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LA TENTAZIONE DELL'OBLIO (F. Ferrarotti) - Carpentras: l'attentato alla memoria

sociologia


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LA TENTAZIONE DELL'OBLIO   (F. Ferrarotti)

Su di un muro all'uscita di Aushwitz :

"Chi non ricorda la storia è destinato a riviverla".

1.   Carpentras: l'attentato alla memoria

Non siamo nulla in assoluto. Siamo solo ciò che ricordiamo di essere stati. Siamo memorie personificate.



Distruggere la memoria di un popolo vuol dire distruggere le basi della sua identità, cancellare la sua presenza storica.

I fatti recenti di cronaca, come gli attentati ai cimiteri ebraici devono farci riflettere; gesti irrazionali non toccherebbero la dimora di quelli che furono, se non per dimenticare più in fretta.

Quello di Carpentas in Francia è stato il primo ad essere profanato, nel 1990.

Un'ondata di sincero sgomento ha percorso l'Europa, anche se non è mancato anche qualche applauso.

La Libia di Gheddafi ha approvato commossa a questo tentativo di esternare malumore per i sionisti, coloro che recano danno allo stesso ebraismo. C'è l'invito a continuare "sulla via del progresso".

Ma qui è in gioco la memoria collettiva; il gesto non è solo goliardico, irrazionale, solo per far parlare di sé, è un razionalissimo attacco alla memoria storica.

Le tombe sono i segnali, esse sono lì a tenere vivo il ricordo oltre la morte e contro la morte. Il morto parla ancora, perché il suo ricordo equivale alla presenza.

Intaccare la memoria di un popolo significa attentare alle sue radici, mettere a repentaglio le basi della sua identità, è la premessa alla "soluzione finale", allo sterminio di massa.

Ricordo e oblio hanno in comune di essere due modi della nostra relazione con il passato.

E la memoria è una facoltà che dimentica, non è una lastra fotografica, è selettiva, essa può rivelare ed occultare.

Essa reca in sé il rischio della dimenticanza, la tentazione all'oblio.

La memoria posta sotto analisi presenta una molteplicità di forme : in "Materia e memoria" (1896), Bergson scrive : "Ci sono due memorie profondamente distinte , una fissata nell'organismo, abitudine piuttosto che memoria, fisiologica, e l'altra come fatto di coscienza che è la vera memoria, una realtà interiore.

La dialettica memoria-oblio ha un suo percorso drammatico, e un suo "telos" finale, che è l'immortalità, l'uscita dalla memoria...

In tal senso il linguaggio della poesia è un linguaggio assoluto; il poeta classico canta gli dei, gli eroi per strapparli alla dissolvenza del tempo, all'oblio, regalano l'immortalità, ed il loro silenzio equivale ad un biasimo mortale.

 Bergson afferma tra l'altro che non c'è un vero e proprio oblio, tutto il nostro passato, è sempre con noi e per vederlo non dovremmo far altro che voltarci, anche se ci costa molto.

E' proprio il silenzio che viene usato contro un passato di colpe intollerabili.

L'oblio è l'ultimo rifugio di coloro che preferiscono seppellire tutto, che non hanno il coraggio di guardare negli occhi il proprio passato, che sperano di cancellarlo come un brutto sogno.

Una sorta di perdono collettivo attraverso la perdita in massa di memoria.

2. L'imperativo morale del ricordo

 

E' vero che lo sterminio degli zingari, statisticamente parlando è stato più drastico di quello degli ebrei, non bisogna dimenticarlo, ma non bisogna impiegarlo per velare ipocritamente, la realtà del giudeocidio come genocidio esemplare, paradigma di tutte le soluzioni finali, modello scientifico di delitto culturale e politico razionalmente progettato.

Ricordare che la Germania è il paese di Kant, di Beethoven è giusto, ma non diminuisce il massacro nazista, anzi potrebbe offrire un alibi al crimine.

Molto attuale l'avvertimento di R.Char : "Attenzione che coloro che avevano scelto il partito del delitto non ridiventino i nostri persecutori, grazie alla nostra leggerezza e a un oblio colpevole".

L'oblio, la dimenticanza, oggi è il vero pericolo.

Perché si dimentica ?

Il giudeocidio, della metà del ventesimo secolo, lo stesso delle grandi scoperte scientifiche, rappresenta una sconfitta totale della ragione, una regressione morale vergognosa. Si può solo cancellarla dalla memoria, negarla come i revisionisti (Faurisson, uno degli esponenti più agguerriti).

Ma ricordare è divenuto un imperativo morale, è necessario ricordare per poi dar corso ad un effettivo pentimento, premessa per evitare ricadute della negazione dell'umanità. Non si può mascherare questa responsabilità dietro il successo tecnico e finanziario su scala mondiale. In questo senso la tentazione dell'oblio, e la falsa quiete del silenzio, va fronteggiata con chiarezza per evitare nuovi disastri.

I sintomi di oggi (attacchi notturni a negozi ebrei, profanazione di cimiteri, pestaggi contro i "diversi"), sono allarmanti.

L'Europa, a mezzo secolo di distanza è di nuovo percorsa dal virus anti-minoritario.

In queste condizioni ha inizio la fosca iniziativa del revisionismo.

Gli ebrei hanno esagerato, i lager non erano una novità del nazismo, Stalin li aveva già da prima... l'Olocausto è debitamente ridotto, mentre i testimoni diretti scelgono la via del silenzio.

La Francia è il primo paese in cui è stato profanato un cimitero, ed è anche il primo in cui lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti è stato negato.

Già nel 1947 M.Bardèche sospende un dubbio sui 6 milioni di vittime (oggi addirittura si parla di 7 milioni).

3. Le due guerre dei trent'anni

Fra i revisionisti bisogna riconoscere che vi sono alcuni studiosi seri.

Uno di questi è Arno J. Mayer. Egli dalle prime pagine dichiara esplicitamente la sua posizione metodologica, la sua revisione critica e scrupolosa.

La tesi centrale della sua opera "Soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei nella storia europea", è che le due guerre mondiali di questo secolo si possano paragonare e sono assimilabili all'altra precedente guerra dei trent'anni conclusasi con il trattato di Vestfalia, nonostante le numerose differenze.

La comparazione molto suggestiva non è però convincente.

Entrambe, è vero ebbero il fenomeno della "violenza santificata", contro i nemici sia interni che esterni, preso come spunto da altri precedenti storici (1209, le crociate; soprattutto l'episodio in cui papa Innocenzo III lancia una quarta crociata interna contro gli albigesi).

Secondo Mayer, Hitler si ispirò al modello della Chiesa cattolica.

Il movimento nazionalsocialista sfruttando la rabbia dei ceti medi, impoveriti e spaventati di cadere nel regime bolscevico, ed appoggiando il bisogno di pace sociale si configurava come un movimento apocalittico, al di fuori delle regole del discorso logico. Era una struttura rigidamente organizzata che tendeva a trasformare gli obiettivi politici in formule 929i83j sacre per una guerra di tipo religioso.

Lo stesso grande cataclisma del secolo XVII si presentava alla metà del secolo XX. Di fronte all'eccezionalità dell'evento occorreva però un capo dotato di qualità straordinarie, di poteri carismatici, in grado di operare "miracoli".

Ciò che non convince della tesi di Mayer è riguardo il carattere tecnico e burocratico dell'impresa nazista, difficile da paragonare alle catapulte.

Tuttavia secondo Mayer, l'obiettivo della guerra "santa" nazista, era in primo luogo l'espansione dello "spazio vitale" a oriente, contro la Russia bolscevica, e non, l'ebreicidio. A giudizio di Mayer la sconfitta sul fronte orientale tolse ad Hitler, quella dote che è fondamentale, almeno secondo Max Weber, per ogni condottiero carismatico; la "conferma" dei suoi doni profetici eccezionali.

Ecco allora che Hitler si trasforma in profeta irato e per vendetta decide di sterminare  i grandi alleati dei bolscevichi, gli ebrei.

Ma questa spiegazione in termini psicologici è poco convincente, dal momento che già 10 anni prima, nel Mein Kampf, Hitler parlava di soluzione finale.

Lo storico provveduto, come Mayer si preoccupa di legittimare gli antecedenti rilevanti e trova nel nostro caso un precedente al nazismo nella "violenza santificata" delle crociate medievali, così come trova nella guerra dei trent'anni una lacerazione europea che avrà la sua tragica replica nella lunga "guerra civile" del nostro secolo.

Timoroso di demonizzare Hitler, tenta di tracciare le linee basilari del quadro mentale e del clima filosofico medio a cui appartiene il personaggio.

Così riguardo al nazismo e ad Hitler, questo clima è dato dalla dura reazione antipositivistica, secondo moduli irrazionalistici che troveranno nel nazismo il loro sbocco naturale.

E' stato osservato come il carisma di Hitler non sia stato adatto all'esportazione, e sia rimasto un fenomeno tedesco.

Non fu mai in grado di porsi come leader carismatico sul piano internazionale, come un Gladstone, ad esempio che era uno dei personaggi cui correva la mente di Weber. E' qui che si innestano tutta una serie di rozze teorizzazioni geo-politiche e di vaghe supposizioni riguardo il successo di Hitler nelle zone di lingua tedesca. La relazione fra Hitler e la Germania è stata simbiotica, e da questo punto di vista è bene vedere criticamente la nozione di "carisma" in Weber come attributo puramente individuale.

Nel momento in cui guida, il capo carismatico, in quanto interprete e organo vocale del popolo, della massa che lo sorregge, obbedisce ed esegue : come portare cani al guinzaglio.

In tal punto R. Callois distingue Hitler da Napoleone e si interroga sulla presunta infallibilità di Hitler, giustificabile in quanto egli fu l'interprete legittimo della volontà collettiva. Egli si paragona ad una calamita che attira le singole volontà disperse per renderle coese e potenti.

In ogni caso questa drastica irrazionalizzazione si è verificata in Germania proprio quando vi era l'acume della razionalità produttiva.

4. Il capo carismatico e il senso del nemico

 

Nella sua più acuta esaltazione della patria tedesca, come fondamento di ogni valore, Hitler è tutt'altro che solo. Egli era considerato un vero e proprio idolo. Secondo Callois, egli appare subito con i tratti mitologici del sovrano ispirato; d'altronde il capo che è atteso negli ambienti in cui si sviluppa il suo movimento, appartiene al tipo carismatico della guida ispirata e non a quello dell'uomo di stato. Il fondatore del partito nazionalsocialista, Gottfried Feder, paragona questo messia a Cristo, dotato di ferrea volontà e liberatore.

Le cui decisioni siano infallibili ed eseguite  sia senza discutere sia senza capirle. Mayer interpreta questi capisaldi della dottrina nazista per provare la natura sincretistica (composta dalla fusione di vari elementi) del movimento.

Nota inoltre di come il discorso ideologico del nazionalsocialismo non fu limitato alla parola, ma fece ricorso a tutta una serie di apparati scenici, senza peraltro seguire una coerenza dottrinale.

Importante nella politica dei nazisti è il "senso del nemico", che richiama l'insegnamento di Carl Schmitt, e il suo "concetto di politico".

La lotta politica ha una sostanza piuttosto drammatica, è la lotta fra nemici che lottano all'acquisizione del potere, è una lotta mortale dal momento che il potere per essere efficace, deve essere indiviso e totale.

In questa prospettiva Schmitt scopre la natura teologica dei principali concetti politici, la connessione che c'è fra teorie politiche e dogmi teologici del peccato. Infatti in quest'ultimo si trova una distinzione degli uomini fra nemici ed amici, come nella lotta politica.

Non vi è lotta politica seria senza la determinazione del "senso del nemico".

Questo nemico, nel nostro caso era l'ebreo, elemento di forte coesione del movimento politico nazista. Mayer benché convinto della natura sincretistica del movimento, riconosce il posto di rilievo che occupa l'ebreo nel "Mein Kampf", colui che, per compensare di essere senza radici vuole primeggiare.

5. L'ebreo come "hostis" : il nemico per eccellenza, il diverso da sterminare

 

T.Veblen scrive un saggio a proposito della preminenza intellettuale degli ebrei nell'Europa moderna, legata al fatto che essi non dovevano fare i conti con alcuna censura, con alcun tabù o dogma; tenendo presente però che Veblen aveva in mente il tipo di ebreo non praticante, libero dai legami tradizionali, senza radici e proprio per questo intellettualmente coraggioso e disinibito. La loro superiorità è ottenuta al prezzo di non avere mai un posto sicuro, essere sempre nella terra di nessuno, fra due mondi senza appartenenza. E' il tipo d'uomo in grado di muovere una critica corrosiva nei confronti dello "statu quo", che il nazismo non può tollerare.

Egli rappresenta l'intellettuale apolide, senza orecchio per la patria, un mortale nemico interno da annientare.

E' strano come Meyer punti ancora sul sincretismo della dottrina nazista, mettendo in secondo piano la persecuzione antiebraica. Nessun dubbio che nel nazismo confluissero mondi di pensiero eterogenei, ad esempio F.Nietzsche.

Mayer, riconosce però che l'ebreo occupa un posto di rilievo nel "Mein Kampf", l'unico nemico, portatore del bacillo mortale che stava consumando la Germania, anche nel mondo culturale.

Infine deve riconoscere la sinistra anticipazione "nell'opera" di Hitler dei campi di sterminio. Parlando della prima guerra mondiale il duce si chiedeva come mai, dal momento che gli ebrei diffondevano il virus delle dottrine marxiste, non si fossero presi già allora dei provvedimenti, magari con gas asfissianti.

6. Il mito dell'eurocentrismo ariano

 

Mayer, insiste nell'affermare che l'antisemitismo, non era una priorità assoluta, non aveva la precedenza su altri dogmi, ma in realtà ciò che sorprende è come non si veda che l'odio mortale per il bolscevismo e per il marxismo confluiva, sin dal 1923, nell'antisemitismo.

Hitler, leader carismatico della nazione tedesca, idolo e condottiero, era detentore di un potere conferitogli come rimedio alla sfida dei tempi e risoluzione ai problemi eccezionali.

Egli vive anche la sua quotidianità in modo eccezionale, tutto ciò che tocca partecipa alla sua grandezza innata, da cui nascono numerose leggende.

I cittadini comuni, solo al prezzo del silenzio e dell'ubbidienza, sono in mani sicure, egli devono "Credere, obbedire, combattere".

Ma il condottiero non deve sbagliare mai, altrimenti l'incanto finisce e il carisma si dissolve, egli allora verrà appeso al lampione o avvelenato o fucilato o suicida.

In lui funzione e destino coincidono, non sopravvive al fallimento. Il caso di Hitler è istruttivo perché si ricollega al pregiudizio eurocentrico.

Questo pregiudizio, consiste nello scorgere e nel far valere l'Europa occidentale, il suo modo di vivere, di pensare come termine normativo fondamentale che corona tutto il processo storico-evolutivo dell'umanità rispetto al quale ogni altra cultura è da ritenersi come pre-cultura, o cultura abusiva, incultura. E' una cultura che vieta di capire gli altri, è una cultura a parte, superiore e consapevole di questo.

Nell'800 i linguisti affermano la coppia antinomica "ariano" e "semita", per costruire la divisione delle lingue indoeuropee. Ma il termine "arya" significa "nobile", dunque illegittimo da applicare alle sole popolazioni germaniche, ma gli stereotipi sono duri a morire. Con i linguisti ha luogo il trionfo della tesi secondo la quale gli ariani, grazie ai loro successi tecnici e al loro dinamismo intellettuale, sono da considerarsi il popolo che più di ogni altro diffonde nel mondo la civiltà.

Secondo Renan, gli ebrei , il cui istinto monoteista si era aperto ad un'intuizione folgorante, sarebbero rimasti fermi nella storia, incapaci del pensiero riflessivo. Egli ritiene che il giudaismo sia un tronco secco la cui sterilità è in contrasto con il fiorire del cristianesimo moderno.

Colpisce come l'idea dell'Europa, associata a quella dell'arianesimo, sia costruita anche da storici di massima importanza.

Chabod (illustre storico antifascista, democratico): "Quel che ci interessa è il concetto di Europa dal punto di vista culturale e morale, che forma un quid a sé, per certe sue caratteristiche. Noi diciamo Europa, non solo una certa estensione di terre, ma intendiamo alludere ad una certa forma di civiltà, un modo di essere; l'Europeo, più che bianco è anzitutto un certo modo di pensare e di sentire a lui proprio".

Tacito, Montesquieu e Montaigne, porranno i barbari su un piano superiore a quello degli Europei, ma forse solo a titolo pedagogico, per risvegliare l'europeo in preda al lusso e alla corruzione.

La storia umana, viene però fatta coincidere con la storia europea, la sola che conti. Persino Voltaire parla di "quattro età felici" che sono europee. "La misura dello spirito umano non può che essere europea, legata alla sua cultura, ai suoi costumi alla sua civiltà".

In tal senso si può constatare che ciò che affermava Mayer, era corretto,

 il nazismo non ha inventato nulla...si è limitato a sfruttare atteggiamenti e concetti già presenti nella cultura europea. Il razzismo, oggi trova in Europa una macabra rinascita, ma la meraviglia è fuori luogo, esso trova presupposti culturali importanti che lo sostengono.

7. Le responsabilità dell'Europa e il suo possibile riscatto

 

Hegel, nel suo romanzo sulla "coscienza europea", riesce a farla coincidere con i confini dell'Europa occidentale, con quella società perfettamente amalgamata in cui la sola presenza dello straniero è percepita come una minaccia.

Fra le teorizzazioni di Hegel e il pathos di Novalis, esiste una sottile complicità che sta alla base della cultura europea, capace di grandi slanci umanitari e di scientifica ferocia.

Si parla molto oggi di Europa, in vista dell'unità europea dopo l'accordo di Maastricht, un Europa che aspira ad essere un autentica federazione unitaria. Qualcuno è giunto anche ad invocare "Europa, liberaci dalle nazioni".

Si parla di un anima europea, di una civiltà europea, ma ci si dimentica delle vergogne storiche dell'Europa, della sua aggressività. Essa è un ponte sul nuovo e sul diverso, in realtà tendenza a ridurre in schiavitù il mondo, sia pure per salvargli l'anima. Deve essere messa in guardia contro la sua presunzione, la sua vocazione al primato; il suo indubbio progresso tecnico non garantisce la sua sensibilità morale. L'Europa unita, che sta nascendo in questi anni, alle soglie del 2000, non sembra sufficientemente consapevole della sua storia, la sola che potrebbe riscattarla se non lavarla dalle colpe.

La forza dell'Europa è nelle differenze.  P.Valéry, afferma che c'è un capitale, un patrimonio europeo in eredità da conservare e da accrescere, ma non solo, bisogna anche pensare alle sue responsabilità, ai delitti dell'Occidente.

L'intellettuale europeo, non ha di che vantarsi , è giusto constatare con Mayer, che dovunque si è estesa la mano europea, la sua "civiltà occidentale", il mondo si è fatto deserto.

L'Europa oggi, dovrebbe riscattarsi, dovrebbe liberarci dall'idea di nazione in nome dei diritti umani, dovrebbe mediare fra gli interessi settoriali in nome degli interessi comuni. Il fascismo e il nazismo, sono legati ad uno scadimento culturale, ad una dimissione della ragione. Sono nati nel momento in cui l'incertezza e l'angoscia si faceva strada nei singoli e nei gruppi sociali, quando sono venuti meno i punti di riferimento, culturali e morali, quando si cercava una certezza d'ordine.



Le basi del nazismo e del fascismo non sono state distrutte perché basi anche culturali, richiamano in causa lo stile delle avanguardie, sono sovrastrutture, immodificabili : il perbenismo, l'élitismo intellettuale, come uomo colto separato dalla massa dei barbari che premono alle porte. Barbari che rimpiangeva Montaigne, come unica via d'uscita alla crisi della coscienza europea, esaltando lo "stato di natura" e persino il cannibalismo, uso più civile che non torturare un corpo vivo per differenti opinioni. La barbarie da parte dei civili, contro presunti barbari si è puntualmente ripetuta ovunque sia giunto il potere europeo, contro i pellerossa dell'America del Nord, contro gli indiani, i neri...nonché contro gli immigrati che oggi cercano di sfuggire alla morte nel loro paese.

Una spiegazione potrebbe intanto essere il "pregiudizio eurocentrico", la negazione fra tutti gli esseri umani su cui si fonda. Ebbe già in passato la funzione di assolvere tutti i crimini europei in nome della salvezza religiosa di cui si sentivano portatori i conquistatori. I massacratori razzisti, agivano con rara ferocia, perché si sentivano chiamati ad assolvere un compito sacro, obbedivano ai dogmi cristiani agli imperativi della natura. Essi compivano doveri morali, missioni di civiltà, diffondevano il messaggio di Cristo.

8. L'ambiguo ruolo delle avanguardie intellettuali

 

Gli europei dunque hanno potuto fondare la loro presunta superiorità sui loro stessi misfatti, concepiti come atti tesi a "civilizzare" le popolazioni indigene, ma non sono solo cose d'oggi.

Già il monaco  R.Bacon, proponeva a papa Clemente IV di fondare una stato mondiale cristiano attraverso il dominio tecnico-scientifico del mondo, in nome della verità di fede senza contare la etnie di appartenenza.

Nel piano si discutevano anche i mezzi di distruzione per eliminare gli eventuali oppositori.

Gli europei occidentali non solo hanno conquistato le colonie, salvo poi abbandonarlo a se stesso, ma hanno anche "lobotomizzato" il resto dell'umanità facendogli desiderare la civiltà europea sopra ogni cosa.

Ne sono singolari esempi; le citazioni di Voltaire, che vede nella cultura europea la misura contro cui valutare il grado di cultura dello spirito umano; quelle di Comte, che descrive le tappe del processo umano alludendo alla Francia del suo tempo, come rappresentante del genere umano. Numerose sono state anche le metafore sull'idea di Europa, come ad esempio quella dell'immenso "pino", sotto il quale trovare rifugio.

Tutto questa esaltazione del predominio eurocentrico può tornare, la tentazione dell'oblio già ha fatto le sue prime vittime; tutto può ripetersi perché le basi culturali, la cultura elitaria non sono state neanche scalfite.

La violenza è un'assenza di cultura, ma bisogna riconoscere che esiste anche una cultura della violenza. Essa è la violenza come progetto attivo, il mito di costruire un nuovo mondo. Oggi la violenza, il pregiudizio eurocentrico ritornano, ritornano nelle vesti dei "naziskin", degli "skinheads" (pelle nazista, testa rasata), in coloro che vogliono cacciare gli stranieri, odiano i diversi, ma il sintomo non è più preoccupante della generale indifferenza che producono, e delle generiche giustificazioni che si tende a dare alle loro gesta...disoccupazione, insoddisfazione giovanile...ma la questione è prevalentemente culturale. La loro violenza, pasto per i mass-media, riconduce alla grave responsabilità che si deve attribuire alle avanguardie letterarie del primo '900. Quella è la cultura della violenza !

Marinetti, con le sue fragorose parole d'ordine, parole vuote di idee, in cui il sentire prevale il pensare ordinato in una stato di esaltazione estrema. L'irrazionale si mescola qui con il feticismo della macchina, l'esaltazione della società industriale,  la glorificazione della guerra come la sola igiene del mondo... Sembra un discorso rivoluzionario, in realtà è un discorso premoderno, aperto sull'avvenire...indica il compito di domani. La ripresa di certe tematiche futuriste, oggi coincide con il disagio della caduta del muro di Berlino, l'improvviso cedere di strutture imperiali che sembravano immortali.

Per il poeta, il Futurismo è anche un movimento ideologico e artistico, interviene nelle lotte politiche come un movimento antifilosofico, anticulturale sportivo e guerriero, ancora attivo oggi.

In Italia, doveva verificarsi l'innesto politicamente più pericoloso, quello fra futurismo, nazionalismo, giovanilismo e culto della forza, nonché culto delle élite, governo di pochi che comanda su una maggioranza.

Ancora intellettuali come Papini, Prezzolini, B.Croce, diffondono il prepotente ritorno della "soggettività" e di "volontarismo", antipositivistico e antiscientifico, determinando le caratteristiche della vita culturale e politica italiana fino alla guerra mondiale e al sorgere del fascismo, in nome di una vaga spiritualità per i cattolici.

Erano tutti uniti nel disprezzo violento per la democrazia e per il socialismo, che ai diritti dell'uomo, al lavoro, aspirano a raggiungere un'uguaglianza economica e intellettuale. Non pensando che tutti non possono sostenere certi doni, che non sono tutti degni di certi uomini...

Esaltazione ancora della violenza, in Pier Paolo Pasolini, di orientamento smaccatamente anti-intellettuale come quello dello squadrismo fascista.

Non si deve più comprendere, si deve agire, come disse Mussolini bisogna puntare direttamente all'obiettivo.

Il fenomeno è europeo, e nella cultura tedesca come in quella italiana è sempre presente un motivo di anti-modernità, in Italia espressa dalle metafore di Curzio Malaparte, in Germania invece nell'espressione più acuta nel feticismo della patria tedesca e nelle campagne antisemite. Tutto questo però non deve giustificare alcuna confusione fra razzismo e antisemitismo, i due fenomeni hanno radici e origini storiche molto diverse.

·      Il razzismo, ha poco più di 200 anni

·      L'antisemitismo, ha indubbiamente una storia più antica che coinvolge anche le responsabilità del Cristianesimo e della Chiesa cattolica.

Tuttavia tra razzismo e antisemitismo vi sono alcune convergenze .

L'ebreo non solo è stato stigmatizzato, come il popolo "deicida"(=uccisore di Gesù), fino a tempi recenti (Concilio Vaticano II), ma essi come gruppo sono stati da sempre perseguitati in base alla tecnica del disprezzo e intesi come "popolo eletto" ma solo per essere destinato al sacrificio.

In epoca moderna inoltre, a partire dagli albori della rivoluzione industriale in Inghilterra, l'ebreo è rimasto nell'immaginario collettivo come lo straniero che turba lo statu quo, disseminatore di novità, di modernità.

Persino alcuni progressisti si sono accordati con questi pregiudizi.

Namier, ad esempio afferma che due razze hanno capeggiato il movimento dell'industrializzazione europea, gli Inglesi e gli Ebrei, questi ultimi furono i pionieri del capitalismo e i principali beneficiari, nonché altamente  invidiati da coloro che si difendono con la condizione di diaspora.

9. Razza, la parola tabù

 

Il rapido mutarsi degli scenari ideologico-culturali è tale da sconfiggere il senso preciso del passato, e rendere difficile la ricostruzione degli eventi e delle esperienze che pure abbiano lasciato una grande impronta. Si direbbe che dimenticare è una pura condizione di sopravvivenza, di "vitalismo" contro il luttuoso piangere la morte e la sconfitta. Colpisce, che lo storico inglese Namier, scriva nelle sue lettera il termine "razza", tabù, da non nominare. Questo termine prima della II guerra mondiale non aveva il potere di evocare lo sterminio di massa, il genocidio. I massacri nei paesi coloniali e nelle zone tecnicamente represse, prima della II guerra mondiale, non facevano notizia, quei paesi partecipavano alla storia ma passivamente.

Le loro popolazioni  erano considerate umane da un punto di vista zoologico, come antropoidi da dominare, da addomesticare.

E' da sottolineare il carattere storico dei fatti sociali, caso istruttivo è quello di Veblen, che giunge ad affermare che l'inferiorità razziale sarebbe da ritenersi responsabile della difficoltà di impadronirsi della tecnologia.

Numerosi confusioni con i paleo-positivisti italiani, approposito di Marx, Darwin e Spencer, riguardo il concetto di razza e di evoluzione.

Spesso la sociologia è scaduta dal livello critico, riducendosi a mera descrizione pre-scientifica.

Sta di fatto che di Marx e Spencer i paleo-positivisti italiani non hanno saputo individuare ciò che era scientificamente valido. Da Spencer, l'atteggiamento di umiltà e di sottomissione al reale, prerequisito per ogni ricerca scientifica; da Marx e Engels, non hanno imparato a vedere i problemi umani, nei loro aspetti psicologico-culturali e sociali.

In ogni caso all'indomani della II guerra mondiale, il termine "razza" scompare, diventa tabù, quasi che nel mondo la sola soppressione del termine, bastasse a cancellare le nefandezze dei nazisti. L'UNESCO, sopprime ogni riferimento alle razze nei suoi documenti ufficiali, fino alla pubblicazione delle "dichiarazioni sulla razza", nel 1950.

Oggi il clima intellettuale, anche in Italia è mutato, sociologi e studiosi vari scoprono e fanno valere impostazioni socio-biologiche affascinanti, con l'unico rischio però di elisione della dimensione storica.

10. L'uomo è un ricordo e un progetto per l'uomo

 

La comparazione fra mondo animale e umano può dare lezioni di saggezza; K.Lorenz, osserva in proposito, gli effetti mortali della competizione eccessiva e della fretta, causate dall'angoscia, la "spinta" dell'uomo moderno.

La sovravalutazione delle dotazioni genetico-ereditarie, può indurre a ritenere eterne costruzioni istituzionali, modalità di vita, stratificazioni che sono storiche, e a cui siamo abituati, può indurre a pensare che la trasformazione degli assetti politici e sociali non debba procedere se non rispettando "tempi naturali", congelando l'iniziativa politica, come se questo fosse il migliore dei mondi possibili. La sociobiologia ha alcuni meriti, ha richiamato l'attenzione alle basi fisiologiche e alla dimensione biologica della presenza umana nel mondo contro ogni illusione metafisica, ha fatto valere il senso limite dell'azione umana contro ogni delirio, ha ricordato cosa vuol dire avere i piedi per terra, ma comporta un rischio : è in gioco così la coscienza storica, la capacità di ricordare, di non farci dimenticare che l'uomo è un progetto per l'uomo, ma è anche un ricordo per l'uomo.

Vi sono parole che non vanno dimenticate, come "razza", che uccidono...ma è un buon motivo non ricordarle ?

E' giusto non studiare la "razza", come Mircea Eliade, che afferma che lo studio di queste mira a dissociare, ad uscire dal "caos" etnico.

Eliade tratta della tradizione ebraica, rovesciando il senso dell'antisemitismo rendendo artefici del razzismo le sue stesse vittime...gli ebrei sono i persecutori, nonché i responsabili della discriminazione razziale.

In questo autore prende corpo il tentativo non solo di rovesciare le responsabilità storiche e morali delle persecuzioni anti-minoritarie, ma di cancellarne anche il più tenue ricordo.

Va registrato il tentativo revisionista di R.DeFelice, autore di una monumentale biografia di Mussolini, che tenta di fornire una patente di rispettabilità parademocratica al fascismo italiano, distinguendo in essa due fasi, quella del "movimento" e del "regime", teorizzando ampiamente la tematica degli "anni del consenso". Tutto serve, quando si tratta di annebbiare la memoria storica. Da questo punto di vista, il libro di Jean Améry, non ha perduto la sua attualità, sembra partecipare con 20 anni di anticipo (1966) al dibattito in corso sul "revisionismo" di certi storici, per i quali l'Olocausto non sarebbe qualcosa di "unico" nella storia.

Hitler in fondo si ispirò a Stalin, dunque il Terzo Reich non sarebbe più colpevole di altri, né avrebbe maggiori responsabilità...e si sa che quando tutti sono colpevoli, sono tutti innocenti.

All'inizio i revisionisti hanno tenuto una linea di condotta leggera, solo in seguito sono arrivati ad affermare che si sia trattato di una "propaganda sionista", un'esagerazione !!!

In ogni caso ciò che resta unico nell'esperienza nazista è la metodica tecnica di annullamento delle persone (o dei numeri !?) ossia il massimo della criminalità unito ad uno spirito scientifico di una tecnica omicida razionale.

La creazione di una burocrazia del delitto, che non ha scuse o attenuanti neanche nell'esasperante nazionalismo che oggi caratterizza le campagne di "pulizia etnica" nella ex Jugoslavia.

Anche E.Nolte, è coinvolto nel dibattito revisionista, afferma che la ricerca sul nazismo si sia potuta attuare solo dopo il 1945, nonostante i numerosi "ostacoli". Dà inizio ai sui studi analizzando la destra storica francese (Action francaise), valutando il fenomeno fascismo su un ampio raggio. Inoltre elabora il concetto della II guerra mondiale come "guerra civile europea", secondo lo schema già usato da Mayer.

In verità quest'ultimo non scorge una soluzione di continuità fra la I e la II guerra mondiale, a suo avviso entrambe intrecciate in un unico disegno in cui si consumano anche il fascismo e il nazismo. All'interno di questa conflagrazione, circoscrive il fenomeno dell'Olocausto, allo scopo di sottrarlo all'orrore e interpretarlo invece come un aspetto, inquietante, della storia politica, economica e culturale del '900.

Ma davvero si può considerare l'Olocausto solo un aspetto della storia ?

Vi sono però altri rischi di oblio, che prescindono dall'impostazione delle ricerche storiche, e che riguardano invece la sostanza dell'Olocausto.

·      il primo di tali rischi, si presenta sotto le vesti del paradosso ; è infatti da ricollegare al silenzio dei superstiti.

Loro stanno zitti come dei "percossi da Dio" o meglio stanno a significare che il nazismo, dopotutto non è così scientifico ?

Secondo A.Wieviorka, che ha raccolto numerosi racconti di superstiti, fino al 1947, non si tratterebbe del silenzio dei deportati, ma di uno strano transfert: "Dalla sordità del mondo, a un preteso mutismo".

Simile la posizione di Primo Levi, che affermava continuamente la necessità di comunicare, di testimoniare, ma che poi ha forse pagato con la vita, non riuscendo appunto a liberarsi dell'incubo nazista. Il silenzio, diceva, è a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l'ambiguità, si sa genera sospetto. Si può sempre comunicare, rifiutarsi è colpa, tutte le razze umane parlano.

Ma in verità la questione dell'Olocausto va oltre il rapporto fra ebrei e nazisti, oltre le sue stesse vittime, investe una questione umana, indica la possibilità, oggi, di poter sempre indietreggiare, moralmente, civilmente, culturalmente.

Il genocidio, verificatosi su scala così vasta a partire dalla metà del 20esimo secolo, indica una notevole fragilità civile.

Ma M.Weber, che ipotizzava una tendenza sotterranea e transideologica burocratizzante, destinata a legare insieme, in nome di una razionalità solo tecnico-formale, Occidente e Oriente, capitalismo e socialismo, non ha alcuna premonizione dell'avvento di Hitler. Egli è un convinto nazionalista, ma non un estremista.

Il 30 Gennaio 1933, distrutta la Repubblica di Weimar, Hitler giunge al potere chiamato dal maresciallo Hindenburg, con la nomina di cancelliere del Reich tedesco. Dopo un mese, Hitler promulga il decreto dell'emergenza con cui tutte le forze d'opposizione sono messe fuori legge. Alla morte di Hindenburg, nel 1934, consolida il suo potere unendo nella sua persona l'autorità e il ruolo sia del cancelliere che del presidente.

Hitler, bisogna dire, che costituisce il primo dittatore moderno che giunge, in piena legalità, al potere assoluto.

Ciò fu reso possibile dall'articolo 48, della costituzione della Repubblica di Weimar, per il quale Weber si era battuto. In base a tale articolo, venivano riconosciuti al presidente poteri più ampi e decisivi di quelli attribuiti e di fatto esercitati dall'imperatore.

La ragione determinante del perché Weber si batté per questo, è da riconoscersi nella sua formazione elitaria  e nella conseguente sfiducia nella capacità di organizzare ed esprimere razionalmente la volontà popolare da parte di partiti politici spesso ridotti a combriccola segreta e non in grado di capire e interpretare i bisogni e gli interessi della "nazione".

 

 

11. L'Olocausto come questione umana globale

 

L'Olocausto ci richiama al fatto che la "civiltà europea", non è da intendersi come un risultato raggiunto per sempre. La ricaduta nella barbarie è sempre possibile, e lo vediamo, oggi, nella lotta fra Serbi, Croati e mussulmani, nella ex Jugoslavia. I caratteri sono analoghi allo sterminio nazista.

Ci ricorda così che non ci sono solo i ghetti degli altri, insieme con i Lager nazisti, si deve ricordare l'apartheid in Sudafrica, la discriminazione e segregazione dei neri negli Stati Uniti, le emarginazioni razziali a Parigi, Milano...La violenza è tornata in Europa, nelle città come nei piccoli paesi rurali. In Germania gli attacchi dei naziskin sembrano imprese di giovani balordi, ma a ben considerarli mostrano una tattica e una strategia studiata a tavolino, aggressioni in cui non possano giungere in tempo utile soccorsi, simboli e scritte ambigue, ma legate comunque ad un passato nazista, divise in grado di mascherare, di confonderli, uso di armi improprie...La tattica e la strategia, unite alla distribuzione geografica delle aggressioni, molto curata, sono secondo molte tesi finanziate e determinate da una regia centralizzata che domina dall'alto in tutte le decisioni. Ufficialmente, si chiama in causa la disoccupazione giovanile, il disagio, il bisogno di ideali, insomma chiama in causa la "generica società", un'astrazione che tende a rendere tutti colpevoli.

I naziskin, sono ignoranti, vittime di un sistema scolastico che non ha saputo affrontare i problemi e le vergogne del passato europeo.

Ma essi sono solo la bassa truppa, anche se di forte peso; il problema vero è l'indifferenza generica che segue alle loro gesta quasi approvando.

Riguardo la scena politica e sociale tedesca, ad esempio, godono di larghi consensi, "grazie" al loro piano di diffondere in Germania come nel resto dell'Europa, la convinzione che i "valori" degli "ariani" sono in pericolo.

A meno di mezzo secolo dalla fine della II guerra mondiale, l'Europa sembra in preda ad un raptus suicida per una massa di "primitivi" (G.Mosse).

Di Hitler conoscono la faccia e qualche simbolo, la causa dello sconvolgimento dei vecchi equilibri, è da ricercarsi nei flussi migratori dell'est e nella crisi economica.

Ma Ferrarotti non è convinto, o almeno aggiunge che chi li manovra di certo primitivo non è, tanto più che essi sono appoggiati, seppur non esplicitamente dalle destre in Germania come in Francia come in Italia, ad esempio con Bossi, che sperano di guadagnarci. Si direbbe che la memoria ha fatto naufragio; razzismo e antisemitismo, tornano e si rafforzano a vicenda.




Il consenso pubblico dilaga.

Marx, affermò che i fatti storici, prima si verificano come tragedia, poi, tornano come farse. Siamo alla farsa.( con gli slogan di Bossi...)

Per comprendere le linee di condotta dei naziskin può essere utile il metodo sociologico dell' "osservazione partecipante", dato il carattere clandestino di tali organizzazioni. Ciò che massimamente importa è l'effetto dimostrativo, che garantisce la visibilità soprattutto grazie ai mass-media.

Valutata secondo criteri razionali, la condotta di questi non ha senso; appunto perché è una condotta strumentale, sviluppata in vista di un preciso obiettivo, e tale da rientrare nello schema valutativo del rapporto mezzi-fini, secondo il principio che Max Weber chiamava, nella teoria dell'agire sociale, "razionalità rispetto allo scopo"

La condotta dei naziskin, non è strumentale, è espressiva, ed efficace.

Alla vigilia dell'abolizione delle dogane la condotta dei nazi miete la sua vittoria più bella, un rallentamento per l'unificazione.

Oltre ad un sempre più plausibile "manovratore", bisogna analizzare gli "impulsi mimetici", che la condotta espressiva di per sé crea nelle fasce giovanili, fasce in cui il disagio incide duramente.

La violenza è deprecabile, ma non è solo un fatto negativo. E' un'energia deviata, potenzialmente positiva, da riprendere e orientare.

I giovani europei di oggi, sono stanchi, sono "orfani" di ideali : del nazionalismo, del fascismo, delle contestazioni. Sono la quarta generazione, quella che vive nel gruppo e che in questo si identifica.

E' utile ritornare alla psicologia delle folle, di G.Le Bon, in cui il "gruppo dei pari "sembra dotato di poteri straordinari ed ha anche una temibile capacità di ricatto.

Le critiche di Freud, a LeBon, sono pungenti, soprattutto quando lo accusa di confondere causa ed effetti, da dove deriva, ad esempio a questa il potere di esercitare una pressione determinante sulla psiche dell'individuo?

Anche Freud, deve riconoscere l'esattezza della descrizione di LeBon circa gli effetti della folla psicologica, della massa sul singolo : per il solo fatto di far parte di una folla, un uomo scende di molti gradini nella scala della civiltà.

Isolato, l'individuo può essere raffinato, responsabile, messo in una folla tende a trasformare immediatamente in azioni le idee a malapena suggerite.

Ha inizio così il contagio del gruppo.

I naziskin sono l'atto di accusa più grave contro la piattezza spirituale e la povertà culturale dei sistemi educativo-scolastici europei del dopoguerra, a causa della generazione adulta che non ha avuto la forza di guardare in faccia le proprie responsabilità. Oggi si registra una grave crisi di identità e di direzione politica, insieme al crollo del sistema educativo.

Un tempo si parlò di "generazione senza padre" oggi siamo davanti ad una società "dei figli di nessuno", che lanciano bombe per diventare visibili.

Eppure dopo Auschwitz l'esigenza più forte era che tutto questo non si ripetesse mai più. Si doveva riformare in profondità il sistema educativo-scolastico, orientare in senso positivo l'energia dei giovani, ma questo non è stato fatto. Non può però ricordare chi non sa nulla, la causa allora è di chi non ha voluto ricordare. Oggi, e in generale in tutte le società tecnicamente progredite, la produzione di massa sembra chiamare in causa non solo un consumo di massa, ma una cultura di massa, in cui tutto può essere buttato, in cui nulla ha un valore che non possa essere sostituito.

Dunque il processo di appiattimento, di amalgamazione non è una prerogativa dl nazismo, ma delle democrazie odierne.

Ma l'Olocausto, perché? Questo esperimento scientifico, che non riguarda più solo gli ebrei, ma tutta l'umanità nel suo genere, persino l'idea di Dio.

Nell'Olocausto c'è freddezza, organizzazione. Le vittime sono schedate, divise, su tutto domina una chiara coscienza professionale, è per questo che nelle società tecnicamente avanzate c'è la paura di un possibile ritorno.

Quando gli esseri umani sono "oggetti", abbiamo la premessa fondamentale.

Allora bisogna reagire, riscoprire il valore delle differenze, la forza delle minoranze, bisogna unire i punti forti delle razze.

E già che si torni ad usare il termine "razza" è un fatto positivo, nel 1950, le "dichiarazioni sulla razza" dell' UNESCO, sono precise, parlano della razza che sotto l'aspetto biologico può definirsi come un gruppo tra quelli che costituiscono la specie Homo Sapiens, questi possono incrociarsi gli uni con gli altri, ma a causa delle barriere che li hanno più o meno isolati nel passato presentano alcune caratteristiche derivanti dalla loro particolare storia biologica. Dunque la parola "razza", designa un gruppo o una popolazione caratterizzata da una certa frequenza e distribuzione di geni che nel corso del tempo variano e spesso scompaiono per effetto di isolamento, dovuto a fattori geografici o culturali.

I gruppi religiosi, linguistici, geografici, non coincidono per forza con i gruppi razziali.

Le razze umane sono state classificate infine in tre gruppi : mongoloide, caucasoide, negroide.

 

 

 

 

 

12. Razze e culture

 

La triplice concezione delle razze umane, dell'UNESCO, ricorda quella di De Gobineau, primo teorico razzista.

Già nel 1951, si direbbe che con una nuova dichiarazione dell'UNESCO, si aggiusti il tiro. "nessun gruppo nazionale costituisce una razza a sé, non esiste prova di razze cosiddette "pure". Niente prova che l'incrocio tra queste abbia effetti dannosi biologicamente, i risultati ai quali dà luogo si giustificano in base ad agenti sociali." Gli "agenti sociali", come fattore di comportamento umano, riequilibra la questione del peso dell'ereditarietà genetica. E' giusto sottolineare che non vanno confuse la differenza e la molteplicità delle razze umane con l'unitarietà di base, ossia che tutti gli esseri umani sono in grado di produrre cultura.

Occorre distinguere quindi tra razza e cultura, distinzione che chiama in causa sia il concetto europeo occidentale di una cultura, sia il pregiudizio etnocentrico su cui una cultura fonda la sua presunta superiorità rispetto alle altre. Aldilà delle differenze razziali, culturali, gli esseri umani sono uniti dallo stesso vincolo : animali confabulanti, che non si fermano al fare per fare, ma agiscono in vista di uno scopo, conquistano una coscienza, producono significati. Contro coloro che affermano un "purismo" culturale, che temono le contaminazioni e i contatti ravvicinati.

Ma non c'è paese in Europa, oggi, che non abbia le sue minoranze; in Italia ad esempio, sono state individuate tredici minoranze linguistiche.

Ma alla luce di queste teorizzazioni si verifica il massacro in Bosnia-Erzegovina e in tutta la Jugoslavia.

In Italia, oggi, si verifica il bisogno di importare lavoratori, di chiedere braccia, salvo poi accorgersi che si tratta di uomini, di mariti, di gente che ha famiglia e che la vorrebbe con sé...allora si affaccia il problema della convivenza interculturale, in cui ci si deve rendere conto di essere più stupidi che malvagi.

Forme di odiosa discriminazione, ghettizzazione, si fondano spesso su una presuntuosa ignoranza, confermata dal diffondersi di rozzi stereotipi etnici e nazionali. E' necessario informare gli italiani circa le altre culture per esigere un rispetto che è un dovere per tutti.

 L'Italia, e tutti i paesi che bisognano di manodopera, spesso chiedono muscoli, non persone. Tutto ciò rimanda ad un perdurare del pregiudizio eurocentrico, che scorge nella cultura europea occidentale, la sola vera cultura, in contrasto con le altre che sono forme preculturali di vita primitiva, in attesa di venire promosse.

E' molto difficile estirpare l'idea di un assoluto primato europeo a validità planetaria in favore dell'accettazione piena delle altre culture.

Molti sembrano temere la ressa dei barbari...ma dove sono poi questi barbari? Sono più barbari gli immigrati dell'Africa in cerca di lavoro, o i missionari, mercenari e le truppe specializzate nella distruzione di foreste e nell'inquinamento irreparabile.

Con il concetto della co-tradizione culturale, si dovrebbe uscire dal pericolo di ridurre la discriminazione razziale a semplice xenofobia, rovesciandone le responsabilità. Il concetto sarebbe quello di avere paura degli "stranieri" e dunque di attuare una legittima difesa.

Ma non di tutti gli stranieri, chi investe capitali, è ben accetto. Allo straniero che ci fa paura, si accostano immagini negative, come la povertà, il degrado, le malattie, che in verità non possono essere imputabili a questo, quanto alle condizioni in cui la "nostra società civile", lo costringe a vivere.

A.Rosemberg, con Il mito del secolo ventesimo, scrive il testo ufficiale del razzismo tedesco, teorico dunque del "popolo dei signori" (ariani).

A. De Gobineau, constatava la differenza delle razze umane, che riconduceva a tre, bianca, nera, gialla, e su di questa fondava la sua teoria deterministica in senso biologico. Sosterrà poi che la rovina delle nazioni, è determinata dalla mescolanza fra una cultura e l'altra. Ogni cultura deve mantenersi "pura", pena la decadenza e la degenerazione. In tal senso egli è considerato il primo teorico dell'apartheid di tipo nazista e della ghettizzazione delle minoranze di ogni tipo.

13. Le razze non vanno confuse con le culture

 

A.De Gobineau, feroce antisemita, fu un convinto assertore del primato assoluto della razza bianca e quindi della cultura europea, fu il primo e più coerente teorizzatore del razzismo.

Ciò che lo caratterizza è l'atteggiamento elitario, che gli fa amare le grandi figure storiche, in cui vene incarnata la sua umanità ideale, come Michelangelo, Silla, che riassumono il valore e le virtù della stirpe anche se sono scellerate. Contrario e simmetrico l'atteggiamento di disprezzo verso i comuni mortali, ma da dove viene la "degenerazione delle razze e

delle nazioni ?", non ha dubbi, dalla mescolanza delle culture e

dall' imbastardimento delle razze.

Le società non sono tutte uguali così come non sono uguali le civiltà, sia in termini biologistici, sia climatici, religiosi, e soprattutto per la loro capacità di mantenersi "pure", di reagire agli innesti. Egli lavora per una concezione "scientifica" della storia, e spesso si vale di documenti storici per provare come dalle mescolanze, venga meno il tipo puro. Ma spesso Gobineau, come Pareto, non reggono all'esame scientifico.

Oggi però il problema della convivenza fra culture diverse esiste, soprattutto dalla confusione che si è fatta distinguendola dalla razza.

In questa società, siamo tutti migranti, la popolazione è in movimento e si contano già le prime vittime, ad esempio lo Stato-nazione, di cui solo gli Stati Uniti e la Svizzera erano un'eccezione. Lo Stato-nazione, nasce da uno stretto collegamento fra popolo ed etnia, esso è una macchina bellica, una base per l'identità psicologica. Oggi che questa struttura è in crisi, si può capire lo smarrimento della gente, la crisi d'identità.

Le migrazioni aggravano tale processo, e in tal senso si può parlare di una crisi della modernità. Si afferma con decisione la necessità di "aprire" l'Occidente, accettare il multiculturalismo, e una società multirazziale, in fondo l'identità è un processo in continua evoluzione, che cambia costantemente. Lo Stato-nazione è storicamente condannato, è troppo grande per avere rapporti solo con le sue comunità naturali e per accettare le nuove culture degli immigrati che cerca come forze-lavoro, ma allo stesso tempo è piccolo per attuare nuovi investimenti. La via d'uscita è l'apertura verso l'altro, il nuovo, anche se incute paura.

Bisognerebbe trasformare questo problema in un occasione di arricchimento reciproco, nella prospettiva di una società multirazziale e multiculturale, invece di darne una risposta criminale.

Si registrano, oggi, vistosi passi indietro, stanno risorgendo gretti nazionalismi, conflitti etnici, c'è forse il timore di dover sottoporre ad un esame critico valori che si ritenevano ormai sicuri, c'è il rischio di un esame di coscienza. In questo quadro, il pregiudizio eurocentrico, costituisce l'ostacolo più grave alla crescita di una consapevolezza inter-culturale e sovranazionale. Nello stesso tempo questo concetto di supremazia, tenta di offrire una giustificazione alle azioni criminali dei naziskin che con il tacito appoggio del perbenismo conservatore attaccano i lavoratori stranieri di tutti i paesi d'Europa. E' assodato che la cultura d'élite, su cui si sono formati numerosi studiosi, è una cultura che blocca la comprensione delle altre culture, che non è in grado di comunicare con esse, ma solo di imporsi ad esse, snaturandole, soffocandole nel nome di una "missione" tragica di superiorità e di salvezza.

Da qui parte la violenza razzista, che è l'espressione del contatto contaminante, dà voce alla concezione schiavista del "negro", che trova in Gobineau un ambiguo riconoscimento come artista naturale della danza della sensualità, ma incapace di progettualità razionale, sospettato per la sua potenza sessuale. Sia per ragioni morali che per fini conoscitivi, è necessario passare dalla concezione della cultura come termine normativo alla concezione antropologica della cultura come insieme di esperienze e valori condivisi. Nessuna cultura può presumere di autoalimentarsi, bisogna stravolgere l'impostazione di Gobineau, le differenze culturali e la loro mescolanza, sono una risorsa preziosa, a patto che vengano superati i luoghi comuni del conformismo di massa basato sull'insicurezza angosciante che sta al fondo dell'assenza interiore di autonomia interiore dell'uomo massa.

Bisogna distinguere bene l'antisemitismo da nazismo, Gobineau era un feroce antisemiti, ma in alcuni passi esalta gli ebrei perché scorge in essi, gelosi della loro "purezza" una riprova della sua teoria contro la mescolanza, salvo poi affermare che quella semita era una razza inferiore, e a notare che l'antisemitismo tedesco, politicamente parlando, nasce nel 1880, quando viene indirizzata a Bismark una petizione che denuncia l'influenza ebraica come un pericolo nazionale tedesco. Secondo alcuni autori questa petizione andrebbe considerata come l'atto di nascita dell' "antisemitismo razziale".

Ma fra razzismo e antisemitismo, va fatta una importante distinzione; l'antisemitismo è un fenomeno sicuramente più antico e complesso, pone il problema tra Giudaismo e Cristianesimo. Dal Concilio Vaticano II, i cristiani , riconoscono la continuità fra Antico e Nuovo Testamento, scorgendo negli ebrei i loro "fratelli maggiori". Ma le liti in famiglia non sono cessate. La parte cristiana è più interessata agli aspetti teologici del rapporto, quella ebraica dà la preferenza a quelli storico-pragmatici (problemi connessi con l'antisemitismo, l'Olocausto, lo Stato di Israele).

Ma da parte delle chiese cristiane c'è tutta una secolare tradizione di "tecnica del disprezzo", per l'ebreo, che con il giudaismo, una non-religione, deve essere aiutato a scomparire. Essi sono stati descritti come "piante parassitarie, corrosive", e l'antisemitismo si può dire che ha raggiunto con Hitler il suo apice tragico. La colpa della chiesa inoltre è quella di aver portato per troppo tempo la benda sugli occhi, di non essere riuscita a prevenire i massacri, le ingiustizie. E ancora dopo la guerra e la rivelazione dei Lager, c'erano esponenti della chiesa francese che affermavano che il giudizio di Dio si era esaurito! In Italia, dal canto nostro abbiamo esponenti come G.Papini, convinto assertore che con la distruzione di Gerusalemme si sia avverato il principio della fine, la fine del popolo deicida.

Hitler sembra quasi lo strumento provvidenziale per punire gli ebrei dei loro supposti crimini, è forse il dito di Dio?

 Nel termine europeo "hospes", inoltre si ritrova un'ambiguità caratteristica della cultura eurocentrica, perché oltre a significare "ospite", vuol dire anche "nemico". Il razzismo, lo si supera solo separando razza e cultura e riconoscendo nella capacità di tutti gli esseri umani di porsi come "produttori di senso" la base di convergenza che ne segna la fondamentale unitarietà.

Bisogna superare i pregiudizi radicati nella maggioranza delle popolazioni.

Le culture, in rapporto a contesti storici specifici, come le razze, sono diverse.

Non possono essere comprate al "dettaglio", le culture possono dialogare, arricchirsi,  non spezzettarsi ed unirsi. Sulla base di un riconoscimento di pari dignità, aldilà e contro il "pregiudizio etnocentrico", potranno nascere le "co-tradizioni"culturali, ponti fra culture diverse, ostacolate da questo pregiudizio chiuso e aggressivo verso gli altri.

14. Oltre il razzismo : per le vittime ma anche per gli stessi razzisti

 

Il pregiudizio etnocentrico, secondo l'analisi di Adorno, sembra una caratteristica tipica delle personalità autoritarie, cioè di coloro che "sentono" l'autorità e si adeguano ad essa, senza interrogarsi per decidere i propri orientamenti, ma adattandosi al gruppo, all'etnia di appartenenza.

Nella ricerca di Adorno, il conformismo, è analizzato in quanto si presenta sotto forma di pregiudizio razziale e culturale.

Il conformismo è l'insieme di atteggiamenti e di comportamenti che attende dall'esterno, (famiglia, classe sociale...) i segnali e i criteri di giustificazione per la propria direzione e per i propri scopi.

Esso è l'estremizzazione, la degradazione della "conformità", virtù per lo sviluppo delle società. In tale ambito si potrebbe parlare di divisione del lavoro, nel senso di sviluppo di una nuova solidarietà, in Durkheim, che tocca il massimo quando la coscienza collettiva ricopre totalmente la nostra coscienza e coincide punto per punto con essa, ma in quel momento la nostra individualità è scomparsa.

Da punto di vista storico, il fenomeno acquista rilievo a partire dalla metàdell'800, con l'avvento delle masse. L'irruzione di queste sulla scena politica e sociale, modifica profondamente i rapporti fra gli individui e le classi sociali. Verso la fine dell'800, si costituiscono i primi partiti socialisti.

Il termine "massa" viene analizzato, e in esso si intravede la risonanza dell'agostiniana "massa di dannazione e di peccato". Si teorizza la "ribellione delle masse" (Ortega Y Gasset), si scrive dello "stupro delle folle" (Tchakotine). Spesso la massa è paragonata ad un'orda selvaggia, incapace di giudizio critico, incline alla ribellione, alla sommossa. Essa può sfuggire a qualsiasi controllo, è turbine, sembra ci sia un divario invalicabile fra folla, o massa e cultura.

La folla è sempre presa nella sua accezione violenta, il "ventre di Parigi" di E.Zola, se non "il gregge che ha ucciso il pastore e si è trasformato in lupo" secondo l'immagine di Taine.

La metafora del "gregge", evoca una realtà di conformismo. Indubbio che la caratteristica essenziale della massa è quella che tende a farne un corpo amalgamato, omogeneo, in cui gli individui perdono consistenza e in cui si afferma un generale appiattimento che porta alla trasformazione della folla in una forza psicologicamente neutra, malleabile e plasmabile, facilmente manovrabile. Dalla "folla delinquente" timore della borghesia della fine dell'800, si passa, nel '900, a "La psicologia delle folle", ossia alle tecniche per manipolarla. E' Le Bon, ad affermare che l'azione inconscia delle folle, sostituendosi all'azione cosciente degli individui, costituisce una caratteristica del mondo contemporaneo. Riconosce ai miti, una funzione decisiva nel muovere le folle e lanciarle verso determinati obiettivi, nel caso di Le Bon, conservatori. E' noto, come Lenin, Mussolini, Hitler abbiano usato le "istruzioni" di Le Bon. Il suo critico più acuto è Freud, nell'analisi dei capi delle masse, la folla ha bisogno del "capo", ma è proprio sul capo, sulle sue doti personali, che Le Bon, secondo Freud, non ha nulla da dire, limitandosi ad evocare una "potenza misteriosa" che chiama "prestigio". Probabilmente questa è da ricollegarsi al concetto di "carisma" sviluppato 10 anni dopo da Weber, concetto di indubbia ascendenza religiosa, fondato sulla dicotomia fra capo carismatico e folla dei seguaci, in questo ambito rientrano gli esempi di Stalin e del Führer, nonché quello dell'Ayatollah Khomeini, in Iran.



In questi casi il conformismo è imposto, può esser detto dogmatico, totalitario.

La concezione personalistica del carisma, cioè in quanto dote di un particolare individuo, portatore di qualità straordinarie ed eccezionali, comporta necessariamente che dall'altro il polo del rapporto carismatico, il gruppo dei seguaci abbia caratteristiche gregarie. Tali caratteristiche, nella loro forma ideal-tipica, sono state analizzate dal 1944 al 1949, da Adorno.

In questa ricerca il conformismo è analizzato in quanto si presenta sotto forma di pregiudizio razziale. Il conformista, tende ad allinearsi con il potere e il successo, mostrando un basso grado di individualità. Ed è proprio il riconoscimento della sua individualità che gli potrebbe dare la base per il riconoscimento dell'individualità di ognuno. Adorno, insiste nello scoraggiare le impostazioni psicologizzanti e sottolinea invece la necessità di tenere conto delle "forze sociali oggettive" e i conflitti sovra-individuali, le contraddizioni economiche, i contrasti nella moderna società, capitalistica, tecnologicamente progredita.

Da questo punto si può dire che parta la "teoria critica della società".

Il tema centrale della "Personalità autoritaria" (Adorno), consiste nel supporre e nel dimostrare che l'antisemitismo sia l'espressione ; sia di un ideologia caratterizzata dal conservatorismo politico, sia di un rapporto di sottomissione all'autorità, dall'autoritarismo verso chi ha minor potere e soprattutto sia espressione di una ideologia etnocentrica, legata a sua volta ad una struttura autoritaria del carattere. La personalità è considerata qui come un fattore attraverso il quale vengono mediate le influenze sociologiche sull'ideologia. Horkheimer, farà un'analisi sul rapporto autorità-famiglia, ritrovando in questa il luogo di "interiorizzazione", il perno dei meccanismi ideologici. La sopravvivenza e il successo di una società dipendono dalla capacità dell'individuo di adattarsi alle pressioni di un sistema che vuole perpetuarsi. L'adattamento, ossia il conformismo, diventano norme fondamentali per ogni tipo di comportamento soggettivo. Secondo lui tutte le istituzioni di questo tipo di società, funzionano come strumenti di uniformità nel meccanismo sociale (famiglia, religione, matrimonio).

Dalla "folla delinquente" di Sighele, siamo passati alla "personalità gregaria" di Horkheimer e Adorno a quella "mimetica" di Tarde, attenta ad uniformarsi ai segnali di gruppo per approdare infine alla "folla solitaria" di Riesman. La "folla solitaria" sta ad indicare che l'individuo autosufficiente dell'800, è in rapido declino mentre cresce la "socialità" ossia quel fenomeno che Spencer chiamerà "interdipendenza funzionale" e Simmel "socializzazione". Il conformismo pare molto diffuso e attecchisce facilmente nelle società in cui "gli altri" sono importanti. Nelle società tecnicamente progredite emerge un individualismo di tipo nuovo, gregario e conformista.

Dopo l'individuo (Riesman) "diretto dalla tradizione" e l'individuo "autodiretto", chiuso nella sicurezza interna dei suoi valori, si profila un individuo "eterodiretto", che sembra realizzarsi negli altri e ne ricerca l'approvazione. Insieme con le caratteristiche della personalità individuale bisogna prendere in considerazione quelle del "carattere sociale", secondo la definizione di Riesman. Il carattere sociale, sarebbe la risultanza di una serie di atteggiamenti e di influenze derivati dal gruppo o dalla classe sociale di appartenenza, dalle esperienze dell'infanzia, dai mass-media. Punto di convergenza tra i meccanismi sociali e quelli individuali sarebbe dato dal processo di apprendimento entro il quale si svolge la "internalizzazione" delle norme delle loro sanzioni, con la conseguente formazione della coscienza del super-io. In ogni caso la personalità di base è solo un elemento della personalità, che si presenta differenziate a seconda del sesso, cioè in rapporto alla costituzione genetica specifica dell'individuo.

Così si chiarisce come la socializzazione abbia vari gradi e possa dar luogo a casi di "sovrasocializzazione", "sottosocializzazione" e "socializzazione adeguata". Secondo Riesman, inoltre le società odierne tecnicamente progredite hanno bisogno per funzionare di un nuovo tipo sociale, i loro individui devono essere "adattivi", attenti agli altri, capaci di vivere in grandi gruppi e allora in tal caso il conformismo diviene una "virtù sociale", la qualità del "buon cittadino", eterodiretto. Quello che "guida" le persone eterodirette, non è la "tradizione", come nelle persone dirette dalla tradizione, ma l'adesione, pronta ai valori degli altri, la memoria è un inutile ingombro.

I tre tipi sociali, ovviamente sono un "ideal-tipo", in senso weberiano, servono solo per la raccolta dei materiali empirici. Ci aiutano a capire come nella società odierna, non ci sia tanto il rischio della "certezza", che produrrebbe conformismo di gruppo e pregiudizio, tipico dell'individuo dell'800 dunque della personalità autodiretta (o introdiretta), quanto c'è il "rischio dell'insicurezza", tipico delle persone che vanno "rassicurate", cioè eterodirette. Queste persone si sentono a posto, solo se hanno altri esseri umani sotto di loro, "inferiori" a sé.

Per questo la società di massa appare una folla solitaria, il rapporto inter-sociale si indebolisce, si rendono necessari "nuovi miti". E' per questo che in quest'epoca della tecnologia, della razionalità si fanno strada religioni laiche, irrazionali, si teorizza lo "stato etico". Il fenomeno è stato interpretato e descritto come la "nazionalizzazione delle masse", con particolare riguardo all'esperienza tedesca. Una società resa omogenea non è per forza una società di massa, dal momento che questa presuppone i mezzi di comunicazione di massa, cioè una cultura di massa e un consumo di massa legittimato da questa. I giudizi degli studiosi al riguardo, oltre ad una riserva per cui la cultura di massa favorirebbe l'avvento di regimi totalitari, ne sottolineano gli aspetti positivi. Notano che la società di massa è quella che dispone di mezzi di comunicazione di massa, che diffondono grandi quantità di messaggi, di cui alcuni di buona qualità. Shils, la valutazione della cultura di massa è essenzialmente positiva. In Europa, invece dalla scuola di Francoforte è stata valutata negativamente ad esempio da Marcuse, che afferma che la mancanza di libertà, che prevale nelle società tecnicamente avanzate, sarebbe una garanzia di progresso tecnico. Crisi delle ideologie Illuministe, nel momento in cui si passa dalla cultura di élite alla cultura di massa e nel momento in cui opera la transizione dal capitalismo liberistico e di concorrenza, tipico della fase dello sviluppo industriale moderno, al capitalismo dominato da poche concentrazioni monopolistiche e oligopolistiche (scuola di Francoforte).

Per superare il razzismo, è necessario smontare i pregiudizi diffusi, essendo questi atteggiamenti collettivi, si deve presupporre che ci sia una "comunità razzista". All'interno e fuori di questa è necessario risvegliare la memoria, resistere alla tentazione dell'oblio.

Il razzismo è l'espressione più evidente del "pregiudizio etnocentrico" e del conformismo di fondo su cui nasce.

Ma come nasce il "pregiudizio"?

Poggia sul terreno di una struttura collettiva, si alimenta del clima mentale medio di una comunità, ne consolida gli interessi materiali di vita.

Chi è il "conformista"?

E' l'uomo delle verità ricevute in eredità, ne fa tesoro senza conoscerle bene. E' alla ricerca di un responsabile, porta da sempre "il cervello all'ammasso".

Bisogna spogliarlo delle idee ricevute, dei luoghi comuni, delle mezze verità. Ma spogliarlo è difficile, lui ha bisogno di gruppi umani inferiori a sé, unica situazione che lo rassicura.

Che fare? La memoria è una facoltà che dimentica, bisogna rafforzare il processo educativo.

Alla fine della poderosa ricerca di Adorno e dei suoi collaboratori ci si accorge come questi non abbiano nulla da dire, soprattutto perché si sono basati molto sulla dimensione psicologica, improntata su una concezione individuale. Il "conformista", è colui che si conforma, la "personalità autoritaria" è quella che si adegua, l'opportunista naturale.

Sperano di circoscrivere il conformismo e i comportamenti antirazziali.

Il conformismo ritengono che sia inestirpabile dal carattere degli individui, il rimedio sembra essere quello dell'assimilazione e dell'integrazione dei "gruppi di maggioranza", ai perseguitati non rimane che adattarsi.

Già Horkheimer, operò nella sua ricerca "autorità e famiglia" in senso psicologico, sbilanciando l'impianto dell'indagine.

Spesso i metodi delle ricerche sociali negli Stati Uniti, apparivano orientati in senso psicologico, tendendo così a tralasciare, nello studio dei fenomeni sociali, sia la dimensione economica che politica, storica, facendo perdere così l'oggettività. Si perde di vista il nesso fra carattere psicologico sociale e individuo come realtà empirica, anche in un'opera importante come quella de "La personalità autoritaria" di Adorno, di carattere psicologico astorico.

Non si tratta solo di un problema di "conoscenza, ma di una realtà storica che coinvolge ampi strati della popolazione mondiale, governi, classi, folle di esclusi...Il conformista, portatore del pregiudizio etnocentrico, non è mai solo. Fa parte di una comunità. Non si comprende perché l'analisi del problema del conformismo di massa del fascismo e del nazismo sia ridotto alla dimensione psicologica-individuale, da Adorno soprattutto.

L'imputazione causale a carico della famiglia e dei metodi di allevamento a proposito del fenomeno autoritario, fascista e nazista, è il risultato più vistoso della psicologizzazione del tema, lasciando fuori campo fattori decisivi.

Non che la famiglia non abbia un ruolo importante, ma bisogna delimitarne le responsabilità politiche. Sicuramente la decadenza della famiglia, anche se essa stessa strumento di adattamento alla società repressiva, favorisce questo processo, per il fatto che non c'è più "filtro" tra l'individuo, ora solo e lo Stato totale ("etico"). In Italia il processo ha incontrato dure resistenze tipiche di una società così "mediterranea" e "familistica".

La famiglia nella coscienza comune si configura come un porto quieto e sicuro. Ma non ha senso parlare della famiglia in generale, dal momento che molte di queste, borghesi, hanno scelto il fascismo, in nome dei propri interessi materiali.

Dal momento che il problema del razzismo non è di carattere individuale, "con la distruzione del complesso razzista si avrà non solo la liberazione delle sue vittime, ma la trasformazione dei razzisti stessi e la decomposizione interna della comunità istituita dal razzismo" (E.Balibar).

Analogamente, come non sarebbe possibile secondo Marx e Engels liberare la classe operaia dall'esterno e quindi senza un processo di auto-liberazione, che comporta la liberazione poi di tutta l'umanità, così il superamento del nazismo non è concepibile se non in senso umano unitario, cambiando radicalmente i rapporti interpersonali su scala planetaria, tagliando classi, razze e culture.

Da tale punto di vista il modello "integrazionista" che tende ad inglobare lo

straniero, appare solo come una scorciatoia.

A.Zanotti : "Per ragioni storiche, politiche o ideologiche, la sociologia americana ha affrontato il problema dell'estraneo in termini di integrazione culturale. Lo straniero è il simbolo di altri e più profondi cambiamenti strutturali che scuotono l'assetto tradizionale dei nostri rapporti sociali. L'immigrato è la memoria di un mondo rurale tradizionale, che strutturalmente non c'è più. Accettare l'immigrato vuol dire allora accettare un mondo nuovo, diverso".

Lo stesso processo dialettico oggi si applica al movimento femminista per la liberazione della donna.

Liberarsi per le donne significa mettere in discussione la struttura sociale globale, quindi liberare anche gli uomini, farli uscire dal loro "scudo" di ipermaschilismo. Nessuna rivoluzione improvvisata è possibile a proposito del razzismo come del femminismo in subitanee operazioni di vertice, se non tramite la ragione storica.

 

15. La società multiculturale : ipotesi e prospettive

 

Dimostrando l'infondatezza del pregiudizio eurocentrico, abbiamo visto come insieme al razzismo BIOLOGICO, "classico", esiste un 'altra forma di razzismo, quella del razzismo CULTURALE: l'inferiorità degli immigrati extracomunitari sarebbe sancita non solo da un'inferiorità biologica, ma anche dal differenziale culturale.

Quest'ultimo sarebbe il razzismo "colto", che rafforza l'altro, quello "classico", "biologico". Le discriminazioni razziali, si sono fondate da sempre sulla mentalità razzistica che consiste nel postulare non solo la disuguaglianza e la gerarchia delle razze, ma anche la disuguaglianza e gerarchia delle culture.

Il razzismo "colto", chiamato in Francia, "differenzialista", è molto sottile, dichiara il più alto rispetto per le differenze culturali, ma questo rispetto finisce per marmorizzare le varie culture e concepirle come realtà chiuse e autosufficienti, da non tollerare "prestiti" dall'esterno.

Le differenze culturali prendono il posto delle differenze razziali, e si torna per questa via a confondere razze e culture . E' incredibile pensare che solo in Inghilterra, oggi gli immigrati in quanto cittadini del Commonwealth, abbiano diritto di voto.

Il nodo centrale del discorso, è la possibilità di una società multiculturale, garantita per tutti i suoi componenti. Non solo rispetto degli altri, ma multiculturalità. Questa multiculturalità, di certo non sarà data da un processo spontaneo di scelte individuali, né sarà data dal progresso scientifico.

Non manca chi teme come P.A.Taguieff, un effetto boomerang per le campagne di generico anti-razzismo, spesso prive di senso critico.

Queste campagne, potrebbero avere l'effetto imprevisto di risvegliare rendendolo quasi legittimo, il razzismo. Ma forse questo degli antirazzisti facili, non è il problema principale. Con riguardo all'Italia, un paese che si compiace di essere abitato da "brava gente" ma che non ha esitato, nel 1936 ad approvare e ad applicare "le leggi per la difesa della razza", Taguieff ha ragione . Il razzismo di oggi, sicuramente è diverso da quello di Gobineau, ma comunque non bisogna dimenticare neanche quello. Si parla di razzismo culturale e con i "sociobiologi" e gli "etologi" si torna a parlare di razzismo biologico. I razzisti, quando oggi insistono sulle differenze culturali, non hanno abbandonato i presupposti originari, che sono e restano biologici.

Per Taguieff, invece si è operata una sorta di rottura fra questi due tipi di razzismo, e valorizzare le altre culture sarebbe un'operazione sospetta, perché lo slittamento concettuale, consente al discorso antirazzista di capovolgere il senso della valorizzazione delle altre culture. Una vecchia trovata.

Nella Commissione dei Diritti dell'uomo, in Francia, si è giunti a sostenere che la soluzione del problema razzista, e quella dell' "integrazione degli immigrati", ossia una loro graduale francesizzazione, come succede nella Germania federale, un limite molto grave. L'etnicità, fino a qualche anno fa caratteristica da nascondersi, per conformarsi al modello prevalente WASP (bianco, anglosassone, protestante) è oggi vissuta come un valore, si ricollega alla rivalutazione delle proprie radici.

Nella Costituzione Americana è stata superata la segregazione di fatto. Storicamente nella società americana, l'etnicità era qualcosa che andava superata. I "WASP" si aspettavano che l'immigrato si fondesse, si assimilasse alle proprie norme. La II guerra mondiale, invece ha segnato un punto di svolta, in modo tale che l'odierna etnicità riemergesse come un aspetto centrale dell'identità delle persone e come un punto focale comune della vita comunitaria. Molte critiche specialmente agli stereotipi generalizzanti che bloccano la conoscenza della realtà. Il razzismo è separazione, giustificazione "scientifica" e di fatto inappellabile delle più gravi asimmetrie economiche e sociali. Esalta la razza come termine normativo per rifiutare e spezzare la comune umanità degli esseri umani, rigidamente suddivisi .

Il razzismo è la negazione radicale di ogni ordinamento democratico.

Gli stessi Stati Uniti hanno conosciuto l'abolizione legale della segregazione razziale solo negli anni '60, con Kennedy e Johnson, abolizione formale che spesso non ha neanche sfiorato il costume.

I sociologi hanno studiato il problema delle differenze razziali e culturali da un punto di vista strettamente etnocentrico, ma oggi questa posizione non è più sostenibile, per ragioni operative. Gli antropologi, invece hanno il merito di aver fatto valere nelle loro ricerche un'impostazione pluriculturale, anche se a volte troppo in chiave utopistica.

Le culture e le loro tradizioni sono processi storici che vengono costruendosi e trasformandosi col tempo, e nel loro incessante fluire si incontrano, si scontrano, e in parte si fondono con altre culture e tradizioni, dando luogo a quelle

"co-tradizioni" culturali, o "culture meticciate" di cui abbiamo bisogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 







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