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CRISI dell'ORDINE POLITICO MODERNO - NIETZSCHE, FREUD, BENJAMIN, CANETTI, MOSCA

politica


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CRISI dell'ORDINE POLITICO MODERNO

Gli ultimi decenni dell'800, però, vedono una grande crisi: nella riflessione di tutte le arti emerge la sensazione che qualcosa non va à forse l'idea di progresso (che aveva contraddistinto il periodo precedente) non corrisponde più a ciò che sta accadendo; forse le arti non sanno più rispondere positivamente alle domande dell'uomo.

Si svela il fatto che tutto è artificiale, si svela la realtà nichilistica che le strutture del pensiero nascondono: mancanza del senso del tutto!

Il tentativo di togliere l'uomo dallo stato di natura fallisce, evidentemente; Weber lo considererà come una gabbia d'acciaio da cui non si può uscire. L'inventore del nichilismo è Dostoevskij.

Il senso del mondo è il NULLA, che ci circonda e ci domina.

Nichilismo (per Jung) = chi non ha sperimentato su di sé il niente e non ne ha subìto la tentazione, non ha vissuto, in breve.

Tra l'800 e il '900 questo è ciò che percepisce la coscienza europea. Si comincia a criticare il positivismo, l'idea del progresso, ecc. considerate tutte menzogne.

Nietzsche è il grande filosofo del nichilismo; altre riflessioni su questo sono presenti anche in Schopenhauer e Kierkegaard, pensatori che pongono per primi l'accento sulle dinamiche irrazionali che muovono l'individuo.



Tutto ciò avviene nell'Europa di fine '800, che era "a capo del mondo". Questo accade perché  la classe emersa come classe sociale a metà '800 (proletariato/classe operaia) sta entrando nello Stato. Il Parlamento e le strutture pensati come rappresentanti della società borghese entrano in crisi perché ricevono forme di rappresentanza diverse à la classe operaia è sempre più grande e fatica a riconoscersi in quelle istituzioni.

Perciò avvengono cose come grandi riforme istituzionali, cambiamenti di governi ecc. Si sta avvicinando la vera svolta: il 1914.

"Urlo" di Munch = immagine del nichilismo di fine '800 à la libertà è diventata una ricerca disperata. L'individuo è abbandonato a se stesso; il mondo non ha senso; Dio non parla più; la rivoluzione borghese doveva far sì che l'uomo trovasse il senso di sé, ma non è successo.

NIETZSCHE

Afferma che la sua è una filosofia col martello = abbatte tutti i valori della filosofia in quanto, secondo lui, falsi e meschini.

NICHILISMO = nostra realtà; ma dal tempo dei greci ad adesso ne abbiamo avuto paura e ci siamo inventati delle "cose" per nasconderlo. È la condizione di nullità di senso che si fa strada quando le risposte tradizionali al "perché" della vita perdono la loro forza vincolante, cioè quando diventano "nulla". Ciò si verifica durante un processo storico segnato dalla progressiva perdita dei valori tradizionali (Dio, Verità, Bene) à è la storia della decadenza.

Perciò: realtà = nichilismo.

Com'è stato possibile arrivare a questo punto? Perché l'uomo all'origine ha avuto paura della sua stessa realtà e l'ha nascosta nel caos. A proposito di ciò Nietzsche tematizza la polarità tra il dionisiaco e l'apollineo (tale coppia di opposti rappresenta la chiave interpretativa dello spirito greco):

-         dionisiaco à ebbrezza, vero

-         apollineo à sogno

Finché erano in equilibrio conflittuale à la civiltà greca fu vitale, tragica.

La tragedia greca "muore" quando Euripide, Socrate e Platone impongono i propri orrori filosofici sullo spirito tragico: la filosofia si è inventata un mondo ideale e trascendente ed è percepita come "gesto difensivo" che oppone strutture e valori stabili al caos della vita. L'uomo ha ucciso il dionisiaco (tale uccisione coincide con la dottrina socratico-platonica dei 2 mondi: ideale e sensibile; quest'ultimo è la realtà umana ed è svalutato perché è una copia del mondo ideale, considerato mondo superiore) e ha preso solo l'apollineo. Da qui è iniziato il nichilismo passivo.

Metafisica, Dio e Stato sono le 3 realtà che giungono a rivelarsi come "nulla":

-         metafisica à deriva da un bisogno di sicurezza di fronte al conflitto tragico; è stata sostituita dal pensiero dialettico

-         religione à anch'essa è espressione della paura di fronte al tragico conflitto dell'essere e della vita. In particolare Nietzsche individua il Cristianesimo come religione del risentimento dei deboli verso i forti. Tale risentimento si traduce nel tentativo di sottomettere i forti con una tavola di valori opposti a quelli vitali; tale religione insegna all'uomo a dire di "no" alla vita, a comportarsi come un gregge: ai valori vitali di forza ed eroismo sostituisce quelli della sottomissione, imponendo la c.d. morale degli schiavi. Rovescia la tesi di Hegel (à la storia è storia dei servi): egli pone in evidenza, invece, la morte di Dio

-         Stato à nasce da una violenza ipocrita, insicura di sé, che si deve mascherare col diritto e con valori "alti" per dare forma alla sua immoralità organizzata.

Un ulteriore mascheramento della realtà viene dalle ideologie della sua epoca. IDEOLOGIE = falsità che sottraggono l'uomo alla sua vita reale (sono, ad es, democrazia, anarchismo, nazionalismo, sciovinismo, socialismo, ecc.). Esse coprono la realtà, cioè che POTERE = VIOLENZA à il potere sovrano è violento perché gli abbiamo dato tutto pensando si comportasse come fossimo noi. E invece.. ciccia =D !!

Le ideologie, per Nietzsche, sono i valori del mondo occidentale che stanno dimostrando la loro vera natura.

Secondo Nietzsche, però, ci troviamo in un nichilismo incompleto poiché è ancora dominato da un gran bisogno di verità, tradotto nella credenza in nuove verità ideali che sostituiscono quelle tradizionali.

In particolare la democrazia è sinonimo di mediocrità, conformismo di massa, spirito di risentimento. Democrazia = dominio delle forme di vita più basse, esito ultimo della distruzione di tutto. Date tali caratteristiche della democrazia, per Nietzsche tutte le forme di governo della sua epoca sono egualmente democratiche; ma anche le democrazie stesse sono costrette a sottomettersi al conformismo di massa, al progressivo appiattimento dell'esperienza.

Nichilismo incompleto = emergere della crisi finale della ragione occidentale, dell'evidenza del suo essere nulla. Tale evidenza può però essere vista anche come potenza, cioè come un disincantato "" alla radicale assenza di senso della vita.

Il nichilismo può, dunque, essere indice di forza o di debolezza:

-         di forza à nichilismo passivo, cioè sinonimo di declino e regresso dello spirito perché si limita a prendere atto del declino dei valori;

-         di debolezza à nichilismo attivo, segnale delle ricresciuta potenza dello spirito che si manifesta i fatto nel promuovere e accelerare il processo di distruzione; esso liquida ogni credenza in verità metafisiche.

È nell'attivo che si manifesta il riconoscimento della VOLONTÀ di POTENZA = intima essenza dell'essere.

La realtà nichilistica può essere trovata solo dal GENEALOGISTA che scava in profondità senza fermarsi all'apparenza. E sotto cmq non trova nulla.

L'origine è il nulla, non c'è nessun principio primo nella morale.

Tutto è stato costruito dall'uomo per i suoi interessi privati legati agli istinti più bassi, cioè i valori borghesi di tranquillità, serenità, 555i85f ecc.

Ciò che fa il genealogista è appunto tornare in basso, rifiutando i valori superiori di un mondo soprasensibile.

Chi compie ciò è l'UOMO REATTIVO, cioè colui che ha avuto paura, l'uomo debole governato dal senso di inadeguatezza, incapace di gesti eroici, che per sopravvivere a tutto ciò ha fondato un mondo sull'ipocrisia à perciò l'uomo ha dovuto portare il mondo al proprio livello di "merdosità".

L'annuncio della morte di Dio da parte del folle uomo è l'ultimo atto del nichilismo passivo, operato dall'uomo reattivo: il folle uomo dice che è l'uomo ad aver ucciso Dio. Quando Dio muore à la luce nel mondo è spenta ("È notte, sempre più notte") ed è proprio questa la situazione in cui, secondo Nietzsche, viviamo.

Siamo noi, per Nietzsche, gli uomini reattivi, gli uomini peggiori, che uccidono Dio e ridacchiano à questa è la meschinità del nichilismo.

Perché l'ipotesi nichilistica si compia è necessario, però, pensare il nichilismo come esistenza senza senso e senza scopo, ma inevitabilmente ritornante à l'ETERNO RITORNO. Dunque la forma estrema del nichilismo è il nulla (la "mancanza di senso") eterno. Tale dottrina riprende la concezione arcaica del tempo ciclico, in contrapposizione alla rappresentazione cristiana di uno sviluppo lineare del tempo, con un inizio e una fine. Ma il significato prevalente della dottrina dell'eterno ritorno è legato alla sua dimensione di scelta: decidere l'eterno ritorno significa che solo ciò che ha sufficiente potenza affermativa merita di ripetersi. Con l'eterno ritorno Nietzsche indica il passaggio tra l'uomo che dice "no" alla vita e l'uomo che ha imparato a dire "sì", a volere che il tempo sia un presente che eternamente ritorna.

Morte di Dio à esigenza di trovarne un sostituto; esso deve essere un individuo moderno, che si è inventato il proprio mondo, i propri valori, ecc. L'individuo moderno è reale, massificato, gregge, incapace di azione, incapace di gesti eroici, che si accontenta delle comodità, non vuole più fare fatica. Tale uomo è capace solo di gesti nichilistici (come l'uccisone di Dio: gesto insensato perché spegnendo Dio l'uomo spegne se stesso). Il Dio di Nietzsche è il principio superiore, non è il Dio cristiano.

Dunque, colui che è in grado di dire "sì" alla vita è l'OLTRE-UOMO (Übermensch) = un nuovo tipo di uomo che ha "superato" l'uomo tradizionale perché ne ha abbandonato gli atteggiamenti, le credenze e i valori. È l'eccezione superiore che si oppone al "gregge" degli inferiori.

VOLONTÀ di POTENZA = volontà redentrice. Si identifica col modo di essere dell'oltre-uomo e con l'essenza dell'eterno ritorno. Vita = volontà di potenza, perché è il continuo, necessario superamento di se stessa.

La sua è un'analisi impolitica della politica: rifiuta il "valore" stesso della politica, così come rifiuta quello della religione o della metafisica. Ma nonostante ciò, Nietzsche è di decisiva importanza per il pensiero filosofico-politico del '900 grazie alle idee di: decisionismo, pensiero dell'impolitico, potenza e libertà, critica della modernità e della ragione strumentale, critica dell'individualismo e delle masse, tensione ad una nuova umanità.

FREUD

(pg. 116 "Potere")

Nel 1913 scrive "Totem e tabù" dove racconta da dove viene l'uomo.

La storia racconta del padre dell'orda selvaggia e originaria, il quale aveva per sé tutte le donne. I suoi figli, spinti dalla pulsione libidica del desiderio d'"amore", lo uccidono perché, appunto, volevano tutte le donne per sé à in ciò Freud rinviene molte caratteristiche del pot. pol. moderno: quando il padre viene ucciso, i figli non hanno più un'autorità che li governi e perdono il loro fondamento, cioè l'origine. Tale uccisione rappresenta la legittimità di ciò che i figli faranno in seguito. Il potere del sovrano non deriva da nulla: la legittimità sta nell'assenza dell'origine. Tale c.d. PASTO TOTEMICO (dei figli verso il padre, visto che se lo mangiano) segna l'inizio dell'organizzazione della società, della religione, ecc. Dimostra che il potere è collegato alle pulsioni originarie: έρος e θάνατος.

Ambivalenza nel pot. pol. moderno:

-         tendenza all'unione (i fratelli si coalizzano VS il padre) ma c'è il rischio che se non ci crediamo più, tale unione fallisce;

-         tendenza alla separazione (dopo l'uccisione del padre, con la quale perdono il fondamento).

I 2 tabù del totemismo sono: risparmio dell'animale totemico e divieto d'incesto à il primo "unisce" i fratelli, nel senso che essi si erano uniti per uccidere il padre ma erano poi anche tutti d'accordo nel dichiarare proibita l'uccisione del sostituto paterno (totem); il secondo, invece, non unisce i fratelli, ma, in quanto maschi, li divide, poiché ognuno si reputa rivale dell'altro rispetto alle donne. Tale divieto fu eretto perché, non essendoci più alcuna autorità per i fratelli (padre), così tutti rinunciavano alle donne.

Potere moderno è aggressivo; allo stesso tempo introietta la scienza come senso di colpa, ma ormai i fratelli non ci possono più far niente: liberandosi del padre che aveva tutte le donne tale "comando" viene talmente introiettato che si trasforma in un tabù, quello dell'incesto.

Il pasto totemico fu forse la prima festa dell'umanità; sottolinea l'importanza delle celebrazioni, dei rituali, per rinsaldare il legame col potere politico à ruolo del totem: ricordare tutti i suoi comandi e costruire, di conseguenza, i vari tabù à il DIRITTO ha un forte legame con la MORALITÀ.

Tra il 1921 e il 1922 scrive "Disagio della civiltà": dal potere dell'origine non ci si libera mai del tutto.

La genesi di quel potere non è razionale, ma deriva da un parricidio. Tutte le organizzazioni sociali, di conseguenza, non hanno funzionamento razionale à POTERE = fatto simbolico (v. totem = ricordo del padre ucciso).

Violenza e senso di colpa = pulsioni che dominano la vita moderna. Ma è una situazione da cui non si esce L ..

BENJAMIN

È un tedesco ebreo che vive negli stessi anni di Freud. Appartiene alla Scuola di Francoforte.

Con l'avvento del nazismo sarà costretto all'esilio; prima va a Parigi poi gli arriva il visto per gli USA; tenta di andare verso la Spagna ma ha la Gestapo che lo segue e, più che finire in un lager, si suicida.

Egli insiste sul tema dell'immediatezza della Redenzione = mobilitazione creativa e distruttiva in grado di far saltare le gerarchie di potere tra vincitori e vinti.

La violenza ha il ruolo dominante non solo per istituire il potere, ma anche per stabilire/garantire il diritto à origine del diritto è violenta, non un accordo pacifico. La violenza, presentandosi come diritto, attribuisce ruoli e gerarchie a vincitori e vinti à violenza = al diritto.

(pg. 120 "Potere")

Il diritto, nonostante l'origine violenta, serve a pacificare in quanto conserva il ricordo della violenza originaria.

POTERE = convertitore della violenza in diritto, è il principio di ogni diritto mitico. La prima cosa che fa quando si costituisce è fissare i confini (dentro gli amici à no violenza; fuori i nemici à violenza).

La sua è una filosofia della storia della violenza. La violenza della storia è stata la rivolta umana VS la originaria violenza divina: la creazione del mondo.

Contro questa violenza, il pensiero ebraico secolarizza al problema che Adamo si è staccato da Dio. C'è la continua colpa che Dio non è ancora venuto a sanare à ύβρις di Adamo.

Per Benjamin, per arrestare tale corso della filosofia della storia della violenza ci vuole un altro atto di violenza divina à una rivoluzione. La sua è l'utopia di una rivoluzione anarchica capace di distruggere il presente e trovare un'immediatezza politica teologicamente fondata, capace di opporsi al decisionismo "ingiusto" che Benjamin scorge all'origine della politica.

Il suo tentativo è di far emergere la tradizione dei vinti, dando Giustizia alle loro ragioni.

Lettura Benjamin ≠ Lettura Hegel:

-         Hegel: storia = tribunale del mondo;

-         Benjamin: non è la storia a giudicare il mondo ma uomini = giudici della storia.

Il problema di Benjamin è sovvertire la storia (attraverso una rivoluzione) à secolarizzazione della venuta del Messia.

La potenza rivoluzionaria può sprigionare dai vinti (massacrati da tale violenza) in ogni momento.

Concezione del tempo: discontinuità (per sovvertire la concezione della storia). Storia e politica sono segnate dal dominio.

CANETTI

 "Massa e Potere": problemi del '900 legati ai totalitarismi + democrazie di massa.

POTERE = potere omicida, è qualcosa che stabilisce un nesso originario con la morte (v. Nietzsche: l'uomo è diverso dagli animali perché sa che deve morire).

Tutti rispettano colui che detiene il potere perché appare come un sopravvissuto dalla strage fatta dalla morte. Chi vince è colui che sopravvive.

Il potere, dunque, non è solo esercizio della forza ma ha un plusvalore simbolico, dimostrato nel rapporto tra gatto e topo: il gatto prima "gioca" col topo, lo uccide dopo. Quando il gatto afferra il topo, il topo non può più scappare. Questo è ciò che fa il potere con chi gli è sottoposto; poi alla fine glielo mette in culo! Il plusvalore simbolico, dunque, è la possibilità che il potere ha di "giocare" con chi vi è soggetto, farlo credere libero dal potere e concedere illusoriamente spazi di movimento.

Il potere ha bisogno di manifestazioni rituali, di esercitare violenza.

L'immagine che usa Canetti, come più propria del potere, è quella del carcere = invenzione dello Stato moderno per costruire, organizzare e gestire le strutture detentive. La speranza del prigioniero è tornare libero e il potere gioca su questo, è "cattivo"!! Siamo addomesticati al potere, ne abbiamo quasi un'abitudine volontaria. A tale domesticazione del comando si è giunti attraverso una sorta di corruzione: la domesticazione del comando, infatti, si vale di una promessa di nutrimento e in tal modo educa ad una sorta di prigionia volontaria. Nonostante ciò, comunque, continua ad essere presente, nel comando, la minaccia e le sanzioni per la disobbedienza.

Canetti crede che, tutto sommato, le masse abbiano le stesse caratteristiche di fondo del potere:

-         tendono a crescere

-         tendono a far di tutto per durare

-         impulso, tipico de potere, alla distruzione.

Canetti è definito impolitico perché rifiuta la politica in quanto tale.

ELITISTI

TEORIA delle ÉLITE: vuole spiegare scientificamente il fatto che in tutte le organizzazioni sociali un numero ristretto di persone finisce per concentrare nelle proprie mani la maggior parte delle risorse potestative.

Inoltre essi, per primi, individuano il ruolo centrale che assume pian piano l'IDEOLOGIA = esigenza di legittimazione per la politica.

I principali elitista sono Mosca, Pareto e Michels.

(pg. 94 "Potere")

MOSCA

Per lui la classe dei governanti domina la classe più numerosa (lavoratori) per mantenere se stessa. Ciò accade, per lui, in tutti i regimi politici.

POTERE = espressione del volere e degli interessi di una minoranza omogenea organizzata che si impone su una maggioranza frammentata. Secondo Mosca, tutti i governi consistono in una minoranza omogenea e solidale che si impone su una maggioranza divisa e frammentata.

Per lui, dunque, la storia è storia di lotte fra classi politiche ("lotta" perché ci sarà sempre una classe politica che vorrà sostituire quella vigente).

CLASSE POLITICA = gruppo dei governanti; gruppo di persone che in vari modi sono riuscite ad accreditarsi presso la maggioranza come classe guida.

Per imporsi sulla maggioranza, la classe politica è capace di legittimare il proprio potere sulla base della formula politica: il potere cerca sempre il consenso, che si fonda su principi astratti chiamati, da Mosca, formula politica; noi le chiamiamo ideologie.

Mosca individua  una regolarità storica à storia politica dell'umanità come scontro tra 2 tendenze opposte:

-         tendenza democratica à quando prevale, la classe politica esistente viene rinnovata con individui collocati originariamente ai gradi inferiori della piramide sociale;

-         tendenza aristocratica à quando prevale, si giunge inevitabilmente allo scontro tra classe al potere e classe che ne è esclusa. A seconda dell'esito del conflitto, si può avere un rinnovamento nella classe politica o rinnovamento della classe politica.

Tali due tendenze spiegano l'esistenza di una varietà di formule politiche.

Mosca individua 2 tipi di forme politiche:

1.      la classe politica rinvia la legittimazione del potere e costruisce il consenso su un principio sovrannaturale, cioè il potere del sovrano deriva da Dio;

2.      si riferisce alla ragione; classicamente tale formula politica legittima le democrazie; sovranità popolare è l'ideologia politica in questione.

L'élite che governa la democrazia è stata la più capace di imporsi sugli altri e ottenere il consenso.

Il riferimento alla ragione, però, può anche essere negativo in quanto ha dato vita anche a forme politiche irrazionali (v. nazismo, che fonda il suo consenso su un'affermazione razziale).

(pg. 95 "Potere")

Alternanza democratica = alternanza di élite al potere.

4 tipi ideali di organizzazione politica:

1)      aristocratico-aristocratico à si trasmette in modo aristocratico ed è esercitato in modo aristocratico. La stabilità del potere sta nella gerarchizzazione che ha al culmine un'autorità;

2)      aristocratico-liberale à la stabilità del potere c'è, ma è unita ad una qualche forma di partecipazione politica;

3)      autocratico-democratico (v. regime sovietico) à il potere non è sempre nelle mani della stessa classe politica ma c'è un rinnovamento; il potere è esercitato in maniera gerarchica;

4)      liberale-democratico à tutti possono aspirare a diventare classi politiche; ci sono forme effettive di partecipazione politica.

PARETO

Analizza le disuguaglianze presenti nella società, percepite da lui come "naturali". Tali disuguaglianze sono dovute alla diversa distribuzione delle risorse che è avvenuta tra i membri della società:

-         i gradi alti della società sono occupati da coloro che massimizzano le risorse, che sono dotati di capacità superiori à "classe eletta";

-         i gradi bassi della gerarchia sono occupati dalla maggior parte della popolazione, che costituiscono lo strato inferiore, non eletto à governati.

In base al modo in cui avviene il ricambio delle posizioni di potere tra l'una e l'altra classe, avremo una società stabile o in declino. Tale ricambio è chiamato da Pareto "circolazione delle élite" e può avvenire in 2 modi:

-         spostamenti orizzontali all'interno della classe eletta

-         dimensione verticale che favorisce sia l'innalzamento degli individui meritevoli appartenenti alla classe inferiore, sia il declassamento di quelli che non hanno energia o qualità per restare a far parte dell'élite.

Per capire come sono composte le élite, Pareto si serve della teoria dei "residui": residuo = parte costante dell'azione sociale e politica che indica la manifestazione degli istinti e dei sentimenti e che rappresenta la struttura più profonda ed espressiva dell'agire umano.

Individua 6 classi di residui, ma si concentra su 2 in particolare:

1.      classe I: definita "istinto delle combinazioni"; indica la propensione al cambiamento; le élite saranno aperte, tolleranti, progressiste;

2.      classe II: definita "persistenza degli aggregati"; indica al tendenza alla conservazione; le élite saranno chiuse, autoritarie, tradizionalistiche, di ispirazione patriottica o nazionalistica.

 

Per legittimare il proprio potere, la classe governante deve servirsi anche delle "derivazioni" = parte dell'azione che serve per spiegare, giustificare, dimostrare. Servono ad attribuire al proprio agire l'apparenza di un'oggettiva necessità sociale.

La classe eletta di governo e la circolazione delle élite possono essere ricondotte a 4 campi:

-         politico

-         economico

-         intellettuale

-         di governo.

In ciascuno si produce un'élite differenziabile in 2 sottogruppi, a seconda che prevalga l'istinto delle combinazioni o la persistenza degli aggregati.

Egli distingue, infatti, 2 diversi tipi di società:

1)      a dominare sono gli individui di residui di classe I à l'élite politica si ispira al perseguimento di interessi materiali, fa ricorso all'astuzia e alla frode; economia di tipo mercantile e imprenditoriale; cultura caratterizzata dal dubbio e dallo scetticismo;

2)      a dominare sono gli individui di residui di classe II à l'élite politica è formata da idealisti; politiche basate sull'uso della forza; economia basata su rendita e risparmio; cultura dogmatica e religiosa.

Il cambiamento politico dipende dal modo in cui avviene il passaggio dalla classe eletta non di governo alla classe eletta di governo: quando una società riesce a garantire una regolare immissione di individui dagli strati inferiori ai livelli superiori della classe eletta, l'equilibrio dinamico del sistema è assicurato; se tale processo si interrompe à equilibrio viene meno à impossibilità di mutamenti controllati à rottura radicale dell'equilibrio sociale (valore principale per Pareto).

MICHELS

Dimostrazione dell'esistenza di un'élite di potere anche nelle organizzazioni umane a base volontaria e fondate sull'uguaglianza formale degli associati (v. partiti di ispirazione socialista).

Per lui, ogni organizzazione richiede la presenza di un leader che gestisca il processo decisionale. La tendenza elitaria viene attribuita alla necessità di competenze professionali per gestire i vari problemi che si presentano di solito nelle attività cooperative.

L'organizzazione è all'origine del predominio degli eletti sugli elettori, dei delegati sui deleganti, ecc. Per lui l'oligarchia è una conseguenza delle dinamiche organizzative stesse. In base a ciò egli formula la c.d. "legge ferrea dell'oligarchia" = chi dice democrazia dice organizzazione; chi dice organizzazione dice oligarchia; chi dice democrazia dice oligarchia.

Anche qui, come in Mosca, l'elitismo trova un compromesso con il pluralismo, visto che la democrazia viene concepita come competizione tra oligarchie; essa, infatti, permette a partiti concorrenti di affrontarsi nella competizione elettorale.

SVILUPPI dell'ELITISMO

Principali continuatori di tale "corrente" sono Ortega y Gasset, Lasswell, Burnham, Mannheim, Schumpeter:

-         Ortega y Gasset (spagnolo) à fonte del progresso sociale è l'azione creativa di élite intellettuali che operano sulle masse interpretandone le esigenze per adeguarle alla gerarchia delle funzioni sociali che è il requisito necessario all'esistenza delle società umane. La massa per lui esiste solo per essere guidata, influenzata, rappresentata, organizzata. Ogni società consta di un sistema gerarchico di funzioni da cui deriva una gerarchia di potere che divide la società in dominanti e dominati.

-         Lasswell (americano) à élite = insieme di persone che si trovano nelle posizioni più alte nella gerarchia dei valori. I valori rappresentativi sono: sicurezza, reddito, deferenza. Coloro che ottengono la maggior parte dei valori sono l'élite, gli altri fanno parte della massa. Per lui, a differenza di Pareto, i membri dell'élite non hanno tutti lo stesso peso politico: egli avvia un programma di ricerca su classificazione delle élite e su forme organizzative (democrazia o dittatura, accentramento o decentramento, obbedienza o autonomia, concentrazione o divisione, pregiudizio e oggettività) di cui le élite si servono per conquistare o conservare il predominio.

-         Burnham (americano) à identifica (come Mosca, Pareto e Michels) la politica col conflitto tra gruppi organizzati in vista del potere. Novità che introduce: individuazione di una tendenza, comune alla società del capitalismo americano e a quella del socialismo sovietico, verso una società tecno-burocratica contraddistinta dall'affermazione dei manager come élite dominante; il loro predominio si fonda sulla proprietà statale dei principali strumenti di produzione. L'imporsi di una tecnocrazia che controlla lo Stato e l'economia, spodesta la sovranità del Parlamento e degli organi rappresentativi. Tale sovranità verrà localizzata in enti, consigli, ecc. fino ad abolire la democrazia in nuove forme di dittatura.

-         Mannheim (tedesco) à mentre Burnham si concentra sui dirigenti tecnici e amministrativi, Mannheim si focalizza (all'interno della sua "sociologia della conoscenza") sui leader morali, religiosi e intellettuali, spostando l'attenzione, cioè, sulle élite intellettuali. Esse hanno, per lui, la funzione di esaltare le energie psichiche che la società, nella lotta quotidiana per l'esistenza, non esaurisce completamente; in più comprendono le minoranze che favoriscono la conoscenza, la contemplazione e la riflessione.



-         Schumpeter (austriaco) à concezione puramente procedurale della democrazia; a differenza degli elitisti classici, non vuole demolire i "miti" della democrazia; la sua teoria è una teoria realistica, cioè capace di descrivere i sistemi politici caratterizzati dalla concorrenza e dall'alternarsi di gruppi di leadership al potere considerati ordinariamente come democrazie. Egli definisce la democrazia nel seguente modo: "accorgimento istituzionale per arrivare a decisioni politiche nel quale alcune persone acquistano il potere di decidere mediante una lotta competitiva per il voto popolare" à la sua è una democrazia fondata sulla scelta (compiuta dalle differenti volontà particolari) di una leadership il cui compito è quello di definire la forma complessiva dell'agire politico di una collettività.

burocrazia

(razionalità amministrativa)

 
WEBER


mobilitazione rivoluzionaria

(politischer Verband)

 

guida politica (Führerprinzip)

 

≠ da mediazione

 
RAPPORTO società democratica - carisma - macchina                                

DEMOCRAZIA dei CAPI                        (Führerdemokratie)                                                                                                                                                                                            

Le nuove scoperte scientifiche del '900 fanno capo al suo concetto di AVALUTATIVITÀ = non producono conoscenza sulla base di giudizi di valore, ma spiegano i fenomeni attraverso giudizi di fatto. Da qui deriva l'obiettività del giudizio storico; per Weber la relazione al valore deve rimanere come possibilità orientante della conoscenza oggettiva della storia.

CAPITALISMO = potenza sovversiva e nichilistica che pone le basi per il dilagare nelle campagne dell'"odio di classe". È anche una potenza oggettiva, destinata a dominare presente e futuro, e alla quale non sarà possibile sottrarsi.

Allo stesso tempo acquisisce sempre più risalto la domanda di fondo sul soggetto, cioè sul "tipo umano" che sta all'origine dello sviluppo capitalistico.

Oggettività della sua analisi è la peculiarità del processo di razionalizzazione giuridico-politica che la modernità ha compiuto (tramite le tecniche scientifiche).

POTERE = rapporto formale di comando-obbedienza (è il processo di razionalizzazione).

"La scienza come professione" à DISINCANTAMENTO del MONDO, prodotto dalla modernità e dalle scienze; mentre il selvaggio conosceva bene gli utensili che usava, noi non sappiamo come funzionano gli strumenti tecnici che usiamo ogni giorno; nonostante ciò, noi abbiamo la percezione di dominare il mondo.

La modernità ha abbassato la soglia di conoscenza. Il selvaggio, per i fenomeni che non riusciva a spiegarsi, ricorreva a spiegazioni magiche, divine; viveva in un mondo incantato. L'uomo moderno vive in un mondo disincantato perché ha la ragione (rivoluzione copernicana di Cartesio à mettere al centro la ragione umana).

Coscienza o fede bastano alla ragione per volere/potere qualsiasi cosa à basta volere per potere (ß fede moderna, disincantata). Liberarsi dall'incanto ha portato la libertà all'uomo moderno.

Come nasce il disincantamento? Dal calvinismo ("L'etica protestante e lo spirito del capitalismo", scritta in polemica contro l'ortodossia marxista di Kautsky) che è la chiesa protestante che rifiuta ogni autorità esterna.

Il calvinismo riconosce l'autorità solo scelta da sé, da ognuno per sé; pensa ad un mondo a totale disposizione dell'uomo perché è completamente libero per cui è uno dei slavati da Dio.

La dottrina calvinista della predestinazione avrebbe originato il bisogno psicologico di trovare conferme della propria elezione à questo avrebbe poi provocato la condotta di vita metodica e razionale funzionale all'affermarsi del tipo d'uomo capitalistico, cioè ha portato alla ricerca del profitto come manifestazione del successo.

Si tratta della c.d. "ascesi intramondana": il calvinismo, infatti, prevede una fuga ascetica dalla realtà, col rifiuto di stare con coloro che non sono i giusti, cioè gli eletti, i salvati. Tale idea teologica viene razionalizzata e porta alla necessità di vedere la relazione della comunità dei santi con Dio; se secolarizziamo rimane il rapporto tra i salvati. Rifiuto del mondo    à            relazione fra i salvati.

Da tale relazione iniziano i progetti di soggettivizzazione che daranno luogo all'individuo moderno (pensato come naturalmente libero). La manifestazione della libertà del non essere più soggetti all'incanto del mondo = pieno sviluppo delle capacità lavorative in quanto si è liberi di manifestare se stessi.

Quindi alle origini del capitalismo Weber pone la costituzione di una forma specifica di soggettività capace di dare un senso ad una vita terrena che ormai non è più l'ambito in cui ci si merita la salvezza attraverso le opere: diversamente dal cattolicesimo, il protestantesimo pone il baricentro dell'agire del credente dall'oggettività delle opere e dei sacramenti  alla soggettività della coscienza, nella quale opera la Grazia.

Tutto ciò è dunque inquadrato in uno schema che vede la storia dell'Occidente come processo di razionalizzazione e disincantamento del mondo.

Ma la soggettività borghese presente all'inizio del processo di razionalizzazione viene progressivamente inglobata e poi nullificata dal capitalismo, che si cristallizza in relazioni sociali coattive che si impongono al soggetto con la forza della loro oggettività e lo imprigionano in una c.d. "gabbia d'acciaio".

Origine dello Stato moderno: a-razionale; riscontrata nel gruppo politico (politischer Verband). Secondo Weber l'origine dello Stato moderno sta nei comuni italiani (= nucleo della statualità moderna): essi rappresentarono il tentativo di un territorio di istituirsi e governarsi in autonomia. L'origine dello Stato dunque sta in una manifestazione di forza.

STATO MODERNO = comunità politica che all'interno di un determinato territorio conquista il monopolio dell'uso legittimo della forza fisica = MONOPOLIO della VIOLENZA LEGITTIMA.

POLITICA = esercizio di dominio e di forza; obbedienza ad un comando.

Weber rifiuta il nesso costitutivo fra soggetto che istituisce la forma Stato (contratto) e il manifestarsi dello Stato attraverso le leggi (che sono un'oggettività giuridica).

Legittimità sovranità = deriva dal fatto che si manifesta attraverso forme giuridiche. Sta nella rivoluzione, nel politischer Verband.

Il problema della politica moderna è se il potere sia legittimo o no: siccome il potere è legittimo quando è legale à LEGITTIMITÀ del POTERE è identificata con la sua LEGALITÀ.

Individua 3 tipi di potere legittimo:

1.      tradizionale à fonda la sua legittimità sulla convinzione che chi lo esercita derivi la propria autorità dal carattere sacro delle tradizioni valide da sempre; la massima espressione della legittimità, in questo caso, è il monarca; chi obbedisce sono i sudditi;

2.      razionale-legale à la legittimità deriva dalla credenza nella legalità di ordinamenti statuiti e di procedure; chi obbedisce sono i cittadini;

3.      carismatico à legittimità consiste nel riconoscimento del carattere "straordinario" di un capo, che può essere un profeta o un moderno capo-partito; il κάρισμα è qualcosa in più che uno ha rispetto agli altri (nella tradizione teologica è l'impronta di Dio su qualcuno; è lo Spirito Santo). Nel calvinismo il fatto di essere "trafitti" da Dio permette la distinzione tra salvati e non. Sussiste in virtù di una dedizione al Signore. Lo sono gli eroi guerrieri, i grandi demagoghi, i profeti. Potere carismatico = potere del capo (Führerprinzip); il carismatico viene obbedito finché ha queste qualità, cioè finché ha il suo carisma; poi verrà sostituito da un altro.

(pg. 102 "Potere")

Il potere può funzionare solo attraverso la legittimazione. Essa è connessa con la struttura sociologica dell'apparato di potere; quindi, ci sono 3 corrispondenti diverse organizzazioni.

Il problema dello Stato tedesco, per Weber, è che è stato ridotto ad una macchina burocratica che funziona solo per comando burocratico mentre, in realtà, ha perso la propria capacità politica, cioè ha dimostrato un grave deficit di carisma à tecnicizzazione assoluta della politica, cioè incapacità di azione politica. La tecnica diventa una minacciosa struttura oggettiva.

Sia l'imprenditore, che l'uomo politico, che l'intellettuale si trovano, ora, ad operare in un contesto di crescente burocratizzazione della ricerca e specializzazione delle discipline scientifiche che metteva a dura prova la loro capacità di tenere sotto controllo il senso del suo sapere.

Valore politico decisivo per Weber è lo Stato nazionale, a cui l'economia deve essere subordinata. L'affermazione del capitalismo nelle campagne apre il problema di un rinnovamento della classe dirigente che deve guidare la Germania nello sviluppo capitalistico che costituisce la necessità di "un grande lavoro di educazione politica" per porre la borghesia tedesca in condizione di uscire dalla sua storica condizione di "minorità" e di candidarsi ad assumere la guida del paese.

Successivamente Weber concentrerà le sue attenzioni sui movimenti interni al proletariato tedesco, compresa la socialdemocrazia, partito che le retoriche dominanti continuavano a confinare tra i nemici del Reich.

La convinzione dell'unificazione sociale della nazione coincide per forza con la rimozione degli ostacoli alla democratizzazione interna del paese e col coinvolgimento della socialdemocrazia in responsabilità di governo.

Il problema che si pone è di individuare le forme costituzionali in cui è possibile il governo della democratizzazione.

Weber si schiera a favore dell'attuazione di una riforma costituzionale che sancisca la dipendenza del governo dal Parlamento à centralità politica del Parlamento, la quale sta nel costituire l'arena in cui i capi-partito si possono scontrare in una lotta per la conquista della leadership. Il Parlamento, però, nei momenti di grave crisi non deve funzionare (se si dà il comando politico alla burocrazia, quando questo non è il compito della burocrazia à la macchina perfetta crolla).

Il PARLAMENTO è diventato un luogo notarile, il luogo della trasformazione di tante volontà particolari in una sola. È il luogo del conflitto, è come una palestra, dove avviene la selezione dei capi politici.

POLITEISMO dei VALORI = lotta fra diverse e irriducibili posizioni ideali, razionalmente non fondabili.

La forma politica necessaria è una democrazia dei capi, come FG che sappia mettere in rapporto gli elementi che si costituiscono nella modernità. Tale democrazia si fonda sulle pulsioni della società democratica (rivoluzioni), sul carisma (ricordo/manifestazione dell'originaria mobilitazione da cui veniamo) che dà la guida politica (Führerprinzip) e sulla macchina (la burocrazia è la "cinghia di trasmissione" del comando, non è il comando).

Ma il problema è che lo Stato tedesco non è democratico per cui implode!!

Weber è un ircocervo: tenta di conciliare il modello razionalistico dello Stato e il modello dialettico. Egli pensa di potersi fondare sul carisma per fondare la democrazia, perché ha fiducia nella politica e nel ruolo del politico.

La politica è diventata una professione ma chi fa politica ha 2 etiche:

1.      etica della responsabilità à capacità di tenere sempre presenti le conseguenze delle proprie scelte;

2.      etica della convinzione à dedizione alla causa.

Per porre un freno alla radicalizzazione socialista della rivoluzione Weber traduce in senso carismatico l'elemento rivoluzionario della politica e propone una democrazia parlamentare in cui il PdR realizzi una nuova "democrazia dei capi".

Per descrivere il dirigente politico a cui pensa, Weber usa il termine di Beruf = vocazione per fare politica à politica = duro e tenace percorso di superamento di dure difficoltà.

Weber esprime la speranza di superare la condizione di "gabbia d'acciaio".

SCHMITT

È un pensatore politico, è un giurista del 3° Reich. Fa parte di coloro che furono processati e condannati al processo di Norimberga. Si ritirerà a vita privata e morirà negli anni '80.

È critico nei confronti di:

-         liberalismo (perché l'idea di fondo, qui, è che un ordine politico stabile ha origine dal singolo individuo);

-         pensiero giuridico (perché l'idea di fondo è che la politica sia riducibile al sistema delle norme giuridiche poste dallo Stato).

Il suo pensiero è riassumibile in queste proposizioni:

-         la politica va oltre l'individuo e la sua ragione: non è libertà ma destino;

-         la politica va oltre il diritto e la sua normatività: non è legge ma decisione;

-         l'ordine politico è necessario e va creato a partire dal disordine, con la decisione del singolo o con la rivoluzione o con il potere costituente dal popolo;

-         ordine politico può sussistere efficacemente solo se conserva al proprio interno il disordine, la violenza, da cui ha avuto origine;

-         il tentativo moderno di evitare l'origine non razionale della politica, di razionalizzarla, produce un mondo "tecnico" non privo di conflitti, ma privo della capacità di comprenderli e affrontarli.

(pg. 135 "Potere") à "Sovrano è chi decide sul caso di eccezione" à sovranità = decisione (usata in senso etimologico: dal latino 'caedo' = 'tagliare').

La decisione per eccellenza è quella politica; l'unico che può prenderla è il sovrano. È un atto creativo che pone in essere un'organizzazione politica dal nulla (in quanto prima della decisione politica non c'è nulla).

POLITICA = eccezione à il momento della politica è un momento eccezionale e richiede, in quanto tale, una decisione eccezionale (= istituzione di un'organizzazione politica).

L'eccezione è quella che caratterizza l'età moderna, la quale ha realizzato la politica in assenza di fondamenta; perciò, senza fondamenta, il fatto di costruire qualcosa risulta eccezionale.

Concetti teologici secolarizzati (nonostante sia un cattolico) à modernità = tentativo, davanti alla percezione del nulla, di costruire ugualmente un ordine, quello capace di neutralizzare razionalmente il conflitto.

La razionalità della Chiesa cattolica riesce a far coesistere sotto la sua autorità aspetti del reale anche in contraddizione fra loro; al contrario, la modernità cerca, fallendo, di costruire l'ordine politico attraverso la rappresentanza di singoli dotati di diritti e interessi particolari che il dialogo razionale, in Parlamento, dovrebbe rendere universali.

TECNICA = massima espressione di calcolo razionale umano; si corre, però, il rischio che tali macchine arrivino a dominare l'uomo. Non sempre la tecnica produce miglioramenti per la vita umana: tale idea si fa strada soprattutto dopo la Grande Guerra.

La tecnica, però, non produce alcuna forma: è il problema dell'epoca moderna perché le ideologie dell'800 e del '900 si sono dimenticate che la realtà è il conflitto, facendo finta di nulla. L'hanno occultato facendo pensare che gli uomini vivano in pace. Per le ideologie la politica funziona se si sa amministrare. Ma non è quella la funzione del sovrano à la politica funziona come se la propria origine non fosse conflittuale, ma così non va.

Il POLITICO = (in tedesco Das Politisch) non è un soggetto ma la contrapposizione fra amico e nemico. Tale conflitto è all'origine della politica. Ciò significa che l'origine della politica è polemica (πόλεμος = guerra) à il potere politico è l'unico capace di prendere una decisione su tale guerra e di discriminare chi sono gli amici e chi i nemici. [Da un punto di vista interno, tale contrapposizione si identifica con la guerra civile].

Parlando di amico/nemico non si intendono inimicizie private (inimicus) ma pubbliche, cioè il nemico dello Stato (hostis).

Schmitt condivide l'idea weberiana secondo cui il Parlamento è un agone in cui si impara a confliggere; ma dall'origine polemica deriva la decisione concreta, reale, un vero atto politico, orientata a neutralizzare il conflitto. A quel punto si istituisce lo Stato.

Lo Stato è inadeguato a svolgere il compito che storicamente ha svolto, cioè garantire l'ordine. Ne nasce, dunque, il concetto di "politico" come contrapposizione amico/nemico.

POLITICO ≠ POLITICA:

-         politico = energia conflittuale;

-         politica = architettura istituzionale.

La politica, dunque, è sempre polemica.

Sui rapporti internazionali: Schmitt riconosce che la guerra è una funzione della politica.

In politica interna: qui il concetto di 'politico' manifesta la propria portata destrutturante.

Tutto ciò significa che l'ordine viene creato dal e attraverso il conflitto e viene conservato attraverso una vigilanza costante per escludere il nemico interno à l'ordine politico si mantiene soltanto se non neutralizza completamente il 'politico'.

In tal modo, pace e guerra coesistono.

La decisione eccezionale che fonda la politica pone in essere la COSTITUZIONE (Verfassung) = unità politica concreta di un popolo che nasce dalla decisione per l'ordine.

[Costituzione ≠ norme costituzionali].

Tale accezione di Cost. prevede che esista, prima delle norme, un soggetto politico dotato di volontà: nel caso della democrazia, tale soggetto è il popolo. La politica liberale, invece, si fonda sulla libertà del singolo contro lo Stato; sui diritti naturali; sulla separazione dei poteri dello Stato; sulla sostituzione del principio della legalità con quello della legittimità; sulla rappresentanza.

Schmitt compie anche un'analisi sulla crisi di Weimar: per lui la Cost. di Weimar è il frutto di una vera decisione politica del popolo tedesco per realizzare un compromesso tra rappresentanza liberale e presenza democratica. Siccome tale decisione è polemica contro il collettivismo socialista instauratosi in URSS, Schmitt afferma che la Cost. di Weimar è anti-sovietica. Essa è divisa in 2 parti, tra l'altro:

1.      riguarda l'organizzazione dei poteri dello Stato tedesco; essa è di ispirazione politica liberale;

2.      riguarda i diritti e i doveri fondamentali del popolo tedesco; è di ispirazione democratica.

Raccontando l'evoluzione storica della forma-Stato, Schmitt individua il passaggio tra 4 Stati:

1.      STATO GOVERNATIVO (XVIII sec.) à antico Stato per ceti, o Ancien Régime;

2.      STATO LEGISLATIVO (XIX sec.) à manifesta la propria sovranità attraverso la produzione legislativa; la legge è sovrana;

3.      STATO AMMINISTRATIVO (Weimar) à la Cost. di Weimar è l'esempio in questione perché è stata protagonista di una forte novità: in Cost. vengono inseriti i diritti sociali. Weimar è un fallimento perché è un compromesso fra le forme della rappresentanza liberale (Parlamento) e la presenza democratica. Ecco perché viene definita STATO TOTALE per DEBOLEZZA.

Ma tale debolezza, per Schmitt, è superabile solo passando allo:

4.      STATO TOTALE per ENERGIA à Schmitt crede di ravvisarlo nel 3° Reich. È lo Stato che recupera la vera capacità politica (≠ Weimar), che ha pretesa "totalitaria" di controllo su ogni sfera della società e della terra, nonché sulla tecnica.

Il passaggio allo "Stato totale per debolezza" è stato reso possibile dal fatto che la politica moderna ha pensato di neutralizzare il conflitto, spoliticizzandolo.  Per Schmitt la neutralizzazione deve essere fatta con un orientamento in qualche direzione à Schmitt vuole una TEORIA dell'ORDINE POLITICO CONCRETO = unità politica è data da 3 elementi storici concreti:

1.      POPOLO à diverso dagli altri popoli perché questo ha base razziale; tutti quelli che non ne fanno parte sono i "nemici";

2.      UN PARTITO à (NSDAP) fornisce l'energia politica, mantiene vivo il conflitto;

3.      STATO à è il quadro formale.

Fuori dallo Stato così composto c'è lo stato di natura e, poiché Schmitt prende le mosse da Hobbes, tale stato di natura corrisponderà ad una situazione guerresca.

Schmitt aderisce, in parte, al pensiero di Gentile, cioè: entrambi pensano di poter sfruttare le ideologie (fascista e nazista) per ripensare uno Stato all'altezza dei tempi. Entrambi vivono la grande crisi del liberalismo; ma né Hitler né Mussolini faranno ciò che i due pensatori propongono, anzi: Gentile verrà ucciso dai partigiani e Schmitt sopravvivrà al processo di Norimberga ma si ritirerà a vita privata.

Così inizia la fase internazionalista di Schmitt, o FASE del NOMOS (dove "nomos" ha l'accezione di ius, cioè "diritto").

NOMOS (diritto) = unità di ordinamento e localizzazione.

Egli inizia contrapponendo:

-         potenze terrestri: portatrici di consapevolezza spaziale; capaci di organizzare ordini chiusi e stabili;

-         potenze marittime: non conoscono limiti e confini.

Gli ordinamenti, dunque, hanno origine da una specifica partizione della terra. Il variare delle suddivisioni spaziali segna le epoche dell'umanità. La "scoperta" implica, poi, la definizione di nuove linee di divisione della terra, cioè le "linee globali" con cui le potenze europee si spartiscono il Nuovo Mondo.

Usa il termine νόμος perché viene da τέμνω = "dividere" à per lui il diritto certifica la suddivisione dei diversi modi di organizzazione.

Tali suddivisioni sono anche connesse allo jus publicum europaeum = ordine giuridico internazionale che costituisce la piena età moderna. È la forma di νόμος della modernità. È iniziato, per Schmitt, con la suddivisione dell'America del Sud (v. raya). La fine dei conflitti si stabilisce attraverso trattati di pace (che sono comunque manifestazioni di jus). Lo jus publicum europaeum stria il territorio disegnando gli Stati.

Tale jus impone anche, oltre ai confini, il reciproco riconoscimento fra gli Stati (la raya ne è un esempio). Ne consegue lo stabilimento di un ordine fondato su tale riconoscimento reciproco, il quale ha permesso l'esistenza di una GUERRA LIMITATA = c'è meno violenza, anche più formalità nel trattare gli ambasciatori e tutto il resto; ma appena si è fuori dai confini dello Stato non si riconosce, in quello che si ha davanti, un nemico, ma uno che è da sterminare, si perde ogni legittimità politica (res nullìus: "terra di nessuno", dove gli abitanti di tali terre sono "nessuno" politicamente). È così che si comportano gli Stati europei, terreni, che manifestano la loro potenza conquistando altre terre.

Tutto questo processo termina quando si affaccia una nuova potenza e quando l'elemento dominante non è più la terra, ma l'aria e l'acqua, che sono indivisibili, non vi si possono tracciare confini. La grande potenza marittima del tempo è l'UK.

La potenza marittima non è limitabile à il prevalere di una spazialità marittima fa nascere la criminalizzazione della guerra d'aggressione.

L'ordine mondiale è stabile perché è fondato su tali differenze e disuguaglianze; crolla quando le potenze extraeuropee (soprattutto gli USA) iniziano a pretendere che il diritto internazionale sia universalistico, cioè fondato sul principio che tutti i popoli (anche quelli non civilizzati) possono avere uno Stato e che tutti gli Stati sono uguali fra loro e davanti alla legge internazionale.

Nella 2° GM, per es, salta lo jus publicum europaeum, poiché saltano i confini, gli Stati à si creano 2 nuove potenze, UK e USA, che non sono più Stati, ma sono diversi costituzionalmente perché non si fondano sulla sovranità perciò l'esito della 2° GM è l'unità del mondo, non la sua suddivisione à per questo, per Schmitt, il mondo perde orientamento (= perché perde lo jus, che invece aveva compito di orientare). Si compie il "trionfo del mare", delle potenze marittime che operano per la tecnica.

Nel 1951 Schmitt afferma che la nostra epoca vedrà sempre e solo atti di polizia internazionale à la politica diventa amministrazione, a causa della unificazione internazionale à morte del 'politico'.

Più nessuno verrà dichiarato 'nemico'; d'ora in poi al nemico si sostituisce il criminale, per il quale basta un 'semplice' atto di polizia à non è più il tempo dello Stato, della politica.

L'ultima figura che Schmitt introduce, dicendo che il 'politico' non può morire poiché è connaturato nell'esistenza dell'umanità, è quella del PARTIGIANO = contesta il nuovo sistema di organizzazione internazionale; si nasconde nei boschi, è una figura irregolare e portatrice di ostilità contro l'uniformità a cui la tecnica, anche giuridica, ci ha ridotto. Il partigiano contesta il sistema in quanto tale; vuole distruggere lo Stato à lo "Stato totale per energia" non potrà più esistere.

KELSEN

(pg. 138 "Potere")

L'affermazione di Schmitt secondo cui "l'ordinamento giuridico posa sempre su una decisione, non su una norma", è per contrastare Kelsen.

Lo scontro tra i 2 si basa fondamentalmente sulla legittimità dell'ordine politico:

-         Schmitt à legittimità non è solo legalità, ma si fonda su una decisione fondamentale (sul caso di eccezione) che è sempre di tipo conflittuale. La legittimità sta nella decisione politica. Il diritto viene dopo;

-         Kelsen à la legittimità consiste nella legalità e risiede nella norma fondamentale dell'ordinamento, cioè la costituzione. Non esiste una decisione politica precedente. Kelsen vuol far coincidere Stato e ordinamento giuridico.

Scrive l'opera "Dottrina pura del diritto" dove critica la centralità che nel pensiero moderno ha lo Stato perché secondo lui questo significa porre attenzione al fatto che esso è superiore, che è sovrano à ciò porta, per Kelsen, alla legittimazione dello Stato-potenza che in quegli anni stava avanzando.

Potere = potere giuridico; Diritto = organizzazione della forza. Il potere dello Stato si manifesta attraverso alcune azioni umane, cioè quelle che corrispondono a quanto stabilito dall'ordinamento giuridico presupposto.




POTERE POLITICO = efficacia dell'ordinamento coercitivo riconosciuto quale diritto.

I rapporti internazionali sono visti in chiave imperialistica.

Se lo Stato non deve essere basato solo sulla sovranità à Stato = ogni ordinamento giuridico che abbia raggiunto un certo grado di centralizzazione.

Origini dello Stato: il prius è la sfera sociale, attraversata da conflitti e divisioni. Tali conflitti devono trovare un modo per stare insieme à istituzione del Parlamento = luogo del compromesso (che ha, qui, valore positivo).

Forma governativa adatta: democrazia parlamentare à il Parlamento assume un ruolo centrale.

La democrazia parlamentare, per Kelsen, è un compromesso politico che trova la sua legittimità sulla Costituzione.

La Cost.  prende una nuova rilevanza e finisce in un luogo diverso; non è più una legge come le altre [i grandi fascismi e nazismi vanno al potere per via legale e, una volta al potere, per prima cosa cambiano la Cost. e si legittimano, impiantando il regime totalitario].

Cost. = norma fondamentale, sottratta alla disponibilità del Parlamento. Nella parte di Cost. non disponibile si inseriscono le garanzie dei diritti sociali. Kelsen è il grande teorico del predominio del diritto.

La sovranità popolare è del Parlamento che però non è più assoluto perché non dispone della Cost.

Elemento fondante della teoria kelseniana è anche il PRINCIPIO della MAGGIORANZA: in realtà, quello a cui pensa Kelsen è più un PRINCIPIO MAGGIORITARIO-MINORITARIO = nella Cost. devono essere date le garanzie e le possibilità affinché le minoranze di oggi diventino le maggioranze del domani. Il 1° grande diritto è quello di voce à pensa alla possibilità, cioè, di alternanza al potere.

L'alternanza garantisce la tutela di tutti (non più solo a livello individuale), a livello costituzionale.

Kelsen è anche uno dei grandi teorici liberali e, in quanto tale, uno dei suoi punti forti è il pluralismo, cioè il fatto che ci sia libertà di avere i propri principi , idee, credo, ecc.

Tale pluralismo sociale deve essere garantito e trasformato in pluralismo politico attraverso i partiti.

Non vuole negare le differenze ma cercare di livellarle per non arrivare a un nuovo conflitto (come quello dopo Weimar, caduta, per Kelsen, perché la Cost. è diventata disponibile).

Diritti fondamentali (in Cost. Sono i diritti umani) devono essere posti a protezione delle minoranze.

Tali diritti diventano fondamentali, sanzionabili, perciò, solo se inseriti nella Cost. statale.

Se il Parlamento vota a maggioranza una legge che va contro la Cost., l'organo che lo impedisce (al Parlamento) è il SINDACATO di COSTITUZIONALITÀ: una legge diventa legge (legittima) solo dopo che ne è stata dichiarata la costituzionalità.

L'istituzione di costituzionalità l'avevano già applicata gli USA, dove tale sindacato di cost. è di tipo diffuso.

Kelsen, invece, teorizza la CORTE COSTITUZIONALE, dove risiedono giudici diversi dai giudici ordinari (non è diffuso).

La sua è una democrazia consociativa, con sistema proporzionale.

Dopo la 2° GM si pensa alla necessità di istituire una specie di Società delle Nazioni à Kelsen è il teorico della società internazionale in una visione monistica: primato dell'ordinamento internazionale (che è un insieme di norme superiori che autorizzano quelle inferiori).

L'istituzione che mette in pratica ciò è, storicamente, l'ONU. La guerra legittima è quella a copertura internazionale.

Si istituiscono, dunque, tribunali istituzionali internazionali in cui si giudicano le controversie internazionali, o altre giurisdizioni internazionali. Tutto ciò perché la grande idea di Kelsen è che l'umanità è una comunità superiore che pacifica il mondo attraverso la sua capacità giuridica.

C'è una concezione giurisdizionale dello Stato (con una democrazia fondata sulla pluralità), del conflitto ricomposto in Parlamento attraverso un compromesso.

Funzionamento Stato:

-         ridimensionamento esecutivo, sottomesso al Parlamento;

-         rivalutazione del potere giudiziario (con l'elemento della Corte Costituzionale, custode della Cost.);

-         agevolazione delle istituzioni di garanzia, il cui proliferare è un prodotto di questa teoria.

Al primato della sovranità cerca di sostituire quello del diritto à infatti: legittimità dell'ordinamento politico = legalità.

Egli polemizza anche con Lenin.

LENIN

Elabora il concetto di potere rivoluzionario.

Conflitti tra Stato tedesco e SPD + conflitti all'interno dell'SPD stessa portano al REVISIONISMO MARXISTA:

-         Bernstein à SPD entra in Parlamento perché si pone l'obiettivo della lotta salariale e dell'ottenimento del suffragio universale (cioè della democrazia);

-         Ortodossi/Kautsky à interpretazione evoluzionista del marxismo; la rivoluzione verrà di sicuro e i marxisti devono assumere una posizione attendista, pronti per la naturale rivoluzione.

Ma con l'avanzare del tempo la rivoluzione non scoppia à si arriva a 2 grandi posizioni:

-         Luxemburg: violenta critica contro il riformismo; ripropone i temi ortodossi del marxismo: la classe operaia deve costituirsi e agire politicamente e volontariamente.

Fin qui, è d'accordo con Lenin: la rivoluzione deve scoppiare.

La rottura fra i due pensieri riguarda il soggetto politico della rivoluzione: per la Luxemburg deve venire dalle masse, che non devono essere guidate da alcun partito perché hanno già insita in loro stesse l'energia necessaria per far avvenire la rivoluzione;

-         Lenin à invece per lui il soggetto politico a fare la rivoluzione deve essere il partito (= avanguardia operaia organizzata).

Vive la contrapposizione tra bolscevichi (à dittatura democratico-rivoluzionaria del proletariato e dei contadini attraverso la presa del potere immediata da parte di un potere dittatoriale diretto dal vertice del partito in funzione della rivoluzione socialista) e menscevichi (à socialismo si può affermare solo in un paese economicamente e socialmente evoluto; la Russia si deve prima sviluppare economicamente).

Soviet = "consiglio di fabbrica"; non esprimono una rappresentanza politica formale ma l'immediatezza del potere operaio. Permettono la diretta partecipazione delle masse all'organizzazione democratica dello Stato.

Per valorizzare tale immediatezza, è necessario passare attraverso il partito = momento di mediazione politica; il partito è sempre un'avanguardia centralizzata che orienta e dà forma al movimento spontaneo della classe operaia.

La coscienza socialista è qualcosa che non è insito nella lotta di classe ma è importato dal proletariato dall'esterno; inoltre, per Lenin, la classe operaia con le sue forze è in grado di elaborare solo una coscienza tradeunionistica; compito primario del partito = lottare contro le forme di rivendicazionismo puramente sindacale, così da imprimere alle sue lotte economiche una direzione disciplinata dall'organizzazione politica, affidata a "rivoluzionari di professione".

à partito = motore della rivoluzione.

La stessa concezione attivistica della politica si rinviene anche nella prospettiva di Lenin sulla rivoluzione e sulla democrazia:

·        la rivoluzione borghese deve essere opera del proletariato contro la borghesia, non della borghesia;

·        la repubblica democratica deve assumere il profilo di una dittatura degli operai e dei contadini.

STATO = organizzazione della violenza per reprimere una classe e mantenere una forma determinata di dominio sociale. Strumento della rivoluzione, cioè mero apparato tecnico-amministrativo.

Borghesia reprime il proletariato à proletariato, protagonista del modo di produzione capitalistico, è la classe rivoluzionaria capace di guidare i lavoratori e gli sfruttati à proletariato, attraverso la sua azione, può impossessarsi dello Stato e reprimere la borghesia à dittatura del proletariato.

SOVIET = espressione di una democrazia rivoluzionaria e proletaria. Essi fanno in modo che la rottura della macchina statale trovi le masse già pronte ad essere protagoniste di un nuovo modo di gestire la società à la partecipazione delle masse lavoratrici alla vita dello Stato viene prevista in funzione dell'estinzione dello stesso.

Ma, siccome i soviet sono i consigli che si tengono nella fabbrica, il problema è proprio quello della GESTIONE delle MACCHINE: eliminando i padroni, gli operai si auto-gestiscono.

Organizzazione del potere: teoria marxista della dittatura del proletariato + tema della dittatura giacobina (che giustifica l'uso del terrore in nome della libertà) = TEORIA del PARTITO, secondo cui il partito è appunto il motore della rivoluzione perché è il depositario della verità rivoluzionaria in quanto è capace di capire e interpretare l'essenza della classe operaia; il partito è pensato come luogo autonomo.

Partito comunista = nuova élite politica capace di direzione. Comunismo = società senza classi.

Rivoluzione: conferma la necessità del dominio.

Potere: monista e militare (dittatura del proletariato) che monopolizza la dimensione politica, ideologica ed economica ecc, al fine di forgiare un uomo nuovo à speranza, post-politica, della società senza classi e senza dominio.

Secondo Lenin, il proletariato è la classe adatta alla rivoluzione contro i borghesi proprio per la sua condizione economica di esistenza che le dà la possibilità e la forza di compierla.

Grazie alla sua funzione economica nella grande produzione il proletariato è capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le masse sfruttate à abolizione della borghesia è attuabile solo se si trasforma il proletariato in classe dominante (sulla borghesia).

Necessari alla rivoluzione per il proletariato, sono:

-         potere statale

-         organizzazione centralizzata della forza

-         organizzazione della violenza.

Il partito operaio, però, va educato alla rivoluzione per portare al culmine il socialismo.

Il passaggio dal capitalismo al comunismo produrrà sicuramente un'enorme abbondanza di forme politiche, ma la sostanza è una sola: la dittatura del proletariato.

Lenin definisce l'imperialismo come stadio monopolistico del capitalismo, e lo caratterizza in base a 5 elementi:

1.      concentrazione della produzione e del capitale (monopoli)

2.      fusione del capitale bancario col capitale industriale e formazione del capitale finanziario

3.      ruolo svolto dall'esportazione dei capitali

4.      sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si spartiscono il monopolio

5.      spartizione del mondo in zone di dominio coloniale da parte delle maggiori potenze capitalistiche. Una volta che la spartizione è completata, la tensione internazionale aumenta e genera guerre imperialistiche aprendo la possibilità dello scatenamento della rivoluzione socialista.

Infine, i tratti essenziali del leninismo possono essere riassunti così:

Ø      le masse devono essere educate, guidate

Ø      la guida alle masse deve venire dai rivoluzionari di professione (i bolscevichi)

Ø      tentativo di tenere insieme dittatura e democrazia: la dittatura si esplicita nel ruolo del partito (ma solo finché le masse non sono pronte; quando il compito del partito è finito, la dittatura finisce); i compiti del partito si esplicano, invece, attraverso il c.d. CENTRALISMO DEMOCRATICO, cioè il livello democratico si esplica attraverso i soviet (le masse si educano partecipandovi; una volta educate, il partito non serve più)

Ø      teoria dell'imperialismo capitalista, funzionale alla rivoluzione socialista: solo con l'imperialismo si può diffondere la rivoluzione socialista a tutti i paesi. Quindi: per la politica interna, Lenin pensa alla dittatura del proletariato; per quanto riguarda l'esterno, egli tenta di favorire l'imperialismo.

LUXEMBURG

Per lei le contraddizioni del capitalismo sono inevitabili e non riformabili e il movimento operaio le può trasformare in crisi risolutive.

Punti di contatto con Lenin:

nuova fase dello sviluppo capitalistico (imperialista) tende a incrementare il carattere contraddittorio del capitalismo à si richiede l'intervento attivo della soggettività politica proletaria. La rivoluzione deve avvenire.

Punti di scontro con Lenin:

il soggetto politico che fa la rivoluzione per lei sono le masse; per Lenin è il partito (guida delle masse).

Lotta politica vista secondo il punto di vista della totalità, che consiste nel mantenere uniti i momenti della tattica e della strategia, della lotta politica contingente e dell'obiettivo politico finale.

E fa costantemente leva sulla capacità spontanea delle masse di essere protagoniste della rivoluzione.

SOREL

Fa appello al sindacato, più che la partito, all'azione diretta degli operai non alla mediazione politica.

MORALITÀ della VIOLENZA (≠ brutalità della forza dello Stato) = si esprime nel mito dello sciopero generale.

MITO = insieme di immagini che evocano, in blocco e attraverso la sola intuizione, tutti i sentimenti necessari all'azione. È il prodotto della volontà di credere, che articola le energie inconsce degli uomini e risveglia i desideri di riscatto sociale che si manifestano nell'imminenza di mutamenti radicali.

Attraverso l'organizzazione interna delle fabbriche, gli operai acquisiscono sentimenti di solidarietà e disciplina politica che si traducono nell'immediatezza violenta dello sciopero generale (= atto rivoluzionario per promuovere l'affermazione di una società libera da forme istituzionali).

Se l'agire politico è inteso in tal modo, il soggetto politico adatto allo sciopero generale è il sindacato.

L'agire rivoluzionario dei sindacati porta la forma giuridica borghese ad aprirsi allo scontro decisivo col proletariato.

TOTALITARISMI

L'esigenza di riorganizzare il rapporto tra Stato e individuo è stato colto massimamente dai totalitarismi che si sono serviti, allo scopo, delle ideologie.

Fu durante il periodo tra le 2 Guerre Mondiali che nacquero. Regimi totalitari = regimi che propongono la politica come dimensione totale capace di penetrare tutta la società annullando la separazione tradizionale dei suoi ambiti e capace di coinvolgere tutto l'individuo.

Il termine "totalitario" viene di solito usato in senso negativo ma è Mussolini a farlo positivo appropriandosene e usandolo per caratterizzare in positivo la volontà del regime di portare l'intera società all'interno dello Stato.

Col tempo sono venute fuori delle caratteristiche che oggi comunemente distinguono i regimi totalitari:

·        ideologia totalizzante à si propone di "rifare" l'uomo e il mondo a partire da un obiettivo sempre spostato nel futuro

·        partito unico à sostituisce lo Stato come vero centro del potere e detentore del monopolio della violenza

·        presenza del capo carismatico à egli è in rapporto diretto con le masse

·        uso discrezionale e non legale del potere politico

·        uso terroristico del potere dello Stato e del partito contro la società, disarticolata per realizzare la distruzione di intere classi/razze/gruppi umani

·        controllo pieno del potere politico su comunicazioni ed economia.

Secondo l'interpretazione storico-politica, le questioni principali delle dinamiche totalitarie sono 3:

1.      comparabilità, fra di loro, di comunismo, fascismo e nazismo;

2.      continuità (o discontinuità) dei totalitarismi rispetto allo Stato borghese-liberale;

3.      conflitto in termini di lotta delle forme politiche progressiste contro la reazione politica.

Inoltre, mentre la caratteristica del XX sec. è stata l'entrata in scena della società di massa à il totalitarismo risponde con l'annullamento dei limiti e dei conflitti fra Stato, società e individuo.

L'inizio dell'epoca della tecnica e dell'economia ipertrofica, rispetto alle quali la politica si presenta, attraverso i partiti totalitari, come un'istanza ancora più forte, capace di servirsi di tecnica ed economia a scopo distruttivo in vista di una futura rigenerazione.

I totalitarismi, in pratica, sono l'opposto dello Stato:

-         la stabilità dello Stato è demolita dalla mobilitazione permanente effettuata dal totalitarismo

-         spazio politico dello Stato è ridotto, nel totalitarismo, a un unico spazio totale e tale spazio politico è disordinato.

La figura del nemico à nei totalitarismi non c'è più distinzione tra guerra e polizia in quanto conducono all'esterno campagne di polizia contro "criminali"/"parassiti" da sterminare (come la 2° GM ha dimostrato), mentre all'interno conducono vere e proprie guerre.

Il nemico interno è istituzionalizzato dai totalitarismi in varie forme:

-         come nemico reale è l'oppositore dichiarato, l'avversario politico;

-         come nemico potenziale è colui che può sempre diventare, a causa della sua appartenenza a un gruppo sociale, un oppositore del regime;

-         come "nemico oggettivo" è individuato dalle esigenze del momento

-         il nemico biologico, invece, è, ad es, l'ebreo nella 2° GM.

COMUNISMO SOVIETICO

Il grande potere del partito comunista è dovuto alle teorie di Lenin. Tale partito diventa totalitario con Stalin.

Inizialmente il sistema staliniano viene ostacolato dalle figure di:

-         Bucharin à convinto che il rapporto sempre più stretto tra politica ed economia (caratterizzante il capitalismo moderno) sia un fattore duraturo di stabilizzazione economica. Stato non è un ambito neutrale né indipendente. Contrasta la logica di industrializzazione forzata che avrebbe, per lui, portato solo a riprodurre il meccanismo dell'accumulazione capitalistica. A ciò, oppone un modello di socialismo basato su un rapporto di interdipendenza tra razionalizzazione produttiva e crescita del mercato interno. È uno degli ispiratori della Nep (Nuova politica economica), che prevede la parziale liberalizzazione del mercato e lo sviluppo della piccola industria e del commercio privato;

-         Trockij à si oppone alla Nep perché considera il mondo agricolo secondo il tradizionale schema marxiano di "accumulazione originaria", quindi oggetto di sfruttamento ai fini dell'industria. Elabora una critica allo stalinismo facendo leva in particolare su 2 punti:

·        l'eredità costituita dalle trasformazioni strutturali ed economiche attuate dal pot. sovietico nel periodo leniniano è rimasta intatta

·        per contrastare la degenerazione burocratica di totalitarismo vero e proprio, è necessario porre l'attenzione sulla dimensione internazionale ricercando, in Occidente, nei confronti dell'URSS, lo stesso ruolo di iniziativa rivoluzionaria che nel 1917 i bolscevichi avevano assegnato all'esperienza sovietica contro l'Occidente. Fu esiliato dall'URSS nel 1929; nel 1938 fonda la IV Internazionale  in contrasto con la III messa su da Stalin; fu condannato a morte a Mosca nel 1936; viene assassinato a Città del Messico nel 1937 per ordine di Stalin.

Anche il totalitarismo staliniano impone una visione radicale e utopistica della storia; tale obiettivo è realizzabile solo attraverso l'uso del terrore e della repressione di massa.

La trasformazione politica più importante avviene all'inizio degli anni '30, in conseguenza della trasformazione economica avvenuta col primo piano quinquennale. Durante tale processo, il partito diventa la suprema autorità in economia e si trasforma anche in uno strumento di mobilitazione delle masse allo scopo di applicare le decisioni economiche prese.

Il partito comunista sovietico attua un intervento di "ingegneria sociale" durante il quale il processo di disciplinamento delle masse operaie e di regolamentazione dei kolchoz (aziende collettive) degli agricoltori riottosi, si trasforma in un'azione sistematica di addestramento e terrore.

Nel contesto rurale, l'elemento più distruttivo ricade sui contadini ricchi (kulaki), di cui si vuole l'eliminazione fisica.

Tale pratica del terrore trova applicazione anche attraverso l'istituzione dei cc.dd gulag (campi di lavoro forzato) dove vengono rinchiusi i nemici di classe trasformati in cittadini della società -socialista attraverso il "potere purificatore" del lavoro collettivo.

Altro mezzo usato per diffondere il terrore è quello delle "purghe staliniane" gestite dalla sempre più potente polizia politica: nelle purghe rientra anche la liquidazione degli elementi considerati inaffidabili nel partito o nell'esercito e degli asociali à il potere poteva, quindi, colpire ovunque e chiunque.

Intanto, i diritti affermati nella Cost. del 1936 non vengono mai applicati a causa del potere politico personale privo di qualsiasi controllo, fondato su una combinazione di terrore poliziesco e consenso popolare al capo carismatico.

Stalin elabora, poi, il c.d. MATERIALISMO DIALETTICO (Diamat) = forma di irrigidimento dogmatico e scolastico del marxismo, trasformato da teoria del socialismo a concezione del mondo valida per ogni ambito della conoscenza.

Dopo la morte di Stalin, il sistema sovietico perde alcuni dei caratteri tipici (terrorismo e totalitarismo) e si trasforma in un regime fortemente autoritario e illiberale.

FASCISMO

Compare durante la crisi liberale. Mussolini affermò che esso "nacque da un bisogno di azione e fu azione".

L'ideologia fascista è cmq contraddittoria, poiché incorpora elementi tra loro incompatibili: una tendenza repubblicana e ribelle, e una monarchica e conservatrice; un rivoluzionarismo anarchico e un'idea di Stato forte; l'aspirazione ad un socialismo nazionale e un nazionalismo privo di contenuti sociali.

Il fascismo prende le mosse dal nazionalismo italiano:

-         mito della nazione

-         lotta delle nazioni povere contro le potenze

-         richiamo alla romanità imperiale

-         visione irrazionale e vitalistica dell'esistenza

-         esaltazione dello Stato-potenza

sono tutti temi ripresi dal fascismo.

Esso cerca anche di sostituire le istituzioni della Chiesa e della monarchia, appellandosi a principi quali:

-         culto carismatico del capo, legittimato dal consenso di massa e da rituali secolarizzati;

-         partito unico di massa che ha il monopolio della rappresentanza politica ed è organizzato gerarchicamente.

Programma del partito fascista dal punto di vista politico:

·        suffragio universale a scrutinio di lista regionale;

·        rappresentanza proporzionale;

·        voto ed eleggibilità per le donne;

·        convocazione di un'assemblea nazionale degli interessi;

·        riduzione dell'esercito a milizia nazionale e a scopo difensivo.

Programma del partito fascista dal punto di vista sociale:

·        8 ore di lavoro;

·        salari minimi;

·        partecipazione lavoratori alla vita delle aziende;

·        concessione della gestione di industrie e servizi pubblici a organizzazioni operaie.

Programma del partito fascista dal punto di vista finanziario:

·        introduzione imposta progressiva sul capitale;

·        revisione contratti di forniture di guerra;

·        sequestro dell'85% dei profitti di guerra.

Più in là, la novità viene nel 1919 con l'esplicito abbandono del principio democratico di uguaglianza e maggioranza, considerato nemico della naturale disuguaglianza gerarchica del genere umano.

NAZIONE = organismo dotato di fini, vita e mezzi superiori (per potenza e durata) a quelli degli individui che lo compongono à non è la nazione che genera lo Stato ma è lo Stato (= espressione di una volontà etica universale) che crea la nazione, conferendo volontà e vita morale ad un popolo diventato consapevole della propria missione universale.



Partito unico + corporazione = strumenti per realizzare la fusione tra popolo e Stato.

Corporazione serve ad attuare la disciplina integrale, organica e unitaria delle forze produttive in funzione della potenza politica e degli interessi dello Stato.

Corporativismo fascista = monista e statalista perché vuole realizzare l'unità economica nei suoi diversi elementi (lavoro, capitale, tecnica) e subordinarli all'autoritarismo dirigista che cerca di superare il dualismo tra politica ed economia. Il corporativismo non fu mai realizzato pienamente, ma avrebbe dovuto costituire la soluzione efficiente del conflitto tra capitale e lavoro.

Il capo carismatico, il cui culto è alla base del fascismo, detiene il monopolio della rappresentanza politica, rappresenta la struttura di mediazione tra l'élite governante e le masse subordinate agli obiettivi della potenza nazionale.

Il partito, invece, ha 2 funzioni:

1.      assicurare allo Stato il consenso "volontario" del popolo

2.      selezionare gli elementi migliori tra gli italiani a cui spetta il compito di trasferire nel mondo la civiltà della romanità imperiale.

NAZISMO

Anche il nazismo, come il fascismo, nasce da un amalgama di idee e principi che derivano da fonti disparate.

Rispetto al fascismo, si distingue per:

§         forma politica totalitaria, non solo autoritaria;

§         accentuazione dell'elemento terroristico del potere e del ruolo mobilitante dell'ideologia;

§         delirio di onnipotenza orientato alla formazione dell'uomo "nuovo";

§         diverso rapporto tra partito e Stato.

Tratti caratteristici del nazismo:

-         partito sovrapposto allo Stato (≠ dal fascismo, che ritiene il contrario); partito ha diretta responsabilità politica e funzione sovra-legale  à esso è l'unica istanza di legittimità

-         capo carismatico = Führer;

-         componente armata della società (istituzione delle SS e SA).

La politica sta nel partito non nello Stato: il partito è il soggetto politico in grado di attuare l'organizzazione della società e la mobilitazione del popolo.

Stato nazista come Doppio Stato a causa della compresenza di uno Stato normativo (necessario per garantire il funzionamento dell'economia capitalistica) e di uno Stato discrezionale (funzionale all'eliminazione dei "nemici del Reich")

Popolo inteso come RAZZA è il fondamento e il fine della politica: per Hitler la razza ariana è l'unica matrice creativa fra tutte le civiltà.

L'affermazione del razzismo "attivo" è ripresa del musicista Wagner proiettandovi accanto i tratti antisemiti. Il progetto del "mito del XX sec" è di creare un nuovo tipo di uomo, cioè di risvegliare la razza nordica; tale razza dovrà produrre il proprio eroe e organizzarsi come comunità di uomini superiori per realizzare il proprio mito organico e gerarchico nello "Stato del popolo-nazione" à nemico di tale progetto è la razza ebrea perché mira a impadronirsi del mondo e cerca di distruggere la razza superiore diffondendo l'egualitarismo democratico, socialista o cristiano.

Nel 1936 Hitler propone il "piano quadriennale" col quale l'influenza dello Stato e del partito sull'economia aumentano. Anche qui ritroviamo le corporazioni. L'industria rimane subordinata al potere politico e viene avviata ad un riarmo di enormi proporzioni in funzione di una concezione aggressivamente espansionista (in Europa).

Fonte principale dell'ideologia nazista è il Mein Kampf di Hitler (1925), dove si ritrovano i principi che lui propugna.

STATO (per Hitler) = Stato di popolo; è lo strumento dell'unità razziale dei tedeschi.

Compito del nazismo: realizzare la rinascita razziale della Germania per assicurare al popolo tedesco lo "spazio vitale" in cui realizzare l'impero razziale germanico (comprendente: eliminazione degli ebrei attraverso l'Olocausto + sottomissione dell'elemento non tedesco, specialmente slavo, ritenuto razza inferiore).

Führerprinzip = principio di funzionamento di tale sistema politico. È "l'idea di un solo capo e della responsabilità personale". Consiste nel fatto che ogni livello/istanza è gestito da un uomo solo che non deve prendere in considerazione i pareri e le volontà dei sottoposti ma che se ne assume tutte le responsabilità. Il Führer concentra in sé tutti i poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) poiché incarna l'essenza storica e il destino del popolo.

ANTISEMITISMO = essenza del totalitarismo nazista. È l'ossessione personale di Hitler, da lui trasformata in volontà di sterminio, che è anche l'obiettivo finale del nazismo. Razza ebraica per Hitler = razza inferiore, non umana, pericolosissima, l'unica di cui gli ariani devono avere timore perché contende loro il dominio del mondo, attraverso un avvelenamento del sangue e della forza vitale degli ariani (i veicoli di tale avvelenamento sono le ideologie universalistiche -liberali, socialiste, razionalistiche, pacifistiche- che indeboliscono la razza superiore).

Quello di Hitler è definito nichilismo compiuto: il punto di arrivo del pensiero hitleriano è la distruzione.

CROCE

Concezione dialettica del liberalismo: riconosce che nell'aperto conflitto tra movimenti e gruppi politici giunge a compimento e consapevolezza lo sviluppo della storia, che consiste in opposizioni e contraddizioni (recupero Hegel). Secondo lui le contraddizioni (essenza stessa della storia) non possono essere risolte una volta per tutte tramite una razionalità pacificatrice.

VERITÀ = operare umano nel corso della storia à soluzione delle contraddizioni = sta nel vedere in esse lo sviluppo dell'universale, cioè dello Spirito e della libertà umana.

STORICISMO ASSOLUTO = affermazione che la vita e la realtà è storia.

Per definire l'essenza della politica, Croce si serve di una riforma della dialettica che affianca alla nozione di distinzione: per Croce, Hegel conosce solo l'opposizione e non la distinzione. DISTINZIONE = articolarsi, per forme e gradi distinti, dell'unità dello Spirito; opposizione dialettica = si ritrova nel contesto di ogni grado à gli opposti si condizionano a vicenda, i distinti (i gradi dello Spirito) si condizionano solo in base all'ordine della loro successione.

Politica = rientra nella sfera pratica e, in particolare, nella forma economica dello Spirito che adempie alla funzione di ospitare il contingente, l'individuale; a tale forma appartengono anche diritto e Stato. Mondo della politica = realtà amorale nel senso che precede la vita morale e ne è indipendente. POLITICA = FORZA, in quanto si configura come azione funzionale al perseguimento di un determinato scopo utile. Concezione dello Stato come Stato-potenza.

STATO = forma angusta e elementare della vita pratica.

Nella 2° fase del suo pensiero, Croce avverte l'esigenza di precisare la sua concezione su storia e libertà. E giunge alla concezione dello Stato come istituzione capace di incorporare i valori del progresso morale.

È antifascista.

LIBERTÀ = forza creatrice della storia, vero e proprio soggetto della storia.

Idea liberale ha legame contingente e transitorio con la proprietà privata. È solo muovendo dalla libertà come esigenza morale che si può interpretare la storia nella quale tale esigenza si è affermata e in cui ha creato le proprie istituzioni.

È in tale contesto che si sviluppa la controversia tra Croce ed Einaudi sul rapporto tra liberalismo e liberismo: secondo Croce la libertà come moralità non ha altra base che se stessa: il liberalismo ha bisogno di "mezzi" economici e politici; il liberismo è una delle molteplici forme storiche che la concezione liberale può assumere, non la sua necessaria espressione.

3° fase del pensiero di Croce (II dopoguerra): revisiona la categoria dell'utile, trasformandola in quella del "vitale". Manifestazioni della vitalità sono, per Croce, i periodi di apparente decadenza/rinnovata barbarie (come fascismo o nazismo o comunismo sovietico). Ma anche tali fenomeni trovano una giustificazione come premessa necessaria per un ulteriore progresso dello Spirito e non sono cmq privi di razionalità.

Croce distingue, dunque, tra:

-         razionalità storica

-         razionalità morale

entrambe proprie dello spirito, anche se non dei singoli individui.

GENTILE

Filosofia dell'atto: ATTO = "pensiero che pone se stesso, e che in tale processo si oggettiva dando luogo all'intera realtà". Non c'è più distanza tra reale e razionale e il soggetto, in realtà, è soggetto-oggetto à l'atto è l'unità a priori di soggetto e oggetto. La vita dell'atto è un continuo "divenire", un perenne superamento-inglobamento di ogni realtà.

L'atto si concretizza come Stato, che è unità a priori delle differenze e che non conosce limiti poiché è individuale concreto, unità di particolare e universale.

Aderisce al fascismo: lo "Stato etico" è lo Stato in cui si realizza la libertà dell'atto e che ha quindi missione culturale e morale: porre in atto la nazione italiana e formare il carattere degli italiani.

Tale Stato etico non garantisce le libertà individuali, ma l'unica libertà dello Spirito, quindi è anche Stato pedagogico.

Riguardo la società trascendentale: la società, per lui, è manifestazione dell'atto e diventa in lui comunità, totalità, insieme di tutti à conclude quindi con una visione di immortalità della società e dell'Io.

GRAMSCI

Marxismo, per lui, è una concezione dialettica della storia umana che rinviene la possibilità di un "ordine nuovo" nella capacità umana di agire in modo da trasformare situazioni e rapporti di forza.

Rivoluzione d'Ottobre = punto di svolta radicale perché mette in luce la capacità del proletariato di dirigere il processo produttivo anche senza il capitalismo.

Così egli attribuisce ai "Consigli" operai di fabbrica (soviet) la capacità di dirigere la società: tali consigli, per lui, sono organi della classe operaia nella sua totalità e modelli organizzativi in grado di assolvere alle esigenze produttive e delineare l'organizzazione di un nuovo ordine politico.

Consapevolezza che la rivoluzione deve essere un processo di lungo periodo à nell'Europa occidentale, in cui la società civile si è rafforzata, complicata e differenziata la strategia rivoluzionaria deve essere più articolata. In primo piano pone la figura del partito comunista rivoluzionario, nel quale trovano forma ed espressione l'autonomia di classe del proletariato e l'inconciliabilità del pensieri proletario con ogni altra visione del mondo.

Razionalizzazione del lavoro, basata sull'organizzazione del "lavoratore collettivo" in grado di praticare un "industrialismo" senza "capitalismo". Il fascismo, per Gramsci, è l'esito di una politica fatta dai vertici della borghesia industriale.

Gramsci pensa all'esigenza di una "guerra di posizione", che lo porta a rivedere il concetto di società civile ereditato dal marxismo: è la società civile ad avere un ruolo decisivo.

Per lui il potere di una classe si esercita tramite l'egemonia: è a questo che deve puntare il proletariato.

ARENDT

È la inventrice del concetto di totalitarismo ("Le origini del totalitarismo"). Non ogni regime autoritario è totalitario. Solo 2 regimi sono diventati totalitarismi:

1.      dittatura nazista dopo il 1938 (quando iniziano le persecuzioni razziali);

2.      dittatura staliniana dopo il 1930 (quando Stalin cambia la Cost.

Con queste 2 date entra in scena, infatti, l'identificazione del c.d. NEMICO OGGETTIVO (à tu esisti e perciò sei mio nemico: visione di Hitler VS ebrei). Entra in scena la distruzione e con essa il luogo della distruzione (i lager).

Per la Arendt, per es, il fascismo di Mussolini non è totalitario.

TOTALITARISMO = verità dello Stato moderno, perché dimostra il dominio della tecnica (i lager erano organizzati come una perfetta fabbrica) come dominante sul mondo à gli individui sono intercambiabili tra loro (come pezzi di una macchina).

TECNICA: pensata come strumento di cui l'uomo poteva servirsi, diventa dominio sull'uomo stesso.

In teoria lo sterminio non si sarebbe dovuto fermare agli ebrei, ma avrebbe dovuto continuare.

Il totalitarismo staliniano è uguale a quello nazista. L'unica differenza è l'identificazione del nemico oggettivo: per il nazismo è l'EBREO (in quanto diverso biologicamente à differenza a cui non ci si può sottrarre).

Per lo stalinismo, il nemico oggettivo, invece, si basa sulla differenza di classe, è un motivo storico-sociale non più biologico. Vi si può rimediare; alla differenza biologica, invece, non si può rimediare.

Il totalitarismo viene definito fenomeno nuovo perché azzera tutto il patrimonio socio-economico che c'era stato fino ad allora; poi, perché c'è l'idea che gli uomini siano intercambiabili; in più, c'è anche l'iper-ideologismo (sono tutti sistemi fondati fuori dalla realtà; si vive in un mondo ideologico che diventa più pregnante del mondo reale stesso) à queste 3 sono tutte le innovazioni del totalitarismo.

IDEOLOGIA = logica di un'idea.

La dinamica della società, inoltre, si basa su un'estrema mobilità. Non ci sono più confini tra Stato e società: tutto può accadere. Salta la sicurezza!: non c'è più fiducia in nessuno e niente. L'unica luce è il CAPO (altra caratteristica del totalitarismo: culto del capo). Chi sta più vicino al capo è fedele solo a lui à sono regimi chiusi.

Come si è arrivati a tutto ciò?

·        formazione società di massa: connotate da anomia, si perdono i limiti della legalità;

·        persistenza di un'arena mondiale divisa: dopo la II GM le nazioni non avevano trovato accordi à risentimento sfruttato da alcuni per fomentare l'astio;

·        sviluppo tecnologie: le produzioni e invenzioni per l'industria militare vengono usate per l'industria civile.

3 fenomeni per la genesi storica del totalitarismo:

1.      STATO NAZIONALE in declino

2.      IMPULSO IMPERIALISTICO della BORGHESIA che ha portato all'imperialismo, conquistando nuove terre per i propri profitti

3.      SVILUPPO/NASCITA, in Europa, dei MOVIMENTI di MASSA RAZZISTI: uso darwinismo come spiegazione scientifica delle razze.

Organizzazione strutturale e dinamica del totalitarismo connotata da 3 aspetti:

a.       IDEOLOGIA: mettere a frutto un'idea

b.      MONOPARTITISMO

c.       USO del TERRORE (come arma politica)

"Le origini del totalitarismo" (1951): il concetto di totalitarismo ha 2 caratteristiche principali:

1.      è un concetto che individua un'origine politica dell'esperienza totalitaria, quindi abbraccia sia il totalitarismo di DX che quello di SX;

2.      è un concetto che fa del totalitarismo un regime nuovo; tale novità, però, ha anche origine nella tradizione.

L'opera è divisa in 3 parti:

a.       antisemitismo à ebraismo = segno di contraddizione per lo Stato moderno; gli ebrei furono costretti all'assimilazione (= perdita della propria identità per essere ritenuti cittadini uguali agli altri) ma furono anche sempre sospettati di essere "diversi". Quei sospetti divennero accuse quando i valori della società borghese, ormai in crisi, furono sfidati dalle classi proletarie: i borghesi scelsero come capro espiatorio proprio gli ebrei. Si produssero quindi delle dinamiche di esclusione;

b.      imperialismo à serve a scaricare le contraddizioni economiche interne all'esterno, attraverso la conquista di nuovi mercati. Ciò dimostra che lo Stato non è in grado di garantire la stabilità, l'ordine, ma è costretto a "muoversi" per sopravvivere, ad acquisire sempre più potere politico. Tale dinamismo aumenta quando l'imperialismo avviene verso l'Europa: questo è il caso dei "panmovimenti" = movimenti politici grazie ai quali i ceti sociali medio-bassi cercano appartenenze in presunte identità di sangue. Tal movimenti sono grandi nemici dello Stato.

La causa scatenante del totalitarismo è stata la 1° GM con la conseguente nascita di masse in rivolta contro lo status quo. Classi (soggetti uniti da interessi e valori comuni) ≠ Masse (individui solitari, materia informe).

Il totalitarismo è, in primo luogo, organizzazione delle masse e il suo strumento è la propaganda; il suo fine è quello di rifare il mondo e la natura umana attraverso procedimenti scientifici.

Struttura totalitarismo: "a cipolla", per indicare gli "strati" del potere l'uno interno all'altro e tutta la complessa struttura sociale e politica, destinata ad essere sfogliata pezzo per pezzo.

Il totalitarismo è un regime nichilistico, costretto al movimento e all'instabilità continui; è tenuto a malapena insieme dal capo carismatico. La società è ridotta a oggetto di esperimenti di distruzione e nuova creazione dell'uomo. Esito della nichilistica azione distruttiva del totalitarismo = creazione di individui isolati fra loro; più in largo è la creazione di "morti viventi", cioè gli internati nei lager.

Il totalitarismo, soprattutto, porta alle estreme conseguenze una caratteristica tipica della civiltà occidentale: l'assorbimento dell'azione nella teoria (cioè nell'Idea), la sostituzione della concretezza dell'agire politico con l'astrattezza di una teoria.

"Vita activa": ricostruisce la vicenda dell'occultamento della politica da parte della teoria.

Con vita activa la Arendt intende 3 funzioni diverse:

1.      capacità di AGIRE à sono le azioni che connotano l'azione umana. le altre 2 sono proprie anche degli animali, indicando le capacità "artigiane"; qui si distingue l'uomo come animale politico. Sfera politica = comunità di azioni, che si declinano attraverso discorsi;

2.      capacità di PRODURRE à idea del lavoro ripetitivo, non creatore; indica l'uomo in quanto animal laborans;

3.      capacità di OPERARE à distingue l'uomo in quanto homo faber, cioè colui che non semplicemente lavora, ma opera creando qualcosa.

Pensando la politica come azione, è critica contro tutti quelli che avevano considerato la politica come delega. Tale linea, per la Arendt, è implosa à potere politico ≠ forza:

-         POTERE = connaturato nell'uomo, perciò è diviso, tutti ce l'hanno; il limite al potere di uno sta nell'incontro (non scontro) con un altro; è la capacità di azione dell'individuo;

-         FORZA = non è divisibile.

"Il potere, come l'azione, non è soggetto a limiti" (tranne quello di cui sopra).

Il potere umano corrisponde alla pluralità irriducibile: viviamo in un mondo plurimo, non unico. Per questo il potere può essere diviso senza diminuire.

Non ci si deve più uniformare o omologare agli altri nella figura del cittadino; tale figura è finita con Auschwitz.

Il potere è diviso e partecipato.

Il conflitto tra fazioni è la grande manifestazione del federalismo della Rep. USA. È produttivo della politica stessa.

Altro grande tema della Arendt (oltre a: rifiuto alienazione pubblico/privato; rifiuto omologazione di tutti ad un unico; divisione) è l'AUTORITÀ = è in crisi perché la modernità ha perso la distinzione tra potere e autorità. Ogni autorità = potere, ma in realtà essa è qualcosa che ha a che fare con la tradizione, è qualcosa che sostiene il potere politico, di cui è il fondamento. È necessariamente gerarchica e richiede necessariamente obbedienza à senza autorità il potere è infondato.

La Arendt ripropone l'autorità, contro il nichilismo. Proprio per il fatto che l'autorità richiede obbedienza, la si è spesso confusa col potere: è l'obbedienza all'autorità che lega un figlio alla madre; che ci fa parlare; il posto da cui veniamo. È il debito che abbiamo nei confronti del luogo da cui veniamo, non è l'obbedienza coattiva allo Stato, per es..

Da una visione di comando verticale à Arendt pensa ad un pot. pol. pensato e discusso, fondato da un'autorità che sta sotto, in quanto lo sostiene, con la quale si riconosce un debito, attraverso cui si manifesta la propria libertà à libertà politica = massima forma di libertà.

Si nota l'apertura alla politica come nuovo inizio; nonostante Auschwitz, è ancora possibile vivere, pensare la politica.

La decisione politica non è più delegata.

Organizzazione della società moderna:

-         alienazione del soggetto dal mondo à il singolo è sempre più spaesato, privo di un contesto comune

-         formazione di una sfera sociale à dato che il lavoro (che ha a che fare con la necessità, in quanto procura ciò che è indispensabile alla vita) esce dall'ambito del privato e costituisce lo spazio pubblico.

-         trionfo dell'homo faber sull'animal laborans (che conosce solo gli strumenti e ciò che viene prodotto nel suo mondo) à l'animal laborans è destinato a diventare l'uomo al servizio della tecnica (nella quale scienza e lavoro si incontrano).

Col totalitarismo abbiamo, dunque, la scomparsa moderna del mondo umano, cioè del mondo politico.

FOUCAULT

Opere più importanti scritte tra gli anni '60, '70 e parte degli '80.

Non vuole più concentrarsi su Stato, istituzioni, FG, ecc. ma vuol fare una micro-fisica del potere, cioè indagare il potere a livello della società:

il potere non si crea, non si istituisce, quindi non si abbatte, ma c'è, è qualcosa di naturale à esso circola, è sempre presente.

L'idea di Foucault è che la modernità non è una teoria/pratica politica, ma può essere raccontata come grande narrazione di forme di soggettivazione del soggetto: il soggetto viene creato/soggettivato à così il soggetto viene disciplinato, cioè siamo programmati per essere tali, perché alla base ci sono regimi di assoggettamento che ogni giorno ci controllano.

Quest'idea della soggettivazione gli viene dall'osservare com'è stata costruita e definita in epoca moderna la FIGURA del FOLLE.

FOLLE = figura violenta, che va internata in manicomi.

La costruzione del pazzo come il non-normale viene dall'epoca moderna. Tali costruzioni si basano su saperi; in particolare, saperi medici. Deciso chi è il normale e chi no, il potere agirà in modo diverso sull'uno e sull'altro.

I pazzi sono coloro che non stanno alle norme (non-normali); gli altri sono i normali.

La prima istituzione "totale" (= che controlla la sfera privata dell'individuo, cioè ogni momento della sua vita) è stata la costruzione degli ospedali per pazzi, dove i pazzi venivano solo internati per essere controllati, non curati.

Foucault nota che la struttura del manicomio è come quella delle altre istituzioni totali:

-         edificio a più piani

-         ogni piano diviso in più corridoi molto lunghi

-         ogni corridoio si apre in tante porte da entrambi i lati

Secondo lui, tutte le istituzioni totali hanno questa stessa struttura e sono:

-         scuole             

-         carceri             tutte istituzioni che stanno a livello della società, dove si forma il soggetto moderno;

-         ospedali           quando questi non "viene bene", lo si "cura"/interna per farlo tornare normale.

-         caserme

Così ha funzionato il grande processo di disciplinamento dell'individuo. Parallelamente si sono costruiti i saperi scientifici, che non a caso si chiamano "discipline" in quanto ci insegnano a comportarci.

I meccanismi di potere si danno attraverso un controllo sociale, un'educazione totale. Il disciplinamento, poi, è su tutta la vita dell'individuo. Ed è attraverso tali meccanismi di disciplinamento che, dunque, si costruisce il soggetto.

La costruzione dell'identità di ognuno è fatta a partire dall'esclusione di:

-         pazzi

-         poveri (= non sono normalizzati, formalizzati al lavoro, considerati come gente che non vuole lavorare).

Il potere, quindi, non è un grande atto costitutivo, ma sono azioni quotidiane nella società, azioni che producono discorsi di verità à ogni sapere scientifico si presenta come portatore di verità (= è vero inevitabilmente ciò che dice la scienza).

SAPERE, per la modernità, È IL POTERE.

Foucault studia le tecniche di potere, i saperi scientifici, il modo in cui è stata strutturata la nostra vita.

Per lui, chi vuole studiare il potere deve cambiare il proprio punto di vista (come dice anche la Arendt): bisogna guardare il potere come forma di dominazione (di qualcuno su qualcun altro) costantemente in circolo, e assoggettamento (cioè, l'essere normalizzati).

L'essere umano in quanto tale, per lui, non esiste, ma è l'esito del processo di soggettivazione.

Egli nota che spesso i pazzi adulti si comportano come i bambini. La classificazione del pazzo ha obiettivi di assoggettamento: il pazzo è colui che è sfuggito al controllo à la società si difende e lo esclude: il suo sapere non vale nulla. Al massimo lo si può riportare nella società cercando di normalizzarlo. Il pazzo, dunque, è colui che ha resistito ai processi di normalizzazione e di controllo (il potere funziona così e non si può far altro che resistergli in alcuni punti, al massimo, ma non combatterlo).

Teoria della BIOPOLITICA = il potere si è occupato del corpo della popolazione, cioè di collettività à necessità che, perché lo Stato prosperi, il corpo della popolazione debba essere mantenuto in vita. Perciò la politica comincia ad occuparsi della sanità dei cittadini, considerando la malattia come deviazione della normalità. Per questo si sono sviluppate le varie scienze: per difendere la popolazione e mantenerla sana.

Tale passaggio biopolitico mette all'opera l'idea che il governo è un potere di regolamentazione e che la sovranità non consiste più nel potere di vita/morte, ma consiste nel far vivere e nel lasciar morire, dopo aver deciso le classi da mantenere sane e quelle da far perire, chi può accedere ai servizi sanitari e chi no.

Governamentalità ≠ Governo:

-         governamentalità = processi di disciplinamento

-         istituzione governativa.

Per Foucault, POLITICA = prosecuzione della guerra con altri mezzi (≠ Clausewitz, secondo cui, invece, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi). La costante guerra che si combatte è guerra per il potere.

POLITICA = processi di dominazione e assoggettamento.

POTERE = molteplicità dei rapporti di forza immanenti al campo in cui si esercitano; è sempre locale e instabile ed è proprio nei rapporti instabili che si inseriscono i movimenti di resistenza.

Foucault afferma che c'è una costante e sotterranea guerra fra tutti (pg. 175 "Potere").

La volontà di potenza di Nietzsche diventa volontà di sapienza in Foucault.

Egli presenta la propria lettura come un'ARCHEOLOGIA del PRESENTE: possiamo capire il nostro presente solo se facciamo archeologia, cioè se scaviamo, se andiamo alla parte micro e non ci fermiamo alla macro. Per lui, infatti, il potere viene dal basso.

Il "come siamo oggi" è l'esito del processo educativo-disciplinativo; sono all'opera diversi dispositivi di controllo (per mantenerci normali).

Il potere moderno ha fatto le sue prove nei carceri, negli ospedali, in luoghi chiusi (à Foucault arriva a dimostrare che è proprio il carcere che provoca il comportamento delinquenziale, perciò è come se la società e la violenza si alimentassero da sole).







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