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Alessandro Manzoni

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Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni, uno dei più grandi scrittori ma della letteratura europea dal Medioevo in poi, nasce a Milano il 7 marzo 1785, dal conte Pietro Manzoni, un benestante proprietario terriero originario di Barzio in Valsassina, e da Giulia Beccaria figlia di Cesare Beccaria, il celebre illuminista autore dell'opera Dei delitti e delle pene, contro la tortura e la pena di morte.



Quando Giulia sposa Pietro Manzoni ha vent'anni e lui quarantasei, due più del suocero. È un matrimonio combinato, al quale la giovane acconsente malvolentieri e che subisce con insofferenza. Così quando nasce Alessandro, i soliti pettegoli danno per certo che la paternità del bambino sia da attribuirsi a Giovanni, il più giovane e avvenente dei conti Verri.
Pietro Manzoni, però, riconosce il figlio e lo affida a una balia, dal carattere dolce e allegro, che abita alla cascina Costa, tra Malgrate e Mozzate, nei dintorni di Lecco.
Ma il matrimonio di convenienza tra i coniugi Manzoni dura poco; sin dai primi mesi, costretta a vivere con un marito più vecchio di lei, insieme a sette cognate nubili e a un cognato canonico, Giulia si dimostra insofferente a un'atmosfera buia e retrograda, e comincia a frequentare la casa dei Verri, dove si innamora di Giovanni.
Con la nascita del bambino la situazione in casa Manzoni diventa sempre più fredda, tanto che nel 1791 Giulia chiede e ottiene la separazione legale, che verrà ratificata dal tribunale nel febbraio 121c28b 1792. Alessandro secondo la legge resta con il padre.

A sei anni il piccolo Alessandro entra nel collegio dei padri Somaschi, prima a Merate e poi, nel 1796, a Lugano. Qui conosce padre Carlo Felice Soave (1749-1803), autore fra l'altro di Novelle morali per l'infanzia, un uomo rigido ma di grande prestigio e dirittura morale, l'unico tra i suoi insegnanti che ricorderà con stima. Due anni dopo eccolo a Milano, nel collegio dei Nobili, gestito dai Barnabiti: dieci anni in tutto, durante i quali riceve una buona educazione classica, a giudicare da come traduce Virgilio e Orazio. Dalla scuola, però, esce esasperato e ribelle, forse anche amareggiato dalla sua situazione familiare, ma gratificato da alcune amicizie che dureranno tutta la vita, come quella di Ermes Visconti (1784-1841).
I genitori si interessano poco di lui; già dal 1792 Giulia Beccaria, che nel frattempo, abbandonando casa Verri, aveva conosciuto il nobile e ricco Carlo Imbonati, col quale si stabilisce prima a Londra e poi a Parigi, dove viene accolta favorevolmente anche grazie alla fama del padre, finché nel 1805 il nobile muore improvvisamente lasciandola erede di una cospicua fortuna.
L'adolescente Manzoni, fu in pratica abbandonato dalla madre, ed ebbe scarsi contatti umani con il padre, che in lui vedeva l'immagine del suo fallimento matrimoniale e di una donna che non era stato capace di amare e conquistare, anche a causa di un carattere irresoluto e incline a una spiritualità umana e religiosa di maniere fatta di apparenze più che di sostanza. L'adolescenza di Alessandro trascorse quindi senza quegli affetti familiari che sono indispensabili per creare quel vero equilibrio tra vita interiore e vita sociale che è alla base di una vita che può definirsi felice: ogni altro equilibrio è destinato a spezzarsi al primo soffio veramente impetuoso, che spazza via ogni ostacolo che non è profondamente radicato.

Intanto nel 1798 Alessandro ritorna a Milano, che nel frattempo era diventata la capitale della repubblica Cisalpina, dopo il Trattato di Campoformio, col quale Venezia cade sotto l'Impero austriaco e Napoleone consolida il suo dominio sull'Italia settentrionale, nel collegio Longone dei Padri Barnabiti. Nel 1801 completa gli studi e ritorna in famiglia nel palazzo di via san Damiano, alternando i soggiorni nella villa estiva al Caleotto, presso Lecco; ma vive praticamente isolato da padre, insieme alla servitù, pur conoscendo ospiti abbastanza occasionali come Monti, Foscolo e Cuoco; dello stesso anno è la sua prima opera importante, il poemetto di stampo classicheggiante, secondo gusti montiani, Del trionfo della libertà, frutto anche della sua insofferenza al metodo educativo di Barnabiti e Somaschi, del suo distacco dal cattolicesimo e dell'entusiastico avvicinamento agli ideali illuministici e ai valori della Rivoluzione Francese, portati a Milano dall'armata Napoleonica.
Alessandro, nella casa del conte Manzoni, respira un'atmosfera malinconica, accresciuta dalla tetraggine delle sette zie nubili, una delle quali ex monaca, e dallo zio monsignore che porta la natta all'occhio. Pure, riesce a divertirsi, come tutti i giovani. Ama il teatro, va a giocare al Ridotto della Scala, conosce il poeta Vincenzo Monti (1754-1828) che gli sembra un'immagine autorevole da imitare, ammira le idee che diffonde Napoleone in tutta Europa, anche se il personaggio lo lascia perplesso.
La vocazione poetica del sedicenne Manzoni si manifesta con un sonetto autobiografico, Autoritratto, in cui si presenta: «Capel bruno; alta fronte; occhio loquace...» e poi, per quanto riguarda il carattere, ammette di essere «Duro di modi, ma di cor gentile», anche se confessa, alla fine, di essere un po' confuso circa il giudizio da dare di se stesso, «Poco noto ad altrui, poco a me stesso. / Gli uomini e gli anni mi diran chi sono». È un adolescente in cerca della propria identità.
Il sonetto riecheggia lo stile di Vittorio Alfieri (1749-1803) che, per i giovani del tempo, è una sorta di idolo di cui si ammira la generosità, l'insofferenza per ogni forma di ipocrisia, il carattere ribelle, l'incarnazione del genio incompreso, in lotta contro ogni forma di mediocrità.

Da poco uscito di collegio, respirando l'aria ricca di ideali illuministici della capitale lombarda, il giovane Manzoni scrive il suo primo poemetto in quattro canti, intitolato Del trionfo della libertà (1801), in cui, imitando il suo "maestro" Vincenzo Monti, e anche Dante, condanna ogni forma di tirannide.

L'esordio poetico risale al 1802: Francesco Lomonaco (1772-1810), storico e saggista esule da Napoli dopo la fallita rivoluzione del 1799, inserisce il sonetto manzoniano Per la vita di Dante, in apertura delle sue Vite degli eccellenti italiani. In questi anni, incoraggiato dai consensi e dall'amicizia di poeti come Ugo Foscolo (1778-1827) ed Ermes Visconti (con la sorella del quale, l'angelica Luisina, vive l'emozione del primo amore, ma presto la famiglia scoraggia le assidue visite del tenero poeta), scrive l'ode Qual su le Cinzie cime (1802), in cui si sente l'influsso della poesia del Parini e del Foscolo, l'idillio Adda (1803), una sorta di invito al Monti perché sia suo ospite nella villa paterna del Caleotto, sul lago di Como, e i quattro Sermoni, in cui, alla maniera di Orazio, elabora una satira sferzante contro il malcostume del tempo. Il giovane comprende che il poeta deve coltivare in sé una fortissima tensione morale per trasformare l'opera d'arte in strumento educativo per l'umanità.
Questo è il retaggio di un altro grande poeta che, scomparso da qualche anno, ancora irraggia la sua personalità su tutta la cultura milanese e dà un carattere di forte impegno all'illuminismo lombardo: Giuseppe Parini (1729-1799).

A diciott'anni, nel 1803, Alessandro Manzoni è già noto ai più grandi intellettuali del tempo, a cui chiede giudizi e valutazioni sulla sua produzione: sottopone le poesie al Monti, che ha per lui parole lusinghiere. Diviene amico di Vincenzo Cuoco( 1770-1823), esule a Milano come il Lomonaco, e autore del Saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1801), col quale inorridisce il poeta raccontando le sanguinose repressioni borboniche. Da lui riceve lo stimolo a conoscere il pensiero di Giambattista Vico e si entusiasma per la ricerca storica. L'idea di storia, come analisi delle condizioni di un popolo e come insieme degli avvenimenti in cui è protagonista la massa, si insinua in questi anni nella mente dell'autore dei Promessi Sposi, il "romanzo degli umili".

Milano è una città stimolante e affascinante per il ragazzo che ha conosciuto, fino a sedici anni, i quieti paesaggi del lago di Como (contemplati dalla villa paterna del Caleotto, a Lecco) e gli austeri corridoi dei collegi.

Tuttavia egli lascia la Lombardia con entusiasmo, quando la madre lo chiama a Parigi, nel 1805.
Nel 1804 il Monti si trova a Parigi, ospite dell'Imbonati e di Giulia e le parla di quel figlio lontano e praticamente sconosciuto. Ecco rifarsi viva, dopo anni di silenzio, questa figura materna così spregiudicata e anche un po' egoista, a ben vedere. Forse è il timore della solitudine, forse è il bisogno di liberarsi dai sensi di colpa. Non si sa che cosa induca Giulia a richiedere la presenza del figlio. Alessandro riceve l'invito: chiede i soldi per il viaggio al padre, che subito glieli concede; ma mentre si accinge a partire, viene raggiunto dalla notizia della morte dello stesso Imbonati, lasciando erede Giulia dei suoi beni, tra cui la villa di Brusuglio, poco fuori Milano. Il ventenne Alessandro, nel settembre 1805 raggiunge Parigi e più che una madre conosce una donna, afflitta per la recente perdita: si fondono due dolori ma nasce anche lentamente e con una certa fermezza un affetto che in qualche modo ripaga del mancato amore degli anni trascorsi. Comincia così, per lui, uno dei momenti più costruttivi della sua formazione intellettuale.

«Giulia Beccaria aveva quarantatrè anni: coi capelli biondi, quasi fulvi, gli occhi grigi, il naso aquilino, il temperamento virile, ardimentoso, orgoglioso, imperioso, lo spirito vivace e acuto, conservava ancora quella grazia che aveva fatto di lei la regina dei salotti illuministi di Milano»
L'intesa è immediata: il giovane subisce il fascino della madre e accoglie le sue confidenze, consola il suo dolore. Per lei scrive il Carme in morte di Carlo Imbonati (1806), in cui immagina che il defunto gli appaia in sogno per suggerirgli il corretto comportamento dell'uomo d'onore, che deve «conservar la mano / pura e la mente...il santo Vero / mai non tradir: né proferir mai verbo / che plauda al vizio, o la virtù derida». Pare una sorta di decalogo morale al quale il Manzoni si atterrà per tutta la vita, in cui esprime i suoi ideali umani e letterari impregnati di coerenza etica e una analisi concreta e reale della storia dell'uomo e della sua evoluzione.
Egli condanna anche la cultura disimpegnata o, peggio, utilizzata per motivi economici, abbassata a merce in vendita. Impossibile non ricordare quella sorta di commovente testamento intellettuale e morale che è l'ode La caduta di Giuseppe Parini.
Il rigore morale di questi affiora nel disgusto manzoniano per gli adulatori dei potenti, che riducono la letteratura a «un vergognoso / ... di lodi mercato e di strapazzi».
Negli anni trascorsi a Parigi, fino al 1810, Manzoni ha la possibilità di allargare il proprio orizzonte culturale con amicizie che risulteranno decisive per la sua formazione artistica e letteraria. Frequenta il salotto di Sophie Grouchy vedova del filosofo Condorcet, morto suicida negli anni della Rivoluzione Francese, prima ad Auteuil e poi a Meulan, in una dolce casa di campagna detta la Maisonnette, una bella villa a quaranta chilometri dalla capitale, da dove si gode un panorama stupendo sulla Senna.

Alessandro conosce quello che sarà un grande amico di tutta la vita, Claude Fauriel (1772-1844), il filologo che insieme a Madame de Staël promosse la cultura romantica in Francia e che nel frattempo, troncando la sua relazione amorosa proprio con la Staël, era diventato l'amante di Sofia, con la quale convivrà per una ventina d'anni senza matrimonio, fino alla morte della donna. Claude Fauriel lo introduce nel gruppo degli Ideologi, intellettuali che si oppongono al regime napoleonico, perché ha soffocato le libertà propugnate durante la rivoluzione del 1789. Appartengono a questo movimento personaggi come il filosofo Antoine Destutt de Tracy (1754-1836), il medico-fisiologo-filosofo naturalista Pierre Jean Cabanis (1757-1808). Sotto la loro guida Manzoni si apre a una prospettiva letteraria europea, e impara che ogni ricerca deve essere condotta «con massimo scrupolo ed evitando di trarne nessuna deduzione di cui non si fosse assolutamente certi». Nasce da qui quell'atteggiamento mentale che indurrà Manzoni a ricostruire con molto scrupolo storiografico l'ambientazione delle opere tragiche e del romanzo.

Ma c'è di più: gli ideologi ribadiscono l'esigenza di un profondo rigore morale. Ciò li avvicina al pensiero del Giansenisti. Sono, questi, seguaci del teologo olandese Cornelis Jansen (latinizzato Giansenio). Egli, nella sua opera Augustinus (1640) afferma che solo la Grazia divina può salvare l'uomo, la cui natura è corrotta e inevitabilmente macchiata di colpe. Il Giansenismo era fiorito a Parigi nel Seicento, grazie ai filosofi e teologi dell'abbazia di Port-Royal, che, però, era stata distrutta nel 1710 da re Luigi XIV. Il pensiero dei Giansenisti sopravvive nell'Ottocento presso i religiosi e gli intellettuali che insistono sulla necessità di un comportamento moralmente irreprensibile, in piena sintonia con la ragione.

In questi mesi Alessandro legge opere di grandi moralisti e filosofi del Seicento, come Jacques Bossuet (1627-1704) e Blaise Pascal (1623-1662), ma si appassiona anche alla lettura di Voltaire e, grazie a Fauriel , comincia ad accostare le idee romantiche, attraverso il pensiero del tedesco August Wilhelm Schlegel (1767-1845).
Nel 1807 ecco la pubblicazione di un poemetto, Urania (forse dedicato a Sophie, che gli amici chiamavano Uranie) sulla funzione civilizzatrice della poesia. Lo scrittore sembra ripiegare sulle posizioni del classicismo, accettando gli schemi fissati dal Monti e dalla tradizione letteraria, ma il classicismo e la mitologia sono più nella forma esteriore che nell'intimo significato; il poemetto rappresenta l'opera civilizzatrice e consolatrice dell'arte, in cui le Muse e le Grazie inviate in terra da Giove costituiscono un simbolo, quasi cristiano, delle virtù che fanno corona a Dio, ma verrà ben presto sconfessato dal Manzoni che scrive: «Non è così che bisogna far versi; forse ne farò di peggiori, ma non ne farò mai più come quelli». In effetti, l'operetta è piuttosto noiosa e, a detta dell'autore medesimo, incapace di suscitare l'interesse del lettore.
In quegli anni accompagna la madre tre volte in Italia, a Torino nel 1806, a Genova nel febbraio 1807 per conoscere Luigina Visconti nell'ambito di una combinazione matrimoniale che non si realizzerà, e nel settembre dello stesso anno a Milano, dopo il fallimento di una nuova combinazione matrimoniale con la giovane figlia dell'amico Destutt de Tracy. Sulle rive del lago di Como, sotto la guida della madre, conosce Enrichetta Blondel, figlia di banchieri ginevrini stabilitisi in Italia: anche per il carattere dolce e sensibile della giovane Enrichetta (che aveva solo 16 anni, contro i 22 del Manzoni): ancora una volta Giulia dimostra di ben conoscere il cuore del figlio e di saper indovinare la donna giusta per lui. La nuova combinazione ha successo.

Così la sedicenne Enrichetta Blondel entra nella vita di Manzoni per lasciare una traccia importante. I due si sposano con rito civile nel Municipio di Milano il 6 febbraio1808 e la sera stessa le nozze sono benedette con rito evangelico nella casa della sposa che pratica, infatti, la religione calvinista. Il padre di Enrichetta, Francesco Luigi Blondel, è un ricco imprenditore ginevrino, che possiede filande lungo l'Adda e inizia, proprio in quegli anni, l'attività di banchiere a Milano, dove acquista palazzo Imbonati.
Nel giugno del 1808 la famigliola Manzoni riparte per Parigi. I tre sono ottimamente assortiti e molto felici. A proposito di Enrichetta, sappiamo che è «bionda, mite e graziosa, tanto discreta e pronta a nascondersi quanto la madre di Manzoni era teatrale: tanto ordinata e precisa, quanto la madre si abbandonava a un geniale disordine».
Alessandro non esita a dichiararsi «estremamente felice» di aver accontentato Giulia e di constatare che la moglie nutre per la suocera una tenerezza rispettosa e devota, simile a quella di una figlia. Nella capitale francese nasce la primogenita, Giulia Claudia, nel dicembre 1809, che nell'agosto dell'anno seguente viene battezzata nella chiesa giansenista di Meulan con rito cattolico, così come prevedeva il contratto matrimoniale (che prevedeva che i figli nati dalla loro unione sarebbero stati allevati nel culto della religione cattolica).
Il riserbo mantenuto dallo scrittore ci impedisce di conoscere le tappe che portano i coniugi Manzoni verso la religione cattolica. Certamente Enrichetta si annoia durante le frequenti visite alla Maisonnette; certamente la maternità la induce a riflettere sui suoi doveri nei confronti della creaturina nata da lei e a lei affidata, non solo per le cure legate alla sopravvivenza, ma anche per l'educazione e la sua crescita morale: come rendere Giulia una buona cristiana se lei stessa si sente confusa e incerta? Nasce così il bisogno di conoscere più da vicino la fede cattolica a cui, per contratto matrimoniale, come abbiamo detto, ha il dovere di avviare la figlia; e Alessandro le è vicino. Così si affidano all'abate giansenista Eustachio Dègola (1761-1826) le cui dotte conversazioni la guidano progressivamente all'abiura del calvinismo e all'adesione alla fede cattolica, il 22 maggio del 1810, nella chiesa di Saint Séverin, a Parigi. Già nel settembre 1809 i due coniugi avevano fatto istanza al Pontefice Pio VII affinché il loro matrimonio venisse nuovamente celebrato, ma con rito cattolico, che avviene nel febbraio 1810.

A queste pacate riflessioni, in cui le domande di Enrichetta, testimoni di una sincera volontà di trovare il vero Dio, sono costantemente corroborate dalle sapienti risposte dell'abate (il cui rigore di giansenista ha una rispondenza profonda nell'austerità del calvinismo di Enrichetta), non è estraneo lo stesso Manzoni. Fino ad allora è stato indifferente alle questioni di fede, forse per un'intrinseca e giovanile polemica contro l'assillante educazione religiosa impartita nei collegi della sua infanzia e adolescenza. Ma ora il problema gli viene prospettato da una nuova angolatura: l'ansia della moglie di trovare un'autentica via di comunicazione con Dio poco a poco lo contagia. Risale a quel periodo la «conversione» anche del Manzoni che, a differenza di Enrichetta, non lascia una fede per abbracciarne, però un'altra, ma ritrova in sé quei valori che ha sempre trascurato.

Molti amici e conoscenti chiederanno al Manzoni, lungo l'arco della sua esistenza, quale sia stato il momento della "folgorazione", l'attimo decisivo in cui ha deciso di recuperare la fede. Il Manzoni non dà risposta, al massimo si lascia andare a frasi sibilline: «È stata la grazia di Dio, mio caro, è stata la grazia di Dio», confiderà molti anni più tardi a Stefano Stampa, figlio della seconda moglie teresa Borri. Forse può essere d'aiuto un episodio della sua vita, capitato il 2 aprile 1810, a Parigi. Con la moglie sta assistendo ai festeggiamenti per il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d'Austria. Separati dalla folla, i due si perdono di vista e Manzoni si rifugia frastornato nella chiesa di san Rocco. Lo coglie il panico e la disperazione, ma forse è proprio quello il momento in cui, secondo le parole riportate dalla figlia Vittoria «quel Dio che si rivelò a san Paolo sulla via di Damasco» ha avuto pietà di lui. Infatti, appena esce dalla chiesa, ritrova Enrichetta sana e salva.
Manzoni si riaccosta alla fede cattolica attraverso la mediazione giansenista: questo fatto lascia un'impronta abbastanza forte sulla sua visione dell'uomo, perché gli inocula quel pessimismo che poi si estende alla concezione della storia, come ammasso irrazionale di fatti, disciplinati solamente dalla Provvidenza di Dio e guidati, in tal modo, a un fine buono. Inoltre l'influsso giansenista rafforza il naturale rigore morale del Manzoni e conferma l'austerità del comportamento.
Tornato a Milano con la famiglia, prosegue la propria "ricerca" sotto la guida spirituale di monsignor Luigi Tosi, giansenista come il Dègola, allora canonico della chiesa di Sant'Ambrogio e poi vescovo di Pavia, che influisce in notevole misura non solo sulla sua formazione religiosa, ma anche sui suoi programmi letterari.

Nell'inverno del 1810 i Manzoni si stabiliscono definitivamente a Milano, ma alternano la vita in città con frequenti soggiorni a Brusuglio: sono gli anni più felici, vissuti all'insegna dell'accordo perfetto.
Mentre Alessandro si diverte a piantare platani, abeti, robinie, cipressi, ortensie, rododendri, la Magnolia grandiflora, il cedro del Libano, vitigni del Tirolo, di Bordeaux e della Borgogna, nonché a sperimentare la piantagione del cotone, meditando fra sé le idee che tradurrà poi nei versi delle sue opere, Enrichetta genera figli, li allatta e li educa: nel 1813 nasce Pietro, nel 1815 Cristina, nel 1817 Sofia, nel 1819 Enrico. Nel 1821 viene alla luce Clara, che muore prima ancora di compiere due anni, nel 1822 nasce Vittoria, nel 1826 Filippo, nel 1830 l'ultimogenita, Matilde. Di questi soltanto Vittoria ed Enrico sopravviveranno al padre.

Brusuglio, con l'abitazione milanese di via del Morone e poi di piazza Belgioioso, brulica di amici di Manzoni, che sono anche i più significativi scrittori e intellettuali del tempo: Ermes Visconti, Giovanni Berchet (1783-1851), Tommaso Grossi (1790-1853), Carlo Porta (1775-1821), Massimo d'Azeglio (1798-1866), che diventerà suo genero, e poi, più tardi, i fiorentini Gino Capponi (1792-1876) e Giuseppe Giusti (1809-1850). Gli amici non sono sicuri di conoscere Manzoni in ogni aspetto del suo carattere complesso: qualcuno fra loro lo definisce «un enigma». Pure è capace di farsi amare, per il suo atteggiamento pacato e mite, per il suo rispetto profondo per il prossimo, per la conversazione un po' incerta (talvolta balbetta) ma tanto garbata, da suscitare nell'interlocutore una profonda simpatia. Così lo presenta Tommaso Grossi in una lettera al toscano Giampiero Viesseux, nel 1826: «...un uomo che dall'assenza d'ogni singolarità è reso... affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno...rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi timidità, cui lo stesso balbettare un poco, giunge come un vezzo alle parole, che paiono essere più mature e più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessione tutto ciò che a lui s'avvicina».
Da Parigi giunge in visita anche Claude Fauriel, al quale è affezionatissima la piccola Giulia, mentre, in casa di amici comuni, Alessandro conosce il filosofo Antonio Rosmini (1797-1855), che sarà uno dei suoi più cari amici e influenzerà la sua concezione religiosa e artistica. Nel settembre del 1819 i Manzoni partono per Parigi, dove sono ospiti per più d'un mese nella casa di Sophie de Condorcet, la Maisonnette: a muoversi, come dice lo stesso capofamiglia, è un'«arca di Noè» di undici persone: i genitori, cinque figli, nonna Giulia e tre domestici.
Nella capitale francese il Manzoni frequenta lo storico Augustin Thierry (1795-1856) e il filosofo Victor Cousin (1792-1867); quest'ultimo tornerà con lui in Italia e sarà ospite a Brusuglio e a Milano. Il viaggio a Parigi, che si protrae sino all'agosto 1820, risulta proficuo per la maturazione delle idee letterarie e l'enucleazione delle opere più significative del poeta.

Nel 1812, sotto la guida spirituale di Monsignor Tosi, come abbiamo vista, mette a punto il disegno di dodici Inni sacri che hanno per tema le principali festività religiose dell'anno ecclesiastico; di questi ne porta a termine solo cinque:
- La Risurrezione (aprile-giugno);
- Il nome di Maria (novembre 1812 - aprile 1813);
- Il Natale (luglio - settembre 1813);
- La Passione (marzo 1814 - ottobre 1815);
- La Pentecoste (incominciato nel giugno 1817, ripreso nell'aprile 1819 e portato a termine tra settembre e ottobre 1822).
A questi cinque Inni si aggiungeranno le Strofe per una prima comunione composte a più riprese a partire dal 1832, che formeranno un gruppo di poesie religiose approvate dall'autore.

Negli stessi anni, di particolare rilievo sono le quattro odi civili:
- Aprile 1814, una delle opere indubbiamente meno felici, sia poeticamente che politicamente;
- Il proclama di Rimini, che a seguito della sconfitta del Murat a Tolentino rimane interrotta al 51° verso, ma è già rappresentativo delle idealità patriottiche del poeta;
- Marzo 1821, che rappresenta la vera dichiarazione politica e patriottica del Manzoni, con la sua aspirazione a un'Italia unita e libera dallo straniero;
- Il cinque maggio, scritto in occasione della notizia della morte di Napoleone Bonaparte.

Il 15 gennaio 1816 il Manzoni dà avvio alla composizione della prima delle sue due tragedie, Il conte di Carmagnola, che occuperà molto del suo lavoro, come testimoniano le lettere scritte al Fauriel e la Prefazione alla tragedia stessa.
Il 14 settembre, dopo aver affidato il manoscritto della tragedia all'amico Ermes Visconti perché ne curi la stampa dopo averla sottoposta all'esame della censura (verrà pubblicata nel gennaio dell'anno seguente), il Manzoni parte per Parigi, dove soggiorna fino al luglio 1820. Al ritorno a Milano comincia un'intensa stagione creativa, che parte con la tragedia Adelchi, passa attraverso l'Inno sacro La Pentecoste e le due Odici civili maggiori del '21 e si concluderà nel 1827 con la prima edizione dei Promessi Sposi.

Abbiamo a lungo parlato del Manzoni scrittore e intellettuale, ma come si presenta nella vita familiare e in veste di padre? Chi si aspettasse da lui l'atteggiamento calmo, rasserenante e sicuro del patriarca resterebbe deluso. Alessandro rivela tutte le caratteristiche del nevrotico. Lo studioso Pietro Citati elenca in dettaglio tutte le sue fobie: a tavola viene preso dalle vertigini, a passeggio teme che le case gli crollino addosso o che una voragine lo inghiottisca. Non sopporta la folla, la terra bagnata e il cinguettio dei passeri. Se si avvicina un temporale si sente venir meno le forze: «Vittima di questi traumi, trascorreva giorni e settimane senza far nulla...Con la mente atona e vuota e lo sguardo perduto, spesso dovette temere di precipitare anche lui nel baratro della dissociazione nervosa».
Con il passare degli anni Alessandro Manzoni impara a difendersi da queste assurde paure, mettendo in atto una complicata strategia che gli consente di convivere con la sua nevrosi: conduce una vita meticolosa, cammina venticinque minuti prima del pranzo, pesa i suoi vestiti secondo la temperatura, va a letto sempre alla medesima ora e mangia sempre gli stessi cibi, prende a colazione il cioccolatte macinato in casa... Se l'angoscia lo assale, esce di casa e cammina per ore e ore lungo le strade o per la campagna: percorre anche trenta o quaranta chilometri al giorno, come se fosse inseguito, fino a tornare a casa spossato, ma calmo.

Il giorno di Natale 1833 muore Enrichetta Blondel: è il primo di una lunga serie di lutti che si abbattono su Alessandro Manzoni. Scrive Pietro Citati: «Pochi anni dopo la conclusione dei Promessi Sposi, la linea della sua vita cominciò a discendere: il breve fervore creativo si spense, e a meno di quarantacinque anni Manzoni diventò il puntiglioso revisore, l'interminabile editore di sé stesso». L'anno dopo si spegne la primogenita Giulietta, da poco andata sposa a Massimo D'Azeglio: ha solo venticinque anni. Turbato da questi lutti il Manzoni inizia l'inno Il Natale 1833, che rimane incompiuto.

Nel 1837 sposa Teresa Borri, vedova di Decio Stampa e madre di un ragazzo timido, Stefano Stampa, che saprà intessere con il grande patrigno un rapporto di stima, affetto, venerazione. Devozione è il termine che si addice maggiormente al comportamento di Teresa, che dedica la vita alla protezione della salute, creatività, fama del marito: gli amici la paragonano scherzosamente a una vestale, che custodisce qualcosa di sacro con vigile solerzia e passione, nonostante anche lei lamenti sempre qualche acciacco, reale o immaginario.
Nel maggio del 1841 muore Cristina, moglie di CristoforoBaroggi, appena venticinquenne, seguita due mesi dopo da Giulia Beccaria. Nel marzo del 1845 è la volta di Sofia, di ventisette anni, sposata a Lodovico Trotti. Lo stesso anno Vittoria sposa Giovanbattista Giorgini, uomo politico di principi liberali e moderati, di cui si ricordano studi giuridici e storici. Vittoria si trasferisce a Pisa, dove, due anni dopo, la segue Matilde, malaticcia: quest'ultima morirà nel marzo 1856.
Ai lutti si aggiungono problemi economici: l'incendio del 1848 a Brusuglio, i cattivi raccolti, i debiti dei figli maschi intaccano un patrimonio oculatamente amministrato che ha consentito, fino ad allora, di vivere in agiatezza. Dei tre figli maschi, Filippo è già in prigione per debiti a ventisei anni, mentre Enrico dilapida il patrimonio della ricchissima moglie, con iniziative e speculazioni sbagliate. Un momento "eroico" della vita di Filippo è quando combatte contro gli austriaci il 18 marzo 1848, durante le cinque giornate di Milano. Viene preso prigioniero e trasferito a Vienna. Filippo morirà nel 1868, in miseria, lasciando quattro figli.

L'insurrezione di Milano non sortisce l'effetto sperato e nell'agosto del 1848 gli Austriaci ritornano in città. Il Manzoni ripara a Lesa, sul lago Maggiore, dove Stefano Stampa lo ospita insieme con sua madre Teresa , per due anni, nella bella villa degli Stampa. Durante questo soggiorno si lega d'amicizia con il filosofo Antonio Rosmini (1797-1855), che già nel 1826 gli ha presentato Niccolò Tommaseo. Rosmini risiede nella vicina Stresa, una bella cittadina sulle rive del lago Maggiore. Frutto di questa amicizia è il dialogo Dell'invenzione (1850), in cui Manzoni sostiene che l'opera letteraria non deve lasciare spazio all'invenzione fantastica, ma deve farsi portavoce del vero, soprattutto del vero storico. È indubbio che, sotto un certo aspetto, viene sconfessata l'ispirazione da cui hanno preso le mosse i Promessi Sposi. Il Rosmini suggerisce anche i temi che sono enucleati nel trattato Del piacere (1851).
Segue un decennio di riflessioni storiche e ricerche linguistiche, le quali convergono nel saggio Sulla rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione del 1859, composto nel 1860 (ma pubblicato postumo nel 1889).
Nel 1860 Manzoni accetta la nomina a senatore del Regno d'Italia. A Torino partecipa alla seduta del Senato che conferisce a Vittorio Emanuele II il titolo di re d'Italia, il 26 febbraio 1861. Il disegno di legge passa alla Camera il 14 marzo e ne è relatore il genero dello scrittore, Giovan Battista Giorgini.
Nell'agosto del 1861 muore anche la seconda moglie, Teresa Borri, mentre nel 1856 è scomparso Claude Fauriel e, l'anno prima, nel 1855, il Manzoni ha perso il conforto del grande amico Rosmini. Qual è l'influsso del filosofo nel pensiero del Manzoni? Egli ha definito, aderendo al pensiero dell'abate, il concetto di creatività come scintilla divina che si esprime attraverso il genio dell'uomo. Con il suo aiuto, inoltre, ha approfondito i concetti della morale cattolica, eliminando ogni traccia dell'antico giansenismo.

Alessandro Manzoni resta lucidissimo sino alla fine della sua vita. Muore alle sei di sera del 22 maggio 1873, dopo penosa agonia, quasi un mese dopo la morte del figlio Pietro. La sua decadenza è cominciata nel gennaio precedente, quando, uscendo dalla chiesa di San Fedele, a Milano, cade battendo la testa. I suoi funerali sono un momento solenne a cui partecipa tutta Milano. Il corteo funebre, attraverso corso Vittorio Emanuele, giunge sino al Cimitero Monumentale e, l'anno dopo, nel primo anniversario della morte, Giuseppe Verdi gli dedica la sua Messa di Requiem, che personalmente dirige la mattina nella chiesa di San Marco e la sera nel teatro alla Scala.


L'importanza della conversione

Il giovane Manzoni, sebbene educato sulla base di principi religiosi cristiani e cattolici, fu inizialmente sostenitore degli ideali illuministici di libertà e uguaglianza.

Per Manzoni la religione viene considerata come il principale punto di riferimento per ogni tipo di scelta, da quella morale a quella politica.

Alla verità cristiana assoluta, però, il Manzoni non allontana gli ideali liberali dell'Illuminismo, anzi, trova nei principi cristiani il fondamento di quelli illuministi.

Ciò ovviamente influisce anche sulla sua poetica, sulle sue scelte esistenziali e sugli orientamenti ideologici e culturali.


La concezione della storia

La concezione cristiana del Manzoni lo porta ad assumere una posizione anti-classica. Mentre la tradizione considerava il mondo romano il modello supremo di civiltà in tutti i campi, Manzoni lo giudicava un popolo violento ed oppressore. Da qui l'interesse per il Medio Evo cristiano, che egli pone alla base della civiltà moderna.

Dal distacco dal classicismo deriva anche il rifiuto per la celebrazione dei potenti e degli eroi ed un interesse per gli umili e i vinti.

La concezione della letteratura



La conoscenza di importanti scrittori come il Foscolo, l'Alfieri, il Parini, lo convinsero della sua  concezione di una letteratura volta a una battaglia morale e culturale in senso democratico, e della necessità di unire il popolo italiano scacciando lo straniero.

Manzoni rifiuta l'idillica serenità classica per il bisogno di una letteratura che riguardi il vero, che emerga da esigenze realmente avvertite e che si ponga come obiettivo l'edificazione morale e civile.

Come gli altri fondatori del Conciliatore, anche Manzoni aspirava ad una letteratura popolare, che potesse essere compresa da tutti in funzione della sua azione divulgatrice: il popolo è il protagonista della storia, ed è quindi il protagonista della letteratura, sia come lettore che come attore.

La letteratura deve proporsi dunque il vero come oggetto, l'utile per scopo e l'interessante per mezzo:

·        il vero: Manzoni distingue un vero naturale e uno storico, ma il secondo è più importante del primo e quasi lo contiene. Infatti è nella storia che l'uomo esprime la propria dinamicità. Mentre il vero storico ci dà la conoscenza dei fatti, il poeta, mediante la profonda conoscenza del cuore umano, ha il compito di risalire da essi alla coscienza che li ha generati, ossia ritrovare nell'animo dell'uomo il significato della storia.

Il vero che il poeta deve far sentire è un vero oggettivo ed universale; la poesia manzoniana infatti si distacca dall'individualismo solitario e va alla scoperta della serietà e della dignità della vita quotidiana.

·        l'utile: L'utile coincide con la moralità in senso cristiano: impone alla poesia il compito di formazione della coscienza, attraverso una profonda meditazione sull'uomo  e sul suo rapporto con il divino. Anche l'utile punta dunque alla verità, e Manzoni pensa che soltanto la verità possa realmente interessare l'uomo, e che soltanto essa possa procurargli un piacere non effimero.

·        l'interessante: Esso è un argomento desunto dalla vita e dalla storia dell'uomo.

il rapporto con il romanticismo

A differenza del Foscolo, Manzoni non partecipò con "l'azione" all'attuazione dei propri ideali: egli fece, invece, dei propri scritti il mezzo con cui diffondere la libertà (questo spiega perché egli non parli mai di sé o perché manchi il carattere autobiografico nelle opere manzoniane). Il romanticismo risorgimentale consiste proprio in questo e risulta evidente nelle opere come I Promessi Sposi, o Marzo 1821 o ancora le Tragedie, attraverso le quali esorta gli italiani a combattere essi stessi contro lo straniero per la propria libertà.

Una lettera, inviata nel 1823 al marchese D'Azeglio, fu pubblicata all'insaputa dell'autore nel 1846. Essa si proponeva di tracciare un sunto della disputa classico-romantica, nella quale il Manzoni non era intervenuto direttamente. La lettera distingue due parti del sistema romantico:

1.      parte negativa (critica nei confronti del classicismo) Essa comprende il rifiuto dell'imitazione dei classici, delle regole  e della mitologia. Nella lettera si pone particolare attenzione alla mitologia, che secondo Manzoni ha alla base una concezione anti-cristiana che rifiuta Dio sostituendolo con le passioni, i beni terreni. Per l'autore la mitologia classica rappresenta qualcosa di "falso", che si rifà ad un repertorio ormai morto e puramente formale.

2.      parte positiva (o costruttiva, proposta di una nuova civiltà letteraria) Essa rivela l'idea di una poesia che abbia come oggetto il vero, ossia un contenuto moderno, morale, popolare, accettabile e cattolico.

Dunque Manzoni prende decisa posizione in favore di un Romanticismo realistico, oggettivo, contro quello lirico individualistico che attribuiva importanza al sentimento, alla passione, esaltata quasi come un presentimento di infinito. Egli accomunò nella condanna di questo Romanticismo ogni forma di esaltazione dell'io eroico, sia nel fare sia nel patire ogni forma di evasione dalla realtà concreta. Volle rispecchiare nella sua opera i problemi dell'esistenza comune, i soggetti largamente popolari. Scelse insomma argomenti conformi alle memorie e all'esperienza di tutti, persuaso che ogni vita e ogni momento di essa si proiettino nell'eternità. Era questa la base del suo realismo cristiano, che lo spiritualismo romantico contribuì a sviluppare. L'esito più alto, i Promessi Sposi, che introdussero in Italia il romanzo moderno, fu un capolavoro letterario popolare e nazionale, e un avvicinamento costruttivo della letteratura italiana a quelle europee.

gli inni sacri

Gli Inni Sacri furono la prima opera scritta dopo la conversione. Manzoni ripudia la sua attività letteraria precedente e si dedica appunto alla celebrazione delle principali festività cristiane del calendario liturgico. Egli quindi rifiuta il culto del mondo antico, sentendolo come qualcosa di "falso" e si propone di cantare temi vivi nella coscienza contemporanea, rivolgendosi, non ad una casta aristocratica, ma ad una vasto numero di persone.

Il Manzoni aveva stabilito di comporre dodici inni sacri che celebrassero le festività maggiori del calendario liturgico, ma ne compose solo cinque: i primi quattro, ossia la Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione, li compose tra il 1812 e il 1815, l'ultimo, la Pentecoste, nel 1822.

La descrizione che nasce è quella di valori cristiani profondamente radicati nel rito liturgico, che si rifanno a eventi sacri realmente accaduti nel passato, ma che vengono considerati dai fedeli come un eterno presente nella vita di ogni persona. Una caratteristica originaria di eternità che testimonia la grandiosità di tutto l'operato cristiano, che non si rivela in personalità eroiche o aristocratiche, ma nella gente comune, nell'insieme collettivo del popolo, e nei suoi riti antistorici.

Negli Inni Sacri Manzoni mette in luce l'importanza e gli effetti della fede nella vita degli uomini; del cristianesimo isola il filone evangelico, democratico ed egualitario, testimoniando così la continuità tra i valori illuministici della sua formazione e quelli nuovi, frutto della conversione. Il motivo della redenzione è sempre presente negli Inni e rappresenta un fatto storico, ma anche perennemente attuale, poiché si rinnova ogni volta nella celebrazione liturgica.

La Pentecoste

I (v. 1-48) Discesa dello Spirito Santo, Inizio della Chiesa. Prorompere della Chiesa alla luce e al trionfo dal silenzio iniziale.

II (v. 48-80) Effetti della discesa dello Spirito Santo sul mondo. Ispirazione democratica e ugualitaria nei versetti 65-80.

III (v. 81-144) Invocazione allo Spirito Santo di tutti gli uomini.

La Pentecoste ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la Pasqua. Si distingue dagli altri per l'originalità della visione del Cristianesimo. Mentre negli altri Inni vi è la celebrazione dei fatti liturgici, nella Pentecoste il messaggio cristiano diviene autentico annuncio di giustizia e di libertà, in senso romantico e democratico. Dalla discesa dello Spirito sugli apostoli, risollevati dal loro timore e spinti alla predicazione del vangelo, alla trasformazione del mondo attuata dalla diffusione della parola di Dio, all'invocazione allo Spirito, la poesia della Pentecoste raggiunge vertici altissimi e un equilibrio che si può ritrovare solamente nei Promessi Sposi.

marzo 1821

E' la più importante lirica patriottica del Manzoni, dedicata ai moti di quell'anno e alla speranza che gli eserciti piemontesi e quelli lombardi si riunissero nell'insurrezione. I concetti fondamentali sono:

·        il nuovo concetto di nazione intesa come patrimonio di tradizioni militari, linguistiche, culturali e religiose.

·        la libertà è conquista e sacrificio e deve nascere dalla volontà concorde del popolo e non da esterni e interessati interventi.

·        l'ode, dedicata al poeta soldato Teodoro morto combattendo contro Napoleone, testimonia il principio di una libertà che accomuna tutti i popoli e tutte le nazioni.

·        l'autore vuole comunicare un appello religioso alla fratellanza universale.

le tragedie

Le due tragedie , il Conte di Carmagnola e l'Adelchi, rappresentano il primo articolarsi della sua ispirazione su schemi più ampi e su una materia più complessa, epica e drammatica. Manzoni realizza dunque una tragedia storica in cui vuole collocare le vicende dei personaggi in un determinato contesto storico, fedelmente ricostruito.

I suoi principi sono illustrati nella:

Lettera allo Chauvet sull'unità di tempo e di luogo nella tragedia

Questa lettera, scritta nel 1820, è un lungo saggio che confuta le critiche rivolte da un letterato francese al Conte di Carmagnola, lamentando che non fosse stata scritta secondo le unità aristoteliche di tempo e di luogo. Nello sviluppo della sua argomentazione il Manzoni si mostra perfettamente allineato con le tendenze del Romanticismo italiano. Il Manzoni afferma che le regole aristoteliche impediscono una rappresentazione adeguata sia della verità storica  che di quella psicologica, nessuna della quali procede con un ritmo che possa essere definito una volta per tutte. Il vecchio sistema, restringendo l'azione tragica in termini di spazio e di tempo, conduce a esagerare la rappresentazione delle passioni. L'istanza specifica del Manzoni è il suo realismo cristiano, ossia la volontà di non rappresentare personaggi aristocratici idealizzati, ma vicende nelle quali tutti si possono riconoscere, nella quotidianità dell'esperienza incentrata sulla lotta tra il bene e il male.

Nelle tragedie si intrecciamo due piani:

·        il reale, che fornisce un vasto repertorio di soggetti drammatici, al quale il poeta si deve attenere;

·        l'ideale, cioè ciò che la realtà dovrebbe essere secondo una più elevata legge cristiana.

Una tragedia falsa, secondo il Manzoni, può avere effetti negativi sul pubblico, che potrebbe applicare alla vita reale i principi visti in scena. Solo ispirandosi al vero il teatro può dare benefici al pubblico.

La tragedia si basa sul contrasto tra due tipi di personaggi:

·        gli uomini soggetti alla dura legge della politica;

·        gli uomini puri e nobili, che tentano invano di far trionfare ideali più elevati e generosi, ma così facendo vengono travolti dal mondo; essi tuttavia ritrovano nella sconfitta e nella morte cristiana una vittoria più grande: l'affermazione piena di quel bene che sentivano nei loro ideali.

Il tema centrale della tragedia è dunque la storia umana in cui trionfa il male, a cui si oppongono invano esseri destinati alla sconfitta. Per questo si è detto che nelle tragedie manzoniane vi sia una visione pessimistica della storia umana, poiché il superamento del male avviene solo al di fuori della vita. Soltanto nei Promessi Sposi approderà ad una visone più serena, affidando gli ideali cristiani agli umili, che testimoniano con la loro ansia di fraternità e giustizia l'attualità della parola di Cristo.

Il Conte di Carmagnola

E' una tragedia a tema politico, ambientata nel XV secolo (come l'altra tragedia) e incentrata sul fatto storico della Battaglia di Maclodio del 1427.

Narra dell'ingiusta condanna del Conte di Carmagnola che fu accusato di tradimento dai Veneziani - allora in lotta con i Milanesi - e da loro processato e decapitato. Dall'aspetto particolare della descrizione del nobile carattere del Conte, il Manzoni muove una decisa critica a questa guerra, considerandola come fratricida, perché non finalizzata alla libertà, e perciò non voluta da Dio. E come una punizione divina, la condanna per questa guerra sarà secolare schiavitù imposta dagli stranieri all'Italia.

L'Adelchi

Il primo coro dell'Adelchi è un esempio di poesia che tratta la ricostruzione storica di vicende che la storia ha sempre ignorato. Questa tragedia in cinque atti è incentrata sulla caduta del dominio longobardo in Italia in seguito alla discesa dei Franchi di Carlo Magno. Ai potenti, legati al desiderio di dominio e alla brama di potere (Carlo Magno e il re dei longobardi Desiderio), si oppongono tenacemente i figli di Desiderio, Adelchi ed Ermengarda. Quest'ultima era stata ripudiata dallo sposo Carlo Magno e ciò aveva provocato un inasprimento tra i due re. Alla fine sono i longobardi a venire sconfitti, il re Desiderio viene fatto prigioniero e Adelchi muore nella strenua difesa della città di Verona, non senza aver chiesto prima perdono per le gesta del padre. Adelchi presenta un forte dissidio interiore tra ciò che egli ritiene giusto e ciò che è tenuto a fare per mostrare la sua fedeltà nei confronti del padre e del suo popolo.

Ermengarda è l'altra figura di rilievo della tragedia: anch'ella vive un forte dissidio interiore che la porta a lasciare una vita di passioni per abbracciare una pace spirituale. Combattuta tra un amore terreno e uno divino invocato per addolcire i dolori terrestri, Ermengarda è la vera vittima del contrasto tra i due popoli; invano cerca pace e oblio, e muore infine purificata dalla sofferenza, vittima senza macchia della colpa del padre.

Il passato viene rivisitato dal Manzoni tenendo sempre conto del presente: attraverso le vicende del passato egli discute i problemi politici contemporanei. Il Manzoni, nel Coro del terzo atto, mostra appunto come sia in mano dei longobardi, sia in mano dei Franchi, il popolo italiano abbia perso la propria dignità, e sia diventato un volgo disperso senza nome.


i promessi sposi

La scelta del "romanzo" come genere letterario per I promessi Sposi rappresenta un'innovazione nel panorama letterario italiano. Secondo la mentalità classicista, infatti, il romanzo è considerato un genere inferiore non sufficientemente in grado di trattare tematiche "alte", degne di considerazione.

Perché Manzoni sceglie il "romanzo"?

·        è un simbolo del movimento romantico poiché si colloca nella battaglia per un rinnovamento culturale italiano in senso moderno.

·        consente di rappresentare la realtà così com'è.

·        attira un pubblico di lettori più vasto per la semplicità del linguaggio e per un interesse più ampio dei temi trattati.

·        risponde all'esigenza, da parte dell'autore, di intraprendere con la stesura di un romanzo un impegno morale e civile (frutto della concezione illuministica educativa ed utilitaria della letteratura).

·        la novità di tale genere permette allo scrittore di non imbattersi in regole esterne prefissate, e di poter agire in piena libertà.

·        la realtà quotidiana può essere raffigurata con serietà; abbandonando gli eroi protagonisti della letteratura classica, l'autore sceglie umili personaggi del popolo.

·        i personaggi sono rappresentati in rapporto al momento storico e all'ambiente in cui sono collocati.

·        ogni personaggio è profondamente caratterizzato, e possiede una personalità complessa e dinamica.

·        l'autore rifiuta ogni tipo di idealizzazione dei personaggi, che mantengono, proprio come nella realtà, le virtù e le manchevolezze proprie di ogni persona.

Da Walter Scott.

I personaggi scottiani sono frutto di invenzione, la loro condizone non è ben definita, ma si tratta comunque di gente comune; sullo sfondo si stagliano personaggi famosi e grandi avvenimenti, il cui punto di vista viene dal basso, poiché incidono sulla vita degli umili protagonisti.

. a Manzoni

Per lo scrittore personaggi ed avvenimenti devono essere simili alla realtà il più fedelmente possibile. Per fare ciò, egli si documenta attraverso biografie, cronache del tempo, memorie, archivi.

il quadro storico del seicento

La critica di Manzoni nei confronti della società secentesca

L'acuta critica, svolta con atteggiamento tipicamente illuminista, fa riferimento all'irrazionalità, ai pregiudizi, alla prepotenza, presente sia nella gestione del potere, sia nel costume e nella cultura in generale.

Manzoni allo stesso tempo si rivolge al presente: la stesura del romanzo viene iniziata nel 1821 in seguito ai fallimenti dei moti liberali. Attraverso tale critica l'autore risale alle origini dell'arretratezza italiana e propone inoltre, alle nascenti forze borghesi, un modello di società ideale con le seguenti caratteristiche:

·        un potere statale in grado di regolare gli interessi dei privati;

·        una legislazione equa e ben applicata;

·        una politica economica adeguata in grado di sostenere l'iniziativa individuale;

·        un'organizzazione sociale in cui i beni siano equamente ripartiti, secondo i principi della cristianità: l'aristocrazia metta a disposizione della collettività ciò che ha in abbondanza, e le classi inferiori rinuncino a rivendicare i propri diritti con la forza.

·        deve ispirarsi sia ai principi liberali della borghesia, sia ai principi del cattolicesimo. La religione è per Manzoni l'unica vera forza riformatrice, in grado di evitare violenze simili a quelle della Rivoluzione Francese. Nonostante egli sia convinto che la ricostituzione della felicità originaria presente prima del peccato originale sia impossibile da attuare (in questo consiste la visione pessimistica della storia), è comunque del parere che il male della società può essere attenuato grazie al doveroso intervento dell'uomo.




I personaggi del romanzo:

POSITIVO

NEGATIVO

dal NEGATIVO al POSITIVO

ARISTOCRAZIA

cardinal Federigo,

Gertrude,

Don Rodrigo

l'innominato

POPOLO

Lucia

folla di Milano

Renzo

CETI MEDI

Fra Cristoforo

Don Abbondio,

l'Azzeccagarbugli

Renzo e Lucia compiono, nel corso del romanzo, un'esplorazione attraverso il negativo della realtà storica. Violentamente estrapolati dalla loro vita tranquilla e innocente fra i fonti, i due protagonisti vengono a contatto con il male, ma, nello stesso tempo, giungono ad una loro maturazione.

La loro consapevolezza di un'avvenuta maturità si manifesta alla fine del romanzo, quando essi parole proprie, dunque elementari, esprimono il "sugo" della storia.

La formazione di Renzo:

egli possiede molte virtù, ma ha una componente ribelle che l

o porta a farsi energicamente giustizia da sé

x

sommossa di MilanoVnotte di riflessione sull'Adda

peste a MilanoVperdono di don Rodrigo morente

x

rassegnazione alla volontà divina

La formazione di Lucia:

ella possiede già la virtù della rassegnazione alla divina Provvidenza, ma ha dei limiti che consistono nell'ingenuità e nell'inconsapevolezza del male

x

sofferenze, peripezie

x

comprensione della negatività presente nel mondo

il "sugo" della storia

Ø      il rifiuto dell'idillio: L'idillio in questo caso rappresenta una vita quieta, felice, lontana dal male presente nella storia. Infatti presupporre come obiettivo finale il raggiungimento di una vita non contaminata dal male sarebbe incoerente con il proposito di trattare esclusivamente il "vero". Al termine del romanzo la vita di Renzo e Lucia non ha raggiunto l'idillio, poiché essi sono diventati consapevoli della tragicità della vita, e il loro fine non è vivere bene, ma  agire attivamente contro il male.

Ø      la concezione della provvidenza: Tale concezione è differente per Manzoni rispetto ai suoi personaggi. Essi ingenuamente credono nel trionfo della giustizia e nel fatto che Dio in questo modo premi i buoni per le sofferenze patite. Manzoni ha una visione teologica superiore e crede che i buoni verranno ricompensati solo alla fine del mondo; la provvidenzialità consiste nel far maturare l'uomo attraverso delle sventure, che nella sfera terrena vengono inflitte ai buoni senza alcun risarcimento.


gli adelchi

Coro dell'atto III

Dagli atri ricoperti di muschio, dai Fori in rovina,                                                                               

dai boschi, dalle officine riarse stridenti,

dai campi coltivati dagli schiavi,

un popolo disperso si sveglia improvvisamente;

tende l'orecchio, solleva la testa                                                                                                         5

colpito da uno strano rumore crescente.

Il coro si apre con una considerazione amara da parte del Manzoni sulla degradazione del popolo latino. Il Foro, simbolo della civiltà romana, è ormai in rovina, così come le officine dove un tempo si forgiavano le armi. Il popolo latino viene definito dal poeta come un "volgo disperso", perché non ha più nessuna consapevolezza della grandezza civile e militare degli antenati; esso è solamente un popolo schiavo, ben lontano dal riconoscere il rumore dell'appressarsi della guerra, mentre per i romani era così familiare.

Dagli sguardi dubbiosi, dai volti impauriti,

quale raggio di sole traluce da folte nuvole,

che rivela la fiera virtù dei padri:

negli sguardi, nei volti confusi ed incerti                                                                                 10

 si mescolano e si contrastano l'umiliazione della schiavitù

con il misero orgoglio di un tempo ormai andato.

Il ritratto dei latini rivela un popolo che ha ormai perso la propria identità e le proprie radici. L'umiliazione della schiavitù contrasta con un orgoglio di una grandezza ormai passata, e per questo inutile e senza senso. Da qui emerge un accenno polemico nei confronti dei classicisti, che cercavano di far rivivere qualcosa che si allontana di molto dal presente.

Il volgo si raduna voglioso di libertà, si disperde impaurito,

per sentieri tortuosi, con passo incerto,

fra il timore degli antichi padroni e il desiderio della loro sconfitta, avanza e si ferma di nuovo;15

e sogguarda e fissa la turba dispersa scoraggiata e confusa

dei crudeli signori,

che fugge dalle spade dei Franchi, che non si fermano mai.

L'atteggiamento del volgo è incerto: si alternano in esso attimi in cui si desidera la libertà, succeduti dal timore nei confronti degli antichi padroni. Davanti ai loro occhi la folla dei signori Longobardi che fuggono, definita una "turba", ovvero un mucchio di persone senza anima. I "torti sentieri" stanno ad indicare l'incuria e lo stato di inciviltà al quale si è ridotta la società, in contrapposizione con le grandi strade costruite dai romani.

Il volgo li vede agitati, come fiere tremanti,

le rossastre criniere dritte per la paura,                                                                                  20                      

che cercano i noti nascondigli;

e qui, messo da parte l'usuale atteggiamento minaccioso,

le donne superbe, con il viso pallido,

guardano pensose i figli pensosi.

I padroni Longobardi vengono paragonati a delle fiere braccate, che per la paura sembrano avere i loro caratteristici capelli rossastri dritti. L'agitazione pervade anche l'animo delle donne, che abbandonano l'atteggiamento da padrone e guardano preoccupate i propri figli, pensando al loro destino.

E appresso ai fuggitivi, con la spada desiderosa di sangue,                                                                25

come cani da caccia sciolti, correndo, frugando,

da destra e da sinistra, arrivano i guerrieri:

il volgo li vede, e estasiato da una contentezza mai provata,

con la galoppante speranza che precorre l'evento,

e sogna la fine della dura schiavitù.

La fuga dei padroni e l'arrivo dei guerrieri longobardi viene paragonata ad una scena di caccia, di fronte alla quale il popolo sogna la liberazione da parte dei soldati stranieri. Da qui comincia ad emergere il pensiero del poeta, finora rimasto estraneo: il sogno è appunto una fantasticheria che non ha nulla a che vedere con la realtà. Si preannuncia dunque l'esito della battaglia per il volgo, che spera in qualcosa che il Manzoni nei versi successivi dimostra come non sia realizzabile.

Udite! Quei soldati Franchi sul campo di battaglia,

che impediscono la fuga dei vostri tiranni,

sono giunti da lontano, attraverso aspri  sentieri:

hanno rinunciato alle gioie dei pranzi festosi,

si alzarono in fretta dai dolci riposi                                                                                                    35

immediatamente chiamati dalle trombe della guerra.

Da questo punto in poi si apre la riflessione del Manzoni sulle infondate speranze di libertà del volgo. Il  popolo Franco per giungere in Italia ha rinunciato alla tranquillità del proprio ambiente familiare.

Lasciarono nelle stanze della casa in cui nacquero

le donne preoccupate, che ripetutamente davano loro l'addio,

con preghiere e consigli interrotti dal pianto:

sulla fronte hanno gli elmi delle passate battaglie,                                                                               40

hanno posto le selle sugli scuri cavalli,

corsero sul ponte che risuonava cupamente.

Il poeta prosegue parlando della partenza dei soldati Franchi, delle loro donne preoccupate. L'ultimo verso descrive una tipica immagine medievale: il ponte levatoio che si abbassa per lasciar uscire i soldati dal castello.

A schiere, passarono di terra in terra,

cantando gioiose canzoni di guerra,

ma con l'animo rivolto ai dolci castelli:                                                                                   45

per valli petrose, per dirupi,

montarono la guardia durante le gelide notti,

ricordando i fiduciosi colloqui d'amore.

Il tragitto per l'Italia è stato faticoso per i soldati stranieri, nonostante vi sia in loro la gioia di accingersi a combattere per la vittoria. Tutto ciò serve per dimostrare che un esercito non viene da così lontano, attraverso tragitti impervi, per ridare la libertà ad un popolo straniero.

Sopportarono gli oscuri pericoli di soste forzate,

le corse affannose attraverso luoghi mai attraversati,                                                              50

il rigido comando militare, la fame;

videro le lance scagliate contro i petti,

accanto agli scudi, rasente agli elmetti,

udirono il fischio delle frecce che volavano.

In questi versi il poeta continua ad elencare i pericoli affrontati dai Franchi nella discesa in Italia.

E il premio sperato, promesso a quei soldati,                                                                        55

sarebbe, o delusi, capovolgere le sorti,

porre fine al dolore di un volgo straniero?

Tornate alle vostre superbe rovine,

alle attività pacifiche delle officine riarse,                                                                                           60

ai campi bagnati dal sudore servile.

Manzoni si rivolge al volgo, destinato a rimanere deluso, poiché non verrà liberato da un popolo partito con l'intento di assoggettarlo. Dovrà dunque tornare schiavitù di sempre.

Il forte si mescola col nemico sconfitto,

anche con il nuovo signore rimane la vecchia situazione;

sia l'uno che l'altro popolo vi rendono schiavi.

Si spartiscono i servi, gli armenti;

giacciono insieme sui campi di battaglia                                                                                            65

di un volgo disperso senza nome.

Analisi del testo

·        interesse per il popolo: Nonostante il genere tragico imponga la trattazione esclusiva dei grandi della storia, nel coro il Manzoni mostra la vicenda dal punto di vista del popolo. Questo perché lo spirito evangelico spinge il Manzoni a parlare degli umili, delle sue condizioni di vita, che la storia ufficiale ignora. Inoltre, la visone borghese della realtà rifiutava la letteratura eroica tipica dell'aristocrazia e del classicismo, preferendo una letteratura che trattasse le vicende della gente comune.

·        la poesia storica: Il coro è un esempio di poesia storica, la quale ricostruisce, sulla base di documenti, i sentimenti di grandi collettività.

·        il messaggio politico: La trattazione di vicende del passato permette a Manzoni di inviare ai contemporanei un messaggio attualissimo: non contare sulle forze straniere per la liberazione nazionale.


gli adelchi

Coro dell'atto III



Le morbide trecce giacciono sparse

sul petto pieno di affanno,

le mani abbandonate, e il volto pallido

imperlato dal sudore della morte,

la pia giace, con lo sguardo                                                                                                                5

tremolante cerca la luce.

Nei primi versi Manzoni ricostruisce l'immagine di Ermengarda durante gli ultimi respiri che la separano dalla morte. Ad ella attribuisce l'aggettivo "pia", che fa riferimento all'umiltà  e alla semplicità della donna.

Termina il compianto delle suore: unanime

si innalza una preghiera:

calata sulla gelida

fronte, una mano leggera                                                                                                                  10

chiude gli occhi

sulla pupilla azzurra.

La morte è ormai giunta, e, ora che la speranza è finita, le suore non possono far altro che pregare. Gli occhi azzurri (segno della stirpe longobarda) della donna vengono chiusi da una mano, che metaforicamente rappresenta la mano di Dio.

Libera, o nobile, dall'animo

angosciato le passioni terrene,

offri un candido pensiero                                                                                                                  15

a Dio, e muori:

oltre la vita vi è la meta

del tuo lungo martirio.

A questo punto il poeta sembra intervenire nell'ultimo atto di consapevolezza della donna prima della morte. Si riconferma ancora una volta la concezione del Manzoni secondo la quale le passioni terrene si rivelano inutili di fronte all'eternità di Dio. Così vorrebbe che Ermengarda morisse liberando il suo animo da tali angosce e che si abbandonasse al raggiungimento di una meta ultraterrena che darà significato al suo martirio.

Questo era l'immodificabile destino

sulla terra dell'infelice:                                                                                                           20

di chiedere sempre un oblio

che le sarà negato;

e ascendere al Dio dei santi,

lei santa a causa del suo dolore.

Il destino della donna, quando era in vita, era di non riuscire a dimenticare ciò che era stato causa del suo dolore. Ma proprio grazie a queste sofferenze, di tipo sentimentale, ella può arrivare in Paradiso.

Ahi! nelle notti insonni,                                                                                                          25

per chiostri solitari,

tra il canto delle suore,

agli altari dove rivolgeva le sue suppliche,

gli irrevocabili giorni

le tornavano sempre in mente;                                                                                              30

In questi versi il poeta torna ad un'immagine del passato recente di Ermengarda, ovvero quando ella è rinchiusa in un convento di Brescia in seguito al ripudio. Nonostante lì cerchi di soffocare il ricordo dei giorni felici del matrimonio, riaffiorano ossessivamente in tutti i momenti del giorno e in tutti i luoghi. Inizia poi il flashback dei momenti passati quando ancora era moglie di Carlo Magno.

quando ancora amata da Carlo, senza prevedere

un avvenire in cui l'avrebbe ingannata,

estasiata respirò l'aria

vivificatrice della terra francese,

e se ne andò invidiata                                                                                                                       35

tra le altre spose francesi:

quando da un piano rialzato,

la bionda criniera adorna di gemme,

vedeva sotto uomini e cani correre

impegnati nella caccia,                                                                                                         40

e sulle redini sciolte del cavallo

il re dalle lunghe chiome;

e dietro di lui la furia

dei cavalli fumanti per la corsa,

e lo sbandare, e il rapido                                                                                                                  45

ritornare dei cani ansanti;

e dai cespugli frugati

uscire il cinghiale spaurito;

e la polvere calpestata

rigarsi di sangue, colpito                                                                                                                   50

dalla freccia del re: la tenera donna

volgeva immediatamente il volto verso le ancelle,

pallida di paura.

Oh Mosa errante! oh tiepidi                                                                                                             55

bagni di Aquisgrana!                                                                                                                       

dove, deposta la maglia

di ferro, il sovrano guerriero

scendeva a lavarsi

dal nobile sudore del campo!                                                                                                           60

Questi momenti descrivono scene tipiche della corte medievale: la caccia, e il ritorno del re dalla guerra.

Come rugiada al cespo                                                                                              

d'erba secca,

fresca ridà la vita

negli steli riarsi,

che risorgono verdi                                                                                                                          65

alla mite temperatura dell'alba;                                                                                             

così al pensiero, sconvolto

dalla potenza empia dell'amore,

va incontro il refrigerio

di una parola amica,                                                                                                                         70

e il cuore si dirige verso le placide

gioie di un altro amore.

Negli ultimi dieci versi vi è la prima parte di una similitudine in cui il sollievo che porta la rugiada nell'erba secca è paragonato alle parole delle monache, che distolgono Ermengarda dai suoi pensieri e li indirizzano verso l'amore divino. La potenza dell'amore è definita "empia" perché non ha pietà della sua fragilità e la sconvolge.

Ma come il sole che sorge

sale sull'erba infuocata,

e con la sua vampa continua                                                                                                             75

incendia l'aria immobile,

abbatte al suolo

i gracili steli appena risorti;

così velocemente dalla breve

dimenticanza torna l'immortale                                                                                              80

amore sopito, e assale

l'anima impaurita,

e le immagine temporaneamente distolte

richiama al noto dolore.

Nella seconda parte della metafora, il ritorno di Ermengarda ai pensieri dolorosi per un attimo messi da parte, è paragonato al ritorno degli steli d'erba allo stato di siccità, a causa del sorgere del sole. La notte dunque, di limitata durata, è assimilata al breve oblio.

Libera, o nobile, dall'animo                                                                                                              85

angosciato le passioni terrene;

offri un candido pensiero

a Dio, e muori:

nel suolo che deve ricoprire

la tua giovane spoglia,                                                                                                          90

In questi versi si riprende quanto detto nella terza strofa, e ripropongono il motivo della liberazione dal tormento che è possibile solo nella morte.

dormono altre infelici,

consumate dal dolore; spose private dei mariti

dalla spada dei nemici, e vergini

fidanzate invano

madri che videro i figli                                                                                                          95

uccisi impallidire.

Te discesa dalla colpevole stirpe

degli oppressori,

prodi solo perché numerosi,

che conoscevano solo l'offesa,                                                                                            100

la legge del sangue, e la gloria

di non aver pietà,

la provvidenziale sventura

ti collocò tra gli oppressi:

muori compianta e tranquilla;                                                                                               105

muori con i Latini.

Nessuno insulterà

le ceneri prive di colpa.

La sventura provvidenziale è un tema che ricorre anche nei Promessi Sposi; in questo caso consente ad Ermengarda di raggiungere Dio, poiché la sventura l'ha collocata tra gli oppressi.

Muori; e ritrovi la pace

la faccia senza vita;                                                                                                                        110

come era allora che non poteva prevedere

di un avvenire ingannevole,

rifletteva solo i pensieri

sereni di una vergine. Così

dalle nuvole squarciate                                                                                                        115

si libera il sole al tramonto,

e, dietro il monte, imporpora

con luce tremolante l'occidente:

al pio contadino rappresenta un augurio

di un giorno più sereno.                                                                                                                  120

Quest'ultima strofa riprende il motivo della speranza in un riscatto ultraterreno, in cui il cielo rappresenta una promessa di pace e serenità.

Analisi del testo

·        successione dei piani temporali:

presente (morte) V passato recente (monastero)V passato lontano (matrimonio)

·        personaggio di Ermengarda: ella è il "doppio" femminile degli Adelchi. La sua fragile anima pura è succube della brutalità del mondo. Ermengarda è la tipica figura romantica della donna angelo, che rivolge le sue passioni ad un amore coniugale, quindi lecito e casto.

·        il ricordo del marito: nella memoria di Ermengarda le immagini del marito sono legate a scene di violenza e di sangue, proprio perché il suo è un amore impietoso che la sconvolge.

·        la morte: come per Adelchi, la morte è l'unica soluzione al suo conflitto con la realtà. Ella è ansiosa di trovare nel cielo la liberazione ai suoi tormenti.

·        la poesia epico-drammatica: è un'innovazione rispetto alla tradizione poetica italiana. Si fonda sulla costruzione dei personaggi, sull'analisi di "individualità oggettivate", mette in scena conflitti drammatici.

                                                                                             







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