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L'interpretazione idealistica della dottrina nietzscheana della volontà

psicologia


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L'interpretazione idealistica della dottrina nietzscheana della volontà


Siamo giunti con questo alla seconda delle domande sopra poste. Essa chiede: che cosa si intende per idealismo quando si crede di scoprire che il concetto nietzscheano di volontà non ha nulla a che fare con quello idealistico??

In generale può essere detta idealistica la prospettiva che mira alle idee. Idea significa qui qualcosa come rappresentazione. Rappresentare: portare di fronte a sé in senso lato. In che misura una chiarificazione dell'essenza della volontà può scorgervi un tratto del rappresentare??

Volere è una specie di desiderare e di appetire. Un semplice appetito e impulso è per esempio la fame, un impulso a cercare nutrimento e a nu 252e43c trirsi. Nell'animale questo stesso impulso, in quanto tale, non ha propriamente presente ciò verso cui si spinge, non si rappresenta il nutrimento in quanto tale, né lo appetisce in quanto nutrimento. L'appetire non sa ciò che vuole, perché non vuole affatto, eppure mira a ciò che è appetito, ma mai in quanto esso è tale. La volontà in quanto appetito non è tuttavia un impulso cieco. Ciò che si desidera e si appetisce è anch'esso rappresentato, tenuto presente, com-percepito.




Ciò che è appetito è contemporaneamente, nel volere, qualcosa di rappresentato. Ma questo non significa mai che il volere sia in verità un rappresentare tale che al rappresentato venga ad aggiungersi un corrispettivo appetito; è vero il contrario. A inequivocabile testimonianza citiamo quanto dice Aristotele nel suo trattato de anima.

Quando traduciamo dal greco con psiche non dobbiamo pensare allo psichico nel senso dei vissuti interiori, né a ciò di cui si è consci nella coscienza dell'ego cogito, ma nemmeno all'inconscio. In Aristotele psiche indica il principio del vivente in quanto tale, ciò che fa di un vivente un vivente e che lo determina interamente nella sua essenza. Il trattato citato discute dell'essenza della vita e i gradi del vivente.

Il trattato non contiene una psicologia e nemmeno una biologia. È una metafisica del vivente, e di esso fa parte anche l'uomo. Il vivente è qualcosa che si muove da sé. Qui movimento non vuol dire soltanto cambiamento di luogo, ma ogni cambiamento e comportamento. Il grado più alto del vivente è l'uomo, il modo fondamentale del suo muoversi è l'agire. Si pone allora la questione: qual è il fondamento determinante dell'agire, cioè del procedere e dell'imporsi ragionato?? È qui determinante ciò che è rappresentato in quanto tale oppure ciò che è appetito?? L'appetire che rappresenta viene determinato dalla rappresentazione o dal desiderio?? Detto in altri termini: la volontà è un rappresentare, ed è quindi determinata da idee, oppure no?? Se si insegna che la volontà è nella sua essenza un rappresentare, allora questa dottrina della volontà è idealistica.

Che cosa insegna Aristotele in merito alla volontà?? Il decimo capitolo del terzo libro del de anima tratta del desiderio. Vi si dice: "anche il desiderio, ogni desiderio, ha il suo perché: quello di cui infatti vi è desiderio è quello in base a cui l'intelletto ragionante in quanto tale si determina; il termine estremo è quello partendo da cui l'agire si determina. Cosicché con buona ragione questi 2 si manifestano come quelli che muovono, il desiderio e l'intelletto ragionante; infatti ciò che nel desiderio è desiderato muove, e l'intelletto, il rappresentare, muove soltanto perché si rappresenta ciò che nel desiderio è desiderato".

Questa concezione della volontà è diventata determinante per l'intero pensiero occidentale ed è a tutt'oggi corrente.

Nel Medioevo la volontà è il desiderio cui appartiene un rappresentare intellettivo.

Per Leibniz l'agire è contemporaneamente perceptio e appetitus; la perceptio è rappresentare.

Per Kant la volontà è quella facoltà desiderativa che agisce secondo concetti, cioè in modo che il voluto stesso, in quanto rappresentato in generale, sia determinante per l'azione.

Benché il rappresentare differenzi la volontà come facoltà desiderativa dal semplice appetito cieco, il rappresentare non è ritenuto ciò che, nella volontà, propriamente muove e vuole. Soltanto una concezione della volontà che assegni in questo senso al rappresentare un'ingiustificata superiorità potrebbe essere designata come idealistica. In effetti tali concezioni si trovano. Nel Medioevo Tommaso d'Aquino inclina ad un'interpretazione della volontà in questa direzione, sebbene anche in lui la questione non sia decisa in modo così univoco. Nel complesso, nella loro concezione del volere i grandi pensatori non hanno mai assegnato la preminenza alla rappresentazione.



Se per concezione idealistica della volontà si intende qualsiasi concezione che accentui l'appartenenza essenziale del rappresentare, del pensare, del sapere e del concetto al volere, allora l'interpretazione della volontà in Aristotele è idealistica; e lo stesso quella di Leibniz e di Kant; ma allora anche quella di Nietzsche. La prova di questa affermazione può essere presentata facilmente; basta proseguire direttamente nella lettura del passo in cui Nietzsche dice che la volontà consiste in una pluralità di sentimenti: "al pari dunque del sentire, e per la verità, di un sentire di molte specie, così, in secondo luogo, anche il pensare dev'essere riconosciuto quale ingrediente della volontà: in ogni atto di volontà c'è un pensiero che comanda; e non si deve affatto credere di poter separare questo pensiero dal volere, come se poi avanzasse ancora della volontà".

Questo è un parlare chiaro, non soltanto contro Schopenhauer, ma contro tutti coloro che pretendono di richiamarsi a Nietzsche quando si rivoltano contro il pensiero e contro la potenza del concetto.

A che cosa serva ancora, di fronte a queste chiare affermazioni di Nietzsche, respingere l'interpretazione idealistica della sua dottrina della volontà, resta un mistero. Ma forse si vuol dire che la concezione nietzscheana della volontà non è quella dell'idealismo tedesco. Soltanto che anche nell'idealismo tedesco viene ripreso il concetto kantiano e aristotelico di volontà.

Per Hegel sapere e volere sono la stessa cosa. Ciò significa: il vero sapere è già anche agire, e l'agire è soltanto nel sapere.

Schelling dice addirittura: nella volontà il volente vero e proprio è l'intelletto. Non è forse questo un evidente idealismo, se con ciò si vuole intendere una riconduzione della volontà al rappresentare??

Ma Schelling, con una formulazione esagerata, non vuole sottolineare altro se non quello che Nietzsche evidenzia nella volontà quando dice: la volontà è un comando; infatti, quando Schelling dice intelletto e quando l'idealismo tedesco parla del sapere, essi non intendono una facoltà rappresentativa come se la immagina la psicologia, né un comportamento che accompagni, osservandoli soltanto, gli altri processi della vita psichica. Sapere significa: apertura all'essere, il quale è un volere (nel linguaggio di Nietzsche un affetto). Nietzsche stesso dice: "volere, cioè comandare: ma comandare è un determinato affetto (questo affetto è un'improvvisa esplosione di forza), teso, chiaro, mirante ad una sola cosa, intima convinzione di superiorità, sicurezza di essere obbediti". Mirare in modo chiaro, teso, esclusivo ad una sola cosa: che cosa è questo se non un tenersi-davanti, un rappresentarsi nel senso di porsi-dinanzi?? Ma Kant dice che l'intelletto è la facoltà del rappresentare.

Nessuna connotazione della volontà è in Nietzsche più frequente di quella appena nominata: volere è comandare; nella volontà è insito il pensiero che comanda; ma in nessun'altra concezione della volontà viene accentutata, come in questa, anche l'essenzialità del sapere e del rappresentare, quindi dell'intelletto nella volontà.

Se dunque vogliamo avvicinarci e rimanere il più vicino possibile alla concezione nietzscheana della volontà, è allora consigliabile evitare tutte le denominazione usuali. Sia che questa concezione venga chiamata idealistica o non-idealistica, emozionale o biologica, razionale o irrazionale, si tratta ogni volta di una falsificazione.








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