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Storia delle dottrine politiche - FINE '700 E PRIMI DECENNI '800

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S t o r i a d e l l e d o t t r i n e p o l i t i c h e














Parte Seconda - FINE '700 E PRIMI DECENNI '800









Densi di grandi sconvolgimenti, gli anni, che vanno dal 1789 al 1830, vedono lo svolgersi della Rivoluzione Francese, il passaggio all'epopea napoleonica, che trasforma il volto dell'Europa, il Congresso di Vienna, che riporta ordine secondo criteri tra loro confliggenti, e l'età autoritaria e ricca di fermenti della Restaurazione. L'ancien régime è scosso alle radici e, anche se la Restaurazione frena la decadenza dei ceti aristocratici, un ciclo storico si è chiuso. Infatti sono altre le forme dei rapporti sociali, che si profilano e che si adattano alle dinamiche della proprietà borghese e agli sviluppi della rivoluzione industriale, mentre le riforme giuridiche operate da Napoleone si diffondono, anziché esser soppresse, e l'eguaglianza giuridica prende piede, anche se non è accompagnata dalle altre eguaglianze del "cittadino", che troppo ricordano l'89 e il '93 e che agitano lo spauracchio del pensiero di Rousseau.

Le rivoluzioni del Settecento alimentano, soprattutto in certi settori, la convinzione, coltivata dagli illuministi, della possibile trasformazione della storia da parte dell'impegno umano. Con la Rivoluzione Francese, in particolare, si apre dunque un' 111f52b epoca, in cui il pensiero politico utilizza le premesse teoriche in vista di precisi problemi storici da affrontare e per la progettazione di programmi politici e sociali, secondo un rapporto stretto tra teoria e prassi. Dalle grandi concezioni volte alla individuazione delle ragioni del potere, dell'obbedienza politica, del diritto, si passa alle teorie finalizzate al sostegno di valori, quali la libertà, l'eguaglianza, la giustizia, strettamente connesse allo studio e alle proposte in campo istituzionale, proiettate a sorreggere i modelli di auspicabili società future o di più concreti progetti storico-politici.

E' così che si delineano, filoni più politicamente caratterizzati che in passato: il filone liberale, quello democratico, quello socialista, quello controrivoluzionario.

Tuttavia nel pensiero di fine Settecento e dei primi dell'Ottocento emerge, in rapporto alle profonde trasformazioni in atto, un tema della massima importanza: quello del parziale distacco tra società e stato. Lo stato codifica le leggi, razionalizza e sviluppa il suo apparato amministrativo, si avvale di un crescente stuolo di funzionari e di impiegati. La società, sotto l'impulso della rivoluzione industriale, diviene più dinamica, si apre ad una cospicua mobilità in verticale e a crescenti spostamenti di popolazione dalle campagne alle città. Questo processo induce a rivedere alcuni dei capisaldi teorici del passato (in particolare il primato della sfera politica, di tradizione aristotelica) e porta a una gamma di posizioni diverse: dalla riconferma della priorità dello stato alla previsione della sua futura scomparsa.



CAPITOLO QUATTRO - Società, stato e nazione



L'avvento dello stato nazionale


Se nel XVI, XVII e XVIII secolo è lo stato moderno ad avere il sopravvento nel "produrre" gli spazi politico-sociali, con lo sviluppo dei commerci transoceanici e con la rivoluzione industriale le cose cambiano: tra società e stato si verifica un processo di reciproca relativa autonomia e si pongono le premesse per la formazione dello stato nazionale, destinato ad affermarsi nel corso dell'Ottocento.

Infatti è nel XVIII secolo che la società, fino ad allora particolarmente statica o caratterizzata dalle trasformazioni lente dei tempi lunghi, comincia a farsi più dinamica e a registrare una presenza sempre più attiva e una crescente effervescenza negli strati alti del terzo stato, composti da una borghesia dotata di risorse economiche e di una buona capacità di iniziativa. I grandi commerci esteri, i commerci interni, le manifatture, l'accumularsi di grandi disponibilità finanziarie, gli inizi della rivoluzione industriale in Inghilterra, si muovono su tempi che si fanno decisamente più accelerati rispetto a quelli della grande proprietà terriera dell'aristocrazia, creano fortune che rivaleggiano con quelle assicurate dalla rendita fondiaria e pongono le condizioni per una economia della crescita che non è più inquadrabile entro il sistema seicentesco delle concessioni regie e della politica mercantilistica dello stato. Sul piano teorico, allora, si comincia a parlare di "società civile" non più come sinonimo di "stato", ma con riferimento ai rapporti sociali ed economici; in Inghilterra Adam Ferguson scrive un Saggio sulla storia della società civile (1767) in cui individua quattro stadi attraverso i quali passano le società sulla base delle loro successive strutture economiche; il commercio e l'industria attirano l'attenzione degli studiosi in maniera crescente; comincia a farsi strada l'idea del libero scambio, che viene poi teorizzata in maniera compiuta dai grandi rappresentanti dell'economia classica, Adam Smith e David Ricardo. Questi processi hanno tempi diversi a seconda dei paesi: mentre in Inghilterra sono più avanzati, negli stati continentali si svilupperanno dopo, spesso più lentamente e, ovviamente, in momenti diversi e con specifiche modalità a seconda delle condizioni esistenti.



Grazie a queste trasformazioni, ma non solo, l'importante fenomeno che si delinea sul finire del XVIII secolo è quello di un'autonomizzazione della realtà sociale e di un progressivo reciproco allontanamento tra la società e lo stato. Infatti, l'articolarsi delle attività produttive e commerciali e il loro incremento, sostenuto dalla diffusione della macchina a vapore, dalle scoperte scientifiche e dalle loro applicazioni tecniche, producono nel tessuto sociale mutamenti profondi, che ai livelli più bassi sono legati al bisogno crescente di una mano d'opera industriale e al relativo spostamento per vasti strati della popolazione dal lavoro agricolo, mentre ai livelli superiori implicano ascese sociali, rapide formazioni di nuove ricchezze, contese e tensioni tra alta borghesia e aristocrazia, assieme a crolli e rovine nei momenti di crisi. Queste dinamiche, registrate variamente dai pensatori dell'epoca, si allontanano decisamente dalle strutture preesistenti e non sono più riconducibili alla convinzione precedente della società come parte integrante dello stato. Si può aggiungere che sul finire del XVIII secolo, accanto allo stato, che procede nella sua opera di unificazione e di razionalizzazione, i nuovi sistemi di produzione diventano a loro volta creatori di nuove determinazioni spaziali e, nel giro di pochi decenni, ridisegnano in profondità il profilo degli spazi economici e sociali in termini di insediamenti industriali, di aree produttive, di mercato del lavoro, di nuovi quartieri urbani e di vere e proprie città industriali.

D'altra parte ho parlato di reciproco allontanamento tra stato e società perché anche lo stato, tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, riorganizza e razionalizza le proprie strutture e, cambiando, procede secondo derive proprie non più riconducibili alla precedente visione unitaria. Gli stati moderni avevano alle spalle ormai alcuni secoli di vita ma nelle loro strutture permanevano residui feudali, commistioni di pubblico e privato, confusioni e sovrapposizioni di competenze. Col diffondersi dello spirito settecentesco e sotto la spinta delle urgenze pratiche si sviluppa un vasto movimento di riforme che accresce l'organizzazione e il potere del loro apparato amministrativo. Si verifica quindi una progressiva specificazione dei compiti, che distingue le competenze, le ordina in rapporti gerarchici, tende a rimuovere le interferenze e le sovrapposizioni, rende l'apparato burocratico più impersonale, più efficiente e più centralizzato. Anche in questo caso si tratta di un processo che avviene in tempi e con modalità diverse a seconda delle condizioni dei vari paesi, ma che si diffonde largamente in Europa e che troverà un forte sostegno nelle conquiste napoleoniche, che esportano leggi e modelli francesi. Tra gli aspetti più visibili si può ricordare la costituzione delle branche amministrative in veri e propri Ministeri, l'evoluzione delle finanze pubbliche con la modernizzazione del sistema fiscale e la nascita del Diritto Amministrativo; ma accanto a questi aspetti se ne possono ricordare altri, quali la tendenza al riordino delle leggi esistenti (che spesso si sovrapponevano e si smentivano) mediante lo strumento della codificazione (pensiamo al Codice civile, promosso da Napoleone e promulgato nel 1804) e la nascita di un vero e proprio linguaggio dello stato (quello che oggi è chiamato il burocratichese) che si colloca tra il giuridico e l'amministrativo e che si allontana nettamente dal linguaggio corrente. Nella prima metà del XIX secolo stato e società raggiungono dunque un grado consistente di autonomia reciproca; un'autonomia che un secolo prima non era neppure pensabile e che consente ad alcuni autori di immaginare una società senza stato o di prospettare un futuro in cui le funzioni statuali saranno destinate ad estinguersi o ad essere riassorbite dall'organizzazione sociale.

L'altro importante elemento che entra in scena sul finire del Settecento e che avrà grandi conseguenze sulla storia politica del secolo successivo è l'affermarsi delle nazioni e dello spirito nazionale. Mettendo a fuoco questo fenomeno si spiegherà il motivo del titolo di questo capitolo ("Lo stato prenazionale moderno") e si chiarirà perché non è corretto identificare lo stato moderno con lo stato nazionale.

Nel corso dell'Ottocento e del Novecento ci sono stati autori che hanno sostenuto il carattere "naturale" della nazione o che hanno fatto coincidere il sorgere delle nazioni con l'inizio della storia o che hanno legato la nazione ad un intreccio inestricabile di natura e di storia . Sono prevalenti oggi e più criticamente fondate le interpretazioni che vedono la nazione come un fenomeno fondamentalmente moderno, che (fatta salva qualche anticipazione, come i Cantoni Svizzeri) prende il via con la Rivoluzione Francese. Più precisamente si può dire che certe forme di coscienza nazionale avevano fatto la loro comparsa fin dal Medio Evo: in Francia, ad esempio ai tempi della contesa tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, o durante la Guerra dei Cento Anni. Ma si trattava di forme ancora molto grezze ed episodiche, ben lontane da quelle che si manifestano sul finire del XVIII secolo. Infatti il senso della coesione nazionale e lo spirito di appartenenza, che emerge in questo periodo, da un lato ha alle spalle tutta l'azione unificante svolta dallo stato entro i suoi confini (per le nazioni già fornite di istituzioni statuali), dall'altro corrisponde ai mutamenti sociali in corso in Europa, che stanno indebolendo le gerarchie e le rigidezze dei legami sociali tradizionali e sollecitano il sorgere di nuove forme di identità collettiva. A questi elementi bisogna aggiungere il diffondersi delle idee di libertà e di eguaglianza, il principio della sovranità popolare (con la vicinanza che esiste tra le idee di popolo e di nazione), l'elaborazione teorica della stessa idea di nazione, che avviene in quel periodo.

Dal punto di vista sociale sono stati fatti degli accostamenti molto precisi tra l'avvento della rivoluzione industriale e l'affermarsi dello spirito nazionale. "La vecchia stabilità della struttura sociale dei ruoli è semplicemente incompatibile con la crescita e l'innovazione . La produttività in continua crescita esige che la divisione del lavoro sia non soltanto complessa ma anche in perenne, e spesso rapida, crescita . Gli uomini che vivono in una siffatta società non possono in generale rincantucciarsi in un posto per tutta la vita" . Con queste considerazioni Gellner (uno dei più importanti sostenitori della modernità della nazione) giunge ad affermare che "il nazionalismo è radicato nella divisione del lavoro di un certo tipo, che prevede cambiamenti cumulativi, complessi e persistenti" : infatti il tipo di egualitarismo che si viene ad instaurare non è più conciliabile con i rapporti dell'ancien régime, ma si combina perfettamente con la vasta unità della nazione, dove l'appartenenza ha valenze storiche, politiche e culturali, e dove non manca una dose più o meno marcata di adesione volontaria. Da un angolo di visuale più ampio e prendendo in considerazione l'"età del nazionalismo" nel suo complesso Gellner scrive (mettendo in luce a questo punto i fattori culturali): "quando le condizioni sociali generali favoriscono culture superiori standardizzate, omogenee, sostenute centralmente, che si estendono a intere popolazioni e non soltanto a minoranze, si viene allora a creare una situazione in cui le culture unificate, garantite dai meccanismi educativi e ben definite, costituiscono quasi l'unico tipo di unità con cui gli uomini si identificano volentieri, e spesso con entusiasmo" .



Il XIX secolo vede il compiersi in Europa di due importanti processi di unificazione nazionale: quello italiano e quello tedesco. In tutto questo secolo e in parte almeno del XX il formarsi delle coscienze nazionali, le rivendicazioni nazionali, le lotte di liberazione, i conflitti alimentati dallo spirito nazionale, sono all'ordine del giorno e l'idea di nazione si diffonde, si fa strada nell'immaginario collettivo e diventa un forte movente di credo e di azione politica. Nella relativa autonomia che, come abbiamo visto, si crea tra società e stato, l'idea di nazione agisce potentemente come nesso che, pur lasciando attività economiche e società alle loro dinamiche, stringe i cittadini allo stato. Sono i cittadini che hanno raggiunto o stanno raggiungendo l'eguaglianza giuridica e che arriveranno a conquistare il suffragio universale: a lato della effettiva partecipazione politica, che possono esercitare, nell'idea di nazione trovano un motivo particolarmente coinvolgente, perché indica la loro nuova appartenenza e tocca il nodo centrale della loro identità collettiva; questo giustifica l'obbedienza politica; li porta a battersi per la patria; li può portare agli estremi del sacrificio e dell'eroismo.

Sono questi i passaggi che fanno dello stato moderno lo stato nazionale.





Per una rassegna rapida, ma efficace delle tesi in campo si possono vedere i capitoli iniziali di F. Tuccari, La nazione, Bari, Laterza, 2000.

E. Gellner, Nazioni e nazionalismo, Roma, Editori Riuniti, 1997, pp. 26-27.

Ivi, p. 27.

Ivi, p. 63.







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