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Il Comune: dalla nascita alla crisi

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Il Comune: dalla nascita alla crisi

Il Comune: dalla nascita alla crisi

  La formazione e l'evoluzione delle istituzioni comunali è, come già visto, un fenomeno complesso, attuatosi attraverso trapassi che nelle varie città maturarono in momenti e circostanze diverse, ma sempre in connessione con le trasformazioni economiche, sociali, ideologiche delle collettività cittadine, che richiedevano innovazioni politiche e amministrative.

 L'autonomia comunale italiana ha radici profonde e remote: anche nei momenti di maggior depressione economica e politica le città continuarono ad essere sede di autorità laiche ed ecclesiastiche che governavano il territorio circostante e rimasero anche centro di relazioni economiche.

  Nelle città non venne mai meno un ceto di cittadini ricchi ed autorevoli, che  in varia misura collaboravano con le autorità locali e talvolta le contrastavano.

Era un gruppo composito di cui facevano parte proprietari terrieri ( aristocrazia fondiaria ), vassalli vescovili e comitali, mercanti, giurisperiti, e che diventò vera e propria classe di governo quando la lotta per le investiture sconvolse gli equilibri locali determinando una carenza di autorità.

Al vuoto di poteri che conseguì alla lotta per le investiture posero rimedio  quei cittadini che avevano acquisito capacità amministrative e politiche collaborando con il vescovo o con il conte. 



Nell'assumersi questo compito essi intendevano anche frenare la pressione di nuovi elementi sociali    ( popolo minuto, classi artigianali ) che, partecipando appassionatamente ai contrasti religiosi, avevano mostrato di essere capaci di farsi valere e di operare scelte politiche.

 

Nelle varie città i cittadini autorevoli che volevano prendere il controllo della situazione si garantirono una solida base di persone fidate e sicure, a cui si legarono con un giuramento di reciproca solidarietà.  Questa unione giurata è indicata con i nomi di coniuratio, di pax, di concordia, di tregua.

La nuova organizzazione cittadina prese il nome di comune e i suoi capi presero quello di consoli.

Comune è un'espressione che in età romana era usata come sostantivo per indicare il complesso degli abitanti di un municipio e come aggettivo per distinguere ciò che era municip 111d33b ale da ciò che era pubblico, cioè statale

 Quanto ai consoli, non si trattava di una coppia di consoli come nell'antica Roma, ma di un collegio assai più numeroso, nella cui composizione si rifletteva la composizione dei gruppo che aveva preso l'iniziativa di dare alla città un nuovo governo. I consoli e i loro collaboratori restavano in carica per un periodo molto breve  per  garantire la collettività contro il pericolo dell'affermarsi di un regime personale ed assicurare il mantenimento della libertà, ma non bastò ad impedire che il consolato e tutti gli altri uffici comunali fossero monopolizzati da una ristretta cerchia di famiglie.

La creazione di una magistratura stabile, inoltre, curava gli interessi cittadini e coordinava l'azione collettiva era al centro dell'accordo tra i capi e la base. Si sviluppò una  legislazione comunale indicata con il nome latino di Statuta, cioè «cose stabilite».

1 Evoluzione della struttura comunale

Verso la fine dei - sec.  XII, superata la grave crisi della lotta contro Federico Barbarossa ed ottenuto il riconoscimento della nuova situazione con la pace di Costanza (1183), la struttura  comunale si modificò.             

I progressi realizzati in tutti i campi dalle attività produttive avevano rafforzato economicamente e socialmente quegli strati della popolazione urbana che in pratica erano esclusi dal consolato e che tutt'al più dovevano contentarsi di cariche secondarie.

Organizzati in associazioni di mestiere, essi fornivano anche quelle fanterie che costituivano il nerbo dell'esercito comunale. Consapevoli delle proprie fondamentali funzioni, aspiravano ad avere nel governo comunale un ruolo adeguato e tale da frenare gli abusi che il ceto dirigente aveva finito con il commettere nell'amministrazione della giustizia, nella ripartizione delle imposte, nell'amministrazione dei redditi dei beni comunali. 

La pressione dei popolari portò ad una trasformazione radicale della costituzione comunale.  I popolari ripresero la loro avanzata, divenendo quasi dovunque la classe politica dominante.

Nel corso del Duecento accanto al consiglio generale, composto da tutti i ceti sociali, fu istituito un consiglio dei popolo, in cui entravano soltanto gli iscritti alle associazioni popolari; il potere esecutivo fu diviso fra i rappresentanti popolari, i cosiddetti priori (vedi Dante, che fu priore di Firenze), ben presto presieduti da un capitano del popolo. Negli ultimi anni del secolo, intanto al collegio dei consoli fu sostituito un magistrato unico designato con il titolo di podestà.

Fu poi costituito un consiglio generale molto numeroso, in cui tutti i ceti popolari erano largamente rappresentati.

I primi podestà erano cittadini, poi furono scelti in città vicine o lontane, ma amiche, nella persuasione che essendo forestieri fossero estranei alle rivalità locali.  Ben presto si formò una categoria professionale di podestà che, regolarmente stipendiati ed accompagnati da un certo numero di collaboratori, si spostavano da una città all'altra: questo favorì la progressiva omogeneizzazione delle istituzioni e delle leggi.

Il nuovo sistema politico concentrava nei podestà il potere esecutivo, riservando il potere legislativo al consiglio : era un sistema razionalmente elaborato, sebbene fosse tutt'altro che democratico - nei senso moderno del termine- perché alle cariche pubbliche erano eleggibili soltanto coloro che possedevano beni immobili o mobili. 

Le fazioni in gara si presentavano come guelfi (in Italia erano i sostenitori del Papato) e ghibellini (in Italia erano i sostenitori dell'Impero) e cercavano di imporsi agli avversari con la forza: la collaborazione fra partiti, il riconoscimento agli avversari di diritti uguali ai propri, sono concetti che il Medioevo ignorava. 

La forza di un partito non consisteva nel numero degli aderenti, nella maggioranza dei voti, ma nella capacità di occupare materialmente la piazza e il palazzo comunale e di espellere gli avversari dalla città. 

Gli espulsi si rifugiavano in qualche città vicina. governata da un partito amico e si organizzavano in forme modellate su quelle del comune, con il nome di comune extrinsecorum («comune di quelli di fuori»), preparandosi a rientrare in patria con le armi (si veda quanto studiato a proposito di Firenze, in letteratura con Dante).

Ma nemmeno il nuovo regime riuscì a conservare l'equilibrio tra le varie forze politiche e, ad un certo momento, unico rimedio parve quello di mettersi sotto gli ordini di un capo che le vicissitudini della lotta politica avevano già fatto emergere. La sua autorità. i suoi poteri vennero riconosciuti con il conferimento dei titolo di dominus,  signore.

Il bisogno di ordine, di unità. che è la causa fondamentale dei formarsi delle signorie, là dove le circostanze non consentono l'affermarsi di un regime personale porta all'instaurazione di regimi oligarchici, più o meno ristretti ( come a Venezia ed a Genova ).  Il risultato è lo stesso: per avere la pace si è rinunciato alla libertà

2 Dal Comune alla Signoria

Nel tardo Medioevo si assiste quindi  a processi di accorpamento territoriale e a una tendenza a centralizzare il potere.  A differenza di altri grandi paesi dell'Occidente europeo, come Francia e, Inghilterra (vedi guerra dei Cent'anni) questi processi non sfoceranno però in una unificazione politica, nella creazione di un unico grande Stato italiano. 

Lo impediranno soprattutto un reciproco bilanciamento di forze fra le maggiori entità politiche della penisola e, più oltre nel tempo, la caduta di sue ampie parti sotto dominazioni straniere.

Intorno alla metà dei '400 la carta politica italiana è molto semplificata rispetto a quella di fine '200-inizi dei '300. La vita politica comunale produce divisioni.  Agli avversari ci si impone con la forza, non si riconoscono loro diritti eguali ai propri.   Nel comune medievale non ci sono governo e opposizione in lizza tra loro; ci sono vincitori e vinti.  Questi ultimi debbono prendere la via dell'esilio e per affermare le loro tesi politiche non rimane loro che la strada delle armi, la riconquista della città per lo più con aiuti esterni.  

Ricordiamo ad esempio un caso di  fuoruscitismo, verificatosi in Firenze nel 130 Corso Donati, capo della fazione politica dei guelfi neri, cacciato dalla città con l'entrata in città di Carlo di Valois, riprese il comando dei Neri di Firenze e firmò numerose condanne all'esilio di esponenti della parte avversa, fra cui quella di Dante. Egli liberò i  prigionieri politici, dando inizio ad una violentissima settimana di persecuzioni contro l'altra fazione, quella dei guelfi bianchi, che lo aveva cacciato.

Già l'istituzione dei podestà  è un riconoscimento del fatto che problema centrale dei comune è la stabilità politica e la ricerca di unità fra i cittadini.  Lo sviluppo economico accentua tensioni e scontri politici.  Quando le divaricazioni appaiono troppo forti la città si affida si affida in via temporanea a un signore.



Ai comuni si vanno col tempo sostituendo signorie permanenti.  Sono appunto signorie quelle che combattono le guerre condannate da Francesco Petrarca in una famosa canzone (la CXXVIII del Canzoniere,) che è un accorato appello ai signori d'Italia perché cessino di lottare tra loro e desistano dal ricorrere a milizie mercenarie straniere.

Al mutamento istituzionale si accompagna infatti un mutamento decisivo nella composizione degli eserciti. Le truppe che si fronteggiano nelle numerose guerre fra le città italiane non sono più le milizie urbane dei comuni, ma formazioni mercenarie assoldate dai signori delle diverse città.  I loro comandanti o capitani passano spesso dall'uno all'altro dei contendenti.  A volte perseguono i loro disegni politici tendenti alla formazione di domini personali (si vedano, ad esempio gli Sforza a Milano, che da condottieri con un colpo di mano si impongono come Signori).

Nell'Italia padana di quegli anni al nome delle città si può sostituire quello delle casate che le governano: Visconti per Milano, Gonzaga per Mantova, Da Carrara per Padova, Della Scala per Verona, Este per Ferrara.

 L'esperienza signorile si stabilizza in buona parte delle città padane fra fine del Duecento e primi decenni del Trecento; a Firenze, invece, solo negli anni '30 del Quattrocento. Unica grande eccezione Venezia.

Dal punto di vista istituzionale la signoria cittadina di quest'epoca consiste essenzialmente nell'accentramento dei poteri comunali nelle mani di una persona e d'una famiglia che li esercitava non più in modo temporaneo ma a vita.  Gli ordinamenti del comune non erano perciò soppressi ma svuotati e resi subalterni al volere del signore.

Le città signorili tendono ad ampliare i loro domini territoriali. Prosegue un processo di superamento della frammentazione iniziato con l'espansione dei comuni verso il contado. Valga per tutti l'esempio di Milano, il cui  potere si estende militarmente ben al di là delle terre lombarde. Anche se tale espansionismo non sarà stabile e duraturo, esso testimonia il chiaro intento da parte dei signori milanesi di creare uno stato dell'alta Italia impensierendo le due città rivali di Venezia e Firenze.

Le condizioni per l'omogeneizzazione politica del territorio italiano non sono però mature e nel XV secolo si affermerà una politica di equilibrio delle varie signorie italiane.

Agli inizi dei '400 comincia a delinearsi nella penisola la geografia degli Stati regionali. 

 

Il processo di formazione degli Stati regionali in Italia, trova il suo equivalente nella formazione delle monarchie nazionali in Europa, segno del passaggio dalla politica universalistica medievale alla nuova concezione moderna.

 

Infatti ben presto alla signoria si sostituirà col tempo il principato e cioè un potere di tipo monarchico fondato sulla concessione di titolo (per lo più ducale) da parte dell'imperatore (ma anche del pontefice).

Il dominio del signore conquistato con la forza, aveva in teoria una sua legittimazione dal basso: la città e cioè il suo popolo riconosceva il potere del signore.

  Con il principato si ha una legittimazione dall'alto: il signore è tale perché investito del suo potere da un potere in via teorica superiore. 

Avvento delle signorie e dei principati sono processi che coprono un lungo periodo di tempo: i Visconti, la cui signoria su Milano si stabilizza negli anni '10 dei secolo XIV, ottengono il titolo ducale nel 1395.  I Medici, signori di Firenze dal 1434, divengono duchi nel 1532.

Le lunghe lotte che prendono corpo e destabilizzano le istituzioni comunali e che generano  la crisi del comune sfociano spesso, come visto,  nella signoria. In alcuni casi però esse generano una chiusura oligarchica del governo urbano.

Il governo oligarchico (= governo dei pochi) può poi evolvere a signoria, come a Firenze, o rimanere tale, come a Venezia.

I  «pochi», gli oligarchi nelle cui mani restano le redini delle città, hanno origini diverse, mercantili o nobiliari.  Dapprima in aspro contrasto tra loro, i diversi segmenti dell'oligarchia vanno col tempo unificandosi.  Così nella Firenze dei primo '400, ad esempio, negli strati superiori della società non c'è più distinzione tra chi proviene dalla borghesia mercantile-finanziaria e chi, invece, è di famiglia nobile e feudale. 

Scheda di Approfondimento: La causa della nascita delle Signorie  

Causa immediata delle signorie è il bisogno d'ordine che via via le istituzioni comunali non sono più in grado di garantire.

Quest'incapacità, resa palese dalle perenni lotte fra le fazioni, deriva dagli sviluppi stessi della vita economica e sociale urbana.  Nella fase di formazione e affermazione della nuova economia mercantile la città, in cui abitano o vanno ad abitare pure molte famiglie nobili, è a lungo luogo di continuo rimescolamento sociale. 

Successivamente l'economia urbana si assesta, subisce l'urto della crisi e poi della ripresa: nella città si riproduce una forte differenziazione sociale contro cui si eleva la protesta dei meno abbienti, spesso sotto forma di movimenti ereticali. E' in quest'epoca che le istituzioni comunali cominciano a rivelarsi insufficienti a garantire ordine e unità dello Stato imperniato sulla città.

La crescita economica crea strati di nuovi ricchi e potenti mercanti che si organizzano in solide corporazioni e si battono, a volte assieme agli artigiani a loro volta riuniti in arti, per rompere il monopolio delle famiglie più antiche. 

Per parte loro i ceti inferiori artigiani e salariati premono e si ribellano per ottenere migliori condizioni di vita e un'organizzazione del potere in cui le loro istanze siano rappresentate.

Già l'istituzione dei podestà  è un riconoscimento del fatto che problema centrale dei comune è la stabilità politica e la ricerca di unità fra i cittadini.    Quando le divaricazioni appaiono troppo forti la città si affida si affida in via temporanea a un signore.

Ai comuni si vanno col tempo sostituendo signorie permanenti: per avere la pace si è rinunciato alla libertà .

Molti signori hanno origini feudali.  Per trovare signori di d'origine borghese, bisogna arrivare alla seconda o terza generazione delle signorie. Numerosi, e variabili da zona a zona, sono gli elementi che spiegano l'origine feudale dei signori. 

Due almeno vanno sottolineati. 

  1. La fisionomia della città e del comune cittadino nonché dell'economia urbana della Valle del Po e della Toscana è segnata da una originaria commistione fra nuovi e antichi protagonisti, fra borghesia e nobiltà feudale.
  2. Per quanto l'economia mercantile faccia enormi progressi, i feudatari  disponevano collettivamente di solide risorse, sia in entrate che in uomini.  

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