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LA SOCIETÀ GLOBALE DEL RISCHIO di BECK

sociologia




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LA SOCIETÀ GLOBALE DEL RISCHIO di BECK


  1. INTRODUZIONE. IL MANIFESTO COSMOPOLITICO.

In tutto il mondo, la società contemporanea sta subendo un mutamento radicale che mostra uno spazio in cui le persone scelgono nuove e inattese forme del sociale e del politico. I dibattiti sociologici degli anni 90 hanno cercato di afferrare e concettualizzare questa riconfigurazione:

alcuni autori, che adottino quale principale termine operativo quello di "postmodernità", di "tarda modernità", di "era globale" o di "modernizzazione riflessiva", pongono tutti grande enfasi sul carattere di apertura del progetto umano tra le nuove possibilità, complessità e incertezze

altri danno priorità alla ricerca sulle nuove forme di identità e di socialità sperimentale, sul rapporto tra individualizzazione e cultura politica, sulla "costellazione post-nazionale" o sui presupposti della "democrazia cosmopolitica"



altri ancora hanno prodotto tutta una serie di libri sulla "politica della natura"

e tutti concordano sul fatto che nei decenni a venire ci troveremo di fronte a profonde contraddizioni e ad ingarbugliati paradossi, e proveremo speranze avvolte di disperazione. Nel tentativo di riassumere e sistematizzare queste trasformazioni, fondo il mio lavoro sulla distinzione tra prima e seconda modernità. Uso il primo termine per definire la modernità basata sulle società legate allo stato-nazione, in cui le relazioni sociali, le reti e le comunità sono essenzialmente intese in senso territoriale. Le modalità collettive di vita, il progresso e la controllabilità, il pieno impiego e lo sfruttamento della natura che erano tipici di questa prima modernità sono stati scalzati da 5 processi interconnessi:

la globalizzazione

l'individualizzazione

la rivoluzione dei generi

la sottoccupazione

i rischi globali (in forma di crisi ecologica e del crollo dei mercati finanziari globali)

La vera sfida teorica e politica della seconda modernità consiste nel fatto che la società deve rispondere a tutte queste sfide simultaneamente. L'aspetto comune di questi 5 processi è il fatto che sono tutti conseguenze impreviste della vittoria della prima modernità semplice, lineare e industriale fondata sullo stato-nazione. È questo ciò che intendo quando parlo di "modernizzazione riflessiva". La modernizzazione radicalizzata erode le basi della prima modernità mutandone il quadro di riferimento, spesso in un modo che non è né auspicato né previsto. Di fatto, la stessa idea di controllabilità, certezza e sicurezza, tanto fondamentale nella prima modernità, tende a crollare. Un nuovo genere di capitalismo, un nuovo tipo di economia, di ordine globale, di società e di vita privata stanno nascendo ed essi differiscono tutti dalle precedenti fasi di sviluppo sociale. Pertanto, dal punto di vista sociologico, abbiamo bisogno di un mutamento di paradigma, di un nuovo quadro di riferimento. Quanto sta accadendo non è "postmodernità", ma una seconda modernità, e il compito che ci troviamo davanti è la riforma della sociologia, che ci potrà fornire una nuova cornice per la reinvenzione della società e della politica. Il lavoro di ricerca sulla modernizzazione riflessiva non si occupa solo del declino del modello occidentale; la questione chiave è in che modo tale modello si correli alle differenti modernità delle altre zone del mondo. Quali forme nuove e inattese del sociale stanno venendo a galla?? Quali nuove forze sociali e politiche, quali linee di conflitto, si stanno delineando all'orizzonte?? Nella società globale del rischio le società non occidentali condividono con l'Occidente non solo lo stesso spazio e lo stesso tempo, ma anche le stesse sfide della seconda modernità. Porre enfasi su questo carattere di uguaglianza, e non di diversità, è già un importante passo in avanti nella revisione del pregiudizio evoluzionistico che affligge gran parte delle scienze sociali occidentali odierne. Ponendo fermamente il mondo non occidentale entro l'ambito di una seconda modernità invece che in quello della tradizione, si rende possibile una pluralizzazione della modernità, in quanto tale visione dà spazio alla concettualizzazione di diverse traiettorie di modernità in diverse parti del mondo. Dalla crescente velocità, intensità e rilevanza dei processi di interdipendenza trasnazionale e dall'aumento dei discorsi della globalizzazione economia, culturale, politica e sociale si può dedurre non solo che le società non occidentali dovrebbero essere incluse in qualsiasi analisi delle sfide lanciate alla seconda modernità, ma anche che le specifiche riflessioni del globale devono essere esaminate in questi diversi luoghi di nascita della società globale. Tra gli aspetti positivi potremmo citare:

lo sviluppo delle società multireligiose, multietniche e multiculturali

i modelli interculturali

la tolleranza della differenza culturale

il pluralismo legale osservabile su vari livelli

la moltiplicazione delle sovranità

Tra gli aspetti negativi si potrebbero additare:

la diffusione del settore informale

la flessibilizzazione del lavoro

la deregolamentazione legale di vaste aree dell'economia e dei rapporti lavorativi

la perdita di legittimità dello stato

l'aumento della disoccupazione e della sottoccupazione

l'intervento sempre più energico delle società multinazionali

l'alto tasso di violenza e crimine ordinari

Con la disgregazione del mondo bipolare ci spostiamo da un mondo di nemici ad uno di pericoli e rischi. Ma che cosa significa "rischio"?? Il rischio è il moderno approccio per prevedere e controllare le conseguenze future dell'azione umana, i vari effetti indesiderati della modernizzazione radicalizzata. Si tratta di un tentativo (istituzionalizzato), di una mappa cognitiva per la colonizzazione del futuro. Ovviamente, ogni società ha corso dei pericoli. Ma il regime del rischio è la funzione di un nuovo ordine: non è nazionale ma globale. È connesso ad un processo decisionale di natura amministrativa e tecnica. I rischi presuppongono delle decisioni; in passato queste decisioni venivano prese in base a canoni di calcolabilità prestabiliti che mettevano in relazione mezzi e fini o cause ed effetti. Queste norme sono precisamente quelle che la società globale del rischio ha annullato. Tutto ciò è particolarmente evidente se si pensa che le assicurazioni private, forse il simbolo più lampante del calcolo e della sicurezza alternativa, non coprono le catastrofi nucleari, i mutamenti climatici e le loro conseguenze, il crollo delle economie asiatiche o il rischio poco probabile ma carico di gravi conseguenze implicato dalle varie forme di tecnologia del futuro. Ma che cosa ha portato il rischio alla ribalta?? Il concetto di rischio e di società del rischio unisce ambiti che in passato si escludevano a vicenda: la società e la natura, le scienze sociali e quelle fisiche, la costruzione discorsiva del rischio e la materialità delle minacce. Gran parte dei sociologi crede nel fatto che non esiste nient'altro che la società. Questa sociologia del "nient'altro che la società" è cieca di fronte alle sfide ecologiche e tecnologiche della seconda modernità. La teoria della società del rischio la fa finita con questa autonomia egocentrica e sostiene che allo stesso tempo esistono l'immaterialità delle definizioni mediate e contestate del rischio e la materialità del rischio prodotto dagli esperti e della industrie di tutto il mondo. L'analisi del rischio richiede quindi un approccio interdisciplinare. Nella società globale del rischio la politica e la subpolitica della definizione del rischio acquisiscono un enorme rilievo. I rischi sono diventati un fondamentale fattore di mobilitazione politica, un fattore che spesso sovverte i valori di riferimento in questioni quali, ad esempio, le disuguaglianze associate alla classe, alla razza o al genere. Tale aspetto mette in evidenza il nuovo gioco di potere del rischio e le sue meta-norme: a chi spetta definire la rischiosità di un prodotto o di una tecnologia, e su quali basi fondare una simile definizione in un'era di incertezze prodotte?? Nella società del rischio settori apparentemente irrilevanti dell'azione e dell'intervento politico stanno acquisendo un rilievo fondamentale e mutamenti apparentemente "di poca importanza" producono di fatto trasformazioni basilari a lungo termine nel gioco di forza della politica del rischio. Quindi la cornice della società del rischio pone ancora una volta in relazione sfere che finora erano state rigidamente separate:

la questione della natura

la democratizzazione della democrazia

il futuro ruolo dello stato

Negli ultimi 20 anni vaste aree del dibattito politico si sono incentrate sul declino del potere e della legittimità del governo e sull'esigenza di rinnovare la cultura della democrazia. La società del rischio esige una riforma istituzionale che potrebbe incoraggiare le innovazioni ambientali e contribuire alla costruzione di una sfera pubblica meglio sviluppata in cui le questioni cruciali del valore che minano i conflitti del rischio possano essere discusse e giudicate. Ma allo stesso tempo la nuova rilevanza del rischio pone in relazione da un lato l'autonomia individuale e l'insicurezza sul mercato del lavoro e nei rapporti di genere e, dall'altro, la travolgente influenza del mutamento scientifico e tecnologico. La società globale del rischio espone il discorso pubblico e le scienze sociali alle sfide della crisi ecologica, che sono globali, locali e personali allo stesso tempo. E non è finita qui: nell'"era globale" il tema del rischio unisce numerosi settori altrimenti separati. La vita privata e la politica mondiale stanno diventando "rischiose" nel mondo globale delle incertezze prodotte. Ma la globalità del rischio non implica, ovviamente, un'equità globale del rischio. La prima legge dei rischi ambientali è: l'inquinamento segue i poveri. Negli ultimi 10 anni la povertà si è intensificata ovunque. Non solo è cresciuto il divario tra ricchi e poveri, ma sempre più persone stanno cadendo nella trappola dell'indigenza (= povertà). Le politiche economiche liberiste, imposte dall'Occidente ai paesi indebitati, non fanno che peggiorare la situazione costringendo gli stati a sviluppare l'industria specializzata per rifornire i ricchi piuttosto che a proteggere, istruire o prendersi cura dei più deboli. Di fatto, poi, nei paesi più ricchi il consumo è ormai praticamente sfuggito al controllo. Il rischio e la responsabilità sono intimamente correlati, così come il rischio e la fiducia, il rischio e la sicurezza (assicurazione e protezione). A chi può essere assegnata la responsabilità (e dunque i costi)?? Oppure viviamo in un contesto di "irresponsabilità organizzata"?? È questa una delle principali questioni dibattute nei conflitti politici della nostra era. La questione principale è in che modo si possano prendere decisioni in condizioni di incertezza prodotta, in una situazione in cui non solo la base di conoscenza è incompleta, ma, inoltre, una conoscenza maggiore e migliore implica spesso una maggiore incertezza. È giunto il momento di riconoscere, agendo di conseguenza, il nuovo rischio del mercato globale, che pone in evidenza le dinamiche sociali e politiche della società economica globale del rischio. Il mercato globale (assieme al relativo rischio) è un nuovo genere di "irresponsabilità organizzata", in quanto è una forma istituzionale tanto impersonale da essere assolutamente priva di responsabilità, persino verso se stessa. Nessuno controlla il rischio del mercato globale, le varie componenti seguono solo i propri interessi. Dal momento che non esiste un governo globale, il rischio del mercato globale non può essere regolamentato come i mercati nazionali. Né questi ultimi possono opporre resistenza al mercato globale. Proprio come i rischi ecologici globali, anche i rischi finanziari globali non possono essere messi da parte: gonfiandosi come fiumi in piena, essi si tramutano in rischi sociali e politici, rischi che interessano tanto i ceti medi quanto i poveri e le élite politiche. Il libero mercato globale si sta sfaldando e l'ideologia liberista sta crollando. In tutto il mondo i politici, e tra questi anche i governanti europei, stanno compiendo passi incerti in cerca di nuove misure politiche: si sta reinventando il protezionismo, alcuni richiedono la creazione di nuove istituzioni trasnazionali che controllino il flusso finanziario globale e altri invocano un sistema assicurativo trasnaz 616i87g ionale o l'adozione di una nuova linea politica da parte delle istituzioni e dei sistemi trasnazionali esistenti. Ne consegue che l'era dell'ideologia liberista è ormai una memoria sbiadita che sta venendo soppiantata dal suo opposto, una politicizzazione dell'economia del mercato globale. Al momento attuale, le componenti fondamentali dei rischi del mercato globale si possono definire nello stesso modo in cui si potevano illustrare gli aspetti sostanziali della società globale del rischio tecnologico ed ecologico emersi con lo shock antropologico di Černobyl. Dunque, nella società globale del rischio finanziario ed ecologico:

vi sono 2 conflitti, 2 logiche di distribuzione, interconnessi: la distribuzione dei beni e quella dei mali

le basi del "calcolo del rischio" sono indebolite: danni quali la presenza di milioni di disoccupati e poveri non possono essere compensati, ad esempio, con il denaro; non ha alcun senso assicurarsi contro la recessione globale

l'"esplosività sociale" dei rischi finanziari globali si sta tramutando in realtà: essa innesca una dinamica di mutamento culturale e politico che mina le basi delle burocrazie sfidando il dominio dell'economia classica e del neoliberismo e ridefinendo i confini e i campi di battaglia della politica contemporanea

le istituzioni dello stato-nazione crollano

il rischio implica sempre la questione della responsabilità, per cui l'esigenza di una "globalizzazione responsabile" acquisisce un rilievo pubblico e politico di portata mondiale

stanno emergendo nuove opzioni: il protezionismo nazionale e regionale,e le istituzioni trasnazionali e la democratizzazione

È per tali motivi che non mi definisco né ottimista né pessimista: la società globale del rischio è una società autocritica. Il punto focale della tesi qui sostenuta si concentra principalmente sulle questioni ecologiche e tecnologiche del rischio e sulle relative implicazioni sociologiche e politiche. La tesi che intendo dimostrare è che ci troviamo davanti ad una "politica della Terra" inesistente fino a qualche anno fa e che tale situazione può essere compresa e organizzata nei termini della dinamica e delle contraddizioni di una società globale del rischio. Viviamo in un'era del rischio che è globale, individualistica e più morale di quanto si pensi. L'etica dell'autorealizzazione e delle conquiste individuali è la corrente di pensiero più potente della società occidentale moderna. Gli individui che scelgono, decidono, che aspirano a diventare gli autori della propria vita, i creatori della propria identità, sono i personaggi centrali della nostra epoca. Questa generazione "io-centrica" è stata oggetto di molte critiche, ma per molti aspetti i figli della libertà hanno sentimenti più appassionati e morali che in passato rispetto ad una vasta gamma di questioni, dal modo in cui si trattano l'ambiente e gli animali al genere, alla razza e ai diritti umani in tutto il mondo. Tale atteggiamento potrebbe gettare le basi di un nuovo cosmopolitismo, ponendo la globalità al centro dell'immaginazione, dell'azione e dell'organizzazione politica. Ma qualsiasi tentativo di creare un nuovo senso di coesione sociale deve partire dal riconoscimento del fatto che l'individualizzazione, la diversità e lo scetticismo sono iscritti nella nostra cultura. Cominciamo col chiarire il significato di "individualizzazione". Individualizzazione non vuol dire individualismo e neanche individuazione, vale a dire il modo per diventare una persona singolare. Al contrario, è un concetto strutturale, correlato al welfare state; il suo significato è "individualismo istituzionalizzato". La maggior parte dei diritti acquisiti con il welfare state, ad esempio, sono stati concepiti per gli individui piuttosto che per le famiglie. In molti casi essi presuppongono l'occupazione; a sua volta, l'occupazione implica istruzione, ed entrambe presuppongono la mobilità. In base a tutti questi requisiti le persone sono invitate a costituirsi come individui: a pianificarsi, intendersi, progettarsi come individui e, nel caso in cui non ci riuscissero, a dare la colpa a se stessi. Pertanto, l'individualizzazione comporta, paradossalmente, uno stile di vita collettivo. Se ciò si associa al linguaggio della globalizzazione etica, sono convinto che la democrazia cosmopolitica rappresenti un progetto realistico, per quanto utopico; anche se, in un'epoca di conseguenze secondarie, dobbiamo anche riflettere sul lato oscuro, sui modi in cui tale progetto può essere usato politicamente come un fronte da cui far partire avventure imperiali vecchio stile. Viviamo in una società "io-centrica"?? La società si nutre di risorse morali che è incapace di rinnovare; l'ideale "ecologia dei valori", nella quale sono radicate l'idea di comunità, la solidarietà, la giustizia, la democrazia, è in declino: la modernità sta mettendo alla prova i propri stessi indispensabili presupposti morali. Ma questa concezione di società morale è falsa: la moralità e la libertà politica non si escludono, ma si includono a vicenda. La domanda è: che cos'è la modernità?? Il punto nodale di questa risposta è che la modernità ha nel suo centro una fonte indipendente di significato, vale a dire la libertà politica. La modernità implica, quindi, che un mondo di certezze tradizionali si sta consumando per essere sostituito da un individualismo legalmente sancito destinato a tutti. In quella che abbiamo chiamato prima modernità, alla domanda su chi avesse e chi non avesse diritto alla libertà si rispondeva ricorrendo ad argomentazioni quali la "natura" del genere e dell'etnicità; le contraddizioni tra le istanze universali e le realtà particolari venivano appianate attraverso un'ontologia della differenza. Nella seconda modernità, dopo la democratizzazione politica (lo stato democratico) e la democratizzazione sociale (il welfare state), una democratizzazione culturale sta mutando le fondamenta della famiglia, delle relazioni tra i generi, dell'amore, della sessualità e dell'intimità. Le nostre parole sulla libertà cominciano a diventare fatti, per cui molti dei concetti e delle formule della prima modernità sono diventati inadeguati. Gli individui si sono adattati al futuro più di quanto non lo abbiano fatto le istituzioni sociali e i loro rappresentanti. Mentre nel vecchio sistema di valori l'individuo doveva sempre essere subordinato agli schemi della collettività, i nuovi orientamenti verso il "noi" stanno creando qualcosa di simile ad un individualismo cooperativo o altruista. Il pensare a se stessi e il vivere per gli altri, atteggiamenti considerati in passato contraddittori per definizione, si sono rivelati intimamente e sostanzialmente interconnessi. Vivere da soli significa vivere socialmente. Occorre poi ricordare che un ampio numero di uomini e donne è costretto a trattare il futuro come una minaccia piuttosto che come un rifugio. In questa sede, non si può fare altro che offrire qualche appunto su come una simile economia politica di incertezza, l'economia politica della società globale del rischio, potrebbe venire sviluppata:

in 1° luogo            in tutto il mondo, allo stesso tempo, il lavoro fragile aumenta rapidamente: si tratta cioè di impieghi a tempo parziale o determinato, di lavoro autonomo e di altre forme di cui non siamo riusciti a dare che definizioni appena soddisfacenti. Se questa dinamica continuerà, tra 10 o 15 anni in Occidente circa la metà della popolazione idonea al lavoro si troverà in condizioni lavorative di incertezza. Ciò che un tempo era l'eccezione sta diventando la regola.

in 2° luogo            tale fenomeno dà la sensazione del tutto fondata che gli stati non siano più liberi di agire se non per scegliere tra (a) la protezione sociale del crescente numero di poveri, al prezzo di un alto tasso di disoccupazione (come accade nella maggior parte dei paesi occidentali) e (b) l'accettazione di una macroscospica povertà volta a raggiungere un tasso di disoccupazione leggermente inferiore (come accade negli Stati Uniti)

in 3° luogo            quanto osservato è intimamente correlato alla fine della società del lavoro, in quanto un numero crescente di esseri umani sta venendo sostituto dalle tecnologie intelligenti. L'aumento della disoccupazione non può più essere attribuito alle crisi economiche cicliche, ma piuttosto al successo del capitalismo tecnologicamente avanzato

in 4° luogo            l'economia politica dell'incertezza descrive e analizza un effetto domino. Quanto più precaria diventa l'occupazione, tanto più le basi del welfare state si intaccano e la vite "normali" vanno in frantumi; la crescente pressione esercitata sul sistema assistenziale non può essere finanziata dalle tasche pubbliche piene di buchi

in 5° luogo            le strategie difensive ortodosse si trovano di conseguenza sotto pressione. Dappertutto c'è richiesta di "flessibilità", il che significa, in altre parole, che un datore di lavoro dovrebbe poter licenziare i salariati più facilmente. Flessibilità significa anche una redistribuzione dei rischi dallo stato e dall'economia ai singoli individui. I posti di lavoro disponibili sono sempre più a breve termine e "rinnovabili", il che vale a dire "terminabili". Gli individui non devono far altro che accettare tutto con un sorriso: "la vostra esperienza e le vostre capacità sono obsolete e nessuno sa dirvi che cosa dovete imparare per rendervi necessari in futuro". Di conseguenza, quanto più i rapporti di lavoro sono deregolamentati e flessibilizzati, tanto più rapidamente la società del lavoro si trasforma in una società del rischio che non consente calcoli individuali o politici. L'incertezza endemica è la caratteristica che contraddistinguerà la vita e l'esistenza stessa dei più negli anni a venire. Pertanto, l'espressione "libertà precaria" denota una fondamentale ambivalenza tra il copione culturale dell'autorealizzazione personale e la nuova economia politica dell'incertezza e del rischio.

Passiamo ora a collegare questi punti con la nostra tematica di partenza: com'è possibile che una società secolare esposta ai rigori di un mercato globale, basata sull'individualizzazione istituzionalizzata nel bel mezzo di un'esplosione globale delle comunicazioni, nutra anche un senso di appartenenza, di fiducia e di coesione?? Può farlo soltanto attingendo ad una fonte che, invece di esaurirsi con l'uso quotidiano, sgorga con forza crescente: la democratizzazione culturale e la libertà politica. Eppure c'è una contraddizione di fondo tra la libertà politica e l'economia politica del rischio e dell'incertezza: sulla strada che conduce al dominio incontrastato dell'economia politica del rischio, le istituzioni repubblicane e le energie della cultura democratica sono le prime a deragliare. L'obiettivo è la proposta di un reddito minimo garantito. Quando, o se, questo obiettivo sarà raggiunto, gli uomini e le donne non più timorosi di usare la propria libertà potranno trovare il tempo, la volontà e il coraggio di rispondere alle sfide della seconda modernità. Non sto sostenendo la tesi di un reddito minimo garantito che risollevi i poveri dal loro stato di povertà: si tratta di una questione importante, ma relativa esclusivamente ad un particolare gruppo. La tesi che sto sostenendo è che abbiamo bisogno di un reddito minimo garantito come condizione indispensabile di una repubblica politica di individui che creeranno un senso di coesione e complicità nel conflitto e nell'impegno pubblico. Se si pone la libertà politica al suo centro, la modernità non è un'età di declino dei valori, ma un'età di valori, nella quale la certezza gerarchica della differenza ontologica viene soppiantata dall'incertezza creativa della libertà. Quali sono le conseguenze impreviste e indesiderate della nuova retorica della "comunità globale", del "governo globale" e della "democrazia cosmopolitica"?? Quali saranno i rischi se la missione cosmopolita avrà successo?? Di fatto, mentre prima la promozione occidentale di valori universali quali i diritti umani e la democrazia era sempre passibile di dubbio e spesso screditata nella prassi, oggi, per la prima volta, all'Occidente viene data carta bianca nella definizione e nella promozione dei valori universali. Con la scomparsa delle sfide lanciate al dominio della principali potenze economiche mondiali, anche queste argomentazioni morali possono essere sostenute senza contestazione alcuna. La globalizzazione implica l'indebolimento delle strutture statali, dell'autonomia e del potere dello stato. Da tale fenomeno deriva un risultato paradossale:

da un lato                     è proprio il crollo dello stato che ha dato origine alla maggior parte dei gravi conflitti umani degli anni 90

dall'altro                       l'idea della "responsabilità globale" implica almeno la possibilità che si realizzi un nuovo umanitarismo militare occidentale che imponga l'applicazione dei diritti umani in tutto il globo

Di conseguenza, sarà molto probabile la nascita di una "facciata cosmopolita" atta a legittimare gli interventi militari dell'Occidente: di fatto, la subordinazione degli stati deboli alle istituzioni di un "governo globale" dà effettivamente via libera a strategie di potere camuffate da intervento militare. Nell'era della globalizzazione non vi è una pronta via d'uscita da questo dilemma democratico, che non può essere risolto semplicemente muovendosi nella direzione della "democrazia cosmopolitica". Il problema centrale sta nel fatto che senza una coscienza cosmopolitica politicamente forte, e in assenza di adeguate istituzioni di società civile globale e di opinione pubblica, la democrazia cosmopolitica resta, malgrado tutte le fantasie istituzionali, nient'altro che un'utopia necessaria. La questione decisiva sta nel se e in che modo una coscienza di solidarietà cosmopolitica possa svilupparsi. Oggi, all'inizio di un nuovo millennio, è tempo di pubblicare un Manifesto Cosmopolitico. Esso si incentra sul conflitto e sul dialogo trasnazionale-nazionale che devono essere esplicitati e organizzati. L'oggetto di questo dialogo globale devono essere gli obiettivi, i valori e le strutture di una società cosmopolitica; la possibilità della democrazia in un'era globale. Assistiamo da tempo ad un'erosione dell'autorità degli stati nazionali e ad una generale perdita di fiducia nelle istituzioni gerarchiche. Ma, al contempo, l'intervento attivo dei cittadini si è diffuso in misura crescente spezzando i vincoli delle convenzioni del passato, specialmente tra le fasce più giovani e meglio istruite della popolazione. Gli spazi in cui gli individui pensano e agiscono in modo moralmente responsabile si stanno restringendo, aprendosi con maggior facilità ad intense relazioni personali. Si stanno anche diffondendo a livello globale, diventando più difficili da gestire. I giovani sono spinti da interessi ampiamente esclusi dalla politica nazionale (come evitare la distruzione ambientale globale?? Come si può vivere e amare con la minaccia dell'aids?? Che significato hanno la tolleranza e la giustizia sociale nell'era globale??). La conseguenza è che i figli della libertà esercitano una sconfessione altamente politica della politica. Alla base di un Manifesto Cosmopolitico sta la nascita di una nuova dialettica di istanze globali e locali che non rientrano nella politica nazionale. Tali questioni "glocali" sono già all'ordine del giorno nelle discussioni politiche, tuttavia solo in un quadro trasnazionale esse possono essere affrontate, discusse e risolte in modo appropriato. È per questo che devono verificarsi una reinvenzione della politica, una costituzione e un radicamento del nuovo soggetto politico, vale a dire dei partiti cosmopolitici. Questi rappresentano gli interessi trasnazionali a livello trasnazionale, ma operano anche nell'arena politica nazionale. Diventano quindi possibili, sia da un punto di vista programmatico che organizzativo, solo come movimenti nazionali-globali e come partiti cosmopolitici. Alla base di questo discorso si colloca la comprensione del fatto che le preoccupazioni principali dell'umanità sono problemi "mondiali". Consideriamo il caso di tutte le varie industrie altamente regolamentate che negli ultimi anni sono state liberalizzate (telecomunicazioni, industria energetica, servizi finanziari, settore alimentare). L'aumento della competizione in questi ambiti ha trascinato nel conflitto i regimi nazionali che li regolano, ma al contempo i problemi hanno assunto una portata globale. All'orizzonte incombono altre problematiche, la legislazione ambientale e quella del lavoro, in cui la regolamentazione è ancora più sensibile. È questa la sfida degli anni a venire: una prima ondata di deregolamentazione nazionale dà vita ad una seconda ondata di regolamentazione trasnazionale. Le prime espressioni di una politica cosmopolitica si stanno già evidenziando entro l'ambito degli stati nazionali: sono espressioni che necessitano di argomentazioni specifiche per cristallizzarsi come movimenti politici nazionali e trasnazionali. Tali manifestazioni rendono possibile la nascita di movimenti e partiti cosmopolitici che, anche se all'inizio mobiliteranno solo delle minoranze, radicheranno il proprio potere nell'atto stesso di aprirsi all'ambito trasnazionale. Si tratta di un compito arduo: la risoluzione dei problemi in tutte queste aree sta già facendo emergere abbastanza conflitti e le difficoltà saranno ancora maggiori tra paesi più diversi per presupposti culturali, strutture politiche e livello di reddito. Le comunità non territoriali organizzate, ad esempio, in base ad una divisione trasnazionale del lavoro dovrebbero essere concepite come "paesaggi sociali". In che modo le comunità postnazionali possono costituire la base dell'azione politica e di processi decisionali che uniscano la collettività?? La condivisione del rischio o una "socializzazione del rischio" possono diventare una potente base per la comunità, caratterizzata da aspetti tanto territoriali quanto non territoriali. Finora il rischio è apparso come un fenomeno puramente negativo, da evitare o minimizzare. Ma allo stesso tempo può essere considerato anche come un fenomeno positivo, quando implica una condivisione senza frontiere dei rischi. Le comunità postnazionali potrebbero quindi essere costruite e ricostruite come comunità del rischio, definite come gruppo di persone che abbia trovato premesse fondamentali comuni. La condivisione del rischio comporta inoltre un'assunzione di responsabilità. Nella società mondiale del rischio c'è una struttura di potere fondamentale che distingue coloro che producono e traggono profitto dai rischi dei molti che sono afflitti dagli stessi rischi. Le principali problematiche che quest'idea di comunità territoriali del rischio condiviso pone sono le seguenti: i rischi e i relativi costi dovrebbero essere condivisi da determinate categorie di cittadini o dai residenti di un certo luogo?? Come si potranno mai condividere i rischi globali?? Che cosa implica il fatto che la socializzazione del rischio può essere distribuita tra più generazioni?? I movimenti globali quali le reti di ecologisti o di femministe costituiscono un "partito globale" in 3 sensi:

in 1° luogo              i loro valori e obiettivi non hanno basi nazionali ma cosmopolitiche: essi si appellano ai valori dell'umanità (libertà, diversità, tolleranza) e alle tradizioni di ogni cultura e religione; si sentono in obbligo nei confronti dell'intero pianeta. I partiti nazionali, invece, si appellano a valori, tradizioni e solidarietà nazionali

in 2° luogo              sono partiti mondiali perché pongono la globalità al centro dell'immaginazione, dell'azione e dell'organizzazione politica. Essi propongono una politica di alternative concrete alle priorità fermamente stabilite e fermamente guidate della sfera nazionale. All'ordine del giorno non vi è mai un particolare contenuto, ma vi sono sempre anche un nuovo concetto, nuove strutture, nuove istituzioni politiche, che per la prima volta offrono una piattaforma programmatica per la negoziazione e l'applicazione dal basso di istanze trasnazionali

in 3° luogo              sono possibili solo come partiti multinazionali. Devono quindi esistere movimenti e partiti cosmopolitici di tutti gli stati che, interagendo l'uno con l'altro nei vari settori della società globale, lottino per realizzare valori, reciprocità e istituzioni cosmopolitiche

Dove la globalità diventa un problema quotidiano o l'oggetto della cooperazione (nelle grandi città, nelle organizzazioni e nei movimenti trasnazionali, nelle scuole e nelle università), l'ambiente e la mentalità di una cittadinanza globale cosciente di sé prendono forma con una concezione postnazionale della politica, della responsabilità, dello stato, della giustizia, dell'arte, della scienza e dello scambio pubblico. D'altra parte, il grado in cui tale fenomeno è già reale, o lo sarà in futuro, è ancora ignoto, sia empiricamente che politicamente. Questa "cittadinanza del mondo" si sta espandendo con le sue caratteristiche culturali nazionali e avrà i suoi "cittadini globali". Le organizzazioni volontarie svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione di una società civile globale: esse contribuiscono a generare la mentalità pubblica e la fiducia civica necessaria per aprire le agende politiche nazionali a problematiche trasnazionali e cosmopolitiche. E danno luogo per proprio stesso diritto ad una fiorente crescita umana.


LA SOCIETÀ GLOBALE DEL RISCHIO COME SOCIETÀ COSMOPOLITICA? ALCUNE QUESTIONI ECOLOGICHE IN UN CONTESTO DI INCERTEZZE PRODOTTE.

Società del rischio significa società globale del rischio. Di fatto, il suo principio assiale, le sue sfide, sono pericoli prodotti dalla civiltà che non possono essere delimitati socialmente né nello spazio, né nel tempo. Di fatto proporremo, per l'analisi sociologica delle questioni ecologiche, un quadro concettuale che ci permetterà di concepire tali problemi non come inerenti all'ambiente o al mondo che ci circonda, ma come appartenenti al mondo interiore della società. Questo quadro di riferimento si pone al di là del dualismo società-natura; le sue tematiche e le sue prospettive centrali hanno a che fare con l'incertezza prodotta insita nella nostra civiltà: con

il rischio

il pericolo

le conseguenze secondarie

l'assicurabilità

l'individualizzazione

la globalizzazione

Nell'immagine che la società globale del rischio ha di se stessa, la società diventa riflessiva in 3 sensi:

in 1° luogo        la società diventa una questione e un problema per se stessa: i pericoli globali danno vita a comunanze globali e, di conseguenza, cominciano a definirsi i contorni di una (potenziale) sfera pubblica globale

in 2° luogo        la percezione di globalità della minaccia prodotta dalla civiltà a se stessa innesca un impulso politicamente plasmabile verso lo sviluppo di istituzioni cooperative internazionali

in 3° luogo        i confini della sfera politica tendono a dissolversi: compaiono costellazioni di una subpolitica a un tempo globale e diretta che relativizzano o evitano le coordinate e le coalizioni della politica dello stato-nazione e possono condurre ad "alleanze su scala mondiale di convinzioni che si escludono reciprocamente"

In altre parole, dal disagio percepito dalla società globale del rischio può prendere forma la "società cosmopolitica".


I.       Elementi di una teoria della società globale del rischio.

L'indeterminatezza dei concetti di "natura" ed "ecologia"

Il concetto "ecologia" è molto vago. Se qualcuno usa il termine "natura", sorge spontanea la domanda: quale modello culturale di "natura" viene dato per scontato?? Di per se stessa la natura non è natura: è un concetto, una norma, una reminescenza, un'utopia, un progetto alternativo. Oggi più che mai. La natura viene riscoperta, lusingata, proprio ora che non esiste più. Il movimento ecologista sta reagendo allo stato globale di una fusione contraddittoria tra natura e società, una fusione che ha soppiantato entrambi i concetti in una relazione di legami e lesioni reciproci di cui non abbiamo alcuna idea, né tanto meno un concetto teorico. Nel dibattito ecologista i tentativi di usare la natura come un'insegna contro la sua distruzione si basano su un malinteso naturalistico, perché questa natura tanto invocata non esiste più. Ciò che invece esiste, e che crea un tale sommovimento politico, sono le diverse forme di socializzazione e le diverse mediazioni simboliche della natura (e della distruzione della natura). Sono queste concezioni culturali della natura, queste visioni contrapposte della natura e le relative tradizioni culturali (nazionali) che esercitano un influsso determinante sui conflitti ecologici. Ma se la natura in sé non può costituire il riferimento analitico della crisi ecologica e di una critica al sistema industriale, che cosa può svolgere questo ruolo?? La risposta più diffusa è: le scienze naturali. Si suppone infatti che le formulazioni tecniche (tossicità dell'aria, dell'acqua e del cibo, modelli climatologici, ..) costituiscano modalità decisive per stabilire se il danno e la distruzione siano tollerabili. Questo approccio presenta tuttavia almeno 3 svantaggi:

in 1° luogo        conduce direttamente all'"ecocrazia", la quale si distingue dalla tecnocrazia per un maggior grado di potere (amministrazione globale) e per una coscienza particolarmente pulita

in 2° luogo        ignora l'importanza delle percezioni culturali e del conflitto e del dialogo interculturale, ovvero che gli stessi pericoli possano essere percepiti in modo diverso (es dell'energia nucleare: francesi + tedeschi - )

in 3° luogo        gli approcci delle scienze naturali alle questioni ecologiche contengono ancora una volta dei lontani modelli culturali di natura

Ovviamente, ognuno deve pensare secondo i concetti delle scienze naturali per riconoscere la minaccia ecologica che incombe sul mondo. La coscienza ecologica quotidiana è pertanto l'esatto opposto di una coscienza naturale: essa è una visione totalmente scientifica del mondo. Cosa le persone continueranno ad accettare e cosa invece non accetteranno più non risulta da nessuna diagnosi tecnica o ecologica dei pericoli; questo punto deve piuttosto diventare l'oggetto di un dialogo globale tra le culture. Ed è proprio su questo che si sposta l'obiettivo analizzando la questione da un altro punto di vista, associato alla scienza della cultura: la scala e il grado d'urgenza della crisi ecologica variano in base alle percezioni e alle valutazioni intraculturali e interculturali. I pericoli, quindi, non esistono di per sé, indipendentemente dalle nostre percezioni. Essi diventano un'istanza politica solo quando le persone ne sono generalmente consapevoli; sono costruzioni sociali strategicamente definite, celate o esagerate nella sfera pubblica con l'ausilio di materiale scientifico allo scopo. Non c'è quindi una sostanziale differenza tra i pericoli esistenti nella storia antica e quelli corsi dalla civiltà sviluppata, tranne che nelle modalità di percezione culturale e nel modo in cui tale percezione si organizza nella società mondiale. Per quanto vera e rilevante, neanche tale prospettiva è pienamente soddisfacente:

in 1° luogo        pone un accento sulla sociologia del "nient'altro che la società" (e sui suoi errori), una sociologia che ignora le caratteristiche di coesistenza dell'immaterialità (definizione sociale) e della materialità (prodotto dell'azione) del rischio

in 2° luogo        sappiamo che gli uomini dell'Età della pietra non avevano la capacità dell'annientamento nucleare ed ecologico e che i pericoli rappresentati dai demoni in agguato non avevano la stessa dinamica politica dei rischi di matrice umana dell'autodistruzione ecologica


II.           Il dibattito tra realismo e costruttivismo.

È proprio qui che ha inizio la teoria della società globale del rischio. Se ci si chiede quale sia la giustificazione di questo concetto, 2 sono le risposte possibili: una realista e una costruttivista.

Nella visione realista le conseguenze e i pericoli della produzione industriale sviluppata "sono" ormai globali. La forma verbale "sono" si basa su scoperte e dibattiti scientifici relativi alla distruzione progressiva (es: dello strato di ozono); lo sviluppo delle forze produttive si intreccia con lo sviluppo di forze distruttive ed entrambe generano la nuova dinamica del conflitto di una società globale del rischio. (es della catastrofe di Černobyl e dell'inquinamento "senza frontiere") In questa prospettiva realista, allora, il discorso sulla società globale del rischio riflette la socializzazione globale forzata dovuta ai pericoli prodotti dalla civilizzazione. Il nuovo stato del mondo è la base della crescente importanza delle istituzioni trasnazionali. Ai pericoli globali corrispondono modelli globali di percezione, arene mondiali di vita e azione pubblica e attori e istituzioni trasnazionali. La forza del realismo può essere intravista anche nella sua chiara trama storica, secondo la quale lo sviluppo dell'industria o della società industriale ha attraversato 2 fasi distinte: in una prima fase erano la classe o le questioni sociali l'aspetto predominante, mentre in una seconda fase tale ruolo è passato alle questioni ecologiche. Ma sarebbe davvero troppo semplicistico ipotizzare che l'ecologia abbia soppiantato la questione della classe: è piuttosto evidente che le crisi ecologiche, quelle del mercato del lavoro e quelle economiche vengono a sovrapporsi e possono anche aggravarsi a vicenda. Un modello a fasi tuttavia serve a guadagnare forza persuasiva quando si contrappone la portata globale delle questioni ecologiche alle istanze della povertà e delle classi che dominavano la fase nazionale del capitalismo industriale. Presupporre l'obiettività dei pericoli globali significa promuovere la costruzione di istituzioni trasnazionali. Pertanto, questo punto di vista, spesso sospettato di ingenuità, implica o addirittura produce un considerevole impulso al potere, che viene spinto ad attuare misure di "sviluppo sostenibile". Basta dare un'occhiata superficiale a queste modalità realistiche di definizione della società globale del rischio per comprendere quanto siano fragili. In primo luogo, la prospettiva realistica non riflessiva dimentica oppure omette il fatto che il suo "realismo" è coscienza collettiva mass-mediatica sedimentata, frammentata. La conoscenza pubblica del rischio è spesso una conoscenza profana, non esperta, privata del riconoscimento sociale. In che modo si produce l'ovvietà dei pericoli "realistici"?? Quali attori, quali istituzioni, strategie e risorse sono decisivi nella sua fabbricazione?? Domande del genere possono essere poste e comprese solo entro una prospettiva costruttivista anti-realista.

Nella visione socio-costruttivista, quindi, i discorsi sulla società globale del rischio non si basano tanto su una globalità (scientificamente diagnosticata) dei problemi, quanto su "coalizioni discorsive" trasnazionali che sostengono entro lo spazio pubblico le istanze di un'agenda ambientalista globale. Tali coalizioni vennero create e divennero potenti tra gli anni 70 e 80 e solo negli anni 90 hanno cominciato a dare forma nuova al panorama tematico che circonda i problemi del pianeta. Tale impegno necessita di un'istituzionalizzazione del movimento ambientalista e della costituzione di reti e attori trasnazionali (iun, wwf, Greenpeace, ma anche ministeri per l'ambiente, legislazioni e accordi nazionali e internazionali, nonché industrie e grandi scienziati impegnati nella gestione globale dei problemi del pianeta). E, inoltre, questi attori devono anche riuscire nella loro opera, e contrapporsi costantemente alle potenti contro-coalizioni.

Finora, l'approccio globale ai problemi, il discorso vero e proprio sulla società globale del rischio, si è imbattuto in 3 tipi di argomentazioni contrarie:

la prima            sostiene che le conoscenze (di profani o esperti) relative ai pericoli globali non sono affatto chiare; molti fanno anche riferimento alle discrepanze tra il reale stato delle conoscenze degli esperti e la drammatizzazione pubblica del pericolo e della crisi

la seconda        sostenuta soprattutto dagli attori e dei governi del cosiddetto "Terzo Mondo", critica la definizione globale dei problemi ambientali come una specie di neoimperialismo ecologico. In questo caso l'idea è non solo che gli stati occidentali si garantiscono il predominio sui paesi poveri nel campo del sapere e dello sviluppo, ma soprattutto che nascondono la propria fondamentale responsabilità per le minacce globali che affliggono la civiltà

la terza             punta sul fatto che la definizione globale delle questioni ecologiche conduce ad una perversione della "salvaguardia della natura" tramutandola nel suo opposto, in una specie di amministrazione mondiale. Tale fenomeno crea quindi nuovi monopoli di sapere

Inoltre, è sempre più evidente che il discorso sulla società globale del rischio non si associa al superamento dei conflitti etno-nazionalisti di percezione e valutazione ma, anzi, sembra accompagnarsi alla nascita di nuovi conflitti di questo genere (es: nelle dispute sui gradi di pericolo, su chi sia responsabile o sull'esigenza di contromisure), che serviranno a definire le future nazioni vincenti e perdenti. Per quanto contraddittori nei metodi e nei presupposti di base, l'approccio realista e quello costruttivista sono concordi nella formulazione dell'analisi: di fatto, anche se in modi differenti, giustificano entrambi il discorso sulla società globale del rischio. Le differenze:

il realismo

pone l'accento sulla società globale del rischio

su questo fronte, il carattere di globalità si basa esclusivamente sull'apparente assolutezza fluttuante dei pericoli oggettivi

concepisce la problematica ecologica come "chiusa"

il punto focale è rappresentato dai pericoli (gli scenari apocalittici) della società globale del rischio

i pericoli globali devono innanzitutto dar vita a istituzioni e trattati internazionali

il costruttivismo

pone l'accento sulla società globale del rischio

in quest'ottica, gli attori trasnazionali devono prima legittimare la propria politica discorsiva, affinché la globalità delle istanze ambientaliste risulti decisiva per le percezioni sociali e per le spinte all'azione

sostiene in via di principio l'apertura della problematica ecologica

al centro dell'attenzione stanno le opportunità, il contesto in cui gli attori si trovano a operare

il discorso sui pericoli ambientali globali presuppone di per sé l'esistenza di coalizioni discorsive sopranazionali che s'impegnino in un'azione efficace

È proprio vero che il realismo e il costruttivismo, nei rispettivi approcci alla società globale del rischio e nei diversi modi in cui la spiegano, si escludono reciprocamente sotto ogni aspetto?? In realtà lo fanno soltanto finché si ipotizza che entrambi agiscano ingenuamente. Occorre quindi riconoscere il contenuto interpretativo del realismo riflessivo e, di conseguenza, il suo ruolo potenziale nelle strategie di potere. Tale realismo riflessivo, infatti, ricerca a fondo le fonti che rendono per la prima volta i "significati della realtà" "realtà". Se si dubita delle semplici posizioni contrarie è quindi possibile contrapporre o giustapporre il realismo "riflessivo" al costruttivismo "ingenuo".

In che modo la distinzione natura-società viene costruita socialmente e ricostruita sociologicamente??

Tutta una serie di programmi di ricerca sociologica sta studiando, a partire da diversi punti di vista, il problema di come il vecchio dualismo natura-società possa essere superato mentre viene contemporaneamente ridefinito e riconcettualizzato nel senso delle relazioni simbolicamente mediate tra società e natura. Partendo da un contesto di ricerca scientifica e tecnologica, Bruno Latour e Donna Haraway hanno proposto di abbandonare il dualismo natura-società a favore di una sociologia degli artefatti o degli ibridi. Alla domanda su che cosa debba sostituire la distinzione fondamentale tra società e natura (società e tecnica), essi rispondono: la nuova unità della loro indistinguibilità. I 2 esprimono tale concetto in modo piuttosto convincente in termini negativi, ma non in termini positivi. Nel campo degli studi sul genere, di recente è stata prodotta tutta una serie di tentativi altamente competitivi di definire un'eco-sociologia femminista. Essi hanno in comune l'assunto che esista un rapporto speciale tra donna e natura, dove l'aggettivo "speciale" presuppone il concetto di "normale" o "altro". Lo si ritrova nel rapporto patriarcale determinato tra uomo e natura: il dominio tecnico-industriale sulla natura trova il suo parallelo nel dominio dell'uomo sulla donna e il primo non può essere sradicato se non assieme al secondo. A quanto sembra, sarebbero le donne, non da ultimo per la loro esperienza della maternità, le più vicine alla natura. Ynestra King trasforma questa visione essenzialista in una concezione politica. Assumendo che la prossimità della donna alla natura sia un significato sociale, le femministe hanno 3 opzioni:

in 1° luogo        possono essere integrate nel mondo degli uomini spezzando il legame donna-natura

in 2° luogo       possono rafforzare questo legame

in 3° luogo       possono scegliere consciamente di non troncare la connessione donna-natura unendosi alla cultura maschile; piuttosto, possono usarla come un punto a loro favore per creare un tipo differente di cultura e di politica che integri forme intuitive, spirituali e razionali di sapere

In un approccio che combina la sociologia della tecnologia con l'ecologia femminista, Donna Haraway ha dimostrato con un potente effetto intellettuale e politico in che modo i tradizionali confini tra i sessi (come tra natura e cultura, tra uomo e animale, tra uomo e macchina) si stiano generalmente attenuando sotto l'influenza dell'informatica e delle biotecnologie. Secondo l'autrice tale fenomeno non dovrebbe essere visto come una triste perdita, ma piuttosto colto come un'opportunità di "godere della confusione dei confini e della responsabilità per la loro costruzione". Barbara Adam ha invece dimostrato che prestare un'esplicita attenzione al tempo sociale pone enfasi sull'assimilazione della natura. I significati e la dimensione del tempo "naturale" e "sociale" collegano la visione realista a quella costruttivista in modo estremamente profondo. Alcuni autori impegnati nella ricerca teorica ed empirica nel campo dell'ecologia sociale hanno individuato ciò che essi chiamano crisi sociale nel rapporto con la natura. Essi cercano di combinare i risultati del naturalismo e del sociocentrismo: né i problemi materiali descrivibile dalle scienze naturali, né la (eccessiva) schematizzazione simbolico-culturale della distruzione naturale tanto enfatizzata dal costruttivismo possono costituire da soli il sostegno della crisi ecologica. L'aspetto determinante, sostengono, è che questi approcci e queste certezze apparentemente esclusivi andrebbero considerati insieme e combinati in una ricerca concreta. Pertanto, l'approccio socio-ecologico tenta di risolvere il dilemma del contrasto tra naturalismo e sociocentrismo attraverso l'interazione tra differenti forme di scienza e di sapere. Gli aspetti distintivi di questo approccio sono:

diversi rapporti naturali sono concepiti come ambiti specifici su cui lottare

la loro gestione scientifica è intimamente collegata all'esigenza di una nuova interdisciplinarità, di un nuovo rapporto tra scienze naturali e sociali

la pluralità è inserita in un modello esplicativo generale di società

Per essere appropriatamente compresi e valutati, questi 3 aspetti della crisi dei rapporti sociali con la natura dovrebbero essere formulati e tradotti entro il contesto della ricerca (socio-)scientifica. In questo caso, il significato essenzialista nel discorso sulla natura e sulla distruzione della natura viene sostituito da un corrispondente sapere esperto e anti-esperto (Bryan Wynne e Maarten Haier): per quanto ciò possa sembrare paradossale, il contenuto naturalista-essenzialista del discorso sulla "distruzione della natura" si tramuta così in una teoria degli attori e delle istituzioni correlata all'azione. Al centro di tutto vi sono ora "coalizioni discorsive" che si estendono oltre i confini delle classi, degli stati-nazione e dei sistemi. Si tratta, per così dire, di architetti di panorami discorsivi che creano, progettano e modificano "mappe cognitive", "trame" o "tabù". La realtà diventa progetto e prodotto dell'azione, di modo che un'ambiguità rimasta non chiarita nel discorso sulla "produzione" o sulla "fabbricazione" della realtà assume un notevole rilievo. Infatti, l'enfasi principale in un discorso del genere può essere cognitiva (quando si riferisce esclusivamente alla costruzione della conoscenza), oppure posta maggiormente sull'azione (decisione, lavoro, produzione materiale) e quindi sul mutamento o sulla formazione delle realtà. Spesso può risultare molto difficile distinguere nei casi concreti questi 2 aspetti della produzione, ma essi fanno riferimento a differenti modalità di "creazione della realtà", di "formazione del mondo". La questione non è più semplicemente quella del modo in cui le realtà vengono costruite nella società globale del rischio (es: nella sfera pubblica, attraverso la descrizione dei pericoli effettuata dai media): occorre anche considerare il problema del modo in cui la realtà-in-sé viene (ri-)prodotta dalla politica e dalle coalizioni del discorso entro contesti istituzionali di decisione, azione e lavoro. Le "costruzioni della realtà", quanto più vicine sono alle e nelle istituzioni, tanto più sono potenti e vicine alla decisione e all'azione, e quindi tanto più reali diventano o appaiono. L'essenzialismo, se illuminato dalla sociologia della conoscenza, si trasforma in una sorta di istituzionalismo strategico orientato verso il potere e l'azione. In una società globale che dissolve ogni cosa nelle decisioni, la realtà-in-sé si forma da potenti strutture di azione, da decisioni profondamente radicate e da routine di lavoro, in cui le mappe cognitive sono realizzate o semplicemente ridisegnate. Si produce così l'apparenza della realtà-in-sé. In svariati studi comparativi di rilievo internazionale si evidenzia e illustra tutta una serie di strategie discorsive (politiche):

la politica simbolica delle mode passeggere



la definizione selettiva di determinate tematiche e questioni considerate "uniche"

i tentativi di ispirare fiducia attraverso la rappresentazione pittorica delle minacce

la creazione discorsiva di macro-attori

le costruzioni sociali dell'ignoranza

la creazione di "scatole nere" (particolarmente importante come misura di potere) per produrre verità ovvie, che quindi diventano davvero ovvie

l'elaborazione di analogie funzionali tese a mascherare le contraddizioni e dunque a dare l'impressione di essere integrabili

La crisi ecologica è pertanto un discorso di autoconfronto che desidera una riconsiderazione delle pratiche sociali che l'hanno creata

Oltre l'assicurabilità

Tenendo conto di tali considerazioni, la teoria della società globale del rischio può essere resa un po' più concreta. Essa condivide il distacco dal dualismo società-natura. L'unico interrogativo è: in che modo ci rapportiamo alla natura dopo la sua fine?? Tale questione viene sviluppata nella teoria della società globale del rischio in direzione del costruttivismo istituzionale. La "natura" e la "distruzione della natura" sono prodotte e definite istituzionalmente nell'ambito della natura industrialmente internalizzata. Il loro contenuto essenziale si correla con il potere istituzionale di agire e plasmare. Produzione e definizione sono quindi 2 aspetti della "produzione" materiale e simbolica di "natura e distruzione della natura"; si potrebbe affermare che fanno riferimento alle coalizioni di discorso situate entro e tra contesti di azione piuttosto differenti e in definitiva globali. Sarà compito della ricerca futura stabilire in dettaglio in che modo tali differenze nella "naturalezza" della natura, nella sua "distruzione" e "rinaturalizzazione" vengano prodotte, soppresse, normalizzate e integrate nelle istituzioni e nel conflitto tra attori cognitivi. La teoria della società globale del rischio traduce la questione della distruzione della natura in una questione di altro genere: in che modo la società moderna affronta le incertezze prodotte che essa stessa genera?? Il punto nodale di tale formulazione risiede nella distinzione tra rischi dipendenti dalle decisioni che in linea di principio possono essere tenuti sotto controllo e pericoli che sono sfuggiti o hanno reso vane le pretese di controllo della società industriale. Quest'ultimo processo può manifestarsi almeno in 2 forme. La prima prevede il fallimento delle norme e delle istituzioni sviluppate nell'ambito della società industriale: calcolo del rischio, principio di assicurazione, concetto di incidente, prevenzione dei disastri, gestione preventiva dei danni. Esistono chiari indizi di una simile probabilità?? Sì, esistono: le industrie e le tecnologie controverse spesso non solo sono prive di assicurazione privata, ma ne sono completamente escluse. Questo è vero per l'energia nucleare, per l'ingegneria genetica e per i settori ad alto rischio dell'industria chimica. Sembra che ciò che per gli automobilisti è scontato (non usare la macchina senza una copertura assicurativa) venga tranquillamente omesso da interi settori industriali e dalle tecnologie nascenti in cui i pericoli presentano un numero eccessivo di problemi. In altre parole, vi sono "pessimisti tecnologici" altamente credibili che non concordano con il giudizio dei tecnici e delle autorità competenti riguardo alla pericolosità dei loro prodotti o delle loro tecnologie. Questi pessimisti sono gli attuari e le compagnie assicurative, il cui realismo economico proibisce loro di avere a che fare con un supposto "rischio zero". La società globale del rischio si tiene pertanto in equilibrio oltre i limiti dell'assicurabilità. Oppure, al contrario, i criteri usati dalla modernità industriale per premunirsi contro i suoi pericoli auto-generati possono essere tramutati in parametri di critica. In secondo luogo, per garantire ai cittadini salute e sicurezza nel sistema sviluppato dell'industrialismo del pericolo, nessuna attività intrapresa a livello nazionale è sufficiente. Con la nascita del discorso ecologico, ogni giorno si parla di fine dello stato nazionale. Le regole stabilite per l'attribuzione di responsabilità (causalità e colpa) si infrangono. Ciò significa che la loro applicazione alla terminologia amministrativa, manageriale e legale produce il risultato opposto: i pericoli crescono attraverso l'anonimato. Le vecchie routine di decisione, controllo e produzione provocano la distruzione materiale della natura e la sua normalizzazione simbolica. Più concretamente, non sono le infrazioni delle regole, ma le stesse regole a "normalizzare" la morte della natura. Questo movimento circolare tra la normalizzazione simbolica e le minacce e la distruzione materiali permanenti viene definito dal concetto di "irresponsabilità organizzata". L'amministrazione statale, la politica, il management industriale e la ricerca negoziano i criteri che stabiliscono che cosa è "razionale e sicuro", con il risultato che il buco dell'ozono di allarga, le allergie si diffondono sempre di più, .. Parallelamente all'esplosività fisica (e indipendentemente da essa), l'azione discorsiva-strategica tende a rendere politicamente travolgenti i pericoli normalizzati nel ciclo di legittimazione della burocrazia, della politica, del diritto e del management, che si diffondono incontrollabilmente per assumere dimensioni globali. Pertanto, la teoria della società globale del rischio sostituisce il discorso sulla "distruzione della natura" con il concetto chiave che segue: la trasformazione delle conseguenze secondarie non viste della produzione industriale in punti critici ecologici non è strettamente un problema del mondo che ci circonda, non è un cosiddetto "problema ecologico", ma piuttosto una profonda crisi istituzionale della prima fase (nazionale) della modernità industriale ("modernizzazione riflessiva"). Finché questi nuovi sviluppi sono concepiti entro l'orizzonte concettuale della società industriale, essi continuano ad essere visti come conseguenze secondarie negative di un'azione apparentemente responsabile e quantificabile, invece che come tendenze che stanno erodendo il sistema. Il loro significato politico e culturale centrale si rende evidente solo nella concezione e nella posizione strategica della società globale del rischio, dove richiamano la nostra attenzione sull'esigenza di autodefinizione (e ridefinizione) riflessiva del modello occidentale di modernità. Nella fase del discorso sulla società globale del rischio è possibile arrivare ad ammettere che le minacce generate attraverso lo sviluppo tecnologico-industriale non sono né quantificabili né controllabili. Tale dato costringe ad esaminare le istituzioni dominanti. A questo punto si pone una sfida davvero globale, a partire dalla quale si possono formare nuovi punti critici globali e persino guerre, ma anche istituzioni sopranazionali di cooperazione, di risoluzione di conflitti e di creazione di consenso. Anche la situazione dell'economia va incontro a mutamenti radicali. Tanto tempo fa, nel paradiso imprenditoriale del primo capitalismo, l'industria poteva avviare progetti senza sottostare a controlli e a regole speciali. Poi venne il periodo della regolamentazione statale, quando l'attività economica era possibile solo nel quadro della legislazione del lavoro, delle norme di sicurezza, dei contratti collettivi, .. Nella società globale del rischio, e questo è un mutamento decisivo, tutti quegli enti e quei regolamenti possono svolgere il proprio ruolo e tutti gli accordi regolarmente stipulati possono essere rispettati senza che ciò garantisca alcuna sicurezza. Un gruppo di amministratori che rispetti le regole può essere messo improvvisamente alla sbarre dall'opinione pubblica mondiale e accusato di essere un "inquinatore". I mercati di beni e servizi diventano generalmente instabili. Le normali reazioni a tale fenomeno sono il rifiuto delle richieste di seria riflessione e l'accusa di irrazionalità o di isterismo alle ondate di protesta che si sollevano nonostante gli accordi ufficiali. Nella società globale del rischio i progetti industriali diventano un'impresa politica, nel senso che i grandi investimenti presuppongono un consenso a lungo termine. Tale consenso, tuttavia, non è più garantito, anzi è insidiato, dalla vecchie routine della modernizzazione semplice. Ciò che un tempo poteva essere negoziato e realizzato a porte chiuse, attraverso la forza di vincoli oggettivi (es: i problemi di eliminazione dei rifiuti e persino i metodi di produzione o la progettazione dei prodotti) è ora potenzialmente esposto al fuoco incrociato della critica pubblica.

Una tipologia di minacce globali

Nell'applicazione di questa teoria si possono distinguere 3 tipi di minacce globali:

innanzitutto nascono conflitti intorno a quelli che potremmo definire "mali", vale a dire la distruzione ecologica indotta dalla ricchezza e i pericoli tecnologico-industriali, quali il buco dell'ozono, l'effetto serra o le siccità regionali

una seconda categoria comprende invece i rischi direttamente correlati con la povertà. Non solo la distruzione ambientale rappresenta il pericolo che offusca la modernità basata sulla crescita, ma anche l'opposto è vero: esiste una stretta associazione tra povertà e distruzione ambientale. Il principale problema ambientale del pianeta e anche il principale problema dello sviluppo è l'ineguaglianza

Tutti questi fattori sono interconnessi e non possono essere trattati separatamente. Tra la distruzione ambientale derivante dalla ricchezza e quella derivante dalla povertà passa tuttavia una differenza di fondo: la distruzione ambientale indotta dalla ricchezza è uniformemente distribuita in tutto il globo, mentre quella indotta dalla povertà colpisce determinati luoghi e diventa internazionale solo in forma di conseguenza secondaria che si manifesta a medio termine. Ne sono esempi: la distruzione della foresta pluviale tropicale, i rifiuti tossici (talvolta importati da altri paesi) e le tecnologie superate. Questi pericoli sono tratti distintivi dei processi di modernizzazione che sono stati avviati o interrotti. Di conseguenza, si sviluppano industrie tecnologicamente capaci di mettere a repentaglio l'ambiente e la vita umana senza che i paesi in questione posseggano i mezzi istituzionali e politici necessari per prevenire possibili distruzioni. I pericoli indotti dalla ricchezza o dalla povertà sono, per così dire, "normali": di solito sorgono in conformità alle regole, attraverso l'applicazione di norme di sicurezza che sono state introdotte proprio perché non offrono alcuna protezione o perché pullulano di scappatoie.

la terza minaccia è quella derivante dalle armi di distruzione di massa nbc (nucleari, biologiche e chimiche), che di fatto vengono dispiegate (invece di essere usate per incutere terrore) nel caso eccezionale di una guerra. Il pericolo dell'autodistruzione regionale o globale con le armi nbc non è stato affatto esorcizzato; anzi, è sfuggito alla struttura di controllo tra le superpotenze. Alla minaccia del conflitto militare tra stati si è ora aggiunta la minaccia (incombente) del terrorismo fondamentalista o privato. È sempre meno possibile negare che il possesso privato di armi di distruzione di massa, e il potenziale che queste forniscono al terrore politico, diventeranno una nuova fonte di pericolo nella società globale del rischio.

Queste diverse minacce globali possono integrarsi e acuirsi a vicenda e questo rende necessario considerare l'interazione che esiste tra distruzione ecologica, guerre e conseguenze di una modernizzazione incompleta. La distruzione ecologica può favorire la guerra, tanto in forma di conflitto armato per conquistare risorse vitali quali l'acqua, quanto come ricorso da parte degli eco-fondamentalisti occidentali all'uso della forze militare per arrestare la distruzione in corso. È facile immaginare che un paese afflitto da una crescente povertà decida di sfruttare l'ambiente fino all'ultima risorsa. Nei casi disperati sarebbe possibile arrivare ad un intervento militare di conquista delle risorse vitali per l'esistenza di un altro paese. Oppure la distruzione ecologica potrebbe dar luogo ad un'emigrazione di massa che a sua volta porterà alla guerra. O, ancora, uno stato minacciato dalla sconfitta in una guerra potrebbe ricorrere all'"arma decisiva" per annientare le regioni o le città vicine. Si parla di una "spirale di distruzione" che potrebbe evolvere in una sola grande crisi in cui convergerebbero tutte le altre manifestazioni. Tutti questi aspetti confermano la diagnosi dell'esistenza di una società globale del rischio. Infatti, le cosiddette "minacce globali" nel loro insieme hanno portato ad un mondo in cui i pericoli difficili da affrontare prevalgono sui rischi quantificabili. I nuovi pericoli stanno abbattendo i pilastri convenzionali del calcolo della sicurezza. Il danno perde i propri limiti spazio-temporali per diventare globale e duraturo. E per tale danno non è quasi più possibile incolpare individui precisi: il principio di colpevolezza sta perdendo la propria incisività. Spesso accade che il danno non sia risarcibile con una somma di denaro: non ha senso assicurarsi contro i peggiori effetti della spirale delle minacce globali. Se capita il peggio non esistono neanche progetti di gestione dei danni. Se si guarda alla questione da questo punto di vista, risulta chiaro che le minacce globali non esistono in quanto tali: esse sono piuttosto impregnate e commiste di conflitti etnici, nazionali e per le risorse, al punto da diventare irriconoscibili.


III.         La nascita di un pubblico mondiale e di una subpolitica globale.

Il concetto di subpolitica

Quando parliamo di società globale del rischio dobbiamo anche dire che le minacce globali inducono o indurranno le persone ad agire. In questo contesto sono possibili 2 prospettive diverse:

arene " contempla una globalizzazione dall'alto (es: attraverso trattati ed istituzioni internazionali)

attori " contempla una globalizzazione dal basso (es: prodotta da nuovi attori trasnazionali che operano al di là del sistema della politica parlamentare mettendo in discussione le organizzazioni politiche e i gruppi d'interesse istituzionali)

Vi sono prove lampanti dell'esistenza di entrambi i tipi di globalizzazione. È stata individuata una serie di arene politiche in cui la globalizzazione dall'alto viene negoziata e portata avanti:

la risposta alle minacce che insidiano le riserve petrolifere strategiche del Medio Oriente

l'applicazione coercitiva del regime di non proliferazione nucleare

il contenimento della migrazione sud-nord e dei flussi di rifugiati

Le implicazioni legali della globalizzazione-dall'alto tenderebbero a sostituire le leggi interstatali con una specie di diritto sì globale, ma contrastante per molti aspetti con il "diritto all'umanità". Nel campo della politica ambientale si è trattato finora (nella migliore delle ipotesi) della proverbiale goccia nell'oceano. Di fatto, sulla scena sono comparsi anche i potenti attori di una globalizzazione dal basso, in particolar modo organizzazioni non governative (ong) quali Robin Wood, Greenpeace, Amnesty International o Terre des Hommes. Si è parlato di una "Nuova Internazionale", che sta acquisendo un'influenza sempre maggiore come terza forza e sta mostrando i propri muscoli politici ai governi, alla multinazionali e alle autorità. È qui che possiamo intravedere i primi tratti di una "cittadinanza globale" o, se vogliamo, la nuova costellazione di una subpolitica globale. Il senso comune dell'epoca attuale discende da una mentalità dell'è-tutto-sotto-controllo e pretende di applicarla persino all'incontrollabilità che essa stessa produce. Eppure, la realizzazione di tale forma di ordine e controllo produce il suo contrario: il ritorno dell'incertezza e dell'insicurezza. I "pericoli di second'ordine" si presentano allora come il rovescio di qualunque tentativo di "dominare" la situazione. Inintenzionalmente, all'ombra delle "conseguenze secondarie" dei pericoli globali, la società si apre così alla (sub)politica. In ogni ambito, le basi dell'azione raggiungono un punto di svolta decisivo: devono essere rigiustificate, rinegoziate, riequilibrate. Come concettualizzare tale fenomeno?? "Crisi" non è il concetto giusto, né lo sono "disfunzione" o "disintegrazione", in quanto la sfrenata modernizzazione industriale viene messa in dubbio dalla proprie stesse vittorie. È esattamente questo il significato del termine "modernizzazione riflessiva":

da un punto di vista teorico, l'applicazione a se stessa

da un punto di vista empirico, l'autotrasformazione (es: attraverso i processi di individualizzazione e di globalizzazione)

da un punto di vista politico, la perdita di legittimità e un vuoto di potere

Il significato di tutto ciò può essere chiarito con le parole di Hobbes, il teorico dello stato. Il filosofo sosteneva uno stato forte e autoritario, ma faceva anche cenno ad un diritto individuale alla resistenza civile. Se uno stato crea condizioni che mettono la vita in pericolo o comanda ad un cittadino di "astenersi dal prendere cibo, aria, medicine o qualunque altra cosa, senza la quale non possa vivere", allora, "quell'uomo ha la libertà di disobbedire". In termini di politica sociale, quindi, la crisi ecologica implica una sistematica violazione dei diritti fondamentali, una crisi dei diritti fondamentali i cui effetti a lungo termine di indebolimento della società sono difficilmente sottovalutabili. Infatti, i pericoli sono prodotti dall'industria, esternalizzati dall'economia, individualizzati dal sistema legale, legittimati dalle scienze naturali e dichiarati innocui dalla politica. Che ciò stia indebolendo il potere e la credibilità delle istituzioni appare chiaro solo quando il sistema viene messo alle strette, come Greenpeace, ad esempio, ha fatto. Il risultato è la subpoliticizzazione della società globale. Il concetto di "subpolitica" si riferisce a quella politica che si colloca all'esterno e al di là delle istituzioni rappresentative del sistema politico degli stati-nazione. Esso incentra l'attenzione sui segni di un'autorganizzazione (in definitiva globale) della politica, che tende a mobilitare tutti i settori della società. Subpolitica significa politica "diretta", vale a dire partecipazione individuale ad hoc nelle decisioni politiche, attraverso il superamento delle istituzioni di formazione rappresentativa delle opinioni (partiti politici, parlamenti) e spesso anche senza protezione da parte della legge. Subpolitica significa configurazione della società dal basso. Le caratteristiche tipiche della subpolitica della società globale sono le "coalizioni di opposti" ad hoc (di partiti, nazioni, regioni, religioni, governi, ribelli, classi). È tuttavia decisivo il fatto che la subpolitica liberi la politica modificando le regole e i confini del politico in modo tale da farlo diventare più aperto e suscettibile di nuove associazioni, nonché capace di essere negoziato e rimodellato.

Il boicottaggio simbolico di massa: analisi di un caso di subpolitica globale

Nel 1995 Greenpeace, il paladino delle giuste cause dei giorni nostri, riuscì per primo ad indurre la Shell a smantellare uno delle sue obsolete piattaforme petrolifere costruite su terra invece che in mare. Successivamente, la multinazionale dell'attivismo tentò di impedire che la Francia riprendesse i test nucleari mettendo pubblicamente alla berlina il presidente Chirac. Molti si chiesero se quegli episodi non avessero segnato la fine si certe regole fondamentali della politica (estera), dal momento che un attore non autorizzato qual era Greenpeace poteva condurre la proprio politica interna di portata planetaria senza riguardo per la sovranità nazionale o per le norme della diplomazia. Quello di cui molti non tenevano conto era che la Shell non era stata messa in ginocchio da Greenpeace, ma da un boicottaggio pubblico di massa, ottenuto tramite denunce trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. Non è Greenpeace a scuotere il sistema politico, ma la sua capacità di rendere visibile un vuoto di potere e di legittimità. Alla fine lo stato si unì a quell'azione illegittima e ai suoi organizzatori usando il proprio potere per legittimare una deliberata violazione extraparlamentare delle regole, mentre per parte loro i protagonisti della politica diretta tentarono di sfuggire, attraverso una specie di "giustizia ecologia autoamministrata", allo scomodo schema delle agenzie e delle regole indirette legalmente sancite. In conclusione, l'alleanza anti-Shell determinò un cambiamento di scena con un passaggio dalla politica della prima a quella della seconda modernità: i governi nazionali stavano seduti in panchina a guardare mentre gli attori non autorizzati della seconda modernità dirigevano il corso dell'azione. Nel caso del movimento globale contro la decisione del presidente Chirac di riprendere i test nucleari, si sviluppò effettivamente un'alleanza spontanea globale tra stati, attivisti di Greenpeace e i più disparati gruppi di protesta. Tutti questi elementi segnarono la nascita di un'alleanza spontanea di politica diretta che superava le differenza nazionali, economiche, religiose e politico-ideologiche. Emerse, di fatto, una coalizione di forze simboliche ed economiche contraddittorie. Uno degli aspetti particolari della politica della seconda modernità sta nel fatto che la sua "globalità" non esclude niente e nessuno, non solo da un punto di vista sociale, ma anche a livello morale o ideologico. Si tratta, insomma, di una politica senza oppositori o forze di opposizione, una specie di "politica senza nemici". La vera novità era rappresentata dall'alleanza su scala planetaria tra forze extraparlamentari e parlamentari, tra cittadini e governi, per una causa che era legittima nel senso più nobile: la salvaguardia dell'ambiente mondiale. Qualcos'altro si è reso evidente: è solo un'apparenza che il mondo postradizionale si stia sfaldando nell'individualizzazione. Paradossalmente, la sfida posta dai pericoli globali gli sta fornendo una fonte di giovinezza, per una nuova moralità e un nuovo attivismo trasnazionale, per nuove forme (e nuove arene) di protesta, ma anche per nuovi isterismi. Le minacce globali generano comunità del rischio globali, o almeno comunità ad hoc per un dato momento storico. Ovviamente, l'alleanza anti-Shell era moralmente sospetta: in effetti, si basava su un'ipocrisia bell'e buona. Kohl (uomo politico tedesco), ad esempio, poté usare quell'azione simbolica (che non gli costò nulla) per sviare l'attenzione dalla sua politica contraria ai limiti di velocità sulle autostrade tedesche, che stava inquinando l'aria di tutta Europa. È proprio nell'alleanza tra convinzioni reciprocamente escludenti che sta cominciando a manifestarsi la nuova qualità del politico. La morale è: nel discorso del rischio non ci sono soluzioni di esperti che tengano, in quanto essi possono solo fornire informazioni sui fatti e non potranno mai stabilire quali siano le soluzioni culturalmente accettabili. Anche questo è un fatto nuovo: la politica e la moralità acquistano priorità rispetto alle argomentazioni degli esperti. L'attività delle multinazionali globali e dei governi nazionali viene sottoposta alla pressione di una sfera pubblica mondiale. In questo processo, la partecipazione individual-collettiva nelle reti di azione globali è singolare e decisiva: i cittadini stanno scoprendo che l'atto dell'acquisto può essere un voto utilizzabile in ogni momento in senso politico. Attraverso il boicottaggio, pertanto, una società di consumatori attivi si combina e si allea con la democrazia diretta, a livello globale. La situazione attuale si sta avvicinando in modo del tutto esemplare a quella che 200 anni fa Kant aveva descritto come l'utopia della società cosmopolita, un'idea contrapposta a quello che egli definiva il "dispotismo" della democrazia rappresentativa. Si tratterebbe di un nesso di responsabilità, in cui gli individui, e non solo i loro rappresentanti organizzati, potrebbero partecipare direttamente alle decisioni politiche. Più di 30 anni fa, Lewis Mumford scrisse che i sistemi tecnologici di vasta scala sono le forme e le fonti più influenti di tirannia del mondo moderno. Nell'opinione di Andrew Zimmerman, l'autonomia sociale sta venendo svuotata dell'autonomia tecnologica. L'approccio contrastante di Philip Frankenfeld cerca invece di giustificare l'esigenza di partecipazione tecnologica: egli cita quali obiettivi di generalizzazione normativa

l'autonomia

la dignità

l'assimilazione (in contrapposizione all'alienazione)

dei membri della polis. Vi sono pertanto compresi i diritti:

al sapere o all'informazione

alla partecipazione

alle garanzie del consenso consapevole

alla limitazione della quantità totale di pericolo per le collettività e gli individui

L'immediatezza della partecipazione tecnologica globale si esprime, ad esempio, nell'unità tra atto di acquisto ed espressione di un voto. Si tratta di una forma diretta, anarchica, di politica e di protesta, qui, ora e dappertutto, che il più delle volte non costa nulla. In tal modo la politica può diventare parte integrante dell'attività quotidiana e allo stesso tempo implicare un'integrazione attiva del (dis)ordine cosmopolitico (post-tradizionale). Ma quali sono i luoghi, gli strumenti e i mezzi di questa politica diretta della "cittadinanza tecnologica globale"?? Il luogo politico della società globale del rischio è la televisione. Nei mass media si mettono in scena i simboli culturali e in tale sede può essere scaricata la cattiva coscienza accumulata dagli attori e dai consumatori della società industriale. In tale contesto risiede una limitazione cruciale della politica diretta: dobbiamo affidarci alla politica simbolica dei media. Chi scopre (o inventa), e in che modo, i simboli che svelano o mostrano il carattere strutturale dei problemi creando inoltre la capacità di agire?? Questa capacità dovrebbe essere tanto maggiore quanto più semplice e chiaro è il simbolo, quanto minori sono i costi individuali delle azioni pubbliche di protesta e quanto più facilmente ciascuno può in tal modo pulirsi la coscienza. Semplicità significa molte cose:

in 1° luogo          significa trasmissibilità. Siamo tutti peccatori ambientali, eppure c'è una differenza sostanziale, in quanto la probabilità del perdono ufficiale diventa tanto più allettante quanto più grave è il peccato

in 2° luogo          significa indignazione morale. "Chi sta in alto" ottiene l'approvazione del governo e degli esperti per scaricare nell'Atlantico i rifiuti tossici di una piattaforma petrolifera, mentre "noi quaggiù" dobbiamo salvare il mondo smembrando le bustine del tè in 3 parti per smaltirle separatamente

in 3° luogo          significa convenienza politica

in 4° luogo          significa azioni alternative semplici

in 5° luogo          significa vendita di indulgenze ecologiche. Il boicottaggio ha assunto un certo rilievo grazie alla cattiva coscienza della società industriale, in quanto garantisce una specie di ego te absolvo personale e senza costi per nessuno

Greenpeace è anche una sorgente di simboli politici. Nella democrazia senza nemici vengono costruite nuove certezze e nuove valvole di sfogo per la rabbia. Questo processo è e rimane parte della fiera mondiale della politica simbolica. Ma che cos'è tutto ciò se non una distrazione assurda dalle sfide centrali della società globale del rischio?? A mano a mano che la consapevolezza dei pericoli si diffonde, la società globale del rischio diventa autocritica. La politica si dispiega in un modo nuovo e diverso, oltre la portata delle responsabilità e delle gerarchie formali. Quindi, talvolta andiamo a cercare la politica nel luogo sbagliato. Le minacce globali sono l'incarnazione degli errori di un'intera epoca di società industriale; nella loro analisi cosciente risiede forse la possibilità di rompere l'incantesimo del fatalismo industriale. È questa l'opportunità, bisogna ammetterlo, minima, che viene offerta alla (sub)politica globale della società globale del rischio. È nostro destino inventare daccapo la politica.


DALLA SOCIETÀ INDUSTRIALE ALLA SOCIETÀ DEL RISCHIO. QUESTIONI DI SOPRAVVIVENZA, STRUTTURA SOCIALE E ILLUMINISMO ECOLOGICO.


I.       I rischi sono atemporali??

Ma i rischi non sono almeno tanto antichi quanto la società industriale, e magari persino quanto la stessa razza umana?? Non è forse vero che tutta la vita è esposta al rischio della morte?? Non è vero che tutte le società di tutte le epoche sono ed erano "società del rischio"?? Non dovremmo (o non dobbiamo) piuttosto affermare che da quando l'industrializzazione è cominciata le minacce (carestie, epidemie o catastrofi naturali) sono costantemente diminuite?? Per citarne solo qualcuna:

la riduzione della mortalità infantile

le conquiste del welfare state

l'enorme progresso compiuto nel perfezionamento tecnologico negli ultimi 100 anni

Solo alcuni paesi possono permettersi di essere società del rischio?? La "crisi della mucca pazza" è un esempio da manuale della società del rischio. Essa evidenzia la crescente importanza dell'"inconsapevolezza consapevole" nella produzione del rischio e nella relativa definizione. La crisi della mucca pazza (bse) costituisce una prova lampante del fatto che i rischi e le loro contestate definizioni sociali non conoscono limiti, di stati o discipline scientifiche. Tuttavia, la crisi della bse non può essere "tenuta da parte" neanche politicamente, e infatti si è riversata in tutti i settori chiave della politica (dalla sanità all'agricoltura alla politica estera, fino alla politica commerciale e a quella europea), il che sta ancora una volta a dimostrare lo specifico carattere "congiuntivo" (e) dei conflitti del rischio. Eppure, si potrebbe obiettare, per quanto esistano di certo "nuovi rischi" quali l'energia nucleare e la produzione chimica e biotecnologia, se li si considera da un punto di vista matematico o fisico, questi pericoli, seppure di vasta portata, non sono forse caratterizzati da una probabilità estremamente ridotta e, di fatto, trascurabile?? Se li si guarda con occhio freddo e razionale, questo non implica forse che tali rischi meriterebbero meno attenzione di quelli ormai da tempo accettati quali tremendi massacri sulle autostrade o il rischio del fumo?? Naturalmente, a noi esseri umani la sicurezza ultima è negata. Ma non è forse anche vero che gli inevitabili "rischi residuali" sono l'altra faccia delle opportunità (di prosperità, sicurezza sociale relativamente elevata e comfort generale) offerte dalla società industriale sviluppata alla maggioranza dei suoi membri coma mai prima nella storia?? Il rischio non è innanzi tutto un "principio stimolante" per l'esplorazione attiva di mondi e mercati nuovi?? La drammatizzazione essenzialmente negativa di questi rischi non è in definitiva una febbre del millennio??


II.     Il calcolo del rischio: protezione prevedibile di fronte ad un futuro aperto.

I drammi umani (pestilenze, carestie e disastri naturali) possono eguagliare o non eguagliare per pericolosità il potenziale distruttivo delle moderne mega-tecnologie in modo quantificabile. Essi si distinguono dai "rischi" essenzialmente perché non si basano su decisioni, o, più specificamente, su decisioni che focalizzano i vantaggi e le opportunità tecnico-economiche accettando quindi i "rischi" semplicemente come l'altra faccia del progresso. Questo è il mio primo argomento: i rischi presumono decisioni e considerazioni di utilità industriali, ovvero di natura tecnico-economica. Si distinguono dai "danni di guerra" per la loro "nascita normale", o, più precisamente, per la loro "origine pacifica" nei centri della razionalità e della prosperità con il benestare dei garanti della legge e dell'ordine. La conseguenza è fondamentale: i pericoli pre-industriali, per quanto vasti e devastanti, erano "colpi del destino" che piovevano dal cielo sulla testa dell'umanità provenendo da "fuori" ed erano attribuibili ad un "altro", dio, demone o Natura che fosse. Anche in questo caso le accuse erano innumerevoli, ma erano rivolte agli dei o a Dio ed erano "religiosamente motivate" e non, come i rischi industriali, cariche di significato politico. Data l'origine dei rischi industriali nel processo decisionale, sorge il problema dell'imputabilità e della responsabilità sociale. Le persone, le aziende, gli enti statali e i politici sono responsabili dei rischi industriali. Le radici sociali dei rischi bloccano l'"esternalizzabilità" del problema dell'imputabilità. Quindi, è la loro autogenerazione industriale a fare dei pericoli della megatecnologia una questione politica. Un approccio molto promettente, e finora poco esplorato, consiste nel riscrivere la storia istituzionale (politica) dell'evoluzione della società industriale come la nascita fortemente conflittuale di un sistema di regole relative al rapporto con i rischi e le insicurezze industrialmente prodotte. L'idea di reagire alle incertezze insite nell'apertura e nella conquista di nuovi mercati o nello sviluppo e nella messa a punto di nuove tecnologie con accordi collettivi non è certo un'invenzione sociale nuova. Le origini di tale idea risalgono agli inizi della navigazione intercontinentale, ma con la crescita del capitalismo industriale l'assicurazione fu sempre più perfezionata e ampliata per raggiungere quasi tutti i settori problematici dell'azione sociale. Le conseguenze che in un primo momento interessano soltanto il singolo individuo diventano "rischi", tipi di evento sistematicamente determinati, statisticamente descrivibili e in questo senso "prevedibili", che possono pertanto essere anche sottoposti a regole sovraindividuali e politiche di riconoscimento, indennizzo e prevenzione. Il calcolo dei rischi mette in relazione le scienze naturali, tecniche e sociali. Può essere applicato ai fenomeni più disparati non solo nella gestione sanitaria (dai rischi del fumo a quelli dell'energia nucleare), ma anche nel campo dei rischi economici, di quelli della vecchiaia, della disoccupazione e della sottoccupazione, degli incidenti automobilistici, di certe fasi della vita, .. Inoltre, permette un genere di "moralizzazione tecnologica" che non necessita più direttamente di imperativi morali ed etici. Si potrebbe affermare che il calcolo del rischio incarna un tipo di etica priva di moralità, vale a dire l'etica matematica dell'era tecnologica. Probabilmente il trionfo del calcolo dei rischi non sarebbe stato possibile se a esso non fossero stati collegati vantaggi fondamentali.

il 1°           di tali vantaggi consiste nel fatto che i rischi offrono l'opportunità di documentare statisticamente conseguenze che in un primo momento erano sempre "personalizzate" e attribuite agli individui. In tal mondo il rischio de-individualizza. I rischi si rivelano come eventi generali che necessitano di un'adeguata regolamentazione politica generale. In caso di incidenti sul lavoro, ad esempio, non si dà la colpa a chi ha subito il danno alla salute ma si priva l'evento della sua origine individuale correlandolo invece all'organizzazione dell'industria, alla carenza di precauzioni, ..

il 2°           è intimamente legato al primo: il pagamento dell'assicurazione viene concordato su una base di non colpevolezza (fatta eccezione per i casi estremi di grave negligenza o danno intenzionale). In tal modo, le battaglie legali sul rapporto di causalità si rendono superflue e lo sdegno morale viene moderato. Al contempo, le imprese sono incentivate alla prevenzione in misura direttamente proporzionale ai costi di assicurazione (o forse no)

Tuttavia, l'aspetto decisivo sta nel fatto che in questo modo il sistema industriale è messo nelle condizioni di affrontare il suo proprio imprevedibile futuro. Il calcolo del rischio, la protezione derivante dalle leggi sulla responsabilità civile, .. promettono l'impossibile: eventi futuri che non si sono ancora verificati diventano l'oggetto dell'azione presente (prevenzione, indennizzo o gestione preventiva dei danni). In tal modo, un sistema tipo di regole sull'imputabilità sociale, l'indennizzo e le precauzioni, molto controverso nei dettagli, genera la sicurezza attuale in contrapposizione ad un futuro aperto e incerto. La modernità, che porta incertezza in ogni nicchia dell'esistenza, trova il suo contro-principio in un contratto sociale contro i rischi e i danni industrialmente prodotti, formato dall'unione degli accordi di assicurazione pubblici e privati, attivando e collegando in tal modo la fiducia nelle aziende e nel governo. Dal punto di vista politico e programmatico, questo patto per il contenimento è l'"equa" distribuzione delle conseguenze della Rivoluzione industriale ordinaria è un'antica terza via, in quanto si situa in qualche punto a metà strada tra socialismo e liberismo. Da un lato si basa sulla creazione generale delle conseguenze e dei rischi, ma dall'altro implica un'assicurazione pubblica e privata (welfare state) e la presenza di individui attivi che li prevengano e li indennizzino. Il consenso che può essere raccolto attorno a tale patto resta sempre instabile e carico di conflitti e necessita di constanti revisioni. Per questo stesso motivo, esso costituisce il nucleo, la "logica sociale" insita nel consenso sul progresso, che nella prima modernità industriale aveva legittimato lo sviluppo tecnico-economico. Nei casi in cui questo "patto di sicurezza" è violato in modo ampio ed evidente è lo stesso consenso sul progresso che viene messo in discussione.


III.   Rischio e minaccia: la coincidenza delle condizioni normali ed eccezionali.

In tutta una serie di sfide tecnologiche che ci troviamo davanti al momento attuale (l'energia nucleare, molti generi di produzione chimica e biotecnologia, la minaccia persistente della distruzione ecologica) è accaduto proprio questo: le basi della logica ormai stabilita del rischio vengono sovvertite o sospese. A partire dalla metà del xx° secolo le istituzioni sociali della società industriale si sono confrontate con una possibilità senza precedenti nella storia: quella della distruzione di tutte le forme di vita del pianeta come effetto di una decisione. È questo che distingue la nostra epoca non solo dalla prima fase della Rivoluzione industriale, ma anche da tutte le altre culture e forme sociali, indipendentemente da quanto queste potessero essere diverse e contraddittorie nei dettagli. Se scoppia un incidendo, arrivano i pompieri; se si verifica un incidente stradale, l'assicurazione paga. Questa interazione tra prima e dopo, tra il futuro e la sicurezza del qui e ora, garantita dal fatto che erano state prese delle precauzioni per i peggiori casi immaginabili, nell'era del nucleare e della tecnologia chimica e genetica viene meno. La società del rischio residuale è diventata una società non assicurata, la cui protezione paradossalmente diminuisce a mano a mano che il pericolo aumenta. In definitiva, non vi è alcuna istituzione reale, e probabilmente neanche concepibile, che sarebbe preparata ad affrontare il "pii", il "peggior incidente immaginabile", e non vi è alcun ordine sociale che possa garantire la propria costituzione sociale e politica nel peggiore dei casi possibili. Ve ne sono molti tuttavia che si sono specializzati nell'ultima opzione possibile: negare i pericoli. Infatti, la gestione dei danni, che garantisce persino la protezione dai pericoli, viene sostituita dal dogma dell'infallibilità tecnologica, dogma passibile di confutazione. Persino la semplice domanda "e se dovesse succedere lo stesso??" finisce nel vuoto dell'impreparazione alla gestione dei danni. La stabilità politica delle società del rischio è la stabilità del non pensare. I mega-pericoli nucleari, chimici, genetici ed ecologici aboliscono i 4 pilastri del calcolo del rischio:

uno di questi riguarda il danno globale, spesso irreparabile, che non può più essere limitato; pertanto, il concetto di indennizzo economico viene a cadere

la gestione preventiva dei danni è preclusa ai peggiori incidenti immaginabili in caso di pericolo di morte: in condizioni del genere, il principio di sicurezza del monitoraggio preventivo dei risultati viene a mancare

l'"incidente" perde i suoi confini spaziali e temporali e, di conseguenza, il suo stesso significato; diventa un evento con un inizio ma senza fine, con insinuanti ondate distruttive che si susseguono accavallandosi

gli standard di normalità, le procedure di misurazione e quindi le basi del calcolo dei pericoli sono aboliti: vengono comparate entità incomparabili e il calcolo si trasforma in smarrimento

Il problema dell'incalcolabilità delle conseguenze e del danno si rende particolarmente evidente nella mancanza di imputabilità. Nella nostra società il riconoscimento e l'imputazione legale e scientifica dei pericoli si compiono in base al principio della causalità, secondo cui chi inquina paga. Ma ciò che dagli ingegneri e dagli avvocati è dato per scontato, e appare persino eticamente necessario, nel regno dei mega-pericoli ha conseguenze estremamente dubbie e paradossali. Non sono solo la carenza di leggi e le leggendarie manchevolezze nella relativa applicazione che proteggono i criminali; le condanne sono bloccate dallo stesso fattore che avrebbe dovuto provocarle: la rigida applicazione del principio (interpretato in base al caso individuale) secondo cui chi inquina paga. Quanta più liberalità si usa per stabilire i valori limite, quanto maggiore è il numero di ciminiere e tubi di scarico attraverso cui si emettono le sostanze inquinanti e le tossine, tanto minore è la "probabilità residuale" che un imputato venga dichiarato responsabile dei problemi respiratori generali e della tosse, ovvero tanto minore è l'inquinamento prodotto. Nel frattempo, tuttavia, il livello generale di contaminazione e inquinamento aumenta. Benvenuti alla parodia quotidiana della tecnocrazia del pericolo! Si pongono in evidenza 3 punti:

l'importanza delle metanorme della definizione del rischio, che in questo contesto sono le norme legali sulle modalità di attribuzione delle cause e delle conseguenze a determinati attori in condizioni di elevata complessità e contingenza. Se è necessario individuare uno e un solo attore, non è possibile individuare nessun attore

un consistente numero di rischi tecnologicamente indotti, quali quelli associati all'inquinamento chimico, alle radiazioni nucleari e agli organismi geneticamente modificati, è caratterizzato dall'inaccessibilità ai sensi umani. La vita quotidiana è "cieca" di fronte ai rischi che minacciano la vita e pertanto dipende per le proprie decisioni interne da esperti e contro-esperti

esiste un significativo legame tra l'ignorare un rischio che non può quindi essere imputato in base alle metanorme legali e scientifiche della definizione del rischio e il rafforzare la produzione del rischio in conseguenza dell'azione e della produzione industriale

Questa irresponsabilità organizzata si basa essenzialmente su una confusione tra secoli: alle soglie del xxi° secolo le sfide dell'era della tecnologia atomica, genetica e chimica vengono fronteggiate con concetti e ricette derivanti dalla prima società industriale del xix° e degli inizi del xx° secolo. Esiste un criterio operativo per distinguere tra rischi e minacce?? La stessa economia, attraverso il rifiuto dell'assicurazione privata, rivela con precisione economica la linea di confine del tollerabile. Dove la logica dell'assicurazione privata si sgancia, dove i rischi economici dell'assicurazione appaiono troppo vasti o troppo imprevedibili per le compagnie assicurative, vi è il confine che separa i rischi "prevedibili" dalle minacce incontrollabili. A questo superamento dei limiti si collegano in via di principio 2 tipi di conseguenza:

primo               i pilastri sociali del calcolo del rischio vengono a mancare, la protezione degenera in mera sicurezza tecnica. Il segreto del calcolo del rischio sta tuttavia nel fatto che le componenti tecniche e sociali operano insieme: limitazione, imputabilità, indennizzo, gestione preventiva dei danni. Tali aspetti marciano attualmente a vuoto e la protezione sociale e politica può essere creata esclusivamente attraverso una contraddittoria massimizzazione dei superlativi tecnici

secondo            una parte centrale di questa dinamica politica è rappresentata dalla contraddizione sociale tra burocrazie di sicurezza altamente sviluppate da un lato e aperta legalizzazione di gigantesche minacce mai viste prima dall'altro, senza alcuna possibilità di gestione dei danni

2 linee opposte di sviluppo storico stanno convergendo nell'Europa di fine xx° secolo: un livello di protezione fondato sulla perfezione delle norme e dei controlli tecnico-burocratici e la diffusione e le sfide dei pericoli storicamente nuovi che s'infiltrano in tutte le maglie della legge, della tecnologia e della politica. Tale contraddizione persisterà finché dureranno i vecchi schemi industriali della razionalità e del controllo. Alla fine cadrà nella misura in cui gli eventi improbabili diventeranno probabili. Charles Perrow definisce con le parole "incidenti normali" la prevedibilità con cui ciò che veniva considerato impossibile si verifica; e con quanta più enfasi se ne nega la possibilità, tanto prima e tanto più distruttivamente e sconvolgentemente avviene. Il potenziale socio-storico e politico centrale dei rischi ecologici, nucleari, chimici e genetici risiede nel crollo dell'amministrazione, nel crollo della razionalità tecnico-scientifica e legale e delle garanzie istituzionali e politiche di protezione che quei rischi evocano in ciascuno di noi. I pericoli dell'era nucleare e chimica sono pertanto caratterizzati da un'esplosività sociale oltre che fisica. Con la comparsa dei pericoli, le istituzioni responsabili, e poi nuovamente non responsabili, sono messe in competizione con le istanze di protezione che sono obbligate a sostenere, una competizione da cui possono uscire solo perdenti. Da un lato, sono costantemente obbligate a rendere più sicure anche le cose più sicure e, dall'altro, tale obbligo aumenta le aspettative e acuisce l'attenzione di modo che alla fine non solo gli incidenti accaduti, ma anche quelli solo sospettati possono far crollare la facciata delle istanza di protezione. Proprio a causa della loro esplosività nello spazio sociale e politico, i pericoli restano oggetti distorti, ambigui e interpretabili, simili a moderne creature mitologiche, che appaiono ora come lombrichi e ora come draghi a seconda della prospettiva da cui li si guarda e degli interessi in atto. I ministri dell'ambiente non si trovano certo in una posizione invidiabile. Intralciati dal raggio d'azione del loro ministero e dalle sue dotazioni finanziarie, devono mantenere ampiamente costanti le cause e contrastare il ciclo di distruzione in maniera principalmente simbolica. Un "buon" ministro dell'ambiente è quello che mette in scena attività di grande efficacia pubblica, accumulando leggi su leggi, creando giurisdizioni burocratiche e centralizzando le informazioni. Potrà persino tuffarsi nel Reno con un sorriso temerario o provare un cucchiaio di latte in polvere contaminato, a condizione però che gli occhi mediatici di un pubblico terrorizzato siano tutti concentrati su di lui. Ma gradualmente, incidente dopo incidente, la logica della non-gestione istituzionalizzata dei problemi può trasformarsi nel suo opposto: che significato riveste la sicurezza basata sulla probabilità, e quindi l'intera diagnosi scientifica, per la valutazione del peggior incidente possibile, che, se si verificasse, lascerebbe intatte le teorie degli esperti ma ne distruggerebbe le vite?? Prima o poi ci si comincerà ad interrogare in merito al valore di un sistema legale che regola e persegue in ogni dettaglio i rischi minori tecnicamente gestibili, ma, in virtù della propria autorità, legalizza i mega-pericoli nella misura in cui non possono essere minimizzati tecnicamente, e li impone a tutti, anche a chi oppone resistenza. Come può sopravvivere un'autorità politica democratica che deve contrastare la crescente consapevolezza dei rischi con energetiche istanze di sicurezza, ma che con questo stesso processo si mette costantemente sulla difensiva e rischia tutta la sua credibilità ad ogni incidente che si verifica o ad ogni segno di incidente che si manifesta??


IV.    Il ruolo della tecnologia e delle scienze naturali nella società del rischio.

È in atto un dibattito pubblico su una nuova etica della ricerca tesa ad evitare risultati incalcolabili e inumani. Attenersi a questo solo discorso significa fraintendere il grado e il genere di coinvolgimento delle scienze tecniche nella produzione dei pericoli. Un rinnovamento etico delle scienze, se pure non restasse incagliato nel groviglio dei punti di vista etici, sarebbe come un freno di bicicletta applicato ad un jet intercontinentale, considerate l'autonomia dello sviluppo tecnologico e le relative correlazioni con gli interessi economici. Una prima considerazione è essenziale: per quanto attiene ai pericoli nessuno è esperto, tanto meno gli esperti. Le previsioni del rischio si caratterizzano per una duplice indeterminatezza:

in 1° luogo       presuppongono un'accettazione culturale che non possono produrre; i rischi accettabili sono in fin dei conti rischi accettati

in 2° luogo       le nuove conoscenze possono trasformare la normalità in pericolo dalla sera alla mattina; l'energia nucleare e il buco dell'ozono sono esempi lampanti di tale possibilità

Pertanto, il progresso della scienza è la messa in discussione delle sue iniziali dichiarazioni di sicurezza: è il successo della scienza che semina dubbi sulle sue previsioni del rischio. È opportuno svelare una contraddizione: da un lato, le scienze tecniche si autoconfutano involontariamente nelle proprie contraddittorie diagnosi del rischio; dall'altro lato, conservano immutato il privilegio concesso loro di rispondere in base ai propri criteri interni ad una domanda sociale globale di natura assolutamente politica: ciò che è sicuro, è abbastanza sicuro?? Il potere delle scienze tecniche si basa su un semplice costrutto sociale: ad esse viene attribuita l'autorità assoluta (assoluta sul piano legale e politico) di stabilire in base ai propri criteri le esigenze dello "stato della tecnologia". Nelle misure politiche relative all'inquinamento dell'aria e dell'acqua e alla protezione dal rumore si trova sempre lo stesso schema: le leggi definiscono il programma. Tuttavia, chi desideri sapere quale sia il livello costante di inquinamento standardizzato che i cittadini dovrebbero tollerare dovrà consultare documenti in cui sono resi noti i dettagli (letteralmente) irritanti. Persino gli strumenti classici del controllo politico (statuti e regolamenti amministrativi) sono vuoti nelle proprie dichiarazioni centrali: fanno acrobazie con lo "stato della tecnologia" minando la propria stessa competenza e facendo ascendere al suo posto, sul trono della civiltà del pericolo, l'"esperienza scientifica e tecnica". Questo monopolio degli scienziati e dei tecnici nella diagnosi dei pericoli viene tuttavia messo in discussione anche dalla "crisi di realtà" che le scienze naturali e tecniche attraversano nel momento in cui si trovano ad affrontare i pericoli che hanno prodotto. Tale crisi non si è manifestata per la prima volta con Černobil, ma è stato allora che si è resa palpabile per il più vasto pubblico: la sicurezza e la sicurezza probabile, apparentemente così vicine, appartengono a 2 mondi diversi. Le scienze tecniche detengono sempre e soltanto il controllo della sicurezza probabile. Quindi, anche se domani stesso saltassero in aria 2 o 3 reattori nucleari, le loro dichiarazioni resterebbero vere. Viene così a sottolinearsi la contraddizione tra la logica sperimentale e il pericolo atomico. Gli ingegneri non possono infatti far saltare in aria tutti i reattori per registrarne il grado di sicurezza, a meno di trasformare il mondo intero in un laboratorio. Le teorie sulla sicurezza dei reattori nucleari sono verificabili solo dopo che le centrali sono state costruite, non prima. L'espediente di sperimentare sistemi parziali aumenta la possibilità che questi interagiscano l'uno con l'altro e quindi contiene fonti di errore che si sottraggono al controllo sperimentale. Se si paragona tale dato di fatto con la logica della ricerca originariamente concordata, si scopre che il primo corrisponde all'esatto opposto della seconda. Non esiste più la sequenza laboratorio-applicazione, anzi, la sperimentazione segue l'applicazione e la produzione precede la ricerca. Il dilemma in cui i mega-pericoli hanno gettato la logica scientifica è generale, vale a dire che per quanto concerne gli esperimenti nucleari, chimici e genetici le scienze volteggiano ciecamente sopra i confini dei pericoli. Ne consegue allora che la questione della sicurezza dev'essere risolta affermativamente prima ancora di poter essere sollevata. L'autorità degli ingegneri è minata da questo "circolo di sicurezza". Anticipando l'applicazione ad un momento precedente la conclusione dell'esplorazione, la scienza ha cancellato il confine tra laboratorio e società. La libertà di ricerca presuppone libertà di applicazione. Questo permette alla tecnologia di seguire una politica del fatto compiuto; tale potere cresce di pari passo con la velocità delle innovazioni e con la mancanza di chiarezza riguardo alle loro conseguenze e ai loro pericoli, e tale crescita prosegue anche se allo stesso tempo mina la credibilità delle promesse tecnologiche di sicurezza. In tutte le principali questioni sociali e nei comitati per lo sviluppo tecnologico dovrebbero raccogliersi le varie alternative sistematiche, le voci dissidenti, gli esperti discordi e una diversità interdisciplinare. L'esposizione dell'incertezza scientifica è la liberazione della politica, del diritto e della sfera pubblica dal patrocinio esperto delle tecnocrazia. Pertanto, il riconoscimento pubblico dell'incertezza apre le porte alla democratizzazione.


V.      Il conflitto ecologico nella società.

La fame è gerarchica: neanche nel secondo dopoguerra erano tutti affamati; la contaminazione nucleare, invece, è ugualitaria e, in questo senso, "democratica": i nitrati presenti nelle acque freatiche non si fermano davanti al rubinetto dei direttori generali. Tutte le sofferenze, le miserie e le violenze inflitte finora dagli esseri umani ad altri esseri umani riconoscevano la categoria dell'Altro (operai, ebrei, neri, richiedenti asilo, ..) e chi apparentemente non ne era colpito poteva ripararsi dietro a tale categoria. Ciò che abbiamo sperimentato con l'avvento della contaminazione nucleare e chimica è la "fine dell'Altro", la fine di tutte le opportunità così accuratamente coltivate per tenerci a distanza. Se è vero che la miseria può essere emarginata, ciò non risulta possibile per i pericoli dell'era della tecnologia nucleare, chimica e genetica. È qui che risiede la particolare e nuova forza politica di tali pericoli: il loro potere è quello della minaccia, che annienta tutte le aree protette e le differenziazioni nazionali e trasnazionali. È pur vero che vi sono paesi, settori e imprese che traggono profitto dalla produzione del rischio e altri che ne vedono minacciata la propria esistenza economica assieme al propri benessere fisico. Se, ad esempio, il Mare Adriatico e il Mare del Nord muoiono o vengono percepiti socialmente come pericolosi per la salute, non sono solo il Mare del Nord e l'Adriatico a morire, assieme alla vita che essi contengono e rendono possibile: la vita economica di tutte le città, di tutti i settori e di tutte le regioni costiere la cui esistenza è garantita direttamente o indirettamente dalla commercializzazione del mare di estinguerà con essi. In questo senso, la distruzione della natura e quella dei mercati vengono a coincidere. Non è ciò che ciascuno ha o sa fare a determinare la sua posizione sociale e il futuro, ma piuttosto il suo luogo di residenza, la sua attività e la misura in cui altri sono autorizzati secondo un'irresponsabilità prestabilita ad inquinare i possedimenti e la capacità, in una parola l'"ambiente". Perfino la negazione più convinta, che può certamente contare sul pieno sostegno ufficiale, ha i propri limiti. Si può contestare qualunque cosa, azionando il meccanismo ufficiale dell'insabbiamento a pieno regime, ma questo non impedirà, anzi accelererà, la distruzione. In tal modo nascono aree che travalicano i confini nazionali e le vecchie linee istituzionali di conflitto creando posizioni geografiche il cui destino coincide con la distruzione industriale della natura. L'effetto serra, ad esempio, determinerà la fusione delle calotte artiche aumentando la temperature e il livello del mare a livello mondiale. Questo periodo di riscaldamento globale sommergerà intere regioni costiere, trasformerà le terre coltivabili in deserto, sposterà le aree climatiche in modi imprevedibili e accelererà l'estinzione delle specie. I più poveri del mondo saranno i più colpiti: saranno meno pronti ad adattarsi ai mutamenti ambientali. Chi verrà privato delle basi della sussistenza economica fuggirà dalle regioni della miseria. Un vero e propri Esodo di ecorifugiati e richiedenti asilo per motivi climatici si riverserà nel ricco Nord; le crisi del Terzo e del Quarto Mondo potrebbero trasformarsi in guerre. Perfino il clima della politica mondiale muterà più rapidamente di quanto non si possa oggi immaginare. Per il momento queste non sono altro che proiezioni, ma ciò nondimeno dobbiamo prenderle sul serio. Quando saranno diventate realtà sarà ormai troppo tardi per passare all'azione. In questo contesto molte cose sarebbero più facili se ai paesi in via di industrializzazione potessero essere risparmiati gli errori commessi dai paesi altamente industrializzati. Le "minacce alla natura" non sono solo "minacce alla natura", vi sono "conseguenze secondarie" a carico della natura e "conseguenze secondarie delle conseguenze secondarie" che si manifestano entro le istituzioni fondamentali della prima modernità. Se i mass media rivelassero e divulgassero all'improvviso la notizia che determinati prodotti contengono un certo tipo di tossine (le politiche sull'informazione e le coperture mediatiche sono di importanza fondamentale, considerato che i pericoli sono generalmente impercettibili nel quotidiano), interi mercati rischierebbero di crollare e i capitali e l'impegno investiti subirebbero un'istantanea svalutazione. Dove l'economia (globale) si dividerà in vincitori e perdenti del rischio, questa polarizzazione si farà sentire anche nella struttura del lavoro. La conseguenza può consistere in un confronto tra il blocco sindacato-impresa e altre fazioni miste situate al di sopra e al di là delle divisioni sancite dalle differenze di classe, che si sono ristrette sotto la pressione della "politicizzazione ecologica". I pericoli sono sì prodotti da operazioni imprenditoriali, ma sono definiti e valutati a livello sociale (dai mass media, nei dibattiti degli esperti, ..), in un ambiente e in contesti cui la maggioranza dei lavoratori è assolutamente estranea. Si tratta di "battaglie scientifiche" dichiarate sopra le teste dei lavoratori e poi combattute tramite strategie intellettuali elaborate in ambienti intellettuali. La definizione dei pericoli si sottrae alla presa dei lavoratori e persino a gran parte dell'approccio sindacale; il principale gruppo interessato è rappresentato dalle imprese e dal management: ma, in quanto bersagli secondari, se le cose di mettono male devono fare i conti con la perdita del proprio posto di lavoro. Il lavoro e la forza lavoro non possono può concepirsi soltanto come fonte della ricchezza, ma devono anche essere percepiti a livello sociale come il motore del pericolo e della distruzione. La fase della politica della società del rischio che sta cominciando a farsi sentire nell'arena del disarmo e della distensione tra Est ed Ovest non può più essere concepita a livello nazionale, ma solo sul piano internazionale, in quanto la meccanica sociale delle situazioni di rischio prescinde dallo stato-nazione e dai suoi sistemi di alleanze.


VI.    Riflessività politica: il contropotere del pericolo e le opportunità di influenza dei movimenti sociali.



Il conflitto del rischio non è certamente il primo conflitto che le società moderne si sono trovate a fronteggiare, ma è sicuramente uno dei più cruciali. I conflitti di classe e le rivoluzioni alterano i rapporti di forza e mutano le élite, ma si mantengono saldamente ancorati agli obiettivi del progresso tecnico-economico e si scontrano per i diritti civili reciprocamente riconosciuti. La doppia faccia del "progresso autodistruttivo" produce tuttavia conflitti che mettono in dubbio la base sociale della razionalità (scienza, diritto, democrazia). In tal modo, la società va incontro ad una destabilizzazione istituzionale in cui tutte le decisioni possono essere risucchiate da un momento all'altro in cruciali conflitti politici. Con il divampare delle contraddizioni in uno stato tenuto alla protezione e alla sicurezza, i sistemi diventano inclini all'azione e dipendenti dai soggetti. Ai coraggiosi movimenti sociali di questo mondo viene data un'opportunità. La colossale interdipendenza delle definizioni del pericolo (il crollo dei mercati, dei diritti di proprietà, del potere sindacale e della responsabilità politica) genera posizioni e strumenti fondamentali per la "definizione del rischio" che travalicano le gerarchie sociali e professionali. Il potere del pericolo è costante e permanente, slegato dalle interpretazioni che lo negano e presente perfino nei luoghi da tempo abbandonati dai manifestanti. La probabilità che si verifichino incidenti improbabili cresce con il passare del tempo e con l'aumentare del numero di mega-tecnologie applicate. Sono stati contrastati diversi tipi di rivoluzione: colpi di stato, lotta di classe, resistenza civile, .. Tali fenomeni hanno tutti in comune la tendenza ad attribuire e a togliere potere ai diversi soggetti sociali. Una rivoluzione come processo autonomizzato, come condizione nascosta, latente, permanente, in cui le premesse sono rivolte contro se stesse mentre le strutture politiche della proprietà e i rapporti di forza restano immutati, è proprio lo schema concettuale in cui rientra il potere sociale del pericolo. È il prodotto dell'azione e non ha bisogno né di autorizzazioni né di autenticazioni politiche. Non appena viene alla luce, la consapevolezza pubblica della sua esistenza mette in pericolo tutte le istituzioni che lo hanno prodotto e legittimato. Da dove verranno le forze contrarie?? Se non è attuabile un'azione politica alternativa, resta sempre la consapevolezza della riflessività politica attivabile del potenziale di pericolo. Chiunque comprende e parla la lingua della critica al nucleare. Sotto l'imposizione della necessità, gli esseri umani hanno partecipato ad una sorta di corso accelerato sulle contraddizioni della gestione del pericolo nella società del rischio: sull'arbitrarietà dei livelli di accettabilità e delle procedure di calcolo o sull'imprevedibilità delle conseguenze a lungo termine e sulla possibilità di renderle anonime attraverso le statistiche. Hanno acquisito un numero maggiore di conoscenze e con maggior vividezza e chiarezza di quanto neanche il più critico dei critici avrebbe mai potuto insegnare o pretendere da loro. Il potere dei nuovi movimenti sociali non si basa soltanto sui movimenti stessi, ma anche sulla qualità e sulla portata della contraddizioni in cui versano le industrie che producono e gestiscono il pericolo nella società del rischio. Tali contraddizioni assumono dimensione pubblica e stimolano lo scandalo grazie alle attività di provocazione dei movimenti sociali. Pertanto, non vi è solo un processo autonomo di occultamento dei pericoli, ma vi sono anche tendenze contrarie che svelano questo occultamento, per quanto siano molto meno marcate e costantemente dipendenti dal coraggio civile dei singoli individui e della vigile attenzione dei movimenti sociali. Questo contropotere dell'indesiderata rivelazione dei pericoli dipende dalle condizioni sociali generali, che finora sono state soddisfatte soltanto in alcuni paesi:

la democrazia parlamentare

la (relativa) indipendenza della stampa

la produzione avanzata di ricchezza, in cui per la maggioranza della popolazione la minaccia invisibile del cancro non è stata eliminata da una grave malnutrizione e dalla fame

Il fenomeno più sorprendente, e forse il meno compreso a livello sociale, degli ultimi 20 anni è l'individualizzazione, l'inattesa rinascita di un'"enorme soggettività". In questo senso non è esagerato affermare che in questa società i gruppi di cittadini hanno preso l'iniziativa per singole tematiche. Sono stati loro ad inserire le tematiche del mondo in pericolo nell'agenda sociale, contrapponendosi alla resistenza dei partiti istituiti. La tendenza alla finta devozione ecologica è universale. Ammettiamolo: si tratta solo di apparenza, di opportunismo programmatico e forse solo ogni tanto di vero ripensamento intenzionale. Le tematiche del futuro, ormai sulla bocca di tutti, sono state incluse nell'agenda sociale in opposizione alla resistenza concentrata di questa ignoranza istituzionalizzata da ingarbugliati gruppi moralizzanti e da fazioni divise, assillate dai dubbi e in costante lotta reciproca riguardo alla strada da seguire.

VII.        L'utopia della democrazia ecologia.

L'Europa è chiamata a realizzare un nuovo progetto sociale, cui ha già dato il via. Dopo l'implosione del conflitto Est-Ovest e la nascita di stati senza nemici, le tematiche internazionali della civiltà del rischio si stanno spostando negli spazi rimasti vuoti:

un 1° segno            di tale processo è rappresentato dall'impulso alla politica ecologia globale e agli accordi trasnazionali prodotti dalla tecnologia, dalla scienza e dalle imprese

un 2° segno            è costituito dai pericoli di distruzione grandi e piccoli, insinuanti e galoppanti che stanno sorgendo ovunque nel mondo

un 3° segno            è dato dagli elevati standard di sicurezza e razionalità promessi nel capitalismo sviluppato dello stato sociale

Sono queste le orrende opportunità offerte alla politica globale dell'Europa, non solo nella fondazione e nella costruzione di una "casa comune europea", ma anche con l'assunzione da parte dei paesi altamente industrializzati di un'ampia porzione dei costi richiesti dalle necessarie misure correttive. Nel luogo dove la dinamica dello sviluppo industriale ha avuto la propria origine, in Europa, potrebbe nascere anche un progetto di Illuminismo ecologico, che dovrebbe essere progettato e sostenuto sia sul microlivello che sul macrolivello, perfino nella vita quotidiana, in quanto le minacce rovesciano in ogni luogo le abitudini più assodate e rappresentano una sfida spettacolare per il coraggio civile. Vi sono molti concreti punti d'interesse nel rapporto tra la "casa comune europea" e i suoi vicini del pianeta: tra questi, l'impossibilità di presentarsi ancora con la presunzione del ricco donatore e la necessità di riconoscere il nostro ruolo industriale distruttivo e di correggerlo tanto nel pensiero quanto nell'azione. Viviamo in un'era di fatalismo tecnologico, che dev'essere superata attraverso una maggiore quantità di democrazia:

producendo responsabilità

ridistribuendo l'obbligo della prova

operando una divisione dei poteri tra i produttori e gli analisti dei pericoli

instaurando dibattiti pubblici sulle alternative tecnologiche

A sua volta, tale processo richiede l'attribuzione di diverse forme organizzative al rapporto scienze-imprenditoria, scienze-sfera pubblica, tecnologia-diritto, .. Estendere la democrazia alla sfera ecologica significa contrapporre il concerto di voci e poteri, lo sviluppo dell'indipendenza della politica, del diritto, della sfera pubblica e della vita quotidiana alla sicurezza pericolosa e fasulla di una "società concepita astrattamente". La mia proposta contiene 2 principi interconnessi:

primo               effettuare una divisione dei poteri

secondo            creare una sfera pubblica

Solo un dibattito pubblico energetico e competente, armato di argomentazioni scientifiche, sarà in grado di distinguere il grano scientifico dal loglio (= erbaccia) e di consentire alle istituzioni deputate alla guida tecnologica (la politica e il diritto) di riconquistare il potere del proprio giudizio. I mezzi: occorre sempre combinare le voci dissenzienti, i controesperti, una molteplicità interdisciplinare e le alternative da sviluppare sistematicamente. Al pubblico spetterebbe il ruolo di una "camera alta aperta" deputata all'applicazione dello standard di "desideriamo vivere" ai piani, ai risultati e ai pericoli scientifici. Ciò presuppone che la ricerca si concentri e si incentri essenzialmente sulle istanze del pubblico. Forse compiendo questi 2 passi (l'apertura delle scienze a partire dal loro interno e l'emergere dei loro limiti attraverso un esame pubblico delle relative pratiche), la politica e le scienze potrebbero affilare i propri strumenti di orientamento e di autocontrollo, strumenti che al momento sono ampiamente inattivi. La cecità culturale della vita quotidiana della civiltà del pericolo non può essere eliminata, ma la cultura "ci vede" per simboli. Le immagini di alberi scheletriti e di balene moribonde mostrate dai TG hanno aperto gli occhi alle persone. Rendere i pericoli pubblicamente visibili e richiamare l'attenzione sul dettaglio, sul proprio spazio vitale: sono questi gli occhi culturali attraverso i quali i "cittadini ciechi" potranno forse riacquistare l'autonomia del proprio giudizio.


LA SOCIETÀ DEL RISCHIO E LO STATO SOCIALE.

Se si concepisce la modernizzazione come un processo di innovazione divenuto autonomo, allora bisogna accettare anche che la modernità è destinata ad invecchiare. L'altra faccia dell'invecchiamento della modernità industriale è la nascita della società del rischio. Con questo termine si individua una fase evolutiva della società moderna in cui i rischi sociali, politici, ecologici ed individuali generati dall'impeto dell'innovazione sfuggono in misura crescente le istituzioni di controllo e di protezione della società industriale.




I.        Tra società industriale e società del rischio.

Questa fase si compone di 2 stadi:

nel primo si producono sistematicamente conseguenze e autominacce che non sono oggetto del dibattito pubblico, né si trovano al centro del conflitto politico. In questa fase prevale la concezione di sé della società industriale, che al contempo intensifica e "legittima" come "rischi residuali" i pericoli derivanti dalle decisioni prese ("società del rischio residuale")

una situazione completamente diversa si presenta quando i pericoli della società industriale ottengono il sopravvento nei dibattiti pubblici, politici e privati. In questo stadio le istituzioni della società industriale producono e legittimano pericoli che non sono in grado di controllare

Durante questa transizione, i rapporti di proprietà e di potere restano immutati. La società industriale vede e critica se stessa in quanto società del rischio. Da una parte abbiamo la società, le cui azioni e decisioni sono ancora orientate agli schemi della vecchia società industriale; dall'altra abbiamo organizzazioni d'interesse, sistema giuridico e politico, che sono già investiti da dibattiti e conflitti scatenati dalle dinamiche della società del rischio. La suddivisione in 2 stadi e la relativa sequenza consentono di introdurre il concetto di "modernizzazione riflessiva". Tale termine non significa riflessione, ma confronto (della modernizzazione) con se stessa. La transizione, nella modernità, dall'epoca industriale all'epoca del rischio avviene in modo involontario, invisibile, forzato, nell'ambito di una dinamica di modernizzazione resasi autonoma, secondo un modello di conseguenze indesiderate. La società del rischio non è una delle opzioni possibili, da scegliere o respingere attraverso un dibattito politico. Essa nasce per effetto stesso di autonomi processi di modernizzazione che sono ciechi e muti davanti alle conseguenze e ai pericoli. Gli effetti latenti e complessivi di questi processi danno origine a pericoli che mettono in discussione (e di fatto aboliscono) le basi stesse della società industriale. Se con il termine "riflessività" intendiamo la transizione autonoma, indesiderata, invisibile e quasi riflessa della società industriale a quella del rischio, allora "modernizzazione riflessiva" significa che la modernizzazione confronta se stessa con le conseguenze proprie della società del rischio, che non possono essere affrontate e superate (in modo adeguato) nel sistema della società industriale. Il fatto poi che in un secondo momento questa costellazione possa, a propria volta, diventare l'oggetto di un (pubblica) riflessione (politica e accademica) non deve distogliere l'attenzione dal "meccanismo" spontaneo che innesca la transizione. Quest'ultima è prodotta e diventa reale proprio attraverso il processo di astrazione dalla società del rischio. Nella società del rischio, ai contrasti per la distribuzione dei "beni" sociali (reddito, lavoro, tutela sociale), che rappresentavano il conflitto principale della società industriale per risolvere il quale sono state create apposite istituzioni, si sovrappongono i conflitti per la distribuzione dei "mali" che essa produce. Secondo una prospettiva di teoria della società e di diagnosi culturale, il concetto di società del rischio individua uno stadio della modernità in cui i pericoli prodotti con la crescita della società industriale prendono il sopravvento. Emergono quindi sia il problema dell'auto-limitazione di questo sviluppo, sia la necessità di ridefinire le norme fin qui stabilite (di responsabilità, sicurezza, controllo, contenimento dei danni e distribuzione delle relative conseguenze) sulla base dei potenziali pericoli. Questi, tuttavia, oltre ad evitare la percezione sensoriale e i poteri dell'immaginazione, si sottraggono anche alla determinazione scientifica. Pertanto, le società moderne, proprio perché non si modificano, non riflettono sulle conseguenze e perseguono una politica industriale dell'aumento quantitativo, devono confrontarsi con le premesse e i limiti del proprio stesso modello. Per "processo di individualizzazione" s'intende che oggi gli esseri umani vengono catapultati della società industriale nelle turbolenze della società globale del rischio e, non da ultimo, ci si aspetta da loro che convivano con i più diversi e contraddittori rischi globali e personali. D'altronde, questa liberazione si compie nella cornice dello stato sociale, almeno nei welfare state altamente sviluppati dell'Occidente, quindi a fronte

di un aumentato grado di istruzione

dell'elevata mobilità richiesta dal mercato del lavoro

del vasto quadro giuridico che regolamenta le condizioni lavorative

Ciò nonostante, il singolo si trasforma in titolare di diritti (e doveri) soltanto a livello individuale. Mentre in passato le opportunità, le insidie e le ambivalenze della biografia potevano essere affrontate nell'ambito del nucleo familiare, della comunità del villaggio o appellandosi all'intera classe o al gruppo sociale, ora spetta sempre di più al singolo individuo coglierle, interpretarle e risolverle. Queste "libertà rischiose" sono ormai imposte agli individui quando questi, a causa dell'enorme complessità della società moderna, non sono neanche in grado di affrontare le inevitabili decisioni con attento esame e responsabilità, ovvero tenendo conto delle possibili conseguenze.





II.      Stato sociale e società del rischio.

I rischi dipendono sempre da decisioni. Le minacce incalcolabili della società pre-industriale (epidemie, carestie, catastrofi naturali, guerre) si trasformano in rischi quantificabili con lo sviluppo del controllo strumentale razionale, promosso in tutti gli ambiti della vita del processo di modernizzazione. Questa evoluzione dà origine a diversi sistemi di assicurazione, in quanto, nei termini degli assicuratori, la società comincia ad essere considerata nel suo complesso come un gruppo a rischio. Di conseguenza, un numero crescente di ambiti e di problemi della società che prima venivano considerati naturali (le dimensioni del nucleo familiare, le questioni educative, la scelta della professione, la mobilità, i rapporti tra sessi) viene trasferito su un piano sociale ed è pertanto considerato oggetto di responsabilità e decisioni, passibile di giudizio e di condanna. Questa situazione implica anche il pericolo di una decisione sbagliata, i cui rischi dovranno essere coperti attraverso il principio della gestione preventiva dei danni. È a tale scopo che esistono le tipologie di incidente, le statistiche, la ricerca sociale, la pianificazione tecnica e una vasta gamma di misure di sicurezza. L'imprevedibile si trasforma in qualcosa di prevedibile: ciò che non-si-è-ancora-verificato diventa l'oggetto dell'attuale azione (preventiva). L'ingresso nella società del rischio avviene nel momento in cui i pericoli che sono ora decisi e quindi prodotti dalla società mettono in pericolo e/o annullano i sistemi di sicurezza istituiti basati sul calcolo del rischio previsto dallo stato sociale. A differenza dei primi rischi industriali, i rischi nucleari, chimici , ecologici e dell'ingegneria genetica

non possono essere limitati né nello spazio né nel tempo

non sono suscettibili di imputabilità secondo le norme stabilite di causalità, colpa e responsabilità

non possono essere indennizzati o assicurati

Chi cerca un criterio operativo per questa transizione lo troverà nell'assenza di copertura assicurativa privata. A ciò si aggiunga che i progetti industriali di ricerca tecnico-scientifica non sono assicurabili. È la società stessa a stabilire questa norma e a misurare il proprio sviluppo su tale base. La società industriale, che si è involontariamente trasformata in società del rischio attraverso la sistematica produzione di pericoli, si tiene in equilibrio al di là dei limiti di assicurazione. La razionalità su cui si fonda questo giudizio deriva dalla razionalità centrale di questa società, la razionalità economica. Sono le compagnie di assicurazione private che creano o determinano i confini della società del rischio. Con la logica dell'agire economico contraddicono le dichiarazioni di sicurezza dei tecnici e delle industrie del pericolo, in quanto affermano che nel caso in cui il rischio sia caratterizzato da "bassa probabilità ma da gravi conseguenza" il rischio tecnico può anche tendere verso zero, ma il rischio economico sarà potenzialmente infinito.


III.          Pericoli o previdenzialità?? La crisi ambientale come crisi interna.

Il fatto che le conseguenze indesiderate della produzione globale si trasformino in gravi questioni ecologiche di portata globale non è dunque un problema del mondo che ci circonda, quello che si definisce un "problema ambientale": si tratta piuttosto di una vasta crisi istituzionale che investe la stessa società industriale. Finché questi sviluppi verranno inquadrati entro l'orizzonte concettuale della società industriale, quali effetti secondari negativi di azioni apparentemente imputabili e quantificabili, le loro conseguenze dirompenti per il sistema non verranno riconosciute. Il loro significato centrale si manifesta soltanto se si tiene conto dell'ottica e dei concetti della società del rischio. Nella fase della società del rischio, riconoscere l'impossibilità di quantificare i pericoli prodotti dallo sviluppo tecnico-industriale significa compiere un'auto-riflessione sulle fondamenta del contesto sociale e una revisione delle principali convenzioni e premesse della razionalità. Il problema ultimo della società del rischio risiede nel divario tra conoscenza e decisione: nessuno conoscere veramente il risultato globale, ma ciò nondimeno dobbiamo prendere una decisione. L'epoca del rischio impone a ciascuno di noi il fardello di decisioni cruciali che potrebbero interessare la nostra stessa sopravvivenza senza che noi ne possiamo davvero essere a conoscenza (es degli alimenti geneticamente modificati). Quindi la società del rischio sta dando adito ad un osceno gioco d'azzardo: io sono considerato responsabile di decisioni che sono stato costretto a prendere senza che potessi conoscere a fondo la situazione. La libertà di decisione attribuita ai soggetti della società del rischio è la "libertà" di qualcuno che sia costretto a prendere decisioni ma non sia consapevole delle relative conseguenze. Le categorie e i metodi socio-scientifici non sono più validi se confrontati con la complessità e l'ambiguità dei rapporti da descrivere e comprendere. È necessario ridefinire le norme e i principi del processo decisionale, dei settori di applicazione e della critica. Paradossalmente, la società del rischio è allo stesso tempo una società tendenzialmente autocritica: esperti e controesperti si smentiscono a vicenda, i politici si scontrano con i cittadini, le alte sfere della dirigenza industriale e quelle delle organizzazioni di consumatori sono in disaccordo, la questione del rischio genera fratture anche fra le diverse industrie, all'interno delle famiglie e dei gruppi professionali, e spesso e volentieri dividono anche il singolo.

IV.    La modernizzazione riflessiva come teoria dell'autocritica della società.

Mai come oggi si è avuta situazione più favorevole per la critica della società, anche quella più radicale. In una società del rischio che si riconosca come tale, la critica viene, per così dire, democratizzata, cioè praticata a vicenda dalle razionalità settoriali e dai gruppi sociali. Quindi, al posto di una teoria critica si sviluppa una teoria dell'autocritica della società. Scoprire gli immanenti conflitti tra istituzioni che ancora funzionano secondo gli schemi della società industriale, ma sono già riflesse e criticate secondo il concetto di autominaccia della società del rischio rende contraddittori norme, principi e prassi in ogni ambito dell'agire sociale in relazione alle necessità e ai valori immanenti. Vale la pena a questo punto inquadrare con precisione concettuale le prospettive e le premesse dell'autocritica della società mostrate dalla teoria della società del rischio. Il concetto di modernizzazione riflessiva si compone, infatti, di 2 elementi (o piano di significato):

il 1°           riguarda il processo automatico di transizione dalla società industriale alla società del rischio

il 2°           riguarda il movimento che si innesca nell'intera società una volta che il primo elemento è stato individuato, sperimentato e universalmente e consapevolmente riconosciuto

Dal momento che la transizione dalla società industriale alla società del rischio si compie in modo non riflettuto e automatico, si presentano situazioni di pericolo che, una volta diventate argomento centrale di dibattito politico e pubblico, rendono contraddittori e dividono i centri dell'agire e della decisione della società. Nel quadro dell'opposizione tra vecchie abitudini e nuova consapevolezza delle conseguenze e dei pericoli, la società diventa autocritica. È quindi la combinazione del riflesso e delle riflessioni che, fintanto che la catastrofe non si materializza, conduce la modernità industriale sulla strada dell'autocritica e dell'auto-trasformazione. Il concetto di modernizzazione riflessiva comprende entrambi gli aspetti: la minaccia riflessa, che insidia le basi stesse della società industriale attraverso una modernizzazione che continua ad avanzare con successo ma senza vedere i pericoli che produce, e la crescente consapevolezza, la riflessione su questa situazione. La differenza tra società industriale e società del rischio si riferisce in primo luogo alla conoscenza: una diversa autoriflessione sui pericoli di una sviluppata modernità industriale. È nella crescente consapevolezza dei pericoli prodotti dalle decisioni che nasce il politico. La teoria della società del rischio può essere in questo senso definita come una teoria politica della conoscenza di una modernità avviata verso l'autocritica. La questione è se la società industriale si percepisce come società del rischio e in che modo critica e riforma se stessa. La scena della storia mondiale e della storia delle idee è stata calcata (e abbandonata) da molti candidati al ruolo di soggetto della critica della società. Se proseguirà lungo questo cammino, la modernità industriale fatalista si trasformerà in una società del rischio conflittuale e autocritica. In questo contesto, con il termine "autocritica" ci si riferisce all'emergere, entro e tra le istituzioni, di linee di conflitto suscettibili di organizzazione e capaci di creare coalizioni.


V.      La fine della tecnologia lineare??

Anche se le considerazioni fatte finora non consentono di trarre conclusioni precise, almeno una precisazione sembra giustificata: i centri decisionali e le "leggi oggettive" del progresso scientifico-tecnologico stanno assumendo rilievo politico. La crescente consapevolezza della società del rischio viene a coincidere con l'annullamento dei modelli lineari della tecnocrazia?? Negli anni 60, Helmut Schelsky ha affermato che la razionalizzazione strumentale e l'invasione dell'ambito tecnologico esauriscono la sostanza di una società in continua modernizzazione. Di fatto, accade sempre più spesso che siano gli esperti a governare anche laddove a rivestire la carica di governanti vi siano normalmente dei politici. Jost Halfmann ha sottolineato che, nella prospettiva della sociologia del rischio, Schelsky ipotizza che la forza dirompente di una società che trasforma ogni cosa in decisioni e pertanto in rischi non viene affatto riconosciuta. Data la posizione centrale dello stato nel sostegno materiale e nella regolamentazione politica del progresso tecnologico, alle istituzioni politiche è stato assegnato un ruolo sempre più importante nella definizione della "responsabilità" delle conseguenze del progresso all'interno della società. Il progresso tecnologico e le sue conseguenze hanno pertanto acquisito un carattere di bene collettivo. Laddove la società si trasforma in laboratorio, le decisioni relative al progresso tecnologico e il relativo controllo diventano un problema collettivo. Come Christoph Lau ha dimostrato, in questo nuovo conflitto del rischio la posta in gioco non è tanto la prevenzione, quando la distribuzione del rischio: il contrasto riguarda la definizione del rischio alla luce della crescente competizione tra i discorsi del rischio che si sovrappongono (es: il discorso sull'energia nucleare e quello sul buco dell'ozono). Nella tarda età industriale tutti i tentativi di stabilire parametri per la definizione del rischio (calcolo della probabilità, valutazione del livello soglia, quantificazione di costi, ..) crollano di fronte all'immensità dei pericoli e al problema della valutazione soggettiva dalla probabilità dell'evento. Secondo Niklas Luhmann: si parla di rischio quando possibili danni futuri vengono ricondotti alle proprie decisioni (chi non sale su un aereo non può precipitare); i pericoli sono invece danni che vengono dall'esterno (essere colpiti dai frammenti di un aereo che sta precipitando). I pericoli noti (terremoti, eruzioni vulcaniche, ..) diventano rischi nel momento in cui è noto quali decisioni si possono evitare per non esserne esposti. Tuttavia, all'aumentare delle decisioni aumentano anche i pericoli, cioè si aggiungono quelli che derivano dalle decisioni degli altri. Quindi la differenza tra rischi e pericoli attraversa oggi l'intero ordine sociale: quello che per gli uni è un rischio, per gli altri è un pericolo. Chi fuma rischia il cancro per sé, ma per gli altri rappresenta un pericolo. L'impossibilità di raggiungere il consenso deriva dalla percezione e dalla valutazione delle catastrofi; in questo caso il parametro di razionalità applicato alla probabilità dell'evento non è valido: si può anche calcolare che il pericolo temuto a causa di una nuova centrale nucleare nelle vicinanze non è maggiore del rischio della decisione di viaggiare 3km in più all'anno, ma il calcolo non convincerà nessuno. La prospettiva della catastrofe costituisce un limite per il calcolo: non la si vuole proprio, anche se è estremamente improbabile. Ma qual è la soglia della catastrofe, a partire dalla quale i calcoli quantitativi non hanno più effetto?? È evidente che a questa domanda non si può rispondere prescindendo da altre variabili. I poveri la percepiscono diversamente dai ricchi, le persone indipendenti da quelle dipendenti. La questione veramente interessante è che cosa s'intenda per catastrofe. Probabilmente la risposta sarebbe del tutto diversa a seconda che la domanda fosse rivolta ai decisori oppure ai coinvolti.


VI.          L'antiquato pessimismo sul progresso.

L'antica tendenza alla critica radicale e spietata della modernità ha una lunga storia e comprende molti nomi di tutto rispetto. Una cosa è certa: la disperazione nobilita e, inoltre, non va sottovalutato il vantaggio di poter sguazzare nella propria superiorità sottraendosi alla responsabilità dell'azione. Il problema non consiste tanto nel fatto che ci troviamo di fronte a sfide di portata inimmaginabile, ma piuttosto nel fatto che in ogni tentativo di soluzione contiene già in sé le radici di problemi nuovi e ancora più complessi. Ma anche quando i rischi vengono fronteggiati, se ne combattono sempre soltanto i sintomi e mai le cause. Ma la mia tesi principale deriva da una diversa prospettiva: anche (anzi, proprio!) il fatalismo negativo interpreta la modernizzazione come un processo lineare, negando quindi le ambivalenze di una modernizzazione della modernizzazione che annienta le basi della stessa società industriale. Si sviluppano situazioni e dinamiche sociali impreviste e incalcolabili sia all'interno dei sistemi, delle organizzazioni e degli ambiti (apparentemente) privati della vita, sia nei loro reciproci rapporti. Queste situazioni pongono nuove sfide alle scienze sociali, in quanto la loro analisi richiedere lo sviluppo di categorie, teorie e metodi nuovi. Secondo la teoria della società del rischio sarebbe quindi l'imprevedibile a produrre situazioni finora sconosciute (il che non significa di certo migliori o più salvifiche!). una volta che questo è stato generalmente riconosciuto, la società si mette in movimento. Se sia un fatto positivo o non acceleri piuttosto il declino generale è un problema che al momento non ci riguarda. La teoria della modernizzazione riflessiva smentisce i presupposti basilari del fatalismo negativo, i cui teorizzatori conoscono quello che secondo le proprie premesse non sarebbe dato loro di conoscere: il risultato finale. Sorgono nuove linee di conflitto politico per una società industriale in pieno movimento che intende e critica se stessa in quanto società del rischio. Non è dato sapere se questi conflitti siano migliori o peggiori; una cosa è certa: sono diversi e in quanto tali devono essere prima di tutto percepiti e decodificati. È proprio con quest'avventura dell'imprevedibilità determinata dalla decisione che alla fine del xx° secolo ricomincia la storia della società. Può forse darsi che il fatalismo sia lo stato d'animo da cui origina l'epoca del rischio?? Emergerà forse, alla fine, quando comprenderemo a fondo la gravità della situazione e l'accetteremo e interpreteremo come tale, un atteggiamento post-ottimista del post-fatalismo?? Soltanto l'ingenuo pessimismo ontologico della certezza obbliga al pessimismo.


VII.        Sintesi e prospettive.

Si presenta ora un quadro, del tutto differente, dell'evoluzione storica della società. Tale prospettiva rappresenta le epoche e le culture preindustriali come società della catastrofe. Con l'avanzare dell'industrializzazione esse sarebbero diventate con un processo tuttora in atto società del rischio calcolabile; contemporaneamente, la società industriale del rischio avrebbe perfezionato il proprio benessere tecnologico e sociale e i propri sistemi di sicurezza fino al punto di diventare una società ad assicurazione totale. Tale quadro è stato tuttavia contestato con l'argomentazione che la società del rischio ha inizio dove le premesse di calcolo della società industriale sono superate e annullate dal successo automatico e irruente della modernizzazione. In questo contesto, gli sconvolgenti effetti della società del rischio emergono e acquistano un significato crescente, ma non sono colti in quanto tali e non diventano l'oggetto dell'azione politica e della (auto-)critica sociale. Si può concepire una prospettiva che implica

in 1° luogo       il superamento del limite di assicurazione, che lascia interi settori industriali e di ricerca sospesi senza rete di sicurezza nell'insignificante zona della non assicurabilità

in 2° luogo       la comprensione di questa situazione

Queste condizioni sono caratteristiche necessarie, ma sicuramente non sufficienti, della società del rischio. Quest'ultima ha inizio soltanto quando la discussione sulla riparazione e la riforma della società industriale si definisce nettamente. Nessuno sa in che modo, se e con quali mezzi sia possibile rallentare davvero la dinamica di auto-minaccia della società globale del rischio.


SUBPOLITICA. ECOLOGIA E DISINTEGRAZIONE DEL POTERE ISTITUZIONALE.

Nello stato-nazione il concetto del politico non prevede una netta distinzione tra politica e non-politica. La politica esiste e governa il sistema politico. All'interno della sfera ufficialmente classificata come politica (aziende, ambienti scientifici, laboratori tecnici, vita privata) si fa un gran discutere e agire, ma niente di tutto ciò si svolge in base alle norme legittimate della politica formale: non vi è alcun mandato, alcuna organizzazione partitica, alcun tipo di dipendenza dal consenso dei governatori. Anche se l'influenza del sistema politico formale va restringendosi, i politici e i politologi continuano a ricercare il politico solo ed esclusivamente in tale sistema. Se si scoprisse che per una qualsiasi ragione in quel sistema nessuno detiene il potere e che finanche i poteri più rispettati non sono altro che una simulazione, allora si formulerebbe una diagnosi di "ingovernabilità" e si reagirebbe di conseguenza. Forse il politico vero scompare all'interno e dal sistema politico per ricomparire, modificato e generalizzato, in una forma ancora da comprendere e sviluppare, manifestandosi come subpolitica (o politica dei sottoinsiemi) in tutti gli altri ambiti della società. Ciò che intendo dimostrare è che in tutti gli ambiti dell'attività, sotto la pressione di un mutamento delle sfide e delle convinzioni di fondo, si stanno aprendo nuove opportunità di azione alternativa. Il vecchio consenso industriale impresso nel sistema sociale si sta confrontando con idee di base nuove e differenti: l'ecologismo, il femminismo, .. La tecnocrazia termina nel momento in cui le alternative irrompono nel processo tecnico-economico e lo orientano. Un esempio calzante è la crisi ecologica: non appena determinate organizzazioni intraprendono quella che potremmo chiamare "modernizzazione ecologica", diventano possibili linee alternative di azione. Proprio come le classi sociali, i sistemi sociali e le organizzazioni unitarie vanno dissolvendosi alla luce della modernizzazione riflessiva. La loro esistenza comincia a dipendere dai processi decisionali e dalla legittimazione e quindi diventano mutevoli. Le opportunità alternative di azione segnano quindi la caduta dei sistemi indipendenti dagli individui. Una cosa è certa: finché il suo agire resterà o verrà mantenuto pacifico, il politico continuerà a manifestarsi secondo il concetto democratico tipico della modernità industriale, vale a dire con una lotta regolata da norme tra i partiti che si contendono privilegi e leve di potere. Nella struttura e nel sistema di regole dello stato-nazione, politica significa salvaguardare e difendere le norme stabilite della democrazia e dell'economia ed evitare di dirigersi verso un nuovo territorio di forze politiche, magari globali, e verso la società globale del rischio. Il politico è inteso e azionato come politica governata dalle regole e che applica le regole, ma non come politica di cambiamento, né tanto meno di invenzione, delle regole: esso consiste in una variazione nell'esecuzione della politica, ma non in una politica della politica. Eppure la crisi ecologia e la crescente consapevolezza del fatto che viviamo in una società globale del rischio sono motivi di riflessione. Non è difficile incontrare consenso sul fatto che le attuali istituzioni sono obsolete e ormai inadeguate. È necessario rinunciare agli obiettivi della politica dello statu quo o almeno aprirli, espanderli, ripensarli e ricomporli. Si giungerà allora alla "reinvenzione della politica". Non sta di certo iniziando un'era di speranza, il paradiso in terra: la modernizzazione riflessiva è l'età dell'incertezza e dell'ambivalenza, che combina la costante minaccia di disastri su scala assolutamente nuova con la possibilità e la necessità di reinventare le nostre istituzioni politiche e di inventare nuovi modi di gestione della politica in "sedi" sociali che finora avevamo considerato impolitiche. Per comprendere a fondo questa crisi istituzionale si deve prima prendere in esame la natura delle nostre istituzioni. Prima di passare a descrivere il modo in cui la questione ecologica mette in discussione il tradizionale funzionamento delle istituzioni, mi soffermerò su un'analisi del rapporto tra singolo e sistema. Per sapere come opporre resistenza alle pressioni classificatorie delle nostre istituzioni dovremmo dare inizio ad un esercizio indipendente di classificazione. Purtroppo, tutte le classificazioni di cui disponiamo per pensare ci vengono fornite preconfezionate assieme alla nostra vita sociale. Per riflettere sulla società abbiamo a disposizione le categorie che usiamo in quanto membri della società quando conversiamo con gli altri di noi stessi. Ma lo schema sarebbe molto diverso se a parlare fosse un indiano o un nativo americano. La nostra mente sta già seguendo i vecchi schemi. Come possiamo pensare all'interno della società se non usando le classificazioni stabilite dalle nostre istituzioni?? Se poi guardiamo ai vari scienziati sociali, scopriamo che la loro mente è sottomessa ancora di più. Ma le istituzioni non si limitano a produrre etichette, stabilizzano il flusso della vita sociale e creano persino, in certa misura, le realtà cui vengono applicate. Ma i nuovi individui si comportano diversamente da quanto non abbiano mai fatto prima. La domanda su come i sistemi rendano possibili i sistemi viene sostituita dalla domanda su come gli individui producano la finzione di un sistema. La tesi è che l'autonomia dei sistemi sociali presupponga il consenso sulla stessa autonomia; che la produzione è la riproduzione dell'indipendenza dei sistemi dagli individui si producano nel pensiero e nell'azione degli individui stessi. La formazione del sistema è creazione di potere in assenza di messi violenti. Le domande associate a tale fenomeno non sono sorte fintanto che il consenso indiscusso sulla formazione del sistema è stata culturalmente disponibile o, più precisamente, "in vendita" sul mercato del lavoro in forma di coscienza produttiva (su base religiosa): calvinismo, etica protestante, orientamento professionale, motivazioni di avanzamento sociale, orientamento lavorativo, .. Max Weber e Karl Marx hanno sviluppato 2 tesi differenti riguardo alle modalità di protezione della generazione e dell'uso delle certezze culturali finalizzata all'autonomia delle burocrazie, delle organizzazioni delle imprese industriali o del capitalismo in generale:

WEBER getta un ponte tra determinati dogmi religiosi e l'etica professionale: la trasformazione tecnica del mondo e l'accumulazione della ricchezza diventano il metodo diretto di lotta per conseguire la grazia divina

per MARX, invece, la forma di consenso che corrisponde alla natura autonoma dello sfruttamento capitalistico è lo stesso capitalismo; esso produce schemi di orientamento nella forma del mercato del lavoro che permettono alle imprese industriali di rendersi (apparentemente o relativamente) indipendenti dall'individuo

Tuttavia, per spiegare questa situazione è necessario superare Marx. Nel mercato del lavoro la compravendita non riguarda solo le abilità e le capacità degli individui, bensì anche il consenso alla definizione dei processi lavorativi umani e dunque dei materiali necessari per costituire organizzazioni indipendenti dall'individuo. Il contratto di lavoro è anche un accordo consensuale sul modello "io, imprenditore, ti pago e non mi curo di ciò che fai durante il tempo libero con il tuo denaro, a condizione che tu non ti curi di ciò che io faccio e produco con la tua forza lavoro durante le ore lavorative che i ti retribuisco". Il contratto di lavoro è un accordo di potere. Il consenso a tale scambio può essere imposto e generato dal bisogno finanziario del lavoratore salariato, vale a dire dalla disoccupazione; d'altra parte, il sistema gerarchico e frammentato del lavoro industriale rende i lavoratori insensibili nei confronti della sostanza e degli effetti del proprio lavoro. In altre parole, a un operaio che lavora in una fabbrica di marmellata la marmellata non deve piacere per forza. Un potere che funzioni non viene percepito. Nel momento in cui, per qualsiasi ragione, tale indifferenza viene annullata e sostituita con concrete rivendicazioni sindacali, il potere comincia ad essere messo in dubbio e a sfaldarsi. Le alte sfere direttive non potranno più contare su un consenso automatico e, anzi, saranno obbligate ad occuparsi di generare consenso ogni volta che prenderanno una decisione. Sotto la superficie del contratto di lavoro si sta stabilendo una sorta di equilibrio tra gli elementi del potere formale e di quello informale e i bracci della bilancia si spostano verso la zona informale a mano a mano che l'indifferenza diminuisce e la dipendenza dal consenso aumenta. Con il concretizzarsi delle rivendicazioni, la persistente impotenza dei datori di forza lavoro viene chiaramente percepita dalla parte opposta, gli acquirenti di lavoro, come un deterioramento del potere o un vuoto di potere e diventa l'oggetto di ogni sorta di attività esorcizzanti. Tutto quanto si estende nella modernità e accentua la dipendenza delle istituzioni dal consenso. Tale dipendenza ha inizio con

il suffragio universale

la diffusione dell'istruzione

lo sviluppo della tutela sociale e legale

il crescente rilievo delle scienze in tutte le circostanze e in ogni decisione

Se da tutto ciò deriva un aumento nel numero di alternative possibili, allora partecipiamo ad una disintegrazione o ad un'erosione del potere delle istituzioni. Ovviamente, anche l'impotenza delle istituzioni, che cresce di pari passo con l'incertezza del consenso, può restare latente fintanto che nessuno la palesa apertamente. Ogni volta che il consenso non può essere semplicemente acquistato, ma diventa dipendente da diversi fattori, allora l'autonomia del sistema viene privata delle proprie colonne portanti e si assiste a 2 fenomeni:

la formazione del sistema diventa riconoscibile in quanto tale

la disintegrazione del potere apre la strada all'azione subpolitica

La continuità di una data istituzione si basa sul fatto che la società la riconosce quale soluzione permanente ad un problema permanente. Gli agenti deputati alle azioni istituzionalizzate devono essere a conoscenza del significato istituzionalizzato. Tale conoscenza può derivare da un appropriato processo di formazione. D'altro canto, è necessario un consenso di base relativamente ai mezzi e ai fini con cui queste soluzioni possono essere prodotte e riprodotte. È proprio questo l'obiettivo del sapere e delle capacità degli esperti. Se dunque la stabilità delle istituzioni, delle organizzazioni e dei sistemi autonomi è essenzialmente basata sulla costanza e sulla coerenza della razionalità degli esperti, allora tale condizione può essere capovolta. Il potere delle istituzioni è a rischio nel caso in cui gruppi di esperti rivali diventano indipendenti ed entrano in competizione. Finora tale eventualità è stata, almeno apparentemente, inconcepibile o, perlomeno, non percepita come minaccia reale. Ma la situazione è stata modificata da 3 fattori:

la transizione dalla scientifizzazione semplice a quella riflessiva

la questione ambientale

l'ingresso di tendenze e aspettative femministe nelle varie classi professionali e nei diversi settori dell'attività lavorativa

Quando le scienze e le discipline tecniche cominciano ad osservare e ad esaminare le proprie fondamenta, i loro difetti si rendono riconoscibili, discutibili e suscettibili di adattamenti e riadattamenti. Se prima, nei circoli dirigenziali, era possibile decidere da soli e quindi in modo "impolitico", ora il borghese impolitico del tardo capitalismo, epoca regolata dallo stato sociale, diventa borghese politico, soggetto che deve "governare" nella propria sfera economica secondo criteri di una politica che necessita di legittimazione. Questo nuovo genere di politica industriale aperta resta chiaramente distinta dai procedimenti e dai meccanismi del sistema politico. A determinare il successo dei prodotti e dell'organizzazione continuano ad essere gli indicatori neutrali salario e profitto; ma le modalità concrete d'azione diventano politiche e necessitano di consenso. Assume un ruolo centrale la fiducia, un capitale che può essere consumato mentre si continua a recitare il vecchio copione industriale. È questa l'origine della "nuova pietà" imprenditoriale: moralità, etica e responsabilità ambientale proclamate con enormi cartelloni pubblicitari e immagini patinate a tutto colore. I rischi ecologici e tecnologici generano nell'industria una politicizzazione dal duplice effetto:

in 1° luogo       essa produce una dipendenza dalla sfera pubblica nell'azione organizzativa e dal discorso nell'industria

in 2° luogo       attribuisce ai gruppi esterni, ma anche alle sfere amministrative e ai gruppi politici parlamentari e governativi, una maggiore possibilità di esercitare la propria influenza

L'ampia coalizione impolitica del passato tra burocrazia, stato, imprese, tecnologia e scienza non rappresenta più una strada accessibile per il conseguimento della crescita economica: essa si sgretola quando il pubblico punta il proprio dito d'accusa verso i pericoli finora accettati. L'aumento di benessere determina l'aumento di pericoli e viceversa; nel momento in cui questo affiora alla coscienza (pubblica), difensori della sicurezza e pianificatori e produttori della ricchezza economica smettono di sedere nella stessa barca. Quei valori che finora non erano mai stati presi sul serio (controllo, sicurezza, tutela del cittadino e dell'ambiente dalle conseguenze distruttive della crescita economica) improvvisamente si trasformano in leve che lo stato, la collettività, i gruppi di cittadini e l'amministrazione possono muovere per progettare e sferrare i propri attacchi alle fortezze delle imprese in nome di una nuova crociata ecologica. La resistenza di una buona metà delle imprese e della società deve confrontarsi con una grande coalizione composta dal pubblico ansioso. Questo significa che

non è più possibile acquistare un cieco consenso

si generano nuove alternative

la cooperazione diventa incerta

si devono costruire, fronteggiare e combattere coalizioni che a loro volta provocheranno un'ulteriore polarizzazione

È proprio questo fenomeno che accelera la disintegrazione del potere delle istituzioni. Con l'accentuarsi del pericolo e della percezione generale di questo conflitto cresce anche un interesse più che legittimo a prevenire e ad eliminare il conflitto stesso. Nascono un clima e un ambiente morale che s'intensificano con l'intensificarsi della minaccia, nella quale i ruoli teatrali dell'eroe e del malvagio acquisiscono un nuovo significato nel quotidiano.


Nel conflitto ecologico si possono individuare 2 costellazioni: la prima è quella del confronto, in cui le industrie inquinanti e i gruppi colpiti si affrontano a vicenda con manifestazioni spettacolari. Questa costellazione si trasforma solo quando sfocia della seconda, nella quale (a) si risvegliano gli interessi dei sostenitori e (b) la coalizione di occultamento tra inquinatori e vittime comincia a sgretolarsi. Tale processo si verifica quando parti dell'impresa, come pure dell'intellighenzia professionale, si infilano nel ruolo dei salvatori e dei sostenitori e vedono la questione ambientale come una costruzione e un'espansione del potere e dei mercati. A sua volta, questa trasformazione presuppone che la società industriale acquisisca una cattiva coscienza, che comprenda di essere una società del rischio e per questo si ponga sotto accusa. Solo in questo modo possono svilupparsi industrie e carriere di sostegno e soluzione e può emergere il loro eroismo, necessario sia per motivare che per selezionare i vantaggi. A tale scopo è tuttavia necessario che la semplice critica venga messa da parte e che lo status quo venga assediato dalle alternative.


Soltanto una società che concepisca la questione ambientale come un dono provvidenziale per l'auto-riforma universale di una modernità industriale fatalistica può sfruttare appieno il potenziale del ruolo di eroe e sostenitore. I presupposti del deterioramento del potere delineati (la fine del conflitto Est-Ovest, l'aumento di fiducia in se stessi dei lavoratori, le concrete alternative nei campi dell'attività professionale, le coalizioni tra sistemi) sono attivati dalla spaccatura nelle istituzioni dell'imprenditoria, dei settori professionali e della politica. Il meccanismo si mette in moto non in opposizione all'economia ma perché anche l'economia ne trae profitto. Per fare un esempio, si citerà il dibattito sugli alimenti geneticamente modificati, che ad un primo sguardo sembra contraddire la tesi della subpoliticizzazione. Tale questione rappresenta un esempio calzante di quelle che vengono definite incertezze prodotte: nessuno, né gli esperti, né i profani, sa quali saranno le conseguenze delle biotecnologie. La vittoria della scienza ci impone ancora una volta la responsabilità di prendere decisioni cruciali che potrebbero influire sulla nostra sopravvivenza senza poterci basare su conoscenze adeguate. Si tratta pertanto di una questione di incertezza e non di rischio, come del resto si può dedurre da considerazioni concrete: se si chiede "le industrie produttrici di alimenti geneticamente modificati sono (adeguatamente) coperte da assicurazioni private??", la risposta sarà negativa. Quindi, mentre le industrie e i loro esperti parlano di "rischio zero" le compagnie assicurative private bollano la stessa attività come "troppo rischiosa, non assicurabile (a basso costo)". Tuttavia, su questa incertezza hanno il sopravvento potenti forze: l'economia globalizzata, le agenzie pubblicitarie della genetica e i loro filosofi, gli speculatori dei mercati azionari e i governi minacciati di disoccupazione hanno tentato di far passare per buone le incerte biotecnologie. All'esterno, nel mondo reale, il mutamento genetico di un organismo può produrre effetti inquantificabili in tutto l'ambiente .. o forse no. Questa complessità e questa riconosciuta ignoranza costituiscono il contesto reale in cui dev'essere condotto il dibattito sugli alimenti geneticamente modificati. È di fatto molto interessante notare che all'inizio, riguardo a queste incertezze e alle potenziali minacce, si riscontrava, tra gli scienziati di spicco del campo, il consenso sulla necessità di una pausa di riflessione. Tuttavia, successivamente, gli "esperti" concordarono che non si erano ancora verificati né incidenti né catastrofi e che quindi, stando alle apparenze, la genetica poteva essere tranquillamente considerata una scienza sicura. Ma un giorno, apparentemente di punto in bianco, la subpoliticizzazione ha fatto la sua comparsa. Dopo quest'episodio si scatenò il normale caos del rischio: gli esperti e i controesperti raccontarono al pubblico le proprie storie contrastanti, con la prevedibile conseguenza di accentuare i dubbi dei consumatori e di minacciare il mercato dell'industria alimentare. Invece di avviare una campagna di informazione pubblica, le industrie preferirono ignorare e trascurare ancora una volta le gravi incertezze e i timori dei consumatori. Le industrie respinsero e ostacolarono inoltre una misura informativa che le costringeva ad etichettare i cibi geneticamente modificati alimentando quindi ulteriormente il sospetto. Sullo sfondo si delineò la domanda: chi è che in realtà governa la nostre vite?? L'industria degli alimenti geneticamente modificati è un settore di portata globale e quindi l'ansia relativa alle loro ignote conseguenze e la preoccupazione per l'intero pianeta sono sentimenti di portata mondiale. Inoltre, il carattere globale del fenomeno spiega anche perché è tanto difficile affrontarlo. Nessun paese al mondo può evitare il cibo e le colture geneticamente modificate senza opporsi all'intero sistema del libero mercato. Se un governo tenta di ritardare l'introduzione di alimenti geneticamente modificati si scontrerà con l'opposizione delle gigantesche multinazionali alimentari, che pretendono l'applicazione di standard uniformi in tutto il mondo. Tutta questa faccenda lascia aperte importanti domande sulla sovranità e sui limiti della politica nazionale. I consumatori e gli elettori sono inermi davanti alle potenze finanziarie multinazionali?? È responsabilità degli scienziati chiarire le incertezze, a prescindere dalle implicazioni professionali, finanziarie e politiche delle spiegazioni.


I.        Conclusioni.

La storia della natura sta giungendo al suo termine, ma per la storia della storia non è che l'inizio. Dopo la fine della natura, finalmente tutto si riduce ad una storia dell'umanità. Ovunque traspare nella sua impotenza l'individuo.


Allora l'alternativa consiste nel ripensare i governi e la politica in modo da creare governi e organizzazioni aperte, sostenute da un pubblico molto meglio informato e da imprese socialmente consapevoli; tutti gli attori dovranno inoltre confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni, dalle quali al momento sono ampiamente distaccati. I casi recenti (es: la crisi della mucca pazza) hanno mostrato fino a che livello i vecchi metodi di valutazione del rischio abbiano sottoposto la società ad un esperimento incontrollato e incontrollabile. Certo, il rischio non può essere eliminato dalla vita moderna, ma ciò che possiamo (e di fatto dovremmo) sviluppare sono nuove premesse istituzionali che ci consentano di affrontare più efficacemente i rischi che ci troviamo di fronte; nel far questo non dovremmo mirare a riconquistare il pieno controllo, ma a trovare modalità di gestione democratica delle ambivalenze della vita moderna e a decidere democraticamente quali sono i rischi che vogliamo affrontare.




SAPERE O NON SAPERE?? 2 PROSPETTIVE DELLA "MODERNIZZAZIONE RIFLESSIVA"


I.        Punti di partenza: riflessione istituzionale (Giddens), comunità riflessiva (Lash), conseguenze indesiderate (Beck).

È difficile non fraintendere il concetto di "riflessività". Il concetto e la teoria della modernizzazione riflessiva contiene 2 significati distinti ma convergenti:

nella 1° concezione      (Giddens e Lash) la "modernizzazione" riflessiva è legata al sapere (riflessione) relativo alle basi, alle conseguenze e ai problemi dei processi di modernizzazione " si parla di riflessione (in senso più stretto) sulla modernizzazione

nella 2° concezione      (Beck; presentata in questo libro) è legata alle conseguenze indesiderate della modernizzazione " si parla di riflessività (in senso più ampio) della modernizzazione

Nel senso più ampio, bisogna considerare che, oltre che "riflessione", il termine allude anche a "riflesso", nel senso di effetto, o effetto preventivo del non-sapere. Un'ulteriore caratteristica e difficoltà di questa distinzione sta nel fatto che il confine non è netto. Così, il discorso delle conseguenze indesiderate non può richiamarsi all'assoluta inconsapevolezza, ma solo ad un'inconsapevolezza relativa. In fin dei conti, il concetto delle conseguenze indesiderate svela uno scenario allargato, più complesso, che comprende forme e costruzione non solo del sapere, ma anche dell'inconsapevolezza. Tuttavia, Giddens e Lash negano l'importanza delle conseguenze indesiderate e dell'inconsapevolezza. L'approccio al sapere nella modernizzazione riflessiva può essere sintetizzato a grandi linee come segue:

quanto più moderna diventa una società, tanto maggiore è il sapere che crea relativamente alle proprie basi, alle strutture, alla dinamica e ai conflitti

quanto più sapere acquisisce su se stessa e quanto più ne applica, tanto maggiore sarà inoltre l'enfasi con cui una costellazione tradizionale di azione strutturata si disgregherà per essere sostituita da una ricostruzione e da una ristrutturazione delle strutture sociali e delle istituzioni globali



il sapere impone decisioni e apre contesti d'azione; gli individui si liberano dalle strutture e, in condizioni di insicurezza costruita, devono ridefinire il proprio contesto d'azione secondo forme e strategie appartenenti alla modernizzazione

CONTRIBUTO DI GIDDENS

Con il termine "riflessività istituzionale", Giddens intende la circolazione del sapere scientifico ed esperto che riguarda le basi dell'agire sociale. Questo sapere legittimato viene utilizzato per rimuovere e sostituire, ovvero per modificare le strutture e le forme dell'agire sociale. Ampliando le nostre conoscenze sul mondo, l'impulso a produrre informazione, creiamo nuove forme di rischio di cui abbiamo poca esperienza, e che non possiamo quantificare in quanto non disponiamo dei relativi dati. Quella che viene chiamata "incertezza prodotta" è correlata più ai progressi del sapere che ai suoi limiti. Con il concetto di "incertezza prodotta" ci si riferisce ad una miscela di rischio e ampliamento delle conoscenze, dell'inconsapevolezza e della riflessività, e si intende quindi un nuovo genere di rischio. Diversamente dagli ordinamenti tradizionali, secondo la tesi di base di Giddens, la modernità è contrassegnata da una specie di "riflessività istituzionale" molto sensibile e da intendere secondo un duplice senso: gli uomini non reagiscono semplicemente di riflesso ai processi sistemici, ma regolano ripetutamente la propria prassi sociale secondo i mutamenti nelle informazioni e nelle circostanze. La "riflessione istituzionale" della modernità è l'origine della sua immensa efficienza, ma anche della minaccia all'autonomia dei suoi sistemi funzionali e della destabilizzazione delle sue basi istituzionali. Quindi, nella società dell'informazione alla riflessività del rischio prodotto non si associano solo l'intervento nella natura o la produzione di tecnologia, ma anche i mutamenti sociali in ambito familiare. Fino ad appena una generazione fa il matrimonio era strutturato secondo tradizioni stabilite. Ora è invece un sistema molto più aperto, associato a nuove forme di rischio. Chiunque si sposi è consapevole del fatto che i tassi di divorzio sono alti e che le donne rivendicano un grado di uguaglianza maggiore che in passato. Nessuno sa, ad esempio, quali saranno le conseguenze di questa situazione per il futuro della famiglia o per la salute dei bambini. Ci addentriamo così nel campo dei rapporti (di parentela e familiari) opzionali all'interno di famiglie che sono difficili da identificare in modo oggettivo ed empirico, in quanto sono definite da punti di vista individuali e con decisioni soggettive. Il "regime del rischio" sta modificando e mettendo in discussione non solo l'idea di famiglia, ma anche il mondo del lavoro sta manifestando nuove caratteristiche:

primo la riflessività sta diventando una fonte di produttività; essa non solo mette in moto e fa andare avanti la spirale di produttività della società dell'informazione, ma tende anche a farla accelerare

secondo la distinzione tra settore industriale e terziario viene a cadere. Nel passaggio verso la società delle informazioni, non si creano nuovi settori produttivi, ma tutti quelli esistenti vengono controllati e modificati dall'aumento di produttività dipendente dal sapere, che abolisce la distinzione tra beni e servizi. Chiunque tenti di interpretare la dinamica dell'economia dell'informazione basandosi sui presupposti e sulle categorie del vecchio paradigma del lavoro ne sottovaluta il potenziale rivoluzionario.

terzo   nel regime del rischio il fordismo e la politica keynesiana si dissolvono e vengono sostituiti dall'obbligo di situarsi e di affermarsi nell'ambito del mercato mondiale e della società globale del rischio

È indubbio che il regime del rischio determini e caratterizzi l'agire economico nelle condizioni di apertura globale dei mercati e della competizione. Esso implica, in economia, che, in via di principio, ogni cosa è possibile e, di conseguenza, nulla può essere previsto o controllato. Diventano possibili nuove forme di produzione decentralizzata e globale e le basi della produzione e del lavoro standardizzati perdono di validità, in quanto la rigidità del regime fordista fa aumentare i costi. Per contro, la flessibilizzazione del lavoro diventa la fonte principale della razionalizzazione progressiva determinando un aumento della produttività in tutte e 3 le dimensioni: tempo lavorativo, posto e contratto di lavoro. Giddens sostiene che nella società moderna la vita si svolge in un "mondo sfuggente", espressione scelta per riferirsi ad un'epoca che "minaccia di sottrarsi al controllo esterno", ma sulla quale esercitiamo ancora un certo potere. Giddens introduce così il concetto di "fiducia": mentre negli ordini sociali tradizionali i rapporti tra l'uomo e il suo ambiente erano determinati da regole di comportamento e azione standardizzate che garantivano una sorta di "sicurezza ontologica", ai membri delle società moderne resta solo da sperare che i sistemi funzionali possano rispondere alle aspettative. Ma su di essi incombe la conoscenza della loro instabilità e delle minacce, che crescono con la dinamizzazione riflessiva della modernità. La fiducia, che dev'essere reciproca ed effettiva, offre sicurezza di fronte alle future contingenze. È per questo che Giddens la collega con l'idea della sicurezza fondamentale della personalità nonché all'idea che per sopravvivere è necessaria un'idea generalizzata di fiducia, qualcosa che si matura nelle prime esperienze emotive. Un aspetto decisivo, spiega Giddens, è il grado in cui la fiducia post-tradizionale può essere trasformata in fiducia attiva. La fiducia attiva non può essere richiamata, ma va conquistata. Non va confusa con il dovere e richiede invece uguaglianza, discorsività, reciprocità e convalidazione. Infine, Giddens si concentra sulla figura del "cittadino riflessivo", al cui cerchio visivo e al cui raggio d'azione devono essere riadattate l'autonomia e la responsabilità individuali. In questa immagine la tarda modernità è improntata da un'"utopia realistica", che può dirigere e spingere verso una politica di riforma.

CONTRIBUTO DI LASH

Anche Lash identifica la modernizzazione riflessiva con la modernizzazione del sapere, con le questioni della distribuzione, della circolazione, del consumo, dell'aumento qualitativo e quantitativo del sapere e dei conflitti che ne derivano. La modernizzazione riflessiva è ai suoi occhi una modernizzazione del sapere con la quale le basi dell'agire, della vita sociale, del pensiero e delle ricerca sociologica diventano discutibili, riorganizzabili e ristrutturabili. Egli distingue tra riflessione cognitiva, morale ed estetica; la sua attenzione si ferma sulle particolarità emotive della "riflessione estetica", che generano "comunità riflessive". Queste sono intese come una seconda naturalità selezionabile dei mondi simbolici estetici, i quali pongono in relazione i mercati globali, la mobilità, modalità di consumo, simbolismi e realtà locali; al contempo essi rendono possibile ciò che prima era inimmaginabile: identità sociali, personali e globalità mobili, intercambiabili, decidibili nonché rigide e adatte ad essere vissute secondo modalità standardizzate. Lash si interessa anche delle nuove forme di disuguaglianza sociale che questa società della scienza, della comunicazione e dell'informazione produce come rovescio della sua dipendenza dal sapere. La distribuzione dell'informazione e le opportunità di accesso alle reti d'informazione, infatti, costruiscono elevati requisiti per l'accesso e per le prestazioni, provocando una radicalizzazione delle disuguaglianze sociali fino a creare il nuovo destino degli esclusi, degli emarginati e dei senzatetto, che non rientrano in alcun sistema assistenziale. Lash vuole scoprire che cosa tiene insieme gli individui in condizioni di individualizzazione avanzata, quando il fattore che contrasta l'individualizzazione non è più il consenso sulla religione, sullo status, sulla classe, sull'identità dell'uomo e della donna, .. Per Lash questo tipo di contro-individualizzazione transindividuale si forma entro l'orizzonte del significato comune, nell'esperienza attiva e nell'empatia, nella prassi scontata della vita. Il concetto di "comunità riflessiva" è equidistante dalle tradizioni istituite e dalle identità costruite soltanto a livello sociale. La teoria trova fondamento nei contesti (individualizzati) dell'agire nella vita pratica, in cui i limiti dell'individualizzazione sono vissuti e sofferti; ma anche nelle esplosioni di violenza e nel terrore ricordato, che imprimono incessantemente differenze culturali.

CONTRIBUTO DI BECK

Che cosa distingue la concezione della modernizzazione riflessiva di Beck da quella di Giddens e Lash?? Non il sapere, ma l'inconsapevolezza è il "mezzo" della modernizzazione riflessiva. Ed è proprio questo aspetto che apre l'orizzonte di indagine alle teorie non-lineari. Viviamo nell'epoca delle conseguenze indesiderate, ed è proprio questo stato di cose che occorre decifrare e configurare metodologicamente e teoricamente. Ma come si può comprendere e formulare la teoria della modernizzazione riflessiva come teoria della (non)conoscenza?? Una risposta semplificata è data dalle seguenti tesi:

quanto più moderna diventa una società, tanto più genera conseguenze indesiderate che, nella misura in cui vengono riconosciute, mettono in questione le basi della modernizzazione industriale

anche le conseguenze indesiderate fanno parte del sapere. Lo stesso concetto di "conseguenza indesiderata latente" non significa assenza di sapere, ma presenza di un solo sapere dalle istanze controverse. Il sapere relativo alle conseguenze secondarie apre dunque un campo di battaglia tra istanze pluralistiche di razionalità. Si tratta del sapere sulle conseguenze della modernizzazione industriale persino al grado più basso della scala del riconoscimento sociale

nell'interazione delle istanze provenienti da ogni lato, emergono sapere e inconsapevolezza, limiti, selettività, .. Questo conflitto tra razionalità implica l'esistenza di un orizzonte allargato (probabilmente difficile da delimitare) di agenti concorrenti, produttori di sapere e parti interessate al sapere che mette in discussione le associazioni lineari prestabilite tra sapere e inconsapevolezza

per quanto questo conflitto possa sembrare diffuso, esso s'incentra su uno scopo: la difesa o il superamento delle costruzioni istituzionali degli esperti relative all'incapacità di altri di possedere conoscenze inerenti alle conseguenze indesiderate dell'azione organizzativa. La basi e le norme fondamentali dell'economia, della scienza, della politica e della famiglia devono essere nuovamente negoziate e stabilite

in questo senso, nello scenario di conflitto che si profila, la posta in gioco è rappresentata dall'"effetto preventivo dell'inconsapevolezza". Le costruzioni predominanti di conseguenze indesiderate ci permettono di vedere oltre; sono costruzioni rilevanti di difesa preventiva dalle scomode sfide che sopravvengono con il riconoscimento delle conseguenze


II.      Generi di inconsapevolezza.

In questa argomentazione, la distinzione (terminologicamente infelice) tra riflessione (sapere) e riflessività (conseguenza indesiderata) della modernizzazione industriale viene sostituita dalla distinzione tra sapere e inconsapevolezza (anch'essa ambigua). In questa sede si affronteranno solo alcuni degli aspetti rilevanti nel conflitto tra razionalità riguardo alle conseguenze indesiderate. Aaron Wildavsky ha dimostrato che la conoscenza delle conseguenze indesiderate, cioè della distruzione della natura e dei rischi per la salute, notevole motivo di agitazione per il pubblico, contiene molta inconsapevolezza (per omissioni intenzionali, errori, sviamenti, esagerazioni e dogmatismi). Egli denuncia spesso delle "bad reporting practices" (= cattive pratiche d'informazione; es: il limitarsi ad una sola fonte di sapere) o delle semplici constatazioni dell'esistenza dei rischi, che, evidentemente, non si ritiene necessario corredare con ulteriori documentazioni. L'indagine sui rischi è soltanto una condizione necessaria, ma nient'affatto sufficiente, per spiegare le rischiose conseguenze indesiderate dell'agire industriale. A essa si aggiunge la necessità di offrire al cittadino attivo modalità appropriate per accedere alle informazioni, per elaborarle e per reagire. L'autore non indaga sulle forme del dubbio (involontario) su se stesso del sapere degli esperti, ad esempio attraverso diagnosi di rischio che variano a seconda del momento, dell'istituto che le formula, dell'approccio metodologico e del contesto di lavoro. L'inconsapevolezza nel senso delle distorsioni del sapere degli esperti tramite i mass media e i "traduttori" è una dimensione che assume un ruolo centrale. Si devono distinguere almeno le seguenti dimensioni dell'inconsapevolezza delle minacciose conseguenze indesiderate:

ricezione e trasmissione selettiva (falsificazione) della conoscenza del rischio

insicurezza del sapere

equivoci ed errori

incapacità di sapere (che a sua volta può essere nota o rimossa)

mancanza di volontà del sapere

Wildavsky nota inoltre che molti dei recenti allarmi sull'ambiente e la sicurezza o sono falsi, o sono perlopiù falsi, o non sono provati. Questa constatazione nasconde il problema centrale: il processo decisionale nell'insicurezza generale, che diventa caratteristica della seconda modernità riflessiva. Chi decide affronta l'incertezza piuttosto che il rischio, anche quanto molti dei rischi sembrano quantificabili. Le decisioni prese in condizioni di incertezza e di rischio sono, ovviamente, soggette ad errore. Ciò che è in gioco è l'accettabilità dell'errore. La preoccupazione centrale di Wildavsky è che la negazione delle probabilità degli errori nel calcolo del rischio conduca ad una sopravvalutazione dei pericoli e quindi ad un eccesso di reazione e di regolamentazione in tutti gli ambiti dell'agire sociale, attraverso una politica tesa alla prevenzione dei rischi. Alla dogmatizzazione del sapere degli esperti corrisponde una dogmatizzazione del sapere contro-esperto, da cui molti movimenti sociali (nella buona intenzione di politicizzare temi e situazioni) si fanno ingannare. La gestione efficace di rischi vastamente pubblicizzati dipendono in modo massiccio dalla fiducia pubblica nella scienza, nella tecnologia e nelle istituzioni al governo. Ciò denota che, nell'orizzonte della modernità, l'inconsapevolezza è vista come difetto, come fallimento. Alfred Schütz, Thomas Luckmann e Robert Zaner concepiscono l'inconsapevolezza (fintanto che non si riferisce alla fondamentale mancanza di chiarezza del mondo della vita) come sapere potenziale; esso consiste nel "sapere ricostruibile", che è stato dimenticato, ma può in via di principio ritornare alla memoria, e nel "sapere raggiungibile", che si sa di poter acquisire in determinati modi. In questo quadro di riferimento concettuale, l'inconsapevolezza viene intesa in quanto non-ancora-sapere o non-più-sapere, dunque, come sapere potenziale. Nella modernità riflessiva l'incapacità di sapere acquista importanza. Nella situazione fin qui descritta si pone, nuova e radicale, la questione della decisione. Se non possiamo (ancora) sapere nulla sulle conseguenze dell'azione, della produzione e della ricerca industriale, luce verde o rossa per l'utilizzo industriale di vasta scala delle tecnologie?? L'incapacità di sapere è dunque la carta bianca o la ragione per rallentare l'agire e forse anche per vietare del tutto l'azione?? Mettere in dubbio tutto e tutti, specialmente il proprio giudizio, è autodistruttivo. Invece, il cittadino che indaga sul rischio dovrebbe imparare a riconoscere gli elementi ingannevoli, così da evitare di ricadere sotto il loro controllo.


III.          Teorie cognitive lineari e non lineari.

Si deve dunque distinguere tra teorie lineari e non lineari della conoscenza della modernizzazione riflessiva, dove questa distinzione poggia sulla questione della distribuzione e della difesa dell'inconsapevolezza



teorie cognitive LINEARI

teorie cognitive NON LINEARI


implicano che l'inconsapevolezza non è rilevante per la modernizzazione riflessiva

i generi, i costrutti e le conseguenze dell'inconsapevolezza dei rischi sono il problema cruciale nella transizione verso la seconda modernità riflessiva


presuppongono circoli (più o meno) chiusi di gruppi di esperti e di persone formalmente responsabili che agiscono sul sapere

vedono un campo aperto, multiplo, in cui soggetti in competizione tra loro agiscono sul sapere

 

nel caso limite si confrontano qui 2 scenari: il monopolio degli esperti, o modello decisionale tecnocratico, da un lato, e il "modello dialogante" tardomoderno, in cui non è chiaro chi non possa prendere parte al discorso; nella zona d'intersezione dei 2 modelli sorge il problema su come essi possano concordare


sapere basato sul consenso degli esperti: numeri limitati di soggetti riconosciuti e autorizzati che operano all'interno di istituzioni e organizzazioni di ricerca da un lato e, dall'altro, corrispondenti luoghi di produzione, riconoscimento e applicazione del sapere, collegati in una rete esplicita di cooperazione

dissenso e conflitti sulla razionalità, reti indefinite, non cooperative, con polarizzazioni opposte


Alla base della distinzione e della distribuzione del sapere e dell'inconsapevolezza si trovano dunque una struttura sociale, un dislivello di potere tra individui, gruppi, autorità, monopoli e risorse da una parte e coloro che mettono in dubbio tutto questo dall'altra. Il discorso sulle conseguenze indesiderate denota uno stadio del conflitto in cui gruppi omogenei di esperti sono ancora in grado di escludere altre forme di sapere e altri individui accusandoli di inconsapevolezza. Quando tale stratagemma non riesce più, termina la modernizzazione lineare e inizia la modernizzazione non lineare (riflessiva)

Qui dunque vale il criterio: reti di agenti, domande, metodi, ipotesi guida, scenari, stime a valutazioni di rischio e pericolo, là chiusi, qui aperti, là consensuali, qui dissenzienti. Perché è tanto centrale questa distinzione?? Perché con essa sorgono per tutti le questioni dell'inconsapevolezza (nel doppio significato dell'incapacità e della mancanza di volontà di sapere); inoltre, da questa situazione deriva una costrizione ad aprirsi verso un sapere "estraneo", verso la prospettiva esterna. Così si spezzano le basi della monorazionalità immemore, caratteristica della modernizzazione lineare, una monorazionalità cui ancora oggi si attribuisce un significato eccessivo nell'ambito della teoria dei sistemi (con l'insinuazione che la funzionalità e l'autonomia dipendono dall'esclusione della prospettiva esterna). Solo in seguito sorge gradualmente la questione su come questi antagonismi e queste differenze di inconsapevolezza nota possano essere correlati reciprocamente, elaborati e applicati nelle procedure decisionali in nuove forme e nuovi consensi.


IV.    Inconsapevolezza, conseguenze indesiderate e autominaccia.

Se si dimostra, come fa Beck, l'esistenza della modernizzazione riflessiva non sulla base della distribuzione del sapere, ma a partire dalla distribuzione dell'inconsapevolezza delle conseguenze indesiderate, allora l'aggettivo "riflessiva" non può essere attribuito né alle società tradizionali, né alla modernità industriale classica. Il concetto di "riflessività" è formulato in termini molto più ristretti rispetto al concetto di "riflessione", molto più difficile da delimitare

La distribuzione e la circolazione del sapere sono contemporaneamente messe in discussione, evitate e integrate dalla distribuzione e dalla circolazione dell'inconsapevolezza. L'introduzione dell'inconsapevolezza come conflitto cruciale della modernizzazione riflessiva costringe ad operare alcune distinzioni:

a.       nell'ambito del sapere si distingue il sapere dall'inconsapevolezza

b.       in tal modo si creano zone e ambiti caratterizzati da una nota incapacità di sapere. L'interrogativo su come valutare la consapevolezza dell'incapacità di sapere e se questa rappresenti, ad esempio, una luce verde o rossa per lo sviluppo tecnologico, è oggetto di accese discussioni nelle incertezze della modernità che mette in pericolo se stessa

c.       d'altra parte, l'inconsapevolezza rimossa o ignota significa in fin dei conti ignoranza: non si sa che cosa non si sa. Questa situazione si trova tra gli esperti e tra i contro-esperti

Il concetto delle conseguenze indesiderate contiene una certa combinazione di sapere e inconsapevolezza: è noto che le conseguenze indesiderate invisibili e oscurate non eliminano l'auto-minaccia che esse implicano, anzi, la aggravano. Nella conoscenza teorica delle conseguenze indesiderate è quindi compreso il paradossale effetto di intensificazione delle conseguenze indesiderate dovuto proprio alla loro inconsapevolezza. Allora il desiderio attivo di non sapere non arresta la morte dei boschi e l'estinzione delle specie, ma le accelera in quanto non ferma né corregge la dinamica dell'auto-minaccia industriale

Quanto più enfaticamente viene negata la conoscenza presunta dell'auto-minaccia industriale, tanto più minaccioso diventa (dietro la facciata della mancanza di volontà di sapere) il potenziale reale del pericolo. Il sapere compreso nella conoscenza delle conseguenze industriali indesiderate impone di operare una distinzione tra minaccia nota e minaccia effettiva (oggettiva). Quest'ultima si basa sulla costruzione cognitiva di un mondo attivo "oggettivo" di pericoli costruiti dalla civiltà e indipendenti dal fatto che li conosciamo o meno. L'inconsapevolezza attiva (che cioè ignora e mette a tacere i fatti) aggrava la dinamica "effettiva" dell'auto-minaccia ordinaria della modernità industriale, esercitata indipendentemente dal fatto che la conosciamo. In questo senso, l'indagine sui vari generi di inconsapevolezza amplia la ristretta prospettiva lineare della sociologia cognitiva attraverso una distinzione concreta tra il dinamismo noto e quello ignoto, ma pertanto intensificato, dell'azione dell'auto-minaccia industriale

Questa costruzione sociale di una minaccia indipendente dal sapere e quindi "oggettiva" non è però vera di per sé. Necessita piuttosto di indagini mirate e di indicatori appropriati. Si pone il problema della costruzione sociale (e della ricostruzione sociologica) di indicatori "oggettivi" del pericolo e della distruzione. L'esempio più chiaro è il principio dell'assicurazione privata. Secondo tale principio, le compagni assicurative private individuano il confine tra rischi della società industriale (che si ritiene possano essere ancora controllati dalla società) e pericoli della società del rischio costruiti dalla stessa (considerati come non più controllabili, perché aboliscono le basi istituzionalizzate di calcolo e controllo). Con il loro giudiziosi di "non assicurato" o "non assicurabile", gli assicuratori attribuiscono alle forme di produzione, ai prodotti e alle tecnologie non assicurate e non assicurabili un rischio (quasi) nullo oppure un rischio residuo. Con il termine "rischio residuo" si intende: "non sappiamo, non possiamo sapere". Com'è ovvio, questa incapacità di sapere non viene mai veramente espressa e viene anzi trasformata in una certezza. L'espressione "rischio residuo" nega la conoscenza dell'inconsapevolezza

Questa erosione della controllabilità tecnica, scientifica e industriale subpoliticizza la modernità, e ciò non solo nei luoghi ufficialmente designati del sistema politico, ma anche nell'economia, nelle organizzazioni e persino nella vita privata. L'implacabile "di più" e "più veloce" della prima modernità si scontra con i problemi, l'erosione e gli ostacoli che essa stessa genera: la distruzione della natura, le casse vuote, bisogni sempre maggiori e meno posti di lavoro, a dispetto, o forse a causa, del rilancio dell'economia e della crescita economica


V.      Riassunto: punti controversi.

Giddens descrive con tratti molto chiari il "cittadino riflessivo" che deve dominare e definire a livello politico e biografico le nascenti incertezze di portata cosmopolitica dell'ordine de-tradizionalizzato. Eppure, nel porre sullo stesso livello la modernizzazione riflessiva e quella determinata dagli esperti, Giddens sottovaluta la pluralizzazione delle razionalità e degli esperti del sapere, come pure il ruolo cruciale delle forme note e rimosse di inconsapevolezza che in primo luogo costituiscono e definiscono la discontinuità della modernizzazione riflessiva. Ovviamente, non si può garantire che la democratizzazione del processo decisionale nei settori cruciali dei pericoli potenziali migliori la qualità delle decisioni e quindi riduca effettivamente i rischi globali. Una doppia costruzione dell'inconsapevolezza segna la modernizzazione lineare:

si delimitano e si eliminano altre forme di sapere

si nega la propria incapacità di sapere

Questo vale non solo per gli esperti, ma anche per i movimenti sociali. Entrambi i gruppi dovrebbero guardarsi da fuori per comprendere e configurare in termini politici costruttivi l'orizzonte di incertezza della modernità riflessiva. Le 2 istanze della seconda modernità (il riconoscimento delle prospettive e delle razionalità esterne da un lato e l'elaborazione e la trasformazione esplicite dell'inconsapevolezza dall'altro) vengono tuttora trattate marginalmente. La ricerca di Lash sulle condizioni e le possibilità della "comunità riflessiva" merita grande attenzione e induce a passare urgentemente all'azione. La questione cruciale della modernizzazione riflessiva è tuttavia in che modo "noi" (esperti, movimenti sociali, gente comune, politici, sociologi) gestiamo la nostra inconsapevolezza (o incapacità di sapere), in che modo decidiamo all'interno e nell'ambito delle incertezze prodotte.


  1. LA SOCIETÀ DEL RISCHIO: UNA RIVISITAZIONE. TEORIA, POLITICA, CRITICHE E PROGRAMMI DI RICERCA.

Il tentativo di tracciare una linea che congiunga la modernità (prima modernità industriale) e la società globale del rischio (seconda modernità riflessiva) può apparire ingenuo e contraddittorio. Per esplorare l'ignoto mondo successivo alla guerra fredda (mondo cosmopolitico post-tradizionale) è indispensabile liberarsi delle categorie sviluppate nel xviii° e xix° secolo. Gran parte delle filosofie e delle teorie sociologiche della cosiddetta "post-modernità" sono inadeguate: esse non riescono infatti a rispondere a domande fondamentali sui modi in cui la vita quotidiana e gli ambiti professionali si stanno attualmente trasformando. Malgrado i loro programmi di ricerca teorici ed empirici altamente sofisticati, le scienze sociali convenzionali si sono incagliate in un circolo vizioso. Basandosi ancora sulle vecchie categorie (classe, famiglia, ruoli di genere, industria, tecnologia, scienza, stato-nazione, ..), esse danno per scontato ciò che di fatto dovrebbero dimostrare, ovvero che viviamo, agiamo e moriamo ancora nel mondo normale della modernità fondata sullo stato-nazione. Non dovremmo giurare fedeltà a nessuna opinione e a nessun punto di vista teorico in particolare; la scelta tra un approccio realista ed uno costruttivista è di natura pragmatica (= legata alla pratica), tesa a scegliere i mezzi più appropriati per raggiungere un dato obiettivo. È oggi insufficiente, soprattutto nell'ambito della sociologia del rischio, restringere l'analisi ad un'unica prospettiva o ad un solo dogma concettuale: si può essere sia realisti che costruttivisti, usando il realismo e il costruttivismo fintanto che tali meta-narrazioni ci sono utili per comprendere la complessa e ambivalente natura del rischio nella società globale del rischio in cui ci troviamo a vivere. Il copione della modernità deve ancora essere riscritto, ridefinito, reinventato ed è su tale ridefinizione che verte la teoria della società globale del rischio. Dobbiamo essere tanto fantasiosi quanto disciplinati se vogliamo davvero rompere la gabbia di ferro delle scienze sociali e della politica convenzionale e ortodossa. Abbiamo bisogno di una nuova fantasia sociologia che sia sensibile ai paradossi e alle sfide concrete della modernità riflessiva e che al contempo sia tanto mediata e incisiva da poter sfondare i muri dell'astrazione in cui è rinchiusa l'attività accademica ordinaria.


I.        Alcuni elementi per una teoria della società del rischio.

I rischi non sono correlati ai danni che si sono verificati. Non sono un sinonimo di distruzione: se lo fossero, tutte le compagnie assicurative sarebbero prima o poi costrette a dichiarare bancarotta. Ciò nondimeno, i rischi implicano una minaccia di distruzione. Il discorso del rischio ha inizio nel momento in cui la fiducia che riponiamo nella nostra sicurezza termina e perde di rilevanza in vista della potenziale catastrofe. Il concetto di rischio è quindi riferito ad un particolare stato intermedio tra la sicurezza e la distruzione nel quale la percezione dei rischi che ci minacciano induce a pensare e ad agire. Quindi sono la percezione e la definizione culturale che costituiscono il rischio. La sociologia del rischio è una scienza di potenzialità e di giudizi sulle probabilità. Quindi i rischi sono un genere di realtà virtuale, di virtualità reale. Solo se si pensa al rischio nei termini di una costruzione se ne può comprendere l'indefinibile essenza. I rischi non possono essere compresi prescindendo dalla loro materializzazione in determinate mediazioni. Il concetto di rischio, se considerato da un punto di vista scientifico (rischio = incidente x probabilità), assume la forma di un calcolo di probabilità, che non potrà mai escludere il peggiore dei casi.

Il concetto di rischio capovolge il rapporto tra passato, presente e futuro. Il passato perde il proprio potere di determinare il presente e il suo posto di causa dell'esperienza e dell'azione presente è preso dal futuro, ovvero da qualcosa di non esistente, di costruito e fittizio. Si discute animatamente su qualcosa che non esiste, ma che potrebbe accadere se continueremo a seguire la stessa traiettoria di sempre. Tale correlazione può essere dimostrata attraverso il discorso sulla globalizzazione. Ad esempio, la globalizzazione del lavoro salariato non è (ancora) un fenomeno di vasta scala: essa ci minaccia con questa possibilità. L'eccellente messinscena del rischio della globalizzazione è tuttavia già diventata uno strumento per risollevare la questione del potere nella società. Richiamandosi agli orrori della globalizzazione si può ridiscutere ogni cosa: sindacati, welfare state, principi della politica nazionale, assistenza sociale. Una società che concepisca se stessa come società del rischio si trova nella posizione del peccatore che confessa i propri peccati in modo da potere contemplare la possibilità e la desiderabilità di una vita migliore in armonia con la natura e con la coscienza del mondo. Tuttavia, sono pochi i peccatori realmente intenzionati a pentirsi e a produrre un cambiamento: molti preferiscono che nulla accada mentre indugiano a lamentarsi dei propri peccati, perché solo in questo modo restano aperte tutte le possibilità.

Le enunciazioni di rischio non corrispondono né soltanto al vero né ad un semplice giudizio di valore: corrispondono ad entrambi contemporaneamente oppure se trovano in qualche punto nel mezzo. In una società del rischio ciò che dobbiamo chiederci è in che modo desideriamo vivere. Ma allora da cosa origina la particolarità della nostra dinamica politica che consente alle enunciazioni di rischio di svilupparsi come una miscela di valutazioni formulate tra la virtualità reale e il futuro inesistente e, ciò nondimeno, di attivare l'azione presente?? Questa esplosività politica deriva da 2 fonti: la prima è correlata al rilievo culturale del valore universale della sopravvivenza; la seconda si ricollega all'attribuzione dei pericoli ai produttori e ai garanti dell'ordine sociale, vale a dire al sospetto che i soggetti che mettono in pericolo il benessere pubblico possano coincidere con quelli deputati a proteggerlo.

In una prima fase (difficile da localizzare), i rischi e la percezione del rischio sono conseguenze indesiderate della logica del controllo che domina la modernità. In tal modo si producono conseguenze (i rischi) che mettono in discussione la stessa pretesa di controllo dello stato-nazione; questo accade non solo a causa della globalità dei rischi (disastri climatici o buco dell'ozono), ma anche per le indeterminatezze e le incertezze inerenti alla diagnosi del rischio. La costruzione della sicurezza e del controllo che dominavano il pensiero e l'azione della prima fase della modernità diventa fittizia con l'avvento della società globale del rischio. È importante effettuare una distinzione tra le 2 fasi o forme del concetto di rischio:

nella prima fase della modernità (che coincide con il periodo compreso tra l'inizio della modernità industriale, a cavallo tra il xvii° ed il xviii° secolo, e i primi anni del xx° secolo), il concetto di rischio si riferisce ad un modo di calcolare le conseguenze imprevedibili (decisioni industriali). Il calcolo del rischio sviluppa forme e metodi che rendono prevedibile l'imprevedibile. Il repertorio di metodi necessari a tale scopo comprende le rappresentazioni statistiche, le probabilità e gli scenari dell'incidente, .. Il concetto di rischio mantiene questo significato finché si trova in un contesto i cui elementi sono considerati prestabiliti (destino)

nel momento in cui la natura si industrializza, emergono nuovi generi di incertezza, le "incertezze prodotte". In questa situazione molti tentativi di delimitare e porre sotto controllo i rischi si tramutano in un'accentuazione delle incertezze e dei pericoli

Quindi, il concetto contemporaneo di rischio associato alla società del rischio e alle incertezze prodotte si riferisce ad una particolare sintesi di sapere e inconsapevolezza. Esso coniuga in sé 2 significati, ovvero la valutazione del rischio basata sulla conoscenza pratica (es: degli incidenti stradali) da un lato e la formulazione e l'attuazione di decisioni nel contesto di un'incertezza indefinita, cioè di indeterminazione dall'altro. Il concetto delle incertezze prodotte è collegato ad un duplice riferimento:

in 1° luogo       una maggiore e migliore conoscenza, che i più valutano senza alcuna riserva in termini positivi, sta dando origine a nuovi rischi

in 2° luogo       anche il contrario è vero: i rischi derivano da e consistono nell'inconsapevolezza (assenza di sapere)

È possibile concepire 2 strategie per affrontare le incertezze prodotte:

se si concepisce la convinzione secondo cui solo determinate conoscenze possono indurci ad agire, allora si deve accettare che la negazione dei rischi determina una crescita incalcolabile e incontrollabile delle incertezze prodotte

se invece si opta per la strategia contraria e si fonda l'azione contro i rischi sulla presunta (mancanza di) conoscenza, allora si aprono le chiuse del panico e tutto diventa rischioso

I rischi danno indizi solo su cosa va evitato, non su cosa è più opportuno. Non esistono prescrizioni riguardo al modo migliore di agire nella trappola del rischio. Una cosa è chiara: il modo in cui si agisce in questa situazione non può più essere definito dagli esperti. Questi ultimi evidenziano (o dissimulano) rischi che allo stesso tempo li disarmano, in quanto costringono ognuno a decidere per se stesso che cosa sia ancora tollerabile e cosa non lo sia più. Sono rischi che costringono a decidere se, quando e dove protestare, anche se solo attraverso un boicottaggio interculturale organizzato

Anche l'antitesi globale-locale è messa in corto circuito dai rischi: i nuovi generi di rischio cono contemporaneamente locali o globali, sono "glocali". È stata quindi proprio la consapevolezza di fondo che i pericoli ambientali "non conoscono frontiere" a giustificare la diffusione del movimento ambientalista globale e a portare i rischi globali all'ordine del giorno. Le minacce globali hanno dato origine ad un mondo in cui le fondamenta della logica istituita del rischio sono minate e invalidate e ai rischi quantificabili si sostituiscono pericoli difficili-da-controllare. La teoria della società del rischio non difende né incoraggia il ritorno ad una logica di controllo nell'era del rischio e delle incertezze prodotte: questa era la soluzione tipica della prima modernità semplice. Occorre che le società del rischio diventino autocritiche. Per poter parlare di società globale del rischio è necessario che i pericoli globali inizino a configurare azioni e a favorire la creazione di istituzioni internazionali

È inoltre importante la distinzione tra sapere e impatto, delineata da Barbara Adam. Questa distinzione è importante per comprendere i "rischi globali incerti" di secondo grado che si pongono davanti alla società globale del rischio. Al contempo, le trasmissioni e i movimenti dei pericoli sono spesso latenti e impliciti, ovvero invisibili e irrintracciabili per le percezioni ordinarie. Tale invisibilità sociale implica che dei rischi bisogna prendere chiaramente coscienza: tale consapevolezza, da raggiungere sia a livello dei valori e dei simboli culturali, sia tramite argomentazioni scientifiche, è indispensabile per poter affermare che i rischi rappresentano una minaccia reale. Quindi i rischi sono contemporaneamente reali e costituiti dalla percezione e della costruzione sociale. La conoscenza dei rischi è correlata alla storia e ai simboli di una data cultura e alla struttura sociale del sapere: è per questo che uno stesso rischio viene percepito e affrontato sul piano politico diversamente che in altre zone del pianeta. Per illustrare l'incolmabile divario temporale tra le azioni ed il relativo impatto si possono citare numerosi esempi: il problema della bse (morbo della mucca pazza) si è reso manifesto solo a distanza di molti anni dall'inizio del suo impatto invisibile conseguente ad azioni specifiche; altri pericoli si manifestano come sintomo solo dopo essersi combinati assieme fino a formare una massa critica. Si può quindi affermare che l'impatto non ha limiti temporali e si rende manifesto (e quindi conoscibile) solo quando si materializza in un dato luogo e in un dato momento come fenomeno "culturale" visibile. Tali considerazioni si ricollegano a loro volta all'ammissione che quanto minore è il numero di rischi pubblicamente riconosciuti, tanto maggiore è quello di rischi prodotti. Tale correlazione potrebbe costituire un'interessante "legge" della società del rischio, riferita in particolar modo al settore assicurativo. L'omissione del rischio potrebbe apparire funzionale agli interessi dell'assicuratore più che a quelli della potenziale vittima.

gli assicuratori non si trovano sulla stessa barca degli industriali, anzi, formano una "coalizione naturale" con le potenziali vittime

trascurando le informazioni sui rischi se ne favoriscono la crescita e la diffusione (es dell'amianto)

il successo commerciale e l'assenza di polemiche legali generano autocompiacimento. O, peggio ancora, gli industriali chiudono gli occhi davanti alle prove cliniche che dimostrano la correlazione tra i loro prodotti e i danni della salute (es delle sigarette)

di conseguenza, le industrie del rischio e le compagnie assicurative restano intrappolate in una "gabbia temporale" tra l'impatto ignorato e il rischio crescente da un lato e tra la conoscenza del rischio e la sensibilità culturale dall'altro

L'idea di società globale del rischio è specifica di un mondo contraddistinto dalla perdita di una distinzione netta tra natura e cultura. L'annullamento dei confini tra questi mondi non deriva solo dall'industrializzazione della natura e della cultura, ma anche dai pericoli che minacciano indiscriminatamente esseri umani, animali e piante. Il pericolo comune ha un effetto di livellamento che lentamente abbatte tutte le frontiere accuratamente erette tra classi, nazioni, tra gli esseri umani e il resto della natura, tra creatori di cultura e creature istintive, tra esseri dotati e esseri privi di anima. Bruno Latour ha dimostrato che viviamo in un mondo ibrido che va al di là del nostro schema dicotomico di pensiero. Tuttavia, l'idea di un mondo ibrido è necessaria ma non sufficiente per comprendere il nuovo. Il termine "ibrido" si riferisce ad un concetto più negativo che positivo: in un certo qual modo spiega che cosa non è (non natura, non società, ..), ma non spiega realmente che cosa è. Noi dovremmo superare i "non", gli "oltre" e i "post" che dominano il nostro pensiero. Quindi i rischi sono ibridi creati dall'uomo. Includono e combinano la politica, l'etica, la matematica, i mass media, le tecnologie e le definizioni e la percezione culturale; e, cosa più importante, questi aspetti e queste realtà non possono essere separati. Questa complessa "e", che resiste al pensiero organizzato per categorie di tipo aut-aut, è l'elemento costitutivo del dinamismo culturale e politico della società globale del rischio, l'aspetto che ne rende tanto difficile la comprensione. Una società che percepisce se stessa come società del rischio diventa riflessiva, vale a dire che le fondamenta della sua attività e dei suoi obiettivi diventano l'oggetto delle controversie scientifiche e politiche pubbliche. Il concetto di (società globale del) rischio significa:

a.      non distruzione, né fiducia/sicurezza, ma virtualità reale

b.      un futuro minaccioso, (ancora) diverso dal reale) diventa il parametro di influenza dell'azione presente

c.       un'affermazione reale e una di valore che si combinano creando una moralità matematica

d.      controllo e assenza di controllo come espresso nell'incertezza prodotta

e.      sapere o inconsapevolezza realizzati in conflitti di riconoscimento/conoscenza

f.        la coesistenza simultanea di globale e locale che si ricostituiscono come "glocalità" del rischio

g.      la distinzione tra sapere, impatto latente e conseguenze sintomatiche

h.      un mondo ibrido fatto dall'uomo in cui il dualismo tra natura e cultura si è dissolto

Una delle caratteristiche più rilevanti (e finora a malapena comprese da scienziati e politici) della teoria della società globale del rischio è la sua tendenza ad aprire e a mettere in moto circostanze apparentemente rigide. La teoria della società del rischio sviluppa un'immagine che rende le circostanze della modernità contingenti, ambivalenti e suscettibili di riadattamento politico. A causa della modernizzazione riflessiva, accade che le istituzioni cominciano a cambiare. Quindi nella società del rischio e nella relativa teoria è inscritta un'utopia: l'utopia di una modernità responsabile, l'utopia di un'altra modernità, di molte modernità da inventare e sperimentare in culture e zone diverse del pianeta.


II.      L'irresponsabilità organizzata e il gioco di potere delle definizioni del rischio.

Nella seconda parte di questo capitolo desidero prendere in esame alcune delle critiche mosse alla mia teoria. Partirò dalle accuse di germanocentrismo. È probabile che la teoria della società del rischio sia stata formulata contro uno sfondo tedesco; tuttavia, i contenuti di tale teoria non possono essere richiamati solo entro alcune particolari nazioni. In un'era di rischio globale, un ritorno alla filosofia teoretica e politica della modernità industriale è destinato al fallimento, in quanto essa:

perpetua la convinzione che i pericoli ambientali odierni possano ancora essere posti sotto controllo con modelli di valutazione del rischio e premesse industriali sul pericolo e la sicurezza risalenti al xix° secolo

mantiene intatta l'illusione che le vacillanti istituzioni della modernità industriale (famiglia nucleare, mercati del lavoro stabili, ruoli maschili nettamente separati da quelli femminili, classi sociali e stato-nazione) possano essere rafforzate e protette dalle onde sismiche della modernizzazione riflessiva

Nella teoria della società del rischio, i problemi ambientali sono più concepiti come problemi esterni e sono anzi concettualizzati come elemento centrale delle istituzioni. Sarà opportuno delineare alcuni dei concetti centrali sui pericoli della società del rischio (irresponsabilità organizzata, rapporti di definizione, esplosività sociale dei pericoli) e, per riassumere, le problematiche dello stato sociale. In questi concetti sono insite le ragioni che spiegano perché non si deve parlare solo in termini di "cultura del rischio" (Lash): il pericolo è di tralasciare la dimensione istituzionale del rischio e del potere. Il concetto di "irresponsabilità organizzata" ci aiuta a comprendere come e perché le istituzioni della società moderna debbano inevitabilmente riconoscere la realtà della catastrofe e allo stesso tempo siano obbligate a negarne l'esistenza, a occultarne l'origine e ad impedirne il risarcimento o il controllo. Le società del rischio sono caratterizzate dalla paradossale associazione tra un crescente degrado ambientale (percepito o possibile) e uno sviluppo del diritto e delle regolamentazioni sulla tutela dell'ambiente. Al contempo, sembra proprio che nessuno, individuo o istituzione che sia, venga considerato specificamente responsabile di alcunché. Ritengo che la chiave di lettura di questo stato di cose risieda nell'errata identificazione da parte della società del rischio tra il carattere dei pericoli o delle incertezze prodotte nel tardo industrialismo e i rapporti di definizione dominanti, la cui costruzione e la cui definizione dei contenuti risalgono ad un'epoca passata e qualitativamente differente dalla nostra. I rapporti di definizione della società del rischio comprendono quelle norme, istituzioni e capacità specifiche che strutturano l'identificazione e la valutazione del rischio in uno specifico contesto culturale. Le società del rischio sono attualmente intrappolate in un vocabolario singolarmente inappropriato. Di conseguenza, ci troviamo davanti al paradosso per cui quanto più le minacce e i pericoli vengono avvertiti come incombenti e scontati, tanto più diventano inaccessibili ai tentativi di mostrare prove e stabilire responsabilità e risarcimenti tramite strumenti giuridici e politici. Nella mia teoria i pericoli sono quasi-soggetti, la cui qualità agente-attiva è prodotta dalle contraddizioni istituzionali delle società del rischio. La metafora dell'esplosività sociale dei pericoli spiega che i pericoli, intesi come quasi-soggetti costituiti e prodotti a livello sociale, sono attori potenti e incontrollabili che delegittimano e destabilizzano le istituzioni statali deputate al controllo dell'inquinamento in particolare e alla sicurezza pubblica in generale. Le "burocrazie di definizione del rischio", avvalendosi del divario tra impatto e sapere, possono occultare, negare e distorcere i dati disponibili; possono ricorrere ad argomentazioni contrarie; possono aumentare i livelli massimi di tolleranza; possono accusare l'errore umano piuttosto che il rischio sistemico; tuttavia, si tratterà di battaglie destinate ad una vittoria temporanea e ad una sconfitta probabile o almeno possibile, perché si basano su garanzie di sicurezza che risalgono al xix° secolo e nella società globale del rischio risultano vuote e prive di valore. La mia descrizione e la mia visione politica si avvicinano all'idea di sicurezza e di stato sociale di François Ewald: egli spiega le origini e la costruzione dello stato sociale ponendo l'accento sulla fornitura di servizi (assistenza sanitaria), sulla creazione di meccanismi assicurativi (pensioni e sussidi di disoccupazione) e sulla regolamentazione dell'economia e dell'ambiente tesa alla creazione di sicurezza.


III.          In prospettiva: le opportunità del rischio.

Che conclusioni si possono trarre per il futuro della sociologia del rischio e della società del rischio?? Vi sono 2 possibili implicazioni della teoria:

in 1° luogo        se si porta la questione del rischio oltre la sua definizione culturale e se ne esplorano i dettagli relativi alla gestione del rischio nelle istituzioni moderne, si mettono in luce i paradossi e i dilemmi contemporanei; risulta allora chiaro che la società globale del rischio e le sue contraddizioni culturali e politiche non possono essere comprese e spiegate nei termini della gestione premoderna dei pericoli e delle minacce. Con questo non intendo certamente affermare che i politici e gli esperti tecnici e legali non possono imparare dal passato ad affrontare gli esplosivi pericoli sociali

in 2° luogo        la teoria della società del rischio non è una delle tante espressioni dell'"angoscia tedesca" di fine millennio. Anzi, la mia teoria verte su un modello nuovo e ottimistico di comprensione della nostra epoca. Quello che altri leggono come sviluppo di un ordine postmoderno è interpretato nella mia teso come (seconda) fase di una modernità radicalizzata, una fase in cui le dinamiche di individualizzazione, globalizzazione e rischio minano le fondamenta della prima fase della modernità industriale incentrata sullo stato-nazione. La modernità diventa riflessiva, vale a dire concentrata sulle proprie conseguenze indesiderate, sui propri rischi e sulle implicazioni per le proprie premesse. La mia idea di seconda modernità riflessiva implica che non abbiamo abbastanza ragione per vivere e agire in un'Era globale di incertezze prodotte.

Molte teorie e innumerevoli teorici non intravedono le opportunità che ci vengono offerte dalla società del rischio. Ciò che mi piacerebbe fosse esplorato è uno studio che implichi una ricostruzione delle definizioni sociali di rischio e di gestione del rischio secondo diversi quadri concettuali; un'indagine sul potere (negativo) dei conflitti e della definizione del rischio tale da costringere chi si rifiuta di comunicare con gli altri a rientrare in una "comunità" di rischi (globali) condivisi; un progetto che chiarisca le questioni dell'irresponsabilità organizzata e i rapporti di definizione nei diversi ambiti culturali e politici.






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