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LO SCENARIO DI RIFERIMENTO PER LA NEW ECONOMY: LA GLOBALIZZAZIONE

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LO SCENARIO DI RIFERIMENTO PER LA NEW ECONOMY: LA GLOBALIZZAZIONE

LO SCENARIO DI RIFERIMENTO PER LA NEW ECONOMY: LA GLOBALIZZAZIONE

    

PREMESSA

L'avvento di internet e l'affermarsi della new economy rappresentano le caratteristiche salienti della società che si sta affermando e che viene definita come la società dell'informazione, ossia una società basata sull'utilizzo di tecnologie dell'informazione e della comunicazione che riesce ad instaurare una nuova gestione dei rapporti tra le istituzioni, i cittadini, le imprese, la politica e l'economia. Queste tecnologie hanno ormai assunto i termini di una vera e propria rivoluzione tecnologica, che per la sua importanza e il suo impatto può essere paragonata all'invenzione della stampa nel XV secolo e dei mezzi di comunicazione di massa tra il XIX e il XX secolo; ma  mentre queste ultime hanno richiesto cinquecento anni per essere realizzate e per manifestare i loro effetti, la rivoluzione della comunicazione elettronica si manifesta in un periodo di tempo molto ridotto.

Il mercato mondiale dell'Ict-Informationanl and Comunication Technologies, stimato nel 1998 in 1445 miliardi di ECU, è cresciuto notevolmente e rapidamente negli ultimi anni, e soprattutto, nel corso degli  ultimi due anni il mercato europeo sta rapidamente riducendo il 727d38h distacco con gli Stati Uniti. Infatti come rivelano i dati del rapporto Eito-European Information Technology Observatory (ed.1999), il mercato europeo dell'Ict rappresenta con il 30%, quasi un terzo del mercato mondiale e si avvicina alla quota di mercato americano del 36%1.  L'investimento dell'Europa nelle nuove tecnologie ed in particolare la diffusione di internet sono il fondamento per la realizzazione della cosiddetta Information Society.



Lo sviluppo di internet consente di intravedere un mondo nel quale il costo dell'informazione tende a ridursi se non ad annullarsi, e la conoscenza, bene primario della nuova società, diviene accessibile a tutti. Si è visto come internet offra la possibilità al consumatore di costruirsi percorsi personalizzati per le sue scelte. Per le imprese internet rappresenta la globalizzazione del mercato. È in questo contesto che internet è stato definito come "autostrada dell'informazione". Caratteristica prioritaria delle autostrade dell'informazione è il fatto di non rappresentare un unico sistema di trasporto, ma la combinazione flessibile e mutevole di molteplici forme di comunicazione digitale ad alta velocità, dalle tradizionali linee telefoniche alle reti radiotelevisive e satellitari, alle reti di computer.2 Come i sistemi di comunicazione introdotti verso la metà del secolo scorso, (reti ferroviarie, telegrafo, navigazione a vapore) hanno reso possibile il movimento delle merci e dei messaggi originando la produzione di massa, così le autostrade dell'informazione generano cambiamenti di vasta portata sull'economia e sulla società. Secondo Scott:

"la rivoluzione dell'informazione avviata dalle nuove tecnologie può essere considerata come un ulteriore capitolo del processo evolutivo iniziato nella rivoluzione industriale che mira alla mobilitazione delle risorse necessarie per il soddisfacimento dei bisogni umani in perenne trasformazione. Tale mobilitazione sarà tanto più efficace quando maggiore è il numero delle persone che possono scambiare informazione ed effettuare transazioni in una sorta di "grande piazza del mercato globale".3

Globalizzazione dei mercati e sviluppo dell'ICT rappresentano dunque le premesse, lo scenario di riferimento della new economy.

6.1 L'AVVVIO DEL PROCESSO DI GLOBALIZZAZIONE

Il fenomeno della globalizzazione si è sviluppato molto negli ultimi anni, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, con il venir meno delle barriere politiche, e, in parallelo con lo sviluppo del commercio mondiale. Questo fenomeno, favorito dalla riduzione dei costi di trasporto e dall'aumento della comunicazione multimediale, fa sì che nel mondo, sempre di più, tutti siano in contatto con tutti, politicamente, economicamente e culturalmente.

Se si guarda la storia, però si vede che non è una novità: nel passato, in forme ovviamente del tutto diverse, il mondo ha già conosciuto periodi confrontabili al presente come durante il regno di Alessandro Magno, l'Impero Romano, e, molto tempo dopo, nel settecento-ottocento, l'Impero Inglese; periodi di apertura che, nei secoli, si sono alteranti a periodi di chiusura.

La stessa Europa, all'inizio del Novecento, era molto aperta, vi era consentita la libera circolazione delle persone (si viaggiava senza passaporto) e tra i paesi si svolgevano intense attività commerciali. 4

Dopo il  dominio dell'economia agraria durato millenni e il dominio dell'economia industriale che ha caratterizzato il XIX e il XX secolo, viviamo nell'era della finanza globale. L'economia è planetaria, i confini perdono importanza ed i mercati appaiono i protagonisti indiscussi della politica interna degli stati, i quali a loro volta perdono sempre più potere.

I mercati sono i nuovi azionisti dell'intera economia e alimentano un gigantesco flusso di denaro che difficilmente si può incanalare e controllare. Quando si accorgono che l'assenza di regolatori può scatenare instabilità, che si origina in un punto del mondo e si diffonde sull'intero sistema finanziario secondo il classico modello "effetto domino", gli operatori finanziari sembrano temere le conseguenze del loro stesso potere.

La globalizzazione è una delle caratteristiche della nostra era.

Il governo britannico l'ha definita come "la crescente interdipendenza e interconnessione del mondo moderno attraverso il maggiore flusso di merci, servizi, capitali e informazioni".

Il processo è trainato dal progresso tecnologico e dal minor costo delle transazioni internazionali, il quale accelera le tecnologie e le idee, aumenta la quota del commercio nella produzione mondiale e la mobilità dei capitali. La moderna globalizzazione affonda le sue radici nella liberalizzazione del commercio iniziata alla fine degli anni 40 e proseguita attraverso varie fasi di riduzione delle tariffe doganali sotto l'egida del Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), e della Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) di Ginevra.

All'abbattimento delle barriere doganali i singoli Paesi hanno poi fatto seguire l'allentamento delle restrizioni sui capitali.

A tal proposito, il 27 ottobre 1986 può essere considerata una data storica; infatti quel giorno a Londra (sulla scia di quanto avvenuto a Wall Street ), vennero abolite le commissioni fisse sul mercato azionario e le restrizioni alle transazioni; l'antica sala delle contrattazioni venne soppiantata dalle operazioni elettroniche. Nel 1983 gli scambi ammontavano a 60 miliardi di dollari, nel 1997 venivano scambiati 1.500 miliardi di dollari. In un quarto di secolo il flusso annuale degli investimenti diretti all'estero è passato da 28 a 318 miliardi di dollari. Fiumi di capitale vanno e vengono, arrivano in un paese e poi ne fuoriescono guidati da un'apparente irrazionalità.

L'economia fondata su relazioni di debito e credito è intrinsecamente instabile ed esposta a crisi ricorrenti. Il FMI (fondo Monetario Internazionale) infatti ha compilato la lista delle crisi che si sono susseguite fra il 1975 e il 1987. Dopo il 1987 sono risultate più frequenti le crisi bancarie, che secondo il FMI devono essere messe in relazione con la liberalizzazione finanziaria che ha preso piede proprio in quegli anni. Con la liberalizzazione delle attività finanziarie, infatti i mercati funzionano ventiquattro ore al giorno, le piazze finanziare sono collegate, gli attori si moltiplicano e fare previsioni diventa sempre più difficile.5

Di recente, tuttavia, si è affermata una nuova forza globalizzante: Internet. La notevole riduzione dei costi delle comunicazioni associata al web sta contribuendo a dilatare il fenomeno dell'integrazione dei mercati. Internet consente di effettuare transazioni in modo semplice che, in alcuni casi, (per prodotti digitali) possono anche essere istantanee. Sotto molti punti di vista è il business-to-business a rappresentare il modo più rivoluzionario con cui internet sta favorendo il processo di globalizzazione.6

Levitt in una articolo del 1983 nell' "Harvard Business Review" sostiene che la globalizzazione ha portato ad una convergenza delle economie, negli assetti organizzativi e sociali, in termini di occupazione e di produzione. Levitt infatti è dell'opinione che globalizzazione e tecnologia sono i fattori principali che modellano le relazioni internazionali. L'impresa globale opera costantemente con costi decrescenti, come se il mondo fosse un'unica entità. Si adatta alle esigenze dei consumatori poiché non è riuscita a unificare le domande specifiche che a essa si indirizzano.

Successivamente Kenichi Ohame, estese tale concetto all'insieme del ciclo di produzione. Mentre prima si esportava a partire dalla base nazionale e si stabilivano all'estero servizi di vendita, successivamente si è passati ad una produzione decentrata localmente, affidando alla filiale una funzione completa, non più residuale. È la propensione a trasformare i modi di produzione che spinge alla globalizzazione, la quale oltrepassa i confini nazionali e mina il sistema di equilibri sociali e di potere, al centro dei quali si collocava lo stato.

La globalizzazione si è ormai elevata al rango di programma politico diventando una vera e propria teoria del cambiamento sociale. Non più una semplice descrizione di un fenomeno, di rapporti di causa ed effetto, ma una ideologia il cui nucleo centrale, nella versione più estrema, è costituito  dalla delegittimazione del ruolo dello stato a vantaggio del mercato ritenuto capace di autoregolarsi. Allo stato resta il compito prioritario di organizzare nel migliore dei modi possibile l'ambiente economico per attrarre capitali finanziari e da investimento. La conseguenza estrema può essere rappresentata dalla prospettiva di una finanza d'assalto che tiene in scacco i cittadini risparmiatori e i governi.7

6.2 GLI ELEMENTI SALIENTI DELLA GLOBALIZZAZIONE

Come ho già detto, la storia ha conosciuto periodi di apertura e di globalizzazione, quello attuale si differenzia dai precedenti per diversi motivi.

La prima novità è sicuramente il fatto che l'integrazione economica influisce direttamente, e più di prima,  sulle decisioni  delle imprese, nell'organizzazione della produzione e nell'utilizzo del lavoro. Infatti, il volume dei beni e servizi scambiati, la facilità e la velocità dello scambio di informazioni, il ruolo dominante della finanza, il peso delle aspettative dei detentori di titolo di stato e di azioni, non hanno precedenti.

La seconda novità è di natura tecnica: tutto ciò che si scambia tende ad essere scambiato su scala mondiale.

La terza novità è la competizione fra stati. Il livello di integrazione fra stati pone tutti i paesi di fronte allo stesso dilemma: da un lato, i pericoli della globalizzazione pongono l'accento sulla necessità di estesi sistemi di sicurezza sociale, ma nello steso tempo l'accresciuta globalizzazione restringe i poteri degli stati nazionali. Nel regime globale la competizione influenza ogni scelta macroeconomica, dai salari all'imposizione fiscale, dalle politiche ambientali all'efficienza della pubblica amministrazione.   

La quarta novità è l'accelerazione imposta dalla liberalizzazione finanziaria. Attualmente la dimensione dei movimenti finanziari non ha paragone con lo scambio di beni e servizi reali. Le valutazioni sulle decisioni dei poteri pubblici e delle imprese si riflettono sui prezzi delle azioni e dei titoli di stato, quindi sui tassi di interesse. Poi sulla base di tali indicatori i governi vengono giudicati in maniera permanente. Di conseguenza, il conservatorismo fiscale prevale nei confronti di politiche economiche ambiziose.

Dalla finanza al servizio dell'economia, si passa ad una economia presa in ostaggio dalla finanza.



La quinta e ultima novità è rappresentata dall'innovazione tecnologica che interagisce con le forze della globalizzazione modificando radicalmente le condizioni macroeconomiche. I prezzi di beni e servizi hig-tech sono calati drasticamente, si ha una tendenza alla moderazione salariale in quanto i lavoratori temono la conseguente riduzione di posti di lavoro o il trasferimento della produzione in altri paesi, e la concorrenza induce le imprese a limitare gli aumenti dei prezzi.

Importantissimo inoltre è il ruolo delle istituzioni internazionali che hanno costruito le condizioni affinché la globalizzazione si imponesse. Tali istituzioni, dal G7 al FMI, dall'OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici) al WTO (world trade organization) alle Banche regionali di sviluppo, hanno infatti a livello internazionale, liberalizzato la finanza e il commercio di beni e servizi; aperto le frontiere valutarie; introdotto una maggiore flessibilità dei salari e delle norme di lavoro, che hanno sicuramente contribuito ad alimentare la globalizzazione.8

L'attività delle istituzioni nell'influenzare il fenomeno della globalizzazione, è comunque da molti studiosi contestata. Ralph Nader, ad esempio, sostiene che la conclusione di accordi forti e inclusivi come il Wto o il Nafta, istituzionalizza una struttura economica e politica che consegna sempre più i singoli governi nelle mani di un sistema finanziario e commerciale globale, perpetrato per mezzo di un governo internazionale autocratico che favorisce gli interessi delle imprese globali. Questo nuovo sistema, secondo Nader, non è finalizzato alla salute e al benessere economico dei cittadini, ma all'ampliamento del potere e della ricchezza delle maggiori multinazionali e istituzioni finanziarie mondiali.

Il popolo di Seattle sostiene che molte scelte che coinvolgono la vita quotidiana delle persone vengono progressivamente sottratte alla facoltà dei governi locali e nazionali per essere trasferite a un gruppo di burocrati del commercio non eletti, che siedono nelle stanze di Ginevra. Una volta che le commissioni segrete del Wto abbiano emanato i propri editti, non può esservi alcun ricorso indipendente: la conformità deve essere totale. Sono, secondo Nader, messe in gioco le vere e proprie basi della democrazia, e quella facoltà di decidere responsabilmente che è il supporto indispensabile di tutte le battaglie civili per un'equa distribuzione della ricchezza e per un'adeguata difesa della salute e dell'ambiente.9

6.3 LO SPOSTAMENTO DEL CENTRO DI GRAVITA NELLA PRODUZIONE MONDIALE

Oggi i numerosi investimenti delle imprese in India, Cina e America Latina, i cosiddetti "paesi emergenti", provocano nei paesi industriali allarme sociale. Nei paesi ricchi infatti, in diversi settori, l'apparato produttivo è stato smontato; intere filiere si sono trasferite là dove i costi del lavoro sono più bassi. Il capitale per definizione, è più mobile del lavoro e gli investimenti si orientano verso quei paesi che dispongono di immense riserve di manodopera.

Gli investimenti FDI, (investimenti diretti), nei mercati emergenti sono passati da 20 a 100 milioni di dollari solo in Cina. Un investimento è "diretto" in quanto viene utilizzato per aprire una filiale all'estero o per acquisire il controllo di un'impresa straniera già esistente, allo scopo di stabilire relazioni economiche durature. Uno dei risultati è il profilarsi di nuovi attriti commerciali, non quelli storici tra Giappone e Stati Uniti, tra Giappone ed Europa o tra Stati Uniti ed Europa, ma tra paesi industrializzati e paesi emergenti.

I cinque grandi mercati emergenti; Cina, India, Indonesia, Brasile e Russia sono in ascesa e sperano di raggiungere nel 2020 una quota di produzione mondiale del 35%. La sfida, dunque, per i paesi occidentali e per il Giappone è enorme.

Secondo Carlo Pizio Biroli, Ceo di Cdb Web Tech, (prima società d'investimento italiana quotata che investe in fondi di venture capital e in start-up tecnologiche legate alla realtà delle telecomunicazioni nel mondo), i terreni fertili per la net economy nella macroarea dei paesi emergenti, sono: Cina e India.

Questi due paesi hanno al loro interno, una cultura imprenditoriale locale, dei centri di eccellenza tecnologici, dai quali escono ottimi ingegneri e manager; che possono essere un punto di riferimento per i ventur capital occidentali e locali che decidono di investire in quei paesi. Inoltre, il sistema economico della nuova generazione (legato alle nuove tecnologie), ha bisogno di infrastrutture più leggere rispetto al passato. I telefonini e i computer infatti sono sempre più wireless, senza fili e senza cavi, e quindi non c'è la necessità di quelle opere mastodontiche, costosissime e indispensabili per instaurare le linee telefoniche o per le telecomunicazioni. Basteranno delle antenne messe nei punti strategici per garantire ottimi servizi di telecomunicazione. Anche per i paesi emergenti si aprono quindi opportunità di crescita in questo nuovo settore. Biroli prevede buone opportunità soprattutto per il b2b (business-to-business). Le grandi aziende occidentali hanno rilocato il loro comparto produttivo in quelle aree del mondo caratterizzate dal basso costo di manodopera. Tali aziende hanno rapporti con fornitori dei paesi emergenti, e ciò rappresenta un buon punto di partenza, ossia tecnologie e sistemi di comunicazione già avanzati.10

La crescente globalizzazione non produce solamente opportunità di crescita per i paesi emergenti e riduzioni dei costi di produzione per quelli industrializzati; sono in atto infatti dei grandi cambiamenti che vanno a minare il vecchio equilibrio economico sociale. 

Nel mondo industrializzato stiamo assistendo a cambiamenti radicali nel portafoglio di prodotti e una tendenza a focalizzarsi su una produzione ad alta tecnologia e ad uso intensivo di capitale. Nell'economia degli Stati Uniti e degli altri paesi occidentali i lavori per l'esportazione stanno aumentando a un tasso quattro volte superiore a quello della crescita dei lavori in generale.

Bavernik nel discorso di apertura all'International Industrial Conference "Inventing the Future", a San Francisco cita a tal proposito quello che è accaduto in Svizzera, paese con i più alti livelli salariali del mondo. Dieci anni fa la ABB (Asean Brown Boveri) Svizzera aveva 18.000 dipendenti, oggi metà della gamma di prodotti è stata eliminata o trasferita in Asia, nell'Europa orientale o in altri paesi. L'azienda ha anche fatto ricorso all'outsourcing con una conseguente riduzione della profondità verticale della produzione. Il risultato è:

-occupazione netta di 11.000 persone; il che rappresenta una riduzione dell'occupazione del 40%  

-vendite triplicate in 10 anni, ossia aumento medio del 13% l'anno.

In realtà, quello che risulta ancora più netto è la trasformazione della tipologia degli occupati poiché sono stati eliminati 10.000 posti di lavoro e ne sono stati aggiunti circa 3.000, ma soprattutto tecnici. Grossi investimenti di capitali in centri di lavorazioni e nell'automazione hanno ridotto i tempi di processo per molti componenti del 90% o più. Circa l'84% della produzione totale viene esportato (la metà in Asia).

Da un punto di vista economico questa è una storia di successo aziendale, ma viene spontaneo domandarsi che fine hanno fatto gli 11.000 lavoratori. La maggior parte di loro è passata in officine più piccole o ha trovato occupazione nel settore dei servizi. Sicuramente alcuni di loro sono rimasti senza un'occupazione o sono andati in prepensionamento. Questo ha portato secondo Barnevik, ad una sorta di "team B" nel mercato del lavoro, in molti paesi dell'Europa Occidentale.

Un problema importante è come i paesi occidentali faranno a creare nuovi posti di lavoro al di fuori delle loro attività tradizionali. La sfida maggiore per queste società sarà quella di stimolare la creazione di posti di lavoro, soprattutto nel settore dei servizi, e di alzare il livello di istruzione per poter far fronte alle trasformazioni in atto. 11

6.4 NUOVO RAPPORTO TRA STATO E IMPRESA

Attualmente i destini dell'impresa e quelli dello stato di origine tendono a scindersi, al contrario di quanto accadeva nel sistema economico Keynesiano-Fordista, quando le politiche economiche erano il frutto del compromesso fra le grandi organizzazioni sociali e lo Stato; i salari venivano stabiliti per tutta l'industria e non azienda per azienda, e la competizione sui costi era limitata. Lo stato, dal suo lato, finanziava i grandi investimenti e garantiva il livello di domanda effettiva.

Le crisi petrolifere degli anni settanta, l'accresciuta concorrenza internazionale e la conseguente contrazione della domanda hanno imposto la flessibilità nella produzione manifatturiera. Le imprese iniziavano a mantenere stock di magazzino limitati e cominciavano a organizzare la produzione in base alla domanda. Negli anni novanta si scopre che tale sistema di produzione denominato "lean production" non era molto vantaggioso sul piano della flessibilità; infatti senza scorte, l'impresa non riusciva a reagire prontamente ad improvvisi aumenti della domanda. Il primo esempio è stato quello della Difesa Americana che doveva aumentare in tempo quasi reale la produzione per far fronte ad un impegno quale la guerra nel Golfo Persico. Da li, sfruttando al massimo le tecnologie informatiche si realizzarono delle alleanze informali tra industrie dello stesso settore; in tal modo se uno dei partecipanti avesse dovuto far fronte a commesse inaspettate, sarebbe stato in grado di soddisfare la domanda con l'aiuto dei consorziati o ridistribuendo una parte degli ordini. Da qui il termine "coopetition" che deriva dalla combinazione di cooperazione e competizione in mone dell'agilità del trasferimento di domanda da un'impresa all'altra.

Alla fine del 1998 a Wall Street c'è stata una nuova ondata di fusioni e acquisizioni senza precedenti: Exxon-Mobil, Aol-TimeWarner, per citarne alcuni. Rispetto alle operazioni degli anni ottanta, questa volta si è trattato di concentrazioni nei businesss fondamentali dei gruppi coinvolti, e non  concentrazioni che mettono insieme business diversi solo in funzione delle quotazioni di borsa. Si è trattato soprattutto di operazioni tra banche, compagnie di assicurazioni, imprese chimiche, farmaceutiche e di telecomunicazioni. Il risultato di queste strategie di dimensione globale è la formazione di un sistema commerciale e produttivo integrato, in rapporto al quale "i territori nazionali e gli Stati diventano variabili secondarie.12

Si determina sempre più il passaggio dalla dimensione multinazionale alla dimensione globale. Spesso questi due termini vengono utilizzati come fossero sinonimi, poiché non è molto facile arrivare alle differenze che intercorrono fra un'impresa multinazionale e una globale.




La letteratura definisce impresa "multinazionale", quella le cui esportazioni e transazioni effettuate all'estero rappresentano una quota crescente nella cifra d'affari. Non è la partecipazione alla proprietà che conta, quanto il grado di controllo esercitato nel processo produttivo.

L'impresa definita "globale" si situa oltre la dimensione multinazionale, privilegia una strategia adattata non soltanto alle esigenze dei paesi nei quali mantiene una presenza produttiva, ma deliberatamente mondiale, per cui le filiali si integrano a partire da zone geografiche diverse, trascendendo le frontiere nazionali.

Nell'economia internazionalizzata prevalgono processi determinati in modo distinto a livello delle economie nazionali; nell'economia globale, invece, le strategie delle imprese e le politiche degli Stati devono tener conto dei fattori prevalentemente internazionali e gli ambiti economici e politici interni non rappresentano più un vincolo diretto automatico. Ogni volta che si sviluppa una nuova operazione, le imprese si pongono questo nuovo interrogativo: qual è il miglior territorio per realizzarla? 13

6.6 LA FINE DELLO STATO-NAZIONE

Il controllo degli Stati-nazione sull'economia e sugli  assetti sociali nazionali è sicuramente indebolito. Con le classiche politiche nazionali non si possono fronteggiare i problemi globali poiché i singoli Paesi non hanno una giurisdizione sufficiente; inoltre non è più netta la distinzione fra problemi locali e globali.

Secondo Charles Kindleberger, l'economista americano che ha dato importanti contributi all'analisi delle crisi finanziarie, "lo Stato Nazionale come unità economica è quasi finito", anche se la somma prelevata sul prodotto ogni anno attraverso il fisco nei paesi ricchi va dal 35% in Giappone e Stati Uniti, al 65% in Svezia.

Rober Reich sostiene che lo Stato-nazione è vittima dell'economia interconnessa, ed è ridotto quasi al rango di "ente locale" del sistema globale non essendo più in grado di determinare autonomamente né i livelli di attività economica né i livelli di occupazione nell'ambito del proprio territorio. Sembra essere vittima dei processi economici da lui provocati. Ad esempio, l'Unione Europea riflette la crisi dello stato-nazione, ma è allo stesso tempo la risposta a essa. La moneta unica viene infatti pensata come leva per accrescere l'unificazione politica e porre al riparo i vari paesi dai sobbalzi valutari e finanziari internazionali. Si assiste però ad un trasferimento della sovranità monetaria, che passa dai singoli stati a un nuovo centro; la BCE ( Banca Centrale Europea); che, tra i suoi presupposti costitutivi rivendica completa indipendenza dai governi dei singoli paesi. Il solo fatto di coniare una moneta unica impone necessariamente un radicale cambiamento del modo in cui viene esercitata la politica economica o vengono composti e rappresentati gli interessi del continente.

È il trionfo della corporation senza Stato, con la politica "ormai entrata nell'era dei suoi limiti crescenti".14

Non si riesce più a garantire un compromesso tra produzione, occupazione, salari consumi, spesa pubblica e assetto del Welfare, componenti che prima si muovevano in parallelo senza strappi. In qualche misura lo Stato è diventato "virtuale" dopo che nel ventennio 1970-1990 aveva dominato pressoché indisturbato lo Stato commerciale. Ora ogni Stato deve negoziare con gli altri Stati, con il capitale internazionale, e non solo con i partner sociali.

La competizione fra Stati ha assunto la forma di un conflitto per il controllo del territorio e delle risorse fondamentali di nuovo tipo: il capitale umano e fisico necessario per attrarre investimenti. Declina il ruolo della tradizionale politica estera e della difesa, e acquistano maggiore importanza le politiche industriali e del commercio.        

Le classi dirigenti nazionali elette democraticamente non hanno più lo spazio per assumere decisioni di lungo periodo, ad esempio la regolazione dei sistemi valutari e finanziari, visto che il controllo delle variabili macroeconomiche è "trasferito a poteri soprannazionali oligarchici ed insieme visibili e invisibili"14.  

I punti più importanti dell'agenda politica, dunque, o rischiano di sparire o vengono dettati altrove: dal Fondo Monetario Internazionale, da Wall Street, dalla Banca Centrale Europea di Francoforte.

Per Salimbeni il mondo è entrato in una "quarta età", nella quale economia e politica si confrontano senza che nessuna sia in grado di dominare l'altra a lungo. Politica e mercato hanno bisogno l'una dell'altra e devono tener conto degli interessi reciproci, ma certo non è indifferente chi riesce a forzare l'altro in una certa direzione; ed è proprio qui che si vede il punto di rottura. I governi infatti possono decidere liberamente se aumentare il numero dei laureati, ma è molto meno libero circa la riduzione del costo delle prestazioni previdenziali, poiché l'aumento della spesa interferisce direttamente con i vincoli macroeconomici. Se la Mercedes vuole aprire un nuovo stabilimento dove produrre la Smart, sono i suoi manager a mettere in competizione diversi paesi per spuntare la migliore offerta di localizzazione. Chi conduce il gioco, sono speso attori le cui decisioni non passano al vaglio della collettività. Lo Stato- nazione riuscirà a reagire solo se articola a un livello superiore (il livello regionale) i suoi poteri15;  e se riesce a diventare quello che Hirst e Thompson hanno chiamato il "punto di sutura" di un sistema fortemente integrato in cui si misurano i poteri internazionali e nazionali, del mercato e non.16  In un ambiente territorialmente sempre più omogeneo ma di fronte a una sistema politico istituzionale più complesso, lo Stato-nazione deve essere in grado di difendere e promuovere una forte specializzazione produttiva; ossia il potenziamento nei settori in cui l'economia nazionale eccelle e conta a livello mondiale. In tal modo la globalizzazione può non rappresentare un rischio per i singoli paesi.

Nel confronto tra globalizzazione e autonomia dello Stato-nazione si avverte sempre di più la necessità di definire un codice di comportamento internazionale relativo alla prevenzione delle crisi finanziarie, per la quale è in discussione; sia il diritto di grandi Stai-nazione di esercitare la sovranità nel proprio territorio, sia il diritto di una autorità internazionale non di mercato a esercitare poteri di veto, sanzione e ritorsione contro i paesi indisciplinati.

6.6 LA NECESSITÀ  DI CONCILIARE VISIONE GLOBALE E AZIONE LOCALE

I teorici del marketing tanto di moda negli anni ottanta avevano scommesso che nell'era postmoderna avrebbero trionfato consumatori globali per prodotti globali. Avevano scambiato il mercato globale con il "duty free shop", ossia le marche universalmente riconosciute e richieste in tutto il mondo con il mercato di massa. Inoltre gli studiosi facendo tale previsione avevano dimenticato che spesso, ironia della globalizazione che tutto appiattisce, la reputazione delle marche e dei prodotti proviene proprio dalla fama del mercato di origine. L'elettronica è giapponese, l'industria dello spettacolo è americana. La Nestlè, uno dei gruppi più globali, è profondamente Svizzera nell'immaginario collettivo mondiale anche se nella Confederazione Elvetica vende solo il 5% di quanto produce.

Dopo aver a lungo flirtato con l'idea dei prodotti globali, necessari per aumentare le opzioni di consumo, Kenichi Ohmae riconosce l'abbaglio:

Quando si tratta della strategia di prodotto, operare in un mondo senza frontiere non significa operare per medie, non significa individuare un denominatore comune a tutte le preferenze esistenti che poi si concretizza in qualcosa di amorfo, di supposta attrattiva universale. E non significa che il richiamo a operare globalmente escluda l'obbligo di dare caratteristiche locali ai prodotti. Il miraggio di un prodotto universale è un'attrattiva illusoria.17

Il punto è che l'impresa che si espande geograficamente deve nello stesso tempo pensare in termini globali e agire in tanti luoghi diversi se vuole occupare i mercati. È il famoso "Thing global, act local".

I protagonisti di questa strategia sono le grandi multinazionali che riscrivono le regole della produzione di massa in modo da servire sempre meglio il consumatore finale.

Nel 1995 il presidente della Ford, Alex Trotman inviò un gruppo di manager alla MacDonald's per capire come ridisegnare il gruppo automobilistico per produrre la Mondeo, vettura concepita per circolare in tutto il mondo esaltando le preferenze dei mercati locali. Trotman voleva sfruttare "l'effetto pitone", il micidiale rettile che assume la forma degli animali che inghiotte. Come è riuscito a fare il "Mac World",  il quale ha saputo captare e tener presenti le differenze culturali adattandosi molto bene alle esigenze dei propri clienti. Lo stesso hamburger viene infatti servito a suon di reggae a Los Angeles, a Parigi con birra francese e nell'Europa dell'Est con carne bulgara. Anche la Coca-Cola, l'unica società presente in quasi tutti i mercati del mondo con la stessa bottiglia, si è adattata alle varie realtà locali lanciando una campagna pubblicitaria per 50 paesi in 35 versioni. Il tema era sempre lo stesso : "Always Coke", ma per il resto; stili, personaggi e durata degli spot, erano notevolmente diversi.

Alcune imprese pur di imprimere ai loro prodotti un volto globale, sono andate incontro a fallimenti. Come è successo alla Danone, che alleata con una società Americana, non è mai riuscita a far digerire agli europei lo yogurt ghiacciato che fa impazzire gli americani. O in Europa, Euro Disney, (il parco di divertimenti vicino Parigi) che essendo in totale contrapposizione ai valori culturali nazionali non è stato accettato dai francesi. Addirittura nel 1994 il sindacato dei maestri rifiutò di organizzare gite dei bambini preferendo Poitiers. Di qui il piano di salvataggio di 3000 miliardi di lire approntato dalla Walt Disney Company e la conseguente decisione di europeizzare i divertimenti.18



Elisabetta Forni, ricercatrice del Politecnico di Torino, sostiene che "agire localmente ma pensando globalmente" sia il concetto che meglio esprime la novità dell'approccio ai problemi contemporanei; non si può essere solo cittadini del mondo e dimenticare di avere responsabilità di cittadinanza rispetto al micro-contesto nel quale viviamo.19 

Addirittura la Coca-Cola, una delle poche imprese veramente globali, attualmente sta cambiando rotta e punta tutto sul valore del "pensare e operare locale". Il neo presidente del gruppo, Douglass Daft, in una lettera ai top manager delle sedi locali del mondo suggerisce le strategie più opportune per attuare gli obiettivi che il gruppo si prefigge; e cioè definire e valorizzare sempre più il fattore locale, territoriale.

L'amministratore delegato di Coca-Cola Italia, Fabio Albanese al lancio avvenuto in Italia della nuova bevanda "Minute Maid", un succo di frutta  naturale al 100%,  sottolinea che l'era dell'esuberanza, del marketing che irrompe e impone la propria immagine e il proprio prodotto ad ogni costo non ha più ragion d'essere. Il gruppo ritiene di dover puntare al raggiungimento delle opportunità che ciascun mercato è in grado di prospettare. Ciò significa considerazioni dei problemi locali che possono essere affrontati meglio puntando sulle potenzialità del management locale. Questo il gruppo lo ha capito e lo sta realizzando non solo in Italia ma in tutto il resto del mondo.20


 

    

 




1 Sergio Campo Dall'Orto e Beatrice Ghiglione, L'azienda On Line verso il Commercio Elettronico, 2000, Franco Angeli srl, Milano, Italy, pag. 21

2 Harvard Business School, Yoffie, 1997

3 Lamborghini B., Regole di mercato nell'economia digitale, "If-Rivista della Fondazione IBM Italia", 2, pag. 44-55

4 http:// www.corriere.it/speciali/dizionario.shtml

5 Antoni Pollio Salimbeni, Il grande mercato, Mondatori  1999, pag. 5

6 David Smith, La globalizzazione è una delle caratteristiche iù problematiche della nostra era. Ma quali sono le implicazioni di internet in un mondo sempre più piccolo?, in Busines 2.0, maggio 2001

7 A. P. Salimbeni, Il grande mercato. Realtà e miti della globalizzazione, Mondatori 1999 p.4

8 Salimbeni, già cit., pag.11-15

9 http:// www.nader i pericoli del Mercato Globale/

10 Isabella Dalla Gasperina, Porta i soldi a Oriente, in business 2.0, maggio 2001

11 Parcy Barnevik, Le Forze globali del cambiamento, discorso di apertura all'International Industrial Conference "Inventinon the Future", San Francisco, 28 settembre 1997 

12 W. Andreff, le Règne des firmes multinationales globales, in « sciences Humaines », giugno-luglio 1997  

13 Antonio Pollio Salimbeni, gia cit. pag. 90-91

14 P. Riddel, articolo pubblicato in "The Times", 28 agosto 1995

14 G. Sapelli, L'Italia di fine secolo, Marsilio, Venezia, 1998

15 Antonio P. Salimbeni, già cit., pag.160

16 Hirst P., Thompson G., La globalizzazione dell'economia, il Mulino , Bologna 1999

17 Kenichi Ohmae, La fine dello Stato-nazione, Baldini & Castaldi, Milano 1996 

18 Salimbeni, già cit., pag.97-100

19 Elisabetta Forni, "Agire localmente ma pensando globalmente", in Globalizzazione economica, finanziaria e dell'informazione di Angelo Detragiache 

20 N.D. Basile, La Coca-Cola scommette sui mercati locali, in il Sole 24 Ore, 05-04-00







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