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KARL MARX (1818 - 1883)

politica


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KARL  MARX  (1818 - 1883)

Tra Hegel e Feuerbach. Nel corso dei suoi studi universitari, che si concludono nel 1841 con una tesi sulla filosofia della natura in Democrito e in Epicuro, Marx assorbe largamente gli elementi chiave dell'idealismo hegeliano per arrivare poi, nel giro di qualche anno, a una rapida (ma forse mai completa) presa di distanze. E' il pensiero di Feuerbach, l'esponente più importante della sinistra hegeliana, a favorire questo distacco e a indicargli un'altra concezione della realtà.

Il primo scritto, in cui compare  questa presa di distanza, è La critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico (1843)  dove Marx  affronta in particolare la concezione dello Stato di Hegel, ma dove c'è anche una critica più generale, che riecheggia le considerazioni di Feuerbach:  l'ideali­smo ha scambiato il rapporto fra realtà e pensiero; quando Hegel  parla dello Spirito che si fa nella storia, finisce per forzare il profilo dei fatti fino a subordinarli ad uno schema  precostituito, a un'idea,  che prende il posto del reale.   Come sostiene Feuerbach bisogna operare, allora, un capovolgimento e  partire dalla realtà anziché dal pensiero, considerando la realtà come soggetto e il pensiero come predicato e, non viceversa.



Contro la sostituzione idealistica del pensiero alla realtà, Feuerbach sosteneva una visione naturalistica dell'uomo e delle cose, che risultava anche nella sua critica al cristianesimo: Dio è un'idea  in cui l'uomo si è alienato; è da intendere come la proiezione dei desideri, delle aspirazioni, delle po 545c24f tenzialità che sono nell'uomo; Dio non è che una proiezione mentale costrui­ta dall'uomo.  Anche qui bisogna operare un rovesciamento e far capo all'uomo inteso nella sua concretezza e nella materialità del suo essere fisico e dei suoi bisogni primari.

Il materialismo feuerbachiano aiuta Marx a sottrarsi all'idealismo di Hegel, ma diviene a sua volta oggetto di critica. Gli studi economici, la prospettiva comunista, lo storicismo (cui si è addestrato sulla scorta del pensiero hegeliano), lo inducono a superare l'approccio filosofico tradizionale e a distaccarsi, con un altro passo fondamentale, dalla visione metafisica, in cui Feuerbach resta rinchiuso.

Infatti, anche se Feuerbach parla dell'uomo secondo un naturalismo a volte quasi brutale, il suo "uomo" è sempre l'uomo con la U maiuscola, l'uo­mo come essere naturale avente delle caratteristiche essenziali, uguali e co­muni a tutti gli uomini, per cui si parla di lui come dell'uomo generico, che si identifica con l'astrazione del genere umano. Feuerbach non riesce a vedere i mutamenti che la storia ha prodotto nei rapporti umani, non riesce a vedere che dietro l'uomo inteso come genere ci sono gli uomini reali inseriti in condizioni specifiche di  produzione.  Per Marx diventa  necessario abbandonare il ricorso a categorie generiche ed astratte,  per attin­gere alla realtà delle condizioni storiche e alle matrici economiche dei rapporti umani.

Il distacco da Feuerbach è segnato da uno scritto brevissimo, Le tesi su Feuerbach (1845), che sinte­tizza in tre pagine la svolta,  che  porta Marx a sottrarsi non solo alle posizioni feuerbachiane ma  all'intera tradizione metafisica.

Così, per quanto riguarda l'uomo, le differenze  emergono immediatamente (fra uomo e donna, fra schiavo e padrone, tra servo e feudatario, tra proleta­rio e capitalista) e al posto dell'essenzialismo antropologico subentra una visione storico‑sociale relativizzante e ben più empirica.  Il superamento della posizione metafisica ha effetti anche in altre direzioni.     Una di queste è il tema della natura. Secondo Marx ciò che importa non è la natura in se stessa, ma il fatto che la natura entra in relazione con l'uomo: nella misura in cui la natura viene considerata  in questo rapporto, ha anch'essa la sua storia; non è più una realtà esterna oggettiva, fissa, uguale a se stessa, retta da leggi universali,  ma  diviene storicamente ed  è sottoposta a mutamenti. Altro punto: la storia. A questo proposito c'è un ulteriore allontanamento da Hegel; con Marx, infatti, cade l'idea della storia avente la sua interna linea conduttrice, da intendere come universale matrice  di senso.  Le discontinuità sono accentuate e, soprattutto nelle opere della maturità, i grandi finalismi sono ridimensionati e pensati in funzione di ciascun periodo storico, in funzione della produzione esistente e dei relativi rapporti sociali.

Questa svolta si concreta in una delle sue opere più importanti:  L'ideologia tedesca, scritta insieme a Engels tra la fine del 1845 e l'inizio del 1846.

Il materialismo storico. L'ideologia tedesca è un'opera centrale per il pensiero di Marx, perché, scritta a conclusione dei passaggi elaborati negli anni precedenti, salda i conti sia con la cultura hegeliana, che con la sinistra di Feuerbach, di Bauer e di Stirner. Marx contrappone al loro idealismo la concezione materialistica della storia, che non coincide con il materialismo tradizionale ([1]), ma è un modo di pensare l'uomo e la realtà umana a partire dall'attivita produtti­va.

"Si possono distinguere gli uomini dagli animali, scrive Marx, per la conoscenza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciano a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza" ([2]). Siamo davanti ad una concezione dell'uomo in quanto essere che produce, ed all'idea della produzione materiale che è produzione dei mezzi di sussistenza.  L'uomo si caratterizza e si rende autonomo rispetto agli es­seri viventi nella misura in cui non soddisfa i propri bisogni staccando diretta­mente la banana dall'albero, ma costruendo dei mezzi che gli consentono di far fronte ai propri bisogni.

Marx sostiene che l'uomo, producendo i propri mezzi di sussistenza, da una parte allarga progressivamente la sfera dei propri bisogni e, dall'altra, producendo ciò che gli serve, procede anche alla propria ri­produzione, alla creazione di nuove generazioni, e procede alla produzione e alla riproduzione dei rapporti sociali in cui vive.

Utilizzando questo concetto Marx distingue il rapporto, che l'uomo imposta con la natura, da quello che imposta con gli altri uomini. Il rapporto uomo-natura vede sia l'azione che la retroazione: l'uomo con i mezzi di produzione interviene sulla natura per soddisfare i suoi bisogni e la modifica, sottoponendola ai suoi disegni; d'altra parte la natura retroagisce in quanto pone tanti condizionamenti e costringe l'uomo ad adattare i suoi interventi. In altri termini si tratta di un rapporto dialettico, che, in base al duplice condizionamento possiede un forte dinamismo, tanto più che l'uomo affronta la natura con strumenti che mutano nel tempo.  A differenza di quanto credevano i filosofi precedenti (e contro Feuerbach, in particolare)  la natura non si mantiene inalterata, ma pone condizioni, è trasformata, viene coinvolta nella storia umana.

Contemporaneamente, nell'attività materiale, accanto al rapporto uomo‑natura, si imposta il rapporto uomo‑uomo: ad ogni modo di produzione corrisponde un modo di cooperazione e di divisione del lavoro. Nel corso di sintetiche ricostruzioni storiche, Marx nota che il primo tipo di divisione del lavoro del tutto elementare è quella che si verifica nell'ambito della famiglia nel rapporto tra uomo e donna; passando a rapporti più articolati si giunge alla divisione fra il lavoro materiale ed il lavoro mentale, che si rivela di fondamentale importanza: è in questo momento che la cultura comincia a diventare qualche cosa di distaccato dalle condizioni economico‑sociali in cui si colloca e pretende di porsi come un'entità a sé stante. Con lo sviluppo dei mezzi di produzione, poi, si passa ad altre forme di divisione del lavoro: in particolare si arriva alla grande distinzione tra città e campagna e, all' interno della città, si formano le  articolazioni tra artigianato e attività commerciali; successivamente si giunge alla manifattura e all'indu­stria con divisioni, che investono le attività dell'intera nazione e finiscono per avere una portata internazionale e mondiale.

E' in questi tipi di rapporti che si forma la coscienza individuale, che non va pensata né come creazione individuale autonoma, né come qualche cosa di avulso dal processo di produzione e di riproduzione, che la società fa di se stessa: "la coscienza è dunque fin dall'inizio un prodotto sociale e tale resta fin tanto che in genere esistono gli uomini" ([3]). E, ancora per quanto riguarda la cultura, Marx mette in guardia contro l'oblio delle origini:  dalla filosofia alla letteratura, all'arte essa va interpretata in termini di produzione e collegata all'attività materiale del produrre e dei rapporti di produzione; in fondo l'apparato culturale di una determinata società serve per prolungare i rapporti esistenti in essa, confermando le convinzioni, le rappresentazioni, che presiedono alla gestione dei ruoli e ai vari  modelli di comportamento.

D'altra parte  la divisione del lavoro, secondo Marx, si presenta in stretta correlazione con la proprietà, perché in ultima analisi  la proprietà è in rapporto ai prodotti, ciò che è la divisione del lavoro in riferimento all'attività.  Si verifica, quin­di, che, come si sviluppa una divisione del lavoro che differenzia la casta sacer­dotale (il lavoro mentale) da altri strati della popolazione  (guerrieri e schiavi), così si ha una ripartizione della proprietà che diventa, però, una riparti­zione iniqua, perché gli strumenti di produzione vanno a concentrarsi nelle mani di pochi e i molti, per sopperire ai loro bisogni, devono ricorrere al lavoro salariato fatto per conto di terzi, al lavoro, in cui non si possiedono i mezzi di produzione. Dalle contraddizioni che sono presenti nell'ambito della divisione del lavoro si articolano, dunque, le contraddizioni che contrappongono classe sociale a classe socia­le: nel mondo capitalista il conflitto antagonistico tra borghesia e pro­letariato.



Dalla divisione del lavoro emerge, poi, un altro elemento: la critica dello stato in quanto configurazione dell'interesse collettivo. Se la divisione del lavoro e la proprietà dei mezzi di produzione generano le ripartizioni inique e la conflittualità tra classi, lo stato, come entità superiore,  separato dagli interessi particolari, come vuole una lunga tradizione, non è altro che una "comunità illusoria" ([4]). Così  le lotte  politiche  sono lotte illusorie, perché reali sono le lotte  che si verificano tra le clas­si e  lo stato non si sottrae alla conflittualità sociale, ma nella realtà è l'organismo che agisce in funzione degli interes­si della classe dominante.

Anche la cultura, interpretata correttamente nei suoi rapporti con la riproduzione  che una società fa di se stessa, non si sottrae all'antagonismo di classe: la cultura dominante in una certa epoca è la cultura della classe dominante e favorisce la perpetuazione del suo dominio.

Come si vede, coscienza, cultura, politica, vengono collegate alla formazione economico-sociale di una certa epoca e alle sue tensioni interne; sono ricondotte ad un insieme, che ruota attorno al dato fondamentale della produzione materiale e alla dinamica della società che produce e riproduce se stessa. Utilizzando una metafora di origine edilizia, quella della struttura e della sovrastruttura, che offre una visione per strati o per piani in profondità, Marx ritiene che in ogni epoca a livello di struttura (quindi alla base, come elementi portanti) siano da collocare le forze produttive e i rapporti di produzione, mentre lo stato,  il diritto, la morale, la religione, l'arte, la letteratura, la filosofia, siano da pensare come sovrastrutture ideologiche; sovrastrutture, che, in ogni caso, non sono determinate completamente dalla base strutturale, ma entrano in un rapporto dialettico con questa.

In questo consiste il materialismo storico. Siamo lontani dal materialismo filosofico e il termine "materialismo" probabilmente è usato da Marx per differenziarsi radicalmente dall'idealismo tedesco. Siamo lontani anche dalla storia come è praticata dallo storicismo di primo Ottocento.

Tra le tante osservazioni, che si potrebbero fare, ci limitiamo ad aggiungere un punto, importante, che illumina sul rapporto tra teoria e prassi e mostra le conseguenze innovative, che discendono da questa concezione. Marx finisce per giudicare irrilevanti le critiche di Feuerbach alla religione, che pure in un primo momento aveva apprezzato.  Alla luce del materialismo storico, le credenze, come le idee, non si combattono con altre idee, secondo i moduli tradizionali, ma si combattono scalzando le condizioni economico-sociali, che le hanno prodotte.  Al di là dell'esempio specifico, infatti, la teoria, ricondotta alle sue radici "pratiche", si scalza sul terreno della prassi. "Ci vuole forse una profonda perspicacia, si chiede retoricamente Marx, per comprendere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano anche le loro concezioni, i loro modi di vedere e le loro idee, in una parola, cambia anche la loro coscienza? " ([5]). 

Le classi sociali. Nel Manifesto del partito comunista (1848) si legge: "la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi" ([6]). I riferimenti alle lotte di classe nell'età classica o nel Medioevo non mancano, ma sono sporadici e accennati: Marx non fa lo storico; si rivolge al passato in funzione del presente, per mettere a fuoco meglio i conflitti dell'età capitalistica.

Ciò che distingue il suo pensiero dai riferimenti correnti degli altri socialisti al tema delle classi è che per Marx le classi non sono da pensare come parti della società, ma si  qualificano in riferimento al posto, che occupano nel sistema produttivo, il che permette di operare raffronti stringenti e apre il campo all'approfondimento della critica economica.

Nel modo di produzione capitalistico la borghesia è costituita da coloro che possiedono i mezzi di produzione, ovvero dai  possessori di capitale, i proletari sono coloro che sono costretti a vendere la loro forza lavoro, perché privi di mezzi di produzione autonomi per lavorare e mancano di altre forme di sostentamento. La forma specifica dello sfruttamento, cui è assoggettato il proletariato, è costituita dall'appropriazione del

plusvalore da parte del borghese: una forma completamente diversa da quelle del passato,  del tutto funzionale al sistema capitalistico ([7]) e tale da rendere il conflitto fra borghesia e proletariato un conflitto antagonistico, ovvero un conflitto che  può essere eliminato solo con la soppressione di uno dei termini. 

La collocazione precisa nell'attività produttiva è la condizione oggettiva per il formarsi della classe. Ma affinché una classe diventi tale in senso pieno è necessario una presa di coscienza, è necessario che, accanto al dato oggettivo cresca anche una consapevolezza soggettiva. Così i lavoratori dell'industria costituiranno la classe proletaria, quando avranno preso coscienza di questa loro appartenenza e del comune sfruttamento cui sono sottoposti. Il che implica, assieme alla consapevolezza della loro condizione, la percezione dell'insieme delle linee di movimento che si collegano a questa condizione.

La funzione del partito comunista è quella di avanguardia dei proletari:  per Marx,  quella parte dei lavo­ratori, che ha acquisito la coscienza di classe ed è in grado di trasmetterla agli altri, deve funzionare da avanguardia e sollecitare e illuminare tutti gli altri ([8]). Teniamo presente, comunque, che, quando Marx scrive del partito comunista, il partito è inteso come movimento di opinione. Egli non parla, dunque, di un par­tito organizzato. Sarà Lenin che nell'ambito del filone marxista svilupperà la teoria del  partito rivoluzionario organizzato. In Marx, se anche c'è questo riferimento all'avanguardia,  c'è, però, contemporaneamente, il riferimento alle masse proletarie e alla loro forza collettiva, soprattutto  quando entra in campo il tema della rivoluzione.

Infine il proletariato, come classe destinata a condurre al superamento del capitalismo, si presenta nel pensiero di Marx come classe‑non-classe. La classe proletaria, infatti, è tale nella misura in cui è nell'ambito del sistema capitalistico, nella misura in cui deve fronteggiare un'altra classe. Allorché  si sarà realizzata la rivoluzione socialista, e  si sarà instaurata una nuova società, un nuovo modo di produzione, basato sull'appropriazione sociale dei mezzi di produzione, allora il proletariato non conserverà più il carattere di classe. A quel punto il proletariato non sarà più una parte: col proletariato finirà per identifi­carsi tutta l'umanità, perché non ci saranno più né conflitti antagonistici ([9]), né  forme di sfruttamento.




Lo stato. Sul tema dello stato l'evoluzione, che troviamo negli scritti di Marx, è piuttosto tortuosa.

Partito nei primi articoli dall'idea kantiana dello stato di diritto, passa rapidamente a una visione democratica, che rovescia il primato hegeliano dello stato: il suffragio universale diventa lo strumento per ricondurre le istituzioni statali alle indicazioni che scaturiscono dalla società civile.

Ma di lì a poco, non appena comincia ad approfondire il problema della proprietà, lo stato democratico-rappresentativo gli appare sotto una nuova angolatura, quella dell'alienazione politica: le istituzioni statuali diventano il luogo della dissociazione tra sfera civile e sfera politica, dissociazione che corrisponde bene  al soggettivismo astratto della borghesia e che non può essere colmata dal diritto di voto; solo l'abolizione della proprietà privata è la condizione per  superare, assieme alle alienazioni economiche, l'alienazione politico-statuale.

Giunto poi alla concezione materialistica della storia, Marx precisa il legame tra stato e classe dominante. Egli si affianca alle concezioni più negative nei confronti dello stato e sostiene la posizione subordinata dell'organizzazione statuale rispetto alla classe dominante: lo stato agisce in funzione dei suoi interessi e  per il mantenimento  della sua supremazia ([10]).

D'altra parte per Marx, a differenza degli anarchici, anche se lo stato è luogo di lotte fittizie, la conquista del potere politico è fondamentale per il proletariato: il proletariato non può pensare di risolvere i propri conflitti con la borghesia, agendo soltanto a livello economico, dove le sue possibilità di manovra sono scarsissime.

La conquista del potere politico avviene attraverso la rivoluzione:  ne  La miseria della filosofia (1847) egli introduce  l'idea di una fase transitoria,  in cui si afferma una ditta­tura del proletariato. Essa consiste nella conquista da parte del proletariato delle istituzioni rappresentative dello stato e del­l'uso dei poteri  al di là dei limiti giuridici previsti. Gli obiettivi sono quelli di  concentrare le risorse finanziarie e del sistema produttivo per accelerare il suo sviluppo e favorire così il passaggio alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Nel Manifesto del partito comunista questi punti vengono ripresi e precisati; la dittatura del proletariato, operando per la distruzione del sistema capitalista,  pone le condizioni per l'avvento della società socialista e per il superamento del conflitto tra borghesia a proletariato; in questo ambito la funzione repressiva dello stato non avrà più senso e si delineerà la sua estinzione ([11]).

Se queste sono le linee principali del pensiero di Marx sullo stato, bisogna aggiungere che, dopo la rivoluzione del 1848, c'è qualche aggiornamento. In particolare egli prende atto degli sviluppi concreti dello stato negli ultimi decenni e scopre un crescente apparato burocratico con un grandissimo numero di funziona­ri e con la tendenza a una separazione marcata dalla realtà sociale. Sulla base di queste osservazioni riprende spazio la critica delle istituzioni, come sfera politica alienata, ma i contenuti e le conclusioni si pongono su di un terreno molto più pratico e concreto: Marx giunge all'affermazione che bisogna procedere alla distruzione della macchina statale. Quindi, non più la fine dello stato, attraverso i passaggi previsti nel Manifesto del partito co­munista, ma l'avvio della distru­zione del sistema istituzionale in contemporanea con la rivoluzione proletaria([12]).

Ne La guerra civile in Francia (1871), opera  scritta dopo l'evento della Comune, sono indicati alcuni provvedimenti (tratti da quella esperienza), che possono favorire lo smantellamento dello stato: 1) la sostituzione del popolo in armi all'esercito, inteso come corpo specia­lizzato separato dalla società; 2) la radicale modifica dei rapporti burocratici con la responsabilità dei funzionari verso il basso e le remunerazioni equiparate al salario degli operai, per evitare la loro costituzione in corpo separato; 3) la presenza, a livello di istituzioni politiche, di un organo centrale, dotato  contemporaneamente del potere legislativo ed esecutivo.

La rivoluzione. Una volta impostata la concezione materialistica della storia, la rivoluzione viene ridefinita in termini, che la differenziano molto dal significato corrente di atto insurrezionale:  anche la rivoluzione viene ad avere un lato che esula dal volontarismo dei soggetti sociali e trova le sue radici oggettive nel modo di produzione.

Secondo Marx essa ha le sue condizioni oggettive nel conflitto che si verifica  fra forze produttive e rapporti di produzioni. Premesso che, in una certa epoca, sulla base delle forze produttive si formano dei rapporti sociali e degli specifici rapporti di produzione, quando lo sviluppo delle forze produttive va avanti, l'assetto sociale, che si è costituito e che tende a perpetuarsi, diventa sempre più inadatto alle nuove condizioni e si crea una conflittualità crescente, che ha come sbocco la rivo­luzione. "Questa contraddizione fra le forze produttive e la forma di relazioni, che come abbiamo visto si è già manifestata più volte nella storia fino ad oggi senza però comprometterne la base, dovette esplodere ogni volta in una rivoluzione, assumendo in pari tempo diverse forme accessorie, come totalità di collisioni, come collisioni di diverse classi, contraddizione della coscienza, lotta ideologica, ecc., lotta politica, ecc." ([13]).

Marx afferma, dunque, che storicamente c'è un ricorrere di feno­meni rivoluzionari: ; perché si verifichi un capovolgimento profondo di tutte le condi­zioni di vita è necessario da una parte lo sviluppo delle forze produttive esisten­ti, dall'altra, la formazione di una massa rivoluzionaria. Due elementi, quindi: il grado di sviluppo delle forze produttive, il dato oggettivo, e l'azione di una massa rivoluzionaria,  il dato soggettivo. Se questi due elementi non si congiungono allora non si riesce ad avere una rivoluzione tale da modificare l'intera produzione della vita.

Il concetto di forze produttive è per Marx un concetto complesso, che si ancora su quello della produzione; in un certo paese  le forze produttive sono costituite dal grado di tecnologia raggiunto, dalle risorse naturali esistenti, dalle stesse risorse umane dei lavoratori, ed implicano anche, indirettamente, i presupposti scientifici di un certo livello tecnologico.  Nell'Ottocento il rapporto uomo‑natura si basa su un'attività produttiva, in cui le forze produttive sono le industrie, la tecnologia di base, il capitale finanziario, le forze dei lavoratori salariati, ecc., mentre i rapporti di produzione sono quelli, per cui si fronteggiano borghesia e proletariato.

In passato una forte collisione tra forze produttive e rapporti di produzione si è verificata al passaggio dalla società agricolo-feudale alla società borghese: la proprietà borghese aveva  corroso poco a poco la superiorità della proprietà  fondiaria  e i rapporti di classe fra borghesia (come classe subalterna) e l'aristocrazia (come classe do­minante) erano diventati sempre più evidenti  e sempre meno sopportabili. Di qui la Rivoluzione Francese. La rivoluzione proletaria si verificherà quando si sarà creata analoga tensione fra le forze produttive del capitalismo, in fase avanzata di sviluppo, ed il rapporto di sfruttamento fra borghesia e proletariato; quando il proletariato avrà raggiunto la sua piena maturità di soggetto collettivo rivoluzionario. 






[1]) Nel senso tradizionale erano filosofie materialistiche quelle che riducevano l'interpreta­zione della realtà ad un unico principio: il principio della materia. La storia della filosofia si è trovata di fronte a delle concezioni materialistiche, a delle concezioni spiritualistiche che, al contrario delle precedenti, riconducevano ogni realtà  allo spirito,  oppure, a delle concezioni di tipo dualistico, in cui sono copresenti materia e spirito. Il pensiero di Marx non rientra in alcuna di queste tre concezioni, perché, volontariamente,  non si pone il problema: esclude il problema del principio metafisico della realtà.             

[2]) C. Marx, F. Engels, L'ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1972, p. 8.

[3]) C. Marx, F. Engels, L'ideologia tedesca, cit., p. 21.

[4]) Ivi, p. 23.

[5]) C. Marx, F. Emgels, Manifesto del partito comunista, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 85.

[6]) Ivi, p. 55.

[7]) La forza-lavoro è venduta sul mercato dal proletario alla stregua di ogni altra merce. Dato che per Marx, come per gli economisti classici, l'unica fonte di valore è il lavoro, la situazione che si configura è la seguente: la forza-lavoro è pagata dal capitalista per la quantità di lavoro necessaria a riprodurla, ossia per quanto basta a tenere in vita il lavoratore e i suoi figli (salario di sussistenza); ma la forza-lavoro è una merce speciale, perché, oltre ad avere un valore, è in grado  di creare nuovo valore; il plusvalore è la differenza tra il valore creato dalla forza-lavoro, venduta dal proletario, e il salario con cui tale forza-lavoro è pagata. Il capitalista si appropria del plusvalore, perché economicamente è in posizione di forza, avendo la proprietà dei mezzi di produzione, e non consente al proletario di vendere la sua forza-lavoro a prezzi che si distacchino significativamente dal salario di sussistenza.

[8]) "In pratica dunque i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai, quella che sempre spinge avanti, dal punto di vista della teoria e si hanno i vantaggi per grandi masse del proletariato per il fatto che conoscono le varia­zioni, l'andamento e i risultati generali del movimento operaio" (C. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, cit., p. 76).

[9]) Previsto  il cadere della contraddizione antagonistica fra proletariato e borghesia con la vittoria del primo, Marx non si attarda in descrizioni utopiche del futuro. Nella futura società socialista viene meno l' antagonismo altrimenti irresolvibile, che sappiamo, ma ciò non significa che scompaiano tutte le altre possibili contraddizioni.

[10]) Tale supremazia non è garantita soltanto con la violenza. Può essere mantenuta e favorita in due modi: in maniera  diretta, attraverso il sistema repressivo usato contro il prole­tariato (ad esempio in occasione degli scioperi o  delle ribellioni popolari);  in maniera indiretta, ad esempio con appara­ti culturali, che propaghino idee di fraternità o di sottomissione.

[11]) Per la precisione si può aggiungere che gli apparati repressivi sono destinati a scomparire, perché divenuti inutili, mentre altri apparati con funzioni organizzative ancora necessarie saranno portati a livello  di auto-organizzazione sociale.

[12]) Questo punto si trova nel 18 brumaio di luigi Bonaparte.

[13]) C. Marx, F. Engels, L'ideologia tedesca, cit., p. 51.







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