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LISISTRATA di ARISTOFANE

letteratura latina




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LISISTRATA di ARISTOFANE


LISISTRATA  

CLEONICE (amica di Lisistrata)

MIRRINA    (amica di Lisistrata)

LAMPITO'   (amica di Lisistrata)

CORO DI VECCHI

CORO DI DONNE




UN COMMISSARIO

TRE DONNE

CINESIA    (marito di Mirrina)

IL FIGLIO DI CINESIA E MIRRINA

UN ARALDO SPARTANO

UN AMBASCIATORE SPARTANO

DUE AMBASCIATORI ATENIESI

La vicenda della Lisistrata, l'unica delle commedie di Aristofane a recare nel titolo il nome del protagonista umano, è notissima: l'ateniese Lisistrata, per mettere fine alla lunga guerra del Peloponneso che travaglia la Grecia, convince tutte le donne elleniche a uno sciopero del sesso, di carattere ricattatorio; in appoggio a questo sciopero fa occupare dalle concittadine l'Acropoli, ove era conservato il tesoro della lega di Delo. Di fronte a un ricatto del genere, connesso com'è a un bisogno primario, gli uomini della Grecia non possono che cedere. Gli spartani stessi vengono a offrire quella pace che per l'Atene del 411 a. C. - anno nel quale venne rappresentata la commedia - sarebbe stata provvidenziale, ancorché impossibile. (In tal modo la guerra viene smascherata in tutta la sua negatività, come privazione dei diritti naturali e della felicità comune e individuale) La vicenda termina con una celebrazione festiva, dalla quale, però, manca l'apoteosi della protagonista, a differenza di quanto avviene in altre commedie "utopiche" come gli Acarnesi, la Pace e gli Uccelli.

1     656c29g ;     656c29g ; Lisistrata raduna le donne di tutta la Grecia ad Atene per discutere la questione

2     656c29g ;    Dopo qualche contrasto con Lisistrata, tutte le donne accettano di non concedersi ai mariti prima della fine della guerra, giurando su una coppa d'oro

3     656c29g ;    Le donne occupano l'Acropoli

4     656c29g ;    Sbarrano i passaggi dell'Acropoli e detengono il tesoro della lega di Delo

5     656c29g ;    Gli uomini vengono a sapere dell'occupazione e alcuni propongono di farne un rogo

6     656c29g ;    Le donne si infuriano con gli uomini e giungono a insulti

7     656c29g ;    Arriva il commissario: le vuole legare tutte, ma le donne si ribellano e l'arciere che doveva tenerle in pugno scappa impaurito

8     656c29g ;    Le donne non resistono più e adottano qualsiasi metodo per scappare (una donna finge di essere sul punto di partorire indossando un elmo sotto il vestito

9     656c29g ;    Arrivano all'Acropoli molti uomini: tra questi anche Cinesia, marito di Mirrina

10     656c29g ; Cinesia vuole riportare a casa la moglie

11     656c29g ;  Mirrina gli fa credere di tornare , ma alla fine non cede alle avances del marito

12     656c29g ; Gli Spartani talmente eccitati, arrivano ad Atene per chiedere la Pace

13     656c29g ; Lisistrata fa un discorso sull'inutilità della guerra

14     656c29g ; Gli ambasciatori spartani e gli ateniesi accettano la fine della guerra

15     656c29g ; Festino di fine commedia




NUVOLE di ARISTOFANE



Composta dapprima per le Dionisie del 423 a.C. e accolta piuttosto freddamente, "Le nuvole" fu in seguito rielaborata da Aristofane. È appunto questa seconda stesura che è giunta fino a noi. Il contadino Strepsiade non riesce a dormire: pensa ai suoi debiti e agli interessi che dovrà pagare alla fine del mese. Il figlio Fidippide, invece, ronfa tranquillo, sognando i cavalli e le corse in cui spende tutto il denaro paterno. Strepsiade, rimpiange la sua semplice vita di campagna prima del disgraziato matrimonio con un'aristocratica e raffinata gran dama, dalla quale il giovane Fidippide ha ereditato l'inclinazione agli agi e al lusso; persino, sul nome da dare al figlio i due sposi avevano stentato a raggiungere un accordo: lei ne voleva uno in "ippo", da cavaliere, lui lo voleva chiamare Fidonide, "uno che risparmia"; e si erano decisi per Fidippide. D'improvviso al vecchio si presenta una soluzione. Sveglia il figlio e gli propone di entrare nel Pensatoio di Socrate per apprendere la pratica sofistica del ton etto logon creitto poiein, cioè del "rendere più forte il discorso più debole", in modo da eludere i creditori. Di fronte al rifiuto di Fidippide, non esita a farsi egli stesso scolaro. Quindi si reca al pensatoio e vi incontra gli individui più strani; ad un certo punto scorge, in una cesta sospesa per aria, il celebre filosofo Socrate: per ottenere quanto desidera - gli dice il maestro- dovrà abbandonare i vecchi dei e affidarsi alle nuvole (il coro), le sole vere divinità. Esse compaiono: promettono di aiutare Strepsiade a divenire un oratore imbattibile e lo affidano a Socrate. Nella parabasi per bocca della corifea Aristofane si lamenta della scarsa fortuna di questa sua commedia, già rappresentata precedentemente; ricorda il successo di altre sue opere, rivendicando la propria capacità di proporre sempre argomenti nuovi, senza servirsi di mezzi volgari per suscitare il riso. Polemizza, infine, con gli Ateniesi che hanno rieletto ad alte cariche l'odiato Cleone e li incita ad arrestarlo per furto e corruzione. Le lezioni, tuttavia,confondono le idee al semplice Strepsiade, che costringe Fidippide ad entrare in sua vece nel pensatoio. Qui il Discorso giusto e il Discorso ingiusto, personificati, si contendono in un agone la palma del migliore: alla fine, Fidippide sceglie il Discorso ingiusto e spiega al padre con quali mezzi può evitare di rimborsare i creditori. Dopo però lo picchia, dimostrandogli con quegli stessi mezzi di aver proprio ragione: quando era bambino, infatti, Strepsiade lo aveva percosso più volte per correggerlo; ora che è diventato adulto, il figlio si limita a rendergli il favore, del resto "i vecchi"-dice- "sono due volte bambini; anzi è giusto che ne prendano più i vecchi che i giovani, perché meno dei giovani dovrebbero sbagliare". Ma quando Fidippide minaccia di picchiare anche la propria madre, il vecchio fuori di sé, si precipita a dar fuoco al pensatoio. La commedia oggi appare come una delle più riuscite del poeta per la capacità di trasferire situazioni contingenti in una dimensione universale, eternando in Strepsiade e Fidippide il perenne conflitto delle generazioni ed il problema di una corretta scelta educativa: un tema trattato da Aristofane col genio di una comicità smagliante.

Strepsiade: Vecchio contadino semplice che in un primo momento non esita minimamente a ricorrere alle arti ingannatrici della scuola di Socrate pur di porre fine ai propri guai finanziari. La sua natura semplice è testimoniata fin dall'inizio, quando sostiene di avere commesso un errore sposando una donna di gran casato, poiché individua nella casta di lei i germi della dabbenaggine del figlio Fidippide, del quale critica anche "le fluenti chiome", che ancora una volta testimoniano le sue origini più elevate, derivanti dal casato materno.
In alcuni tratti Strepsiade ha caratteristiche comiche, quando, ad esempio, la sua grettezza intellettuale gli impedisce di comprendere gli insegnamenti di Socrate, o addirittura lo induce a fraintenderne il significato, interpretandoli tutti in modo molto materiale. Solo alla fine della commedia capirà a fondo gli errori che la sua iniziale superficialità lo ha indotto a commettere, e, dando fuoco al pensatoio, con tutti i suoi inganni, in qualche modo si riscatta agli occhi del lettore moderno e del pubblico. Strepsiade rappresenta l'opposto di Socrate e la mentalità comune e gretta del ceto popolare; è un impasto di idee tradizionali e di grettezza contadina.

Fidippide: La scelta del suo nome ci fa subito capire che ci troviamo di fronte ad un personaggio di nobili origini (da parte materna), il quale si presenta a noi come il classico erede della nobiltà, a cui piacciono i cavalli e i cavalieri, e che quindi si considera uno di loro (v.82; v.116; v.122), sprezzante delle richieste del padre, fra le quali quella di andare a scuola. Quando infine accondiscende a frequentare il pensatoio di Socrate, trova gusto nell'imparare le novità, nel poter disprezzare le leggi perché è comunque in grado di farsene beffe, avendo scelto di seguire gli insegnamenti di Discorso Peggiore, e conclude la sua apparizione sulle scene sostenendo che è giusto picchiare sia il padre che la madre, dichiarazione questa contraria a qualunque insegnamento morale, di allora come di adesso. È scontato, quindi, che Fidippide non riesca a conquistare la simpatia del lettore.

Socrate: È il protagonista della commedia, e non solo personaggio teatrale, ma anche figura storica che, venticinque anni dopo essere stato portato sulla scena, fu processato da un tribunale di Atene e condannato a morte sia perché con i suoi insegnamenti corrompeva i giovani sia perché non riconosceva gli dei che la città venerava, ma apprezzava invece divinità nuove e diverse.
Egli rappresenta nel testo il sofista corruttore che inganna la gente con le sue dottrine, la sua pericolosa sapienza e le sue capacità verbali, e ciò è dimostrato più che chiaramente dalla facilità con cui convince Strepsiade a credere nelle nuove e ingannevoli divinità delle Nuvole; il filosofo non esita a rappresentarle al povero contadino con il loro aspetto più terribile e minaccioso, perché egli ne sia terrorizzato e, di conseguenza, affinché lo abbia in suo potere. La dialettica di Socrate risulta, quindi, una scienza negativa, poiché esasperata nelle conseguenze, portata avanti da questa figura del "sapiente" che si estranea dalla comunità dei cittadini, che propone modelli di vita e credenze diversi da quelli tradizionali, che sovverte le abitudini radicate e corrompe le tradizioni. La sua scienza perciò non paga ed il semplice contadino Strepsiade, resosi conto di essere stato ingannato, distruggerà infine il pensatoio e tutto ciò che esso rappresenta. Aristofane tratta, quindi, da ciarlatano e da mistificatore un uomo che la nostra cultura considera uno tra i principali punti di riferimento, quasi una sorta di padre culturale, per non dire addirittura un martire. E' naturale quindi interrogarsi sulle ragioni che spingono Aristofane a prendere una tale posizione. La via più ovvia per risolvere il problema è all'interno del conflitto politico "innovazione-conserevazione": Aristofane, attivo protagonista del gruppo conservatore, risulterebbe ostile a Socrate dal punto di vista politico. Tuttavia questa interpretazione non è la più corretta, poichè non tiene conto del fatto che Aristofane e Socrate appartenevano a quella cerchia essenzialmente aristocratica che partorirà il governo dei "trenta tiranni". In realtà l'opposizione fra i due uomini ateniesi è da trovarsi nella diversa posizione culturale ed ideologica che essi assumono: Aristofane è l'emblema della cultura conservatrice mentre Socrate di quella innovatrice. Per Aristofane l'educazione deve avvenire mediante una poesia rigorosamente priva di elementi intellettuali, per Socrate e la sofistica invece essa deve compiersi mediante il dialogo critico fondato sulla logica eleatica. Tale opposizione non è riconducibile pienamente ad un semplice conflitto tra "pensiero intuivo" e "pensiero critico": siamo in realtà di fronte ad uno scontro tra culture radicalmente diverse che solo con difficoltà riescono a confrontarsi



RANE di ARISTOFANE

L'ultima grande commedia di Aristofane, scitta nel 405 a.C., nell'ultimo periodo della guerra contro Sparta, vede la contesa fra un'arte impegnata dedita ad educare la società e posta al servizio di questa, rappresentata da Eschilo,burbero e sdegnoso, e un'arte che rivendica la sua indipendenza dai costumi tradizionale rappresentata da Euripide, maligno e pungente.

Dioniso si reca nell'Ade allo scopo di riportare sulla terra Euripide, dato che la scena tragica è rimasta vuota e desolata. Per avere via libera si traveste da Eracle, ma incappa nei personaggi che, avendo subito in passato le angherie di Eracle, non vedono l'ora di agguantarlo. Spaventato, Dioniso scambia più volte il suo travestimento con il servo Xantia che lo accompagna. Dopo varie avventure, alcune anche piacevoli, i due giungono presso Eschilo e Euripide, che stanno contendendosi il titolo di primo poeta tragico. Dionisio viene nominato giudice di gara. A Eschilo, Euripide rinfaccia il linguaggio troppo solenne e pesante e la staticità dei personaggi e delle situazioni. Euripide viene accusato di essere venuto meno al ruolo civile del poeta tragico. I versi dei due tragici vengono pesati su una bilancia, dove quelli di Eschilo risultano più pesanti.Superata ogni esitazione, Dioniso riporta in vita Eschilo affinché sia, come un tempo, ottimo consigliere dei cittadini.

La rapida successione di battute all'inizio della commedia assolve come di consueto la funzione di attirare l'attenzione dell'auditorio.

Xantia chiede a Dioniso quale aneddoto divertente raccontare, e Dioniso gli intima di non essere scurrile e di non raccontare sempre il solito perchè ormai è venuto a noia. Dopo un rapido scambio di battute serrate, Dioniso bussa alla porta di Eracle che entra in scena.

Eracle non può far a meno di ridere dell'abbigliamento di Dioniso e gli domanda dove è diretto; Dioniso risponde di essersi imbarcato con Clistere e di aver combattuto ma di essere stato assalito all'improvviso da una voglia irresistibile. Eracle prova subito ad indovinare di che razza di voglia si tratti, ma Dioniso, non trovando le parole, cerca di spiegarsi con un indovinello: hai mai avuto voglia di polenta?

Eracle, sicuro, risponde di aver avuto quella voglia mille volte nella sua vita e Dioniso conclude dicendo di aver quella stessa voglia per Euripide e chiede ad Eracle un modo non faticoso e veloce per discendere nell'Ade a resuscitare Euripide, poiché di altri poeti validi non ce n'erano in giro.



Avendo ascoltato i vari modi, Dioniso sceglie di recarsi nell'Ade attraversando il fiume con Caronte e dice al suo servo Xantia di accompagnarlo e di portare i bagagli.

Arrivati sulle sponde del fiume Dioniso s'imbarca con Caronte, mentre Xantia li raggiunge a piedi. Giunti nell'Ade, da Eaco, Dioniso dice di essere Eracle e, avendo sentito come risposta numerose minacce decide di scambiarsi gli abiti con Xantia. Quando Eaco torna alla porta dice di aver preparato gustose vivande e belle danzatrici, così Dioniso dice di voler indietro i suoi abiti e la sua falsa veste di Euripide, ma Xantia non gliele restituisce e la situazione si fa nuovamente pericolosa.

Eaco ordina di legarlo, ma Xantia affermando di essere innocente giura offrendo come prova a qualsiasi tortura il suo servo e Eaco acconsente. Dioniso però, prima di essere torturato afferma di essere un dio figlio di Zeus e che il vero schiavo è Xantia. Eaco non crede e Xantia propone di frustarlo e dato che si reputa un dio non sentirà alcun dolore, ma Dioniso gli ricorda che anche lui ha detto di essere un dio così che Eaco inizia a frustarli entrambi aspettando di giudicare un non dio chi dei due si fosse lamentato delle frustate per primo. Eaco inizia a frustarli, ma nessuno dei due sembra lamentarsi o curarsi del dolore perciò Eaco decide di far giudicare chi dei due fosse un dio a Persefone che è dio anche lui.

Dopo l'intervallo del coro Xantia scambia alcune battute con un servo e si abbracciano nello scoprire di amare le stesse malefatte ai loro padroni, poi, sentendo delle urla, Xantia chiede di cosa si tratti e il servo gli spiega che è una lotta per la palma dell'arte tra Eschilo, detentore della palma, e Euripide, ultimo arrivato, acclamato dal popolo dei malfattori per aver cantato più volte le loro imprese. Xantia chiede per quale motivo non sia in gara anche Sofocle e il servo continua a spiegare che Sofocle era troppo amico di Eschilo per combattere contro di lui e che si presenterà solo nel caso in cui lui perda la gara con Euripide, poi il servo si ritira per andare dal padrone ed esce di scena. Il coro conclude con un breve riepilogo gli eventi e entrano in scena Eschilo, Euripide e Dioniso.

I due poeti si scambiano una serie di insulti e di insinuazioni mentre Dioniso, pur facendo le parti a Eschilo cerca di placarli, ma decidono di sfidarsi in una gara poetica e dopo essersi assicurati agli dèi e aver celebrato i riti la gara ha inizio. Euripide comincia ad attaccare Eschilo accusandolo di aver fatto delle tragedie ricche di parole pesanti e il poeta si difende accusandolo a sua volta di una tragedia scontata, mentre Dioniso fa da giudice. I due poeti continuano a esaminare le loro tragedie e a far delle loro caratteristiche accuse e pregi. Riempiendosi di insulti e ingiurie esaminano i loro prologhi, i personaggi, i toni, le ripetizioni, i lirici e le monodie fino a pesare con la bilancia i loro versi, ma la gara finisce pari così che Dionisio decide che riporterà in città colui che troverà una soluzione per la sua salvezza. I due poeti danno soluzioni diverse e Dioniso è più volte assalito dal dubbio.Al termine dei loro discorsi viene decretato vincitore Eschilo che aveva prospettato la salvezza della città nel considerare la patria altrui come propria e la propria come altrui. Dioniso quindi sceglie Eschilo per la sua saggezza abbandonando l'amico Euripide negli inferi. La scena si chiude con il saluto da parte di Plutone e il suo augurio affinché si risolvano i problemi della città, mentre Eschilo lascia la sua palma dell'arte a Sofocle.


UCCELLI di ARISTOFANE
Uccelli di Aristofane Dopo sette anni nell'anonimato, con commedie di poco rilievo, ritrova i suoi momenti migliori con la commedia Uccelli. Evelpide e Pistetero erano due ateniesi che, stanchi di vivere sulla terra, decisero di fondare una città, con l'aiuto degli uccelli, fra cielo e terra. Upupa, che una volta era il mortale Tereo, convinse gli uccelli ad aiutarli anche per il fatto che Pistetero rivelò loro che potevano riconquistare il cielo usurpatogli dagli dei. La nuova città fu costruita interamente dagli uccelli e fu chiamata Nefelococcigia (la città dei "baggiani fra le nuvole"). Subito arrivò Iride, messaggera degli dei, che intimò agli uomini di andarsene, altrimenti gli dei avrebbero scatenato la loro ira. Iride fu cacciata via. Molti personaggi, venuti a conoscenza dell'esistenza di questa città, fecero di tutto per conquistarla, ma ognuno di loro fu cacciato via violentemente. Nel frattempo Nefelococcigia ridusse alla fame gli dei e poco tempo dopo Prometeo, amico degli uomini, annunciò loro che Zeus era allo stremo delle forze: Zeus era disposto a venire a patti, ma agli uomini non interessava. Arrivarono a Nefelococcigia Poseidone, Eracle e Triballo. Alla fine decisero di trattare: Sovranità fu data in sposa a Pistetero. Questa commedia, a differenza delle altre, non tratta i soliti argomenti di guerra e di potere, ma è pura fantasia. Per una volta Aristofane si libera dalla triste realtà della vita di allora e si allontana, guarda Atene dall'alto, in compagnia degli uccelli e dei protagonisti di questa storia che hanno avuto l'idea di costruire la città fra cielo e terra.


AULULARIA di PLAUTO

Il vecchio avaro Euclione ha trovato sotterrata in casa sua una pentola con un tesoro. Sotterratala di nuovo veglia morbosamente su di essa: sospetta che chiunque gliela possa rubare, compresa la vecchia serva Stafila, ma in realtà tutti lo credono molto povero, e nessuno sospetterebbe la sua ricchezza.

Il vecchio vicino di casa Megadoro, spinto dalla sorella Eunomia decide di sposarsi per avere un erede: egli chiede la mano di Fedria, figlia di Euclione, e con grande piacere del padre di lei, è disposto a prenderla senza dote.

Strobilo, servo di Megadoro, su ordine del padrone porta la spesa, i cuochi e le suonatrici di flauto affittati al Foro, ad Euclione. Questi, nel frattempo, tornato dal mercato, dove aveva acquistato solo incenso e corone di fiori in onere del Lare familiare, perché tutto il resto gli era apparso troppo caro, trova un gran trambusto in casa sua, e udendo i cuochi parlare di una grossa pentola, è terrorizzato. Così caccia via i cuochi e permette loro di rientrare solo dopo aver dissotterrato la pentola e averla presa con sé per poi sotterrarla nuovamente.

Strobilo, servo di Liconide, si reca a casa di Euclione su ordine del padrone, per osservare la situazione e tenerlo al corrente degli avvenimenti. Egli vede così Euclione che sotterra la pentola ed entra nel tempio per rubarla ma viene sorpreso dal vecchio che lo caccia via. Il servo però continua ad osservarlo e scopre dove egli si appresta a nasconderla: un bosco al di là delle mura. A casa di Megadoro, Fedria partorisce il figlio di Liconide, nipote di Megadoro, che l'aveva violentata mentre era ubriaco. Liconide decide di confessarlo ad Euclione, ma nel frattempo il vecchio ha scoperto il furto della pentola e travisa le parole del giovane pensando che confessi proprio il furto.Strobilo, però, confessa tutto al padrone che gliela fa restituire. Liconide ottiene così la mano di Fedria.



ESCHILO - "PERSIANI"

Parodo - Ingresso del coro (vv. 1-154)

Entra in scena il coro, costituito dagli anziani della corte persiana. A palazzo, mentre attendono notizie riguardo l'esito della seconda guerra greco-persiana, elencano i generali e le navi che sono partite per la spedizione, descrivendone la sfarzosa parata. Esprimono infine la loro preoccupazione dovuta ai continui presagi dai quali i Persiani sono oppressi.

Primo Episodio (vv. 155-531)

Entra in scena la regina Atossa, madre di Serse, che esprime la sua apprensione, poiché teme che con la guerra tutto quello che il marito Dario ha creato venga distrutto.

In seguito chiede aiuto al coro per l'interpretazione di un sogno inquietante fatto la notte precedente. Il coro propone alla donna di compiere molti sacrifici in onore degli dei, ma, mentre la donna viene rassicurata dagli anziani di corte un messaggero interrompe il dialogo per annunciare la disfatta dei Persiani a Salamina.

L'araldo di corte, prima attraverso un dialogo con il coro, poi con la regina, descrive in modo specifico quanto accaduto.

Primo Stasimo - Canti corali (vv. 532-597)

Il coro, con dolore infinito, dipinge, con intense parole, il quadro del grande regno persiano devastato dai nemici greci.

Secondo Episodio (vv. 598-622)



È questa una breve porzione di testo nella quale la regina torna in scena con l'intenzione di consacrare offerte alle divinità infernali ed invita il coro narrante ad accompagnare questo momento con un'evocazione al re Dario.

Secondo Stasimo -Canti corali (vv. 623-680)

I saggi anziani incominciano ad intonare un'ode nella quale viene inizialmente invocato Zeus accompagnato da espressioni tragiche. Viene poi invocato il re Dario, poiché la sua ombra compaia nella vita terrena.

Terzo Episodio (vv. 681-851)

Si apre con la voce di Dario, la cui anima è giunta sulla terra in seguito all'invocazione dei vecchi cantori.

L'ombra di Dario domanda quale sia la sciagura che li affligge, ma loro si dimostrano troppo tristi per rispondere alle sue domande, quindi il valoroso re si rivolge alla moglie, la quale, dopo avergli descritto gli avvenimenti, gli rivela che la colpa è da attribuire ai compagni di Serse, poiché sono stati loro a spingerlo alla realizzazione della spedizione. Udite tali parole Dario dice al coro che è necessario non compiere più spedizioni militari contro i Greci, poiché l'eccesso porta alla rovina. Poi si rivolge alla moglie dicendole di calmare Serse convincendolo a non eccedere. Detto questo torna nell'Ade.

Terzo Stasimo - Canti corali (vv. 852-906)

Il coro innalza un inno in onore del saggio re Dario e delle sue imprese passate, facendo alcuni riferimenti alla follia di eccedere di Serse.

Esodo - Ultima scena (vv. 907-1077)

Serse finalmente compare, finora assente dalla scena, e si unisce al canto di dolore del coro. Da qui inizia un dialogo tra il re persiano ed il coro, mentre Serse, rammaricato, si avvicina alla reggia accompagnato dai cantori. È questa forse la parte più tragica dell'opera, in cui viene messa in risalto la fedeltà dei sudditi nei confronti del sovrano e che si conclude con le ultime parole cariche di sofferenza del coro.



MEDEA di EURIPIDE

Medea e Giasone, dopo la conquista del vello d'oro, risiedono con i figli a Corinto. Giasone, però, sta per ripudiare la moglie per sposare Glauce, la figlia di Creonte, re della città. Medea, temuta per le sue arti magiche, viene espulsa per ordine del re, ma riesce a rimandare di un giorno la partenza, in modo da poter attuare la propria vendetta. In un denso scontro verbale, in cui Euripide utilizza la più raffinata tecnica retorica, marito e moglie mostrano la totale inconciliabilità delle rispettive motivazioni: da un lato la donna sottolinea la propria totale dedizione e il patto d'amore tradito, dall'altro l'eroe contrappone la logica politica. Medea, dopo essersi garantita l'ospitalità di Egeo, re di Atene, mette in atto il suo tragico proposito: finge di rappacificarsi con Giasone e fa portare dai figli, come doni alla sposa, una corona e un peplo. L'arrivo di un messo informa il pubblico che da quegli oggetti si sono sprigionate fiamme che hanno ucciso fra atroci dolori sia Glauce sia il padre Creonte. La vendetta, per essere totale, richiede però anche l'uccisione dei figli nati dall'unione con Giasone; questi si precipita furioso contro Medea, ma non può che apprendere di quest'ultimo tremendo delitto e vedere la maga salire verso il cielo sul carro del Sole portando con sé i corpi delle proprie creature, negandone all'eroe anche la sepoltura.



ANTIGONE di SOFOCLE
Si collega per l'argomento ai "Sette a Tebe" di Eschilo.
Creonte, che ha assunto il potere a Tebe dopo che i fratelli Eteocle e Polinice si sono reciprocamente uccisi, ordina di non dare sepoltura a Polinice, perche' ha portato le armi contro la patria. Antigone, che in qualita' di sorella si sente in dovere di seppellire Polinice, per obbedire alle leggi divine dell'amore fraterno disobbedisce all'ordine, ma viene sorpresa da una guardia nell'atto di seppellire il fratello. Creonte la fa rinchiudere in un carcere sotterraneo nonostante abbia preso le sue difese Emone, figlio di Creonte e fidanzato di Antigone.
Neanche l'indovino Tiresia, che avverte Creonte che gli dei sono sdegnati per il suo comportamento, riesce a smuoverlo dal suo proposito.
Giunge un messo, che annunzia che Antigone si e' impiccata e che Emone si e' ucciso vicino a lei.
Creonte piange sul cadavere di Emone ed un altro nunzio riferisce che Euridice, madre di Emone e moglie di Creonte, si e' anche lei uccisa. Creonte disperato, riconosce la sua colpa.
Tutta la tragedia ruota intorno alla figura di Antigone, che e' una vera eroina, contrapposta a Creonte, che e' un vero tiranno. Il filosofo Hegel vede in questa contrapposizione lo scontro di due ordini egualmente legittimi, lo stato e la famiglia; ma questa chiave di lettura politico-antropologica non esaurisce la dimensione artistica e concettuale del dramma, che e' ben piu' complessa. Antigone e' mossa a compiere il pietoso atto della sepoltura del fratello non tanto dall'affetto, quanto piuttosto dal senso del dovere religioso. La questione morale e' al centro della tragedia, che afferma con il sacrificio di Antigone la priorita' assoluta delle leggi divine su quelle umane.
Antigone e' uno dei personaggi piu' amati del teatro antico.
Questo personaggio e' ripresentato nelle tragedie omonime di Brecht e di Anouilh.


EDIPO RE di SOFOCLE
Protagonista della tragedia e' Edipo, che e' diventato re di Tebe dopo che ha liberato la citta' dalla Sfinge ed ha sposato la regina Giocasta. Ora Tebe e' afflitta da un tremenda pestilenza e l'oracolo consultato rivela che la pestilenza avra' termine soltanto quando sara' cacciato dalla citta' l'uccisore di Laio, il re precedente, che era stato ucciso da uno sconosciuto lontano dalla patria. Edipo vuole sapere dall'indovino Tiresia il nome del colpevole, ma questi prima si rifiuta di dirglielo, ma infine e' costretto a dirgli che e' proprio lui.
Gli dice inoltre che e' figlio di Laio e che quindi la regina che ha sposato, Giocasta, e' sua madre. Edipo, incredulo, scaccia Tiresia, ma si ricorda di avere ucciso uno sconosciuto per questioni di precedenza sulla strada di Corinto. Il sospetto in lui prende corpo dopo che ha saputo dalla moglie Giocasta le circostanze della morte di Laio.
Giunge un messo ad annunziare la morte di Polibo, re di Corinto, di cui Edipo si credeva figlio, ed il messo aggiunge che egli stesso aveva ricevuto Edipo neonato da un pastore di Tebe e lo aveva dato a Polibo, che lo aveva accolto come un figlio. Edipo fa chiamare il pastore e questi conferma il racconto e dice di avere ricevuto il neonato dal re Laio, che ne era il padre e che intendeva liberarsene, perche' un oracolo gli aveva predetto che sarebbe stato ucciso da suo figlio, il quale avrebbe sposato la madre. Edipo fugge dentro la reggia e poco dopo un servo annuncia che Giocasta si e' uccisa e che Edipo con le fibbie dell'abito della madre-moglie si e' percosso gli occhi accecandosi.
La tragedia si chiude con la scena di Edipo cieco che raccomanda le figlie Antigone ed Ismene al cognato Creonte.
E' la tragedia piu' celebre di tutto il teatro tragico greco. Essa ha un crescendo angoscioso nella progressiva scoperta della verita'.
Il personaggio di Edipo si riscatta dall'accusa di essere un automa privo di potere decisionale manovrato dagli dei con la sua accanita ricerca della verita', che lo portera' alla scoperta del parricidio e dell'incesto. L'enormita' dell'accusa e' direttamente proporzionale alla grandezza del personaggio che tale accusa sopporta. Edipo e' reo di delitti che non e' stato libero di commettere, e' vittima di un determinismo teologico, ma nel sopportare tale destino sta la sua grandezza. Nonostante il ruolo determinante che il fato ha nella vicenda, Sofocle non e' un fatalista, egli crede nella giustizia divina anche quando essa appare incomprensibile agli uomini.
Il mito di Edipo e' stato ripreso da molti autori moderni, tra cui Gide e Cocteau.


EDIPO A COLONO di SOFOCLE
Fu rappresentato postumo.
Il re Edipo cieco giunge a Colono, presso Atene, accompagnato dalle figlie Antigone ed Ismene.
Entra nel bosco delle Eumenidi, che egli riconosce come il luogo nel quale un vaticinio gli ha indicato che avra' finalmente pace, ma gli abitanti di Colono non lo vogliono, perche' viola la santita' del luogo. Il re Teseo viene chiamato a decidere sulla questione e, in attesa del suo verdetto, Antigone e Ismene fanno sacrifici alle Eumenidi. Teseo offre protezione ad Edipo.
Giunge notizia della guerra che sta per scoppiare a Tebe, dove i fratelli Eteocle e Polinice stanno per affrontarsi in combattimento. Secondo un oracolo il potere tocchera' a chi riuscira' ad avere con se' il vecchio. Polinice viene dal padre per chiedergli di riconoscerlo come re di Tebe, ma il padre lo scaccia e maledice entrambi i figli. Gli dei, intanto, decretano la fine della vita di Edipo ed egli, chiamato da una voce soprannaturale, scompare dalla vista degli uomini. Egli diverra' un semidio dotato di poteri soprannaturali, mentre Teseo consola le figlie della scomparsa del padre.
Questa tragedia e' il testamento spirituale di Sofocle, che, ormai vecchio, si accomiata dalla vita. Il paesaggio di Colono, luogo natale di Sofocle, costituisce la cornice piu' adatta al dramma, perche' sollecita la fantasia del poeta con i ricordi nostalgici della sua infanzia.
La parte piu' importante del dramma e' nella morte soprannaturale di Edipo e nella sua trasformazione in semidio. In cio' vediamo ancora una volta la potenza degli dei, che innalzano Edipo, mentre prima lo hanno mandato in rovina. La sua redenzione non nasce dai suoi meriti, ma da un arcano disegno divino, che puo' trarre motivo di essere dai patimenti di Edipo.
Al centro della tragedia e' la pietas, cioe' la devozione verso la divinita', alla quale si aggiunge l'amore. Il messaggio d'amore che Edipo lascia alle figlie e' lo stesso che Sofocle lascia ai suoi contemporanei, ricollegandosi in questo alle parole di Antigone nella tragedia omonima: Io non condivido l'odio, ma l'amore






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