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Giudizio di gusto o estetico

filosofia




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Giudizio di gusto o estetico: è la facoltà di giudicare il bello, secondo l'accordo tra facoltà del soggetto di fronte ad un oggetto e il sentimento di piacere o dispiacere (se c'è armonia tra le mie facoltà si tratta di bellezza, se c'è disarmonia bruttezza). I 444e44e l giudizio di gusto non ha valenza conoscitiva, logica ma solo estetica: l'oggetto viene considerato in rapporto al sentimento del soggetto, siamo in una nuova sfera, quella del sentire. Il bello non è nelle cose ma solo nella forma rapportata al sentire del soggetto; il giudizio deve essere scevro dall'interesse (il bello è diverso dall'utile, dal buono e dal piacevole) e dal concetto, è legato alla pura rappresentazione.

Il giudizio di gusto è soggettivo, ma ciò non esclude la sua universalità: anche senza concetto il bello deve essere riconosciuto come oggetto di un piacere necessario secondo il sensus communis, la medesima disposizione a giudicare presente in ciascuno di fronte alla medesima rappresentazione: aspirazione al consenso. Tutto ciò si basa sulla comunicabilità del giudizio.

Se avvertiamo ordine ed armonia tra le varie parti dell'oggetto si attua un accordo nel libero gioco delle nostre facoltà conoscitive di fronte alla finalità formale dell'oggetto e avvertiamo un sentimento di piacere. La finalità formale è soggettiva, non è possibile la conoscenza dell'oggetto.


Il Giudizio teleologico si preoccupa invece di stabilire se esista una finalità oggettiva nella natura e ricerca una spiegazione dei fenomeni organici della vita naturale che sia diversa dalla causalità meccanica. Questa non viene negata, dato che il giudizio riflettente ha solo valenza regolativ e non costitutiva, ma l'utilizzo del giudizio teleologico si rivela necessario di fronte ai fenomeni non spiegabili con la causalità meccanica ed è analogo all'uso della ragione.



Se pensiamo la natura come un insieme di esseri organizzati, organismi in cui le parti sono in funzione del tutto consideriamo una cosa come fine della natura quando è causa ed insieme effetto di sé stessa. Esempio: un albero genera un altro (dal punto di vista della specie) oppure un singolo è l'effetto e la causa della crescita delle sue parti, diversamente da un prodotto della tecnica, come un orologio, dove le parti esistono per le altre ma non ne sono mezzo).

Il giudizio sulla finalità di un oggetto in questo caso posa su un fondamento oggettivo: non si riferisce infatti all'apprensione da parte di un soggetto legata ad un sentimento di piacere ma ha a che fare con l'intelletto e la finalità è qualcosa che appartiene all'oggetto stesso. Il giudizio teleologico mira alla conoscenza della finalità reale della natura attraverso l'intelletto e la ragione.


Il sublime, analogamente al bello, presuppone un giudizio riflettente e suscita il piacere, ma rispetto ad esso ci sono fondamentali differenze. Il bello infatti risiede nella contemplazione della forma, il sublime dell'informe; il bello è legato alla qualità, il sublime alla quantità; il primo è diretto, io secondo nasce indirettamente, siccome l'animo non è solo attratto dall'oggetto ma anche respinto; il sublime è un piacere negativo perché contiene meraviglia o rispetto. Il sublime si può riferire solo agli oggetti della natura, ma non in relazione alla loro forma , in quanto il sublime è determinato proprio dall'incapacità di giudicare delle nostre facoltà. Il sublime nasce infatti da un disaccordo delle facoltà conoscitive, incompatibili con l'oggetto, ma ciò riguarda le idee della ragione , che è la facoltà di pensare l'assoluto. Il sublime non è, come il bello, risultato di un accordo tra immaginazione e intelletto, ma al contrario è un armonico contrasto tra immaginazione e ragione: il nostro animo è teso verso l'assoluto e pertanto acquisiamo coscienza dell'altezza della nostra sfera individuale oltre il sensibile. Il sublime si ha di fronte alla contemplazione del caos, del disordine, per questo non si può parlare di finalità della natura, ma solo di finalità soggettiva, perché il sublime piace.



Il primo stato dell'immaginazione è quello matematico, il secondo quello dinamico.

Nel primo si definisce il sublime rispetto alla sua grandezza: esso è ciò che è incommensurabilmente grande: per esso non abbiamo nessuna misura adatta, perciò esso è da cercare nelle nostre idee. Gli oggetti dei sensi non sono sublimi, ma è sublime il nostro stato d'animo nel momento in cui si sveglia il sentimento di una facoltà soprasensibile in noi. Il sublime è ciò di cui la sola possibilità di essere pensato dimostra la presenza nel nostro animo di una facoltà che trascende il sensibile.









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