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L'idea cecoslovacca - Panorama storico-sociale su Boemia, Moravia, Slesia austriaca e Slovacchia

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L'idea cecoslovacca



1.1 Panorama storico-sociale su Boemia, Moravia, Slesia austriaca e Slovacchia


Al momento dello scoppio della prima guerra mondiale le regioni che, al termine del conflitto, avrebbero costituito il nucleo fondamentale dello Stato cecoslovacco si differenziavano profondamente a causa della loro separata evoluzione storica.

Boemia, Slesia austriaca e Moravia, che costituivano i territori della corona di S. Venceslao, erano, dal XVI secolo, parte dell'Impero asburgico. In epoca medievale il regno di Boemia era stato un'entità statale geograficamente e nazionalmente compatta[1], nonostante la sua popolazione fosse mista, costituita in prevalenza da cechi ma con una cospicua minoranza tedesca, che ammontava a circa un terzo della popolazione totale, distribuita lungo i confini. All'interno dell'Impero asburgico, però, l'elemento slavo fu sempre più discriminato a favore di quello germanico, inasprendo la rivalità tra le due razze e creando tra i cechi quel malcontento che si manifesterà in modo "rivoluzionario" con la riforma hussita del Quattrocento e con la rivolta anticattolica e antiasburgica del primo Seicento, con la quale gli slavi della Boemia, oltre ad affermare il loro diritto alla libertà religiosa, aspiravano a riconquistare la perduta autonomia politica. Il fallimento della rivolta, emblematicamente rappresentato dalla vittoria asburgica della battaglia presso la Montagna Bianca del 1620, segnò l'inizio di un periodo di dura repressione, ricordato come uno dei più oscuri nella storia ceca.



Le province boeme si caratterizzarono lungo i secoli per il loro avanzato grado di sviluppo economico che, oltre a farne le zone più ricche e produttive dell'Impero, distinse la struttura della società ceca da quella delle altre zone dell'Europa centro-orientale per la presenza di una forte borghesia industriale, commerciale e intellettuale, di una classe contadina discretamente istruita e, già dalla fine del XIX secolo, di un proletariato industriale, che presto diverrà politicamente maturo e organizzato, pronto ad affrontare le lotte per l'affermazione dei propri diritti, al pari di quello degli Stati più evoluti dell'Europa occidentale.

L'altra grande regione che avrebbe fatto parte della nuova Repubblica Cecoslovacca, la Slovacchia, aveva condotto per quasi un millennio la sua esistenza sotto la dominazione magiara. In queste z 343g65d one la popolazione non aveva avuto grandi opportunità di modernizzarsi, cosicché gli slovacchi erano in prevalenza poveri contadini e pastori scarsamente istruiti e dominati dall'aristocrazia ungherese. Dopo la Montagna Bianca, gli slovacchi, che pure avevano aderito al movimento hussita, erano stati per la maggior parte riconvertiti al Cattolicesimo da un clero nazionale che adottò un dialetto slovacco, molto simile alla lingua ceca, elevandolo a lingua letteraria, per penetrare capillarmente nelle campagne e per creare un elemento di distinzione con i nuclei protestanti, che utilizzavano la lingua ceca per la liturgia, nei confronti dei quali la Controriforma era stata inefficace.

A partire dalla metà del XIX secolo, quando in tutta Europa furono in piena espansione i movimenti intellettuali che miravano a rivalutare la storia e le tradizioni nazionali per rinsaldare nei popoli la coscienza di appartenere ad una ben specifica nazionalità, anche Boemia, Moravia, Slesia e Slovacchia vissero il loro Risorgimento, nel quale il fattore linguistico assunse un'importanza prevalente. In quelle aree europee dominate da imperi sovranazionali, le nazionalità che cercavano di resistere alla pressione culturale omogeneizzante esercitata dai governi si proponevano di collegare con legami sempre più stretti le comunità linguistiche affini, per sottolineare una propria peculiarità culturale[2]. In particolare, il Risorgimento vissuto dal mondo ceco fu uno dei movimenti intellettuali della seconda metà dell'Ottocento più vivi dell'Europa centro-orientale e riuscì ad ottenere risultati molto significativi quali, ad esempio, la concessione del "decreto delle due lingue" da parte del governo imperiale nel 1880, con il quale si autorizzava l'uso del ceco negli uffici pubblici del Regno boemo, e la riapertura dell'Università di Praga, nel 1882-3. La possibilità di utilizzare il ceco e diffondere la cultura tramite propri canali fu uno degli strumenti più importanti usati dagli intellettuali boemi per opporsi ai tentativi di assimilazione operati dagli elementi tedeschi dell'Impero nei confronti delle popolazioni ceche, nonché uno strumento politico per affermare il diritto ad una maggiore autonomia, in nome di una tradizione storica che rivalutava il senso di appartenenza al regno di Boemia, ormai del tutto scomparso come entità statale e politica. Nel 1914 le più importanti richieste avanzate dai leaders politici cechi erano quelle di un ulteriore Ausgleich (compromesso) che parificasse i diritti degli slavi a quelli dei tedeschi nell'Austria-Ungheria ed il diritto di istituire una seconda università ceca, dopo quella di Praga, a Brno.

Questa politica mirata ad ottenere riconoscimenti ai diritti della propria nazionalità mediante piccoli passi, a volte solo simbolici, definita dai tedeschi Kleine Arbeit, aveva condotto l'intelligencija boema ad una maturità ed organizzazione tale da renderla la più idonea a sfruttare le debolezze dell'Impero che la guerra, dal 1914 in poi, inevitabilmente, avrebbe fatto emergere.

Il Risorgimento slovacco ebbe uno svolgimento meno ampio e sentito, anche a causa del livello culturale medio della popolazione, sensibilmente più basso di quello ceco; fenomeni tipici, quale lo studio e rivalutazione della lingua, si svilupparono in modo meno spontaneo, se non altro per la mancanza, in Slovacchia, di una vera e propria lingua nazionale, rappresentativa di tutta la popolazione. Alla sintesi di una lingua letteraria si giunse solo molto tardi, intorno alla metà del XIX secolo, per opera di intellettuali, quali Ljudovit Stur, Jan Kollar e Pavel Safarik[3].

Alcuni studiosi della Cecoslovacchia giungeranno addirittura a sottolineare le differenze caratteriali e "spirituali" tra le due popolazioni, che avrebbero contribuito a differenziare i destini di cechi e slovacchi, i primi considerati più combattivi e raziocinanti, i secondi più religiosi e fatalisti[4]. Questa visione è senz'altro condizionata dal maggiore attivismo dei cechi contro il dominio asburgico, che comunque non fu duro e assoluto come quello magiaro sugli slovacchi, privi di una classe borghese nazionale che potesse svolgere il ruolo di guida nei confronti delle masse incolte, che avevano come referenti solo gli esponenti del proprio clero. Gli slovacchi che volevano reagire alla situazione di costrizione in cui versavano, consapevoli della esiguità di energie che il loro popolo avrebbe potuto profondere nella lotta per l'autonomia, non potevano che confidare nelle speranze panslavistiche, contando sull'aiuto della Russia, la potenza culturalmente ed etnicamente più affine. Gli esponenti più giovani dell'esigua intelligencija slovacca proponevano come alternativa quella di rivalutare i rapporti con i cechi, e cooperare con loro per conquistare la libertà. Gli intellettuali che sostenevano questa corrente, raccolti attorno alla rivista "Hlas" (la Voce), giustificavano tale orientamento "cecoslovacco" per i legami di sangue, le tradizioni comuni, la lingua letteraria molto simile, ma soprattutto in considerazione della storia dei due popoli che, se divisi, inevitabilmente avrebbero subito la dominazione germanica o magiara . Essi ritenevano utili i contatti tra i due popoli e incoraggiavano, ad esempio, l'emigrazione nelle regioni ceche al fine di far frequentare scuole e università ceche di Praga ai giovani slovacchi. Quando, durante la prima guerra mondiale, emerse la prospettiva di ottenere una completa indipendenza, quest'orientamento, basato sull'idea di legami etnici, culturali e politici delle due popolazioni slave, convinse entrambe le parti dell'opportunità di un progetto comune, che prese forma nell'idea di costituire uno Stato nazionale ceco-slovacco. Il "cecoslovacchismo" rimase comunque solo una delle tendenze del nazionalismo slovacco, e se si realizzò, lo si dovette principalmente alle scelte dell'emigrazione slovacca, piuttosto che alla volontà della popolazione dell'Impero .

La teorizzazione di una solidarietà slava accese nel mondo ceco un dibattito culturale, dalle profonde implicazioni politiche che, secondo un punto di vista slavofilo, mirava a identificare un'area dell'Europa centro-orientale omogenea secondo parametri etnici e culturali. Quest'analisi prendeva le mosse dalla definizione del dualismo europeo esistente tra la parte occidentale del continente, costituita dal mondo romano-latino-cattolico e caratterizzata, nell'epoca più recente, dall'evoluzione dei grandi stati nazionali, e quella orientale, bizantino-slavo-ortodossa, vista come un'unica entità etnica, fondata sull'affinità linguistica e sulla intensità dei rapporti reciproci tra le sue componenti. La linea di "confine" è stata posta dalla maggioranza degli studiosi, confermati in ciò anche dalla storiografia più recente, sulla linea tracciata dall'Elba-Saale, dal Leitha e poi, sempre più a sud, dai confini occidentali dell'antica Pannonia[7]. All'interno dell'area slava, inoltre, si è resa necessaria un'ulteriore specificazione, che prende in considerazione uno dei fattori fondamentali nella differenziazione dell'evoluzione europea, che risale allo Scisma tra Roma e Bisanzio: la confessione religiosa. Così se l'Oriente europeo è contraddistinto dalla diffusione dell'Ortodossia, l'area centrale del continente è popolata da nazioni slave, ma riconquistate al Cattolicesimo e strettamente legate alla storia dell'Occidente. I cechi e gli slovacchi si trovano appunto in questa particolare situazione intermedia che evidenzia un'ulteriore zona culturale nel più vasto ambito est-europeo, che ha come confini orientali il confine russo-polacco, i Carpazi orientali e più a sud la regione del basso Danubio .

Alla vigilia della prima guerra mondiale i sostenitori dello slavismo avevano la tendenza ad attenuare le divisioni all'interno della "Slavia" per sottolineare il peso dell'elemento slavo nell'area danubiana e balcanica; tale orientamento aveva trovato maggiore affermazione dopo che, nel 1867, il Compromesso austro-ungarico aveva posto gli slavi in una condizione di minorità rispetto agli altri due grandi gruppi etnici presenti nell'area. Le teorie dell'epoca non prevedevano, peraltro, la costituzione di Stati nazionali autonomi, ma valutavano gli equilibri esistenti tra le potenze che si affacciavano nell'area come occasioni per trovare spazi per affermare la propria peculiarità etnica.

Jaroslav Bidló , esponente della tesi slavofila, di nazionalità ceca, proponeva una schematizzazione della storia slava nella quale la Monarchia asburgica, nei secoli XVII e XVIII, aveva svolto il ruolo di protettrice delle piccole nazioni dell'Europa centro-orientale dalla pressione ottomana e nell'epoca più recente si poneva come barriera al Drang nach Osten prussiano. Se, come Bidló si augurava, l'Austria fosse riuscita ad elaborare una politica estera autonoma dalla Germania, si sarebbe anche potuta proporre come controparte della Russia, per giungere ad una sistemazione concordata dell'area balcanica. Lo storico ceco non indulgeva, però, nella visione della Russia come guida politica e culturale dei popoli slavi - programma che era considerato politicamente valido da esponenti politici cechi quali, ad esempio, Kramář, Dürich, Klofač - poiché riteneva l'Impero zarista più arretrato del resto d'Europa ma sulla via di un progresso che si sarebbe realizzato nella forma dell'occidentalizzazione. La nazione ceca rappresentava, in questa ottica, una zona di frontiera tra l'Occidente progredito e l'Oriente in via di sviluppo, permeata dalle influenze provenienti dai due mondi che si risolvevano in una situazione privilegiata di ricchezza culturale e materiale della Boemia rispetto ad altre nazioni dell'Est europeo . Nel contempo, però, la potenza russa svolgeva anche un importante ruolo di contraltare al germanesimo. La visione di Bidló rientrava, dunque, nell'ambito delle tesi austroslave, propugnate da Palacký già dal 1848, che concepivano la Monarchia asburgica come una necessità politica per i gruppi etnici che popolavano l'Europa centro-orientale. Questi, non sufficientemente maturi e robusti per una vita statale indipendente, sarebbero facilmente ricaduti sotto la dominazione del colosso germanico o di quello russo, e tale situazione avrebbe costituito una grave minaccia ai delicati equilibri dell'area danubiano-balcanica. Solo all'interno della cornice imperiale, eventualmente riformata in modo da costituire una federazione di nazioni con uguali diritti, le popolazioni slave avrebbero potuto modernizzarsi e assicurare la propria identità nazionale contro le minacce russe, magiare e tedesche.

All' "austroslavismo" si opponevano le tesi di quanti guardavano alla Russia come naturale protettrice e guida delle popolazioni slave, in virtù delle affinità linguistiche, rilevate dagli studi filologici tipici delle prime fasi dei movimenti di Risorgimento nazionale, e delle affinità spirituali, messe in evidenza dagli studi di filosofia della storia basata sulle teorie di Herder che riscontrava nell'insieme dei popoli slavi quelle caratteristiche comuni di lingua, scrittura, tradizioni popolari che costituivano i tratti comuni e più profondi, perché inconsci, di una stessa appartenenza nazionale[11].

Il panslavismo si contrappone alle teorie di Bidló circa la modernizzazione della Russia mediante una progressiva occidentalizzazione, teorizzando l'esistenza di modelli di sviluppo peculiari del mondo slavo e sviluppando una polemica contro tutto ciò che giunge dall'Ovest, visto come una minaccia alle tradizioni slave.


Le autorità austriache, sebbene avvertissero nettamente il travaglio delle nazionalità al suo interno, avevano comunque intrapreso la strada delle riforme democratiche: nel 1906 era stato concesso il suffragio universale affinché i voti delle masse cattoliche e socialiste riequilibrassero la pressione esercitata dai vari gruppi etnici. Il passo era stato compiuto nella speranza che un voto dato secondo criteri di classe avrebbe provveduto a frazionare i movimenti nazionalisti al loro interno, concentrando l'attenzione sulle questioni sociali. Tale risultato non era però stato raggiunto, i contrasti tra le varie nazionalità e tra esse e il potere centrale erano sempre al centro del dibattito politico e la ricerca di altre soluzioni che rinsaldassero la posizione del governo era aviata, anche se era chiaro in partenza che qualsiasi progetto di riforma fosse stato proposto, esso sarebbe andato incontro alle aspirazioni di alcuni, ma avrebbe senz'altro suscitato le proteste di altri[12].

Grazie al suffragio universale la delegazione ceca contava circa un quinto dei deputati del parlamento, organizzati in vari partiti. Tra questi i maggiori erano l'Agrario e il Radicale - che stavano soppiantando i partiti dei Giovani e dei Vecchi Cechi e che raccoglievano i voti dei contadini e della piccola borghesia, basi popolari del movimento ceco - il partito Socialdemocratico, organizzatosi già dal 1880, con la progressiva industrializzazione della regione, ed il partito Progressista che, sebbene numericamente poco rilevante, propugnava programmi autonomistici tra i più radicali ed era condotto da Tomás Garrigue Masaryk, una tra le personalità più autorevoli della Boemia, destinato a ricoprire un ruolo della massima importanza nel processo di formazione dello Stato cecoslovacco.



1.2 Atteggiamento ceco e slovacco nei confronti della guerra


Nonostante la costante insoddisfazione per la politica imperiale, fino allo scoppio della guerra gli unici progetti di separazione dall'Austria-Ungheria erano, dunque, quelli proposti dai panslavisti filorussi che, in qualche caso, avevano anche provato a ricercare contatti con il governo zarista, per dichiarargli la propria fiducia e chiedere la sua cooperazione nel caso si fossero create circostanze favorevoli ad un mutamento della situazione nell'Europa centro-orientale[13] . La stragrande maggioranza del mondo politico boemo, comunque, si collocava nella corrente del cosiddetto "austroslavismo" e guardava all'Austria-Ungheria come ad una struttura antiquata e costrittiva, ma anche come ad una necessità politica per i gruppi etnici che popolavano l'Europa centro-orientale, non sufficientemente maturi e robusti per una vita statale indipendente dai colossi russo e germanico. Perciò i progetti per migliorare le condizioni dei cechi formulati da costoro si situavano all'interno della cornice imperiale, che si sperava di poter migliorare attraverso la trasformazione in uno stato federale, le cui componenti, costituite dalle diverse nazionalità, sarebbero state dotate di istituzioni politiche proprie e avrebbero goduto di un'ampia autonomia.

La guerra giunse abbastanza inattesa dal mondo politico ceco: Edvard Benes, discepolo di Masaryk, che durante il conflitto collaborava con il maestro per perorare la causa ceca presso i governi dell'Europa Occidentale, raggiungendo una posizione di primaria importanza tra gli esponenti cechi, dichiarerà che nel 1914 non escludeva un possibile conflitto anglo-germanico, a causa della concorrenza commerciale serrata tra le due potenze, ma riteneva improbabile che Austria e Russia si facessero coinvolgere, viste le minacce interne di tipo nazionalistico e sociale, dalle quali erano agitate[14].

I leaders politici cechi, e ancor di più quelli slovacchi, furono, così, colti impreparati e mostrarono un atteggiamento non omogeneo nei confronti della guerra incipiente: la maggior parte di essi non mise, comunque, in discussione la lealtà nei confronti dell'Impero austroungarico.

Anche chi, come Masaryk e, più tardi, Kramář sceglierà di attuare una politica avversa all'Austria-Ungheria, nel 1914, non aveva ancora preso una netta posizione antiasburgica[15]. I due, che all'epoca erano considerate le personalità più autorevoli della Boemia e che rappresentavano in modo emblematico le due correnti di pensiero diffuse nei paesi cechi, l'una austroslava e filoccidentale, l'altra panslavistica e russofila, non erano ideologicamente contrari all'esistenza di un organismo sovranazionale, che aveva svolto sino a quel momento un indubbio ruolo di civilizzazione e di propulsione economica nella zona danubiana, ma si erano resi conto dell'incapacità del governo imperiale di adeguarsi alla nuova situazione che il risveglio nazionale dei popoli slavi stava creando. Sia il partito dei Giovani Cechi, guidato da Kramář sia quello "realista" di Masaryk avevano come rivendicazioni più estreme il primo l'autogoverno della Boemia giustificato dal diritto storico che le veniva dall'essere stato un regno indipendente, il secondo la trasformazione federale dello stato secondo criteri etnici, da istituire su basi democratiche, due progetti dunque che non implicavano necessariamente la scomparsa dell'Impero .

La popolazione boema, in generale, non era affatto entusiasta del conflitto: nel sentire comune, una guerra combattuta contro le popolazioni slave della Serbia e della Russia, era considerata quasi una guerra civile, che non avrebbe certamente giovato alla causa slava, ma che, se vinta dall'Impero asburgico e dal suo alleato tedesco, avrebbe esteso ancora di più l'egemonia germanica sull'Europa e, soprattutto, sulla stessa Austria, comprimendo sempre di più i diritti e le libertà dei popoli non germanici.


Al fronte, i soldati cechi e slovacchi, sebbene combattessero coraggiosamente, cominciarono ad essere sospettati dagli alleati tedeschi di ogni tipo di crimine, a causa della comune razza slava con il nemico che li faceva considerare poco affidabili. Si cominciarono così a sfruttare le latenti tensioni etniche inevitabilmente presenti in un esercito multinazionale, trasformando gli slavi in un capro espiatorio delle disfatte al fronte, evitando che l'insoddisfazione dei soldati si riversasse contro i vertici militari e ne mettesse in evidenza l'effettiva incompetenza e la scarsa capacità organizzativa. Quando poi, a causa delle sconfitte sul fronte russo, l'area di guerra si estese alla Moravia, la campagna calunniatoria nei confronti dei cechi si fece sempre più incalzante e giunse al punto di utilizzare motivazioni a volte palesemente pretestuose per arresti ed esecuzioni per tradimento di molti boemi[17] .

Le voci sulle defezioni sul fronte russo furono esagerate dai comandi austriaci per nascondere la reale situazione militare in oriente, che si stava deteriorando, ma ciò creò una sorta di "circolo vizioso", poiché per molti soldati si prospettò un'alternativa, alla quale si sentivano incoraggiati dalle notizie sulla vastità del fenomeno. Il verso aggiunto dai soldati alla canzone popolare Hej Slovenj: "noi marciamo contro la Russia, ma nessuno sa il perché" dimostra la scemata combattività dei cechi e degli slovacchi ed è emblematico del loro sentimento di indifferenza e distacco verso gli obiettivi della guerra austriaca[18]. Si moltiplicarono così i casi di insubordinazione delle truppe: interi reggimenti tentarono rivolte contro i comandi asburgici o si rifiutarono di marciare contro il nemico slavo, subendo repressioni sanguinose da parte delle truppe germaniche fedeli all'Impero.

Gli episodi più eclatanti si svolsero a partire dal settembre 1914, quando, cioè, l'avanzata russa si spinse nei territori dell'Impero. La Russia era consapevole delle aspirazioni indipendentistiche che serpeggiavano, fin dall'inizio della guerra, in alcuni ambienti boemi e non esitava a sfruttare l'entusiasmo che un possibile aiuto russo alla causa ceco suscitava. Il governo zarista era stato, ad esempio, il primo ad autorizzare la costituzione di una legione in cui si erano arruolati i volontari cecoslovacchi, così come aveva inaugurato una sorta di "politica delle nazionalità", stampando un appello i popoli dell'Austria-Ungheria ad accogliere le truppe russe come liberatrici in nove lingue, affinché giungesse alle varie componenti etniche dell'esercito, sollecitando il loro sentimento nazionale.

Gli episodi di rese, ammutinamenti e diserzioni culminarono nel teatrale scioglimento del 28° reggimento di fanteria di stanza a Praga, intitolato al Re d'Italia, "Vittorio Emanuele II", che nell'aprile 1915 passò in massa al nemico. Questo avvenimento ebbe una vasta eco e rese noto all'opinione pubblica europea che i cechi cominciavano ad assumere una posizione, autonoma rispetto all'Impero, nei confronti della guerra. In patria "l'approvazione del passaggio del 28° reggimento al nemico" costituì un nuovo reato a causa del quale la popolazione veniva imprigionata e condannata, anche alla pena capitale[19].

Questo accanimento non ebbe altro risultato che di deteriorare ulteriormente l'atteggiamento, mai particolarmente entusiasta, dei cechi nei confronti della guerra. Così, dopo essersi augurati sin dall'inizio del conflitto una rapida vittoria degli Imperi Centrali, gli slavi della Monarchia cominciarono ad aderire a quella che venne definita la 'policy of two irons': qualunque fosse stato l'esito della guerra, sarebbe potuto rivelarsi una vittoria per i cechi e gli slovacchi. Ciò significava prendere in seria considerazione la possibilità che l'Impero asburgico perdesse la guerra: anzi, man mano che il tempo passava e metteva in evidenza le sempre maggiori difficoltà incontrate dall'Austria, la prospettiva di una sconfitta diveniva più attraente di quella della vittoria per i popoli che si definivano sottomessi all'Austria-Ungheria. Infatti, se la maggioranza degli esponenti politici cechi continuò, per quasi tutta la durata della guerra, ad esprimere il suo lealismo attraverso numerose manifestazioni e dichiarazioni, una esigua minoranza puntò decisamente sulla vittoria dell'Intesa e sulla dissoluzione dell'Impero asburgico[20].

Superato un primo momento di confusione e sorpresa, dunque, le scelte degli esponenti politici boemi e slovacchi cominciarono a delinearsi e, in questa evoluzione, ebbero un peso notevole le notizie sulle truppe che si rifiutavano di combattere: la condotta dei soldati, che era spontanea e non pilotata in nessun modo dai leaders politici, costituì un elemento del tutto inatteso che rese i progetti antiasburgici di alcuni boemi più concreti e realizzabili. Seppure esistevano le profonde differenze tattiche, per le quali solo un piccolo drappello di estremisti assunse sin dai primi mesi di guerra un atteggiamento "sleale" agli Asburgo, tutti i maggiori partiti cechi, i Giovani Cechi di Kramář, il Partito agrario di Svhela, il Partito nazional-socialista di Klofač e quelli sostenuti da democratici radicali, come quello di Masaryk, speravano, con una intensità variabile, che al termine del conflitto la Boemia avrebbe raggiunto l'indipendenza. Tra le formazioni che godevano di un sostegno di massa solo la socialdemocrazia, in ossequio ai postulati internazionalisti e pacifisti, era contraria all'indipendenza della Boemia, e continuava a sostenere la necessità dell'esistenza della Monarchia poiché essa assicurava un'unità economica a regioni con un'economia complementare. La conservazione di tale sistema avrebbe avvantaggiato le classi operaie in generale, e le zone più industrializzate in particolare.[21]

Coloro che decisero di agire attivamente sin dal 1914 per realizzare lo Stato cecoslovacco indipendente scelsero l'emigrazione per poter avere maggiore libertà di azione.



1.3 I protagonisti della campagna per l'indipendenza cecoslovacca


Tomás G. Masaryk[22], assurto ad eroe della liberazione nazionale cecoslovacca, è una figura di intellettuale e di politico che riuscì a conquistare amplissimi consensi per il suo indiscusso valore morale, che lo aveva portato a mettere in gioco il suo prestigio per sostenere, anche a rischio dell'impopolarità, "l'onestà intellettuale" in questioni letterarie (come quando appoggiò la tesi di coloro che denunciavano come falsi alcuni documenti manoscritti che per circa mezzo secolo erano stati ritenuti testimonianze di una cultura ceca di antiche origini, rischiando di essere tacciato di tradimento della patria ceca), politiche (così il "processo di Zagabria", in cui egli intervenne sfidando non solo l'opinione comune dei cechi, ma anche gli stessi poteri costituiti), nonché sociologiche (come avvenne quando Masaryk, sebbene voce isolata, sostenne una campagna contro l'ondata di antisemitismo seguita alla condanna di un giovane ebreo per un presunto assassinio rituale). Il suo riconosciuto spessore morale si accompagnava ad una solida preparazione culturale, raggiunta grazie a studi filologici e filosofici. Egli si accostò al positivismo e si appassionò alle indagini sulla società, che lo condussero alla partecipazione attiva alla vita politica. A Masaryk venne riconosciuta la capacità di calarsi nella lotta politica e di affrontare le problematiche sociali sfruttando la sua sensibilità filosofica. Nel 1900 fondò con i suoi amici il Partito popolare ceco, che più tardi assunse la denominazione di Partito progressista, ed ebbe come organo il giornale "Čas" (Il tempo). Il piccolo partito raccoglieva l'adesione di intellettuali ed aveva un'influenza sugli altri partiti e sull'opinione pubblica non proporzionale al numero limitato di aderenti. La sua azione politica fu così positivamente guidata dagli stimoli che gli provenivano dalla filosofia, della quale Masaryk seppe cogliere le finalità pratiche . Egli aveva lasciato il territorio della Monarchia alla fine del 1914 ma solo un anno dopo, a Ginevra, giunse a dichiarare pubblicamente che egli avrebbe lavorato per la sconfitta dell'Austria-Ungheria nella guerra e per l'indipendenza dei cechi e degli slovacchi nel dopoguerra. Il professore di filosofia dell'Università di Praga, si era reso conto che la guerra sarebbe potuta diventare l'elemento che avrebbe costretto il popolo ceco a scegliere in modo definitivo il proprio destino: combattendo al fianco dell'Austria, avrebbe accettato una volta per tutte di adeguarsi alla politica asburgica, che, nel caso di vittoria, non sarebbe stata sicuramente riconoscente, approfittando piuttosto del rinnovato prestigio che ne avrebbe ricavato per imporsi con maggiore autorità su chi dissentiva; se invece i boemi avessero scelto di opporsi al governo imperiale, organizzando una rivoluzione nel momento di disordine creato dal conflitto, difficilmente l'Austria, eventualmente aiutata dalla Germania, avrebbe avuto difficoltà a reprimerla. La scelta di Masaryk cadde su una terza opzione che accordava a cechi e slovacchi la dignità di cittadini di uno Stato indipendente, in virtù del diritto storico del Regno di S. Venceslao, (anche se momentaneamente occupato da un altro), e consisteva nello sfidare l'Austria-Ungheria, conducendo una vera e propria guerra al fianco dell'Intesa. Dal momento in cui questa scelta si delineò, Masaryk ed i suoi più stretti collaboratori, misero in atto un frenetico lavorio diplomatico diretto alle Potenze dell'Intesa, affinché esse si persuadessero della validità del progetto cecoslovacco di costituire uno Stato nazionale e lo facessero proprio.

Uno dei maggiori meriti della leadership cecoslovacca fu proprio quello di avere l'umiltà di comprendere la necessità di affidare il suo ambizioso progetto alle armi occidentali, cercando la complicità e il supporto dell'Intesa.

Nelle fasi iniziali del conflitto i politici boemi non si trovarono subito d'accordo sulla linea diplomatica da seguire: ad esempio, Kramář, esponente del Partito dei Giovani Cechi, aveva sempre inclinato verso una visione panslava, che lo portava a guardare alla Russia come l'alleato naturale dei progetti cecoslovacchi, confidando in una liberazione che sarebbe giunta con l'esercito zarista[25]. Masaryk, anch'esso profondo conoscitore della Russia ma più realista di Kramář circa la possibilità che lo zarismo potesse svolgere la funzione di liberatore di popoli, ritenne che i piani cechi potessero essere accolti con un più sincero interesse nei Paesi che dimostravano il loro rispetto per i diritti delle popolazioni già nelle istituzioni interne: giudicò quindi più utile rivolgere i propri sforzi verso le democrazie occidentali. La leadership di Masaryk si rinsaldò man mano che la strategia da lui indicata si rivelava la più efficace. Tra gli emigrés cecoslovacchi ci furono altri personaggi che si candidarono a rappresentare il movimento ceco fuori dai confini dell'Impero: Josef Dürich, il capo del Partito agrario, ad esempio, dalla Svizzera reclamò per sé e per il proprio gruppo la guida del movimento; ma Masaryk, che godeva di maggiore prestigio nei Paesi alleati, presso i quali avrebbe potuto esercitare una più efficace influenza, si rifiutò di sottostare alle direttive di Dürich.

I primi passi di Masaryk consistettero nell'intensificare i contatti con intellettuali occidentali suoi amici. Nell'ottobre del 1914 era a Rotterdam per incontrare in segreto Robert Seton-Watson e Henry Wickham Steed, inglesi, e negli stessi giorni scriveva a Ernest Denis, francese, intellettuali dediti allo studio delle realtà dell' Europa orientale.

Rientrato a Praga, Masaryk organizzò riunioni con i suoi amici del Partito progressista per illustrare loro le sue opinioni e i suoi progetti in relazione alle notizie che riceveva dall'estero e tramite i contatti con persone addentro agli ambienti militare e governativo di Vienna[26], circa l'andamento della guerra, il comportamento dei soldati cechi, le misure restrittive delle libertà adottate dal governo imperiale. Questi meetings, per mezzo dei quali Masaryk istruiva i suoi collaboratori più fidati sugli obiettivi politici e diplomatici che intendeva perseguire, rappresentarono la prima fase dell'importantissima opera di strutturazione dell'organizzazione, chiamata Maffia, (anche per la segretezza che la doveva caratterizzare), a cui avrebbero fatto riferimento i partigiani dell'indipendenza cecoslovacca. In quelle settimane si pianificarono i modi di comunicazione tra chi avrebbe svolto i suoi compiti in patria e chi avrebbe propagandato il progetto indipendentistico all'estero. La Maffia si rivelò una struttura efficace e solida che avrebbe fatto la differenza tra l'organizzatissimo movimento cecoslovacco e quelli, non supportati da un tale apparato logistico, delle altre nazionalità dell'Europa dell'est.

A dicembre Masaryk era nuovamente all'estero, in Italia, dove cominciò a rinsaldare i rapporti con le altre popolazioni slave del sud dell'Impero, tramite i loro esiliati, tra i quali Supilo[27] e Trumbić ed ebbe contatti con le ambasciate russa e francese e con la Santa Sede. Questo viaggio si trasformò, dal febbraio 1915, in un esilio, poiché il professore di filosofia venne messo in guardia dai suoi collaboratori sul rischio che avrebbe corso rientrando in patria dove era ormai ricercato dalla polizia.

In quel periodo, infatti, si era insediato al governo delle province boeme il conte Coudenhouve che si mostrò subito molto più intollerante del suo predecessore, il principe di Thun, e che scatenò una campagna di arresti che coinvolsero, tra gli altri, Kramář.

Provvidenzialmente, alcuni fra i più efficienti collaboratori di Masaryk riuscirono a fuggire all'estero prima che la polizia austriaca li fermasse. Tra questi vi era Edvard Benes che, allievo di Masaryk all'Università di Praga, aveva seguito nei suoi studi gli stessi percorsi del suo maestro ed era giunto per la stessa via ad interessarsi alle realtà sociali e politiche. Quando aveva deciso di intraprendere l'attività politico, aveva scelto di aderire al Partito progressista.

Nelle sue memorie, egli dichiarerà che, allo scoppio della guerra, non aveva avuto la minima esitazione nell'interpretare il conflitto come l'occasione di rinascita nazionale per la Boemia, e nel decidere di agire per contribuire all'indebolimento della Monarchia asburgica. Quando, nell'autunno 1914, si compose il gruppo che faceva capo a Masaryk, Benes ne entrò a far parte e ben presto divenne il più stretto e fidato collaboratore del suo maestro. Da quel momento la cooperazione tra i due fu continua ed efficacissima, grazie alla perfetta omogeneità di vedute che li accomunava[28]. Per schematizzare il rapporto che si instaurò tra Masaryk e Benes la storiografia riporta spesso l'immagine della "mente" e del "braccio ", con la quale si vuole evidenziare il contributo ideologico come apporto preminente del primo al movimento indipendentista ceco (sebbene Masaryk sia stato anche, naturalmente, organizzatore e diplomatico), e sottolineare, invece, le capacità di Benes, meno carismatiche ma più concrete, di giostrarsi tra le diplomazie europee con un'abilità ed un'intraprendenza maggiore, giungendo a mettere in atto, quando necessario, strategie piuttosto ambigue, prodotte da un calcolo politico scevro da vincoli ideali o morali.

Fra le due guerre mondiali Benes fu in continuità alla guida della politica estera cecoslovacca e poi presidente della Repubblica fino al 1948. Nel settembre 1915 egli si vide costretto a lasciare il territorio dell'Impero e pose la sua base operativa a Parigi, da dove fornì un complemento decisivo all'opera del suo capo, Masaryk, coadiuvato in ciò dall'altra figura che si rivelerà estremamente efficiente nelle fasi che condussero alla fondazione dello Stato cecoslovacco, Milan R. Stefánik[29]. Questi, slovacco di Kosarisk, intraprese i suoi studi superiori presso il Politecnico di Praga, appassionandosi all'astronomia. Insoddisfatto, però, del solo sapere tecnico, frequentò anche i corsi di filosofia presso l'Università ceca, dove ebbe modo di assistere alle lezioni tenute dal professor Masaryk. Dopo aver conseguito la laurea, le sue ambizioni scientifiche lo portarono a Parigi, dove poté intraprendere la carriera di scienziato all'osservatorio astronomico di Meudone. Per motivi professionali compì spedizioni in innumerevoli località di tutto il mondo. Acquisita la cittadinanza francese, allo scoppio della guerra volle partecipare alla lotta contro l'Austria-Ungheria arruolandosi volontario nell'aeronautica. La sua abilità di pilota gli permise di scalare velocemente i gradi militari, e le sue idee per migliorare i servizi aeronautici lo misero in evidenza presso gli alti comandi francesi.

La volontà di combattere contro il governo che dominava la sua regione natale rappresentò la scelta conseguente all'atteggiamento patriottico che Stefánik aveva sempre manifestato, cercando di far conoscere, già da prima della guerra, la situazione di sistematico "spiritocidio" - espressione mutuata da Tolstoj, come riporta Ďurica - a cui era sottoposta la Slovacchia dal governo magiaro, realtà pressoché ignorata in occidente. Arruolatosi nel gennaio del 1915, concepì da subito l'idea di una cooperazione tra i popoli slavi per ribellarsi contro l'Impero asburgico, schierandosi con le potenze dell'Intesa; nel dicembre dello stesso anno avrà modo, per la prima volta, di confrontare i propri progetti con quelli che stavano cominciando ad attuare Masaryk e Benes. Nell'ambito del "triumvirato" cecoslovacco egli rappresentò un importante anello di collegamento tra gli ambienti politicamente influenti francesi e italiani, in cui era ben introdotto, e i rappresentanti cecoslovacchi che, grazie a lui, poterono incontrare eminenti personalità dei due Stati dell'Intesa.

La perfetta sintonia che caratterizzò i rapporti tra Masaryk e Benes non coinvolse Stefánik, che mantenne sempre delle posizioni autonome. Se però a Masaryk egli avrebbe sempre fatto riferimento come ad una figura paterna, i rapporti, anche personali, con Benes sarebbero stati più complessi per le profonde divergenze di opinioni e di carattere che dividevano i due. Lo stesso Benes narra che c'erano molti punti sui quali egli non era d'accordo con Stefánik, così come Stefánik, a sua volta, non condivideva quasi nulla con Benes, ma precisa anche come queste divergenze non ostacolarono il raggiungimento del comune obiettivo[30]. La fidanzata di Stefánik, Giuliana Benzoni, nelle sue memorie, riferisce la considerazione che il suo compagno aveva dei colleghi riportando la definizione "mon père" assegnata a Masaryk e quella di "contabile" a Benes, emblematica di quelle che sono state generalmente riconosciute come sue principali caratteristiche: pedante, diligente, equilibrato, "forse un po' calcolatore", l'opposto di Stefánik anche a detta dello stesso Benes. La loro diversità diede luogo a scontri e conflittualità in varie occasioni . Il periodo più difficile della collaborazione tra i due allievi di Masaryk fu, comunque, quello successivo alla proclamazione dell'indipendenza cecoslovacca, avvenuta nell'ottobre 1918, prolungatosi durante i mesi della Conferenza della pace, sino alla morte di Stefánik, il 4 maggio 1919, sulla quale gli storici non sono riusciti a fare piena luce.



Ripercorrere gli anni in cui si tracciarono le sorti della Repubblica cecoslovacca tende a mettere in evidenza una caratteristica piuttosto singolare della conquista dell'indipendenza: i risultati ottenuti giunsero non tanto per la pressione del popolo ceco e slovacco, inquadrati in una istituzione statale come l'Impero austroungarico, sempre più repressivo con l'aumentare delle difficoltà da affrontare al fronte e dei fermenti indipendentistici provenienti dal suo interno, quanto grazie all'opera di poche personalità che si resero conto di dover sfruttare la situazione internazionale con un'abile azione diplomatica, affidando i destini della loro nazione ad altri governi, vincendone via via tutte le resistenze e conquistandoli alla loro causa.


Colui che viene ritenuto l'autore delle basi teoriche del movimento, Tomás G. Masaryk, fu il primo a pubblicizzare i suoi progetti politici che miravano all'indipendenza cecoslovacca mediante la sconfitta austriaca nella guerra europea. Una prima formulazione compiuta degli obiettivi che Masaryk intendeva perseguire attraverso l'attività politica all'estero fu il memorandum Indipendent Bohemia, elaborato nell'aprile 1915 su invito del ministero degli Esteri inglese con il quale il filosofo ceco era riuscito a mettersi in contatto. Nel memorandum, che venne diffuso anche tra i diplomatici francesi e russi, Masaryk esponeva un quadro ideale circa la sistemazione dell'Europa centrale e orientale che, secondo le sue speranze, le Potenze dell'Intesa avrebbero potuto attuare dopo aver conseguito la vittoria nella guerra: la nascita di uno Stato ceco indipendente, formato dal territorio della Corona di San Venceslao e dalla Slovacchia, con un confine in comune con la Russia, la ricostituzione della Polonia e l'ampliamento della Serbia. I nuovi Stati sarebbero stati la barriera contro l'espansionismo tedesco verso i Balcani e il Medio Oriente.

Circa la sistemazione politica della Boemia Indipendente, Masaryk pensava ad una monarchia costituzionale e democratica e prospettava le varie possibili soluzioni circa la scelta del sovrano: egli avrebbe preferito che la corona fosse affidata ad un principe occidentale, ma non escludeva le alternative di un unione personale con il trono serbo o di un Romanov come sovrano boemo[32].



1.4 Fasi iniziali della propaganda all'estero


Il 1 maggio del 1915 usciva, a Parigi, il primo numero della rivista "La Nation tchèque", la cui direzione fu inizialmente affidata da Masaryk a Ernest Denis[33], un intellettuale francese che aveva dedicato gran parte della sua attività alla Boemia; la pubblicazione, durante gli anni del conflitto, sarebbe stata uno strumento di propaganda dei programmi indipendentistici cechi ed una fonte di informazione sul mondo cecoslovacco. La sua direzione sarebbe passata, nel giugno del 1917, a Benes, mentre Denis continuò a sostenere la causa slava in una nuova rivista "Le Monde Slave" che mirava a propugnare il diritto all'indipendenza delle popolazioni slave in generale. Con la sostituzione al vertice, "La Nation tchèque" cambiò anche il taglio dell'informazione fornita, trasformandosi da strumento per la diffusione della cultura boema a organo del Consiglio Nazionale dei Paesi cecoslovacchi, costituitosi nel frattempo, di cui inoltre pubblicizzava l'azione politica, militare e diplomatica .

Grazie ai finanziamenti che seppe sollecitare, soprattutto in America, Masaryk poté attuare anche il progetto di pubblicare una rivista ceca, apertamente antiasburgica, la "Československá samostatnost" (L'indipendenza cecoslovacca), diretta da Lev Sychrava, il cui primo numero fu edito nel agosto 1915[35]. Il giornale, che avrebbe dovuto coordinare le idee e le azioni fra i cecoslovacchi all'estero, ebbe vita breve a causa delle difficoltà finanziarie, e la sua eredità fu raccolta da "La Nation tchèque''. Un altro strumento per la diffusione di notizie e progetti sulla futura Cecoslovacchia sarà la rivista "The New Europe", edita in Inghilterra, anche questa grazie allo spirito di iniziativa di Masaryk.

Il cinquecentenario della nascita di Jan Hus, nel luglio del 1915, fu reso occasione per una dimostrazione antiasburgica a Ginevra, grazie alla propaganda svolta da Masaryk che, con l'aiuto di Denis, riuscì a collegare la lotta hussita per la libertà religiosa ed intellettuale con la lotta contro il cattolico Impero d'Austria per la libertà nazionale. Questa immagine, che enfatizzava il laicismo e l'attaccamento alla propria cultura, dei boemi, verrà spesso sfruttata dai patrioti per sottolineare la continuità della resistenza ceca attraverso i secoli, mettendone in evidenza l'eroismo quasi mitico .

In ottobre Masaryk partecipò all'inaugurazione della School of Slavonic Studies presso l'Università di Londra, dove accettò di insegnare; in tale occasione ebbe modo di tenere una lezione sulla "Zona delle piccole nazioni", quella parte di Europa compresa tra Germania e Russia, abitata da popolazioni le cui aspirazioni autonomistiche erano pressoché sconosciute, o quantomeno sottovalutate, dall'opinione pubblica occidentale.[36]

Il primo compito del triumvirato cecoslovacco, composto da Masaryk, Benes e Stefánik, e dei loro collaboratori fu infatti quello di far conoscere la realtà boema all'Europa e all'America, che ignoravano l'esistenza di gruppi con storia, tradizioni e maturità politica profondamente differenti nel grande contenitore asburgico[37]. L'opera propagandistica cominciò, già nei primi mesi del '15, a dimostrare la sua efficacia, come risulta dalle organizzazioni filocecoslovacche sorte nei Paesi che più direttamente erano investiti dall'opera degli emigrés e dove le colonie ceche e slovacche erano più numerose: in Francia si organizzarono in un Comitato della colonia e dei volontari cechi e una Lega franco-ceca, in America un Comitato dei Cechi d'America a New York, una Lega slovacca a Pittsburgh, una Unione Nazionale boema a Chicago; in Russia un Comitato ceco di Mosca, un Comitato ceco d'azione a Pietroburgo; in Inghilterra un Comitato ceco a Londra; in Svizzera l'Unione delle associazioni ceche della Svizzera a Zurigo; in Serbia, ancora non occupata, un'Unione dei Cecoslovacchi in Serbia[38]

Nel luglio 1915, le forze cecoslovacche furono concordi nel ritenere opportuno che si procedesse all'organizzazione di strumenti di coordinamento tra tutte queste associazioni, ed il primo passo in questa direzione fu attuato in ottobre con la fusione delle due leghe francesi in una sola Unione, esempio di accentramento che fu seguito anche negli altri Paesi. Per raggiungere questo risultato fu necessario ricomporre le controversie che sorsero in quegli Stati in cui le varie organizzazioni avevano autonomamente adottato orientamenti politici differenti. Altre rivalità sorsero nel momento in cui si dovette scegliere, per ogni nazione in cui il movimento ceco era attivo, il centro direttivo, poiché ogni gruppo rivendicava per sé il ruolo di guida. In America la concorrenza tra l'associazione di New York e quella di Chicago si risolse a favore della seconda, che venne riconosciuta il "quartier generale" del movimento cecoslovacco d'America, in seguito ad un incontro svoltosi a Cleveland. Durante questa manifestazione, alla quale partecipò anche la Lega Slovacca, avvenne una delle prime dichiarazioni delle rappresentanze delle due nazionalità che "proclamavano la necessità di una Unione dei Cechi e Slovacchi' in una confederazione di Stati con completa autonomia per la Slovacchia".

Affinché il progetto di coordinamento prendesse completamente forma fu necessario attendere il giugno del '16, quando fu costituito il Consiglio Nazionale dei Paesi cechi.


Il 15 novembre 1916 era reso pubblico il primo 'Manifesto ufficiale del Comitato d'Azione ceco all'estero' che rappresentò sia una dichiarazione ideologica che un piano d'azione. Oltre ad annunciare la nascita del centro rivoluzionario all'estero capeggiato da Masaryk, il documento ripercorreva la storia del popolo boemo, soffermandosi sulle guerre hussite, che erano presentate come un evento analogo a quello che stava per realizzarsi, di rottura totale con l'autorità costituita. Infatti il manifesto dichiarava, nel modo più compromettente mai osato fino ad allora, che il popolo cecoslovacco si augurava ormai la sconfitta asburgica, non riponendo più alcuna fiducia nella dinastia che, piuttosto che cercare accordi pacifici per superare gli scontri tra nazionalità nell'Impero, aveva, di fatto, "abdicato con la sua sottomissione agli Hohenzollern"[40]. "Nessun compromesso più, nessuna mezza misura! Prima della guerra i vari partiti politici cechi perseguivano la trasformazione del dualismo austro-ungarico in una monarchia federalista, la quale avrebbe garantito alle varie nazioni dello Stato una larga autonomia e il rispetto dei loro diritti essenziali. Oggi questa soluzione bastarda è divenuta impossibile. Condannando i nostri figli e i nostri fanciulli a marciare contro i nostri alleati naturali, sforzandoci ad armarci contro gli altri Slavi, gli Absburgo hanno spezzato gli ultimi legami che a loro ci tenevano uniti.

Ciò che noi oggimai rivendichiamo, è uno Stato cecoslovacco completamente indipendente"[41], Stato che avrebbero ottenuto solo dalla vittoria alleata, la quale avrebbe reso indipendente l'intero popolo cecoslovacco, liberando dalle truppe imperiali e riunendo sotto un unico governo Boemia, Moravia, Slesia austriaca e Slovacchia. Era dunque espresso anche il progetto di unione dei Paesi cechi con la Slovacchia, a testimonianza del fatto che a questo risultato si mirava sin dalla prima proclamazione ufficiale degli intenti dei boemi.

Il documento dichiarava di parlare anche a nome di quanti, risiedendo nei confini dell'Impero, non potevano liberamente esprimere la loro adesione, ed esprimeva ciò che unanimemente pensavano i fuoriusciti. I firmatari erano infatti i leaders delle leghe e associazioni filocecoslovacche che facevano capo al Comitato d'Azione con sede a Parigi: Dürich, Bohumil Čermak, B. Pavlů, Antonín Veselý, Ludvik Fisher, Karel Pergler, Frantísek Kupka, Emanuel Voska, Jan Sýkora, Frantísek Kupecký.

Il manifesto terminava con un appello: "Alla Russia, grande nazione slava, all'Inghilterra, che per la prima ha stabilito le leggi di governo della nazione per la nazione, all'Italia di Cavour, di Mazzini e di Ferrero, alla Francia della Rivoluzione, la Boemia affida i suoi destini"[42], appello che non rimase inascoltato. Cicli di conferenze sul mondo slavo furono organizzati presso le università di Parigi e Londra, costituendo spazi offerti a Masaryk e Benes per fare propaganda ufficiale. Il parlamento francese, inoltre, nella seduta del 22 aprile 1916, approvò un progetto di legge sui limiti dei canoni di locazione ed indicava nel suo testo come beneficiari dello stesso, accanto ai Francesi, i sudditi dei paesi alleati, polacchi, alsaziani e lorenesi, cechi ai quali per la prima volta un paese Alleato riconosceva dignità di nazionalità autonoma.

Nel febbraio 1916 il Comitato d'Azione si trasformò finalmente in Consiglio Nazionale dei Paesi Cechi, che pian piano assunse le responsabilità, le funzioni e poi anche i riconoscimenti di un governo nazionale in esilio, composto da Masaryk in qualità di presidente, Dürich di vice presidente, Benes di segretario generale, Stefánik di rappresentante degli slovacchi, presenti in modo minoritario in tutte le organizzazioni filocecoslovacche. La sede del Consiglio fu stabilita a Parigi: da quel momento tutti i boemi e gli slovacchi sparsi nel mondo erano riuniti sotto una direzione unica, che funse da collegamento tra i politici, i prigionieri e i combattenti, sebbene l'organizzazione dovesse utilizzare un piano di divisione dei compiti tra tre centri: uno a Londra, uno a Parigi ed uno a Pietroburgo.

Tutte le associazioni si affrettarono a riconoscere l'autorità del Consiglio di Parigi, tra le altre quella che rappresentava la numerosa comunità di cechi e slovacchi in America, che annoverava anche figure di primo piano dell'alta finanza, il cui appoggio era indispensabile poiché costituivano la più considerevole fonte di sostegno economico per il movimento cecoslovacco all'estero.




1.5 La vicenda dei cecoslovacchi in Russia


Nel quadro di collaborazione tra le associazioni ceche e slovacche all'estero, la sola eccezione fu rappresentata dalle organizzazioni sul territorio russo, tra le quali si accese una grave disputa, sulla linea diplomatica da seguire, che mise a repentaglio l'unità del movimento boemo,. In Russia esisteva un'ala dell'emigrazione boema fortemente russofila che sperava che le regioni ceche e slovacche potessero rendersi indipendenti dagli Asburgo, per unirsi agli slavi governati dai Romanov. Questa corrente diverrà dominante all'interno dell'Unione delle associazioni cecoslovacche in Russia, mentre l'opposizione al panslavimo, che ambiva a creare uno Stato cecoslovacco completamente indipendente, si concentrerà intorno all'organizzazione di S. Pietroburgo. Nell'aprile 1916 si tenne un'assemblea dell'Unione, che mirava a coordinare il movimento russo e che instaurò un Consiglio di governo cecoslovacco, subordinato all'autorità del Consiglio Nazionale ceco di Parigi. L'armonia creatasi tra russofili e nazionalisti era molto precaria e ben presto da parte dei primi giunsero obiezioni alla leadership di Masaryk, accusato di allontanare la nazione boema dalla sua naturale orbita slava per legarne le sorti ai Paesi occidentali[44]. Essi provarono a cercare una figura di leader alternativa e credettero di trovarla in Dürich .

Quando, nel giugno 1916 si rese necessario inviare in Russia un personaggio che ispirasse la massima fiducia agli ambienti della corte per perorare la richiesta di Vondrak, presidente della  Federazione Cecoslovacca, di formare una sorta di esercito composto dai prigionieri di guerra, Dürich si propose per la missione ed ottenne il benestare di Masaryk, poiché se le sue posizioni ideologiche lo rendevano bene accetto agli ambienti russofili dell'emigrazione boema; nello stesso tempo, rappresentando il Consiglio Nazionale ceco, era ben visto dai nazionalisti cechi radicali in Russia. Ciò che gli altri membri del Consiglio Nazionale ignoravano erano però le trattative segrete che Dürich aveva condotto con le autorità militari francesi, alle quali aveva presentato la sua missione in Russia come un modo per reclutare volontari cecoslovacchi da inserire nelle unità russe che combattevano in Francia. Questo progetto era in netto contrasto con l'obiettivo del Consiglio Nazionale di creare delle unità cecoslovacche autonome .

Dopo una breve fase durante la quale sembrò seguire le direttive che giungevano da Parigi, Dürich manifestò di aver aderito alle idee filorusse condivise dal partito reazionario vicino alla corte. Avendo avuto sentore della linea autonoma da lui seguita, il Consiglio cecoslovacco, decise di inviare da Parigi, un altro rappresentante, sulla cui lealtà si poteva fare completo affidamento, Milan Stefánik. I due si contesero il ruolo di rappresentante ufficiale del Consiglio Nazionale dei Paesi Cechi e, quando Stefánik, nel settembre 1916, si trovò isolato poiché aveva manifestato di sostenere la minoranza che si opponeva ai progetti panslavi, sembrò che Dürich fosse considerato più autorevole. Nel momento in cui egli decise di rompere apertamente con l'organo centrale del movimento, creando un Consiglio Nazionale ceco in Russia che era "né più né meno che un pupazzo nelle mani del partito reazionario della corte imperiale"[47], il Consiglio Nazionale sconfessò il suo operato, confermando il suo sostegno a Stefánik, che aveva ritenuto opportuno espellere Dürich dal Consiglio ceco, anche perché la sua compromissione con il regime zarista e con le sue figure più reazionarie non gli avrebbero permesso di avere sufficiente credibilità presso il nuovo governo democratico che aveva preso il potere nel febbraio 1917; la maggioranza dei cecoslovacchi di Russia si mostrò solidale con le scelte del Comitato di Parigi , comprendendo come fosse importante che il movimento non si scindesse.

Il Consiglio ceco pensò di poter approfittare della situazione confusa che si determinò, nei giorni immediatamente successivi, con la caduta dello zarismo, anche in considerazione del fatto che la Rivoluzione di febbraio aveva segnato la fine del movimento di Dürich. Per cogliere questa opportunità si mosse Masaryk, che nel maggio del 1917 si recò in Russia, con l'obiettivo di far autorizzare la creazione di unità militari autonome boeme. Egli invitò i suoi connazionali di Russia a non intromettersi nelle vicende politiche interne russe e, nelle trattative che condusse, seppe sfruttare le circostanze che avevano portato al governo personalità del mondo liberale sue amiche, come Miljukov, capo del partito dei cadetti (costituzional-democratici) e ministro degli Esteri del governo provvisorio, che si erano sempre mostrate sensibili alle aspirazioni delle piccole nazionalità slave; la legione cecoslovacca, inoltre, ampliata fino a raggiungere la consistenza di quattro reggimenti, aveva fatto al responsabile della politica militare russa Kerenskij una buona impressione nella battaglia di Zborov, svoltasi a luglio in Galizia. Questi approvò finalmente il progetto di un esercito cecoslovacco indipendente, ma prima che la nuova armata potesse prendere forma, sarebbero stati necessari lunghi mesi di negoziati per superare gli ostacoli che i burocrati russi continuavano a frapporre. L'abilità diplomatica e la pazienza di Masaryk ebbero la meglio ed il 9 ottobre 1917 il generale Dukhonin accordò definitivamente il permesso di formare un esercito cecoslovacco come un'unità indipendente dall'esercito russo, che si sarebbe posto sotto il comando militare francese ed il controllo politico del Consiglio Nazionale ceco di Parigi[49]. Questa concessione rappresentò il primo riconoscimento da parte di uno Stato estero del ruolo politico che il Consiglio Nazionale ceco si candidava a ricoprire.

Il primo dei due reggimenti che avrebbero composto l'esercito fu pronto il mese successivo; l'esistenza di questa prima forma di esercito cecoslovacco si rivelò utile anche per i collaboratori di Masaryk che lavoravano in occidente, i quali seppero sfruttare abilmente la nuova situazione. Soprattutto con il caos che la nuova ondata rivoluzionaria del novembre 1917 creò nelle file dell'armata russa, e per le incognite sul piano della lealtà verso gli obiettivi iniziali della guerra che il nuovo gruppo dirigente bolscevico riservava, a causa del suo estremismo ideologico, gli emigrati cecoslovacchi ebbero buon gioco a presentare la Legione cecoslovacca come un esercito che sarebbe rimasto comunque fedele all'alleanza con i Paesi occidentali e che quindi poteva costituire un saldo punto di riferimento già stanziato sul territorio russo, utile per qualsiasi piano militare che l'Intesa avesse deciso di preparare. Così anche i governi dei Paesi dell'Europa occidentale ritennero opportuno riconoscere la Legione cecoslovacca come facente ufficialmente parte dell'esercito alleato.

Masaryk sperava di poter ottenere un ulteriore risultato dalla sua missione diplomatica presso il governo russo: il trasferimento delle armate cecoslovacche sul fronte occidentale, in considerazione della possibilità che si profilava per la Russia di concludere una pace separata con gli Imperi Centrali. Questo trasferimento non si attuò che per un piccolo gruppo di soldati dei circa 30.000 componenti della Legione ceca, a causa delle condizioni di totale caos in cui si ritrovò la Russia bolscevica. Da quel momento l'importanza dei reggimenti cecoslovacchi divenne improvvisamente enorme, poiché, da formazione con un valore simbolico di riconoscimento dell'impegno nella lotta contro gli Asburgo di una nazionalità a questi sottomessa si trasformò nell'unico corpo militare alleato rimasto in Russia, e avrebbe costituito il cardine delle forza dell'Intesa che sarebbero potute intervenire contro la Russia bolscevica, secondo i progetti che vennero inizialmente elaborati dai governi alleati, al momento della pace di Brest Litovsk.

In seguito, benché l'ipotizzato intervento alleato contro i bolscevichi per ricostituire il fronte orientale contro la Germania non si verificò, la Legione cecoslovacca, dopo una fase di sbandamento dovuto alla dissoluzione del potente Impero dal quale si attendeva il maggiore contributo alla lotta per la liberazione nazionale, scelse di rimanere nel campo delle democrazie occidentali e continuò a combattere, seguendo le loro indicazioni, al fianco delle unità antibolsceviche.

Nell'estate del 1918 il Consiglio Nazionale decise di inviare in Siberia Stefánik con il compito di accertare le condizioni in cui versavano i legionari che, ormai esausti sia nel fisico che nell'animo, non sembravano più in grado di assicurare l'organizzazione e l'efficienza dimostrata sino ad allora. Resosi conto della gravità della situazione, egli tentò di rimediare con misure miranti a trasformare la Legione, che avrebbe assunto la nuova denominazione di Corpo d'armata dal momento che l'esistenza di un unico esercito cecoslovacco diviso su tre fronti (in Italia, in Francia e in Russia) era stata ormai riconosciuta dalle tre Potenze alleate, attuando anche delle modifiche nelle strutture militari interne, che suscitarono il malcontento dei soldati. La missione si rivelò molto deludente per Stefánik che, nonostante i suoi gravi problemi di salute aggravatisi durante il viaggio, aveva visitato quante più unità militari aveva potuto, per cercare di risvegliare il senso del dovere e della disciplina nei soldati, ma era ripartito con la consapevolezza di non esserci riuscito. La Legione era ancora in Russia nell'ottobre del 1918, quando la raggiunse la notizia che la guerra contro l'Austria-Ungheria era vinta e che si stava costituendo uno Stato cecoslovacco indipendente.

Dal gennaio 1919 l'esercito verrà comunque allontanato dal fronte ed avviato verso est sui convogli della ferrovia transiberiana. Durante gli spostamenti la Legione fu costretta a combattere ancora, poiché sul territorio intorno alla ferrovia operavano svariate formazioni militari, sia "rosse" che "bianche", che minacciavano la regolarità e la sicurezza dei trasporti. L'esercito cecoslovacco, che non venne mai soccorso dai promessi aiuti alleati, si trovò in una condizione di totale isolamento per quanto riguardava la possibilità di ricevere rifornimenti alimentari ed equipaggiamenti di ogni tipo e, per garantirsi la sopravvivenza, dovette assumere su se stesso tutti i compiti che erano necessari per proseguire l'invio dei convogli, come le riparazioni della ferrovia, e svolgere anche attività economiche, giungendo ad impiantare fabbriche ed officine in modo da assicurarsi l'autosufficienza[50]. Nello stesso tempo svolsero un compito che si rivelò di grande importanza strategica controllando alcuni tratti della ferrovia transiberiana, per assicurarsi le comunicazioni nei vastissimi territori russi. La storia della Legione, che per poter raggiungere la sua patria dovette attraversare la Siberia per raggiungere Vladivostok, affrontando altre difficoltà militari, non interessò più la lotta per l'indipendenza nazionale ma si intersecò con la guerra civile che si combatté tra i sostenitori del governo bolscevico e le forze politiche e militari che vi si opponevano. Il contributo offerto dai cecoslovacchi alle Armate Bianche controrivoluzionarie venne considerato dai governi dell'Intesa un utile apporto alla guerra e alla causa democratica che, per le condizioni nelle quali si attuò, si caricò di un valore quasi epico, e verrà ricordato dagli storici come l'anabasi cecoslovacca.



1.6 Primi successi della propaganda ed effetti all'interno dell'Impero


La sempre migliore organizzazione raggiunta dal movimento cecoslovacco, anche grazie alla costituzione del Consiglio Nazionale dei Paesi cechi, permise di aumentare la pressione propagandistica sui governi dell'Intesa e sul governo americano che  valutava ormai l'opportunità di entrare in guerra al fianco delle democrazie occidentali.

Nel giugno 1916 i rappresentanti dei cecoslovacchi in America presentarono alla Commissione degli affari esteri del Congresso un memoriale nel quale, dopo aver ripercorso la loro storia e aver dichiarato le loro aspirazioni, invitavano il governo degli Stati Uniti a intervenire nella guerra per sostenere la liberazione dei popoli oppressi.[51]

Nel rifiutare l'offerta di pace lanciata dall'imperatore Guglielmo nel dicembre del 1916, allo scopo di contrastare l'immagine della Germania come responsabile della guerra e guadagnare il favore dell'opinione pubblica[52], i governi dell'Intesa proclamarono che le condizioni per la pace erano la riparazione delle frontiere infrante e la garanzia di libertà e di rispetto per il principio di nazionalità, anche per i piccoli Stati, altrimenti essi avrebbero proseguito la guerra sino ad ottenere una vittoria totale sugli Imperi Centrali. Poco dopo, il presidente degli Stati Uniti Wilson richiese ai governi alleati di specificare più dettagliatamente gli obiettivi della guerra. La nota giuntagli in risposta il 10 gennaio 1917, che fissava principi fino ad ora mai compiutamente formulati, elencava tra gli scopi della guerra "la liberazione degli Italiani, degli Slavi, dei Rumeni e dei Cecoslovacchi dalla dominazione straniera" . La formulazione di questa frase, che risultò quanto meno sintomatica dell'ignoranza diffusa nei paesi alleati sulle popolazioni slave , fu condizionata dal rifiuto degli italiani di citare espressamente gli jugoslavi tra le nazioni per le quali si aspirava a raggiungere l'unità e l'indipendenza, e dalle pressioni dei francesi, ormai convinti dall'opera di Benes della giustezza delle aspirazioni boeme affinché l'indicazione troppo generica di slavi fosse perfezionata con la specificazione di cecoslovacchi. Questo primo riconoscimento pubblico alla causa dell'indipendenza boema fu occasione di grande entusiasmo tra gli emigrés: nell'articolo di Masaryk "La futura Boemia", l'autore, partendo dall'assunto che l'Intesa era ormai decisa a smembrare la Monarchia asburgica, "come appare chiaramente dal loro programma che proclama la emancipazione delle nazioni non tedesche e non magiare dell'Austria-Ungheria" , traccia il progetto dell'auspicato Stato boemo indipendente e della sua struttura politica ed economica.

La presa di posizione ufficiale alleata mise, per altro, in evidenza come l'immagine d'una Boemia compatta pronta a lottare e a insorgere contro l'Austria, che la propaganda degli esiliati politici voleva offrire all'Intesa, non era del tutto rispondente alla realtà. I cattolici cechi, rappresentati dal Partito clericale ceco, presero le distanze dalla dichiarazione dell'Intesa; così fece anche l'Unione Parlamentare ceca, che riuniva tutti i deputati cechi che continuavano a partecipare alla vita politica realizzando un fronte unitario, sebbene non omogeneo. L'Unione si premurò di portare a conoscenza dell'opinione pubblica la sua devozione alla Monarchia asburgica, sconfessando la propaganda in atto presso i paesi dell'Intesa come ipocrita e tendenziosa.[59]

La lealtà che continuava a dimostrare una parte delle popolazioni sottomesse e la situazione militare non ancora compromessa, condizionarono forse l'atteggiamento del nuovo imperatore Carlo, succeduto allo zio Francesco Giuseppe, morto nel 1916; egli intraprese una serie di misure di politica interna ed estera per cercare di salvare l'Impero dalle inevitabili conseguenze di una sconfitta militare associata alle pressioni disgregatrici delle nazionalità soggette. Così, se all'interno cercò di ripristinare le pratiche di governo parlamentare e d'intraprendere una riforma delle istituzioni che accogliesse le richieste autonomistiche delle popolazioni, nella politica estera tentò di scindere i destini dell'Austria da quelli della Germania, prendendo in considerazione le possibilità di giungere ad una pace separata con l'Intesa.

I tentativi dell'imperatore Carlo di intraprendere un percorso di conciliazione nazionale consistettero anche nel ridurre l'influenza di quelle figure, come l'arciduca Federico e Conrad von Hötzendorf, le quali avevano indotto Francesco Giuseppe a saldare sempre di più l'alleanza tra l'Austria-Ungheria e la Germania, che contribuiva a creare preoccupazione tra la popolazione non tedesca.


L'ulteriore passo di Carlo per riprendere totalmente il controllo dello Stato e separarne le sorti da quelle della Germania, fu di intraprendere contatti segreti per giungere ad una pace separata con i Paesi dell'Intesa.

L'interesse che i Paesi alleati manifestarono per questa opportunità dimostra come, per tutto il 1917,  essi non abbandonarono l'idea di salvare l'Impero, nonostante le dichiarazioni ufficiali in cui proclamavano di voler ottenere la libertà per i popoli soggetti agli Asburgo; tale libertà non era necessariamente sinonimo di indipendenza, come i cecoslovacchi vollero intendere, forzando forse l'interpretazione delle parole dell'Intesa, ma poteva consistere anche in un'ampia autonomia all'interno di una Monarchia riformata in federazione di nazioni . La possibilità di isolare la Germania venne vista, infatti, dai governi alleati come una prospettiva allettante, che presentava inoltre il vantaggio di preservare l'esistenza di un'entità statale che contrastasse la pressione tedesca verso est e limitasse il sorgere di piccoli e deboli staterelli, che avrebbero potuto facilmente subire l'influenza di una potenza maggiore, mettendo a repentaglio i delicati equilibri dell'Europa centro-orientale. Inoltre, nel 1917, gli eventi che misero in forse la capacità di resistenza della Russia, a causa della rivoluzione democratica e soprattutto di quella bolscevica, e dell'Italia, per la crisi militare che attraversò, culminata nella disfatta di Caporetto, crearono un'atmosfera favorevole alle trattative con l'Austria.

Nel gennaio 1917 l'imperatore incaricò il cognato Sisto di Borbone di intavolare una trattativa con i governi alleati, dimostrando la propria disponibilità al ritorno dell'Alsazia-Lorena, il più importante bottino tedesco della guerra franco-prussiana, nei confini francesi. Furono intrapresi contatti tra la diplomazia asburgica e quelle alleate ma questi si arenarono di fronte al diniego austriaco di porre in discussione qualsiasi possibile concessione all'Italia.[61] Da allora sino all'aprile 1918 ci furono altri tentativi delle due parti di giungere ad un accordo , durante i quali venne assicurato all'Austria che gli Alleati non avevano intenzione di smembrarla , chiarendo ai patrioti cecoslovacchi la portata limitata dell'impegno che Francia, Italia e Gran Bretagna sentivano di aver assunto con la nota del 10 gennaio 1917. Col passare dei mesi, tuttavia, Carlo d'Asburgo e il suo primo ministro divennero maggiormente consapevoli dell'impossibilità di concludere una pace separata senza scatenare la reazione della Germania contro l'Austria, sempre più debole e dipendente dalle armi tedesche. Il governo asburgico, inoltre, avrebbe dovuto anche superare l'opposizione degli ungheresi, i quali non avrebbero accettato una pace che avrebbe rafforzato gli elementi slavi "traditori", a danno dei magiari e dei tedeschi, comportatisi sempre fedelmente nei confronti del loro sovrano.

I cecoslovacchi, impegnati nei Paesi dell'Intesa a propagandare la loro idea di Stato nazionale, videro nella possibilità di una prematura uscita dal conflitto della Monarchia il vanificarsi dei loro sforzi: le loro maggiori speranze, infatti, erano legate ad una crisi totale dell'Austria, che solo il protrarsi della guerra e una sconfitta militare completa avrebbero causato. Essi dovettero perciò intensificare la loro campagna presso i governi alleati per controbattere le argomentazioni a favore della pace separata[65].

In questi mesi Benes continuò instancabile la sua opera di pubblicista, non facendo mai mancare sulle pagine de "La Nation tchèque" il suo contributo polemico al dibattito. Egli fece inoltre stampare, in Svizzera, un pamphlet dal titolo estremamente esplicativo del punto di vista sostenuto dall'autore: "Destruisez l'Autriche-Hongrie



1.7 Manifestazioni pro-indipendenza dalle province boeme


I propositi di promuovere una "pacificazione degli animi" che rinsaldasse le basi interne su cui poggiava l'Impero presero forma nell'attuazione di alcune misure da parte del governo asburgico tra le quali le più significative furono la concessione dell'amnistia ai prigionieri politici, alcuni molto in vista, come ad esempio Kramář, e la convocazione del parlamento, che non si riuniva dall'inizio della guerra. Queste decisioni giungevano però troppo tardi: la politica di Francesco Giuseppe aveva ormai esasperato molta parte della popolazione e le scelte liberali di Carlo si trasformarono in ulteriori minacce al sistema. Molti dei detenuti politici rilasciati grazie all'amnistia, infatti, erano deputati che, una volta liberi, mossero le loro critiche nei confronti del governo, usando il parlamento come cassa di risonanza per la loro propaganda eversiva[66].

Già il 19 maggio 1917, alcuni giorni prima della seduta inaugurale avvenuta il 30, venne rivolto ai deputati un appello sottoscritto da alcuni intellettuali cechi, per esortarli ad agire per la realizzazione del programma autonomistico del popolo boemo, che le circostanze create dalla guerra mondiale rendevano improrogabile. Nel documento si sottolineava il valore propagandistico che le sedute del parlamento avrebbero potuto assumere: "Tutto quello che [i rappresentanti politici] diranno e decideranno, sarà risaputo non solo a casa nostra, ma in tutta Europa, e persino al di là dell'Oceano"[67]; finalmente sarebbe potuto giungere dall'interno dell'Impero un chiaro messaggio di appoggio e adesione all'opera che Masaryk e i suoi collaboratori stavano svolgendo all'estero, dimostrando che tutta la nazione ceca tendeva verso la stessa meta, al contrario di quanto era potuto apparire dopo la dichiarazione dell'Unione Parlamentare del gennaio.



Il 30 maggio il parlamento assisté alla dichiarazione solenne dell'Unione ceca, preannunciata nelle giornate precedenti e temuta dal primo ministro Clam-Martinic, che ne immaginava i toni critici nei confronti del governo. Il discorso, pronunciato dal deputato Stanek, non si fermò alla critica della forma dualistica che aveva creato "a danno degli interessi comuni, nazionalità dominatrici e nazionalità oppresse"[68], ma si spingeva ad affermare la necessità di una trasformazione in Stato confederale della Monarchia asburgica. Utilizzando deliberatamente un linguaggio che richiamava quello del presidente Wilson , assurto a guida ideologica delle nazionalità che aspiravano al pieno riconoscimento, Stanek giunse a reclamare "la fusione di tutte le parti del popolo ceco in uno Stato democratico, tenendo conto anche del ramo slovacco, il cui territorio forma un tutto solo con la patria storica di noi Cechi" . Nei primi mesi del 1917 la posizione militare austriaca era ancora solida, i Paesi alleati non sembravano ancora pronti a prendere in considerazione progetti di smembramento dell'Impero danubiano, perciò i deputati cechi si erano prudentemente limitati ad esporre l'ipotesi di una monarchia organizzata su basi federali. Nello stesso tempo, però, aspirando alla fusione con il popolo slovacco avevano minato le fondamenta stesse dell'Impero, minacciando l'unità territoriale dell'Ungheria. Le reazioni furono dure: i deputati tedeschi votarono una risoluzione che considerava la dichiarazione ceca "in contraddizione flagrante col giuramento di fedeltà prestato dai deputati cechi" , e la considerava dunque alla stregua di un tradimento; i magiari, più direttamente minacciati dal proclama boemo, lo paragonarono ad "una formale dichiarazione di guerra contro l'Ungheria" perché avevano manifestato, col loro piano, di passare nel campo dei nemici dei magiari, "perché come i nostri nemici, essi ci vogliono smembrare" .

Nella stessa seduta del Reichsrat un altro deputato ceco, Kalina, tenne un discorso ancor meno prudente, in cui, dopo aver ripercorso i momenti della storia ceca che meglio rappresentavano la lotta perpetua dei boemi per la libertà, reclamava a nome del popolo ceco "il diritto di disporre di sé in uno Stato indipendente"[74].

Il governo volle subito esprimere la propria opposizione alle richieste boeme, anche per rassicurare l'Ungheria che, in quel momento, stava sostenendo il peso economico maggiore della guerra, ed era in grado di intimorire Vienna, che dipendeva dalle terre magiare per gli approvvigionamenti alimentari. Nei giorni successivi emerse, inoltre, che i proclami lanciati dagli ambienti più radicali erano condivisi anche dagli elementi moderati dell'Unione Parlamentare ceca, che si erano posti in una situazione di aperto scontro col governo asburgico. Il 2 luglio 1917 la Monarchia compì un estremo tentativo di conciliazione, concedendo un'amnistia generale per i detenuti politici e, successivamente, proponendo l'istituzione di una commissione parlamentare per l'esame di una riforma costituzionale dell'Austria. Queste misure, che sarebbero forse state sufficienti per soddisfare le richieste della nazionalità ceca nel 1914, erano ormai sorpassate dai tempi; gli esuli boemi all'estero, negli stessi mesi, avevano ormai adottato il motto "Detruisez l'Autriche-Hongrie!". I deputati cechi del Reichsrat rifiutarono di partecipare alla commissione proposta dal governo asburgico, dichiarando che il loro fine era ormai l'indipendenza completa da Vienna.

L'inizio del 1918 fu salutato a Praga dalla riunione di un'assemblea formata dai deputati boemi del Parlamento di Vienna, delle Diete di Boemia, Moravia e Slesia, che verrà ricordata come la "Costituente di Praga" e che riaffermo in un documento[75] il diritto all'autodeterminazione della nazionalità ceca e slovacca e l'indipendenza dello Stato storico di Boemia; per difendere queste rivendicazioni, l'assemblea chiedeva che la nazione boema potesse partecipare alla Conferenza della pace, ponendosi sullo stesso piano degli altri Stati sovrani. Il governo di Vienna tentò di vietare la pubblicazione del manifesto ma ben presto si rese conto di non riuscire a raggiungere la maggioranza di voti in Parlamento per farne approvare la confisca.

Secondo Seton-Watson questo fu il successo che segnò la vittoria del movimento nazionale ceco che, ormai consapevole della incapacità della Monarchia di fronteggiare le sconfitte politiche all'interno e militari all'esterno, avrebbe agito senza essere più condizionato da vincoli con Vienna. L'importanza dell'assemblea consistette inoltre nell'essere stata promossa dalla socialdemocrazia ceca, che così compiva il primo atto ufficiale di adesione al movimento indipendentista della nazione, allargandone enormemente le basi sociali[76]. Il contributo che un partito di massa ben organizzato e con un saldo controllo sul mondo operaio boemo avrebbe potuto fornire alla lotta per l'indipendenza nazionale divenne evidente quando il partito socialdemocratico proclamò uno sciopero generale per solidarietà con i dimostranti dell'Austria tedesca e italiana e dell'Ungheria. Il 22 gennaio oltre 130.000 lavoratori nelle sole città di Praga, Pilsen e Kladno non lavorarono e il governo ebbe una dimostrazione del danno che astensioni dal lavoro prolungate nelle regioni minerarie ed industrializzate delle Boemia avrebbero costituito. Anche la popolazione più umile aveva dunque trovato un referente politico che dava segni inequivocabili della sua volontà di aderire al programma di liberazione, fino ad ora propugnato prevalentemente dai partiti nazionalisti "borghesi".

I boemi attendevano dunque la Conferenza della pace al termine di una guerra possibilmente vittoriosa per l'Intesa, al fianco della quale essi si erano idealmente e, laddove possibile, materialmente posti.



1.8 I volontari cecoslovacchi


Sin dal momento in cui si erano delineati gli schieramenti contrapposti del conflitto i cechi e gli slovacchi che si trovavano in Paesi dell'Intesa, soprattutto quelli che, essendo emigrati da poco tempo, sentivano più forti i legami con la madrepatria, avevano assunto una posizione di avversione nei confronti dell'Austria-Ungheria.

In Francia, nazione che con Russia e Stati Uniti ospitava le colonie più numerose, allo scoppio della guerra, vi erano state dimostrazioni antiasburgiche che si erano concretizzate, in agosto, nella richiesta da parte dei boemi di entrare a far parte dell'esercito francese formando una legione di volontari. Ciò si rese possibile nell'ambito della Legione straniera, nella quale si costituì un battaglione ceco che presto cominciò ad essere chiamato Compagnie Nazdar[77]. Il contingente, che si ingrosserà rapidamente, cessò di esistere in quanto unità ceca nel maggio del 1915, in seguito ad una controffensiva tedesca che lo decimò. Già dal gennaio dello stesso anno, comunque, l'arruolamento era stato ostacolato dalla legge francese che proibiva di accogliere nell'esercito sudditi di Stati in guerra contro la Francia. Il freno ad un ulteriore incremento dei volontari cecoslovacchi non fu, però, solo questa disposizione, che era spesso aggirata dai centri di reclutamento della Legione straniera, ma soprattutto il basso numero di prigionieri boemi catturati dall'esercito francese, poiché le truppe boeme non combattevano sul fronte occidentale.

I cechi residenti in Gran Bretagna, in particolare quelli concentrati a Londra, condannarono immediatamente l'aggressione austriaca alla Serbia e già pochissimi giorni dopo fondarono il London Czech Committee, che propose al governo britannico di accettare l'arruolamento di volontari boemi. Dato che il governo non raccolse l'offerta, coloro che non abbandonarono il progetto di combattere contro l'Austria-Ungheria si recarono in Francia per entrare nella Compagnie Nazdar.

Anche in Serbia, un fronte su cui vennero fatti prigionieri moltissimi cecoslovacchi, nacque ben presto l'aspirazione di rivolgere le armi contro l'Impero asburgico, ma solo agli inizi del 1915, quando la zona balcanica non era più teatro di combattimenti, vennero formate le prime unità costituite da prigionieri slavi ma con cittadinanza austriaca. Il loro utilizzo fu limitato a compiti di guardia in zone al confine con l'Albania e la Bulgaria, ancora neutrali, sino a quando tali iniziative non furono interrotte dall'occupazione militare della Serbia da parte della truppe austroungariche. Il governo serbo non manifestò, comunque, interesse a sfruttare il sentimento di fratellanza slava contro l'Austria-Ungheria, incoraggiando l'arruolamento volontario dei prigionieri.

Lo Stato in cui i tentativi di costituire unità nazionali cecoslovacche ebbe maggior successo, sin dai primi mesi di guerra, fu la Russia. Ciò fu favorito senz'altro dal consistente numero di cecoslovacchi che vivevano nell'Impero zarista, nonché dalle aspirazioni russe di annettere i territori orientali della Monarchia asburgica, che guidarono il governo dello zar in una politica mirante a sollecitare i sentimenti nazionali degli slavi che popolavano quelle zone, affinché, confidando nel loro aiuto per ottenere l'indipendenza, favorissero l'avanzata dei russi[78].

Sollecitati anche dalla propaganda panslava messa in atto dal governo russo, il cui atto più eclatante in questa direzione fu il volantino con l'appello "Ai popoli dell'Austria-Ungheria", diffuso al fronte e fatto giungere anche nelle retrovie[79], i cechi e gli slovacchi residenti in Russia chiesero di poter formare un proprio contingente per combattere sul fronte galiziano in nome della solidarietà tra popoli slavi in lotta contro il comune nemico di razza tedesca. Inizialmente lo zar aveva avuto qualche reticenza a sottolineare le componenti etniche del suo multirazziale esercito; gli emigrati, però, riuscirono comunque ad ottenere che si costituisse un battaglione denominato "Česka Druzina" che fu portata al fronte alla fine dell'ottobre 1914 .

Tale unità era considerata importante non tanto per il contributo che avrebbe potuto dare in combattimento, quanto per il suo valore come fattore di interesse e di attrazione nei confronti dell'elemento slavo della Monarchia. La Druzina fu perciò suddivisa in plotoni che vennero poi affidati ai comandi delle singole divisioni e utilizzati come gruppi di esploratori, al fronte o nelle retrovie austriache, o come interpreti negli interrogatori agli ufficiali catturati.

L'opera propagandistica dei militari della Česka Druzina fu tale da indurre anche altri reggimenti alla diserzione o ad arrendersi ai russi.

I volontari cechi che scelsero di arruolarsi in un esercito alleato per combattere per l'indipendenza della propria nazione testimoniavano l'esistenza di un forte e diffuso sentimento antiasburgico tra le componenti nazionali dell'Impero, ma il valore politico di tale contributo militare era limitato. Così non sarebbe stato se i vari reparti che erano stati creati nell'ambito degli eserciti dell'Intesa, fossero confluiti in un unico esercito nazionale. Il teorico del movimento cecoslovacco all'estero, Masaryk, aveva formulato questa idea nel febbraio del 1915, spiegando come la costituzione di un esercito avrebbe posto i boemi in uno status giuridico nuovo, sia nei confronti dell'Austria che degli Alleati. Il passo ulteriore sarebbe stata la dichiarazione di guerra all'Austria-Ungheria: tale situazione avrebbe senz'altro evitato che alla Conferenza della pace le richieste boeme potessero essere passate sotto silenzio. D'altro canto, Masaryk ribadiva che senza una partecipazione attiva dei cecoslovacchi alla guerra, essi non avrebbero ottenuto nulla da nessuno[81].

Solo nel corso del 1917 maturarono le condizioni che permisero la realizzazione del programma esposto dal leader ceco. Le difficoltà militari che gli Alleati dovettero affrontare durante il quarto anno di guerra li convinsero dell'opportunità di sfruttare l'apporto che veniva offerto loro. In particolare in Francia, stremata dalla continua pressione tedesca che doveva contrastare, mentre le riserve di uomini si andavano ormai assottigliando, si valutò positivamente la possibilità di costituire un Corpo d'armata che nelle realistiche stime di Benes avrebbe raggiunto un numero compreso tra i 50.000 ed i 60.000 uomini, sommando ai prigionieri cecoslovacchi presenti in Francia, che erano piuttosto pochi, i prigionieri in Italia, che dal 1915 erano andati aumentando sempre più rapidamente e molti dei quali si erano consegnati spontaneamente, e gli ex prigionieri e i volontari delle truppe già operanti in Russia[82].

L'azione diplomatica ceca riuscì ad ottenere che i reparti di volontari cecoslovacchi, arruolati negli eserciti Alleati, convergessero verso la Francia, ma non gli fu concessa l'utilizzazione dei prigionieri italiani[83]. Il 16 dicembre 1917 i ministri francesi Clemenceau e Pichon presentarono al presidente della Repubblica un rapporto in cui si illustrava il progetto di costituzione di un esercito cecoslovacco autonomo, e sottoposero alla sua firma il decreto nel quale si regolamentavano le nuove armate. Nel documento veniva espressamente riconosciuto che i cecoslovacchi avrebbero combattuto sotto la loro bandiera contro gli Imperi Centrali, che tale esercito nazionale era posto sotto la direzione politica del Consiglio Nazionale dei Paesi cechi, con sede a Parigi, mentre l'organizzazione militare era affidata all'esercito francese. Avrebbero potuto far parte del nuovo esercito i cecoslovacchi già arruolati nell'esercito francese, i cecoslovacchi arruolati in altri corpi, ammessi a passare nelle fila cecoslovacche, e quelli che avessero contratto un arruolamento volontario per la durata della guerra. Gli ufficiali sarebbero stati nominati dal Consiglio Nazionale ceco in accordo con il governo francese .

Questo atto, per quanto costituì un grandissimo successo boemo, era un atto unilaterale, di diritto pubblico interno, che non sottintendeva l'esistenza di una controparte[85], nonostante si delineasse un ruolo politico del Consiglio Nazionale. In ciò va rilevata la grande differenza con l'atto che, pochi mesi dopo, autorizzò la formazione di un esercito cecoslovacco indipendente anche in Italia, che si connota in modo differente già a partire dalla sua definizione di "convenzione".

La situazione internazionale che la guerra aveva prodotto permetteva, inoltre, agli emigrés di mirare a traguardi più ambiziosi, quale era il riconoscimento da parte di qualcuno dei governi alleati del Consiglio cecoslovacco di Parigi come referente politico del costituendo esercito, dunque un governo di fatto di uno Stato che ancora non esisteva. Questa investitura da parte di un governo estero sarebbe stato un primo segnale di una più decisa volontà alleata di realizzare uno Stato boemo indipendente, ed avrebbe fornito ai cecoslovacchi la sicurezza di un traguardo che, per la sua ufficialità, non avrebbe permesso all'Intesa di ritornare indietro se le condizioni internazionali create dal conflitto si fossero deteriorate.



Gli autori mettono in evidenza come anche la popolazione germanica avesse una sua identità nazionale legata a quei territori, che Bibó definisce tedesco-boema, a parità di diritti con l'identità ceco-boema della popolazione slava; Attilio Tamaro, La lotta delle razze nell'Europa Danubiana, Bologna, Zanichelli, 1923, pp. 26-27; István Bibó, Miseria dei piccoli stati dell'Europa orientale, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 40.

Il fattore etnico della lingua ha rappresentato un elemento di primaria importanza nella storia anche recente dell'Europa centro-orientale, poiché costituisce uno strumento per giustificare l'aspirazione a vedersi riconosciuta una propria personalità politica per popolazioni la cui identità è stata costantemente minacciata, prima dalle entità statali sovranazionali, poi dalla mancanza di confini etnici e geografici chiaramente definibili, e quindi dalla presenza di minoranze, che saranno spesso discriminate, di consistenza anche notevole, all'interno di quelli che erano avvertiti come i territori nazionali; I. Bibó, op. cit., p. 29 e pp. 67-70.

François Fejtő, Requiem per un Impero defunto, Milano, Mondadori, 1990, p. 124

Questo tipo di analisi si ritrova in vari autori di diverse epoche; Wolf Giusti, Tramonto di una democrazia, Milano, Rusconi, 1972; Giani Stuparich, La nazione ceca, Napoli, R. Ricciardi, 1922, p. 75; Stanislav J. Kirschbaum, A history of Slovakia, New York, St.Martin's Griffin, 1995, pp. 157-158; quest'ultimo mette in relazione l'atteggiamento passivo e rassegnato del popolo slovacco con la cultura politica di deferenza inculcata dal governo magiaro, e la sua diffidenza e chiusura con la reazione sviluppata dalla popolazione contro la continua minaccia nei confronti dell'identità nazionale slovacca.

Jozef Lettrich, History of modern Slovakia, New York, F.A. Praeger, 1955, pp. 44-45

F. Fejtő, op. cit., p. 127

Jenő Szűcs, Disegno delle tre regioni storiche d'Europa, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1996, p. 8

Ibidem. Tali linee di demarcazione hanno subito delle modifiche a seconda dei periodi storici, così la regione che delimitano è sempre stata fortemente influenzata dalle zone circostanti. Per una conoscenza più approfondita di quest'area è perciò necessario analizzare i due "mondi", l'orientale e l'occidentale, da cui ha mutuato (e personalizzato, mescolandole) le caratteristiche fondamentali.

Le tesi esposte da Bidló alla vigilia della guerra, che sostenevano l'esistenza di una regione slava con un'evoluzione omogenea, differiscono notevolmente da quelle espresse negli anni Trenta, in cui si sottolinea la presenza di varie componenti ben distinte nell'Europa Orientale, evidenziando l'esistenza di una zona culturale specifica degli slavi occidentali (cechi, slovacchi, polacchi, sloveni); questa evoluzione è emblematica della tensione che gli intellettuali cechi vivevano negli anni della formazione e della definizione della politica del nuovo Stato: le teorie scientifiche circa la delimitazione degli interessi che ricadevano nell'ambito della "storia dell'Europa orientale" difficilmente potevano prescindere dalle vicende politiche che la nazione cecoslovacca viveva; Domenico Caccamo, Introduzione alla storia dell'Europa orientale, Roma, Nuova Italia Scientifica, 1991, p. 23

Ivi, p. 27 Queste visioni che denunciano una maggiore fiducia nel contatto con l'Europa occidentale come fattore di sviluppo politico, economico e culturale erano le stesse a cui aderiva Masaryk e che guideranno le sue scelte diplomatiche decisive per la nascita della Repubblica Cecoslovacca.

Questa accezione del panslavismo fu, a volte, forzata dalla Russia che, proponendosi in veste di nazione guida delle popolazioni slave, perseguiva una politica di espansione verso ovest, mediante l'influenza sulle nazioni affini; Angelo Tamborra, L'Europa centro-orientale nei secoli XIX-XX, Milano, Vallardi, 1971, p. 79. L'esclusione dei cechi (insieme con i polacchi) dai progetti di unificazione formulati dal panslavismo di matrice russa, operata, ad esempio, dal Danilevskij, che rileva in questo popolo un'attenuazione dei caratteri etnici, a causa degli stretti contatti con l'Europa occidentale (D. Caccamo, op. cit., p. 76) sembra confermare la visione secondo la quale la posizione di "frontiera" tra Est ed Ovest europeo della Boemia, oltre a farne la regione più "occidentalizzata", per la sua economia e per la sua cultura politica, ha influenzato alcuni tratti dello spirito nazionale, al punto di farla sentire estranea al mondo più propriamente slavo-orientale.

A questo compito era ormai atteso l'erede al trono, Francesco Ferdinando, che si rendeva conto della necessità, per rinsaldare le basi della Monarchia, di dover affrontare una riforma politica in senso federalista che giungesse a concedere, perlomeno agli slavi, gli stessi diritti e la stessa autonomia di cui godevano gli austro-tedeschi e i magiari, che naturalmente avrebbero osteggiato qualsiasi misura che avesse minacciato la loro posizione privilegiata. Una decisa azione politica in questo senso avrebbe garantito al sovrano un maggiore sostegno da parte delle nazionalità minoritarie dell'Impero e, forte di tale appoggio, il governo avrebbe potuto intraprendere una ristrutturazione che rinforzasse i sistemi militare ed economico, accentrandone il controllo nelle mani dell'Imperatore; Leo Valiani, La dissoluzione dell'Austria-Ungheria, Milano, Il Saggiatore, 1966, p. 39

Tra i pochi che avevano effettivamente concepito un piano di collaborazione con la Russia mirante alla disgregazione dell'Austria-Ungheria in caso di guerra furono Klofač, il leader del partito nazional-socialista ceco, che chiese allo zar di finanziare una campagna di reclutamento fra la gioventù ceca per costituire un'organizzazione che avrebbe collaborato con le truppe russe (L. Valiani, op. cit., p. 28), e Kramář, che fece giungere al ministro degli Esteri russo il progetto di un Regno di Boemia retto da un Granduca zarista e di una federazione dei popoli slavi che avrebbe compreso anche Serbia, Montenegro e Bulgaria, governate dalle rispettive dinastie, sotto l'egida della Russia; tali progetti furono elaborati nel maggio 1914 ed avrebbero potuto trovare una realizzazione nel caso di una guerra europea; Daniel Perman, The shaping of the Czechoslovak state. Diplomatic boundaries of Czechoslovakia 1914-20, Leiden, Brill, 1962, p. 18; L. Valiani, op. cit., p. 30

W. Giusti, op. cit., p. 58

Nell'ottobre del 1914 Masaryk ammise, in un colloquio con il suo amico Seton-Watson, che l'indipendenza della Boemia rappresentava, più che un progetto realistico, la massima aspirazione sua e dei suoi collaboratori; Robert Seton-Watson, A history of the Czech and Slovaks, Hamden, Connecticut, Archon Books, 1965, p.

L. Valiani, op. cit., pp. 28-29, riporta le affermazioni di Masaryk contenute nel programma ufficiale del partito del 1900,con le quali egli ribadiva l'impossibilità per la Boemia, a causa del suo limitato numero di abitanti, della posizione interna e della presenza di forti minoranze tedesche e polacche, di costituirsi in uno Stato indipendente. La necessità dell'associazione con altre nazionalità in un'unità statale più ampia, che avrebbe dovuto garantire l'autonomia culturale e i diritti nazionali di ogni componente, era, d'altronde, considerata la conseguenza naturale di una matura evoluzione politica; D. Perman, op. cit., p. 13

Ad esempio, Kramář fu arrestato poiché fece fallire l'emanazione da parte del Parlamento di una dichiarazione di lealtà, richiesta dal governo, che avrebbe dovuto risultare una pubblica condanna per il 28° reggimento di fanteria in cui si erano verificati gravissimi episodi di insubordinazione; Scheiner fu arrestato poiché molti soldati che si consegnavano ai russi utilizzavano le tessere dei Sokol, le associazioni sportive boeme, dei quali egli era presidente; Karel Pichlík, Bohumír Klípa, Jitka Zabloudilová, I legionari cecoslovacchi (1914-1920), Trento, Collana di pubblicazioni del Museo Storico in Trento, 1997, p. 41. Un'occasione per numerosissimi arresti fu la diffusione, all'inizio dell'avanzata dell'esercito zarista nel territorio austroungarico (settembre 1914), da parte della Russia di un volantino con un incitamento alla diserzione firmato dal granduca russo Nicola; questo manifestino, che conteneva un appello rivolto ai popoli dell'Austria-Ungheria affinché accogliessero fraternamente le truppe russe, ebbe ampia diffusione e seguito tra i soldati cechi, serbi e ruteni dell'esercito asburgico e il suo possesso fu considerato dalla polizia asburgica come un tradimento e motivo di arresto; L. Valiani, op. cit., p. 133

R. Seton-Watson, op. cit., p. 283; K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op. cit., p. 16

K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op. cit., p. 24

La differenza tra l'atteggiamento apertamente antiaustriaco dei boemi che agivano in paesi neutrali o dell'Intesa e quello, che rimase molto più cauto, almeno fino al 1918, dei politici cechi che rimasero in patria, leali alla dinastia asburgica almeno nelle dichiarazioni pubbliche è stata evidenziata da alcuni storici, quelli più critici nei confronti della nuova formazione statale cecoslovacca, per sottolineare una sorta di ambiguità che permise ai cechi di contrarre due "formule di assicurazione", una per ognuno dei possibili esiti della guerra. La prima, che sarebbe stata sfruttata in caso di vittoria Alleata, era basata sull'enfasi posta dal gruppo di Masaryk nel presentare alle diplomazie alleate la situazione di insofferenza generalizzata dei boemi nei confronti della Monarchia asburgica, che avrebbe però potuto trovare alcune smentite nelle dichiarazioni filoasburgiche che enti e politici cechi indirizzavano, ancora per tutto il 1917, all'Imperatore. Naturalmente, per una valutazione più serena di tali espressioni, è necessario considerare che il governo asburgico procedeva con metodi polizieschi contro coloro i quali erano sospettati di tradimento ed anche contro i loro familiari. Chi, in Italia, ha colto in questa ambivalenza una sorta di "doppio gioco" condotto dai boemi, per garantirsi la riconoscenza asburgica ed una posizione migliore all'interno dell'Impero nel caso che esso fosse risultato tra i vincitori del conflitto, ha senz'altro risentito dei condizionamenti dovuti all'evolversi dei rapporti italo-slavi durante la Conferenza della pace e dell'indirizzo conseguente assunto dalla politica estera italiana negli anni '20 (si veda capitolo 3); per esempio A. Tamaro, op. cit., pp. 7-8, 18, che parla di "politica in partita doppia".

Leo Valiani, op. cit., pp. 16-17

Ettore Lo Gatto, Tommaso Garrigue Masaryk in La Cecoslovacchia, Roma, Anonima Romana Editoriale, 1925, pp. 470-475

Angelo Tamborra, Masaryk e Benes in: Questioni di storia contemporanea, Milano, Carlo Marzorati, 1953, vol. III, pp. 798-799

G. Stuparich, op. cit., pp. 93-95

R. Seton-Watson, op. cit., p. 281

Benes, nelle sue memorie, narra come Masaryk riuscisse ad avere conoscenza di documenti e dichiarazioni confidenziali che il governatore della Boemia, il principe Thun, scambiava da Praga con ministri imperiali a Vienna, di decreti ministeriali, di relazioni sulle sedute dei consigli ministeriali, di notizie provenienti dallo staff del quartier generale del capo dell'esercito imperiale, di informazioni circa la situazione politica nelle province slave dell'Austria. Ciò non lasciava dubbi agli uomini che, come Benes, circondavano Masaryk sui suoi contatti con uomini che avevano modo di raccogliere notizie riservate provenienti direttamente dalle alte sfere dell'esercito e del governo di Vienna; Edvard Benes, My war memoirs, London, George Allen & Unwin LTD, 1928, p. 27



Frano Supilo, iniziatore, prima ancora dei cechi, dell'attività volta allo smembramento dell'Austria-Ungheria, fu uno dei primi croati a prendere in considerazione l'idea di una grande Jugoslavia formata dalla unione di serbi e croati, superando le barriere storiche e religiose che dividevano i due popoli. Egli cominciò a propagandare la sua idea in Italia, da dove si sarebbe diffusa agli altri Paesi dell'Intesa, ed alla sua morte Ante Trumbić ne proseguì l'opera; L. Valiani, op. cit., p. 40

A. Tamborra, L'Europa centro-orientale., cit., pp. 371-372.

La figura di Stefánik , che per lo studioso italiano può rivestire un particolare interesse, vista l'affezione che lo slovacco dimostrava nei confronti dell'Italia, anche in quelle circostanze nelle quali la ragion di stato cecoslovacca farà compiere agli altri politici boemi scelte in contrasto con gli interessi italiani, non può essere tratteggiata che attraverso le memorie di Masaryk e Benes, quelle della Benzoni e dai pochi accenni nelle opere sulla Cecoslovacchia e in quelle scritte dai personaggi che ebbero contatti con lui: tali fonti risultano però del tutto insufficienti a conoscere una figura così complessa e così importante per il ruolo centrale che ricoprirà negli anni della guerra. Questa situazione, per chi si avvale, oltre all'italiano delle lingue inglese e francese, era stata rilevata da Ďurica nell'unico studio monografico italiano dedicato a Stefánik (Milan S. Ďurica, La morte di Milan Ratslav Stefánik alla luce di documenti militari italiani inediti, Padova, CESEO - Centro Studi Europa Orientale, 1973, p. 12), e il quadro risulta, a tutt'oggi, invariato.

E. Benes, My war memoirs, cit., p. 84

Giuliana Benzoni, La vita ribelle - Memorie di un'aristocratica tra belle époque e repubblica, raccolte da V. Tedesco, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 67, 69

Masaryk era consapevole che tale ultima soluzione sarebbe stata, in una fase della guerra durante la quale gli oppositori cechi degli Asburgo credevano più plausibile un aiuto dalla Russia, quella che avrebbe trovato i maggiori consensi da parte dell'opinione pubblica boema; K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op. cit., pp. 40-41

Denis, che sarà tra i protagonisti dell'istituzionalizzazione degli studi sul mondo slavo in Francia, mirò a promuovere la solidarietà franco-slava e il sostegno del governo francese alle nazioni che si affermeranno per mezzo della lotta per l'indipendenza nazionale condotta durante il primo conflitto mondiale, attraverso la ricerca scientifica e la diffusione della conoscenza della realtà dell'Europa centro-orientale; D. Caccamo, op. cit., p. 14.

G. Stuparich, op. cit., p.97

Se "La Nation tchèque", in francese, era pensata come strumento per far conoscere il mondo ceco in occidente, la "Československá samostatnost" mirava a raggiungere i connazionali all'estero e quelli residenti nell'Impero, perciò venne edito in una località francese, per garantirgli un taglio antiaustriaco, ma vicino al confine svizzero, per poterla inviare in patria attraverso la Svizzera; K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op. cit., p.42

R. Seton-Watson, op. cit., pp. 288-289

E. Benes, My war memoirs, cit., p.108, nota come non solo il pubblico, ma anche i circoli politici e diplomatici avevano conoscenze così vaghe sui cechi e sugli slovacchi, che era necessario diffondere maggiori informazioni sulla situazione interna all'Austria-Ungheria, "cominciando proprio dall'ABC"

G. Stuparich, op. cit., p. 98

Ivi, p. 99

R. Seton-Watson, op. cit., p. 289

Tratto dal Manifesto ufficiale del Comitato ceco d'Azione all'estero, in G. Stuparich, op. cit., p.103

Ivi, p.104

Ibidem. Un precedente si era verificato, sempre in Francia, con una circolare ministeriale del 13 ottobre 1914 che, nello stabilire la messa sotto sequestro dei beni di tedeschi, austriaci e ungheresi che praticavano attività economiche in Francia, specificava che i sudditi austroungarici di nazionalità ceca avrebbero goduto di un trattamento favorevole; ASMAE (Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri), Affari politici 1916-1919, b. 50, Dispositions du government de la République Française en favour des Tchèques

Harrison S. Thomson, Czechoslovakia in Europe history, Princeton, New Jersey, Princeton University Press, p. 296

In effetti, quando Dürich fu accolto dall'Unione delle associazioni, egli era comunque considerato un portavoce di Masaryk, nonché un rappresentante ufficiale del Consiglio ed i cecoslovacchi di Russia ignoravano che i progetti filorussi che egli presentava non erano approvati né conosciuti dai membri del Consiglio Nazionale che si trovavano in Occidente; K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op. cit., p. 83

Si veda paragrafo 1.8

S. H. Thomson, op. cit., pp. 297-298

Ivi, p. 298

Ivi, p. 299

Oltre alla peculiarità della vicenda dei legionari cecoslovacchi nella Russia rivoluzionaria, tali attività, che esulavano da quelle normalmente affidate ad un esercito, contraddistinsero i compiti della Legione in Russia da quelli delle unità che nel frattempo si erano formate in Francia ed in Italia, che furono sempre assistite logisticamente dai comandi dei due Stati nei quali combatterono e dal Consiglio Nazionale Cecoslovacco di Parigi, o dalle sue rappresentanze dislocate in Europa; K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op. cit., p. 258

G. Stuparich, op. cit., p. 105

René Albrecht-Carrié, Storia diplomatica d'Europa dal 1815 al 1968, Bari, Laterza, 1978, p. 383

Ibidem

R. Seton-Watson nota che la terminologia usata era imprecisa, così come se si fosse scritto 'latini' e 'italiani', essendo i cecoslovacchi un gruppo tra gli slavi, non qualcosa di differente, da specificare; R. Seton-Watson, op. cit., pag. 292. Anche Benes nota come la formulazione della nota assunse un'inesattezza ed un'inconsistenza tale da generare molta sorpresa tra gli stessi boemi; Benes, My war memoirs, cit., p. 158

Benes esercitò la sua influenza su Kammerer, stretto collaboratore di Berthelot. Grazie al memoriale compilato da Benes in cui si esaltava il valore di opposizione antiaustriaca che avrebbe avuto l'inserimento della liberazione nazionale boema tra gli obiettivi bellici, il ministero degli Esteri francese si convinse ad assicurare a Benes che, se fosse stato possibile, si sarebbe inserito nella dichiarazione alleata un riferimento ai cechi; in alternativa, Briand avrebbe potuto fare una dichiarazione circa i boemi al Parlamento francese e avrebbe ricevuto il Segretario del Consiglio Nazionale ceco, riservando ampia pubblicità all'evento. Nei giorni precedenti all'approvazione della nota, furono offerte a Benes varie occasioni per pubblicizzare la causa ceca mediante la pubblicazione di articoli e interviste sui giornali e colloqui con esponenti politici francesi; ivi, p. 156

R. Seton-Watson, op. cit., p. 292

Tomás G. Masaryk, La futura Boemia, apparso sulla rivista "The New Europe", 22 febbraio 1917, allegato a Edvard Benes, La Boemia contro l'Austria-Ungheria. La libertà dei cecoslovacchi e l'Italia, Roma, Ausonia, 1917, pp. 115-130

L'articolo di Masaryk è molto interessante per valutare quanto si modificarono, con l'evolversi della situazione internazionale, i progetti dei leaders boemi. Infatti, nello scritto, Masaryk sintetizza le sue idee riguardo molti aspetti della vita dello Stato: la sua denominazione, il rapporto tra cechi e slovacchi, le istituzioni, le probabili difficoltà causate dalle minoranze tedesche, polacche e ungheresi che si sarebbero trovate all'interno dei confini boemi e le possibili soluzioni.

W. Giusti, op. cit., p. 93

Vlastimil Kybal, Le origini diplomatiche dello Stato cecoslovacco, Praga, Orbis, 1929, p. 45

F. Fejtő, op.cit., pp. 246-247

Tra i tentativi più significativi di intavolare nuove trattative tra la Monarchia asburgica e gli Alleati si possono ricordare quello attuato dal conte Revertera e del conte Armando nell'agosto 1917,  quello del conte Mensdorff e del generale Smuts nel dicembre 1917-gennaio 1918, quello intrapreso da Lloyd George nel marzo 1918.

Kybal riporta la dichiarazione pubblica di Lloyd George del 5 gennaio 1918, con la quale il governo britannico assicurò di non avere alcuna intenzione di smembrare l'Austria-Ungheria, desiderando solo che alle nazionalità al suo interno fosse concesso un governo autonomo. Clemenceau e Wilson approvarono pienamente questo programma; V. Kybal, op. cit., p.48

Ivi, pp.48-49

Alla speranza di dividere le forze degli Imperi centrali, i cecoslovacchi opponevano che ciò non sarebbe potuto più avvenire, visto che la Germania dominava ormai l'apparato politico e militare asburgico; il progetto di federazione austriaca venne criticato perché essa non avrebbe potuto svolgere lo sperato compito di stabilizzatrice dell'Europa orientale, poiché l'Austria-Ungheria privata della Galizia, che avrebbe fatto parte della Polonia, della Bosnia-Erzegovina, che sarebbe stata ceduta alla Serbia, secondo le richieste minime dell'Intesa per giungere a un accordo, senza contare l'eventuale perdita della Transilvania, da unire alla Romania, e Trento e Trieste, rivendicate dall'Italia, sarebbe stata dominata dai Tedeschi e dai Magiari: così lo sperato risultato di conservare un baluardo antigermanico sarebbe stato solo illusorio. Al contrario, se gli Alleati avessero manifestato la volontà di distruggere l'Austria-Ungheria, avrebbero potuto giovarsi dell'appoggio delle nazionalità minoritarie dell'Impero. La sconfitta totale dell'Austria avrebbe inoltre reso più rapida anche la vittoria sulla Germania; G. Stuparich, op. cit., pp.107-108

Le fonti bibliografiche consultate non recano traccia del dibattito politico circa i destini della Boemia che si poté scatenare tra i cechi anche grazie alla maggiore libertà concessa dal governo. Le pubblicazioni sulla formazione della Cecoslovacchia, infatti, hanno privilegiato il punto di vista dei nazionalisti "vincitori", minimizzando le resistenze interne ai progetti indipendentistici, che pure dovettero esserci, ed esaltando, ricordandole, le prime manifestazioni di approvazione all'opera degli emigrés che giungevano dall'interno dell'Impero. Senza dubbio, nel 1917 esisteva ancora un'ampia porzione di opinione pubblica fedele alla dinastia, che aveva come massima aspirazione la mera autonomia della propria regione da attuarsi in seno alla Monarchia asburgica. Lo sviluppo economico della regione, così come il livello avanzato di istruzione e di cultura politica dei suoi abitanti non rendono credibile che, al di là del timore per la repressione asburgica, tra i cechi non ci fosse una corrente nettamente favorevole alla conservazione di una situazione che permetteva di godere dei benefici di uno Stato senza sopportarne le responsabilità; Piotr S. Wandycz, Il prezzo della libertà - Storia dell'Europa centro-orientale dal medioevo ad oggi, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 272. Per reperire notizie circa le manifestazioni filoasburgiche dei politici boemi, è necessario rivolgersi agli autori che, come Tamaro, delusi dall'atteggiamento dei politici cechi nei confronti dell'Italia emerso durante la Conferenza della pace, erano intenzionati a mettere in evidenza la scarsa aderenza alla realtà del quadro della Boemia che la propaganda dei fuoriusciti descriveva ai governi alleati per convincerli ad ampie concessioni.

Manifesto degli intellettuali boemi, tratto da G. Stuparich, op. cit., p. 154

Discorso dell'Unione ceca al Parlamento, 30 maggio 1917, tratto da G. Stuparich, op. cit., p. 157. Secondo A. Tamaro, op. cit., p. 16, tale manifesto non ebbe alcun ascolto tra i politici boemi: egli riporta infatti, nelle pagine successive, una lunga serie di dichiarazioni pronunciate dai deputati cechi al Parlamento di Vienna, che costituiscono le prove a sostegno della sua tesi secondo la quale i boemi residenti in patria, continuarono a manifestare la loro fedeltà agli Asburgo fino al 1918 inoltrato, per bilanciare l'attività antiaustriaca svolta all'estero da alcuni esuli e per garantire alla Boemia perlomeno l'autonomia all'interno dell'Impero, nel caso che la guerra fosse terminata con un successo degli Imperi Centrali. Nella sua opera, Tamaro legge in questa ottica dichiarazioni che lasciavano spazio anche ad interpretazioni differenti. Ad esempio, egli riporta le frasi con le quali i deputati cechi esprimevano il loro favore per una Boemia libera federata alle altre nazioni che componevano l'Impero come prove della manifesta volontà ceca di conservare l'Austria-Ungheria, ma non riporta che una possibilità presa in considerazione dai patrioti cechi era quella della federazione, non come concessione dell'Imperatore, ma come scelta alla quale le nazioni, una volta conquistata la completa indipendenza, sarebbero potute giungere per libera scelta, in considerazione dei vantaggi materiali che ne avrebbero potuto ricavare.

R. Seton-Watson, op. cit., p. 293

Discorso dell'Unione ceca al Parlamento, 30 maggio 1917, tratto da G. Stuparich, op. cit., p. 157

Ivi, p. 158

Stuparich cita uno scritto del professor Kemety; ibidem

In un articolo sulla rivista magiara "Az Est", 1° giugno 1917; ivi, p.159

Discorso di Kalina al Parlamento, 30 maggio 1917; ibidem

Seton-Watson lo definisce 'Epifany Manifesto'; R. Seton-Watson, op. cit., p. 297

L. Valiani, op. cit., p. 314

Nazdar è il saluto tradizionale cecoslovacco, traducibile con 'Salve!'; K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op.cit., p. 25

S. H. Thomson, op. cit., p. 283

Si tratta del volantino firmato dal granduca Nicola; si veda la nota n. 17 a p. 24

La squadra ceca era composta inizialmente di oltre 700 volontari e cominciò la sua attività al fronte alla fine di ottobre del 1914; K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op. cit., p.31

E. Benes, My war memoirs, cit., p. 123

K. Pichlík, B. Klípa, J. Zabloudilová, op. cit., p. 125

Circa le riserve da parte dell'Italia, si veda capitolo 2. Il programmato trasferimento delle truppe volontarie dalla Russia alla Francia, sulla base degli accordi stipulati da Masaryk con Albert Thomas, il ministro francese per le Munizioni, nel giugno 1917, non avvenne se non in minima parte, a causa del caos sopraggiunto in Russia allo scoppio della rivoluzione bolscevica dell'ottobre 1917. L'impossibilità di superare questi ostacoli fece sì che il progetto di costituire un unico esercito cecoslovacco che combattesse sul fronte più centrale della guerra, quello franco-tedesco, non si realizzasse.

ASMAE, Affari politici 1916-1919, b.50, Decreto sulla costituzione di un esercito nazionale cecoslovacco

V. E. Orlando, nella prefazione a V. Kybal, op. cit., p. 17






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