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G. Leopardi - A se stesso (Canti, 28)

letteratura


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G. Leopardi - A se stesso (Canti, 28)

       Or poserai per sempre,

       Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,

       Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

       In noi di cari inganni,

5     Non che la speme, il desiderio è spento.



       Posa per sempre. Assai

       Palpitasti. Non val cosa nessuna

       I moti tuoi, né di sospiri è degna

       La terra. Amaro e noia 434j95e

10   La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

       T'acqueta omai. Dispera

       L'ultima volta. Al gener nostro il fato

       Non donò che il morire. Omai disprezza

       Te, la natura, il brutto

15   Poter che, ascoso, a comun danno impera,

       E l'infinita vanità del tutto.

1.   Dividi il testo in tre sequenze, in modo che ognuna di esse inizi con lo stesso motivo. Quale tema esso evidenzia ?

Il testo può essere diviso in sequenze che vanno dal v. 1 al v. 5, dal v. 6 al v. 10 e dal v. 11 al v. 16. Il motivo che accomuna l'inizio di ogni sequenza è il riposo del cuore del poeta, che rimanda al tema dell'abbandono di ogni illusione, di ogni speranza.

I versi «Or poserai per sempre,/Stanco mio cor» (vv. 1-2), «Posa per sempre/assai palpitasti» (vv. 6-7), «T'acqueta omai. Dispera/l'ultima volta» hanno una struttura abbastanza simile e, come si vede, propongono con sempre maggior forza il tema del riposo del cuore (si noti l'uso di verbi di forza crescente : «Poserai», «Posa [dunque] »e «T'acqueta omai», con l'ultimo verbo che acquista un senso definitivo).




Anche il tema dell'abbandono di ogni illusione, che è il tema di tutta la poesia, viene presentato tre volte in tre sequenze di cinque versi. Il testo si compone così di quindici versi, più lo sconsolato verso conclusivo «E l'infinita vanità del tutto».

2.   Mostra il carattere disarmonico della costruzione sintattica : i periodi coincidono con i versi ? Ci sono spezzature, pause ? Prevale la paratassi, ci sono ellissi ?

In questo testo di Leopardi i periodi saltano da un verso ad un altro, lasciando nella sintassi numerosi buchi vuoti, elidendo collegamenti e verbi, creando come una sensazione di dissoluzione ne vuoto. Prevale la paratassi che si dispone sui versi come su più piani paralleli e discendenti e si articola in membri brevi, giustapposti e scalati dagli enjambements («Perì» v. 3, «Posa per sempre» v. 6, «Assai palpitasti» vv. 6-7).

Sotto il punto di vista della struttura sintattica sono molto simili i versi 6-7 e 11-12, fatti entrambi di due brevi periodi dei quali il secondo in enjambement col verso successivo. Si può anche notare che nei vv. 6-7 il verbo del secondo periodo cade al verso successivo, mentre nella coppia 11-12 è il verbo «Dispera» a esser lasciato in sospeso dall'enjambement, componendo così un chiasmo nella sintassi.

Ai versi 9-10 è particolarmente espressiva l'elisione del verbo e l'uso, quindi, del periodo nominale «Amaro e noia/La vita, altro mai nulla ; e fango è il mondo». L'assenza del verbo suggerisce forse qui l'idea dell'assenza dell'azione viva, del movimento che contraddistingue la vita, annullate dall'«Amaro e noia» di cui solo è fatto il vivere. Il solo verbo del periodo è una copula («è»), la più astratta delle forme verbali, che tra l'altro unisce qui il «mondo» al «fango». Il verbo è simbolo dell'azione, dello scorrere vivo del tempo, la vita senza verbi rimane dolore e noia, in questi versi s'intravede quasi un «aere sanza tempo».

Molti sono, del resto, gli accenni a una sorta di vuoto cattivo in cui si spengono inevitabilmente le illusioni del poeta, un precipitare completo nella disillusione «il desiderio è spento», «non val cosa nessuna i moti tuoi, né di sospiri è degna la terra». Battiti del cuore e sospiri non diventano per Leopardi che soffi inutili, aliti di vento sul fango. Un senso come di precipizio permea tutto il resto, ed è una sensazione in parte confermata dal precipitare inesorabile della sintassi del testo nell'ultimo verso finale «E l'infinita vanità del tutto». Qui si ritrova un senso di inutile leggerezza nell'uso della parola «vanità», nella quale sprofonda anche il concetto di infinito, tanto caro a Leopardi, caduta dell'ultima illusione «infinita vanità».







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