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Le malattie dominanti colpiscono le persone che portano

medicina




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Le malattie dominanti colpiscono le persone

che portano

un singolo gene mutato (uno solo dei due cromosomi porta il gene mutato; l'altro cromosoma contiene un gene "sano")

Le malattie recessive colpiscono i soggetti che portano

due copie del gene mutato (entrambi i cromosomi contengono una copia "mutata" del gene).





Come si trasmettono le malattie autosomiche dominanti?

Una mutazione autosomica dominante può essere trasmessa ad un figlio da un genitore che è ammalato. In questo caso ogni figlio ha il 50% circa di probabilità di ereditare la malattia.


I genitori di un bambino con malattia autosomica dominante possono anche essere sani,

in questo caso si può dedurre che la malattia nel bambino origina da una "nuova mutazione" che si è verificata durante la formazione di un gamete.

Chiaramente il genitore di questo paziente non rischia di trasmettere quella mutazione ad altri figli.

Il figlio ammalato, invece, trasmetterà la mutazione a metà dei suoi figli.


Nelle malattie autosomiche dominanti entrambi i sessi possono essere colpiti o possono trasmettere la patologia.



Esempi di malattie autosomiche dominanti


Ipercolesterolemia familiare

Neurofibromatosi

Sclerosi tuberosa

Nanismo acondroplasico

Rene policistico di tipo adulto

Sindrome di Marfan

Sindrome di Noonan  



Come si trasmettono le malattie autosomiche recessive?


I genitori di un bambino con malattia autosomica recessiva sono sani, ma portatori di una mutazione del gene per quella malattia (una delle due copie del gene è mutata mentre l'altra è "normale").


Ciascuno dei loro figli avrà una probabilità del 25% di ereditare i geni "mutati" sia dal padre che dalla madre e di manifestare quindi la malattia.

Metà dei figli sarà, come i genitori, portatrice sana della mutazione e il 25% non porterà la mutazione.


La malattia non è di solito presente tra gli antenati e neppure tra i discendenti.


Un fattore di rischio per le malattie autosomiche recessive è costituito dalla consanguineità.

Infatti i genitori consanguinei hanno antenati comuni, per cui sono più a rischio di essere portatori sani della stessa mutazione genetica.



Esempi di malattie autosomiche recessive

Fibrosi cistica

Talassemia

La maggior parte delle malattie metaboliche

Molte forme di sordità congenita

Atrofia muscolare spinale



Come si trasmettono le malattie legate

al cromosoma X?


La maggior parte delle malattie legate al cromosoma X sono recessive


Le mutazioni di geni localizzati sul cromosoma X sono causa di malattia nei soggetti di sesso maschile, che possiedono un solo cromosoma X.

Le femmine, invece, avendo due cromosomi X, possono essere portatrici sane del gene malattia in quanto l'altro cromosoma X contiene una copia "normale" del gene.


Molte delle malattie legate al cromosoma X e recessive hanno un andamento familiare, cioè sono presenti nella famiglia più maschi ammalati.

Le mutazioni si trasmettono attraverso femmine portatrici (cioè sane) e si esprimono in media nella metà dei loro figli mas 454b18e chi.

La metà delle figlie femmine delle mamme portatrici sono anche loro portatrici.

Tutti gli altri figli e figlie sono sani.


In 1/3 circa dei casi che si verificano in famiglie che non hanno precedenti di malattie legate al cromosoma X, la madre non è portatrice e la malattia origina da una nuova mutazione.



Esempi di malattie legate al cromosoma X


Emofilia

Distrofia muscolare di Duchenne

Favismo

Molte forme di ritardo mentale

Ittiosi



Come sono diagnosticabili

le malattie monogeniche?


Le malattie monogeniche non sono diagnosticabili mediante esame cromosomico, in quanto le mutazioni geniche sono troppo piccole per essere visualizzate con il microscopio.


SINDROME DI DOWN ( TRISOMIA 21 )

La sindrome Down è legata ad un'anomalia cromosomica. È chiamata anche trisomia 21 perché appaiono tre cromosomi, anziché due, nella coppia 21: quindi il numero dei cromosomi in ogni cellula è 47 anziché 46. La sindrome può essere identificata attraverso lo studio della mappa cromosomica di una persona, ma non si conosce la causa. Sappiamo soltanto che l'età della madre può essere uno dei fattori determinanti, nel senso che la possibilità di avere un bambino con sindrome Down aumenta con l'aumentare dell'età della madre e cresce in modo evidente dopo i 35 anni.

Quali sono le caratteristiche fisiche della sindrome Down?

Le caratteristiche fisiche più comuni sono:

  • la forma degli occhi, che sono piegati verso l'alto;
  • alcune piccole pieghe di pelle all'interno dell'occhio;
  • un naso piccolo e qualche volta un po' "schiacciato";
  • le orecchie minute, che possono essere un po' a sventola e situate in basso;
  • la bocca piccola.

Una caratteristica importante legata alla sindrome è un'ipotonia muscolare che può essere più o meno marcata a seconda del bambino. Tutto il suo tono muscolare all'inizio è floscio, ma con la crescita e con una stimolazione adeguata il bambino potrà diventare forte e, soprattutto se appartiene a una famiglia di sportivi, potrà anche diventare un buon atleta.

Che cosa è la sindrome di Marfan?



La sindrome di Marfan è una condizione medica, classificata come un disturbo ereditario del tessuto connettivo che in primo luogo colpisce le ossa ed i legamenti (sistema scheletrico), gli occhi (sistema oculare), il cuore ed i vasi sanguigni (sistema cardiovascolare), i polmoni. Il nome deriva dal pediatra francese, Antoine Marfan che descrisse nel 1896 una bambina di 5 anni i cui arti, dita e piedi erano lunghi e sottili, il cui sviluppo muscolare era povero e la spina dorsale era curvata in modo anormale. Altri scienziati descrissero pazienti che oltre a similari mutazioni nello scheletro, avevano anche anormalità in diverse parti del corpo. Come forma di semplificazione medica, il nome Marfan divenne comunemente usato per fare riferimento ad individui che sono stati, o hanno pensato di essere affetti da questa condizione. Il termine "sindrome" si riferisce al fatto che questo gruppo di segni e modificazioni fisiche compaiono insieme abbastanza spesso da permettere agli scienziati di riconoscerne la presenza. E' importante nella comprensione della natura e delle cause di una sindrome riuscire a prevederne il corso negli individui colpiti ed individuarne le forme di trattamento. Vi sono più di cento difetti ereditari del connettivo che possono far ricordare da vicino la sindrome di Marfan.

Vengono definiti "ereditari" poiché tutti hanno le loro basi in un errore genetico (mutazione) e, poiché i parenti hanno geni in comune, queste condizioni possono colpire più di una persona in una famiglia. Il tessuto connettivo può essere considerato come un tessuto di supporto degli organi e del corpo in generale. Alcune componenti del tessuto connettivo si comportano come una colla, altri come una impalcatura ed altri permettono l' espansione e la contrazione elastica.


QUALI SONO LE CARATTERISTICHE SCHELETRICHE?

Le ossa e i legamenti vengono colpiti in molte e diverse maniere. Un individuo affetto sarà alto, magro e dalle articolazioni sciolte e flessibili. Braccia, gambe e dita possono essere sproporzionatamente lunghe in confronto al tronco. La flessibilità si estende ai piedi che spesso sono piatti. La curvatura spinale è diffusa e può divenire abbastanza seria se non trattata. Le ossa del torace possono o avere una protuberanza (detta comunemente torace carenato - il termine medico è pectus carinatum) o incavato (pectus incavatum) dovuto ad un sovrasviluppo delle costole. Il palato è generalmente molto arcuato ed i denti sono storti.

Il volto può apparire lungo e stretto in confronto con la forma generale del corpo. 1 bambini hanno spesso uno sguardo profondo e sembrano più grandi rispetto al loro fratelli e sorelle della stessa età non affetti.

Alterazione del calibro dei vasi e del flusso sanguigno

n        Inizialmente c'è una vasocostrizione transitoria delle arteriole

n        Successivamente c'è la vasodilatazione delle arteriole e poi si associa l'apertura di nuovi capillari e letti venulari nell'area infiammata. Si ha così l'aumento del flusso sanguigno.

n        segue un rallentamento della circolazione causato dall'aumentata permeabilità della microcircolazione, col riversamento di un liquido infiammatorio ricco di proteine nei tessuti extravascolari,l'essudato sieroso

n        Si osserva allora la cosiddetta marginazione e migrazione leucocitaria, ossia prima l'orientamento periferico dei globuli bianchi verso la superficie dell'endotelio vascolare, e poi la migrazione degli stessi verso lo spazio extravascolare.

MEDIATORI CHIMICI
DELL' INFIAMMZIONE

I principali gruppi di sostanze che agiscono effettivamente nella flogosi come mediatori dell'aumento della permeabilità vascolare sono:

v       Amine vasoattive: istamina e serotonina

v       Proteasi plasmatiche:

1.sistema delle chinine

2.sistema del complemento

v       Metaboliti dell' acido arachidonico


IPERCOLESTEROLEMIA FAMILIARE

E' una situazione determinata dal gene che codifica per il recettore delle LDL. In questa situazione il recettore, pur sintetizzato, rimarrebbe sul ribosoma senza raggiungere l'esterno della membrana. Oppure potrebbe raggiungere la membrana ma non funzionare. In questi soggetti si verifica una situazione analoga a chi assume quantità eccessive di colesterolo con la dieta. Il valore massimo di colesterolo dovrebbe essere di 200mg/dl, meglio se però si riesce a contenerlo entro i 100-150mg/dl. E' una situazione determinata dal gene che codifica per il recettore delle LDL. In questa situazione il recettore, pur sintetizzato, rimarrebbe sul ribosoma senza raggiungere l'esterno della membrana. Oppure potrebbe raggiungere la membrana ma non funzionare. In questi soggetti si verifica una situazione analoga a chi assume quantità eccessive di colesterolo con la dieta. Il valore massimo di colesterolo dovrebbe essere di 200mg/dl, meglio se però si riesce a contenerlo entro i 100-150mg/dl.

Mediatori dell'infiammazione

Per essere definiti tali, i mediatori dell'infiammazione, devono rispondere a determinati requisiti. Devono essere presenti in sede solo durante l'evento infiammatorio; trattando un mediatore con un suo antagonista, l'azione infiammatoria d'evessere contrastata; l'inibizione del mediatore produce manifestazioni infiammatorie meno acute. Riconosciamo e distinguiamo i seguenti mediatori:

- istamina: è rilasciata dai basofili del sangue e dai mastociti presenti nella zona del danno come conseguenza di stimoli fisici, chimici ecc. che ne provocano l'attivazione ed il conseguente rilascio dai granuli. E' rilasciata precocemente, ed espleta la sua azione vasodilatatrice. L'istamina è prodotta per decarbossilazione dell'istidina. La sua azione si espleta per mezzo dei recettori posti sulle miofibrille, ed è contrastata dall'azione sui recettori H1 e H2 che, rispettivamente, aumentano la permeabilità della membrana e il metabolismo dell'acido arachidonico; inibiscono la secrezione dell'istamina e delle citochine infiammatorie;

- mediatori di natura lipidica. Rientrano in questa categoria i leucotrieni prodotti in seguito allo stimolo infiammatorio partendo dall'acido arachidonico che, prendendo la via del 5-lopo-ossigenasi è convertito in leucotrieni. L'acido arachidonico è un acido grasso polinsaturo di grandi dimensioni costituito da 20 atomi di carbonio. L'acido arachidonico, a sua volta, si forma attraverso due vie, dalla fosfatidil colina e dal fosfatidil inositolo (è anche il precursore dei fosfolipidi di membrana).

Il PAF, o fattore attivante le piastrine, il cui precursore è il LISO-PAF appartiene alla categoria dei mediatori di natura lipidica. Espleta la sua azione favorendo gli altri mediatori in tutte le fasi dell'infiammazione, promuove la formazione dell'essudato, è sintetizzato da piastrine, leucociti, macrofagi e cellule endoteliali, le stesse sulle quali agisce. Promuove la fuoriuscita di liquidi e proteine plasmatiche, induce l'attivazione dei polimorfonucleati liofili e dei monociti, inoltre è un agente chemiotattici per gli eosinofili.

Prostaglandine, fanno anch'esse parte dei mediatori lipidici, possono essere sintetizzate di diversi tipi da tutte le cellule. Distinguiamo le prostaglandine Serie E (vasodilatatrici e responsabili dell'aumento della temperatura corporea), PGI-2 (vasodilatatrici prodotte dalle cellule endoteliali); PGD-2 (vasodilatatrici prodotte dai mastociti), TAX-2 (vasocostrittrici, stimolno l'aggregazione piastrinica e sono prodotte da macrofagi e piastrine);

- citochine. Sono di due tipi: TH-1 (favoriscono la flogosi cronica) e TH-2 (favoriscono la flogosi acuta). Si escludono vicendevolmente, anche nei casi in cui l'infiammazione acuta cronicizza. Si dividono in : interleuchine, interferone (prodotto da cellule infetate d avirus) e TNF (fattore di necrosi tumorale);

- sistemi enzimatici plasmatici. Appartengono a questo gruppo il sistema del complemento presente nel sangue in forma inattiva che si differenzia in 7 sottoclassi: C-3a e C-5a (inducono degranulazione dei mastociti e basofili con conseguente rilascio di istamina, opsonizzano il materiale da fagocitare); C-3b (opsonizza batteri, virus e cellule infettate depositandosi sulle loro superfici); C-5b (potenzia l'azione del C-3b e agisce come fattore chemiotattici per i fagociti); C-5, C-6 e C-7 (favoriscono la chemiotassi dei fagociti.

Sistema delle chinine, appartenente ai sistemi enzimatici plasmatici, si trovano nel plasma in forma inattiva, successivamente alla loro attivazione producono bradichinina, potente vasodilatatore. Sono sintetizzate partendo dal fattore di Hangemann (proteina plasmatica fattore della coagulazione) attiva alla rottura dei vasi.









mucoviscidosi (o malattia fibrocistica, o fibrosi cistica), malattia su base genetica, a ereditarietà autosomica recessiva (il gene responsabile è localizzato sul braccio lungo del cromosoma 7), che colpisce diffusamente le ghiandole esocrine, le quali secernono un muco eccessivamente denso e viscoso, provocando con il tempo la distruzione fibrotica degli organi interessati. A fronte di molteplici ipotesi, è stata senz'altro dimostrata - dal punto di vista patogenetico - la presenza di un difetto nel riassorbimento elettrolitico, e del cloro in particolare, a livello delle ghiandole sudoripare di questi pazienti. La malattia colpisce prevalentemente l'intestino e l'apparato respiratorio, danneggiandone le funzioni in egual misura o diversamente; nella sua espressione "completa", può comportare grave insufficienza pancreatica con manifestazioni intestinali (fin dalle prime settimane di vita, il bambino presenta addome voluminoso, ipotrofia e arresto della crescita dovuti a diarrea cronica e malnutrizione: si instaura progressivamente un malassorbimento con steatorrea, enteropatia protido-disperdente, edema oncotico generalizzato; possibile, inoltre, l'ostruzione intestinale precoce, in forma di ileo da meconio, o tardiva, qualora sia presente stipsi favorita dalle secrezioni particolarmente dense e tenaci) e malattie polmonari croniche (tosse e dispnea insorgono precocemente, con frequenti infezioni bronchiali e polmonari anche asmatiformi, atelettasia lobare, lesioni bronchiectasiche e sviluppo successivo di una vera e propria broncopneumopatia cronica ostruttiva).


Recessivo, carattere si dice di un carattere ereditario che si manifesta solo quando i geni che lo codificano sono presenti in omozigosi.


omozigote
si dice di ognuno dei due alleli uguali di una coppia presente nel gene che controlla un dato carattere. In genere, il termine è riferito direttamente ai geni, ma si può anche dire di un individuo che ha ereditato il carattere da entrambi i genitori, per la presenza di alleli uguali nei loro cromosomi.




eterozigote
soggetto portatore di una coppia di alleli diversi per un unico carattere ereditario, che presenta perciò un carattere manifesto ( dominante) e un altro non evidente ma trasmissibile ( recessivo).


talassemìa
gruppo di malattie ereditarie, in cui sono riscontrabili difetti nella sintesi di una o più delle differenti subunità proteiche che compongono l' emoglobina. A differenza delle anomalie qualitative (vedi emoglobinopatia), le talassemìe sono alterazioni quantitative dell'emoglobina, per cui nel soggetto talassemico le catene emoglobiniche non presentano alterazioni strutturali, bensì sono prodotte in quantità inferiore alla norma. I difetti genetici che determinano la malattia sono numerosi ed eterogenei. La talassemìa costituisce la malattia ereditaria più diffusa nel mondo; interessa in particolare alcune aree: il bacino del Mediterraneo, il Sud-Est Asiatico, il Nord Africa, il Nord America (in particolare la popolazione nera). Si distinguono principalmente due forme di talassemìa: alfa-talassemìa, più frequente nel Sud-Est Asiatico; beta-talassemìa, forma tipica del bacino del Mediterraneo.
L'alfa-talassemia
L'alfa-talassemìa è la condizione determinata dall'alterazione dei geni che codificano la struttura della catena dell'emoglobina. Ogni individuo contiene quattro geni, due di origine materna e due di origine paterna, che codificano per la catena alfa. Nella maggioranza dei casi l'alfa-talassemìa è il risultato della perdita di uno o più di tali geni. Le manifestazioni cliniche dipendono sostanzialmente dal numero di geni mancanti; si può andare dalla situazione, pressoché asintomatica, in cui manca un solo gene sui quattro normalmente presenti, a quella più grave, in cui non c'è sintesi di catena alfa per assenza totale dei geni. Quest'ultima è una situazione gravissima, che si accompagna invariabilmente alla morte intrauterina del feto. Le manifestazioni cliniche delle situazioni in cui mancano dai due ai tre geni per le catene alfa sono assimilabili a quelle di un soggetto eterozigote per la beta-t.
La beta-talassemia
La beta-talassemìa è un disordine della sintesi delle catene globiniche beta. Poiché la sintesi delle catene beta è regolata da due geni situati sulla coppia di cromosomi 11, la malattia può essere presente allo stato eterozigote od omozigote, a seconda che il danno coinvolga uno o entrambi i geni. La condizione di omozigote corrisponde alla situazione in cui entrambi i geni sono alterati e non più funzionanti. In tale situazione non è più possibile la sintesi di catene beta. La beta-talassemìa è molto diffusa in Italia: l'incidenza più elevata si riscontra nel delta padano, in Campania, in Calabria, in Sicilia, in Sardegna. In omozigosi (morbo di Cooley, talassemìa maior), la forma è più grave, e nella maggioranza dei casi la malattia si presenta nei figli di genitori eterozigoti, che hanno quindi ambedue i geni alterati. La malattia si evidenzia pochi mesi dopo la nascita attraverso un quadro di grave anemia: tipicamente i globuli rossi appaiono di dimensioni più piccole e di colorito più pallido ( microciti). Caratteristiche sono le alterazioni scheletriche, espressione del tentativo del midollo osseo di compensare lo stato di anemizzazione cronico. Questi bambini richiedono, per sopravvivere, un apporto trasfusionale costante; tuttavia la somministrazione cronica di grandi quantitativi di sangue si accompagna invariabilmente all'accumulo di ferro (vedi siderosi). Tale sovraccarico determina spesso gravi alterazioni su base degenerativa di organi fondamentali, quali il fegato e il pancreas.
La talassemia minor o anemia mediterranea
Quando l'anomalia è eterozigotica si ha la talassemìa minor (o tratto talassemico, o anemia mediterranea). Questa forma di talassemìa è più lieve ed è il risultato della presenza contemporanea in un individuo di un gene normale e di uno alterato. Nella maggior parte questi soggetti non manifestano alcun sintomo, tanto che in molte persone tale condizione può passare del tutto inosservata. Purtroppo la diagnosi di talassemìa minor su adulti viene fatta quasi sempre dopo la nascita di un figlio affetto dalla forma omozigote. La maggior parte dei soggetti con talassemìa minor può presentare una modica anemia, con valori di emoglobina lievemente ridotti, ma con un numero di globuli rossi superiore al normale. Nelle aree in cui la talassemìa è endemica assume un ruolo molto importante la prevenzione. A tale proposito, è bene ricordare che la probabilità di generare figli affetti da talassemìa maior è pari al 25% in genitori entrambi eterozigoti. La prevenzione, sotto forma di un'accurata e capillare informazione sanitaria, può portare all'individuazione precoce dei soggetti eterozigoti; fondamentale è l'apporto della diagnosi prenatale, che consente l'identificazione precoce, entro le prime venti settimane di gravidanza, delle malattie talassemiche più gravi.


mutazione alterazione irreversibile della struttura del patrimonio genetico. A seconda che si verifichi per geni responsabili di caratteri dominanti o recessivi, l'alterazione può manifestarsi direttamente sull'individuo portatore o restare silente. Le mutazioni spontanee hanno frequenza molto bassa, molto più frequenti sono quelle indotte da agenti fisici, chimici o biologici, detti appunto mutageni. In base alla dimensione del materiale genetico interessato dalla mutazione si distinguono: (a) mutazioni geniche, quando investono singoli geni; (b) mutazioni cromosomiche, quando comportano l'alterazione di un cromosoma; (c) mutazioni genomiche, quando riguardano l'insieme del patrimonio genetico dell'individuo.


dominante, caràttere carattere ereditario che si manifesta nella prima generazione dopo l'incrocio, anche se è presente un solo allele che lo codifica. Se tale gene si trova su un autosoma la trasmissione del carattere è detta autosomica dominante (vedi anche ereditarietà e corredo genetico ).


allele
termine con cui si indica ognuno dei due geni che occupano identica posizione (locus) su due cromosomi omologhi. I due alleli codificano per lo stesso carattere, ma potendo essere uguali o diversi tra loro costituiscono in pratica forme alternative per quel carattere. Se due alleli sono uguali tra loro l'individuo è omozigote per quel carattere, se sono diversi è eterozigote (vedi genetica ).




infiammazione (o flogosi), complesso dei processi locali con i quali l'organismo reagisce all'azione di molti agenti nocivi per i tessuti. L'infiammazione interessa tutti i componenti dei tessuti, gli elementi specifici, il connettivo di sostegno, i vasi, i nervi e si svolge in modo diverso a seconda dei tessuti e della natura dell'agente patogeno e delle condizioni generali dell'organismo: ne consegue un'estrema varietà dei processi infiammatori nei loro caratteri fisiopatologici e anatomici. Le fasi dell'infiammazione sono: l'irritazione, le modificazioni circolatorie ( iperemia attiva), l' essudazione, i fenomeni regressivi ( atrofie, degenerazioni), i fenomeni degenerativi ( necrosi), i fenomeni proliferativi ( iperplasia e neoformazione di tessuto granulomatoso). Le manifestazioni cliniche dell'infiammazione sono: l'arrossamento della regione colpita, legato all'iperemia attiva; il gonfiore, determinato dalla formazione dell'essudato; il calore, dovuto all'aumentata vascolarizzazione; il dolore, provocato dalla compressione e dall'intensa stimolazione delle terminazioni sensitive da parte dell'agente patogeno e dei componenti dell'essudato; la limitazione funzionale dell'organo colpito per azione diretta del fattore patogeno; le modificazioni di volume dell'organo; i fatti degenerativi. Le cause dell'infiammazione sono numerosissime e comprendono tutti gli agenti in grado di recare danno ai tessuti degli organismi; esiste poi un rapporto fra l'agente patogeno e il tipo di infiammazione da esso indotta (per esempio i batteri piogeni determinano la suppurazione), però tale rapporto non è costante perché l'infiammazione può variare per effetto di circostanze riguardanti lo stato dell'organismo e le modalità di azione della causa nociva. Occorre infine tenere presente che possono agire non solo direttamente ma anche indirettamente fattori predisponenti locali e generali, quali diabete, uricemia ecc. Riguardo al decorso le infiammazioni si distinguono in: acute, quando presentano un periodo d'incremento e uno di decremento, separati da una fase d'acme o di stato; croniche, quelle di lunga durata con oscillazioni irregolari d'intensità o con periodo di acutizzazione.


chemiotassi fenomeno per cui sostanze chimiche sono in grado di attrarre cellule (capaci di muoversi) in ragione della loro concentrazione nel mezzo ambiente.


arachidònico, àcido
acido grasso insaturo presente nei tessuti animali, in particolare nei grassi di deposito, nel fegato, nel cervello e nelle ghiandole surrenali, da cui viene correntemente estratto. Assieme agli acidi linoleico e linolenico costituisce il gruppo degli acidi grassi essenziali. L'àcido arachidònico riveste notevole importanza fisiologica quale precursore delle prostaglandine. La sintesi delle prostaglandine comprende, innanzitutto, la liberazione dell'àcido arachidònico dai fosfolipidi contenuti nelle membrane cellulari. L'àcido arachidònico libero può essere metabolizzato secondo due distinti processi: l'uno per opera della cicloossigenasi conduce alla formazione delle prostaglandine; l'altro per opera della lipoossigenasi porta alla costituzione dei leucotrieni.


prostaglandine
sostanze fisiologicamente presenti nell'organismo umano, dotate di molteplici azioni biologiche, soprattutto di mediazione locale della risposta delle cellule a differenti stimoli. Le prostaglandine derivano dall' acido arachidonico, un acido grasso polinsaturo che costituisce insieme ad altre sostanze la componente fosfolipidica delle membrane cellulari. Sono noti svariati gruppi di prostaglandine, indicate dalla sigla PG seguita da lettere che vanno dalla A alla I (PGA, PGD, PGE ecc.). Fra i principali eventi fisiologici influenzati dalle prostaglandine vanno annoverati: l'aggregazione piastrinica; il mantenimento del bilancio elettrolitico; effetti protettivi nei riguardi delle mucose, in particolare quelle gastriche. Molto importante è l'azione delle prostaglandine sul meccanismo dell' infiammazione. Le prostaglandine infatti determinano l'ampiezza e la durata della reazione infiammatoria con la loro azione di regolazione locale dell'irrorazione sanguigna, di controllo della permeabilità vasale (da cui dipende la formazione di essudati) e di regolazione della chemiotassi macrofagica e leucocitaria. L'interferenza con il metabolismo delle prostaglandine è il principale meccanismo d'azione dei farmaci antinfiammatori (acido acetilsalicilico ecc.).


essudato
materiale liquido che nel corso dei processi infiammatori si raccoglie negli spazi interstiziali dei tessuti, nel connettivo lasso o nelle cavità sierose (pleura, peritoneo, pericardio). La formazione di essudato è la conseguenza dell'aumento di permeabilità dei capillari sanguigni nel tessuto infiammato, per cui frazioni variabili di plasma possono uscire dai vasi accumulandosi nei tessuti. Oltre che le proteine del plasma, nell'essudato sono presenti cellule di provenienza ematica (granulociti neutrofili ed eosinofili, linfociti, plasmacellule, macrofagi, globuli rossi) e sostanze provenienti dalla distruzione o dall'attività metabolica del tessuto infiammato. Secondo la composizione, l'essudato può essere sieroso, catarrale, fibrinoso, purulento, siero-emorragico ecc. La formazione di essudato tende a circoscrivere il processo morboso, impedisce la diffusione dei microrganismi, blocca con meccanismo immunitario l'azione di eventuali antigeni dannosi e neutralizza l'iperacidità del tessuto infiammato.


complemento fattore contenuto nel siero del sangue, composto da circa venti proteine plasmatiche ad attività enzimatica, che svolge un importante ruolo nella risposta immune, in vari processi fisiologici e patologici (per esempio, coagulazione del sangue, fibrinolisi, anafilassi, infiammazione) e nel determinare la comparsa di numerose malattie autoimmuni, quali anemie emolitiche e piastrinopenie autoimmuni, glomerulonefriti, lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide (vedi autoimmuni, malattie). Il sistema del complemento è composto da due vie di attivazione, una classica e una alternativa, una via di amplificazione, una sequenza effettrice finale comune e un complesso ad attività regolatrice. I componenti della via classica vengono indicati con la lettera C, seguita da un numero che indica il componente (da C1 a C9), quelli della via alternativa con le lettere maiuscole P, B e D. L'attivazione della via classica ha inizio con l'esposizione al C1 di complessi antigene-anticorpo o di anticorpi aggregati e termina con la formazione di un complesso enzimatico (convertasi della via classica), capace di innescare la via effettrice comune. La via alternativa, invece, viene attivata da endotossine batteriche, virus, funghi, anche in assenza di anticorpi specifici, o da complessi antigene-anticorpo, e porta anch'essa all'innesco della via comune. Quest'ultima (da C5 a C9) è in grado di richiamare e attivare i granulociti e i monociti (vedi chemiotassi), di preparare i microrganismi alla fagocitosi (opsonizzazione) e di causare la lisi osmotica delle cellule patologiche, o eventualmente di quelle normali, producendo così gravi danni ai tessuti.




natural killer, cellule
cellule del sistema immunitario dotate di attività naturale contro le cellule tumorali. La loro attività viene esaltata dalle citochine prodotte dai linfociti T.


I linfociti T. Prendono nome dal fatto che, dopo essere stati prodotti nel midollo osseo (vedi linfoblasto), migrano nel timo, dove avviene la loro maturazione, consistente in una serie complessa di eventi cellulari e molecolari, nota come educazione timica, per cui i linfociti T imparano a riconoscere le cellule dell'organismo. Si evita così che, una volta maturati ed entrati in circolo, possano reagire contro cellule dell'organismo di cui fanno parte, distruggendole. Il riconoscimento degli antigeni da parte dei linfociti T avviene tramite un recettore di membrana chiamato Ti, formato dall'associazione di due catene glicoproteiche diverse, unite da un legame disolfuro. I linfociti T maturi possono essere divisi in due tipi fondamentali: T helper (aiutanti) e citotossici o soppressori. I linfociti T helper per riconoscere l'antigene devono venire in contatto con cellule macrofagiche che "presentino" loro l'antigene. I macrofagi che presentano l'antigene possono, per esempio, fagocitare una struttura estranea, digerirla tramite enzimi nei vacuoli di fagocitosi e demolire la struttura antigenica. Alla fine i frammenti di antigene digerito verranno esocitati ed esposti sulla superficie cellulare del macrofago. Quando viene in contatto con il macrofago, il linfocito T helper può riconoscere specificamente i frammenti della struttura antigenica demolita ed esposta all'esterno: questo evento attiva il linfocito T helper, che quando reincontra la struttura antigenica secerne una inteleuchina-2. A sua volta, l'interleuchina-2 secreta dai linfociti T helper attiva quei linfociti T citotossici che abbiano anch'essi riconosciuto lo stesso antigene, inducendoli a dividersi e a dare origine a un clone di cellule citotossiche, capaci di uccidere specificamente tutte le cellule che presentano quell'antigene. I linfociti T helper possono inoltre, con altri tipi di molecole (interferon-gamma e fattori chemiotattici), attivare i macrofagi e indurre la mobilitazione dei granulociti e la produzione di immunoglobuline da parte dei linfociti B. I linfociti T hanno un'importante funzione nel contrastare le infezioni virali.
I linfociti B
Nell'organismo umano, i linfociti B maturano nello stesso organo in cui nascono, il midollo osseo (vedi linfoblasto). In seguito alla loro maturazione passano nel circolo sanguigno, ma, essendo cellule più sedentarie dei linfociti T, tendono a localizzarsi nei linfonodi, dove costituiscono ammassi cellulari, detti follicoli primari, e solo una piccola percentuale rimane in circolo. Di tutto il processo di maturazione che, a partire dai precursori midollari, porta ai linfociti B, la tappa di gran lunga più importante e caratteristica è quella che porta alla comparsa delle immunoglobuline di membrana, con la quale il linfocito B conclude il proprio percorso maturativo e può localizzarsi nei linfonodi e nel circolo sanguigno. I linfociti B, oltre a riconoscere direttamente gli antigeni estranei, con il sito combinatorio delle immunoglobuline di membrana, possono, come i macrofagi e i granulociti, fagocitare strutture estranee rivestite da anticorpi, ed esercitare le funzioni di cellula presentante l'antigene. Un linfocito B maturo viene attivato dal contatto con l'antigene che si lega specificamente alle immunoglobuline della classe IgM e IgD esposte sulla sua membrana. In seguito a questo contatto specifico, il linfocito B diviene suscettibile a una serie di molecole segnale ( linfochine) rilasciate da un linfocito helper, che abbia a sua volta riconosciuto lo stesso antigene. Il legame di queste linfochine con i loro recettori specifici, espressi sulla membrana dei linfociti B, induce il linfocito B a dividersi attivamente e a generare un clone di cellule figlie. Da queste prenderanno origine due tipi di cellule: le plasmacellule e i linfociti B memoria. Le prime sono le cellule a vita breve, capaci di produrre e secernere una gran quantità di anticorpi, e destinate a morire una volta cessata questa funzione; le seconde sono cellule con una vita molto lunga, con il compito di mantenere il "ricordo" dell'antigene che è stato riconosciuto per la prima volta dalla cellula capostipite del clone. L'importanza dei linfociti B nella resistenza alle malattie infettive è notevole. La secrezione di immunoglobuline da parte delle plasmacellule e il loro passaggio nel circolo sanguigno mettono a disposizione dell'organismo invaso da un microrganismo un efficacissimo strumento per combatterlo. Sebbene la funzione principale dei linfociti B sia la produzione di anticorpi, essi sono in grado di guidare meccanismi di uccisione di cellule, mediante procedimenti analoghi a quelli della citotossicità.


monocito-macrofago
cellula del sistema immunitario ( leucociti) dal nucleo reniforme e di grandi dimensioni (12-20 mm). I monociti prodotti dal midollo osseo giungono al circolo sanguigno dove rimangono per circa un giorno, per poi migrare nei tessuti, dove possono vivere per vari mesi. In seguito a questa migrazione i monociti si trasformano, assumendo forme e attitudini funzionali diverse, in relazione al tessuto in cui vanno a localizzarsi.


fagocitosi
processo biologico attraverso il quale alcuni tipi di cellule ( fagociti) inglobano nel loro citoplasma materiali estranei di diversa natura (microrganismi, materiali organici e inorganici corpuscolati, cellule morte o senescenti, residui di cellule in disfacimento). In genere i corpi estranei fagocitati vengono digeriti e distrutti da speciali enzimi endocellulari. Le particelle di natura inorganica, non essendo digeribili, possono depositarsi definitivamente nella cellula sotto forma di inclusioni citoplasmatiche. Negli organismi unicellulari e in quelli cosiddetti inferiori la fagocitosi ha significato essenzialmente nutritivo, concludendosi con la digestione e l'assimilazione delle sostanze fagocitate. Nella specie umana il processo fagocitario ha funzione di difesa, in quanto permette la distruzione di materiali estranei corpuscolati e soprattutto dei microrganismi pervenuti nel sangue e nei tessuti. Possiedono spiccata attività fagocitaria alcuni globuli bianchi (per esempio, granulociti neutrofili e monociti-macrofagi), istiociti e reticolociti nella milza e in altri organi.


macròfago
cellula a spiccata attività fagocitaria, derivata per trasformazione dei monociti circolanti (vedi monocito-macrofago). Il macròfago è localizzato nei tessuti e prende nomi differenti a seconda della sede anatomica: nel fegato, cellula di Kupffer; nel tessuto connettivo, istiocita; nel tessuto nervoso, cellula della microglia; nel polmone, macròfago alveolare.


leucocito
(o leucocita), cellula nucleata che circola normalmente col sangue e che, osservata a fresco, è priva di colore proprio, distinguendosi per questo, oltre che per la presenza del nucleo, dai globuli rossi; viene detta, pertanto, anche globulo bianco. I leucociti vengono distinti in granulociti, linfociti e monociti, che si trovano nel sangue in proporzione, di norma, stabile (vedi formula leucocitaria). I leucociti hanno grande importanza per la difesa dell'organismo: granulociti e monociti-macrofagi hanno la capacità di inglobare, digerire e quindi distruggere cellule morte, germi, sostanze estranee, e vengono per questo detti fagociti; i linfociti partecipano, invece, ai meccanismi di difesa specifica contro agenti estranei all'organismo (vedi immunità). Prodotti dal midollo osseo e dal tessuto linfoide, i leucociti sono normalmente 5000-8000 per ml di sangue; in alcune situazioni morbose il loro numero può sia aumentare ( leucocitosi) sia diminuire ( leucopenia). Oltre che nel sangue, i leucociti si trovano nella linfa, poiché possono muoversi attraversando i tessuti e quindi la parete dei capillari sanguiferi (diapedesi). Allo stesso modo, migrano nei tessuti anche le cellule del sistema monocitico-macrofagico, per svolgere - attraverso la fagocitosi- funzione di difesa dell'organismo.


granuloma
focolaio infiammatorio circoscritto, costituito da tessuto di granulazione. Il termine generalmente indica una raccolta di cellule infiammatorie ( macrofagi) che assumono un aspetto simile a quello di cellule epiteliali (e dette perciò cellule epitelioidi), spesso fondendosi tra loro e formando cellule giganti (come nel granuloma tubercolare o in quelli che si formano in risposta alla presenza di corpi estranei).


edema
condizione in cui è presente una quantità di liquido superiore alla norma negli spazi interstiziali dei tessuti e che comporta un anomalo rigonfiamento degli organi o delle regioni interessate, cui seguono alterazioni delle caratteristiche dei tessuti colpiti e della composizione del sangue, che viene privato di parte della componente liquida. L'edema può essere dovuto sia ad aumento della pressione all'interno dei capillari (stasi di origine cardiaca, compressione del distretto venoso a valle), sia a un'ostacolata circolazione linfatica, sia ad aumentata permeabilità capillare (edema in corso di infiammazione o di reazioni allergiche come l' edema di Quincke), sia a una diminuzione della pressione oncotica del plasma (in corso di ipoalbuminemia). Vedi insufficienza cardiaca, insufficienza renale.


citocromo
enzima respiratorio appartenente al gruppo delle cromoproteine, formato da una parte proteica e da un pigmento (gruppo porfirinico) contenente ferro; la sua struttura è quindi molto simile a quella dell' emoglobina e della mioglobina. I citocromi sono saldamente legati alle membrane dei mitocondri e di altre strutture subcellulari. La loro funzione è di catalizzare all'interno della catena respiratoria il trasporto di elettroni all'ossigeno molecolare.


drepanocitosi
(o anemia falciforme), emoglobinopatia a trasmissione ereditaria autosomica dominante, dovuta alla presenza di un aminoacido anomalo nella catena proteica dell'emoglobina. L' emoglobina patologica, chiamata HbS (Haemoglobin Sickle), è meno solubile nella forma deossigenata e va facilmente incontro a polimerizzazione, causando la tipica deformazione a falce dei globuli rossi, i quali, così deformati, determinano un aumento della viscosità del sangue, ostacolano il flusso ematico e vanno facilmente incontro a emolisi. Nei soggetti omozigoti la drepanocitosi è caratterizzata da crisi emolitiche acute, crisi dolorose, epatosplenomegalia, fenomeni trombotici. Di norma questi individui non superano i 50-60 anni. Gli eterozigoti, invece, sono di solito asintomatici, non presentano emolisi o alterazioni clinicamente significative. Fra le popolazioni di origine mediterranea, l'associazione di drepanocitosi e beta-talassemia è la più comune forma di malattia drepanocitica. In Italia le regioni più colpite sono la Calabria e la Sicilia.






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