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Letteratura Italiana - Dalle origini al Trecento - Dante, Petrarca, Boccaccio

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Letteratura Italiana

Produzione letteraria in lingua italiana a partire dal XIII secolo, quando diverse forme di dialetti regionali si danno una forma colta e iniziano a essere utilizzati nella redazione scritta di testi con evidenti finalità di comunicazione artistica.

Agli inizi del Duecento, nella penisola italiana la lingua colta era il latino, mentre nella vicina area francese si erano da tempo sviluppate delle letterature in lingua d'oc e lingua d'oïl, cioè rispettivamente la lingua provenzale e la lingua francese. È quindi comprensibile come l'avvio della produzione di testi letterari in volgare sia stato segnato da influenze linguistiche e tematiche di quelle letterature, oltre che dai modelli persistenti del latino. E infatti la letteratura italiana si sviluppò in ambienti caratterizzati dalla cultura retorica e giuridica latina. Inoltre il particolarismo politico e l'assenza iniziale di centri culturali omogenei o capaci di un'egemonia costruttiva videro la nascita e lo sviluppo di volgari molto diversi tra loro nel sistema linguistico, anche se presto si sarebbe delineato il primato della lingua e dei modelli toscani.



Dalle origini al Trecento

Gli influssi delle scuole di retorica latine, oltre che dei volgari di Francia, sono già visibili nella prima esperienza di una lirica d'arte in volgare, dispiegatasi in Sicilia tra il 1230 e il 1266 alla corte sveva di Federico II e di suo figlio Manfredi. Non a caso la scuola siciliana nacque a Palermo presso la corte del centro politico più importante in Italia, allora in contatto con varie culture compresa quella araba. I "poeti" erano funzionari di corte (notai, avvocati, giudici) dotati di un'ottima formazione retorica e in grado quindi di comporre in volgare utilizzando la lingua locale modellata sull'illustre esempio del latino per riproporre la tematica d'amore cortese secondo le forme della poesia trobadorica. I poeti più famosi di questa scuola sono Giacomo da Lentini, cui è attribuita l'invenzione del sonetto (la forma metrica più importante della tradizione italiana), Guido delle Colonne, Pier della Vigna, Stefano Protonotaro, Giacomino Pugliese, Rinaldo d'Aquino. Pochissimi tuttavia sono i testi siciliani ancora oggi conservati in forma originale. L'unico testo completo è una canzone di Stefano Protonotaro; il 747i81h resto della produzione è giunto a noi attraverso le copie fatte da amanuensi toscani. La fine della monarchia sveva con la battaglia di Benevento (1266) segnò anche la fine della magna curia, l'ambiente politico e culturale in cui prese vita la scuola siciliana.

La sua eredità fu ripresa in Toscana da un gruppo di poeti (il lucchese Bonagiunta Orbicciani, il fiorentino Chiaro Davanzati) tra cui il più autorevole è Guittone d'Arezzo, che non soltanto trattò la lirica d'amore secondo i modelli provenzali, ma adattò la canzone alla tematica morale e a quella politica, fornendo in questo ambito un punto di riferimento per gli sviluppi successivi.

Nell'Italia settentrionale, a parte l'uso del provenzale come lingua poetica (Lanfranco Cigala, Sordello da Goito e altri), si diffuse con successo la letteratura cavalleresca in lingua d'oïl, presto adattata ai volgari locali con la costituzione di una narrativa, trasmessa in un ibrido linguistico, denominata letteratura franco-veneta. I volgari settentrionali vennero impiegati inoltre per testi poetici di tipo didattico e moraleggiante, come quelli di Giacomino da Verona, Uguccione da Lodi e del milanese Bonvesin de la Riva.

Nell'Italia centrale, parallelamente alla diffusione di movimenti religiosi (contano in particolare, sul versante letterario, quello dei flagellanti a Perugia e quello francescano), si diffuse una lirica religiosa. Il testo più antico, precedente anche all'esperienza volgare siciliana, è il Cantico delle creature (detto anche Cantico di frate Sole, forse del 1225) di san Francesco.

Seguì una vasta produzione, spesso anonima, di laudi, che si diffuse dall'Umbria nelle regioni vicine, dove sarebbe rimasta viva fino al Quattrocento. La lauda si sviluppò anche nella forma della lauda drammatica e quindi nel teatro religioso della sacra rappresentazione, un vero e proprio spettacolo di sapore didattico e popolare. Nella fase duecentesca della lauda rientra l'opera di Jacopone da Todi, il temperamento poetico più forte prima di Dante. La sua opera non era destinata alle confraternite religiose, come le altre laude, ma aveva carattere personale e destinazione conventuale.

Particolarmente dipendente dalle scuole di retorica (come quella del bolognese Guido Faba) è all'inizio l'elaborazione di una prosa volgare, legata ai modelli del cursus. La prosa fu impiegata nei volgarizzamenti specie dal latino (ad esempio, Storie de Troia e de Roma). Tra questi, rilievo particolare assume la Rettorica del fiorentino Brunetto Latini, che è volgarizzamento di parte del De inventione di Cicerone, destinato a fornire un modello di linguaggio alla classe dirigente in via di formazione all'interno della civiltà comunale. Dal francese si tradussero invece soprattutto romanzi del ciclo bretone. Ma, verso la fine del Duecento, comparvero importanti esempi di prosa narrativa oppure scientifica originale come - rispettivamente - il Novellino e la Composizione del mondo di Ristoro d'Arezzo.

Il Dolce stil novo

Sempre alla fine del secolo si configurò la fondamentale esperienza poetica di un gruppo di giovani, perlopiù fiorentini, che, riprendendo la lezione del bolognese Guido Guinizelli, elaborarono un nuovo stile (il Dolce stil novo) capace di reinterpretare la tematica amorosa di tipo cortese sulla base di un retroterra scientifico e filosofico più ricco e moderno, con attenzione alla dimensione culturale e psicologica del mondo cittadino comunale e, più in particolare, con una sensibilità linguistica più musicale e coerentemente tenuta sul registro del piano e del "dolce".

Alla costituzione del nuovo gusto e alla coscienza delle novità espresse dettero un contributo decisivo i fiorentini Guido Cavalcanti e Dante. Questi narrò nella Vita nuova la sua storia ideale dell'amore (costruita secondo le tappe dell'amore mistico verso Dio) e offrì un modello raffinatissimo di prosa d'arte, quale connettivo delle varie liriche del testo. Il più giovane Cino da Pistoia concluse questa esperienza stilnovistica aprendo la strada alla lirica di Petrarca.

Ancora in Toscana, a fianco dell'esperienza stilnovistica, si sviluppò un altro filone poetico, di tipo realistico e burlesco (tenuto cioè su un registro espressivo non più "tragico", bensì "comico") e destinato a un pubblico più ampio. Spiccano in quest'ambito i nomi del senese Cecco Angiolieri e di Folgòre da San Gimignano. Ma la figura dominante, al punto da essere considerato il padre della lingua italiana, è Dante Alighieri.

Dante, Petrarca, Boccaccio

Eccezionale sperimentatore di linguaggi, stili e generi letterari, Dante scrisse sia in volgare sia in latino, ma affermò il primato del volgare come lingua letteraria anche attraverso il ripensamento dell'esperienza poetica del Duecento compiuto nel De vulgari eloquentia (1303-1305), trattato incompiuto di storia della lingua, di retorica e di stilistica. Dotato di cultura enciclopedica, espresse nel Convivio (1304-1308) l'intenzione di divulgare il sapere oltre la cerchia ristretta dei "chierici", gli intellettuali tradizionali, trattando in volgare argomenti scientifici e filosofici. Nel Monarchia (cui lavorò dopo il Convivio) Dante afferma la separazione dei poteri tra Chiesa e Impero nelle rispettive sfere di competenza. L'idea di riproporre un sapere enciclopedico sotto forma di viaggio verso la salvezza (viaggio in cui si proietta il mondo terreno nell'aldilà e si commisura il disordine terreno all'ordine celeste) viene sviluppato nella Commedia, poema in terzine di endecasillabi, iniziato verso il 1307. E la terzina, come forma metrica, sarebbe stata continuamente riproposta nel corso dei secoli fino a tutto il Novecento. La fortuna di quest'opera consentì la diffusione del toscano oltre l'ambito regionale, specie nelle aree settentrionali. Nonostante la genialità di Dante e la ricchezza del suo plurilinguismo sperimentale, gli orizzonti mentali sono quelli del Medioevo.

A una nuova concezione della cultura e dell'uomo si aprì Francesco Petrarca attraverso un lavoro appassionato e pionieristico di recupero della cultura classica e della lingua latina antica, sia di quella ciceroniana (vagheggiata nel suo vasto epistolario) sia di quella virgiliana (riproposta nel poema in latino Africa dedicato alla funzione civilizzatrice di Roma). Petrarca scrisse tutte le sue opere in latino con due sole eccezioni, ma una di queste, il Canzoniere, è opera di importanza fondamentale nella storia letteraria italiana. Egli infatti, rielaborando il linguaggio della tradizione stilnovistica, riuscì a trasferire la sua complessa introspezione psicologica e sentimentale in forme così perfette da costituire un modello vincolante per secoli (grazie anche alla consacrazione cinquecentesca delle sue liriche) e da perpetuare una tradizione di monolinguismo poetico fino a epoche recenti.

Meno rigoroso nelle scelte, ma più aperto alla comunicazione con un pubblico borghese, appare il toscano Giovanni Boccaccio. Col Decameron egli impresse nelle forme narrative della prosa un incanto comunicativo e, insieme, una forza di oggettivazione magica della realtà che le resero per secoli un modello e un canone per la prosa, svolgendo la stessa funzione che Dante per un verso e Petrarca per un altro svolsero nella lingua poetica.

Le opere di questi tre grandi del Trecento sono tutte scritte in volgare toscano, cioè la lingua destinata, grazie anche alla funzione di canone delle opere stesse, ad affermarsi in Italia a scapito delle altre varianti regionali e locali, che con rare eccezioni rimarranno compresse fino al Novecento, in una situazione culturale completamente cambiata.

Minori del Trecento

Anche per l'esempio trascinante del Boccaccio, la novellistica ebbe un grande sviluppo nel Trecento e l'opera migliore è il Trecentonovelle di Franco Sacchetti. Ricca è anche la letteratura in prosa, che registra e riflette l'evoluzione della società contemporanea, e ancora una volta i testi migliori sono di area toscana, grazie anche alla curiosa vitalità del mondo mercantile comunale: sono la Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi di Dino Compagni, la Cronica di Giovanni Villani, concepita come espressione della famiglia Villani e continuata dal fratello e dal nipote, i Commentari del tumulto dei Ciompi, attribuita a Gino Capponi (1350 ca. - 1421) e, fuori Toscana, l'anonima Cronica in dialetto romanesco, di cui una parte è nota col nome di Vita di Cola di Rienzo.

Nel quadro della produzione volgare del Trecento occorre considerare anche la letteratura devota, molto diffusa e capace di forte comunicazione popolare: lo Specchio di vera penitenza del domenicano fiorentino Jacopo Passavanti, l'Epistolario e il Libro della divina dottrina di Caterina da Siena e il volgarizzamento di vite di santi del domenicano pisano Domenico Cavalca.

La Commedia di Dante favorì lo sviluppo di una poesia didascalica e dottrinale, di cui gli esponenti principali furono Francesco Stabili detto Cecco d'Ascoli col poema in sesta rima Acerba, e Fazio degli Uberti col poema allegorico in terzine il Dittamondo. La tradizione cortese e giullaresca combinata con la lezione dei "poeti comici" e degli aspetti comici del linguaggio dantesco trovò la sua espressione migliore nella ricca produzione nel banditore del Comune di Firenze Antonio Pucci, che fu anche uno dei primi autori di cantari.

Il Quattrocento

L'affermarsi dell'Umanesimo e il recupero dei testi classici vissuti come modelli di letteratura e di vita da una parte rafforzarono l'educazione letteraria, svilupparono una nuova coscienza storica, dettero vita alla scienza moderna della filologia, e dall'altra contrassero lo sviluppo della letteratura volgare a beneficio di quella latina esemplata sui modelli antichi, oltre che sulla lunga pratica del mediolatino. In latino scrissero i più moderni intellettuali del Quattrocento a partire da Coluccio Salutati e da Poggio Bracciolini fino al filosofo Marsilio Ficino, che tentò la conciliazione culturale tra filosofia e fede, e Lorenzo Valla, che lavorò alla convergenza tra filologia e fede.

La letteratura in volgare della prima metà del Quattrocento, molto ridotta sul piano della quantità e modesta nei risultati, continuò nella sostanza la tradizione trecentesca. Nella lirica proseguì l'imitazione petrarchesca, diffusa anche fuori Toscana. In quest'ambito, particolare rilievo hanno le liriche dal raffinato andamento popolareggiante del veneto Leonardo Giustinian, che impiegò un fondo dialettale veneto reimpastato sul modello toscano. In Toscana i risultati più originali sono i sonetti del fiorentino Domenico di Giovanni detto il Burchiello, che riprese la tradizione dei "poeti comici" sviluppando il gusto delle associazioni fino ad approdare al nonsense.

La letteratura religiosa continuò con i sermoni del predicatore francescano san Bernardino da Siena, ma soprattutto con le laudi e le sacre rappresentazioni (Feo Belcari), che si svilupparono a partire dalla metà del secolo e che videro anche il contributo di scrittori laici come Lorenzo de' Medici.

Nel corso del Quattrocento continuò la fortuna dei cantari, che non vennero più destinati unicamente alla recitazione, ma acquistarono una dimensione letteraria e, per questa via, si aprirono alla nuova forma del poema cavalleresco italiano a partire da Luigi Pulci.

La ripresa del volgare

Il linguaggio del sapere umanistico fu per tutto il secolo il latino, e i testi in volgare rispondevano, come nel caso di Ficino (Sopra lo amore ovvero Convito di Platone), all'intenzione di assicurare una più ampia divulgazione. Tuttavia, poiché nella Firenze umanistica la funzione sociale e di civile convivenza del linguaggio era molto sentita, a partire dalla seconda metà del XV secolo il rapporto subalterno del volgare rispetto al latino aveva cominciato a rovesciarsi. Fatto emblematico ne è il "certame coronario" indetto a Firenze nel 1441 da Leon Battista Alberti per rilanciare la dignità letteraria del volgare. Ed è significativo anche il fatto che questo artista abbia scelto il latino per i suoi scritti più personali e il volgare per quelli attinenti alla dimensione civile e sociale. Certo è che nel secondo Quattrocento si verificò, ancora a Firenze, una grande fioritura della poesia volgare.

La continuità della tradizione fiorentina popolare, a cominciare da quella dei cantari, è rappresentata, in modo originale, da Luigi Pulci, che dette la massima prova del suo bizzarro ingegno in un poema eroico, il Morgante, composto infatti di ventotto cantari. Egli, appartenente alla cerchia medicea, fu spesso ai limiti dell'eresia sul piano ideologico, e aperto a uno sperimentalismo disinibito sul quello linguistico. Un registro linguistico amplissimo, capace di riprendere e riproporre la tradizione toscana, caratterizza le opere di generi e stili diversi di Lorenzo de' Medici, che seppe rivitalizzare gran parte della tradizione volgare. A lui spetta anche il merito di aver organizzato a Firenze il centro culturale più ricco di fermenti culturali nell'Italia del suo tempo. Figura fondamentale per i destini del volgare letterario fu il Poliziano, scrittore perfettamente bilingue che innestò sul volgare letterario del Trecento il sistema linguistico del latino e fissò così, soprattutto con le Stanze per la giostra (1475-1478), un modello linguistico e stilistico destinato a durare e a concorrere alla costituzione del classicismo letterario. Importante è anche la Favola di Orfeo (1480), la prima opera laica del teatro italiano (e "favola" ha qui il valore tecnico di "rappresentazione teatrale"), anche se costruita secondo i modi strutturali della sacra rappresentazione.

La vitalità del volgare non riguarda solo l'area toscana. Nell'Italia padana si sviluppò una letteratura aristocratica e cortigiana che, pur facendo riferimento alla più autorevole tradizione toscana, mostrava un libertà nelle scelte linguistiche degli stili e dei temi che costituirono un retroterra per le successive formazioni mistilingui di tipo maccheronico e pedantesco. Il centro più creativo dell'area padana fu la corte di Ferrara, soprattutto per la fortuna che vi ebbe il romanzo. Alla corte di Ferrara circolavano nel Quattrocento romanzi francesi e franco-veneti e lì si sviluppò un gusto cavalleresco cortigiano che trovò la sua maggiore espressione nell'opera di Matteo Maria Boiardo con l'Orlando innamorato, poema narrativo in ottave (come lo era già stato quello del Pulci) che fonde l'epica carolingia col romanzo arturiano. Quest'opera non assolveva solo a una funzione di raffinato intrattenimento, ma interpretava anche gli ideali neofeudali propri di quella piccola corte, bellicosa e un po' precaria. Dal confronto linguistico tra l'Orlando innamorato e il canzoniere del Boiardo si constata quanto il modello lirico petrarchesco avesse imposto le forme toscane rispetto alla narrativa in versi, ancora relativamente indipendente proprio per la forte tradizione franco-veneta.

Nell'area meridionale dell'Italia ebbero rilievo le esperienze della Napoli aragonese. Qui alcuni umanisti si erano raccolti nell'Accademia fondata dal palermitano Antonio Beccadelli detto il Panormita (1394-1471) e guidata, dopo la sua morte, da Giovanni Pontano. Quest'ultimo, lo scrittore di maggior rilievo del gruppo di umanisti, scrisse le sue numerose opere in latino, ma offrì una lezione di umanesimo antiretorico e capace di interpretare il presente. L'altro grande scrittore della Napoli aragonese fu Iacopo Sannazzaro: con l'Arcadia, opera mista di prosa e di versi, fondò un paesaggio spirituale che nel Settecento avrebbe avuto fortuna europea. La ricerca linguistica del Sannazzaro era orientata verso il pubblico più vasto delle corti italiane e dunque muoveva in una direzione antiregionalistica. Tracce dialettali, nonostante l'invasività delle forme toscane, si trovano invece nella prosa del Novellino (pubblicato postumo nel 1476) di Tommaso Guardati detto Masuccio Salernitano.

In ogni caso, se la prosa volgare dell'inizio del Quattrocento mostrava chiaramente tracce dell'area di provenienza, alla fine del secolo il processo di omogeneizzazione linguistica rendeva quelle tracce sbiadite, a meno che non ci fosse l'intenzione di marcare una particolare tradizione espressiva locale.

Il Cinquecento

Il secolo del Rinascimento è un secolo non soltanto ricchissimo sul piano della produzione letteraria e artistica, ma anche complesso e di contrastante fisionomia. È il secolo in cui maturarono i frutti delle conquiste e perfino delle utopie (linguistiche) dell'Umanesimo, in cui si consolidò un sistema normativo relativo ai generi letterari e alle regole interne a ciascun genere, in cui, attraverso la questione della lingua, si definì un canone linguistico destinato a durare a lungo. Il volgare si istituzionalizzò come "nazionale" (cioè valido per tutto il territorio della penisola), definì le regole della propria identità (con una grammatica) e divenne "l'italiano", tanto che le parlate regionali regredirono a dialetti. La cultura del Cinquecento fu una cultura fondamentalmente laica che ebbe nelle corti i suoi principali centri di produzione. Luoghi di grande aristocraticità intellettuale le corti signorili dell'Italia rinascimentale svilupparono la tendenza a dare una rappresentazione idealizzata della realtà. Eppure è anche il secolo in cui, soprattutto a partire dalla seconda metà, si manifestarono inquietudini espressive nuove (età del manierismo), in cui ai canoni del classicismo aristocratico si contrapposero sperimentalismi radicali con la costruzione di ibridi linguistici, in cui la lingua letteraria toscanizzata subì la sfida di scritture dialettali, in cui la Chiesa riprese il controllo della cultura e lo esercitò in modo da vincolare ancora di più a un'ortodossia espressiva intellettuali che dipendevano - e introiettavano la dipendenza - dai vari mecenati, mentre si esibivano gli avventurieri della penna.

Almeno due elementi, tuttavia, caratterizzano tutta la letteratura (ma anche l'arte) del Rinascimento: la tensione verso l'equilibrio e la perfezione formale, ricercati adattando i modelli classici alla lingua volgare e rendendo quest'ultima il più possibile simile alle lingue antiche (fissate cioè in forme letterarie e separate dal parlato); e la tendenza alla codificazione, cioè la tendenza a fissare codici di comportamento letterario (e non solo) validi per tutti i ceti colti presenti nei centri di cultura, vale a dire le corti delle signorie italiane. Questi due elementi costituiscono quello che si chiama il "classicismo".

L'età del Rinascimento (che occupa convenzionalmente un secolo a partire dalla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492, cioè dalla fine della politica di equilibrio degli stati regionali, fino al 1595, l'anno della morte di Torquato Tasso) si suole dividere in due fasi: la prima dal 1492 al 1559, anno della pace di Cateau Cambrésis, che segna il riconoscimento internazionale dell'egemonia spagnola in Italia; e la seconda dal 1559 al 1595, oggi comunemente denominata "età del manierismo".

Il primo Rinascimento

Nella prima metà del secolo un evento fondamentale per il destino (almeno fino all'età del Romanticismo) dell'italiano letterario fu la sua riduzione entro il rigido ambito dei testi scritti, con l'eliminazione del parlato e l'emarginazione dei serbatoi linguistici regionali, per poter così meglio garantire l'ortodossia linguistica. Questa scelta prevalse a conclusione di un grande dibattito sulla questione della lingua, quando si impose il canone propugnato dal veneziano Pietro Bembo, che è anche l'autore della prima vera grammatica della lingua italiana contenuta nelle Prose della volgar lingua (1525). Secondo tale canone, venne stabilita la superiorità del fiorentino degli scrittori del Trecento e si indicarono come modelli della poesia e della prosa rispettivamente Petrarca e Boccaccio, così come nella lingua latina si erano stabiliti come modelli Virgilio e Cicerone. Le altre due soluzioni proposte, all'interno del dibattito sulla lingua, erano quella di un ibridismo cortigiano (cioè la lingua letteraria intesa come risultato degli apporti delle corti delle varie regioni d'Italia) e quella del toscano parlato. La discussione sui canoni e sui modelli linguistici rientrava in una tendenza più generale, razionalistica e regolistica, del Rinascimento (tipica quella della definizione dei generi letterari) e si esprimeva in un gusto normativo che investiva le varie sfere del comportamento dell'intellettuale, che coincideva col cortigiano. Questo gusto razionalistico anima due trattati importanti: il Cortegiano (1528) di Baldassarre Castiglione e il Galateo (1558) di Giovanni della Casa. Entrambi i testi ebbero una grande fortuna in ambito europeo, specie in Spagna e in Inghilterra, e contribuirono alla formazione del perfetto gentiluomo.

La poesia e la prosa

Nell'ambito della lirica, territorio di dominio petrarchesco, spiccano le Rime (1558) del già ricordato Giovanni della Casa, pervase da un'inquietudine nuova e capaci di registrare le dissonanze della vita attraverso un uso originale dell'enjambement. Accenti personali hanno anche le rime di Michelangelo Buonarroti, nelle quali l'imperfetta disciplina letteraria mette meglio in evidenza il temperamento dell'autore, meno cedevole verso le convenzioni liriche del tempo.

Nella società cortigiana del Cinquecento la donna acquistò un peso maggiore che in passato e contribuì alla vita culturale. Le scrittrici adottarono il linguaggio petrarchesco, il codice lirico dominante, impiegandolo come strumento di comunicazione sociale, oltre che come espressione personale. La loro appartenenza a regioni diverse documenta la diffusione del petrarchismo attraverso Bembo: romana era Vittoria Colonna, emiliana Veronica Gambara, lucana Isabella Morra (1520-1546) e veneziana Gaspara Stampa.

La letteratura del Rinascimento toccò i vertici, nell'ambito della poesia e della prosa, con tre autori di grande forza e originalità: Ariosto, Machiavelli e Guicciardini. Ludovico Ariosto, con l'Orlando furioso (iniziato come continuazione, nella stessa corte, dell'Orlando innamorato di Boiardo), trasformò la materia cavalleresca, che era genere di largo consumo negli ambienti cortigiani e popolari, in una sorta di racconto fantastico capace di interpretare l'uomo, la sua natura, i suoi comportamenti, racconto di ironica leggerezza che disvela e insieme accetta l'irrazionale, la forza del sogno e la normale realtà dei singoli. Le tre edizioni dell'opera (1516, 1521, 1532) documentano la sofisticata elaborazione del testo a piena realizzazione dei principi linguistici di Bembo: il fatto che la lingua letteraria come toscana sia stata teorizzata da un veneto e realizzata da un ferrarese è una delle dimostrazioni dell'accettazione a livello nazionale del primato toscano. Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini ampliarono la funzionalità della prosa alla dimensione politica, oltre che a quella storica di vasto respiro. Le opere di Machiavelli, e in particolare Il Principe (1513), dettero avvio alla trattatistica politica moderna e, riprendendo la lezione della filologia come scienza autonoma (capace cioè di darsi proprie leggi, a partire dalla realtà primaria del testo letterario), fondarono la politica come scienza autonoma dalla morale religiosa o da qualsiasi interesse di parte. Anche la prosa è segnata dallo spregiudicato realismo dell'autore che, pur nutrito dell'esperienza umanistica, diffidava del convenzionalismo intellettuale e delle sistemazioni accademiche. Quanto a Guicciardini, con la Storia d'Italia (1537-1540) produsse uno dei massimi monumenti storiografici della nostra tradizione e insieme un testo dalla prosa ardua e dallo svolgimento simile a quello di una grande tragedia, provocata dall'accecamento dei principi italiani che, favorendo l'intervento degli stranieri, hanno causato la rovina del paese. Si tratta di un testo segnato dalla tensione intellettuale a comprendere la logica tragica che ha provocato eventi sfuggiti a tutti di mano. Guicciardini è anche autore di un singolare testo tra il memorialistico e l'autobiografico, i Ricordi politici e civili (pubblicati postumi a Parigi nel 1576), che costituiscono un'insolita riflessione sui fondamenti della politica.

La definizione dei generi letterari passò attraverso un dibattito contiguo alle discussioni sulla lingua e ai dibattiti su poetica e retorica, attraverso i quali prese avvio la critica letteraria. Una forte spinta alla sua configurazione fu data da una prima traduzione latina (1498) della Poetica di Aristotele, a opera di Giorgio Valla, e da una seconda (1536) di Alessandro de' Pazzi, accompagnata dal testo originale di Aristotele. Come ha osservato lo studioso Giorgio Ferroni, la nuova critica si reggeva "sulla cooperazione di poetica e retorica e su una tendenza alla specializzazione e tecnicizzazione del discorso". Tra i numerosi critici (Francesco Robortello, Vincenzo Maggi, Sperone Speroni ecc.) spicca il modenese Ludovico Castelvetro (1505-1571), al quale si deve il maggiore commento cinquecentesco alla Poetica aristotelica.

Il teatro

Questo dibattito teorico pesò, in particolare, sulla definizione del genere tragico, che sarebbe rimasto il più regolato, solenne e autorevole fino a tutto il Settecento. Le sue disputatissime norme finirono col blindarlo in spazi in cui le innovazioni erano ardue, e certamente l'unico grande tragico della nostra storia letteraria, Vittorio Alfieri, lo si trova solo alla fine del Settecento. Le tragedie di Gian Giorgio Trissino o di Luigi Alamanni (1495-1556) hanno per noi solo valore storico, e anche quelle di Giambattista Giraldi Cinzio, innovative soprattutto per il ricorso al modello di Seneca, col seguito di cupe atrocità che esso comporta, appaiono datate.



Di molto maggiore libertà compositiva e insieme di migliore fortuna hanno goduto le commedie. La commedia è al centro dell'invenzione del teatro moderno, che assunse a modello - nella trama e nella configurazione dei personaggi - gli autori latini (Plauto e Terenzio) per proporre agli occhi della società aristocratica le trame della vita quotidiana. Spetta ad Ariosto il merito di aver iniziato il nuovo teatro umanistico (La Cassaria, 1508; I Suppositi, 1509) e di aver prodotto con La Lena (1528) uno dei testi più indipendenti e capaci di maggior presa. Un vero capolavoro è la Mandragola (1518 ca.) di Machiavelli, in cui gli schemi e le convenzioni tradizionali del genere costituiscono gli snodi in cui si articola un'amara rappresentazione di come, per usare un'espressione del Principe, "l'uomo non è se non vulgo". Uno dei testi maggiori del teatro italiano del primo Cinquecento è la Calandria (1512) del Bibbiena (1470-1520). A questi si possono aggiungere le commedie di Pietro Aretino (La cortigiana, 1524; La Talanta, 1542) e il testo anonimo di La Venexiana (1530 ca.).

Tra sperimentazione e tradizionalismo

I modelli classicistici trovarono opposizione soprattutto nell'Italia settentrionale, che produsse esperienze linguistiche e letterarie estranee al classicismo aristocratico, anche se per alcuni versi frutto dell'avanzata maturità dell'Umanesimo. L'area di questo sperimentalismo è quella lombardo-veneta tra Mantova e Padova, e i primi tentativi risalgono alla fine del XV secolo. Si tratta della produzione "macaronica". Il maccheronico è tutt'altro che una lingua approssimativa, come il latino plebeius medioevale, e non ha nulla a che fare con la lingua dei canti goliardici (Carmina Burana). Si tratta invece di un linguaggio prodotto, per così dire, in laboratorio, costituito da un lessico italiano o dialettale latinizzato nelle terminazioni, nella grammatica, nella prosodia e nella metrica, con verso quantitativo e senza rima come quello dei classici antichi.

Con Teofilo Folengo, il maggiore degli scrittori maccheronici, questa lingua attenuò gli elementi e le funzioni parodistiche e divenne un mezzo espressivo in grado di rendere una realtà diversa da quella del mondo aristocratico e per la quale il linguaggio classicistico era nella sostanza inadatto. L'opera (Opus macaronicum o Maccheronee, 1517) di Folengo ruota attorno al Baldus, poema in esametri che passò dai 17 libri della prima redazione (1517) ai 25 libri dell'ultima e che ebbe 4 edizioni, di cui l'ultima postuma a conferma della fortuna del volume e delle soluzioni linguistiche che lo caratterizzano. I testi di Folengo non solo erano in grado di rappresentare la realtà contadina, assente nell'italiano aristocratico, ma esprimevano un'esigenza di novità e svolgevano un ruolo anticonformistico. La poesia maccheronica non rimase un caso isolato, ma fu all'origine di una tradizione che nelle regioni settentrionali (anche in Piemonte) si prolungò per tutto il Seicento.

Un'altra forma sperimentale fiorita nella regione di Padova (centro universitario) è la poesia "pedantesca" o "fidenziana" di Camillo Scroffa (1526-1565), anch'essa di origine dotta, che consiste, rovesciando il sistema maccheronico, nel latino italianizzato nel lessico e nella grammatica con alterazione dei termini in forme superlative o diminutive.

Negli stessi decenni si sviluppò il teatro dialettale (in pavano, cioè nel padovano del contado) di Angelo Beolco detto il Ruzante. In questo teatro irruppe il mondo contadino con una capacità di rappresentazione e di denuncia inedite. Opere come Betìa (1524-1525), Parlamento de Ruzante, Bilora e La Moscheta (tutti del 1529) costituiscono non solo una prova linguistica del tutto nuova, ma anche uno dei documenti più alti del teatro italiano, come dimostra l'ininterrotta fortuna teatrale di queste opere. Ruzante, con Goldoni, è il miglior talento della commedia italiana di tutti i tempi. Nell'ambito del teatro dialettale rientra anche la già citata commedia anonima La Venexiana.

All'area anticonformista, sia pure su un altro registro, compatibile con il sistema della cultura aristocratica, appartiene un vero e proprio avventuriero della penna, il già citato Pietro Aretino, spregiudicato e temuto ("flagello dei principi") per il suo individualismo anarchico, ma attento a sfruttare bene gli spazi offertigli dal potere. Oltre a essere un commediografo di talento, è autore di pamphlet polemici e irriverenti. La sua sperimentazione linguistica raggiunse gli effetti più clamorosi nel dialogo (Ragionamenti, 1534-1536) e nelle lettere, entrambe forme letterarie di grandissimo impiego nella cultura cinquecentesca.

Una variante dell'anticonformismo letterario è quella espressa, in direzione antipetrarchista, da Francesco Berni: i suoi sonetti (spesso caudati) ridicolizzano le sdolcinate convenzioni dei rimatori petrarcheschi.

Allo sperimentalismo linguistico cui si è accennato e all'evoluzione interna di generi letterari come la commedia fece riscontro invece il tradizionalismo espressivo in altri ambiti. Ricca fu la novellistica, soprattutto in Toscana, ma subalterna al modello del Boccaccio: Agnolo Firenzuola, Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, Matteo Maria Bandello e il più indipendente Giovan Francesco Straparola (fine del XV secolo - dopo il 1557).

Storiografia e autobiografia

Nell'ambito della storiografia - a parte un gruppo di storici soprattutto fiorentini (Donato Giannotti, Benedetto Varchi) di diverso livello rispetto a Guicciardini e Machiavelli - Giorgio Vasari inaugurò un nuovo genere di tipo storico-biografico con finalità didattiche attraverso le Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri (1550). Si tratta di un'opera che, a parte la prospettiva toscanocentrica e la concezione ciclica delle arti, costituisce ancora oggi uno strumento importante di lavoro. Connessa all'ambito delle arti è l'eccezionale autobiografia di Benvenuto Cellini dettata a un garzone della sua bottega di scultore, rimasta inedita fino al 1721 e poi accompagnata da un grande favore (Goethe la tradusse in tedesco). La consapevolezza di Cellini che il valore delle opere è deciso dal giudizio dei signori e dalle corti (cui consegue da parte sua un'alternanza di conformismo e ribellismo) bene lo iscrive in quell'età del manierismo in cui non solo i canoni del razionalismo rinascimentale ma i principi estetici e critici subirono forti scosse.

Il secondo Rinascimento e il manierismo

Il secondo Cinquecento costituisce, come già detto, una seconda fase del Rinascimento caratterizzata dal ruolo che la Controriforma ebbe nell'ambito letterario, con l'impegno della Chiesa a controllare e indirizzare lo sviluppo della cultura (controllo spesso interiorizzato, come nel caso di Tasso) e con la crescente perdita di potere e di autonomia degli intellettuali laici. A ciò si aggiunse la progressiva tendenza verso un classicismo esteriore che trasformò i modelli e i principi in regole e precetti. Ne sono testimonianza le già ricordate discussioni sui generi letterari, soprattutto attorno alla poetica di Aristotele, con un progressivo irrigidimento delle posizioni e un prevalere di quelle professorali su quelle creative (rientra in questo contesto anche la riscrittura della Gerusalemme liberata da parte di Tasso sotto la pressione di critici come Speroni). A questa tendenza si affiancò, e si intrecciò, la propensione a combinare motivi disparati e a far emergere sensibilità nuove o in un rapporto dialettico con i canoni. Rientrano nel nuovo gusto, detto anche manieristico, l'inquieta pensosità di certi lirici e perfino aspetti dell'anticonformismo già ricordato.

L'intellettuale che, con le sue irrequietudini e attraverso temi e soluzioni stilistiche nuove, meglio interpretò questa età è Torquato Tasso. I segni del cambiamento si trovano già nello scarto che esiste tra il suo poema "eroico", la Gerusalemme liberata (nel 1575 fu completata, ma la prima edizione, incompleta, risale al 1580), e la tradizione del poema cavalleresco culminata con l'Orlando furioso. Le differenze sono attestate anche dalle polemiche e dalle scelte di gusto nate dal confronto tra le due opere. Inoltre i temi di Tasso e la loro diversa organizzazione strutturale rispondevano a una sensibilità tragica nuova - che privilegiava l'approfondimento psicologico e sentimentale a scapito della descrizione dell'azione - e interpretavano gli ideali controriformistici di rivincita della fede cristiana sul male e sugli infedeli, ideali ravvivati dopo la battaglia di Lepanto (1571). Quanto alle scelte stilistiche, esse si esprimono attraverso una forte valorizzazione retorica del linguaggio che manifesta la tendenza al contrasto e alla contraddizione, in un contesto linguistico totalmente "tragico". Tasso è anche autore di una favola pastorale, l'Aminta (1573), scritta e rappresentata per la corte estense. Testo esemplare di un genere drammatico che ebbe molta fortuna fino al Settecento, rappresenta una proiezione ideale del faticoso mondo della corte in un ambiente naturale da paradiso terrestre, in cui potesse liberarsi quel bisogno edonistico di una società che aveva interiorizzato i motivi della riforma cattolica, ma alla quale occorreva la poesia come esperienza di abbandono al sogno, anche per via musicale. La musicalità come momento forte della comunicazione poetica è un'altra caratteristica della sensibilità manieristica, e ancora una volta rimane insuperata, sotto questo profilo, l'opera lirica (vedi Madrigali) di Tasso.

La favola pastorale trova un altro grande esempio nel Pastor fido di Giovanni Battista Guarini, che con quest'opera tenta un compromesso tra commedia e tragedia ("tragicommedia"), manifestando una tendenza alla fusione dei generi e delle arti che comparve con l'età del manierismo, ma che sarebbe diventata connotato evidente del gusto del nuovo secolo.

Il Seicento

In letteratura il Seicento è sinonimo di barocco, le cui date estreme - e simboliche - coincidono infatti quasi esattamente con i limiti del secolo: il 1595, anno della morte di Tasso, e il 1690, anno della fondazione dell'Accademia dell'Arcadia, col suo programma radicalmente antibarocco. Questa età godette per almeno due secoli pessima fama proprio per la rottura, peraltro più apparente che reale, con il gusto e il sistema normativo del classicismo del Cinquecento, rottura deplorata dal neoclassico Settecento; quanto all'Ottocento, le ragioni erano piuttosto di ordine storico-politico. Solo il Novecento ha stentatamente assunto un atteggiamento di rispetto e, in tempi più recenti, anche di valorizzazione. Pensare al Seicento come a un secolo di rottura anticlassica significa guardare solo agli aspetti più vistosi della diversità e trascurare, ad esempio, la forte continuità esistente tra l'età del manierismo e il barocco. Semplificando si può dire che il barocco compì il percorso ed estremizzò le scelte e gli inquieti suggerimenti del tardo Cinquecento. Il Seicento aggiunse da parte sua, tra l'altro, un senso fortissimo della contemporaneità o della modernità, accompagnato da un rifiuto ostentato dei "padri", ovvero dei modelli passati, come attesta la polemica tra gli antichi e i moderni.

Le ragioni del nuovo si reggevano anche sui cambiamenti intervenuti nello spazio fisico e mentale. Con le scoperte scientifiche, connesse al nascere della scienza moderna, e col nuovo pensiero filosofico (Giordano Bruno e Tommaso Campanella) si andava delineando la nozione di infinito, con conseguente difficoltà a misurare e immaginare la natura con i vecchi sistemi e con la possibilità di espandere, oltre il solito spazio finito, i dati del reale. Le caute metafore del gusto classicista corrispondono ai certi e misurati confini della natura; le metafore ardite ed esibizionistiche del gusto barocco, capaci di collegare punti immaginativi tra loro lontanissimi, corrispondono alla nuova idea di natura e a una spiritualità ardita ma inquieta, che cerca il consenso non nella regola bensì nel giudizio del pubblico e che trova sicurezza nel sentirsi riconosciuta e accettata.

Il gusto barocco assunse evidenza e sicurezza nel giro della generazione successiva alla morte di Tasso, periodo che fu peraltro il più creativo e il più disinibito di tutto il Seicento: mentre il manierismo aveva ricercato giustificazioni teoriche agli scarti dettati da una sensibilità diversa, gli scrittori del barocco offrivano giustificazioni decise ma sbrigative, centrate sull'idea che la poesia debba procurare piacere attraverso la meraviglia. E tale obiettivo fu raggiunto ricorrendo agli effetti sensuali del linguaggio, alla combinazione inedita di elementi del reale attraverso una traslazione spregiudicata di immagini (metafore) e l'individuazione di "concetti", cioè immagini mentali acute e stimolanti che mostrano le cose sotto angolazioni inedite. Si tratta di un gioco letterario in cui si combinano immaginazione e intelligenza, e in cui si ricorre a tutte le risorse della retorica fino a dispiegare una sorta di ingegneria linguistica, artificiosa ma suggestiva. Il rischio è che non solo la tensione civile e quella etica si spengano, ma che anche la funzione conoscitiva si dissolva. Eppure la dignità di quell'operazione può stare proprio nell'intuire che non c'è nulla da conoscere, che il vero e il falso sono contigui e scambievoli e che la parola è più vera della realtà, all'interno di un non-senso generale che equivale al senso - tanto diffuso e ossessivo - della morte.

Il Seicento non fu un secolo omogeneo né dal punto di vista del suo divenire storico attraverso i decenni, né dal punto di vista geografico. Il secolo della letteratura barocca si può dividere in tre fasi corrispondenti ciascuna grosso modo a un trentennio: la prima fase, coincidente con l'età di Giambattista Marino (1569-1625), fu la più innovativa e anticonformista; nella seconda si consolidarono i modi del barocco; nella terza il barocco si fece convenzione e cominciò a mostrare i segni della crisi. Anche sul piano della geografia della letteratura, alcune regioni o aree culturali mostravano maggiore resistenza al gusto barocco (Toscana e Veneto), perché lì era più solida la tradizione rinascimentale; altre aree, nuove e in alcuni casi periferiche (come il Friuli), si aprirono alla sensibilità e alla ricerca del barocco. Del resto nel Seicento anche l'organizzazione culturale si modificò: i centri culturali non coincidevano più con le corti signorili degli stati regionali ma, all'interno del processo di rifeudalizzazione dell'economia italiana, anche la cultura si disseminò, e in qualche modo si allargò, in centri minori sparsi ovunque.

Maggiori elementi di continuità con la tradizione rinascimentale si trovano in intellettuali in cui la tensione conoscitiva è più marcata e la dimensione letteraria è meno esclusiva, come nei filosofi Giordano Bruno e Tommaso Campanella, e nel grande scienziato Galileo Galilei. Campanella è autore, oltre che del disegno utopistico di uno stato comunistico e teocratico, La città del sole (1602), anche di Poesie filosofiche che si segnalano per una drammatica tensione morale. Quanto a Galileo, che tanto contribuì col suo pensiero scientifico a configurare la nuova sensibilità secentesca e, col canocchiale, all'allargamento della realtà naturale e immaginativa, rimase fedele (e trasmise questo atteggiamento alla propria scuola) al senso della misura rinascimentale, anche per l'abitudine al rigore scientifico. E non è un caso che nella diffusa disputa sulla preminenza dell'Orlando furioso o della Gerusalemme liberata, egli abbia preferito il primo dei due grandi testi.

La poesia

Il gusto barocco trovò un campo di applicazione privilegiato nella lirica, col suo rifiuto del linguaggio normale. Si tratta di una vasta produzione senza capolavori. Un posto a parte occupa l'opera di Giambattista Marino, tanto celebre da essere chiamato come poeta di corte e a Parigi. Il suo testo maggiore, l'Adone, di proporzioni enormi (quasi tre volte la Divina commedia), è un poema antinarrativo, che si sviluppa per digressioni attraverso una rete di analogie che evocano la realtà sottoponendola, transitoriamente, alla curiosità di tutti i sensi. Già la sproporzione fra la trama esile e la dispersione senza fine delle immagini dice la distanza dai modelli del Cinquecento. Marino portò al limite estremo la figura del letterato cortigiano che si avvale della sua penna per ottenere vantaggi e gloria, e fece anzi dei riconoscimenti del pubblico il criterio di verità estetica della sua opera. Tuttavia il suo culto della metafora e l'ingegnosità mostrata nel costruire concettini e arguzie fecero di lui un maestro per i lirici del Seicento. Inoltre le qualità melodiche della sua poesia contribuirono allo sviluppo del melodramma e avrebbero trovato, nel Settecento, la continuazione migliore nelle opere, certo non barocche, di Metastasio.

La dissoluzione del genere epico narrativo in un grande castello lirico è un caso di quella anticlassica tendenza alla mescolanza dei generi che caratterizza il secolo. Ad Alessandro Tassoni, figura di letterato dissacratore, si deve il merito di aver creato con La secchia rapita il modello del genere eroicomico, un tipo di poema che, a parte gli intenti parodistici, si struttura sull'alternanza continuamente variata di serio e comico.

A conclusione del secolo si ricorda l'opera di due poeti che ebbero fortuna nel Settecento per la tendenza a conservare il senso della misura e della razionalità classicistiche in opposizione al concettismo del Marino. Si tratta anzitutto del savonese Gabriello Chiabrera, che si segnalò e venne in seguito valorizzato per la sensibilità metrica. I suoi risultati migliori stanno nella struttura della Canzonetta, configurata sul modello lirico di Anacreonte e giocata su versi brevi, dalla musicalità lieve e fuggevole. L'altro poeta è il ferrarese Fulvio Testi che, nella ricerca di una poesia eroica, rifuggì dal gusto sensuale della metafora barocca e predilesse parole brevi e solenni.

La prosa narrativa

Rispetto alla preziosità artificiosa della poesia, la prosa manifesta un maggiore interesse per l'attualità e la vita degli uomini e comporta alcune delle sperimentazioni più interessanti del secolo. Nel corso del Seicento si diffuse il romanzo in prosa che, anche quando è ambientato in luoghi esotici o fantastici, riproduce ambienti contemporanei riconoscibili e predilige tematiche erotiche e sensuali. Uno di questi romanzi è quell'Historia del cavalier perduto (1634) di Pace Pasini (1583-1644) che qualcuno (il critico Giovanni Getto) ha voluto indicare come il "manoscritto" trovato e riscritto da Manzoni nei Promessi sposi.

I romanzieri furono numerosi e godettero di buona fama anche all'estero. La lingua impiegata era ormai italiana, cioè sovraregionale. E il romanzo fu uno dei generi che accrebbero il numero dei lettori. Il risvolto più estroso della prosa barocca si ha con Il cane di Diogene (pubblicato postumo nel 1689) del genovese Francesco Fulvio Frugoni (1620 ca.-1684 ca.), pastiche in cui si combinano vari argomenti e che ha come modelli la satira menippea e gli autori che la riproposero (Petronio, Luciano, Rabelais).

La prosa barocca era un prodotto della cultura laica della prima generazione barocca; ma poi i gesuiti, impegnati nel controllo della produzione e della trasmissione culturale, ne fecero uno strumento importante del proprio intervento nella società per definire comportamenti e scelte. E i risultati migliori della prosa del Seicento sono nelle opere del padre Daniello Bartoli, autore dell'Historia della Compagnia del Gesù oltre che di molte opere devozionali. La sua capacità di conciliare precisione e artificio avrebbe destato anche l'ammirazione di Leopardi.

In parallelo alla prosa in lingua, nel Seicento ebbe un sensibile sviluppo la letteratura dialettale, per il peso delle tradizioni locali o per gusto bizzarro. Si tratta pur sempre di letteratura prodotta dall'alto, ma capace di registrare aspetti della vita popolare. È letteratura che in ogni caso non ambisce a porsi come alternativa a quella nazionale e accetta quindi la posizione subalterna. Le prove dialettali più interessanti e corpose sono quelle napoletane, ma vanno registrate quelle romanesche (il poema Meo Patacca, 1695, di Giuseppe Berneri), quelle bolognesi, quelle veneziane e quelle milanesi. Quella napoletana è legata ai nomi di Giulio Cesare Cortese (1575-1627), che si dedicò soprattutto alla poesia, e di Giambattista Basile, noto soprattutto per Lo cunto de li cunti (1634), cinquanta fiabe destinate ai piccoli e scritte in una lingua manipolata in modo assai personale. Un posto a sé occupa il bolognese Giulio Cesare Croce, la cui fama è legata a Le sottilissime astuzie di Bertoldo (1602) e a Le piacevoli e ridicole semplicità di Bertoldino (1608), che hanno nutrito a lungo l'immaginario popolare, ma che esprimono valori moderati e l'accettazione della scala sociale.

La saggistica

Nell'ambito della prosa il Seicento può vantare un'importante produzione storiografica che si ispirava alla linea politico-diplomatica della Storia d'Italia di Guicciardini. Ma il capolavoro del secolo è l'Istoria del concilio tridentino del frate veneziano Paolo Sarpi. L'opera, edita a Londra nel 1619 (in Italia solo nel 1689-90) venne subito inserita nell'Indice dei libri proibiti per la battaglia condotta dall'autore contro il sistema ecclesiastico in nome del valore autonomo delle strutture statali.

Nel Seicento proliferarono gli scritti sulla politica che ponevano al centro dell'attenzione gli interessi dell'organismo statale (il concetto della "ragion di stato"). E per riflettere sui meccanismi del potere dispotico venne recuperato il pensiero di Machiavelli e l'opera storica di Tacito. L'interesse per questo storico ("tacitismo") trova espressione anche nella traduzione, in gara per concisione con l'originale latino, della sua opera per mano di Bernardo Davanzati (1529-1606). Fra i trattatisti politici si segnalano i nomi di Ludovico Zuccolo (1568-1630), Paolo Paruta (1540-1598), Traiano Boccalini e il gesuita Giovanni Botero, che pubblicò il trattato politico più famoso del tempo, Della ragion di stato (1589).

A fianco della trattatistica politica si sviluppò sul fronte letterario una trattatistica barocca, per precisare, approfondire e sistemare sul piano teorico e in termini retorici la grande avventura del nuovo gusto. Uno dei primi testi è quello dell'emiliano Matteo Peregrini (1595 ca. - 1652); ma il testo più importante è Il canocchiale aristotelico (1654) del torinese Emanuele Tesauro (1592-1672): le infinite possibilità combinatorie della metafora divennero in lui un modo per celebrare la ricchezza della realtà e la superiorità del tempo presente sul passato.

Il teatro

Una delle costanti della cultura barocca è il senso della teatralità della vita, connesso a quello della vanità della stessa. Da qui lo sviluppo del teatro e delle sue tecniche. Si crearono nuovi generi non più corrispondenti alle forme classiche (dalla tragicommedia, al melodramma, alla Commedia dell'Arte) e nuove professioni legate al teatro, come quella dell'attore, e venne fissata la forma della sala teatrale, con la separazione degli spazi destinati alla scena e agli spettatori.

La vitalità del teatro nel Seicento va ben oltre quella dei testi drammatici, che sono modesti in Italia rispetto all'Europa: in Francia (Corneille, Racine, Molière), in Spagna (Lope de Vega, Calderòn de la Barca), in Inghilterra (Shakespeare e il teatro elisabettiano) abbondano grandi testi, a fronte dei quali l'Italia può vantare poco. Ma l'Italia tra Cinque e Seicento vide nascere, svilupparsi e passare poi in Europa forme teatrali fortemente spettacolari non dipendenti dal controllo della parola. Un caso è quello della Commedia dell'Arte, teatro profano del corpo e della maschera. È un teatro di professionisti che, organizzati in compagnie girovaghe, comunicano con la bravura tecnica e l'espressività del corpo, improvvisando con la parola sulla base di intrecci e scene tipiche. Gli attori indossano la maschera per tipizzare qualità psicologiche o regionali del personaggio, e anche il linguaggio impiegato nella comunicazione orale è spesso una mescolanza di forme regionali di aree contigue, un plurilinguismo stereotipato. La prima compagnia di comici professionisti si formò a Padova nel 1545. Le compagnie girovaghe, che raggiungevano il popolo più comune nei centri più disparati e anche più piccoli, ebbero particolare successo nel Seicento e per buona parte del Settecento.

Un altro caso è quello del dramma per musica (per il quale in seguito si sarebbe utilizzato il termine "melodramma"). Tutto aveva preso avvio nel tardo Cinquecento dalla sperimentazione della Camerata fiorentina, e il primo melodramma fu la Dafne del poeta Ottavio Rinuccini, rappresentato a Firenze nel 1598. La produzione più ricca si ebbe a Venezia con la costruzione di teatri pubblici a pagamento e a Roma, dove gli ambienti ecclesiastici diedero vita a un teatro morale o basato sulla storia sacra. In mancanza di norme definite, il genere assunse forme varie, e nel processo evolutivo il testo drammatico assunse forme sempre più schematiche fino alla sua subordinazione alla musica.

La commedia letteraria continuò nel Seicento con nuove forme e intrecci destinati a finalità moraleggianti. I centri di produzione più importanti furono Napoli, Firenze e Roma. Qui si sviluppò, alla fine del Cinquecento, un tipo di commedia semplice che riproduceva in forme letterarie gli schemi narrativi della Commedia dell'Arte. La tragedia, con attenzione alla politica e alle riflessioni sulla ragion di stato, indulgeva a un gusto truce e violento secondo il modello del latino Seneca. Lo scrittore più autorevole di questo genere fu il piemontese Federico Della Valle.

Il Settecento

Il diffondersi del razionalismo cartesiano (vedi René Descartes) nella cultura tra Sei e Settecento, la persistenza della tradizione scientifica galileiana, la consapevolezza della crisi rinascimentale e la constatazione del ruolo marginale dell'Italia, l'apertura all'Europa e il bisogno di rivitalizzare la gloriosa tradizione culturale indigena (che aveva fatto dell'italiano la lingua internazionale delle corti europee e dello spettacolo, attraverso l'esportazione del melodramma e della Commedia dell'Arte), oltre alla saturazione per il fastoso gusto barocco determinarono anche in Italia lo stabilizzarsi, in campo sia artistico sia letterario, di motivi di chiarezza, semplicità e naturale evidenza: di "buon gusto", per usare uno slogan di allora.

L'Arcadia

Chi espresse, in modo consapevole, programmatico e anche radicale, quest'idea del "buon gusto" contro il "cattivo gusto" del Seicento furono i membri dell'Arcadia, accademia fondata nel 1690 a Roma da un gruppo di letterati che da tempo andavano elaborando idee nuove in fatto di letteratura. Questa accademia avviò una riforma del linguaggio poetico, orientandolo verso quello dei poeti cinquecenteschi e trecenteschi e mirando a una comunicazione sociale chiara e rigorosa. La riflessione più coerente sulla poesia, entro una prospettiva razionalistica, è dovuta ai due primi presidenti ("custodi") dell'Arcadia, il maceratese Giovanni Mario Crescimbeni (1663-1728) e il calabrese Gian Vincenzo Gravina, autori dell'Istoria della volgar poesia (1698) il primo e Della ragion poetica (1708) il secondo. La riforma dell'Arcadia intendeva ridare vita alla tradizione nazionale dei valori classici. Ma il travestimento pastorale che tutto il sistema dell'Arcadia comportò (per cui gli intellettuali sono pastori, la società dei salotti letterari si trasferisce in un mondo boschereccio e campestre, e viene riproposta la tradizione bucolica da Virgilio a Sannazzaro) rese il razionalismo contiguo alla finzione e all'artificio.

La lirica

L'Arcadia, grazie alla sua organizzazione oltre che al sostegno della Chiesa (per la quale il razionalismo divenne ordine morale e il gusto barocco scadette a disordine), si diffuse molto rapidamente nella penisola, unificando il mondo delle lettere su posizioni di un moderato conservatorismo culturale. Essa rilanciò il genere della lirica, facendone moderna espressione dell'aristocrazia nazionale. Come già ricordato, in questo rilancio ebbe un ruolo importante Chiabrera per la grazia musicale dei suoi versi, dal momento che proprio l'elemento melodico fu tra le componenti più apprezzate nella lirica arcadica.

Il cliché stilistico e linguistico elaborato dall'Arcadia nella lirica incise a lungo nella tradizione poetica italiana, fino all'Ottocento (Leopardi) e al Novecento (Saba). Questo cliché consisteva nella semplificazione del linguaggio poetico in funzione della chiarezza e nella ricerca della razionalità psicologica, nella drastica riduzione dell'ambito metaforico, nell'adozione di una sintassi non complessa, nella tendenziale coincidenza tra misura sintattica e misura metrica, nel gusto della simmetria, nella cantabilità del testo e nella scelta di un lessico essenziale, di tipo petrarchesco ma più attento al "piccolo" e al "grazioso" del quotidiano. Alla ripresa delle forme metriche tradizionali (continua la fortuna del sonetto) si preferirono le "canzonette" con versi e strofe brevi, dai temi leggeri, molto cantabili e spesso accompagnate dalla musica. A questo repertorio appartengono anche le "arie" del melodramma. Se invece l'argomento trattato - e, in corrispondenza, lo stile - era più elevato, si usava, per la canzonetta, il termine "ode". "Odi" sono senz'altro le liriche di Vincenzo Parini, mentre le odi di argomento religioso o patriottico presero un nome nuovo, "inno": così, nell'Ottocento, in Manzoni, Mameli, Giusti e Carducci.




Chi interpretò in forme esemplari questo nuovo gusto fu Pietro Metastasio. Tra i poeti della prima Arcadia romana si ricordano Petronilla Paolini Massimi ((1683-1726), Faustina Maratti Zappi (1680-1745) e il marito Giambattista Zappi (1667-1719). La poesia delle generazioni successive si allontanò in qualche misura dal travestimento pastorale e rappresentò in modo più diretto la società aristocratica dei salotti e delle feste, con una spregiudicatezza vicina al gusto libertino. I nomi più autorevoli sono il romano Paolo Rolli (1687-1765), il prolifico Carlo Innocenzo Frugoni e infine Jacopo Vittorelli (1749-1835), che prolungò la sua opera fin oltre la soglia dell'Ottocento.

Il teatro

Il rinnovamento e la sperimentazione nel campo della lirica si manifestarono anche nel teatro, con la restaurazione della parola e del suo primato a differenza di quanto accadeva nella Commedia dell'Arte, in cui la parola soggiaceva alla comunicazione corporea o si restringeva in un'espressività povera, e a differenza anche del melodramma, in cui la parola si dissolveva in musica.

Per quanto riguarda la commedia, in attesa della grande riforma goldoniana occorre ricordare Carlo Maria Maggi. Negli ultimi anni del secolo (1695-98) Maggi scrisse quattro commedie e alcuni intermezzi in dialetto milanese, avviando la grande tradizione colta della letteratura milanese che, unica tra tutte le letterature dialettali, elaborò una tradizione - e un corpo consistente di testi - prolungatasi attraverso il Settecento (Balestrieri) e l'Ottocento (Porta) fino a tutto il Novecento (Tessa e Loi). La tragedia venne ripresa dal bolognese Pier Iacopo Martello (1665-1727), che cercò di riproporre, con minore rigidezza, le forme del teatro francese del Seicento, tanto da impiegare in molte sue tragedie un verso di quattordici sillabe, modellato sul dodecasyllabe e chiamato "martelliano" o "alessandrino".

Tuttavia, quando si parla di teatro del Settecento, si pensa subito (a parte la commedia di Goldoni) al melodramma, nato nel Cinque-Seicento per indicare l'opera in musica. Con la struttura del libretto del melodramma (struttura già definita sul piano metrico con la distinzione tra recitativi e arie), la lingua e la letteratura italiana acquistarono, nel Settecento, una diffusione internazionale e raggiunsero anche strati popolari, soprattutto nell'Ottocento. Il melodramma - che era già stato oggetto di attenta cura da parte di Apostolo Zeno, il predecessore di Metastasio come poeta cesareo alla corte di Vienna - trovò il suo maggiore interprete in Pietro Metastasio. Questi (il vero nome Pietro Trapassi era stato grecizzato), educato da Gian Vincenzo Gravina e segnalatosi per il virtuosismo nell'improvvisare versi, nel corso del Settecento elaborò una vera e propria riforma del teatro attraverso una serie di soluzioni compositive e, in particolare, assegnò alla parola una decisa preminenza sulla musica e sugli altri elementi dello spettacolo. Con Metastasio si configurò un nuovo linguaggio sentimentale della poesia che, impostosi grazie alla facilità comunicativa, avrebbe influito anche su Goldoni.

Dalla cultura arcadica Carlo Goldoni, il più grande scrittore di teatro italiano derivò l'istanza riformatrice, applicandola alla Commedia dell'Arte (il teatro di grande consumo popolare), ma soprattutto apprese la lezione di una lingua semplice e comunicativa, tanto che i suoi testi reggono ancora oggi come nessun altro del Settecento. Egli creò un teatro realistico e popolare capace di magica fascinazione per la leggerezza dell'intreccio e la vivacità dell'invenzione. E le commedie in dialetto, che costituiscono l'epilogo del suo percorso realistico, non sembrano appartenere quasi all'area dialettale, tanto sono naturalmente pervasive.

Nel secolo delle riforme, anche la tragedia ebbe un esito finalmente grande. Questo genere superregolato e considerato il più alto aveva dato prove scolasticamente dignitose fino ai moderni esempi con Pier Iacopo Martello e con la Merope di Scipione Maffei. Occorreva il temperamento anarchico ma forte di un intellettuale alla perpetua ricerca di se stesso, il piemontese Vittorio Alfieri, per fare della tragedia l'espressione di una moderna tensione libertaria, che si oggettivizza nel conflitto radicale tra il tiranno (cioè qualsiasi principio di autorità, anche interiore, come un sentimento, ad esempio nella Mirra, 1784-1786) e l'uomo libero. Anche il linguaggio letterario artificioso della tradizione riuscì a veicolare una tensione viva e palpitante, attraverso forme tese e brevi, anche se lontane dalla dimensione colloquiale.

La saggistica storico-filosofica

I propositi di riforma dell'Arcadia non si esaurirono nella lirica e nel melodramma. La restaurazione della tradizione italiana fu compiuta anche attraverso un percorso erudito e storico-filosofico, che risulta meno appariscente ma altrettanto importante per la definizione di una nuova coscienza della realtà italiana e dell'identità nazionale. Un contributo importante fu il lavoro degli eruditi che, attraverso l'ordinamento di archivi, la valorizzazione delle storie locali e la delineazione di bilanci nella storia delle istituzioni e della letteratura stessa, fornirono strumenti di lavoro ancora essenziali per gli studi moderni. Tutte queste opere esprimono l'intenzione di intervenire nella società contemporanea, sia pure in forma moderata e indiretta, e quindi esprimono, nel contenuto, un nuovo senso civile e politico. Ad esempio, il modenese Ludovico Antonio Muratori, il più importante di questi eruditi, elaborò fin dal 1703 un progetto di politica culturale meno evasivo di quello dell'arcadia lirica in Primi disegni della repubblica letteraria d'Italia. Svolse poi un infaticabile lavoro di archivista nella Modena estense con ricerche sul Medioevo, producendo lavori monumentali come i Rerum italicarum scriptores (1723-1751, Scrittori della storia d'Italia), le Antiquitates italicae medii aevi (1738-1743, Antichità italiane medievali) e, in italiano, gli Annali d'Italia.

Nel Settecento, con lo stesso spirito razionalistico di ridefinizione dello spazio letterario e di valorizzazione della tradizione, nacquero le prime forme di storia della letteratura in cui si accumulano notizie sui generi, sulle opere e sugli autori: la già ricordata Istoria della volgar poesia (1698) di Crescimbeni, l'Idea della storia dell'Italia letterata (1723) di Giacinto Gimma (1669-1735), Della storia e della ragione di ogni poesia (1739-1752) di Francesco Saverio Quadrio (1695-1756), la Storia della letteratura italiana (1772-1782) di Girolamo Tiraboschi (1731-1794), per citarne alcune. In ambito storiografico bisogna ricordare la tensione civile del napoletano Pietro Giannone espressa nell'Istoria civile del regno di Napoli (1723), storia laica delle istituzioni, e nel Triregno (pubblicato postumo nel 1895), ricostruzione delle vicende della Bibbia alla luce di un impegno di riforma religiosa, opera che gli causò l'arresto e la morte in carcere. Infine sono da ricordare le grandi ricostruzioni storiche di Giambattista Vico, che si dilatano fino a una filosofia della storia, la cui portata rivoluzionaria avrebbe trovato particolare apprezzamento a partire dall'età romantica.

L'Illuminismo

La cultura dell'Arcadia caratterizzò la prima metà del Settecento, anche se persistette per tutto il secolo e non solo nelle regioni più arretrate. Ma a partire dalla seconda metà del Settecento si verificò un processo di rinnovamento intellettuale che, profondamente influenzato dall'Illuminismo francese e inglese, aprì orizzonti mentali e culturali nuovi con una rinnovata responsabilità civile. L'Illuminismo in Italia non presenta la radicalità di pensiero manifestata altrove, ma si combina con la dominante convenzione culturale arcadica fino a configurare, in campo letterario, un panorama arcadico-illuministico.

La data convenzionale che delimita l'età dell'Arcadia rispetto a quella dell'Illuminismo è il 1748, quando l'equilibrio politico creatosi tra i Borbone e gli Asburgo con la pace di Aquisgrana (1748) assicurò all'Italia un lungo periodo di pace, nel corso del quale presero avvio importanti riforme per iniziativa dei sovrani illuminati. In questa età acquistò rilievo sociale la nuova figura dell'intellettuale cosmopolita che, proprio per i suoi contatti internazionali, elaborò una nuova coscienza critica. Casi esemplari sono il veneziano Francesco Algarotti, che riscosse successo internazionale con il Newtonianesimo per le dame (1737), libretto di divulgazione scientifica in prosa leggera; il gesuita mantovano Saverio Bettinelli (1718-1808), che attaccò i limiti della letteratura italiana nelle Lettere virgiliane (1758) e nelle Lettere inglesi (1767); e il torinese Giuseppe Baretti, che pubblicò a Venezia il periodico "La frusta letteraria" (1763-1765): con lui, grazie al suo spirito antipedantesco, venne introdotta la figura del critico militante.

Venezia era uno dei centri culturali più aperti, ma la nuova cultura illuministica si espresse soprattutto a Milano e a Napoli. A Napoli, la coscienza dell'arretratezza dello stato indirizzò in forma radicale le energie degli intellettuali verso problemi sociali ed economici attraverso gli scritti di Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Francesco Mario Pagano e Gaetano Filangeri (1752-1788).

Meno propensi alla riflessione teorica e più impegnati alla risoluzione di problemi concreti per ammodernare la società sono gli illuministi lombardi con centro a Milano. L'Accademia dei Pugni (1761) rappresenta la nascita del movimento che ebbe come organo di battaglia il giornale "Il Caffè". Questi intellettuali mostrarono insofferenza verso la lingua letteraria imbalsamata e nella prosa tentarono, proprio con "Il Caffè", una scrittura "naturale" regolata sul modello francese. Quanto alla letteratura, mostravano insofferenza per il classicismo arcadico e proponevano un impegno nel confronto con i problemi della società, pretendendo dal letterato una tensione etica e civile. Basti dire che alla lezione di questi illuministi avrebbero guardato i romantici lombardi. I nomi più importanti sono quelli di Pietro Verri e di Cesare Beccaria. Ma chi meglio interpretò l'idea di un'educazione letteraria raffinata (un moderno classicismo settecentesco) alla luce di un impegno civile e morale volto a rinnovare la società e la funzione stessa del letterato fu Giuseppe Parini, considerato un maestro dalle generazioni successive. La sua passione civile si dispiegò in Il giorno, opera in divenire che offre anche un modello di nuovo classicismo non accademico, e nelle Odi, in cui la voce educatrice del poeta si deposita in una struttura sintattica elaborata e difficile in contrasto con la disinvoltura della struttura metrica.

La vitalità della cultura lombarda si misura anche dalla presenza dei poeti dialettali Domenico Balestrieri (1718-1780) e Carl'Antonio Tanzi (1710-1762), che alimentarono la già configurata tradizione locale. Altra importante esperienza dialettale è quella dei siciliani Giovanni Meli (1740-1715), che ripropone i modi della lirica arcadica in un dialetto raffinatissimo, e Domenico Tempio (1759-1821); e quella del veneziano Anton Maria Lamberti (1757-1832) autore di celebri e orecchiabili canzonette.

Neoclassicismo e preromanticismo

Il secondo Settecento vide anche il dispiegarsi di due esperienze culturali tra loro diverse ma in parte intrecciate e ancora vive nei primi decenni dell'Ottocento: il neoclassicismo e il preromanticismo. La prima, col supporto di una teoria moderna (Storia dell'arte nell'antichità, 1764, di Johann Winckelmann), riproponeva i principi della tradizione classicistica, valorizzando in particolare, specie in area tedesca, la tradizione greca come originale rispetto a quella latina; e in Italia, in età napoleonica, il gusto neoclassico assecondava il potere (Vincenzo Monti).

Col termine preromanticismo si indicava invece una serie di esperienze valorizzanti, nell'individuo, risorse conoscitive diverse dalla ragione e che avevano trovato espressione nell'opera di Jean-Jacques Rousseau, in scrittori di lingua tedesca e inglese quali Albrecht von Haller, Friedrich Klopstock, Salomon Gessner, Thomas Gray, Edward Young e soprattutto nei canti ossianici, oltre che, in Germania, nello Sturm und Drang. Alla penetrazione in Italia di queste opere e autori, fatto che permeò anche il neoclassicismo di una sensibilità nuova, dette un grande contributo il padovano Melchiorre Cesarotti, il quale tradusse tempestivamente le Poesie di Ossian (1763 e poi 1772 e 1801), che ebbero grande influenza anche su Foscolo e Leopardi e che contribuirono a diffondere il gusto preromantico in Italia, in particolare nell'area settentrionale in età napoleonica.

L'Ottocento

L'Ottocento vide le vicende letterarie strettamente intrecciate a quelle della vita politica: è attraverso il lungo travaglio risorgimentale che l'Italia giunse a diventare stato nazionale. Una letteratura impegnata nella storia contemporanea, coinvolta nelle vicende politiche e sociali era in qualche modo condizionata dalla politica in corso e rinunciava a quell'idea di astratta bellezza e di universalità che le avevano garantito una buona circolazione in Europa nei secoli precedenti. Il luogo del rinnovamento culturale nell'età napoleonica fu Milano. Le vicende napoleoniche, che provocarono cortigianeria (è il caso di Monti, che era l'erede della vecchia tradizione classicistico-mecenatistica per cui l'intellettuale scriveva e pensava per chi comandava, ma in assoluta buona fede), avviarono anche all'idea di patria e di nazione per merito di intellettuali (lombardi ma anche meridionali, come Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco) che si sentivano italiani sul piano politico e culturale. Da questo punto di vista sembra perfino paradossale che Vincenzo Monti sia lo scrittore più rappresentativo dell'età neoclassica (1770-1820), ma questo dice quanto sia stato grande il peso della tradizione letteraria. Monti fu il poeta del neoclassicismo papale e poi del neoclassicismo in età napoleonica; e, anche se la sua poesia resta "esteriore e formale", offrì con la traduzione dell'Iliade un modello di gusto neoclassico; infine, nell'ambito delle discussioni linguistiche, assunse una posizione di classicismo aperto rispetto agli irrigidimenti puristi (ad esempio di Antonio Cesari) dovuti alle scosse che nel sistema della lingua letteraria si cominciavano a sentire (a Milano, gli illuministi del "Caffè"). Anche la difesa del dialetto, che Carlo Porta compì in polemica con Pietro Giordani, era un modo di cercare un'alternativa (legittima col dialetto milanese, data la tradizione letteraria dello stesso) al formalismo della lingua letteraria. Del resto ci si avvicinava al Romanticismo e al suo rifiuto della vecchia lingua letteraria.

Del periodo napoleonico Ugo Foscolo, anche per la sua spiccata sensibilità romantica, rappresenta senza paragone la personalità di maggiore spicco. E anche il suo consapevole neoclassicismo si nutriva di forte tensione civile, secondo gli insegnamenti di Parini e Alfieri. Inoltre la modernità del suo sentire lo avvicina alle percezioni romantiche, oltre la diversità delle poetiche. Ed è autore del primo romanzo italiano, Le ultime lettere di Jacopo Ortis (prima edizione completa 1802), orientato verso modelli preromantici e carico di una nuova sensibilità politica.

Anche Giacomo Leopardi, che faceva riferimento a una ideologia materialistico-meccanicistica di tipo settecentesco, e per il quale resta dominante l'impianto classicheggiante del linguaggio e della poetica, espresse un romanticismo individualistico e disperato, teso a superare irrazionalmente l'invivibile dimensione esistenziale, in forme liriche tanto alte da renderlo non solo il più grande poeta dell'Ottocento, ma un punto di riferimento costante per la poesia successiva fino a oggi.

Il romanticismo

I connotati essenziali del romanticismo italiano (o meglio lombardo, che, sulla base dei modelli europei tedeschi e francesi, si definì a partire da una serie di manifesti teorici a Milano nel 1816) implicano un'estetica diversa rispetto a quella classicistica. Al rifiuto del principio di imitazione e dell'idea della bellezza come universale e come rappresentazione idealizzata della realtà, si accompagna l'idea che la bellezza sia relativa agli individui storici (nazioni e singoli) e sia espressione della società (cioè dei problemi storico-politici ed esistenziali che essa vive); che la letteratura, con funzione educativa, debba rivolgersi a un pubblico più allargato e richieda dunque strumenti linguistici di comunicazione semplici e popolari; che la verità sia storica e l'individuo sia il centro di organizzazione della realtà. Inoltre la nuova estetica si mosse lungo una direttrice realistica, dando spazio al gusto e alla moda patetico-sentimentale, e valorizzò la dimensione e l'esperienza religiosa.

Questi principi e queste tendenze comportarono una svolta radicale nella cultura e nella sensibilità rispetto alla secolare tradizione classicistica. Fu una svolta ottimistica (connessa all'idea settecentesca di progresso), che si sarebbe progressivamente consolidata nel corso dell'Ottocento, ma che all'inizio avvenne quasi senza soluzione di continuità rispetto alla cultura illuministica (lombarda) più impegnata. La battaglia classico-romantica sui principi che ne scaturì, vide i due schieramenti rivendicare entrambi la nozione di "italianità", a conferma della dimensione etico-politica sottesa.

I romantici lombardi ebbero come strumento di battaglia il periodico "Il Conciliatore" (1818-1819). Ma il massimo interprete, nel concreto delle scelte e della produzione letteraria, fu Alessandro Manzoni. I suoi Promessi sposi, primo grande romanzo italiano moderno, costituirono, grazie anche alla rigorosa revisione formale nella direzione di un fiorentino parlato dalle classi colte, un oggettivo modello di lingua nazionale. Manzoni esercitò sul piano letterario e linguistico la stessa funzione nazionale che altri esercitarono sul piano politico.

Il romanticismo italiano, a parte Manzoni, non produsse scrittori di rilievo, ma molti intellettuali impegnati in un'opera di formazione nazionale. Sul versante più propriamente letterario si ricordano i memorialisti (Silvio Pellico con Le mie prigioni, 1832); gli scrittori garibaldini (Luigi Settembrini, Massimo D'Azeglio); i romanzieri (con tanti romanzi mediocri: Tommaso Grossi, Cesare Cantù, Francesco Domenico Guerrazzi); per la poesia Giovanni Berchet; e, al confine tra lingua letteraria toscana e vernacolo toscano, Giuseppe Giusti. Sul versante storico-politico, con legami più diretti col processo del Risorgimento di cui furono protagonisti, vanno ricordati Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Carlo Cattaneo, i quali rinnovarono l'impegno civile e politico di storici come Vincenzo Cuoco, Carlo Botta (1766-1837) e Pietro Colletta (1775-1831).

Deludente fu soprattutto il romanzo (il genere romantico per eccellenza), anche nel caso del primo romanzo psicologico italiano, Fede e bellezza (1840) di Niccolò Tommaseo, scrittore importante per molti aspetti, specie per gli studi linguistici: a lui si deve il monumentale Dizionario della lingua italiana (1858-1879). L'unico grande romanzo, dopo i Promessi sposi, fu un romanzo di formazione (vedi Bildungsroman) che interpretò tutta la vicenda del Risorgimento lungo otto decenni, importante anche per le molteplici modalità interne su cui è costruito e per un diverso orientamento linguistico rispetto al Manzoni: si tratta delle Confessioni di un italiano (pubblicato postumo nel 1867) dello scrittore-patriota Ippolito Nievo.

Le voci più forti del primo Ottocento sono quelle di due poeti dialettali, i più grandi di tutta la tradizione letteraria dialettale in Italia: il milanese Carlo Porta, che costruì un'epopea degli emarginati, e il romano Giuseppe Gioacchino Belli, che rappresentò nella plebe di Roma un mondo abbandonato a se stesso, fuori dalla storia, schiacciato in un dolente e misero presente senza memoria, senza fede e senza speranza: è il mondo della Roma papalina nei decenni che precedono l'unità d'Italia.

Quanto al teatro romantico, prevalse la tragedia storica, cui si dedicarono in molti ma con risultati mediocri. Vi si dedicò anche Nievo (Spartaco e I Capuani), ma il nome più significativo è quello del toscano Giovan Battista Niccolini. Grande importanza culturale, anche per la penetrazione in tutti gli strati sociali, rivestì il grande melodramma romantico. In questo melodramma non esiste più la frattura tra linguaggio poetico e quello musicale, perché la musica invade ogni momento dell'azione e finisce per avere un deciso sopravvento sulla parola. Nel libretto dell'Ottocento è spesso il musicista a pilotare la scrittura e nell'opera di Giuseppe Verdi il libretto è del tutto subalterno alla musica. Tuttavia spesso si creava una intesa stretta tra librettista e musicista, come nel caso di Verdi con Francesco Maria Piave e con Salvatore Cammarano. Certo è comunque che un'opera come La traviata interpreta nelle forme più tipiche - sentimentali e popolari - l'atmosfera romantica.

Il 1871, l'anno del trasferimento della capitale a Roma dopo la fine del potere temporale dei papi, quando si sancì il compimento del processo di unità nazionale, fu anche l'anno in cui Francesco De Sanctis portò a termine la sua Storia della letteratura italiana, che è il "romanzo" della storia nazionale d'Italia raccontato sul versante della letteratura e, insieme, un'interpretazione del passato italiano da una prospettiva romantico-risorgimentale.

La letteratura dell'Italia unita

La letteratura dell'Italia unita (la proclamazione del Regno d'Italia è del 1861) prese avvio con un tipo di produzione patriottico-sentimentale che indulgeva al popolaresco, molto di maniera (si parla di un secondo romanticismo), e le cui esemplificazioni più tipiche si trovano nell'opera di Giovanni Prati e di Aleardo Aleardi.

La scapigliatura

Mentre, in un clima di diffusa mediocrità culturale, il Risorgimento si avviava a diventare maniera e retorica, una reazione decisa a questo conformismo si manifestò, di nuovo, a Milano con la scapigliatura, che fu anche un fenomeno di ribellismo dell'arte contro la società, dai toni clamorosi ma non radicali, perché in Italia il conflitto sociale era ancora modesto. Gli scapigliati (Arrigo Boito, Camillo Boito, Emilio Praga, Giovanni Camerana, Iginio Ugo Tarchetti) manifestarono, anche con una vita provocatoriamente sregolata, il loro rifiuto della morale e dei valori borghesi e insieme compirono i primi tentativi di un'arte nuova. Guardavano ai nuovi poeti francesi, i "poeti maledetti" (vedi Charles Baudelaire), senza saperne apprendere davvero la lezione, e sostituirono al "padre" Manzoni il loro maestro indigeno, Giuseppe Rovani (autore di un macchinoso romanzo ciclico, I cento anni, 1857-1858). Gli scapigliati non esercitarono la loro ricerca di rottura sul piano della lingua, eccetto due casi isolati di scrittori che si collocano alla periferia del movimento: Carlo Dossi, capace di una forte deformazione linguistica tra umorismo e umoralità surreale, e Giovanni Faldella, autore di prose bozzettistiche rese vivaci da un uso estroso e manipolato della lingua. Da posizioni ideologiche opposte a quelle degli scapigliati, il napoletano Vittorio Imbriani espresse il suo estroso anticonformismo raccontando con un gusto linguistico antimanzoniano e tendente al pastiche.

Il ritorno al classicismo

Intorno al 1860, per fastidio verso il romanticismo di maniera, soprattutto in Toscana e in Veneto, si assistette a una ripresa del classicismo come richiamo a un rigore espressivo compromesso e, insieme, come impegno civile contro le cadute conformistiche in un'Italia che vedeva affievolirsi la spinta ideale del Risorgimento. Il classicismo sottendeva anche una esigenza di realismo, cioè di richiamo ai problemi concreti, per quanto filtrati attraverso i modi di un linguaggio da tempo formalizzato. (Non è casuale che la ripresa classicistica sia stata coeva e a volte solidale con la richiesta di un contatto più forte con la realtà, interpretato al meglio dal verismo.) Quest'opera di restaurazione letteraria in chiave classicistica ha il suo massimo interprete in Giosue Carducci, poeta della storia contemporanea e del passato che ripropose il mondo antico come modello di virilità contro la decadenza presente. Oltre che grande sperimentatore della metrica barbara, fu filologo e fondatore, in ambito critico, di quella "scuola storica" che incise profondamente nella cultura di fine Ottocento.

Il verismo e il naturalismo

Il terreno in cui la letteratura era più impegnata - anche grazie alle spinte dei modelli europei - nella rappresentazione della realtà era la narrativa. Nel clima culturale del positivismo, sul modello del naturalismo francese (Émile Zola, in particolare), si sviluppò, con caratteri propri, il verismo.

L'esigenza di concretezza, la scoperta delle province meridionali dopo l'unità d'Italia, la valorizzazione delle specifiche realtà regionali, anche con la ripresa dell'insegnamento manzoniano alla non retorica, trovarono l'espressione più originale (anche sul piano linguistico e stilistico, ad esempio con l'uso sistematico del discorso indiretto libero, in funzione oggettivante) nell'opera di Giovanni Verga, che raccontò il destino epico e tragico di personaggi destinati alla sconfitta (i "vinti"), appartenenti a un mondo in cui la storia sembra una variabile secondaria. Accanto a Verga vanno ricordati altri due siciliani: il critico e narratore Luigi Capuana e Federico De Roberto, autore di I Viceré (1894).

Nell'orbita del naturalismo si muovono, con angolazioni regionalistiche, una serie di narratori: Matilde Serao per Napoli; la prima Grazia Deledda per l'arcaica Sardegna; Emilio De Marchi per la Lombardia; il genovese Remigio Zena (1850-1917); il veneto Antonio Fogazzaro, che delineò personaggi sospesi tra grandi tensioni ideali e torbide fascinazioni sentimentali. Ci sono poi i toscani (Mario Pratesi, Renato Fucini e il novecentesco Bruno Cicognani), tra i quali spicca per il suo espressionismo e per il talento narrativo Federigo Tozzi, anch'egli scrittore ormai del Novecento. Un posto a sé occupano due libri di grandissimo successo tra Ottocento e Novecento, Le avventure di Pinocchio (1883) di Carlo Collodi e Cuore (1886) di Edmondo De Amicis, ma anch'essi collocabili nell'ambito del naturalismo.



La valorizzazione degli elementi regionali non è estranea alla ripresa della letteratura dialettale, che vanta due grandi nomi, il napoletano Salvatore Di Giacomo e il romano Cesare Pascarella (1858-1940).

Il decadentismo

Proprio mentre le frange del naturalismo si distendevano in Italia, verso il finire del secolo si delineò una nitida reazione alla pretesa di tipo positivistico (espressa anche dal naturalismo-verismo) di conoscere e rappresentare la complessa realtà umana col metodo delle scienze naturali. A questa svolta, sostanziata di fruttuose inquietudini, che in una sorta di ripresa dell'irrazionalismo romantico aprirono nuovi spazi all'espressione letteraria e nuove dimensioni conoscitive prima inesplorate, è stato dato il nome un po' ambiguo di decadentismo. La ripresa di motivi del decadentismo europeo e del simbolismo francese rivitalizzò la ricerca letteraria italiana. Non a caso il passaggio da Ottocento a Novecento (età del decadentismo) è segnato dalle ricerche tematiche e dallo sperimentalismo linguistico di autori di prima grandezza. La sperimentazione più appariscente di tanti registri espressivi e tematici, attraverso un'opera originale di aggiornamento e di mimesi, è quella compiuta da Gabriele d'Annunzio, che fu artefice del proprio mito e che seppe interpretare in modo appagante il velleitarismo del ceto medio di un'"Italietta" nella sua prima fase di sviluppo unitario. Mediocre è il suo teatro, ma creativa è la sua ricerca esuberante di un nuovo linguaggio poetico; e anche la prosa traspira modernità pur nella tensione onnivora a possedere sensualmente la realtà.

Meno clamorosa ma più profonda è la rivoluzione compiuta nel linguaggio poetico da Giovanni Pascoli, tanto che il suo primo libro, Myricae (1891), sembra appartenere a un'altra tradizione poetica: con Pascoli, infatti, finì il secolare dominio del classicismo nel linguaggio poetico. Egli creò un linguaggio capace di cogliere le vibrazioni più segrete ed eloquenti della realtà naturale e dell'animo; e la sua poetica delle "piccole cose", grazie all'impiego sistematico dell'analogia, dilata le dimensioni della realtà, apparentemente ristretta, a una dimensione cosmica, fino a muoversi al margine degli spazi paranaturali che avvolgono la realtà.

Il Novecento

La lezione linguistica combinata di Pascoli e di D'Annunzio (rifiutato nei temi e negli atteggiamenti superomistici) presiede alla poesia dei crepuscolari e in particolare di Guido Gozzano, che a sua volta offrì tematiche e soluzioni linguistiche poi passate a Eugenio Montale. I crepuscolari (Sergio Corazzini, Corrado Govoni, il primo Marino Moretti e altri) espressero, a conclusione dell'irrazionalismo decadente, la crisi dell'uomo e della letteratura (si veda Moretti, poeta che non ha "nulla da dire") e rifiutarono non solo la figura del poeta-vate (nella versione moderna, D'Annunzio) ma ridussero il ruolo stesso della poesia.

La coscienza della crisi (si era alla vigilia e nel corso della prima guerra mondiale) si accompagnava peraltro a un vitalismo estremo, entusiasta della modernità, di cui massima espressione è il futurismo, quasi incarnato da Filippo Tommaso Marinetti e interpretato su registri diversi dagli ex crepuscolari Corrado Govoni e Aldo Palazzeschi, creativo, scanzonato e dissacrante, ma leggero come pochi.

Una cesura con l'Ottocento, a parte un senso diffuso di crisi o di smania di rifondazione (futurismo), è simbolicamente segnata dall'adozione in Italia del verso libero, che interruppe una tradizione secolare di versificazione "non libera" e di impiego ordinato della rima. Il verso libero, che sarebbe stato dominante nel Novecento, in Italia fu teorizzato con passione dal disordinato sperimentatore Gian Pietro Lucini e adottato inizialmente dai futuristi, con tentativi di superarlo nelle apocalittiche applicazioni delle "parole in libertà".

La coscienza della crisi di inizio secolo è, con diversi sviluppi, al centro dell'opera di due grandi scrittori, Luigi Pirandello e Italo Svevo. Il primo, nelle novelle, nei romanzi e nel teatro (è anche uno dei pochi grandi scrittori di teatro in Italia) indagò sull'inautenticità e sull'aggressività sulle quali si fondano i rapporti sociali tra gli uomini, che si trovano in una condizione di continuo scacco nella vita (Il fu Mattia Pascal, 1904), oltre che sulla disintegrazione di quella coscienza individuale (Uno, nessuno, centomila, 1925) che solo un secolo prima era stata al centro della rivoluzione romantica. Quanto a Svevo, anch'egli proveniente dall'esperienza del naturalismo, ma a contatto con la cultura mitteleuropea e beneficiario dell'incontro con James Joyce, trasferì l'analisi oggettiva all'interno della coscienza, scoprendo (in un rapporto ruvido con Freud) la dimensione che sta oltre la coscienza, interpretando la vita, imprevedibile e non dominabile, come malattia, e facendo, attraverso l'ironia, della coscienza di inettitudine una strategia esistenziale. L'indagine oltre le apparenze della coscienza fu così radicale che Svevo dissolse le tradizionali strutture del romanzo e trasformò la sua lingua, di matrice triestina, in uno strumento di penetrazione, nell'apparente grigiore, oltre le falsificazioni inevitabili del linguaggio.

A fronte di tante testimonianze di inquietudine e di senso di inadeguatezza e disorientamento - e nel loro contesto - stanno altre ricerche volte a fondare una nuova etica, una nuova coscienza civile e politica (soprattutto negli anni del fascismo) e un nuovo dominio intellettuale sulla realtà di tipo razionalista. Ci si riferisce alla ricerca espressa dalle prime riviste del Novecento, agli scritti e alla lezione morale di Piero Gobetti e Antonio Gramsci e al pensiero critico ed estetico di Benedetto Croce.

Nel primo Novecento il confronto di idee passò attraverso una serie di riviste di vario orientamento: "Il Leonardo" (1903-1907) e "Lacerba" (1913-1915), la rivista di Giovanni Papini e di Ardengo Soffici, espressione di un'oltranza futurista; "La Voce", fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908 e durata fino al 1916, con rifondazione nel 1914 di Giuseppe De Robertis, importante rivista interessata prima ai grandi problemi morali e sociali e poi divenuta organo dell'"idealismo militante"; "La critica" (1903-1944) di Benedetto Croce. In seguito comparvero "La rivoluzione liberale" (1922-1925) di Piero Gobetti e "L'ordine nuovo" (1929-1925) di Antonio Gramsci, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti; "Il Baretti" (1924-1928) di Piero Gobetti, Augusto Monti, Leone Ginzburg, Giacomo Debenedetti; "Solaria" (1926-1936) di Alberto Carocci, Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti.

In parallelo alle prime riviste, alcuni scrittori si dedicarono a un integrale rinnovamento etico e artistico: Carlo Michelstaedter, Piero Jahier, originale e insolito poeta, Giovanni Boine, Scipio Slataper. E, sul fronte critico, ci fu l'opera di un raffinato e inquieto lettore, Renato Serra. Grandi contributi intellettuali al rinnovamento dell'Italia durante e dopo il fascismo dettero Piero Gobetti, con la sua affermazione integrale di libertà e di saldezza morale, e Antonio Gramsci, i cui Quaderni del carcere - uno dei cui centri è l'analisi del comportamento degli intellettuali nella nostra vita nazionale - costituirono un vero e proprio nutrimento per la cultura dal 1947, anno della prima edizione, fino a tutti gli anni Settanta. La razionalità politica, di tipo marxista, di Gramsci ha il suo corrispondente idealistico nell'opera e nel pensiero di Benedetto Croce, che con l'Estetica (1902) e col lavoro di critico esercitò un'egemonia culturale lungo tutto il primo Novecento in Italia, condizionando tutta la critica accademica di quel periodo.

Sono collocabili nell'ambito del primo Novecento l'opera del critico e romanziere siciliano Giuseppe Antonio Borgese e l'opera del senese Federigo Tozzi. Borgese contrapponeva alla scrittura del "frammento" e all'autobiografismo prevalenti nei "vociani" l'idea di un romanzo capace di interpretare la realtà storica: con Rubé (1921), criticò l'interventismo attraverso un personaggio che trasferisce irrazionalmente la propria passività nell'intervento nella storia. Tozzi offrì una narrativa a fondo autobiografico e di taglio apparentemente naturalista; il suo capolavoro, Con gli occhi chiusi (1919), caratterizzato da un espressionismo violento, presenta un inetto che, in una realtà disumana e minacciosamente estranea, chiude gli occhi per non vedere l'insopportabile stranezza dell'esistenza.

La letteratura fra le due guerre

La letteratura del primo dopoguerra si aprì con un ritorno all'ordine, agli equilibri formali e al valore della tradizione in senso classicistico. Massima promotrice di questa tendenza fu la la rivista romana "La Ronda" (1919-1922). Due le figure di maggior spicco che gravitavano attorno a questa esperienza letteraria: il poeta e narratore Vincenzo Cardarelli e il critico Emilio Cecchi. Anche Massimo Bontempelli si fece promotore di una sorta di neoclassicismo "metafisico" per rinnovare la cultura. In contrasto con l'autarchia culturale del fascismo, una decisa apertura europea si deve alla già ricordata rivista fiorentina "Solaria". Qui si creava quel mito dell'America divenuto fondamentale a partire dagli anni Trenta. Echi del surrealismo francese degli anni Venti si trovano nella scrittura di Alberto Savinio. Un surrealismo romantico è quello di Tommaso Landolfi, scrittore originale e appartato, che elaborò nella sua narrativa una sorta di poetica della paura di fronte a un mondo pervaso di inquietante mistero. Legami col surrealismo rivelano anche i racconti di Antonio Delfini, con continue trasposizioni tra vita e opera. La normalità dell'assurdo e il tema dell'attesa di un non-avvenimento connotano l'opera di forte impatto comunicativo di Dino Buzzati. C'è poi la scrittura umoristica ed esilarante di Achille Campanile, che sciorina un giocoso campionario della stupidità dell'esistere. Quanto alla cultura fascista, essa disse ben poco, tra conservatorismo borghese e accensioni di populismo antiborghese. Aperture nuove vennero negli anni Trenta da giovani scrittori (Romano Bilenchi e il primo Elio Vittorini) che rappresentavano il cosiddetto fascismo "di sinistra", l'ala critica del movimento nella quale si raccolsero molti intellettuali destinati in seguito a mutare radicalmente le proprie posizioni politiche.

In questa età assunse grande rilievo la lirica, presentata perlopiù come esperienza assoluta di un io lirico che vaga solitario, in una sorta di odissea individuale, negli spazi della civiltà moderna. C'è la voce dell'eterno farsi del mondo di Arturo Onofri (1885-1928) e quella di Piero Jahier, che interpreta la tensione morale della "Voce"; c'è il furore, tra simbolismo ed espressionismo, dei Canti orfici (1914) di Dino Campana, in cui il tema del viaggio indica la poesia come assoluto altrove; c'è il tormento del linguaggio come oggettivazione della tensione morale di Clemente Rebora; c'è il mondo spaesato e frantumato di Camillo Sbarbaro; e c'è la nuda cronaca esistenziale elevata a canto nel grande Canzoniere di Umberto Saba: la poesia diventa qui ricerca delle ragioni più autentiche dell'esistenza e forma stessa del desiderio di vita e di dolcezza. C'è, soprattutto, l'opera di Giuseppe Ungaretti: massimo esponente della linea simbolista, sviluppò, soprattutto nella prima fase, una poetica dell'analogia e cercò di creare le condizioni dell'assoluto nella parola isolata. Inoltre dissolse e ricostruì la metrica classica entro una tradizione lirica tesa al sublime e lontana da ogni realismo. Tra ermetismo prima e neorealismo poi si muovono le liriche di Salvatore Quasimodo (premio Nobel nel 1959) e, in forma diversa, quelle di Alfonso Gatto.

Fiorì anche la poesia dialettale con il romano Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri), il triestino Virgilio Giotti (1885-1957), il gradese Biagio Marin, che elevò un purissimo canto tra il quotidiano e il magico, e il milanese Delio Tessa, continuatore della grande lezione di Porta tra realismo e deformazione.

Eugenio Montale (premio Nobel nel 1976), il più grande poeta del XX secolo, a partire dalla poetica del negativo che interpreta le inquietudini del Novecento sviluppò una poesia "metafisica" in cui la natura ligure (Ossi di seppia, 1925) è il "correlativo oggettivo" (vedi Thomas Stearns Eliot) della desolata condizione esistenziale e in cui la donna è mediatrice tra esistere ed essere e poi depositaria (Le occasioni, 1939) di una possibile salvezza di fronte a una realtà storica sempre più apocalittica (La bufera e altro, 1956). Seguì la svolta, espressiva e tematica, di Satura (1971) e delle raccolte successive, che ripropongono la negatività del mondo della società dei consumi in cui la parola si svuota e il linguaggio evade in toni epigrammatici e sarcastici.

Il disordine, il "pasticciaccio" del mondo viene rappresentato anche da uno degli scrittori più grandi del Novecento, il milanese Carlo Emilio Gadda, che, in una prosa ardua e manipolata con elementi linguistici dialettali e dotti e in uno scatenamento linguistico acido e furioso insieme, tenta di dominare il disordine con una lancinante angoscia dell'esistenza.

Il secondo dopoguerra (1945-1968)

La seconda guerra mondiale e la Resistenza determinarono un diverso clima culturale. Gli anni del dopoguerra sono caratterizzati dal neorealismo, che espresse una forte istanza etico-civile per la rifondazione della società e dei suoi valori. Uno dei paradossi del neorealismo è che i suoi maestri, Elio Vittorini e Cesare Pavese, sono scrittori dal taglio fortemente simbolico. Del primo è fondamentale Conversazione in Sicilia (1938-1839); del secondo lo sono almeno La casa in collina (1948) e La luna e i falò (1950); entrambi furono grandi organizzatori di cultura; entrambi introdussero in Italia i modelli, soprattutto linguistici, della letteratura americana e offrirono un modello di prosa narrativa moderna ispirata a quella americana anche attraverso le traduzioni. Alla letteratura di lingua inglese guardava anche Beppe Fenoglio, lo scrittore più creativo anche sul piano linguistico e l'autore di due grandi testi, Il partigiano Johnny e Una questione privata, entrambi pubblicati postumi. Numerosi sono i memorialisti e i narratori del neorealismo: Ignazio Silone, Carlo Levi, Francesco Jovine, Vasco Pratolini.

Oltre il neorealismo si dilata una grande "nebulosa narrativa", che ingloba nomi importanti: Carlo Cassola, con al centro la tematica esistenziale; Giorgio Bassani, che privilegia la memoria; Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con Il Gattopardo (pubblicato postumo nel 1958); Alberto Moravia con un grande romanzo, Gli indifferenti (1929), e poi ossessionato dall'attualità; Primo Levi e il tema della memoria (Se questo è un uomo, 1947); e poi Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Goffredo Parise; Leonardo Sciascia, con la sua lucida narrativa critica; e ancora Guido Morselli, scoperto dopo la morte, Guido Piovene, Mario Soldati, Giuseppe Bonaviri (1924). A costoro vanno aggiunti i nomi di scrittrici di primo piano. Anzitutto Elsa Morante, di cui occorre ricordare almeno La storia (1974); poi Lalla Romano, attenta osservatrice dei rapporti umani; e Anna Maria Ortese. Alla fine di questo elenco spicca il nome di Italo Calvino, la cui opera, iniziata all'insegna del neorealismo, arrivò a esplorare nuovi territori letterari, dalla fantascienza alla letteratura come gioco combinatorio.

La ricerca sperimentale degli anni Cinquanta e l'esperienza della neoavanguardia (che in qualche modo trovò espressione nel Sessantotto) registra alcune tappe importanti: lo sperimentalismo di riviste come "Officina" (1955-1958), con Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Franco Fortini, Angelo Romanò, Gianni Scalia, e "Il Menabò" (1959-1967), con Vittorini e Calvino; la neoavanguardia del Gruppo 63, che mirava a ridefinire il rapporto tra letteratura e pubblico; Pier Paolo Pasolini, poeta, narratore e cineasta, che sperimentò oltre i compromessi linguistici - propri del neorealismo - tra lingua e dialetto; Franco Fortini, poeta e saggista; lo sperimentalismo espressionistico di Giovanni Testori e di Stefano D'Arrigo (1919); la prosa di Antonio Pizzuto, nella quale il processo narrativo sembra venire negato; il caso singolare di Luigi Meneghello; la scrittura d'avanguardia di Edoardo Sanguineti; i poeti-prosatori della neoavanguardia Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Antonio Porta, Nanni Balestrini; le scontrose finzioni di Giorgio Manganelli; e gli inesauribili artifici di Alberto Arbasino.

Quanto alla lirica, si costruì una ricca e complessa situazione che la critica ha cercato di dipanare individuando una "linea sabiana", in cui prevalgono un rapporto più diretto con le cose e un linguaggio più tradizionale, e una "linea novecentista", più modernizzante e tendenzialmente ermetica, che fa capo a Ungaretti e Montale. Alla prima linea appartengono poeti come Carlo Betocchi (1899-1986), Sandro Penna, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni e in qualche modo anche Giovanni Giudici; alla seconda poeti come Mario Luzi e Vittorio Sereni.

Luciano Anceschi indicò poi una "linea lombarda", che comprende poeti legati a Milano ed esordienti nel dopoguerra, come Giorgio Orelli, Nelo Risi, Luciano Erba, Bartolo Cattafi; in seguito sono stati fatti rientrare nella stessa tendenza poeti più giovani, quali Giancarlo Majorino, Giovanni Raboni, Tiziano Rossi e Maurizio Cucchi. Per la poesia dialettale registriamo Ignazio Buttitta e Tonino Guerra.

Dopo il Sessantotto

Negli ultimi decenni si è delineata una condizione culturale in cui le manifestazioni del moderno nelle società industriali avanzate si sono saturate e in cui la realtà si sviluppa attraverso procedimenti sparsi e poco controllabili. Per indicare questa situazione si parla di "postmoderno". Inoltre il vuoto lasciato da grandi scrittori, come Calvino, Morante, Levi, Sciascia, e dalle tradizionali ideologie contribuiscono al disorientamento. Uno scrittore strutturalmente postmoderno anche per il virtuosismo intellettuale è Umberto Eco (1932). Altri vivono il postmoderno con un atteggiamento mentale di resistenza; tra questi, Paolo Volponi con la sua razionalità e Luigi Malerba su un registro satirico-grottesco. Ci sono poi i poeti come Andrea Zanzotto (1921), col suo toccante sperimentalismo; la tensione morale di Giovanni Giudici; l'ostinato ascolto del linguaggio della poetessa Amelia Rosselli; e ancora la poesia in dialetto di Franco Loi.

Le opere migliori sono di autori non più giovani come Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Sebastiano Vassalli e Antonio Tabucchi per la prosa; e, per la poesia, alcuni nomi della già ricordata "linea lombarda" (Raboni, Rossi, Cucchi), oltre a Cesare Viviani (1947), Valentino Zeichen (1938) e le poetesse Alda Merini e Vivian Lamarque, quest'ultima dal linguaggio fiabesco. Tra gli scrittori ancora più recenti si sono segnalati: Pier Vittorio Tondelli, Stefano Benni, Daniele Del Giudice, Aldo Busi, Andrea De Carlo, Alessandro Baricco, Susanna Tamaro; tra i poeti, Valerio Magrelli (1957). Infine merita ricordare i nomi di giornalisti e studiosi come Enzo Biagi, Pietro Citati, Claudio Magris e Roberto Calasso (1941).

Chiudiamo ricordando che il Nobel 1997 per la letteratura è stato assegnato a Dario Fo, uno scrittore-attore che col Mistero buffo ha portato al più alto livello, e in modo creativo, il teatro popolare della tradizione cinque-secentesca.







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