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FREUD - il principio del piacere

psicologia


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FREUD

Si laureò in medicina a Vienna alla fine del 1800. Iniziò la sua attività come neurologo, dopo di che si dedicò alle malattie mentali: In un primo momento utilizzò l'ipnosi  ma si accorse che quello che imparava sui pazienti e sulle cause del comportamento nevrotico non gli serviva per aiutare il paziente a modificare tale comportamento. Fu la famosa paziente, Anna O., a dare a Freud l'idea che proprio nel far luce sulle cose nascoste il paziente si libera di quei vincoli che lo costringono ad un certo comportamento. Questo permise a Freud di formulare una teoria in cui si ipotizzava l'esistenza di un'attività mentale, fatta di desideri, sentimenti ecc, del tutto nascosta al soggetto, ma altrettanto importante di quella conscia. L'inconscio viene così definito come "l'interno paese straniero" in cui ci sono gli istinti che condizionano gran parte delle nostre azioni senza che ne siamo consapevoli. Gli istinti fondamentali sono l'eros, o istinto di vita, e thanatos, o istinto di morte. L'energia utilizzata dall'eros è la libido mentre per thantos non esiste un termine corrispondente.

L'architettura psichica è, secondo Freud, composta da tre parti: es., io e super io.

L'es è completamente inconscio e costituisce la sede degli istinti fondamentali e delle pulsioni che tendono a soddisfarli, ed è presente fin dalla nascita.

L'io è la parte cosciente a cui il pensiero ha accesso ed è costituito dalle principali funzioni che mettono il soggetto in relazione con il mondo.



Il super io è costituito da quei valori che guidano il nostro comportamento. E' in parte conscio in parte inconscio e si costruisce durante lo sviluppo per opera dell'ambiente familiare.

Il rapporto fra questa complessa struttura psichica e l'ambiente si basa essenzialmente su due principi:

il principio del piacere che spinge l'individuo a soddisfare subito e completamente i propri bisogni istintuali.

Il principio di realtà permette al soggetto di comprendere che non solo, non è possibile soddisfare subito i propri istinti, ma spesso non è neppure conveniente perché l'ambiente ha delle leggi a cui bisogna sopravvivere.

Freud fu il primo a considerar il bambino un essere perverso e poliformo, tanto da notare una vita sessuale prenatale. Freud afferma che lo sviluppo del bambino attraversa varie fasi durante le quali la pulsione si dirige verso parti del corpo, che diventano zone erogene. Il cammino che l'individuo deve percorrere per raggiungere la maturazione sessuale si attiva per fasi. Le fasi sono cinque:

-          Fase orale: la zona erogena è la bocca. Questa fase si protrae per tutto il primo anno, anno e mezzo di vita e viene suddivisa in due sottofasi: la 1°, orale passiva, che giunge fino agli 8-9 mesi, la 2°, orale aggressiva, che termina con l'avvento della fase successiva. In questa fase il bambino prova piacere nel succhiare e nell'inghiottire, ed è per questo, che mette tutto in bocca. Quando spuntano i denti, inizia anche a mordere e a manifestare atteggiamenti sadici.

-          Fase sadico-anale: la zona erogena si sposta dalla bocca alla mucosa anale. Questa fase va dal 2° al 3° anno di vita ed è legata alla maturazione perianale. Il piccolo, prova piacere nel trattenere e lasciare andare le feci.

-          Fase fallico-epidica: la zona erogena è costituita dagli organi sessuali. Va distinta dalla fase genitale perché a questa età gli organi sessuali sono ancora immaturi. Questa fase va dal 3° al 5° anno di vita ed è caratterizzata dalla curiosità delle differenze anatomiche fra maschio e femmina. Come conseguenza di questa curiosità si ha una specie d'innamoramento per il genitore di sesso opposto e una forte rivalità per quello dello stesso sesso. Da ciò deriva la denominazione epidica, che deriva dalla famosa tragedia greca di Sofloche in cui Edipo uccide il padre, senza sapere che è il padre e sposa la madre, senza sapere che è la madre. In questa fase inizia una frequente attività masturbatoria esplorativa.

-          Fase di latenza: è una fase in cui abbiamo una stasi delle pulsioni sessuali e un crescendo degli interessi sociali. Questa fase coincide con l'età scolare e perdura fino alla pubertà. Il bambino ha subito la sconfitta epidica, rendendosi conto che la coppia dei genitori lo esclude e che il genitore dello stesso sesso è un rivale troppo forte, l'unico modo, per sfuggire all'angoscia è di identificarsi con il genitore dello stesso sesso cercando di diventare simile a lui.

-          Fase genitale: la zona erogena è costituita dai genitali che stanno raggiungendo la definitiva maturazione. Questa fase comincia con la pubertà e perdura per tutta l'adolescenza.

Per quanto riguarda il metodo psicoanalitico, Freud chiedeva al paziente di riferire ogni pensiero, idea o sogno, anche non razionali, perché è compito del terapeuta trovare il filo conduttore e dare significato a ciò che apparentemente non ne ha. A questo proposito è utile considerare due concetti fondamentali: quello di transfert e di controtrasfert. Il transfer viene definito come il trasferimento sull'analista di tensioni affettive che permetto al paziente di rivivere situazioni del passato. Quindi è possibile far luci sulle ragioni della nevrosi manifestata dal paziente e risalire alle cause. Il controtransfert è stato trascurato da Freud, si riferisce alle risposte inconsce del terapeuta nei confronti del paziente. Freud aveva considerato solo gli aspetti negativi del controtrasfert, riteneva il frutto di una scarsa preparazione del terapeuta, mentre oggi si ritiene che esso sia il risultato del coinvolgimento emotivo dello psicoterapeuta.

JEAN PIAGET

Psicologo che studia il pensiero infantile, negli anni '20 si reca in Svizzera dove fondò l'epistemologia genetica ovvero la scienza che studia la conoscenza dalla genesi alla maturità. Le domande che Piaget si poneva riguardavano le diverse fasi dello sviluppo del bambino e quelle dello sviluppo scientifico. Secondo Piaget lo sviluppo segue tappe predeterminate geneticamente. Piaget accetta la tesi di Kant che vede la mente come una sede dove c'è uno sviluppo ideale di conoscenza. L'intelligenza è vista come la più alta forma di adattamento all'ambiente. La sua teoria è di strutturalismo e costruttivismo perché l'organismo è costituito da strutture organizzate che si trasformano nello sviluppo attraverso gli scambi con l'ambiente; le strutture si costruiscono attraverso l'attività della persona, non sono quindi innate.

Secondo l'età che Piaget analizza, usa metodi diversi:

-          Osservazione del comportamento: usato con i bambini da 1 a 3 anni. Per indagare sullo sviluppo intellettuale cerca delle situazioni critiche.

-          Metodo clinico: egli usa il colloqui che si articola in funzione alle risposte del bambino.

-          Metodo critico: Piaget, si pone una domanda critica per studiare la genesi dello sviluppo logico, egli vede differenze nel bambino di 6-10-12 anni. Secondo Piaget la mente opera attraverso una tendenza innata invariante.

-          Dell'adattamento. Cioè adattarsi sempre più all'ambiente. Esso avviene attraverso l'assimilazione della realtà nella struttura mentale del soggetto senza che esso venga modificato. Il processo di assimilazione trasforma quello che prendiamo dall'ambiente per renderlo compatibile con le nostre strutture interne. Inoltre l'adattamento avviene per accomodamento e organizzazione. Nell'accomodamento si creano mezzi per interagire con la realtà. L'accomodamento si ha quando si realizzano comportamenti piacevoli. Per quanto riguarda l'organizzazione, Piaget indica la tendenza di un organismo biologico a costruire qualcosa con delle leggi. Egli afferma che c'è dipendenza fra i diversi sistemi. Grazie al processo di assimilazione si forma nel bambino la comprensione dell'oggetto. Per tutto il primo anno di vita i bambini sembra che non abbiano la nozione di oggetto, durante la crescita possiamo affermare che il bambino comincia ad assimilare il concetto di simbolo.

-          Stadio: Lo stadio per Piaget è un concetto che indica il periodo della vita in cui avvengono le modificazioni strutturali che portano il cambiamento della comprensione della realtà. Ogni stadio è diverso dall'altro, in ogni stadio apprenderà cose diverse. Gli stadi non si possono saltare (invarianza) e le conquiste dello stadio precedente vengono integrate e subiscono modifiche nello stadio successivo (integrazione gerarchica) Per Piaget gli stadi sono 4: senso motorio (0-2 anni) si basa sulla percezione e sensazioni evidenti; preoperatorio (2-7 anni) si basa sulle attività rappresentative come il disegno e la scrittura; operazioni concrete (7-11 anni) è in grado di usare la logica; operazioni formali (11 anni in poi), pensiero astratto, terapia più avanzata dello sviluppo dell'intelligenza.

-          Struttura cognitiva: è un insieme di operazioni legate tra loro per formare un'unità. Alla base di queste 636i89g operazioni vi è una struttura indivisibile.

MELANIE KLEIN

Vissuta negli anni '20 giunge a Londra dando un grande contributo alla psicoanalisi, poiché osservò i bambini. Klein sposta la sua teoria da quella edipica a quella a 2 (madre/bambino). Osservando i bambini molto piccoli dedusse che la maggior parte della vita dipende dal 1° anno. Non usa il termine fasi ma posizione perché analizza la posizione dell'oggetto con il bambino. Nel 1° anno di vita ci sono due posizioni:

Schizzo-paranoide: che va dai 3 ai 4 mesi. La posizione del bimbo si svolge solo con      oggetti parziali. L'angoscia di perdere il suo oggetto (il seno) fa sì che il bambino tiri fuori da se stesso l'aggressività e la proietti verso l'oggetto. Il seno diviene un oggetto persecutorio. Queste sono le angosce paranoide dovute al fatto di dover aspettare il nutrimento. Il bambino pensa che il seno può essere sia buono sia cattivo, questo è detto processo di scissione ossia butta fuori il cattivo dagli oggetti per non riconoscerlo dentro di se, questo provoca uno svuotamento e questo meccanismo viene chiamato da Klein identificazione proiettiva ossia la  persona mostra la sua aggressività nei confronti dell'oggetto per possederlo, per distruggerlo.

Angoscia depressiva: perché il bambino sente sentimenti ambivalenti verso un oggetto. E' un momento cruciale nel concepire le relazioni, il bambino si sforza di far prevalere i sentimenti buoni su quelli cattivi. Qui il meccanismo che prevale è la riparazione, cioè riparare l'oggetto prima danneggiato. Il bambino si rende conto di se e inizia a concepire gli oggetti per intero e distaccati tra loro. Il bimbo si rende conto che, dentro e fuori di lui, ci sono cose buone e cattive, in questa frustrazione nasce con la formazione del simbolo ossia il sostituto dell'oggetto (es. l'orsacchiotto fa le veci della madre perché rassicura il bimbo quando dorme).  Nel 1° anno di vita si formano i modelli di funzionamento mentale (schizzo-depressivo).

ANNA FREUD

Pensava che il bambino, non aveva un io maturo poiché dipendeva dai suoi genitori. Fa i conti con la realtà del bambino a differenza di Klein che lavorava osservando solo l'inconscio. Anna sostiene che il bambino è fragile e dipendente per paura dell'aggressività e quindi s'identificherà con l'aggressore. Da grande proporrà ciò che lui ha subito. La Freud ha posto l'accento sull'io del bambino, il quale più è maturo più il bambino sa difendersi; la maturazione degli impulsi e le sue funzioni; l'adattamento del bambino all'ambiente e la strutturazione adeguata all'adattamento; l'importanza dell'organizzazione della personalità e la capacità del bambino di integrare nella sua personalità le spinte conflittuali (per far questo, occorre che il bambino non combatta l'aggressività con la stessa arma, ma la renda più tollerante.

MARGHERET MAHLER

Parla di nascita psicologica del bambino e di quella biologica che è osservabile e circoscritta. Quella psicologica avviene più lentamente, e si ha quando il bimbo supera il processo di simbiosi con la madre e comincia a vivere separatamente, e a rapportarsi con il mondo individuale (4° e 5° mese e 3° anno di vita). In questo periodo vive la minaccia di perdere la madre, (coincidenza con la posizione depressiva) poiché più si separa da lei e più aumenta l'angoscia.

Riconoscendosi come persona separata alla madre, è pronto per scoprire il mondo. Una madre iper protettiva, farà di tutto per rallentare l'individuazione come persona a se e andrà così a creare una simbiosi patologica, in cui il bambino continuerà a vivere in dipendenza dalla madre andando così incontro a malattie come la psicosi simbiotica.

RENE' SPITZ

Ha cercato di individuare gli stati dello sviluppo evolutivo del bambino facendo riferimento al sorriso. Il sorriso vero e proprio si ha nell'ottava settimana di vita, quello che avviene prima è un sorriso sociale che è orientato verso una cosa o una persona. Il primo stimolo, capace di provocare il sorriso è la voce umana, soprattutto quella femminile. Al 6 ° mese, il sorriso diventa selettivo ovvero sorride solo ai volti che conosce e piange quando si sveglia e vede un volto estraneo. Lo stimolo più piacevole per il bambino è la voce della mamma.

Il 1° organizzatore psichico è caratterizzato dal sorriso sociale che comincia fra i 2 o 3 mesi, il bimbo si sente separato dall'altro, la mancanza di un sorriso è causa di disturbo.

Il 2° organizzatore psichico è caratterizzato dal sorriso selettivo e dall'angoscia verso gli estranei, siamo intorno al 6° 7° mese, il bimbo riconosce lo stimolo piacevole, ossia la madre; si stabilisce la permanenza dell'oggetto; c'è la capacità di distaccarsi in modo da riconoscersi e identificarsi. Il bambino comincia a sviluppare memoria.

Il 3° organizzatore compare nel 2° anno di vita durante quella che Spitz ha chiamato "l'età del no".

ERIK ERIKSON

Emigrato nel 1933, divenne uno dei più noti psicoanalisti infantili. Il suo merito è di aver dato risalto alla relazione dell'individuo con la società in cui vive, e che influisce con ogni fase dello sviluppo. Secondo Erikson l'ambiente è la caratteristica principale per diventare ciò che vogliamo. Fa riferimento a Freud per descrivere le fasi dello sviluppo. I termini che propone per definire i processi vanno dalla fiducia all'autonomia. Ogni fase è caratterizzata da specifiche crisi psico-sociali.

1)      Orale-sensorio: la conflittualità che il bambino vive è quella tra la fiducia e sfiducia. La costruzione della fiducia deriva dal rapporto madre-bambino, perché il bambino riceve le cure adeguate dalla madre e sviluppa in lei un senso di fiducia.

2)      Stadio muscolare anale: (2 e 3 anno) antagonismo tra sensazione di vergogna, di dubbio e autonomia, poiché il bambino ha ormai il controllo degli sfinteri. Il bambino è diventato autonomo, quindi trovandosi a contatto con l'ambiente, viene investito da una sensazione di vergogna dalla quale deriva anche il senso di dubbio che deriva dalla paura dell'esterno. Il bambino quando capisce che l'ambiente non lo giudica ma che coopera con lui, svilupperà la capacità d'autocontrollo.

3)      Stadio infantile genitale: che va dai 4 ai 5 anni. Antagonismo tra spirito d'iniziativa e senso di colpa. Il bambino comincia ad esprimere la voglia di socializzare e lo spirito d'iniziativa, vi è quindi la formazione del super io.

4)      Stadio della latenza: che va dai 6 ai 11 anni. Antagonismo tra inferiorità e industriosità. Il bambino si sente pronto per svolgere funzioni, di riconoscere l'insegnante come sostituto dei genitori, il pericolo è di non farcela, è il senso d'inferiorità e d'inadeguatezza, tanto che molte volte il bambino si chiede che ruolo ha in famiglia.

5)      Stadio della pubertà: giunta la maturità sessuale vi è quindi uno sviluppo fisico genitale. E' il periodo in cui si scelgono gli ideali per strutturare la loro identificazione. L'adolescente vuole fare esperienze correndo il pericolo di perdersi, di non riconoscere i limiti.La crisi sociale è costituita dall'oscillazione fra l'identità e dispersione dell'identità.

6)      Stadio della gioventù: (tarda adolescenza) abbiamo antagonismo tra intimità e isolamento. Continua la ricerca d'identità, continua a confrontarsi con gli altri con i quali fonde la sua identità. Alcuni adolescenti si chiudono in se stessi, rifiutano il confronto.

7)      Stadio dell'età adulta: avviene affrontando due forze in conflitto, la generosità e la stagione. Il giovane sente di fare suoi i valori dell'adulto perché si sente subordinato a lui; c'è stagnazione quando c'è un eccessivo amore per se stessi, provoca un ritardo nello sviluppare generosità e riconoscenza. Questo, infatti, può mettere in secondo piano i rapporti affettivi e la voglia di aver figli.

8)      Stadio della maturità: integrità dell'io e disperazione

9)       L'io è sempre più forte. Ogni individuo per diventare maturo deve sviluppare tutte le qualità dell'io. La disperazione è dovuta dal fatto di aver poco tempo a disposizione per ricominciare una nuova vita.

WINNICOTT

Arrivò alla psicoanalisi partendo dalla pediatria perché conosceva molto bene i bambini. Egli osservava il modo di fare dei bambini e delle mamme, parla di relazione madre-bambino e non solo di bambino, perché senza la madre che si prende cura di lui e che facilita ogni suo movimento, da solo non esisterebbe. Secondo Winnicot esistono diversi tipi di madri:

Fobica: che impedisce al bambino di muoversi da solo perché ha paura.

Distratta: perché non si occupa abbastanza del bambino.

Osservando il comportamento madre-figlio egli parla di madre sufficientemente buona che permette al bimbo di conoscere la realtà esterna avendo lei come appoggio, per poi lasciarlo andare da solo per fare le sue scelte. Questa madre è dotata di preoccupazione materna primaria che si acquisisce negli ultimi mesi di gravidanza e i primi mesi di vita del bambino. Quando il bambino sarà nato, la madre potrà avere una depressione post-partum dovuta al fatto che non ha più il bambino dentro di se e si sente incapace di intuire ciò di cui il bambino ha bisogno in ogni lamento. La mamma è molto fragile, ha bisogno di qualcuno che la sostenga, per questo che la figura paterna è molto importante.

Holding: è l'appoggio che permette al bambino di cominciare ad esistere da solo, la madre si sente in stretta relazione con il bambino dandogli le cure di cui ha bisogno, cosicché egli può fare tutte le scoperte che vuole visto che c'è la madre che gliele rende tollerabili. Nei 2-3 anni il bambino inizia a crescere, si sente separato dalla madre di cui però ha bisogno. La madre non sempre è presente, soprattutto quando il bambino dorme, infatti, egli cercherà un oggetto che sostituirà la madre. Un bambino che ha una madre dura, cercherà oggetti duri da mettere al suo fianco. Una madre, sufficientemente buona, farà di tutto per tenere vicino al suo bambino l'oggetto che la sostituisce perché pensa che quando sarà pronto l'abbandonerà da solo. A questo punto si è creato uno spazio che Winnicot chiama spazio potenziale di crescita e trasformazione; il bambino inizia ad essere più sicuro, deve essere in grado di elaborare la sua creatività e per far ciò deve esserci la separazione dalla madre.

BOWLBY

Fu il teorico della teoria dell'attaccamento. Nell'organizzare la sua teoria si rifà all'etologia degli animali (comportamento degli animali). Da molta importanza ai fattori cognitivi, affettivi e sociali dei primi momenti del bambino. La teoria dell'attaccamento è un legame particolare che unisce il bambino con la madre, a differenza di Winnicot non è un legame di dipendenza ma affettivo e duraturo. L'attaccamento si basa sulla tendenza del bambino a cercare una base sicura, se questo legame viene interrotto provoca ansie e paure. Il sistema comportamentale fa riferimento alla teoria etologica. Ritiene che la specie umana sia dotata, dalla nascita, da sistemi comportamentali che non sono utilizzati solo per il proprio comportamento, ma anche per quello degli altri. I moderni operativi interni, sono modelli di sistemi di rappresentazione di se stessi e di persone con le quali si è stabilito un rapporto. Queste rappresentazioni sono i ricordi, le emozioni che servono a risolvere problemi e situazioni di disagio.

I COMPORTAMENTE E LE TEORIE

I primi comportamenti si osservano nel feto dove si possono osservare i primi movimenti. Nella reazione ad uno stimolo si produce nell'organismo una risposta comportamentale utile per mantenere l'equilibrio. Queste risposte sono innate, stiamo parlando di comportamento non appreso in altre parole d'apprendimento condizionato filogeneticamente la cui maturazione avviene con i fattori esterni.

Wantson si basa sulla teoria del condizionamento classico ovvero è possibile associare delle riposte automatiche a degli stimoli che in precedenza non provocano risposta. La teoria ha evidenziato che è possibile far emettere una risposta naturale causata da uno stimolo innaturale. La teoria del condizionamento operante è volontaria e costituisce la parte del condizionamento del comportamento umano. Rinforzi positivi sono gli eventi che seguono il comportamento rinforzano la possibilità perché questo si ripeti.

IL COGNITTIVISMO

Nasce come critica al comportamentismo. Molti ricercatori hanno rilevato il ruolo attivo della mente, basta pensare alla struttura cognitiva di Piaget, dove il ruolo attivo era utili per realizzare ottime forme d'adattamento all'ambiente. In contrapposizione al cognittivismo di Piaget, Bigosky, ha posto l'accento sulla natura sociale dei processi psichici superiori, in più ha sottolineato la funzione del linguaggio considerandolo il patrimonio del passato. L'obiettivo di Bigosky è di indagare sul funzionamento della mente umana e sul linguaggio che è lo strumento d'autoregolazione dei processi mentali. Uno dei concetti chiave è l'area di sviluppo prossimale ossia l'area compresa tra le prestazioni di un bambino di una certa età e quella compresa tra un bambino di un'altra età. Grazie agli studi biologici molti altri poterono approfondire meglio lo studio della mente. I primi studi, ricordiamo, che sono stati rivolti sui diversi contenuti, i domini generali della mente. Con il passare del tempo, assume molta importanza lo studio del dominio specifico secondo il quale la mente è formata da moduli paragonati a dei sistemi interni per processare certi stimoli d'informazione.

La teoria modulare afferma che i moduli che i bambini hanno derivano dall'interazione tra l'individuo e l'ambiente.

Gli skate holding sono i processi con i quali le persone apprendono ciò che devono conoscere, rientrando sempre nei limiti. Per Bigosky l'apprendimento migliore è quello preadolescenziale

BRUNER

Fu il fondatore della teoria cognitiva, grazie a lui la percezione che noi abbiamo del mondo viene studiata come un processo interno all'individuo e quindi soggettiva poiché si lascia corrompere dalle emozioni. Bruner, che si trovava in una posizione intermedia tra Piaget e Bygosky, amava considerare la sua posizione con una metafora: mano destra­®pensiero logico, che all'interno della mente rappresentava un pensiero lineare; mano sinistra®rappresenta le emozioni, un pensiero creativo, quindi circolare, che pur essendo discontinuo avanza. Con Bruner l'uomo assume la caratteristica d'essere attivo e la mente procede attraverso delle operazioni, e l'individuo è in grado di prevedere degli eventi.

I METODI SCIENTIFICI DELLA PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO

Al centro di tutto ci sono i cambiamenti dell'individuo, su questo molti teorici si pongono la domanda se questi cambiamenti sono repentini oppure no. Gli psicologi che pensano che lo sviluppo sia graduale, credono che avvenga per stadi, chi pensa che sia discontinuo pensa che ci potrebbe essere un cambiamento di sapere. Può essere utilizzato il metodo longitudinale, in altre parole si studia sempre lo stesso bimbo o lo stesso gruppo. Per comprendere se il bambino ha prodotto dei cambiamenti bisogna prendere in considerazione il fattore tempo. Questo metodo era troppo generale, venne usato così anche il metodo trasversale che consisteva nel fare un paragone con gruppi di bambini d'età diversa. Per sfruttare meglio questi due metodi, alcuni ricercatori, hanno fatto un disegno chiamato longitudinale sequenziale dove i ricercatori selezionano due gruppi, uno di 6 anni l'altro di 11 anni e vengono seguiti fino a quando raggiungono rispettivamente i 12 e 17 anni, risparmiando del tempo. Un altro metodo è quello dell'orientamento e osservazione, dove non si osserva il bambino ma la relazione tra chi osserva e l'osservato. Lo strumento d'osservazione è la risonanza emotiva.

Il metodo sperimentale fa si che si parte da un'ipotesi stabilita cosicché si possono capire i cambiamenti e le relazioni causa-effetto. Le variazioni del fenomeno sono:

-          Indipendente vale a dire caratteristica dell'ambiente fisico e sociale che assume cambiamenti, è indipendente dall'osservato.

-          Dipendente ossia dipende dal valore di un'altra variabile, quella che il ricercatore ha introdotto indipendentemente dal soggetto.

-          Osservazione partecipe è il metodo nato in Inghilterra, parte dall'osservazione madre-bambino. Consiste nel fatto che l'osservatore andava a casa della mamma e osservava la relazione madre-bambino. Ciò capitava una volta la settimana, lo stesso giorno e la stessa ora.

DAL CONCEPIMENTO ALLA NASCITA

La vita intrauterina è sempre stata considerata come un momento molto importante tanto che il periodo di gestazione della madre viene chiamato stato interessante.

La gravidanza è il periodo che va dal primo giorno dell'ultima mestruazione alla nascita del bambino e dura mediamente 39/40 settimane.

La vita prenatale

Sembra sempre più evidente che anche per il bambino, oltre che per la madre, i nove mesi di vita intrauterina sono un'importante premessa a quella che inizierà dopo la nascita. L'ambiente intrauterino si presenta ricco di stimoli endogeni ed esogeni che possono essere costanti o temporanei.

-          Stimoli uditivi®stimoli endogeni costanti come il battito cardiaco, il respiro; incostanti come la voce della madre; stimoli uditivi esogeni sempre incostanti come la voce del padre, rumori ambientali come musica ecc.

-          Stimoli visivi®è dimostrato che la luce filtra in utero quando la mamma è nuda o poco vestita.

-          Stimoli vestibolari®la madre si muove continuamente e il bambino sperimenta cambiamenti di stato che vanno dal dondolio più o meno rapido ad uno stato di quiete.

-          Stimoli tattili®il continuo messaggio del liquido amniotico, sulla pelle del bambino, costituisce uno stimolo persistente e intenso che avvolge l'intero corpo del bambino e ne rende la pelle particolarmente sensibile.



-          Stimoli gustativi®il bambino ingoia il liquido amniotico e riceve stimoli gustativi diversi secondo l'alimentazione della madre.

Il bambino reagisce con diverse risposte a questi stimoli e dimostra d'essere capace di forme elementari d'apprendimento:

-          Fin dal 6° mese di vita intrauterina tutti i sistemi sensoriali sono funzionanti e attivabili.

-          Il bambino risponde con risposte differenziate al variare degli stimoli, grazie alle sofisticate tecniche di cui oggi si dispone c'è stato possibile rilevare le risposte del bambino in utero. Le risposte più usate sono la motricità e il battito cardiaco che variano, ad es. al variare di suoni, se mettiamo una luce intensa sul ventre della madre il bimbo si difende portandosi le mani negli occhi o cambiando posizione, deglutisce una quantità maggiore di liquido amniotico se v'iniettiamo sostanze dolci e meno se iniettiamo sostanze amare.

La nascita

La nascita, pur essendo festeggiata come inizio della vita, coincide anche con la prima separazione faticosa e dolorosa. Dal punto di vista psicologico possiamo soffermarci su almeno tre punti:

1)      La nascita è un'interruzione e un passaggio da uno stato ad un altro sia per la madre sia per il bambino. Dalla simbiosi fisica si passa bruscamente alla separazione

2)      La nascita e il parto sono accompagnati dal dolore che può essere più o meno forte, più o meno tollerato. Per il bambino nascere comporta uno sforzo fisico notevolissimo, luci, suoni, stimolazioni tattili, investono il sistema sensoriale del bambino che deve mettere in atto un rapido adattamento attivando meccanismi biologici di difesa adeguati tra cui il più efficace è il sonno.

3)      La nascita produce un enorme cambiamento nel sistema familiare. Contrariamente a quanto si afferma i figli non sempre uniscono, talvolta possono anche dividere, proprio per questa ragione, oggi, si tenta di coinvolgere il padre sia durante la gravidanza, sia al momento del parto. La psicanalisi è la psicologia sociale, hanno corretto il concetto di perifericità del padre nei confronti del figlio perché se l'ambiente gli è favorevole, il padre si mostra capace di prendersi cura del proprio bimbo allo stesso modo della madre.

Il parto

L'atteggiamento, dei medici e paramedici, nei confronti della partoriente sta cambiando molto lentamente e ancora in troppi ospedali la sala parto assomiglia ad una sala operatoria. Ad attestare il cambiamento, rappresentativi sono i corsi di preparazione al parto dove alcuni esperti insegnano una particolare tecnica di respirazione che facilita il travaglio e l'espulsione. Sono ancora rari i casi in cui sono utilizzate pratiche, come il parto in acqua o il parto alla Leboyer, che tendono a minimizzare i rischi di un'eccessiva stimolazione per il neonato e di un'esagerata passività per la madre. I pediatri e gli psicologi si battono da quasi 20 anni perché il neonato sia lasciato vicino alla madre fin dal primo momento, poiché, la relazione madre-bambino inizia a strutturarsi proprio in questi primissimi contatti in cui i ritmi interni ed esterni della madre e del piccolo devono trovare una sincronia ottimale.

La depressione da parto

La situazione del post-partum è molto delicata per la donna. Ella manifesta spesso sconforto e uno stato generale di depressione, è particolarmente sensibile e piange frequentemente. In genere questa situazione è temporanea e scompare dopo un periodo d'adattamento + o - lungo, ma in casi rari può degenerare in sindromi depressive gravi.

Le interpretazioni che gli psicoanalisti hanno dato delle angosce suscitate nella donna dalla gravidanza e dal parto, non sono concordi ma in genere possiamo affermare che la gravidanza e il parto costituiscono una frase critica nell'evoluzione della donna, se non si sono superati i conflitti adolescenziali, il bambino, il corpo della donna, la donna perché madre, possono essere oggetti alternativamente buoni o cattivi in quanto oggetto di complessi investimenti emotivi.

Nascita pre-termine

Un bambino si considera prematuro quando nasce prima delle 37 settimane di gestazione; oggi la medicina permette la sopravvivenza in buone condizioni anche di bambini di 26/28 settimane gestazionali, che possono avere un peso dai 700 agli 800 gr.

Un bambino può poi essere prematuro ma non immaturo o immaturo e non prematuro o entrambe le cose. Il peso adeguato è un fattore decisivo per lo sviluppo del bambino prematuro perché questo si trova esposto alle stimolazioni esterne, prima che il suo sistema nervoso sia giunto al livello maturativo per la nascita.

La prematurità è frequentemente accompagnata da patologie di varia entità, ed è per questa ragione che è necessario ricostruire per lui un ambiente il più simile a quello intrauterino e controllare in modo continuo le sue condizioni.

Il bambino prematuro è soggetto ad una terapia intensiva, viene sottoposto ad interventi invasivi e spesso dolorosi in un ambiente in cui gli stimoli fisici sono piuttosto intensi (rumorosità delle apparecchiature, luminosità eccessiva, ecc).

Il neonato è perciò a rischio non solo dal punto di vista organico ma anche da quello psicologico in quanto gli vengono a mancare quelle braccia che dovrebbero contenerlo una volta uscito dal riparo intrauterino, la diade simbiotica madre-bambino viene bruscamente interrotta, divisa in quanto bisogna intervenire subito sul bimbo per evitare danni futuri.

IL PRIMO ANNO DI VITA

L'interesse per il neonato è cominciato nella prima metà dell'800 con le osservazioni di Darwin su suo figlio Doddy, per trovare una conferma alla sua tesi di continuità fra il mondo animale e quello umano. Sono sorprendenti le osservazioni fatte dal medico fisiologo Adolfo Kussmaul, nel 1859, osservando circa 20 bambini appena nati e somministrando loro delle soluzioni dolci si osservava che il bambino cominciava a succhiare, mentre se si somministrava una soluzione amara, storceva la bocca.

Freud stesso aveva considerato con grande attenzione l'origine della vita psichica nei primi mesi di vita e sottolineato l'importanza dell'osservazione diretta del neonato. Viste queste premesse, stupisce che l'interesse per il neonato sia ricominciato solo verso gli anni '50-'60, cioè un secolo dopo e che sia prevalsa per lungo tempo la convinzione che il neonato fosse un essere inerte e passivo, quasi cieco e quasi sordo, bisognoso solo di cibo e calore, insomma un tubo digerente come lo definivano i pediatri durante i primi 40 giorni di vita.

Delineiamo un profilo di neonato.

Chi è il neonato e cosa sa fare?

La definizione di neonato, sancita dall'organizzazione mondiale della Sanità, è stata circoscritta al primo mese di vita. Quando un bimbo nasce, i primi esami a cui viene sottoposto dai medici tendono a verificare se la sua reattività e il suo aspetto rientrano nei criteri di normalità attraverso un esame neurologico molto semplice e attraverso l'osservazione del suo aspetto fisico nei 10 minuti successivi alla nascita. Gli si attribuisce un punteggio, detto APGAR, che va da 0 a 2  per ogni indice considerato: colorito della pelle, respiro, tono muscolare e riflessi principali. Dai 7 punti in poi le condizioni del neonato sono buone, in caso contrario ci sono segni di sofferenza.

Tra le principali attività del neonato abbiamo:

Le attività riflesse.

Nel neonato possiamo osservare una serie di movimenti riflessi che sono:

-          Riflesso di moro®apertura delle braccia quando si sente senza sostegno.

-          Riflesso si marcia automatica®se si solleva il bimbo in posizione eretta sorreggendolo sotto le ascelle il neonato cammina muovendo i piedi unno dietro l'altro.

-          Riflesso di rotazione del capo (rooting reflex)®se si stimola la guancia, il bimbo ruota la testa nella direzione della stimolazione.

-          Riflesso Babinsky®se si stimola la pianta del piede prima allarga le dita po le contrae.

-          Riflesso di prensione®se si preme con un dito il palmo della mano del neonato le sue dita si flettono intorno al dito stringendolo.

-          Riflesso di suzione®il neonato spinge le labbra e la lingua in direzione dell'oggetto che le stimola.

-          Riflesso di deglutizione®il bimbo deglutisce il latte che ha succhiato.

-          Riflesso di contrazione®il bimbo ritrae il piede se viene punto con un ago.

I ritmi del neonato

Molte delle nostre azioni sono caratterizzate da ritmi in cui la temporalità è fondamentale. Infatti, il ritmo, si può definire come l'interruzione di ciò che si sa e che ritorna o la ripetizione d'eventi o fenomeni interrotti.

Tutta la nostra esistenza è fatta di ritmi naturali esogeni ed endogeni: gli anni, le stagioni, l'alternanza del giorno-notte, i ritmi digestivi, del respiro,ecc..

Il ritmo diviene particolarmente importante negli scambi comunicativi: nel dialogo è fondamentale rispettare la regola dell'alternanza se non si vuole prevaricare l'altro.

La ritmicità e la ripetività saranno molto importanti perché il neonato possa orientarsi nella realtà per lui nuova.

A questo proposito ricordiamo la psicologia ingenua di molte generazioni aveva già scoperto l'importanza della ritmicità: le ninnananne, le filastrocche con cui si cullava il bimbo, sono testimonianza di una saggezza che non era certo tratta dai libri di psicologia

Lo stato

Se si osserva un neonato ci può sembrare che stia semplicemente dormendo o che stia sveglio, ma da molto tempo gli studiosi hanno distinto varie modalità di sonno o di veglia:

-          Nel sonno profondo il bambino è in pieno riposo e mostra scarsa attività motoria. Le palpebre sono chiuse, non vi sono movimenti spontanei degli occhi e i muscoli facciali sono rilassati. Il respiro è profondo e regolare

-          Nel sonno attivo il bambino mostra movimenti irregolari degli altri, movimenti oculari frequenti. I movimenti respiratori sono periodici.

-          Nel dormiveglia il bambino è tranquillo, con gli occhi chiusi o semiaperti,fa solo movimenti leggeri

-          Nella veglia tranquilla il bambino ha gli occhi aperti, fa pochi movimenti ed è in grado di prestare attenzione alle stimolazioni.

-          Nella veglia agitata il bambino si muove abbastanza, risponde poco agli stimoli e può emetter qualche vocalizzo.

-          Nello stato del pianto il bambino ha un'intensa attività motoria e non si interessa agli stimoli se non a quelli che possono sedare il suo malessere.

-          L'alternanza sonno-veglia è uno dei ritmi più evidenti e più importanti del neonato dove il sonno occupa la maggior parte della giornata (16-18 ore al giorno).

La comunicazione

Molte ricerche ci indicano come la nascita non abbia completamente interrotto la sincronia tra la madre e il bambino. Una ricerca interessante mostra che vi è una sincronia tra il sonno della madre e il sonno del neonato: ponendo, infatti, la madre e bambino in due stanze contigue, è stata registrata l'attività cerebrale di entrambi durante il sonno; ne è emerso che quando la madre è in fase rem, il bambino è in sonno profondo e viceversa, il che fa pensare ad una specie di veglia reciproca.

L'allattamento

Gli studi sull'etologia hanno dimostrato che l'attaccamento è un bisogno primario e che il piccolo può sviluppare legami anche molto intensi con figure diverse da quella materna.

Nella maggior parte dei casi, il momento dell'allattamento è anche quello di maggior contatto fra il piccolo e la madre in cui i due bisogni (quello alimentare e  quello di contatto) vengono soddisfatti simultaneamente e l'allattamento si configura come un momento di interazione particolarmente importante.

Il pianto

E' stato calcolato che un neonato piange in media due ore al giorno nelle prime settimane e una dopo la quinta. Ogni neonato ha un particolare  ritmo e una particolare intensità di pianto, ma tutti esprimono una stato di disagio.

Oggi sappiamo del pianto molto di più, grazie all'aiuto della tecnica. E' stato infatti possibile registrare il pianto dei neonati sistematicamente e in diversi momenti della giornata e individuarne poi, attraverso uno spettrogramma, le caratteristiche salienti.

Si è così stabilito che il neonato manifesta, fin dalla nascita, diverse modalità di pianto a seconda dei bisogni che esprime: il pianto per fame, comincia in modo sommesso e raggiunge dei toni molto acuti; il pianto per dolore, che ha inizio generalmente con uno strillo acuto e con un successivo momento di apnea, e il pianto per disagio (freddo,sensazione di bagnato) che ha sempre la stessa tonalità ed è prolungato fino a quando l'adulto non interviene.

Se il neonato dispone naturalmente di questo primo alfabeto, la madre impara ben presto a comprenderlo: è, infatti, dimostrato che dopo circa una settimana, ella sa riconoscere le diverse modalità di pianto del bambino e attribuire loro l'esatto significato.

Un risultato interessante delle ricerche sul pianto è che sembra sempre più probabile che il neonato, fin dai primissimi giorni di vita, sappia distinguere il proprio pianto da quello di altri neonati: se infatti gli viene fatto ascoltare un nastro registrato con il suo pianto egli si pone in ascolto e non piange, se sente il pianto di altri neonati, piange a sua volta, mentre  rimane del tutto indifferente al pianto di un bambino più grande.

I due-tre mesi: un importante cambiamento

Possiamo affermare che al termine del 2° mese di vita, grazie ad un processo maturativo della corteccia cerebrale e all'esperienza, il bambino modifica notevolmente il suo comportamento e acquisisce capacità nuove, infatti si assiste ad un notevole cambiamento nell'attività percettiva, sia visiva che sonora, nei tempi di attenzione e nelle modalità comunicative.

Piaget aveva osservato che nello stadio senso-motorio che va dai 2 ai 4 mesi il bambino acquisisce delle abitudini, compaiono quelle che egli definì reazioni circolari primarie, che consistono nella ripetizione circolare di una schema d'azione, come se il bambino fosse stimolato dal suo stesso risultato ottenuto la prima volta per caso.

Le 4 categorie fondamentali che consentono l'organizzazione della conoscenza (spazio, tempo, causalità e nozione di oggetto) non regolano ancora i rapporti con la realtà del piccolo, che continua ad essere completamente autocentrato e inconsapevole dell'esistenza autonoma degli altri e degli oggetti.

Una data cruciale: gli otto-nove mesi

Gli otto-nove mesi sembrano segnare dei cambiamenti molto importanti nello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino.

Per Piaget è dagli otto mesi in avanti che possiamo cominciare a parlare di intenzionalità nell'azione.

Spitz individua quello che ha denominato angoscia dell'ottavo mese. Se nel periodo precedente il bambino poteva tranquillamente sorridere a qualsiasi volto umano, ora egli discrimina in modo chiaro i volti conosciuti d quelli sconosciuti e osserva attentamente chiunque gli si avvicini. Ciò è dovuto al fatto che egli possiede ora delle immagini mentali più stabili che gli consentono il confronto anche in assenza dell'oggetto di attaccamento.

Interessante è ricordare qui l'elaborazione teorica di Melanine Klein a proposito di quella che viene definita posizione depressiva, che segna l'inizio di una forma di consapevolezza del Sé come separato dagli oggetti che esistono in modo indipendente e il bambino comincia a sperimentare i mezzi di cui dispone per agire sulla realtà esterna.

Se, attingiamo , alla teoria di Erikson dovremmo dire che il compito dell'ambiente è quello di trasmettere al bambino la fiducia di base cioè un atteggiamento positivo verso la realtà che lo circonda sulla base di una certa prevedibilità degli eventi e della sua acquisita capacità di influenzarli in senso positivo. Erikson fa notare che la fiducia di base deve essere controbilanciata da una certa dose di sana sfiducia verso ciò che non si conosce e che è pertanto imprevedibile: il bambino, infatti, deve imparare a riconoscere le situazioni pericolose ecc.

Winnicott esprime lo stesso concetto usando il termine holding che letteralmente significa tenere in braccio ma che, metaforicamente, assume il più ampio senso del contenimento protettivo: la madre ricostruisce con il suo corpo l'ambiente intrautrino e permette al piccolo di sperimentare la realtà sviluppando un positivo senso di sé. Secondo Winnicott  la madre assume poi l'importante funzione di specchio, dal quale il bambino apprenderà "come è". Cioè svilupperà una propria identità più o meno positiva a seconda del riflesso che gli rimanda l'ambiente.

IL SECONDO E IL TERZO ANNO DI VITA

Dai 18 ai 24 mesi

E' questo un periodo di passaggio in cui si vanno delineando molte nuove condotte e se ne rinforzano altre.

Da un punto di vista motorio la differenza con il bambino di un anno è evidente soprattutto perché la deambulazione si fa più sicura. Comincia a salire le scale ma deve essere aiutato, riesce a sedersi su una seggiolina ma con una certa cautela; riesce a trascinarsi dietro giocattoli che si muovono mentre cammina. Sa costruire una torre di pochi pezzi con i cubi ed è in grado di compiere qualche movimento più fine con la mano,(tipo prendere con la mano a pugno un cucchiaio, voltare le pagine di un libro)

Lo sviluppo linguistico procede rapidamente: il bambino impara ogni giorno a pronunciare nuovi vocaboli e ad imbastire i primi discorsi usando spesso le parole-frasi.

Ha, inoltre, una più completa consapevolezza della sua identità corporea, riconoscendosi allo specchio. Un evento importante sul piano maturativi, è l'inizio del controllo degli sfinteri.

Dai due ai tre anni

Fra i due e i tre anni l'attività preferita dal bambino è quella dell'esercizio motorio. In pochi mesi ha acquisito molte nuove coordinazioni che gli permettono di arrampicarsi, di correre, di tirar calci, di saltare e di ballare. Anche la motricità fine è migliorata al punto che, può tenere un bicchiere con una sola mano e portarsi il cucchiaio alla bocca senza far cadere il cibo.

Queste acquisizioni si accompagnano in genere ad una notevole vivacità che rende la vita dura agli adulti.

Il linguaggio si fa sempre più articolato e complesso. Il bambino comincia a formulare frasi composte di soggetto, verbo e complemento. Le parole possono essere ancora notevolmente storpiate e pronunciate male. Secondo Piaget, in questo passaggio dall'intelligenza senso-motoria a quella rappresentativa il linguaggio gioca un ruolo molto importante. Nel periodo precedente, infatti, le parole servivano soltanto per accompagnare l'atto o per evocarlo, d'ora in poi si staccano dagli schemi senso-motori per acquistare la funzione di ripresentare la realtà stessa. Ci sono autori che non concordano sul significato da attribuire al linguaggio in questo periodo della vita. Le due posizione storiche a questo proposito sono quelle di Piaget e di Vygotskij che sono contrapposte. Per Piaget  il linguaggio non è che una manifestazione dello sviluppo del pensiero, mentre per Vygostskij il linguaggio è un importante mezzo di sviluppo del pensiero. Per Piaget il pensiero è dapprima fondamentalmente egocentrico e solo in un secondo tempo diviene sociale, per Vygostskij il contrario. La cosa importante è che per Piaget lo sviluppo cognitivo è relativamente autonomo sia dalla dimensione sociale sia da quella comunicativa, che, al contrario, sono fortemente influenzate e dipendenti dallo stadio di pensiero raggiunto. Per Vygostskij la dimensione sociale è fondamentale e incide direttamente sullo sviluppo delle altre funzioni.

Lo sviluppo affettivo

Ci troviamo per Freud nella fase anale mentre per Spitz nell'età del no.

Il bambino più capace sul piano cognitivo, diventa più autonomo dall'adulto. Gli asili nido e le scuole materne sono forniti di spazi e di materiali, che facilitano nel bambino la manipolazione di materiali morbidi e permettono l'elaborazione simbolica di questo suo interesse per tutto il contenuto del proprio corpo e per tutto ciò che rappresenta simbolicamente tale contenuto come: la farina, sabbia, terra ecc.

Il bambino tenderà anche a sporcare tutto ciò che gli capita a tiro, come se volesse lasciare ovunque una traccia evidente di se.

E' un periodo particolarmente delicato nello sviluppo della relazione genitori-figli, prima era malleabile e dipendente, adesso dice sempre no e sfida gli adulti con un comportamento oppositorio. Si tratta di un no autoaffermativo, che deriva da un lato dall'identificazione con l'aggressore e dall'altro da una maggiore consapevolezza del Sé (Spitz).

Per Erikson ci troviamo nello stadio anale-muscolare dove si evidenzia che le due componenti antagoniste del conflitto psicosociale sono l'autonomia e la vergogna. La posizione di Erikson deriva dalle osservazioni sugli indiani d'america che non impongono alcuna regola ai bambini a proposito di educazione degli sfinteri: più piccoli, infatti, apprendono spontaneamente dai più grandi.

L'immagine del Sé

Il fatto di essere un io ben distinto dagli altri, appare a noi adulti un fatto del tutto scontato: ma basta un semplice ragionamento per rendersi conto di come non lo sia. La nostra immagine è nota agli altri, se non ci serviamo di uno specchio non sappiamo quali siano la nostra espressione e i nostri gesti. Una prova significativa è il nostro disappunto di fronte alle foto in cui stentiamo ad accettare la nostra immagine e  in cui spesso ritroviamo di "essere venuti molto male". La stessa cosa si può dire della nostra voce, che non conosciamo mai nella sua versione esterna, tanto da stupirci quando per la prima volta la riascoltiamo registrata.

Il riconoscimento della nostra immagine fisica è una conquista tardiva avviene nel secondo anno di vita. Dal punto di vista teorico la costruzione dell'immagine del Sé è un problema che ha a che fare sia con lo sviluppo cognitivo sia con lo sviluppo sociale, sia con i processi intrapsichici e affettivo-relazionali. Dal punto di vista cognitivo implica capacità rappresentative e concettuali, dal punto di vista sociale risente del contesto ambientale, dal punto di vista intrapsichico è ovviamente soggetta alla spinta pulsionale e alle dinamiche che spingono il soggetto alla soddisfazione dei bisogni primari ponendosi in relazione con altri.

Il Sé è stato definito da James come una dualità composta di Io e Me. L' Io è il soggetto dell'azione, della percezione delle emozioni, nel momento in cui queste si svolgono, una sorta di epicentro di tutte le sue funzioni.

Il Me è l'oggetto rappresentato e conosciuto dall'Io. Con una metafora potremmo dire che è l'Io rispecchiato nell'immagine mentale da lui stesso costruita.

Gli psicologi sociali e tutti gli psicologi che hanno sottolineato l'importanza dell'ambiente, mettono in luce che sia la percezione che l'immagine del Sé derivino principalmente dall'esperienza e dai contatti sociali (dall'oggetto e non dal soggetto), mentre gli psicologi cognitivisti che pongono l'accento sulle caratteristiche e capacità intrinseche al soggetto.

Tutti concordano sul fatto che gli adulti devono fornire al bambino, fin dalla nascita, tutti gli strumenti perché egli possa pian piano riconoscersi e costruire un'immagine si sé il più possibile positiva. Tale immagine deve contenere tutti gli aspetti dell'Io, da quelli fisici a quelli cognitivi, a quelli temperamentali.

Non dobbiamo mai dimenticare che i bambini assorbono come spugne l'ambiente circostante è bene che tali informazioni costituiscono l'humus necessario alla formazione di quella che Erikson chiamava la "fiducia base".

Nel primo anno di vita l'adulto dovrà avere la piena consapevolezza che il neonato deve imparare a conoscere il suo corpo perché non può sapere di possedere mani, gambe, braccia, occhi, bocca ecc. Per questo il contatto corporeo frequente e la stimolazione cutanea durante il bagno o il cambio, accompagnati dal commento verbale, sono pratiche che i genitori mettono in atto spontaneamente per permettere al piccolo di "sentire il suo corpo" attraverso gli altri.

Interessanti esperimenti di Zazzo (1977), ci hanno chiaramente dimostrato, come difficilmente prima dei 18 mesi il piccolo sia in grado di riconoscere la propria immagine. Già dal 1948, egli esprimeva, con suo figlio, la tecnica che in seguito ha reso più sistematica: egli poneva il bimbo davanti ad uno specchio o a sue fotografie osservandone i comportamenti e gli eventuali riferimenti verbali o mimici a sé. Le successive indagini hanno condotto a definire due momenti seguenti nel riconoscimento di sé: una prima fase di "oggettivazione" in cui il bambino riesce a collocarsi come un oggetto fra gli altri, per giungere infine alla corrispondenza fra immagine reale e immagine interiorizzata stabilmente.

Le ricerche di Zazzo sono state in seguito ripetute e perfezionate da lui stesso e da altri ricercatori tramite videorestrazioni del comportamento del bambino allo specchio e tramite l'uso della tecnica della macchia sul naso, grazie alla qual è possibile sapere con un buon grado di certezza se il bambino riconosce o no il volto riflesso come proprio. La tecnica consiste semplicemente nel fare una piccola macchia di inchiostro sul naso del bambino: se egli, dopo aver osservato la sua immagine allo specchio, si tocca il naso nel tentativo di pulirsi significa che si riconosce, se invece tenta di toccare lo specchio o resta indifferente, se ne deduce che non si riconosce.

DAI TRE AI CINQUE ANNI

Introduzione

Il bambino comincia a farsi domande circa la realtà che lo circonda: viene, infatti, chiamata anche "l'età dei perché" e i genitori e gli educatori sanno che a volte è davvero difficile far fronte all'inarrestabile flusso di domande a cui li sottopongono i bambini.

Il bambino di tre anni ha ormai raggiunto molti traguardi del processo evolutivo: si è, infatti, impossessato con una certa padronanza del linguaggio adulto con sui sa comporre frasi sintatticamente complesse; si muove con maggiore sicurezza e agilità: accelera e rallenta, fa improvvise fermate, sale le scale da solo alternando i piedi ecc. Sta acquistando anche una manualità più fine che gli consente di tenere la matita più facilmente e di dedicarsi a giochi che richiedono attenzione e controllo.

Dal punto di vista relazione il bambino di tre anni è ormai ben consapevole di se stesso e dell'altro, sa esprimere i propri sentimenti ed emozioni, accetta alcune regole e imposizioni dell'ambiente con maggiore consapevolezza, cerca l'approvazione dell'adulto, è in grado di giocare con i coetanei rispettando alcune regole elementari.

Il suo mondo è ancora costituito prevalentemente dai genitori e dalle figure familiari, che sono visti come onnipotenti e onniscienti. Il bambino desidera la presenza costante dei genitori e fa molta fatica a separarsi da loro anche per brevi periodi.

Lo sviluppo cognitivo

Il periodo che va dai 3 ai 5 anni è così pieno di cambiamenti e di scoperte che diventa molto difficile fare un quadro completo di tutte le competenze cognitive implicate: il linguaggio, la memoria, la percezione, le capacità di concettualizzare e di categorizzare si evolvono nell'arco di questi anni trasformando il bambino radicalmente.

Secondo Piaget il bambino  è ancora nello stadio  preoperatorio, ma dai 4 ai 7 anni si passa a quello denominato intuitivo.

Gli oggetti per molto tempo sono ritenuti vivi e dotati di  intenzionalità, così come lui è vivo e dotato di intenzionalità; in un secondo momento saranno distinti in vivi, quelli che si muovono, e inanimati, quelli che non si muovono, infine vivi, quelli che si muovono da  soli e  inanimati quelli che non si muovono da soli.

L'animismo infantile è facilmente riscontrabile nei discorsi dei bambini, e gli adulti spesso lo incrementano.




Questa caratteristica del pensiero accomuna il bambino agli uomini primitivi e li porta ad animare l'universo intero e ad attribuire ad esso le stesse leggi del comportamento umano: la notte sarà così un velo nero che viene steso sul mondo per far dormire i bambini e il sole accompagnerà gli uomini nel loro cammino.

Questa forma di artificialismo e antropocentrismo porterà il bambino a credere che un lago sia stato scavato da molti uomini armati di pale e che le montagne siano state costruite cumulando terra o magari fatte germogliare da un sasso piantato da qualcuno.

Artificialismo e antropocentismo hanno come diretta conseguenza il finalismo, che induce il bambino a pensare che tutto esista per qualche scopo legato alle attività umane.

Una particolarità, uguale e contraria alle precedenti , del pensiero del bambino è poi il realismo, cioè la tendenza a confondere i contenuti della mente con oggetti concreti o esistenti fuori della mente stessa: i sogni sono quasi reali, tanto che qualcuno altro, se presente nella stanza da letto, potrebbe vederli; i pensieri sono assimilati alle parole e risiedono nella bocca.

Tutte queste proprietà del pensiero infantile, descritte da Piaget sono riconducibili alla mancata distinzione tre mondo fisico e mondo soggettivo. << Come l'egocentrismo senso motorio deriva da una mancata differenziazione fra l'Io e il mondo esterno, e non da un'ipertrofia narcisista, così anche l'animismo e il finalismo esprimono una confusione o una mancanza di distinzione fra il mondo interiore o soggettivo e l'universo fisico>>.

Il concetto di egocentrismo ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. Si tratta di uno dei concetti tipicamente piagentiani che sono stati più contestati negli ultimi decenni, ma che fu già al centro di una famosa polemica tra Piaget e Vygotskij. La questione deriva da equivoci semantici lamentati già dallo stesso Piaget. Il termine significa qualcosa di molto diverso da ciò che si intende nel linguaggio comune per egocentrismo, che finisce spesso per essere usato come sinonimo di "egocentrismo". Nello specifico, inteso come centrato sull'Io, si può essere molto altruisti e altrettanto egocentrici, come quando regaliamo ad una persona ciò che piace a noi. Ma anche questa accezione sociale, di difficoltà di mettersi dal punto di vista degli altri, è piuttosto limitativa rispetto al concetto più generale, che vuole soprattutto significare la difficoltà a coordinare punti di vista diversi o dimensione diverse dello stesso fenomeno; infatti la capacità di fare questa operazione mentale viene indicata come pensiero decentrato.

Tuttavia, come centraggio su una singola dimensione, il concetto mantiene una sua validità ad indicare addirittura una particolare organizzazione del pensiero che si presenta ricorsivamente in determinate fasi dello sviluppo, quando, vale a dire, le rappresentazioni del bambino i riorganizzano ad un livello superiore  .

La teoria può essere chiamata in causa per spiegare difficoltà di comprensione da parte del bambino prescolare verso problemi che, di per se stessi non hanno sulla di sociale. Mi riferisco qui al famoso problema della conservazione della quantità, studiato tradizionalmente con la prova del travaso dei liquidi: una certa quantità di acqua viene versata in un bicchiere alto e stretto e poi viene travasata in un altro bicchiere basso e largo. Il bambino, che pure ha assistito a questa operazione tende a negare che la quantità di acqua sia restata invariata. Uno dei fattori che possono indurre in errore è l'incapacità a compensare le variazioni di altezza con le variazioni della base dei due bicchieri, Il centraggio sull'una o sull'altra delle due dimensioni porta inevitabilmente a concludere per una maggiore o minore quantità di acqua. Un'altra caratteristica del pensiero in età prescolare, sempre secondo Piaget, è quella di assumere le dimensioni in senso assoluto e quindi la difficoltà a valutare in relazione a qualche altro termine di riferimento. Questa peculiarità si manifesta nella incapacità del bambino nei compiti di seriazione, nei quali si chiede di ordinare, in senso crescente o decrescente, tanti bastoncini di diversa lunghezza. In questa operazione, la dimensione di un bastoncino sarà maggiore di quello che lo precede e minore di quello che lo segue ma la difficoltà del bambino dimostra che la sua comprensione delle diverse dimensioni è assoluto: questo bastoncino è molto lungo, quest'altro è molto corto ecc. Il bambino riesce in compiti in cui il numero degli elementi è molto ridotto, per es. tre, ma non quando la serie è più lunga. Queste difficoltà con la seriazione sono importanti in quanto da esse deriva la difficoltà a comprendere pienamente il concetto di numero:in quanto le stesse proprietà concettuali della seriazione dei bastoncini sono alla base della serie dei numeri naturali, quelli che vanno da 0 a 9.

La comprensione della mente

Molte ricerche stanno segnalando verso l'età dei 4 anni un importante cambiamento qualitativo nello sviluppo del pensiero. Questo cambiamento consiste nella comparsa del pensiero metarappresentativo, cioè nella capacità di rappresentarsi la rappresentazione in quanto tale: in sostanza il  bambino comprende che le persone agiscono in base alla rappresetazione che hanno della realtà esterna. Questa struttura cognitiva viene anche definita come pensiero ricorsivo, in pratica il pensiero che pensa il pensiero.

Supponiamo, per es, di offrire al bambino del nostro esperimento una scatola di cioccolatini nella quale però abbiamo sostituito i cioccolatini on delle matite. Quando il bambino aprirà questa scatola naturalmente si accorgerà del trucco e allora gli chiederemo cosa un suo compagno si aspetterà di trovare nella scatola quando faremo anche a lui lo stesso scherzo.

Bambini sotto i 4 anni di età risponderanno quasi sempre che il loro compagno penserà di trovare le matite, dimostrando così di attribuirgli la propria conoscenza della realtà. La risposta corretta invece ( il mio compagno penserà di trovare i cioccolatini) dimostra la capacità di:

1.      Differenziare la propria rapprenstazione da quella degli altri;

2.      Comprendere che la rappresentazione della realtà può essere difforme dalla realtà stessa;

3.      Capire che le azioni umane sono regolate dalla rappresentazione non dalla realtà in quanto tale.

Questa procedura sperimentale va ormai sotto il nome di paradigma della falsa credenza.La capacità di superare questa prova sulla falsa credenza viene generalmente considerata come l'esordio di una teoria infantile della mente, cioè della comprensione che la mente umana è essenzialmente un sistema che costruisce e organizza rappresentazione della realtà.

Ma cosa significa acquisire la comprensione metarappresentativa della mente?

La comprensione della mente implica la possibilità di disconnettere la rappresentazione dalla realtà, vale a dire assumere la rappresentazione come uno stato cognitivo separato dal dato di realtà; da ciò deriva anche che la metarappresentazione è referenzialmente opaca, perché essa non ci permette di sapere alcunché in merito alla realtà rappresentata.

(se io in questo momento mi mettessi a parlare male di mio marito, voi sapreste soltanto qual è la rappresentazione che io ho di mio marito, ma a rigor di termini non potreste concludere niente in merito alla realtà cui mi sto riferendo).

Ma è soltanto a partire dai 4 anni che il bambino è in grado di disconnettere la rappresentazione dalla realtà? Abbiamo già visto alcuni comportamenti infantili che sembrano implicare questa operazione cognitiva. Pensiamo infatti al gioco simbolico: il bambino ha in mano una banana e fa finta che essa sia il telefono. Evidentemente lui sta usando la rappresentazione della banana avendola separata dal suo referente reale. Si può rilevare, dice Lesile nel 1987, come nel gioco di funzione il bambino effettui tre operazioni cognitive: attribuisce all'oggetto usato come simbolo caratteristiche diverse da quelle reali, se ne rappresenta caratteristiche che non esistono nella realtà e rappresenta oggetti non esistenti.

Un'altra procedura sperimentale molto interessante consiste nell'incoraggiare il bambino a dire bugie in quanto a rigor di logica la bugia deve essere fondata su una qualche teoria della mente; infatti io dico una bugia quando:

1.      Faccio un'affermazione falsa;

2.      So che questa affermazione è falsa;

3.      Spero che il mio interlocutore creda vera questa affermazione, cioè agisco intenzionalmente sulla sua rappresentazione della realtà;

4.      Cerco di indurre nel mio interlocutore il comportamento da me desiderato.

La corrispondenza tra bugia e comprensione della falsa credenza è stat dimostrta anche empiricamente in quanto la capacità di dire bugie vere e proprie, in situazioni sperimentali controllate, sembra emergere grosso modo verso la stessa età, cioè prima dei 4 anni.

Comunque una variazione sperimentale della bugia sembra fornire risultati di un qualche interesse: se si chiede al bambino di dare una fregatura ad un compagno offrendogli una vera scatola di cioccolatini o una scatola truccata le azioni corrette, dal punto di vista cognitivo, sono significativamente più frequenti fin dai 3 anni. Cioè se si richiede al bambino una prestazione sul piano dell'azione piuttosto che verbale, le sue competenze sarebbero più precoci.

Lo sviluppo affettivo

Il bambino a tre anni manifesta una spiccata curiosità verso tutto ciò che non conosce, tale curiosità sembra particolarmente viva nei confronti delle differenze sessuali. A ciò contribuiscono le nuove capacità cognitive che  lo spostarsi della zona esogena dalla mucosa anale a quella genitale.

Secondo Freud verso i 3 anni, inizia lo stadio fallico caratterizzato dalla conflittualità epidica. Il bambino scopre il proprio corpo e comincia ad esplorarlo e a toccarlo masturbandosi questa curiosità viene ben presto estesa al corpo degli altri, siano essi adulti o bambini.

Sperimenta così il primo innamoramento che, secondo Freud, non può che essere rivolto al genitore di sesso opposto che rappresenta il prototipo di appetibilità e che è già, in quanto genitore, l'oggetto d'amore più ambito per il bambino.

Freud ha denominato questa vicenda complesso di Edipo, facendo riferimento alla nota tragedia di Sofocle, per sottolineare la drammaticità.

La risoluzione del conflitto, epidico si attua, dunque, sia nel maschio che nella femmina attraverso l'identificazione con il genitore dello stesso  sesso,  processo che porterà ad una prima identità sessuale e alla formazione del Super-Io che permetterà al bambino di accettare i limiti imposti dall'ambiente e di adattarsi alla società in cui vive.

Problemi particolari dai tre ai cinque anni

Il mondo dell'immaginario e della fantasia

Occorre fare una distinzione iniziale fra immaginario e fantasia, termini usati spessi come sinonimi ma che, come osserva Setter nel 1994, vanno opportunamente definiti: l'immaginario è il patrimonio di materiali mentali (derivanti da esperienze compiute, da cose ascoltate, da letture fatte ecc) ai quali la fantasia attinge per le sue elaborazioni, la fantasia è invece un insieme di costruzioni (che si possono esprimere in immagini, in musica, in parole, in gesti) più o meno articolate e complesse, più o meno vicine alla realtà esperita (provata). Il bambino comincia dapprima ad usare l'immaginario, e solo in un secondo momento la fantasia vera e propria.

Il pensiero del bambino in età prescolare è caratterizzato da un continuo oscillare tra realtà e fantasia, tra mondo interno e mondo esterno. Occorreranno parecchi anni perché i confini siano ben delineati e, di conseguenze, il bambino divenga cosciente della propria e altrui capacità immaginativa. E' questa la ragione per cui un bambino crede così facilmente all'esistenza di creature magiche come la Befana e Babbo Natale.

Anna Freud ha visto l'uso della fantasia, nella prima infanzia, come difensivo dall'angoscia della realtà ma ha ritenuto che nel corso della vita adulta esso possa rappresentare un pericolo  quando costituisce una gratificazione fittizia e una fuga dalla realtà troppo ansiogena o frustante. Tuttavia la stessa Anna Freud ha sottolineato che la fantasia è in se stessa qualcosa di positivo e non è necessariamente correlata alla mancanza di riconoscimento della realtà.

Lo sviluppo della fantasia è legato alla capacità di giocare, di usare metafore, di trovare soluzioni creative ecc. E' evidente che lo sviluppo dell'immaginario e della fantasia è strettamente correlato alle capacità cognitive.

Le fiabe

Le fiabe ( da distinguere nettamente dalle favole, che generalmente hanno una morale e un intento educativo) sono sempre racconti puramente fantastici e irreali, hanno il solo scopo di divertire. E' risaputo e scontato che ai bambini piacciono le fiabe e che esse vengono raccontate dai genitori, dai nonni e da altre figure familiari.

La lettura psicologica e pedagogica sulle fiabe è abbastanza nutrita. E' interessante ricordare la discussione sorta negli anni 60 a proposito dei contenuti delle fiabe e del loro valore educativo: alcuni psicoanalisti sostenevano che le fiabe sono importanti perché permettono al bambino una rielaborazione fantastica del suo mondo interiore, attraverso proiezioni e identificazioni con personaggi simbolici,, mentre una buona parte dei pedagogisti e degli psicologi ritenevano che i contenuti cruenti e truculenti di molte fiabe fossero dannosi e creassero paure ingiustificate, senza contare il fatto che in alcune fiabe è il furbo ad essere premiato dalla sorte e non il buono.

La parola dei bambini a questo proposito è molto chiara: da un'indagine condotta in Italia su bambini fra i 3 e gli 8 anni, risulta che la preferenza va alla fiabe classiche specialmente quando vengono raccontate piuttosto che lette e se poi il narratore riesce ad accentuare la mimica espressiva in modo da rendere più spaventoso il contenuto della favola, meglio ancora! E alla fine, in genere proprio quando la favola si fa più drammatica, il bimbo si addormenta..dimostrando così di non esserne troppo turbato.

L'amico immaginario

Alcuni bambini di età prescolare si inventano un amico e con lui parlano, giocano, fanno chiacchierate al telefono come se esistesse davvero: egli diventa parte integrante della vita quotidiana e spesso è necessario apparecchiare la tavola anche per lui. E' interessante osservare un bambino che parla con il proprio amico immaginario, perché egli rispetta i turni del dialogo ascoltando e rispondendo a tempo debito esattamente come se stesse interagendo con qualcuno. Alcuni ricercatori hanno catalogato fra gli amici immaginari anche animali di stoffa, quando essi vengono trattati dal bambino come persone vive, ma mancano ancora dati sicuri sul ruolo svolto dall'amico immaginario sul piano cognitivo ed emotivo.

L'età scolare

Il periodo della vita che va dai 5 ai 10 anni coincide, in quasi tutti i paesi, con quello della scolarità vera e propria. Il bambino appare infatti come molto più docile e cooperativo, più capace di accettare l'imposizione delle regole sociali, più interessato a ciò e a chi lo circonda. In casa, tenta di imitare sempre più il comportamento degli adulti ed è disponibile all'aiuto, fuori di casa è più autonomo e cerca sempre meno i genitori assenti, dedicandosi al gioco sociale e alle attività di gruppo con maggiore pertinenza e impegno. I coetanei diventano più importanti che nelle epoche precedenti e nascono le amicizie. L'intero periodo viene definito come terza infanzia

Lo sviluppo cognitivo

Sullo sviluppo cognitivo in età scolare sono state condotte numerosissime ricerche, dato che il compito più importante del bambino di quest'età è l'apprendimento di nuove capacità e nozioni, fra cui la lettura, la scrittura, il concetto di numero ecc.

Prendendo ancora una volta come punto di riferimento la teoria di Piaget, dobbiamo ricordare che questo stadio è caratterizzato da nuove forme organizzative dei processi mentali che assicurano un equilibrio più stabile.

Il bambino è capace di coordinare più punti di vista e di tenere perciò conto della prospettiva dell'altro. E' questa nuova acquisizione che permette al bambino di cooperare con i coetanei e di accettare nuove regole. La proprietà dell'identità e della reversibilità consentono al bambino una maggiore costanza dei rapporti e delle caratteristiche degli altri. Nascono solide amicizie che non dipendono più soltanto dall'andare o meno d'accordo in un certo momento o in una certa situazione né dal fare qualcosa insieme, ma si basano sulle caratteristiche dell'altro.

La reversibilità porta alla comprensione quasi definitiva delle dimensioni temporale e spaziale. Non è un caso che i programmi scolastici prevedano l'insegnamento della storia e della geografia soltanto a partire dalla terza elementare.Il tempo diviene pian piano quello dell'orologio e non più soltanto legato agli stati psicologici o alle routine giornaliere.

L'acquisizione della conservazione della sostanza permetterà si al bambino di comprendere che la quantità di un liquido contenuto in un vaso alto e stretto, se versato in un vaso largo e basso, non cambia, ma gli consentirà anche nella vita di tutti i giorni di compiere azioni a fare previsioni sugli oggetti del mondo fisico più precise.

Piaget ritiene, infatti, che le nuove capacità conservative dovute all'emergere di strutture logiche reversibili, consentano, dai 7-8 anni in poi, di appropriarsi di queste due nozioni, che si costruiscono in successione, prima il peso poi il volume.

Tra i vari esperimenti fatti da Piaget, è bene ricordare: la seriazione, cioè la capacità di ricostruire una serie di elementi dal più piccolo al più grande o viceversa; la classificazione, cioè la capacità di organizzare l'esperienza in termini di categorie o classi; l'inclusione, cioè la possibilità di comprendere che un elemento può appartenere a più classi contenute le une nelle altre.

L'interesse per i rapporti fra sviluppo cognitivo e lessicale ha condotto a interessanti ricerche sui cambiamenti nel lessico dei bambini dopo i 5 anni. Ci si è resi conto che esistono due tipi fondamentali di regole applicate dal bambino; quelle che servono per acquisire parole nuove e quelle che servono per comprenderne meglio il significato. Sembra che le prime predominano fino agli 8 -9 anni, mentre tendono a lasciare il posto alle seconde con l'aumentare dell'età.

Lo sviluppo affettivo sociale

Se facciamo riferimento alle teorie psicoanalitiche, quest'età viene denominata età di latenza.

L'età di latenza è, secondo Freud, molto importante per il consolidarsi dell'Io e la formazione del Super-Io.

In poche analisi di cui disponiamo hanno portato alla convinzione che esistano due periodi di latenza: uno, dai 5-6 anni agli 8, un secondo dagli 8 ai 10.

Nella prima fase il bambino sarebbe ancora sotto una forte spinta dell'Es e se ne difenderebbe grazie all'affermarsi del Super-Io; nella seconda ci sarebbe una stasi vera e propria delle cariche pulsionali.

PROBLEMI PARTICOLARI DELL'ETA' SCOLARE

Alcune riflessioni sulla giornata del bambino nella nostra società

Da quando nasce un bambino, in molte famiglie di oggi, la preoccupazione principale è quella di trovare qualcuno a cui affidarlo, ma anche di fare in modo che il suo giocare sia finalizzato a qualcosa, che il suo stare con gli altri gli insegni qualcosa: di nuovo che non si perda tempo. L'asilo nido sarà così ribattezzato "la prima scuola", cui farà seguito la scuola materna.          

Lo sviluppo del bambino è una questione di equilibri molto delicati, che hanno a loro volta bisogno di poggiare su equilibri stabili sia nella famiglia che nelle istituzioni, forse questo non è storicamente il momento migliore perché ciò avvenga. Ci troviamo in un'epoca  di grandi squilibri e di grande confusione. La giornata dei nostri bambini non può dunque che riflettere questa confusione e questo malessere. I ritmi a cui si devono adattare non certo adeguati alle loro capacità attentive e rielaborative. Qualcuno dice che il bambino è come una carta assorbente, ma non sempre si è attenti a ciò che assorbe e né a come lo assorbe. Crediamo, per es., che i bambini di oggi comprendono più cose di quelli di ieri solo perché si impossessano abbastanza precocemente di un vocabolario ricco e apprendono molte nozioni, ma non siamo in grado di dire quale sia il loro livello di reale comprensione. Il valore delle informazioni non dovrebbe stare nella quantità, ma nella qualità.

Il bambino e l'animale domestico

La convivenza con un animale domestico può costituire un importante mezzo di conoscenza e di sostegno affettivo.Il rapporto che si instaura tra un bambino e il proprio animale sono orientati a metterne in luce gli aspetti affettivi, mentre si sa poco di quelli cognitivi.Fin dalla primissima infanzia, il bambino si abitua ad avere intorno a sé immagini di animali "addolciti e inzuccherati", come i suoi pupazzi di peluche o i poster di gattini e cagnolini nelle pose più accattivanti.

Dalle ricerche in ambito clinico emerge che gli aspetti affettivi della relazione sono molto positivi per il bambino. La cosiddetta pettherapy (coccolare) o UTAC (uso terapeutico dell'animale da compagnia) dà ottimi risultati in molti casi di patologie dell'infanzia e dell'adolescenza: il prendersi cura e il diventare responsabile di un animale, che ricambia con tenerezza e manifestazioni di attaccamento, porta a notevoli miglioramenti. Nata negli  Stati Uniti nella seconda metà del secolo, la terapia con animali sta rapidamente estendendosi anche in Europa.

Molto nota è l'ippoterapia, rivolta a soggetti con deficit motori e a scarso controllo della motricità come spastici o emiplegici, in cui il contatto con animali dalla muscolatura possente e armoniosa come i cavalli produce un progressivo miglioramento del controllo.

Meno nota, è invece la terapia con animali domestici rivolta a bambini e anziani.

Se la ricerca con bambini malati è progredita in varie direzioni, molto meno si sa del rapporto fra bambino e animale in situazioni normali di convivenza.

Le osservazioni del rapporto fra bambini e animali domestici hanno, infatti, evidenziato che l'età migliore perché fra animale e bambino si stabilisca un legame di attaccamento è dai 2-3 anni in poi, da quando il bambino è in grado di distinguere un giocattolo da un animale vero.

Un interessante lavoro di Muller mette in evidenza alcuni aspetti della relazione, fra bambino e animale che la rendono del tutto particolare. La Muller trae molte interessanti conclusioni. Fra le più rilevanti abbiamo.

1.      L'animale è più manipolabile degli altri essere umani e costituisce una specie di oasi in cui il bambino può seorimentare un rapporto meno impegnativo ma molto gratificante.

2.      Ricostituisce l'illusione perduta di una madre sempre disponibile pronta a precipitarsi ad ogni richiesta, calda e avvolgente.

3.      con la sua breve vita permette di prendere coscienza del problema oscuro della morte e di sperimentare la sofferenza seppure attutita.

4.      E' molto importante nelle diverse fasi evolutive ed è l'equivalente di un oggetto transizionale vivente.

5.      In senso generale contribuisce a rendere l'ambiente più umano e vivibile.

Le paure dei bambini

Ferrarsi nel 1980 afferma che: la paura è un'emozione che colpisce in misura variabile ogni essere umano lasciando spesso delle tracce indelebili nella sua mente, tracce che possono riemergere in forma più o meno drammatica sia a livello cosciente che nei sogni.

Se consideriamo la paura da un punto di vista filogenetico, ne possiamo scorgere la funzionalità rispetto alla sopravvivenza della specie stessa.

E' forse anche questa la lontana origine di alcune paure che i bambini manifestano e che spesso gli adulti non riescono a giustificare: paura del buio, paura di alcuni animali o di tutti, paura di essere abbandonati, paura di star soli, paura di ombre o di mostri ecc. Anche i genitori più sereni, che non hanno ami fatto ricorso a spauracchi come il lupo o la strega per farsi ubbidire, possono trovarsi a dover far i conti con bambini spaventati.

Le paure cambiano con il variare dell'età e dell'esperienza: mentre il bambino nei primi anni di vita manifesta paura per tutto ciò che rappresenta uno stimolo insolito, come può essere un rumore forte, un grido o anche solo una voce di tonalità più alta, un volto sconosciuto o un cambiamento improvviso di qualcuno che conosce bene, crescendo avrà più facilmente paura di ciò che non si vede come mostri o fantasmi. Questo è dovuto alla maturazione cognitiva che gli consente di immaginare e di rappresentarsi oggetti che non percepisce con i sensi.

E' difficile fare una classificazione delle paure che possono essere molto diverse da individuo a individuo, tuttavia ne sono state individuate alcune più ricorrenti di altre.

Fra esse ricordiamo:

1.      La paura degli animali che compare in genere fra i 4 e i 5 anni;

2.      La paura del buio complicata dalla presenza di mostri , streghe, lupi, rapinatori ecc

Queste due forme di paura tendono a scomparire dai 6 anni in poi, mentre ne compaiono di nuove:

3.      La paura dei danni fisici o di malattie e/o morte;

4.      La paura di essere abbandonati o della morte dei genitori;

5.      La paura della scuola.

Verso la pubertà sono più frequenti le cosiddette ansie sociali:

6.      La paura di arrossire o di non sapere padroneggiare le situazioni;

7.      La paura di essere al centro dell'attenzione per il proprio comportamento o per il proprio aspetto;

8.      La paura dell'altro sesso.

Anche se le paure tendono a scomparire con l'età adulta, in soggetti disturbati, permangono per tutta la vita: ci sono adulti che non riescono a dormire se non tengono accesa la luce ecc.

E' necessario tuttavia distinguere, anche se talvolta è molto difficile , le paure delle fobie vere e proprie, che limitano il soggetto e producono reazioni abnormi. Per es. l'agorafobia, paura degli spazi aperti, e la claustrofobia, paura degli spazi chiusi, che compaiono in genere in tarda adolescenza e in età adulta, costituiscono un grave impedimento per chi ne soffre.

Sull'origine delle paure e delle fobie esistono posizioni teoriche diverse. I comportamentismi sostengono che le paure hanno origine dall'acquisizione di risposte disadattative a stimoli ambientali.

Freud riteneva, che la paura e le fobie, nascessero dalla proiezione sul mondo esterno di contenuti inconsci e che pertanto l'esperienza avesse ben poco a che fare con l'insorgere delle paure. Il più famoso caso trattato da Freud è quello del piccolo Hans che, verso i 5 anni, sviluppò un atteggiamento fobico nei confronti del cavallo.Dai resoconti dettagliati del padre, Freud dedusse che la paura del cavallo rappresentava simbolicamente la paura del padre, essendo il bambino in piena fase edipica.

E' importante sottolineare che sia nel caso delle paure che delle fobie, il comportamento degli adulti è determinante. E' infatti accertato che nella maggioranza dei casi alle paure o fobie del bambino si accompagnano comportamenti analoghi in uno dei genitori o modalità sadiche che spingono il bambino a vincere ad ogni costo la paura.

PREADOLESCENZA E ADOLESCENZA

Pubertà e preadolescenza

E' molto difficile descrivere la pubertà e l'adolescenza in quanto soggette più di altre età alle variabili storiche, tuttavia esistono delle caratteristiche sia fisiche che intrapsichiche che rimangono immutate nonostante le trasformazioni sociali e che dobbiamo avere ben presenti quando ci accostiamo all'universo dei ragazzi dagli 11-12 ai 18-19 anni.

Questo lungo periodo della vita coincide con il definitivo sviluppo fisico e sessuali, e, da un punto di vista organico, verso i 20 anni il giovane è un adulto al massimo delle sue potenzialità.

Bisogna distinguere la pubertà e la preadolescenza che collochiamo fra gli 11 e i 13-14 anni, dall'adolescenza vera e propria. Nel primo periodo si assiste ad un rapido accrescimento corporeo, alla comparsa del menarca nelle femmine e alle prime polluzioni notturne nei maschi.

Il cambiamento corporeo è talvolta così rapido da lasciare sorpresi sia i ragazzi che i genitori.

Quest'età coincide con il periodo della scuola media, con le ansie di dover affrontare nuovi insegnanti e nuovi compagni, proprio nel momento in cui è scomparsa la sicurezza del bambino e si è senza guscio.

Dobbiamo inoltre considerare che non solo il corpo sta mutando, ma anche il pensiero, che da operatorio concreto si trasforma gradualmente in astratto-formale.

C'è un gran bisogno di conferme e un continuo oscillare tra il mondo, rassicurante dell'infanzia e quello adulto che spaventa e attrae ad un tempo. Comincia qui il secondo gran salto verso l'autonomia, dando alla parola autonomia il suo significato etimologico, di capacità di aderire liberamente a leggi scelte da se stessi.

Sviluppo cognitivo

Prendendo sempre come riferimento la teoria studiale di Piaget, vediamo che il passaggio dall'intelligenza operatoria concreta a quella formale è di fondamentale importanza in quanto porterà il soggetto alla definitiva presa di coscienza e all'astrazione riflessa.

Il preadolescente dovrebbe essere prossimo al culmine della maturazione del pensiero che lo porterà a coordinare tutte le operazioni logiche in una struttura che Piaget ha definito come gruppo-reticolo completo in quanto possiede le proprietà di un gruppo di quattro trasformazioni(l'identità, la negazione, la reciprocità e la correlazione) combinabili in tutti i modi possibili.

Per semplificarne il significato potremmo dire che le stesse operazioni che compiva un bambino in età scolare, facendo riferimento a classi di eventi o di oggetti, sono ora possibili anche usando simboli totalmente astratti. E' questa la ragione per cui un bambino, nello stadio operatorio concreto, può risolvere complicati problemi aritmetici ma non riesce a svolgere operazioni algebriche in cui non c'è alcun riferimento alla realtà, mentre un ragazzo nello stadio formale può comprendere che A=A si riferisce a tutti i possibili oggetti o numeri, o eventi rappresentati in astratto da A.

Fra gli 11 e i 14 anni, gli aspetti concreti del pensiero sono ancora molto spesso presenti e rendono difficile soprattutto la riflessione sul pensiero stesso, cosa che diventerà invece dominante nell'adolescenza vera e propria. Il preadolescente è ancora molto attento all'aspetto concreto degli eventi e anche il suo giudizio sugli altri è più legato alle caratteristiche fisiche, piuttosto che a quelle psicologiche. E' questa una delle ragioni per cui può vivere molto male un ritardo di sviluppo o di difetto fisico temporaneo.

Lo sviluppo affettivo

L'approccio psicoanalitico vede nella pubertà il momento in cui le cariche pulsionali, si riaccendono grazie allo sviluppo fisico e alla maturazione sessuale.

Sia per Freud che per Anna Freud la pubertà segna un ritorno di molti aspetti della pregenitalità, nella femmina questo avviene in modo molto più sfumato e meno evidente che nel maschio. Quest'ultimo, infatti, manifesta comportamenti orali e sadico-nali molto chiari: mangia talvolta smodatamente, prova piacere nel dire continuamente "parole sporche", manifesta un'intensa e incontrollata motilità.



La femmina si volge invece più rapidamente all'altro sesso e mette in atto precoci comportamenti seduttivi, ha un maggior controllo di sé e una cura maggiore della propria persona.

Sia maschio che la femmina, devono far fronte al senso di vuoto provocato dalla forte spinta sessuale da un lato e dalla impossibilità di soddisfarla con un oggetto d'amore adeguato dall'altro, ma tutte le modalità difensive tipiche della latenza sono messe dura prova dalla nuova e più forte esplosione degli istinti. L'ìattività masturbatoria, che diviene sempre più frequente, è vissuta in genere molto male ed è accompagnata da forti sensi di colpa, anche se possiamo sperare che l'atteggiamento degli adulti di oggi sia un po' meno rigido di quelli del passato. Il preadolescente vive le contraddizioni degli adulti che lo considerano talvolta un bambino e talvolta un adulto, facendogli spesso richieste in un senso o nell'altro e spaventandosi ad ogni manifestazioni indipendenza.

L'adolescenza

IL ragazzo dai 14 ai 18 anni è il vero e proprio adolescente e i suoi problemi differiscono notevolmente da quelli della pubertà. Lo sviluppo fisico e cognitivo è quesi completo e gli stessi adulti gli riconoscono ora a pieno titolo lo status di ragazzo. La maggiore libertà concessagli e il passaggio alla scuola superiore o al mondo del lavoro mettono l'adolescente in grado di sperimentare la realtà esterna alla famiglia molto più direttamente di prima.

Così come dagli 11 ai 14, anche dai 14 ai 18 i cambiamenti sono graduali e massicci, tanto che un sedicenne sarà molto diverso sia da un quattordicenne che da un diciottenne.

Lo sviluppo cognitivo

E' in questo arco di tempo che si conclude definitamene il passaggio al pensiero adulto ed è qui che troviamo le massime potenzialità.

Secondo Piaget, si ha qui il completo equilibrio fra le strutture logiche e il definitivo rapporto fra il soggetto espistemico e l'oggetto della conoscenza. Questo significa che il ragazzo diviene capace di riflettere sul pensiero proprio e altrui, formula ipotesi e fa deduzioni che gli permettono anche di costruire teorie e di criticare lucidamente quelle che gli vengono proposte.

Si raggiunge qui l'equilibrio definitivo fra le strutture del pensiero.

Le proprietà dell'equilibrio sono infatti: il campo, la mobilità, la permanenza e la stabilità.

Il campo è costituito dagli oggetti e dalle proprietà a cui sono dirette le azioni o le operazioni. Nel caso del pensiero formale il campo è costituito dal reale ma anche dal possibile e dall'impossibile.

La mobilità si definisce come dimensione spazio-temporale del campo: è evidente che è durante quest'ultimo stadio che la mobilità raggiunge il suo apice in quanto il soggetto può spaziare da una dimensione temporale all'altra (passato, presente, futuro) facendo congetture, prevedendo ipotizzando tutti i possibili nessi causali.

La permanenza è la resistenza del sistema agli elementi nuovi, che vengono integrati senza modificare le relazioni esistenti e stabilizzate. L'adolescente possiede cioè strutture mentali capaci di affrontare le novità senza per questo dover perdere l'equilibrio strutturale precedentemente acquisito.

La stabilità è la capacità di annullare le perturbazioni prodotte nel sistema dalla necessita di nuovi accomodamente.

Il pensiero che ha raggiunto il massimo equilibrio strutturale, è un pensiero più fluido, più flessibile, più creativo e capace di maggiore autonomia.

Lo sviluppo emotivo-affettivo

L'energia dei ragazzi è completamente assorbita dal compito fondamentale di quest'età: la separazione psicologica dagli oggetti d'attaccamento infantile, e la definitiva costruzione di un'identità sessuale e sociale che permetterà l'investimento lipidico su oggetti esterni alla famiglia. Le pulsioni sessuali sempre più forti e la difficoltà a trovare un partner di sesso opposto fanno sorgere forti tensioni che si possono esprimere in vari modi. L'io sviluppa una serie di meccanismi di difesa, alcuni dei quali tipici dell'età.

I più frequenti sono:

·        La scissione della realtà in oggetti totalmente buoni e totalmente cattivi che conduce a brevi e intensissimi innamoramenti di persone reali o di idee e al rifiuto altrettanto intenso di altre persone o idee;

·        L'intellettualizzazione, attraverso la quale si cerca di spostare il conflitto dal piano delle emozioni a quello razionale. Il ragazzo può così sposare ideologie o dedicarsi a qualche attività intellettuale;

·        L'ascetismo, che porta a negare le pressanti spinte istintuali e porta a proibizioni superegoiche espresse attraverso il moralismo estremo, il vestire dimesso, le autoproibizioni ecc;

·        L'identificazione proiettiva per mezzo della quale il ragazzo attribuisce parti buone agli oggetti di identificazione e parti cattive agli oggetti rispetto ai quali si contrappone

·        Il conformismo a norme e mode del gruppo dei pari che, sebbene divenga meno vistoso con il progredire dell'età, è ancora molto evidente per tutta l'adolescenza.

Accanto a queste tipiche modalità difensive possiamo trovarne molte altre che vanno dalle somatizzazioni (acne giovanile, ecc)accompagnate da un atteggiamento ipocondriaco, alla depressione, l'alterazione dei comportamenti alimentari, ad atteggiamenti devianti ecc.

Se l'ambiente permette un certo grado di sperimentazione ed è sufficientemente tollerante nei confronti delle provocazioni dei ragazzi pur mantenendo una costante stabilità e un fermo controllo dei loro eccessi, l'adolescente pian piano si rinforza e riesce a ricostruirsi un  Io equilibrato, in caso contrario potranno svilupparsi patologie di varie entità e con esiti anche molto gravi.

Gli aspetti psicosociali

Le ricerche sugli adolescenti invecchiano presto perché gli atteggiamenti, i gusti, le mode e le norme di gruppo mutano con una tale rapidità che è quasi impossibile stare al passo con i tempi. Tuttavia vi sono atteggiamenti generalizzabili che accomunano gli adolescenti. La prima caratteristica è il forte senso di appartenenza ad un gruppo di pari.

I gruppi possono essere formali o informali.

I gruppi formali (scout, gruppi parrocchiali, ecc) sono di solito controllati da adulti responsabili e hanno norme sancite ufficialmente e obbiettivi precisi ed espliciti. Hanno una sede e spazi propri in cui svolgere le attività stabilite. Sembra che questi gruppi siano preferiti dai preadolescenti e che vi sia un notevole calo di frequenza dai 14 anni in poi.

I gruppi informali o spontanei, invece, si costituiscono nei giardini pubblici, nelle sale da gioco, agli angoli delle strde ecc, e non coincidono necessariamente con bande trasgressive o devianti. In questi gruppi vigono leggi che bisogna rispettare per essere accettati: esiste un abbigliamento d'obbligo, un linguaggio particolare spesso criptico, un luogo di ritrovo costante. I gruppi hanno identità molto diverse e risentono della provenienza sociale, del tipo di scuola frequentata, del quartiere in cui il ragazzo vive ecc. e, credeva sono riscontrabili in tutti gli strati sociali e non solo in quelli più svantaggiati.

La funzione dei gruppi, siano essi formali o informali, è quella di permettere uan riorganizzazione del Sé. Differenziarsi dagli adulti diventa possibile solo opponendo loro un polo sociale diverso ma altrettanto forte. Il noi degli adolescenti si delinea nel contrasto con il loro degli adulti. Grazie alla forza del gruppo l'adolescente potrà pian piano fare emergere anche le sue caratteristiche individuali che costituiranno poi la vera personalità adulta.

PROBLEMI PARTICOLARI NELL'ADOLESCENZA

I disturbi alimentari nell'adolescenza

I principali disturbi alimentari sono identificabili nella obesità, nell'anoressia e nella  bulimia.

L'obesità è ormai quasi endemica in molti paesi e va progressivamente aumentando di anno in anno: negli Stati Uniti viene considerata uno dei maggiori fattori di rischio per l'insorgenza di gravi disturbi come le malattie cardiocircolatorie, il diabete ecc. l'obesità consiste in un eccesso ponderale nella maggiore parte dei casi presentate fin dall'infanzia: un bambino obeso ha ottime probabilità di diventare un adulto obeso. Sono molto rari i casi di obesità dovuti a disfunzioni organiche.

Definire i tratti di personalità caratteristici della persona obesa è molto difficile perché essi possono variare notevolmente. In passato, si sono tenuti dei profili che mettevano in evidenza il fatto che l'obeso appare come una persona serena, allegra e socievole mentre nasconde un profondo sentimento di inadeguatezza, una costante ansia e una certa immaturità. In genere non si preoccupano affatto della loro mole; al contrario vivono come sintomo di malattia la perdita di peso.

La psicoanalisi vede nell'obesità il sintomo di un disturbo di tipo orale, legato, quindi ai primissimi tempi della vita. Una madre che non sappia decodificare i segnali emessi dal proprio bambino e che interpreti come  "fame" qualsiasi richiesta del piccolo indurrà in lui una confusione di fondo. E' come se pian piano il bambino imparasse che se è bagnato per trovare consolazione dovrà mangiare; se ha freddo sarà ancora il cibo l'unica risposta che l'ambiente gli offre ecc. In questi casi sembra che la madre voglia quasi "tappare la bocca" al bambino che piange  che esprime dei bisogni in altro modo può recare molta ansia nella madre.

Se durante l'infanzia l'obesità può costituire un problema di una certa rilevanza a partire dall'età scolare, in cui il confronto con i coetanei diventa importante, possiamo ben immaginare cosa possa comportare un'eccedenza esagerata di peso durante l'adolescenza.

L'obesità è in genere vissuta peggio dalla femmina in quanto, da una parte i modelli femminili sono più legati all'immagine corporea di quanto non lo siano quelli maschili, dall'altra anche la famiglia pare preoccuparsi più dell'obesità femminile che maschile.

L'anoressia si manifesta con un ostinato rifiuto del cibo accompagnato dall'uso di lassativi, da vomito indotto, dalla negazione costante del problema, da una iperattività, che contrasta con lo stato di indebolimento fisico molto evidente, da transitorie disfunzioni endocrine che portano alla scomparsa del ciclo mestruale. Da un punto di vista psicologico vi sono una forte distorsione nell'immagine corporea (l'anoressica non riesce a percepirsi magra) e il massiccio ricorso a meccanismi di difesa quali: la scissione, la razionalizzazione, la negazione e l'idealizzazione. Per tutte queste ragioni gli anoressici rifiutano qualsiasi aiuto sia medico che psicoterapeutico. Le cause della patologia sono molteplici e identificabili genericamente in fattori culturali, sociali e familiari.

Il quadro patologico di un/una giovane anoressico/a è molto difficile da affrontare con la psicoterapia individuale a causa del suo accanimento nella negazione della malattia e del rifiuto di collaborare. Spesso si deve ricorrere al ricovero forzato e alla nutrizione per via parenterale quando le condizioni fisiche appaiono troppo gravi, ma l'intervento medico non è risolutivo, se non è accompagnato da una psicoterapia adeguata. La psicoterapia individuale ottiene in genere scarsi risultati: sono preferibili terapie di gruppo e soprattutto terapie sistemico-relazionali, che coinvolgono l'intero sistema familiare.

La bulimia è un disturbo alimentare simmetrico all'anoressia ma simile per alcuni aspetti psicologici: il bulico è spinto compulsivamente ad abbuffarsi di cibo e si lascia andare all'assunzione indiscriminata di grandi quantità di alimenti. Subito dopo però viene assalito da forti sensi di colpa e ricorre al vomito autoindotto e all'uso di lassativi ed emetici. Ha grande paura di ingrassare e controlla ossessivamente il proprio peso. La bulimia si accompagna spesso ad uno stato depressivo più o meno grave e ad altre anomalie del comportamento come un'attività sessuale impulsiva disordinata e spesso autodistruttiva o l'assunzione di farmaci o altre sostanze in modo indiscriminato.

L'interpretazione psicoanalitica della bulimia è quella di un Io e di un Super-Io molto deboli, che non sanno far fronte alle scariche pulsionali. Il quadro familiare del paziente bulimico è in parte simile a quello dell'anoressico. Anche in questo caso il problema principale è la difficoltà nel processo separativo e il tentativo di mantenere unito un sistema che potrebbe disgregarsi. Anche in questo caso la terapia otterrà migliori risultati se sarà rivolta all'intero sistema familiare più che al singolo.

I maltrattamenti ai minori

I maltrattamenti nei confronti dei bambini si sono sempre attuati: la storia è piena di racconti raccapriccianti, dalla strage di Erode fino al lavoro nelle miniere inglesi dei piccoli di 3-4 anni. Al girono d'oggi sembra quasi impossibile accettare che milioni di bambini ogni anno vengano sottoposti a violenze inaudite dirette e indirette e che le società non trovino mezzi adeguati per combattere il fenomeno. Il termine "maltrattamento" è molto generico e può assumere vari significati. Una classificazione, formulata dal Consiglio d'Europa, propone la seguente distinzione:

1.      Maltrattamenti fisici: è la violenza più manifesta attuata sul bambino e include ogni forma di attacco fisico al bambino da parte dell'adulto, dalle percosse a tutte le altre atrocità che vanno fino all'uccisione.

2.      Maltrattamenti psicologici: sono i più diffusi sia da definire che da scoprire ma possono avere effetti devastanti sullo sviluppo della personalità quanto i maltrattamenti fisici.

3.      Patologia delle cure fornite: incuria, disuria, ipercuria.

4.       Abusi sessuali:intrafamiliari ed extrafamiliari.

L'accezione di maltrattamento varia secondo le epoche e i contesti sociali: è difficile definire parametri di valutazione oggettivi perché ogni società legittima alcuni comportamenti e non altri sulla base di un complesso di norme etiche, condizioni di vita, principi religiosi ecc.

In generale bisogna risalire al secolo scorso per trovare le prime avvisaglie di cambiamento nei metodi educativi e i primi regolamenti scolastici che bandiscono le punizioni corporali risalgono all'Unità d'Italia. Tuttavia gli stessi regolamenti introducevano le punizioni psicologiche come il famoso cappello da asino, la pubblica derisione, l'allontanamento dalla scuola ecc,. Dobbiamo almeno riconoscere al nostro secolo il pregio di aver condotto alla condanna del maltrattamento e ad una legislazione che, sulla carta, tutela il minore.

Le cause del maltrattamento infantile sono varie e riconducibili a fattori psicologici, sociali e culturali che non sono isolabili l'uno dall'altro.

I fattori strettamente psicologici sono in genere riconducibili all'esperienza infantile degli stessi adulti maltrattanti: essi stessi sono stati molto spesso oggetto di maltrattamento o di abuso quando erano bambini. Nel caso delle violenze sessuali, gli adulti violentatori permangono un uno stato di grave immaturità che non permette loro di controllare le pulsioni istintuali deviate da un oggetto di desiderio adeguato ad uno inadeguato. Raramente tuttavia i genitori maltrattanti sono psicotici. La m,aggiro parte delle ricerche evidenzia che essi mostrano soprattutto una bassa soglia di tolleranza delle frustrazioni e massicci meccanismi di difesa, fra cui il più evidente è la rimozione.

Il bambino maltratta è solitamente una vittima silenziosa, che non denuncia e spesso difende l'immagine degli adulti. Da un lato è molto doloroso riconoscere che le figure principali di attaccamento sono cattive, dall'altro la variabile età rende talvolta difficile persino esprimere a se stessi la violenza subita o prenderne completa coscienza. Quando la violenza è fisica e produce danni evidenti, sono spesso vicini di casa o insegnanti o medici a rendersi conto della situazione di abuso; quando la violenza è sessuale viene più facilmente nascosta; infine, quando la violenza è psicologica, se ne possono vedere gli effetti a lungo termine nei disturbi evidenziati dal bambino.

Il comportamento comune dei bambini maltrattati è l'apatia e la paura delle relazioni e dei contatti fisici. Essi manifestano inoltre gravi disturbi psichici e comportamenti devianti in adolescenza.

Un particolare tipo di maltrattamento, raramente denunciato rispetto ad altri, e di cui non siamo in grado di valutare le conseguenze fino in fondo è quello scolastico, che può assumere forme diverse, anche molto difficili da rilevare. I dai forniti dal Telefono Azzurro mostrano che viene denunciata solo una percentuale bassissima di maltrattamenti scolatici e che per lo più si tratta di violenze fisiche. Sono maestri che tirano per le orecchie o danno scappellotti ecc. Questi fenomeni si verificano di solito a scapito di allievi che hanno alle spalle situazioni familiari difficili in contesti sociali deprivati, e diventano quindi ancora più gravi.

Pur sottolineando l'inammissibilità di questi comportamenti da parte degli insegnanti, dobbiamo chiederci perché ben pochi ragazzi o adulti denunciano le vilenze psicologiche, subite in ambito scolastico, ma si limitano alle forme più vistose ed eclatanti.

L'ETA' ADULTA

Definire il concetto di adultità è molto più problematico che definire quello di infanzia o di adolescenza perché il processo di crescita fisica finisce con l'inizio della giovinezza e, da qual momento in avanti, i cambiamenti non saranno più così evidenti fino a quando non si manifesteranno i primi segni dell'invecchiamento. Le prime fasi dell'età adulta si possono definire solo in senso psicologico, e le differenze soggettive sono ancora più importanti che per le epoche precedenti dello sviluppo. Chi è un adulto?Adulto deriva dal participio passato di adolescente e, come riporta il dizionario, significa fatto grande, persona giunta a completo sviluppo fisico psichico.

Essere giunti al culmine della crescita fisica non significa essere arrivati al culmine della crescita psicologica, come dimostrano molte ricerche e dati clinici. E' ormai accertato che non esiste un culmine e che, psicologicamente, siamo tutti eterni adolescenti, dando alla parola il suo significato etimologico, ma è anche vero che l'età definita come adulta dovrebbe avere alcune caratteristiche che permettano di distinguerla dalle precedenti.

Freud definiva la condizione adulta come quella in cui si è in grado di amare e di lavorare,e, anche se sembra un concetto un po' riduttivo, esso implica molte altre caratteristiche definite poi da altri autori in modo più dettagliato: l'autonomia, l'indipendenza, la stabilità negli impegni e nei rapporti ecc.

Secondo alcuni una caratteristica fondamentale dell'età adulta è la maggiore capacità di far fronte alle difficoltà e alle contraddizioni che si possono incontrare, manifestando una buona adattabilità.

Le ricerche condotte sugli adulti sembrano corroborare l'ipotesi che vi sia maggiore continuità fra le fasi della vita adulta rispetto alle fasi precedenti. Tale continuità si può esprimere come: costanza normativa (per cui si tende a mantenere lo stesso posto nella popolazione); costanza ipsativa (scarse variazioni di comportamento nel tempo); stabilità di livello (le caratteristiche individuali tendono a rimanere le stesse); costanza di significato (gli estremi della vita, i comportamenti ecc, mantengono lo stesso significato); omogeneità della popolazione (la continuità o le trasformazioni vanno messe in relazione al contesto culturale e agli eventi storici, che possono favorirle o meno).

Una definizione approssimativa di adulto potrà allora essere quella di un individuo che cresce e cambia più lentamente, che stabilisce relazioni durature, sa portare a termine un impegno preso nonostante le difficoltà grazie ad un equilibrio più stabile, che affronta i cambiamenti senza modificare la propria identità.

A grandi linee possiamo dividere l'età adulta in: giovinezza (dai 20 ai 30 anni circa), età atura (dai 30 ai 40-45 circa), mezz'età (dai 45 ai 65 circa) terza età (in cui oggi è opportuno distinguere ulteriormente gli anziani fino agli 80 anni e i grandi anziani dagli 80 in poi).

Il pensiero adulto

Il presupposto che lo sviluppo continui incessantemente porta a riconsiderare anche i processi cognitivi dell'adulto. La teoria di Piaget aveva portato ad un certo immobilismo, perché si riteneva che il tetto evolutivo fosse raggiunto con l'adolescenza e che in seguito non si creassero più nuove strutture cognitive.

La posizione iniziale di Piaget fu, infatti, quella di considerare conclusa, con il raggiungimento delle strutture logiche necessarie al pensiero formale, il processo epigenetico che dava ragione del modello di conoscenza adulto. In seguito egli ha modificato la sua posizione affermando che lo stadio formale non si deve considerare l'ultimo e definitivo passaggio nella costruzione delle strutture ma, al contrario, si deve considerare lo sviluppo come una continua e dinamica costruzione di strutture. Ad un modello unidirezionale e unidimensionale, egli sostituisce così un modello a ventagli aperto rispetto al quale il pensiero può svilupparsi in più direzioni e con modalità diverse. Nell'adulto, infatti, a seconda della formazione professionale e delle richieste dell'ambiente, si possono avere specializzazioni del pensiero in campi specifici a scapito di altri.

La giovinezza

Nell'odierna società industriale molti ragazzi di oltre vent'anni permangono in una condizione sociale di dipendenza. Per questo motivo è facile che il passaggio dall'adolescenza alla giovinezza vera e propria sia ostacolato e ritardato anche psicologicamente.

Delimitare in termini cronologici la giovinezza vera e propria, distinguendola sia dall'adolescenza che la precede che dall'età adulta che la segue, è molto difficile se non impossibile. Le variazioni individuali sono tali da non consentire di stabilire delle date di confine. In genere, nella nostra società, si considera un intervallo che va dai 20 ai 25 anni. Possiamo dire, per essere certi di non sbagliare, che la giovinezza comincia quando finisce l'adolescenza e di questo si accorgono molto bene i genitori. Essi si accorgono della fine dell'adolescenza dei figli dal quasi improvviso stato di quiete dopo la tempesta che regna in famiglia. La solitudine dell'adolescenza, contraddistinta dall'incessante ricerca di qualcosa o di qualcuno, è placata dalla probabile presenza di una partner stabile. Questi primi rapporti d'amore, ben diversi dagli innamoramenti adolescenziali, costituiscono delle vere e proprie palestre per la futura vita di coppia.

Secondo Erikson la giovinezza è caratterizzata dal pieno sviluppo dell'Io e dalla virtù dell'amore che permette di sperimentare l'intimità non solo come rapporto di coppia, ma anche come stretta ed autentica relazione di amicizia. Per intimità si intende la capacità di accettare una parziale fusione con l'altro senza temere la perdita della propria identità. Bisogna sottolineare che l'intimità ha come presupposto la separazione. Essere separati psicologicamente significa avere contorni precisi che mi permettono di individuare i miei e gli altrui limiti e spazi. Se devo concedere all'altro accesso a questi spazi, devo prima di tutti possederli.

Seguendo la definizione di età adulta data da Freud, la giovinezza si può intendere come il momento in cui il soggetto è pronto ad amare e a lavorare, anche se nons emrpe le condizioni esterne sono favorevoli.

Tra i 20 e i 30 anni si raggiunge l'apice della forza fisica e delle potenzialità riproduttive che cominceranno a declinare inesorabilmente dai 30 in poi.

Anche nelle prove cognitive si ottengono i migliori risultati in questo periodo della vita. Un ato incontestabile è invece quello relativo allo stato di salute. Fra i 20 e i 30 anni, gli adulti hanno meno probabilità di ammalarsi che in età precedenti e successive, e hanno più resistenza agli sforzi fisici. Questo permette loro di investire il massimo delle energie nella scelta del lavoro e nella preparazione professionale, attività centrali nei giovano adulti della nostra società.

Il compito finale del giovane resta sostanzialmente quello di inserirsi a pieno titolo nel contesto sociale di appartenenza attraverso la realizzazione professionale e la scelta di valori stabili.

A questo proposito è interessante la tesi di Levinson che ritiene fondamentali quattro fattori:

1.      Trovare un consigliere.

2.      Intraprendere una carriera.

3.      Stabilire relazioni intime.

4.      Definire un sogno.

Il concetto di sogno si riferisce ad un'aspirazione molto forte del giovane che lo porta a sognare anche situazioni irrealizzabili (per es. vincere il premio Nobel) ma che, avvicinandosi progressivamente sempre più alla realtà (diventare un bravo ricercatore o comprarsi un appartamento piccolo ma funzionale), ha una grande spinta propulsiva.

L'età matura

Chiameremo età matura quella che viene solitamente indicata come età adulta in senso stretto, per distinguerla dalla giovinezza e dalla mezz'età. E' il periodo della vita in cui si dovrebbero portare a compimento i principali compiti evolutivi.

Se il periodo precedente viene anche definito della genialità, questo coincide con la procreatività  o generatività, assumendo ancora una volta le parole di Erikson.

Usando la metafora dell'aereo, in questo stadio lo vediamo decollare e prendere il volo verso cieli aperti, portando con sé tutto quello che è riuscito a costruire fino a questo momento. Fra i 30 e i 40 anni si raggiunge una completa autonomia che permette di realizzare i progetti per cui si è lavorato durante la giovinezza. In genere si diventa genitori o si generano figli simbolici, come un'impresa, una professione ecc.

E' interessante ricordare che la virtù assegnata da Erikson all'età adulta vera e propria è la capacità di prendersi cura.

Il prendersi cura non è rivolto soltanto alle persone o idee che abbiamo generato in prima persona, ma a tutti i più giovani e a tutto ciò che ha bisogno di essere curato per crescere.

La crisi di mezz'età

L'età media si è molto allungata e sono slittati in avanti gli stati evolutivi con il conseguente prolungarsi dell'adolescenza e della giovinezza. Un vistoso fenomeno è che molte coppie decidono di avere il primo figlio dopo aver compiuto i 40 anni. Ciò significa che la gente si sente giovane più a lungo e fa investimenti sul futuro prospettandosi una vita attiva fino ad età avanzate.

L'età di mezzo la possiamo collocare fra i 35-40 e i 45-50 anni. E' stato considerato come un momento critico della vita, così come lo era stato l'adolescenza e come lo sarà la vecchiaia.

Nell'arco di questi 20 anni dobbiamo collocare l'inizio del climaterio maschile e femminile e la conseguente perdita di molte delle caratteristiche fisiche dell'età giovanile adulta: i capelli si imbiancano, la pelle perde il turgore e la freschezza, si avvertono delle diminuzioni nelle prestazioni fisiche che mentali ecc. Tutti questi segni del corpo costituiscono un messaggio chiaro sul significato della vita e non si possono ignorare. Potremmo fare una grossolana distinzione fra crisi di mezz'età nella donna e nell'uomo. Nella donna in genere la crisi di mezz'età coincide con la menopausa e oltre a produrre cambiamenti ormonali significativi, evoca il fantasma della fine della fertilità. Questo può condurre a stati depressivi e ritiro della libido. Nell'uomo la possibilità di generare perdura per tutta la vita anche se calano le potenzialità sessuali. Due punti di partenza molto diversi, che possono produrre esiti diversi. In entrambi i casi, tuttavia, è necessaria un'elaborazione della perdita subita e una comprensione attraverso forme mature di reinvestimento libidico.

Talvolta la crisi di mezz'età è aggravata da quella che viene definita sindrome da nido vuoto perché è determinata dal fatto che i figli lasciano la famiglia per crearsi una vita autonoma. Se la relazione si fondava ormai esclusivamente sui figli che venivano usati come barriera protettiva, i genitori sono ora costretti a prendere coscienza del fatto che devono riappropriarsi di una dimensione a due che si è impoverita di contenuti affettivi. Se durante il complesso di Edipo la famiglia doveva riorganizzarsi da una relazione diadica ad una triadica, qui avviene esattamente il contrario.

L'invecchiamento

Quando si diventa vecchi? Se ci pensiamo bene, ogni giorno siamo un po' più vecchi del giorno prima e il processo comincia dal momento in cui siamo concepiti: l'essere vecchi è perciò legato al momento in cui cominciamo a sentirci tali. Simone de Beauvoir (1971) racconta di aver avuto una specie di insight il giorno in cui le fu offerto il posto a sedere in autobus e di aver cominciato solo da quel momento a fare i conti con una nuova immagine di sé. Il segnale più chiaro è, se la persona ha sempre lavorato, il pensionamento. L'invecchiamento, così come aveva pensato Cicerone, è un processo naturale e, come ogni età, offre dei vantaggi e degli svantaggi ma, come ogni età, per saperlo vivere, è necessario avere un buon equilibrio psicologico e sapere fare i conti con la nostra finitezza.

La psicologia si è interessata dell'invecchiamento sia dal punto di vista sociale che da quello cognitivo, che da quello emotivo-affettivo.

Per prima cosa occorre chiarire di quali anziani stiamo parlando. Anziani si diventa, per consuetudine, a 60-65 anni, o meglio con l'età del pensionamento, oggi non più facilmente definibile.

Vecchi , oggi, si diventa molto tardi, se per vecchiaia intendiamo quello stato fisiologico che ci impedisce molte funzioni vitali e ci rende dipendenti dai più giovani. E' bene distinguere i problemi psicologici dei cosiddetti anziani da quelli dei grandi anziani, termine usato per coloro che hanno superato gli 80 anni e che si trovano nelle condizioni fisiche suddette. In secondo luogo bisogna distinguere di quale popolazione si tratta. Le condizioni socio-econominche sono una variabile fondamentale, così come il sesso.

Nella nostra società invecchiano meglio le donne perché non hanno mai lavorato e dunque non vivono cambiamenti bruschi nella loro routine, anche se hanno lavorato, hanno sempre svolto un doppio ruolo di lavoratrici-casalinghe. Esse affrontano, così, l'età del pensionamento quasi come una liberazione dalle fatiche extradomestiche e affrontano con serenità maggiore degli uomini la separazione dal mondo del lavoro.Gli uomini senza il lavoro si sentono finiti, inutili e cadono spesso vittime della depressione. Forse possiamo attribuire anche a ciò il fatto che gli uomini muoiono, in media, sette anni prima delle donne hanno circa un terzo dei neuroni in più rispetto agli uomini.

La solitudine e la depressione della terza età possono avere, infatti, molte concause difficili da dipanare. Al deterioramento biologico si può accompagnare, infatti, la paura di non avere i mezzi adeguati per affrontare i problemi di salute, la constatazione che si diviene un peso economico per i figli, la morte del coniuge ecc.

Gli psicologi e i gerontologi hanno elaborato teorie diverse sull'invecchiamento, talvolta contrapposte come nel caso di Cumming et al (1961) e di Havighurst (1972). I primi sostengono infatti che la condizione ideale di potersi godere il meritato riposo dedicandosi ad attività piacevoli (teoria del disimpegno), mentre il secondo ritiene che il tono generale dell'anziano si mantiene alto fino a quando egli si sente utile e riesce a compensare con nuovi ruoli quelli perduti (teoria dell'impegno).

La morte, ovvero la finitezza

Fornari afferma che per l'uomo la rappresentazione della morte è una possibilità solo teorica, in quanto, anche se possiamo pensare alla nostra morte, non siamo in rado di considerarla un evento reale. Quella che possiamo rappresentarci è solo la morte degli altri e, in questo caso, quello che ci addolora è la separazione definitiva, l'irreversibilità dell'evento.

L'uomo si è sempre difeso dal pensiero della morte elaborando teorie e miti su una possibile vita futura. Che si tratti del paradiso o dell'Ade, o di una seconda vita attraverso la reincarnazione, non cambia il significato psicologico di queste rappresentazioni di eternità. L'amore per la vita è tanto forte che spesso neppure i malati terminali cessano di sperare o di aggrapparsi a qualche pietosa bugia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     







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