscere l'animo di chi lo pronunciava, Polibio si atteneva ai discorsi effettivamente pronunziati, senza inventare o ricostruire arbitrariamente nulla. I suoi dialoghi, rispetto a quelli riportati da Tucidide, sono ancora più specifici e personalizzati, non messi in relazione all'interlocutore a cui il personaggio si rivolge. Questo perché a Polibio non interessa minimamente descrivere la società in cui vive o è vissuto il personaggio. I suoi dialoghi sono quasi dei monologhi nel senso che a Polibio non interessa farci capire come questi discorsi possono essere recepiti da chi ascolta, ma vuole farci capire quali intenzioni avesse chi pronunciò il discorso. In Polibio nei discorsi c e solo individualismo, non emblema della società; la stessa finalità sarà ripresa da Livio. Non c'è interesse per l'oratoria (che invece costituirà la base della storiografia latina).



Polibio cerca attentamente di rintracciare le cause della vicenda storica e opera una distinzione per quanto riguarda le cause, che vengono suddivise in tre tipi:

  • aitia = causa vera del fatto storico (accettata universalmente).
  • profasis = pretesto ufficiale, causa apparente (non la vera motivazione).
  • arch = causa iniziale, scintilla, causa scatenante.

Quando non è possibile recuperare l'aitia si ricorre alla tuch; questo è tipico dell'ellenismo (durante il quale l'uomo, dove non arriva con la gnwmh, arriva con la tuch) e avverrà anche in Tacito. La realtà del contesto storico porta Polibio a ricercare quindi l'elemento casualistico, che riveste una grande importanza ma che non assume un significato univoco: ora la tuch si avvicina alla provvidenza stoica, ora personifica il caso e l'irrazionale, ma in realtà costituisce un'espressione di comodo che esclude un vero significato religioso e filosofico.

Tre libri interrompono la trattazione in rigoroso ordine annalistico e costituiscono degli excursus all'interno del poema; il libro VI sulle costituzioni, il libro XII sulla storiografia precedente e il libro XXXIV sulla geografia del mondo mediterraneo. Il libro VI, in gran parte conservato, contiene l'esposizione della famosa teoria dell'anakuklwsis, ossia del ritorno ciclico delle costituzioni. Esistono sei forme di governo possibili, tre buone e tre cattive in cui le buone necessariamente devono degenerare:



  1. Monarchia (ogni stato nasce perché qualcuno si è imposto sugli altri) ereditaria che diventa elettiva per l'incapacità dei successori.
  2. Tirannide (degenerazione della monarchia).
  3. Aristocrazia (i migliori, per potenza e virtù morali, s'impadroniscono del potere).
  4. Oligarchia (degenerazione dell'aristocrazia; i migliori si sono rivelati incapaci e la corruzione regna sovrana).
  5. Democrazia (governo del popolo che prende il potere).
  6. Oclocrazia oclos = folla; è un hapax di Polibio. Quando Cicerone riprenderà la visione polibiana userà il termine anarchia per indicare il caos più totale che viene con la degenerazione della democrazia).

Ogni stato deve, per una sorta di immutabile legge naturale, percorrere tutte le sei fasi del ciclo, alla fine del quale se ne instaurerà uno nuovo. Esiste però un particolare tipo di costituzione, detto costituzione mista, che è riuscita a racchiudere in se le tre fasi positive, conviventi insieme. Solo due stati al mondo, la Sparta di Licurgo e Roma, hanno adottato questa costituzione, nella quale la monarchia è rappresentata dai due consoli (monarchia in quanto ciascuno dei due può esercitare il diritto di veto e bloccare le decisioni), l'aristocrazia dal senato e la democrazia dai tribuni della plebe, che garantiscono la presenza del popolo al governo della città. Ecco il segreto della potenza di Roma: l'aver assunto la costituzione più perfetta possibile, che le ha permesso di evitare l'anakuklosis il ciclo ripetuto. Tuttavia Polibio ritiene che ogni stato è destinato alla decadenza, anche Roma, e ciò avverrà quando il popolo, avido di dominio, avrà aumentato il proprio potere oltre ogni misura.

Come per Tucidide, il fine della storia è il maqema; la storia deve essere magistra vitae, deve insegnare agli uomini come agire. Questo insegnamento è a livello pratico e materiale, tipico di una mentalità romanizzata come era quella polibiana.

Polibio ha una particolarissima (e, per la quasi totalità dei critici, limitata) visione della religione. La religione non è altro che un'abile invenzione dei capi che serve a tenere a freno le masse e a garantire l'ordine sociale. L'intervento divino può essere forse invocato per spiegare avvenimenti straordinari, come carestie e pestilenze, ma in genere i fatti umani hanno spiegazioni naturali. A questa visione fondamentalmente atea si contrappone. solo in apparenza la presenza della tuch nella storia, in quanto essa, come abbiamo visto sopra, costituisce solo un'espressione di comodo.

Il limite più grande di Polibio è costituito dal suo stile. Egli adopera la koinh nella sua versione peggiore, la sua lingua, tranne rare eccezioni, è arida e priva di colore e il periodo è prolisso e monotono. Polibio ha il pregio di essere chiaro, ma è privo dell'arte dello scrivere.







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