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QUAESTIONES IURIS ROMANI PUBLICI

letteratura




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QUAESTIONES IURIS ROMANI PUBLICI

I. Crisi-trasformazione della Res Publica



Premessa

Vanno rapidamente individuate le ragioni della ‘crisi’ della Repubblica, la quale non deve essere vista come fattore puramente negativo, culminato nel superamento della Costituzione attraverso la quale Roma aveva conquistato il mondo ma anche come motore di ‘trasformazioni’ positive: grazie al pragmatismo insito nella sua mentalità, vengono escogitate soluzioni nuove maggiormente adatte ad uno Stato-Impero (e non più ad una città-stato).



Dopo la terza guerra punica si riscontrano una serie di fattori che investono quattro ambiti:

1) economico/sociale: nel II secolo Roma ha sconfitto Cartagine e conquistato il Mar Mediterraneo, occupando le terre più fertili (Africa, Spagna, Sicilia) sicché giungono nell’Urbe gratuitamente o a prezzi politici i prodotti migliori (grano, vino ed olio). Il benessere di coloro che vivevano nella città crebbe ma gli alleati dell’Italia centrale e i Latini entrarono in grave crisi: diventa infatti inutile la figura del contadino-soldato, spiazzato nella sua attività produttiva perchè doveva subire la concorrenza di quei prodotti e pertanto non sapeva a chi vendere i suoi (che ovviamente costavano di più). Al contadino, proprietario di un piccolo appezzamento, si presentavano due possibilità

- Orientarsi verso colture ‘nobili’ (non praticate nelle Provincie) o colture che non sopportavano lunghi trasporti (mele e pere): per fare ciò servivano capitali e manodopera specializzati che il contadino non aveva

- Vendere il proprio appezzamento al senatore, latifondista e ricco: a questo punto, l'ex contadino poteva cercare lavoro libero come bracciante od artigiano ma ciò gli era precluso dagli schiavi (disponibili in gran numero a prezzi bassissimi) oppure poteva recarsi a Roma dove viveva di espedienti spesso intruppandosi nelle clientele (era mantenuto ma doveva adempiere gli obblighi del cliente). Di conseguenza:

….Nasce il gruppo sociale dei ‘proletari’ (termine che sostituisce quello di ‘capite 939e44j censi’), soggetti turbolenti, che non lavorano e costituiscono una massa di manovra da impiegare nei giochi di forza politici. Infatti, pur non contando nulla nei Comizi Centuriati e poco nei Comizi Tributi e nei Concilii Plebei, incidevano fortemente sulla propaganda, sui pestaggi e sulla competizione elettorale.

….Contemporaneamente si delineava la ‘nobilitas’, ossia una nuova formazione politica che comprendeva patrizi e plebei ed era costituita da tutti gli ex magistrati e dai loro discendenti: chiamati anche 'optimates' o 'boni viri', avevano il loro punto di forza nel Senato. Teoricamente si trattava di un gruppo aperto perchè tutti potevano accedervi ma, considerato che la magistratura non era retribuita, sarebbe stato impossibile ad un 'quivis de populo' entrare a farvi parte. Su seicento consoli repubblicani, solo quindici potevano considerarsi 'homines novi' ossia non discendenti da altri magistrati (tra di essi si ricordano Mario, che ebbe grandi meriti militari, e Cicerone che ebbe notevoli doti oratorie). Si trattava della classe dei proprietari terrieri, dato che dal 218 a.C. la Lex Claudia aveva vietato ai senatori di possedere navi che avessero stazza superiore a trecento anfore, impedendosi così alla ‘nobilitas’ stessa di esercitare il commercio: si voleva salvaguardare i loro patrimoni ma, in realtà, i commercianti li vollero punire dello scarso appoggio fornito nella prima guerra punica.

…..Il terzo gruppo socio-politico era l’ordo equester, cioé i cavalieri: sappiamo che gli equites esistevano già e costituivano le prime diciotto centurie ma dal II sec. a.C. ricchi borghesi (banchieri, mercanti, negozianti) privi di titoli onorifici volevano costituirsi una dignità sicchè, pagando notevoli cifre, compravano il diritto di fregiarsi del titolo di cavaliere mantenendo in proprio il cavallo. All'ordo equester appartenevano coloro che sfruttavano le provincie e garantivano le imposte a Roma (appaltatori d'imposte e mercanti) mentre i nobiles ne erano i governatori: ovviamente erano portati a scontrarsi ma sino ad un certo punto, perché le classi egemoni hanno sempre litigato per le fonti di guadagno ma si sono sempre ricompattate se era messo in pericolo lo ‘status quo’, la leadership grazie alla quale accumulavano guadagni (tanto che, quando compaiono personaggi quali i Gracchi, Glaucia, Saturnino, Cesare, si ricompattano ed espungono il perturbatore dell'ordine costituito).

2) politico/militare: dopo la Terza Punica Roma ha ormai assunto una dimensione mondiale sicché la Costituzione della Città-Stato diventa inadeguata in quanto le assemblee popolari non rappresentano più la maggioranza dei cittadini e sono pertanto snaturate. I soggetti che vi partecipano non hanno nulla a che fare con i molti milioni di abitanti sparsi nel territorio della Res Publica; il concetto di democrazia diretta sparisce perchè comandano quattro-cinque individui che si servono di poche migliaia di mestatori scelti nel proletariato, quindi sparisce lo Stato-Città.

Scomparso il piccolo-medio ceto agricolo che infoltiva l'esercito ed il Comizio Centuriato, si ebbe un momento veramente 'critico' in senso negativo in quanto scomparve il connubio vincente “soldato-cittadino” che era stata la carta vincente di Roma: nel 107-106 Mario, durante la guerra contro Giugurta, ebbe necessità di arruolare soldati ed allora decise di 'istituzionalizzare' la leva volontaria (che prima si era avuta sporadicamente) inaugurando la professione del soldato, pagato per combattere. Ne conseguì che molti proletari, attirati dal miraggio della paga ma soprattutto dalla spartizione del bottino, corsero ad arruolarsi: in precedenza si combatteva per la famiglia e la patria, da quel momento si combatté per se stessi e il comandante, che assicurava il bottino. Nessun soldato volontario pensava di morire eroicamente in guerra in quanto auspicava di ritirarsi quarantenne a godersi la vita coltivando l'appezzamento elargitogli dal suo ‘imperator’; è chiaro che questo sviluppo condurrà alle guerre civili, in cui leaders romani combatteranno contro altri romani, sconvolgendo le fondamenta della vita politica romana.

3) rapporti con gli alleati e i latini: va detto che a lungo le conquiste romane si erano basate sul loro insostituibile sostegno (peraltro decisivo nelle guerre puniche) ma senza che essi potessero goderne i vantaggi in quanto ebbero sempre diritti limitati: i Latini votavano nella stessa tribù e gli Italici non votavano proprio, la ‘provocatio ad populum’ non era loro concessa, partecipavano infine in misura ridotta alla spartizione del bottino di guerra sicchè tutto ciò provocò la rivolta dei ‘socii’ e le guerre ‘sociali’ poco tempo dopo (tese ad ottenere l’estensione della cittadinanza romana e non l’indipendenza da Roma). Non migliore era la situazione delle provincie, che non avendo ancora applicato un sistema di direzione rigorosamente annuale (cioé temporaneo) con l'alternanza dei governatori, si avviavano a diventare regni autonomi per effetto del sistema della "prorogatio imperii" che permetteva ai governatori stessi di fare tutto quello che volevano.

4) etico-morale: in questo quadro destabilizzante vi è un fattore veramente 'critico': la caduta della moralità ("virtutes"). La 'virtus' militare, la 'pietas' da intendersi come ossequio alla religione civile, la 'fides' intesa come rispetto della parola data ed ancora l'amore della famiglia come bene assoluto in quanto cellula essenziale dello Stato scompaiono nella seconda metà del II secolo; si affermano religioni misteriche orientali, che sovvertono gli spiriti (si pensi al culto di Iside, il quale scatenava gli istinti peggiori) ma soprattutto viene meno lo spirito comunitario ossia la certezza di essere parte di una Res Publica, prevalendo in cambio edonismo ed egoismo. Tale squallore, che toccherà il punto massimo sotto Augusto, è certamente un fattore critico ma è altrettanto vero che sarà riempito dal Cristianesimo e che senza siffatto vuoto esso non avrebbe attecchito.

Da questo momento la storia di Roma, che Catone voleva ipocritamente anonima tranne il suo nome, è caratterizzata dai grandi personaggi perchè, in fondo, la storia la fanno i grandi individui: va constatato come siano i grandi spiriti, nel bene e nel male, a cambiarla (come affermavano Carlyle e Nietzsche), fungendo le masse da “forza d’urto”, destinata a fare pressione seguendo i leaders.

I tentativi per risolvere la crisi, tra il 133 e l'88 a.C., sono da distinguersi in tre fasi:

- Fase tribunizia: i tribuni della plebe pensano di risolvere la crisi trasformando il loro collegio nel ‘perno’ della Costituzione

- Fase senatoria: coincide con il potere di Silla, che punta sul Senato perf restaurarare la costituzione repubblicana

- Fase del potere personale: dal 70, consolato di Pompeo, sino al 28 a.C., durante la quale vengono meno gli schemi costituzionali ed emerge la ‘crosta’ della politica, basata sulla pura forza. La crisi verrà poi risolta con un compromesso, ad opera di Augusto, appunto nel 28.


1. FASE TRIBUNIZIA

1.1. Tiberio Gracco

Il personaggio va inquadrato nel suo ambiente familiare, essenziale per coglierne le linee politiche: il padre Sempronio apparteneva alla ‘nobilitas’ pur essendo plebeo perchè era stato console ed aveva combattuto in Spagna mentre la madre Cornelia era la figlia di Scipione l'Africano. Il giovane Tiberio vive nel circolo degli Scipioni, un circolo politico, filosofico e culturale il quale raccoglieva il meglio della cultura greco-romana in opposizione ai Catoniani (xenofobi, attaccati alla terra e agli antichi ‘mores’); ebbe una educazione di tipo aristocratico ed amici ricchi, quali Publio Mucio Scevola (giurista e console nel 133 a.C.) e Publio Licinio Crasso.

Ottiene la questura in Spagna col padre e quando ritorna, attraversa l'Etruria e vede le campagne spopolate (come ci riferisce lo storico Appiano 350 anni dopo): se ne lamenta ed allora nascerebbe in lui l'intento di restituire le terre ai contadini, che non avevano retto la concorrenza ed avevano abbandonato le terre scendendo a Roma. Egli vuole:

- lottare contro l'oligarchia senatoria, la quale non voleva adeguarsi alla nuova realtà non intendendo cedere alcun privilegio ed era diventata l’ostacolo maggiore all’evoluzione costituzionale

- ricostruire il ceto agricolo, restituendo ad esso le terre per riempirle di contadini (interesse popolare o populista) oppure per perseguire interessi diversi, corrispondenti ad un preciso disegno di potere.

A questo proposito, rispolvera una delle leggi Licinie-Sestie del 367 a.C., secondo la quale nessuno avrebbe potuto avere la ‘possessio’ di ‘ager publicus’ in misura eccedente i 500 iugeri (125 ettari): ciò significa che i ‘patres’ aggiungevano alle terre di cui erano proprietari anche l’occupazione delle terre italiane progressivamente conquistate da Roma, divenendo latifondisti, e ciò andava regolamentato con provvedimenti limitativi (‘de modo agri’) per evitare che pochissimi senatori avessero il monopolio di tutte le terre (a titolo privato e come semplici possessori delle stesse). La sua ‘rogatio agraria’ aveva i seguenti connotati:

- nessuno avrebbe potuto aggiungere alla propria proprietà privata più di 500 iugeri di ager publicus a

titolo di possesso (cui si aggiungevano 250 iugeri per ogni figlio, non potendosi comunque superare

la misura complessiva di mille iugeri: quantità enorme, dato che se ne coltivavano due al giorno).

- le eccedenze sarebbero state requisite dallo Stato e distribuite ai contadini che le richiedevano

- ogni concessione non doveva eccedere i 30 iugeri tassati col vectigal (mentre il latifondista non paga)

- i piccoli appezzamenti così assegnati diventavano inalienabili, cioè non vendibili a terzi

- viene creata la commissione agraria con tre membri (tresviri dandis adsignandis iudicandis) cui

competeva la risoluzione di tutte le controversie relative all’individuazione ed assegnazione di terre

La ‘rogatio’ viene proposta ai Concilii Plebei (presso i quali il tribuno aveva lo ‘ius agendi cum plebe’) ma il Senato è poco favorevole in quanto i suoi membri avrebbero dovuto rinunciare alle terre ed allora tenta di bloccarla corrompendo il tribuno Marco Ottavio, che pone il veto al momento della votazione.

Ha luogo un duello tecnico dalla notevole portata giuridica in cui Tiberio, resosi conto del pericolo, con la sua dialettica tenta di dimostrare che Ottavio sarebbe venuto meno al proprio dovere di tribuno (negando ‘auxilium’ ai contadini plebei espropriati) e quindi avrebbe dovuto essere destituito: chiede all'assemblea di sollevarlo dalla carica (‘abrogatio’) onde farne cadere il veto e giungere all’approvazione della legge. Ottavio si oppone, affermando che la sua destituzione sarebbe stata incostituzionale in quanto contraria al principio di irresponsabilità dei magistrati cittadini, i quali non potevano essere sfiduciati nell’anno di carica; Tiberio gli ribatte che i tribuni sono magistrati plebei (di fazione) e non magistrati cittadini sicchè non valevano le regole proprie di questi ultimi (onde sostenere che la ‘abrogatio’ sarebbe stata legittima). La proposta graccana di destituzione di Ottavio viene messa ai voti e prevale onde, per la prima volta, si deroga al principio della "irresponsabilità" del magistrato in carica; sollevato Ottavio dalla funzione, anche la sua intercessio viene meno e la ‘rogatio’ agraria viene approvata. La maggioranza dei Senatori (e anche gli storici conservatori come Appiano) considera quell'atto sovversivo ed incostituzionale ma Tiberio si difende benissimo riaffermando appunto che il Tribuno non è un magistrato cittadino ma di una fazione ed allora per lui non valgono le regole del 'cursus honorum'; inoltre agginge che “ut quodcumque postremum popolus iussisset ius ratumque esto" sicché, se il popolo delibera, la sua volontà è legge e quindi non c'é nessun motivo per derogarne le deliberazioni. Il senato (cui Tiberio non aveva neppure chiesto l’auctoritas preventiva sulla proposta di legge) ricorda che ciò vale per il 'popolo', non per la 'plebe' e che i due concetti non si identificavano: tuttavia Tiberio persiste nelle sua posizioni, ha la meglio e vince questa sua battaglia

Il Tribuno, ringalluzzito dal successo, pone in essere una serie di fatti al limite della legittimità che gli scatenano l’opposizione acerrima del Senato:

** dovendosi nominare la Commissione dei Tresviri, si fece inserire nella medesima come membro e Presidente contro la regola che nessun ideatore di un collegio avrebbe potuto candidarsi a farne parte: nell’occasione, sostenne che la regola valeva per i patrizi e non per i plebei

** Attalo III, Re di Pergamo ed alleato del popolo romano, aveva lasciato il suo patrimonio in eredità a Roma e, ordinariamente, il Senato avrebbe incamerato i beni in base al suo potere di direzione del tesoro pubblico e della politica estera. Tiberio affermò che il popolo, vero erede del Re, avrebbe dovuto decidere sull’utilizzo dei beni: i Senatori si agitano e creano i "rumores" cioé le dicerìe, facendo circolare la voce secondo la quale Tiberio volesse "adfectare regnum" ossia mirare al potere regio.

** Scadendo l’anno di carica e non avendo concluso il suo programma, volle ripresentarsi alle elezioni per il 132 a.C. contro la regola della Lex Villia, la quale imponeva dieci anni di intervallo tra magistrature identiche: Tiberio dice che questa regola non vale per il tribunato ed i Senatori colgono questo fatto come prova delle aspirazioni monarchiche di Tiberio.

A questo punto il Senato pensa di eliminare il nemico senza assoldare un sicario ma dando una patina di legalità al proprio operato: dichiarato hostis reipublicae ossia 'nemico della patria' e privato della la sacrosanctitas tribunizia, avrebbe potuto essere ucciso impunemente. L’assemblea senatoria avrebbe votato per la prima volta un SenatusConsultum Ultimum, investendo i consoli dei poteri necessari ad impedire che la Res Publica venisse danneggiata (una sorta di dichiarazione di "stato d'assedio") ma il console Scevola, amico di Tiberio e giurista, rifiuta di avallare il provvedimento usando la violenza contro il tribuno. Si muove allora il principale nemico di Tiberio, cioé il Pontefice Massimo Scipione Nasica, in luogo del console ("ut si consul esset"): pur agendo da privato, questi passa alle vie di fatto e procede duramente contro i seguaci di Tiberio, che resta ucciso nei tafferugli mentre da solo, sul Campidoglio, cerca ancora di spiegare il suo punto di vista.



Ne nascono polemiche perchè era stato ucciso l'amico del console e parente lontano di Scipione l'Africano e di Scipione l’Emiliano (allora protagonista della politica romana e assente perché impegnato in Spagna): il Senato discute della legittimità del provvedimento adottato e la seduta è caratterizzata dall'intervento del console Scevola, il quale segue l'onda ed afferma che tutto è avvenuto "optimo iure" ossia secondo stretto diritto (contraddicendosi con la posizione assunta in precedenza ma preoccupato per la propria incolumità personale, dato che Roma era ora controllata dagli antigraccani).


== V a l u t a z i o n e d e l l a s u a o p e r a ==

Fino all'articolo dell’inglese Earl negli anni Sessanta, Tiberio è considerato un antesignano delle rivolte popolari che veramente voleva il bene dei piccoli contadini tramite la restituzione delle terre: in realtà è una visione oleografica ma non da storico, a meno di far torto all'intelligenza di Tiberio. Questi voleva ovviare allo spopolamento delle campagne, legando di nuovo il contadino alla terra, ma sapeva bene di non poterci riuscire dando al contadino trenta iugeri contro i mille che avevano i paterfamilias: la prova di ciò è data sia dal fatto che rende inalienabili i fondi perchè gli era ben noto come il contadino (dopo un cattivo raccolto) avrebbe venduto, e sia dal fatto che questi doveva pagare la tassa. Se la motivazione di Tiberio fosse stata economico-sociale, ciò sarebbe stato folle e il tribuno non lo era, ben sapendo che i trenta iugeri non servivano a ricostruire effettivamente il contadino ma a ricostruire "sulla carta" il soldato-cittadino coinvolto in modo attivo nelle lotte politiche.

Si è detto "sulla carta" perchè le terre da ridistribuire erano sull'Appennino, giogaie improduttive e brulle, dove andavano le mandrie; il fatto che i cippi ritrovati siano pochissimi prova che la frequentazione era scarsa sicchè le assegnazioni furono poche o forse nessuna. Bastava invece iscrivere i contadini nelle liste del censo, attribuendo loro in teoria trenta iugeri a prescindere dal loro effettivo insediamento, per farli votare e combattere.

....Secondo una posizione ‘ottimista’, Tiberio voleva ricostruire la vecchia Repubblica sistemando l'esercito dissanguato e le assemblee (ormai in mano alla massa oziosa): finalità nobile ma conservatrice.

....Secondo una posizione ‘pessimista’, Tiberio pensava solo a se stesso mirando al potere regio perchè quei soldati e votanti che creò avrebbero potuto servirgli come massa di manovra a danno del Senato (tanti clienti quanti erano i beneficiari dei fondi, che lo avrebbero sostenuto di diritto): nessuno pensa a lui come al benefattore dei poveri, troppo presto in un ambiente che non aveva sensibilità per quelle istanze sociali.

….Secondo la posizione più ‘ragionevole’, il tribuno mirava a trasformare la costituzione in senso democratico facendo del collegio tribunizio il cardine della costituzione a discapito del Senato: le assemblee avrebbero dovuto diventare organi rappresentativi del popolo (= la plebe) alla stregua di un parlamento moderno e i Gracchi avrebbero dovuto essere gli interpreti della volontà generale (quindi c’è anche, se non soprattutto, un disegno personale di potere). Il Senato non è spaventato tanto dalla requisizione delle terre ma dal disegno costituzionale nel suo complesso, mirante ad emarginarlo per puntare sul collegio tribunizio.

Dopo la sua morte la ‘rogatio’ non viene abrogata ma anzi il più giovane fratello Caio entra nella commissione dei “Tresviri”, che rallentano la propria attività sottraendo altresì terre a latini ed Italici in zone aride per non colpire i senatori: poi, Caio Gracco riprende la politica di Tiberio.

1.2. Caio Gracco

Più abile e furbo del fratello, assurge al Tribunato nel 123 ed elabora un programma molto articolato nel quale agli obiettivi di Tiberio aggiunge la ricerca di solidi alleati, sì da non rimanere isolato (in particolare li cerca tra gli equites cercando di spezzare la loro alleanza con i senatori). Egli persegue i suoi scopi mediante l'introduzione di una serie di leggi, che vanno classificate in cinque gruppi

(PRIMO)    Elimina gli ostacoli che avevano fatto cadere il fratello

Una legge consente l’iterazione del tribunato derogando la Lex Villia annalis

Con la ‘Lex Sempronia de capite civis’, non possono essere pronunciate condanne a morte senza la possibilità di appello (‘provocatio ad populum’) così da rendere indirettamente incostituzionale il SenatusConsultum Ultimum

Sono dichiarati illegittimi i tribunali speciali (le ‘quaestiones extraordinariae’)

(SECONDO) Normativa demagogica tesa a guadagnare amicizie

Fa approvare una "lex agraria" con cui restituisce a Latini ed Italici le terre che in precedenza aveva tolto loro ed una

"Lex frumentaria" (che disponeva la distribuzione mensile a prezzo politico, inferiore a quello di mercato, di grano e di altre derrate alimentari)

(TERZO) Favorisce la plebe urbana e gli equites

Introduce alcune leggi lungimiranti che gli avvicinano nuovi sostenitori, volte alla fondazione di colonie (Taranto e Capua) con caratteristiche innovative perchè non si tratta di avamposti di confine o di zone pericolose ma di aree tranquille e fertili da cui trarre solo vantaggi   

"Lex Sempronia viaria" (programma di costruzione razionale di strade importanti e curate per fare passare il materiale commerciale, favorendosi in tal modo gli equites che praticavano i commerci)

(QUARTO)    Normativa filo-equestre a discapito dei senatori

- "Lex de provincia Asia a censoribus locanda": l'appalto delle imposte è sottratto ai proconsoli o propretori ed attribuito ai cavalieri sicchè si favorivano i pubblicani a discapito dei soggetti che erano espressione della ‘nobilitas’

- "Lex Sempronia iudiciaria": nel 149 erano state create le 'quaestiones perpetuae' (la prima "quaestio" giudicava 'de repetundis', ossia delle spoliazioni contro i provinciali), composte dal pretore ed una giuria di senatori, i quali trattavano bene i loro sodali. Nel 123 Caio sostituisce i Senatori con gli ‘equites’ sicchè pone in questo modo i nobiles provinciali alla mercè dei cavalieri, con un notevole aumento delle condanne: Cicerone avrebbe poi considerato questa riforma perniciosa e tesa a preparare la presa del potere da parte del tribuno, con tanto di diffusione dei primi 'rumores' relativi ad una sua pretesa 'adfectatio regni'.

- "Lex Acilia repetundarum": inasprisce le pene per corruzione e concussione, consentendo soprattutto ai ‘provinciales’ di mettere sotto accusa i governatori romani e, pertanto, diventa il pupillo dei cavalieri ma sulla scia dei successi calca la mano e commette una serie di errori (come si vede dal quinto gruppo di leggi).

(QUINTO)    Legislazione radicalmente antisenatoria

>> 'Lex Sempronia de provinciis': viene tolto al Senato l'antico diritto di assegnare le provincie, introducendo il sorteggio preventivo (e quindi i ‘nobiles’ non possono più dispensare favori come in precedenza)

>> 'Lex de comitiis': cerca di spezzare l'egemonia detenuta, nei Comizi Centuriati, dalla prima classe e dalle diciotto centurie di cavalieri che votavano per primi decidendo di fatto sui provvedimenti e rendendo inutile la prosecuzione della votazione. L'ordine di votazione viene sorteggiato e quindi vi era più incertezza ed il peso della "opposizione" ai nobiles cresceva perchè, potenzialmente, si sarebbe potuto anche cominciare a votare da una centuria appartenente all'ultima classe (e si sapeva che la centuria votante per prima, detta "praerogativa", finiva per influenzare tutte le altre).

>> 'Lex de civitate sociis danda': prevedeva la concessione della cittadinanza ai Latini e dello "Jus Latii" agli Italici, prospettando così uno sconvolgimento epocale della Città-Stato (che avrebbe lasciato il posto allo Stato-Nazione) ma in questo modo si attirò l'odio di tutte le componenti cittadine. I senatori temevano infatti che una massa di nuovi cittadini si sarebbe riversata a Roma inquinando la vita politica ed alterando i delicati equilibri interni (infatti i ricchi Latini avrebbero potuto, col loro voto, scalzare l'oligarchia nobiliare al potere); gli equites ne erano infastiditi perchè essi erano banchieri e mercanti che, come 'cives romani', godevano di molte esenzioni ed avevano rapporti privilegiati con le popolazioni mediterranee ma soprattutto estendere la cittadinanza voleva dire mettere sul loro stesso piano i "magno-greci" da sempre mercati e quindi temutissimi concorrenti (assai più pericolosi se giuridicamente parificati); infine ne uscivano danneggiati i proletari perchè la torta delle conquiste sarebbe stata divisa con tutti gli altri poveri di estrazione italica sicchè la spartizione avrebbe attribuito loro soltanto briciole.

Ricandidatosi per la seconda volta al tribunato, così da fruire di un terzo anno di mandato, Caio non viene rieletto: la ‘nobilitas’ gli contrappone infatti il programma di Livio Druso, apparentemente ancora più rivoluzionario ma in realtà poco lesivo degli interessi senatori. Questi aveva infatti proposto una "Lex Frumentaria" che assicurasse grano addirittura gratis a tutti i poveri di Roma; l’istituzione di dodici nuove colonie; l’abolizione del ‘vectigal’ a carico dei possessori di terre pubbliche sino a trenta iugeri; la ‘provocatio’ ai Latini (ma nulla più) e ciò ci autorizza ad attribuire carattere demagogico alle sue proposte.

Tuttavia il pretesto per eliminare Caio fu fornito al Senato dalla deduzione della colonia cartaginese: esso sostenne che il nuovo insediamento sarebbe sorto su terra maledetta, essendo stato sparso il sale sulla medesima nel 146 a.C., e gli stessi presagi erano negativi (ululavano i lupi). Caio rifiuta di sottostare agli ordini del Senato e di comparire per fornire giustificazioni, chiamando a raccolta il popolo ma la massa non lo sostiene più, al punto che egli si ritrova solo e si prepara a resistere con pochi schiavi alla massa d'urto dei Senatori che, votato il SenatusConsultum Ultimum, hanno incaricato il temuto console Lucio Opimio di applicare il provvedimento. Sfuggito alla caccia dei suoi nemici, si farà uccidere da uno schiavo che poi porterà la testa al console il quale, a sua volta, organizzerà dei tribunali speciali per eliminare i graccani rimasti.

CAUSE DEL FALLIMENTO DI CAIO

Caio Gracco fu certamente più intelligente, circospetto e prudente del fratello: infatti si scelse alleati che lo sostennero sino alla fine o perlomeno sino alla "Lex Sempronia de civitate", la quale scontentò quasi tutti quelli che lo avevano appogggiato.

Sino a quel momento, oltre agli equites, era stato osannato dai populares (che aveva beneficiato con le ‘frumentationes’) e dagli italici (a cui non aveva più tolto i terreni ma aveva ammesso alla distribuzione dell'ager publicus e promesso la cittadinanza).

Tuttavia aveva commesso tre errori

- Come suo fratello, aveva valorizzato il Tribunato quale elemento più giovane e dinamico della costituzione repubblicana, ovviamente per vincere la sua battaglia e realizzare il suo disegno di potere: tuttavia l'azione del tribuno, per risultare vittoriosa, avrebbe dovuto condurre alla modifica dell'intera Costituzione e non puntare esclusivamente sul tribunato perchè esso era condizionato da una impostazione costituzionale controllata, nei punti nodali, dall'oligarchia senatoria. Infatti il tribunato non avrebbe potuto controllare l'elezione dei consoli (effettuata dai Comizi Centuriati) e la composizione del Senato (in mano ai Censori, cui era inopponibile l'intercessio tribunizia) sicchè l'oligarchia non era minimamente scalfita dai poteri tribunizi: l'errore di Caio consiste nell'aver creduto di riformare lo Stato puntando su una sola magistratura invece di modificare la Costituzione nel suo complesso.

- Non capì l'indole della massa, che si vende sempre al miglior offerente: egli ha accontentato il popolo con le frumentationes, le colonie, il lavoro e le strade ma poi ha scontentato tutti quando ha pensato di dividere questi benefici tra troppa gente (concedendo la cittadinanza) sì da garantire solo le briciole di una torta che aveva fatto credere molto più consistente. I ‘populares’, che lo avevano considerato un eroe per due anni, lo abbandonano subito e si votano a Livio Druso, il miglior offerente imbeccato dal Senato.

- Sperava di avere i cavalieri dalla sua parte e quindi di avere irrimediabilmente spezzato l'unità della classe egemone (equites e nobiles): era convinto di averli messi gli uni contro gli altri con la sua legislazione quando invece la coesione d’interessi tra i due gruppi era ben più solida. In occasione delle ultime riforme di Caio, che mettevano in pericolo lo ‘status quo’ ossia la leadership dei "Romani di Roma", la classe dirigente unita sin dal 367 a.C. si ricompattò ed eliminò l'intruso destabilizzatore (come sempre avviene nella Storia).

Quanto alla ‘rogatio agraria’, essa fu formalmente conservata giacchè le leggi nonj si abrogavano mai ma venne smantellata nella sostanza attraverso tre interventi legislativi:

a) Nel 121 si ammette l'alienazione dei fondi sicchè i destinatari dei trenta iugeri possono venderli (ed infatti vendono subito): ciò confermerebbe la tesi dell'inglese Earl, per il quale i Gracchi avevano introdotto la riforma agraria non per sviluppare l'agricoltura e ridare la terra ai contadini ma solo per motivi militari, costituzionali o personali.

b) Nel 118 una Lex Thoria sospende le assegnazioni di terre

c) Nel 111 una lex agraria anonima trasforma tutti i possessori di terre pubbliche in proprietari per cui l'ager publicus sparisce e così anche il 'vectigal', cioé la tassa

1.3. L’estensione della cittadinanza

Dopo la fine dell’esperienza graccana, durante la quale problema del rapporto con Italici e Latini era stato posto con energia dai tribuni plebei (che avevano proposto l’allargamento della cittadinanza scontrandosi col Senato), la politica romana è dominata dalla figura di Mario, ‘homo novus’ in quanto non appartenente ai nobiles.

Vinti nell’Italia del Nord i Cimbri e i Teutoni, che provenivano dalla Germania, egli introdusse la leva volontaria arruolando così i capitecensi (alleggerendo peraltro l’armamento dei soldati) e violò le regole che impedivano di iterare il consolato (da lui gerìto per cinque anni di seguito, essendo rieletto dal 104 al 100 a.C.): il problema più grave, che preoccupava i senatori, era tuttavia costituito dalla pressione latino-italica per ottenere l’estensione della cittadinanza, cui i ‘nobiles’ si opposero in ogni modo negli anni ’90:



* Tutti coloro che avevano proposto l’estensione della cittadinanza erano stati tolti di mezzo

* Lex Licinia Mucia (95): Latini ed Italici non possono andare a Roma nei giorni di votazione, apparentemente per ridurre il disordine ma, in realtà, per evitare che sostengano con la forza i candidati favorevoli all’estensione della cittadinanza

* Il tribuno Livio Druso, figlio del nemico di Caio Gracco, presenta un vasto piano mirante ad estendere la cittadinanza accontentando anche gli altri gruppi (legge agraria e frumentaria a favore del popolo // legge giudiziaria con ‘quaestiones’ restituite ai cavalieri // cittadinanza estesa agli italici) ma muore prima della votazione in circostanze misteriose, forse per mano di sicari della ‘nobilitas’

* Lex Varia (90): prevede la condanna a morte per quanti avessero istigato gli Italici a ribellarsi o li avessero anche solo sostenuti sicchè scoppia la guerra

== Insorgono Marsi, Piceni e Sanniti vincendo a lungo (sconfitti tutti i migliori generali romani quali Lucio Cesare, Silla e Pompeo Strabone): si costituiscono in Stato (“Italia”, termine che compare per la prima volta) con capitale Corfinium ma la situazione viene risolta dal giurista Quinto Mucio Scevola, il quale suggerisce tre leggi che applicano il “divide et impera” (90-89-88 a.C.) scompaginando il fronte nemico:

- LEX IULIA DE CIVITATE: cittadinanza concessa alle comunità non entrate in guerra o che avessero deposto le armi il più rapidamente possibile (i Latini, che erano rimasti neutrali, aderiscono subito; nelle città magno-greche sorgono discussioni tra chi vuole uscire dalla guerra, ossia poveri e commercianti, e oligarchie nazionaliste le quali insistono per combattere)

- LEX PLAUTIA PAPIRIA: non si rivolge alle comunità ma ai singoli, assegnando la cittadinanza a coloro che fossero venuti a Roma per farsi censire entro 60 giorni (i commercianti italici rompono gli indugi e partono sicché restano poche città in guerra)

- LEX POMPEIA DE TRANSPADANIS: diritto latino concesso alla Gallia Cisalpina per evitare che si unisca agli insorti (Roma lega a sé le oligarchie locali promettendo ai magistrati la cittadinanza).

Sembrerebbe che Roma abbia ceduto ma non è così: i nuovi cittadini sono inseriti nelle tribù di voto in modo da non nuocere (o meglio, se ne crea una sola appositamente per loro) ma il tribuno Sulpicio Rufo riapre il problema scatenando l’avversione del Senato, che mette in campo Silla e sospende i censimenti per vent’anni.


2. FASE SENATORIA

A) Si potrebbe dire che Roma ha perso perchè ha dovuto alla fine concedere la cittadinanza agli Italici, ma se si affermasse questo si farebbe un torto alla 'calliditas' (furbizia) romana: la guerra stanca tutti e ci si accontenta sicchè Roma se ne rende conto e, con una legge, distribuisce i cittadini nuovi non in tutte le trentacinque tribù di voto (perchè se così avesse atto i Latini ed Italici avrebbero surclassato i romani di Roma) ma solo in dieci tribù o forse in dieci in più rispetto alle trentacinque, comunque relegandoli in una posizione minoritaria. Nell'88 il tribuno Servio Sulpicio Rufo propone di distribuirli in tutte le tribù e l'oligarchia gli oppone un suo paladino, Silla (il quale aveva combattuto contro il Re del Ponto Mitridate e provvederà poi ad eliminare il tribuno) questi sospende i censimenti per evitare che gli Italici si facciano registrare ai fini del voto

B) Sistemato questo problema ed avviate alcune riforme costituzionali, Silla torna nel Ponto ed il vecchio Mario riprende il controllo della situazione, insieme a Cinna (un anarchico individualista) che detiene il potere per tre-quattro anni semplicemente 'continuandolo’ e non iterandolo' come padrone della vita politica romana. Nell'83 il Senato richiama Silla per risolvere la situazione: sbarca a Brindisi e marcia su Roma per la prima volta nella storia, violando la norma per cui il "pomerium" non poteva essere calpestato da un esercito in armi in quanto res sancta: lungo la strada incontra i Sanniti e ne uccide ottomila, risolvendo definitivamente il problema italico.

C) Iniziano le ‘proscrizioni’, ovvero la caccia ai sostenitori di Mario attraverso la denuncia su albi esposti in pubblico nei quali chiunque poteva segnalare nomi di antisillani (per saldare in realtà conti ‘personali’). Il denunziante aveva diritto di prelazione sul patrimonio del proscritto: da esse si salvò il diciassettenne Cesare, che circolava per Roma vestito in modo stravagante e si rifugiò in Bitinia ma intanto la popolazione è quasi dimezzata e Silla rivela la sua vera natura di politico romano. Rendendosi conto di detenere un potere illegale come proconsole (che doveva stare nel Ponto e non a Roma), chiede al Senato di nominare un interrex; Valerio, assunta tale carica, convoca i Comizi i quali approvano la Lex Valeria de Sulla dictatore. Così nell’82 a.C. Silla diventa dittatore legibus scribundis et rei publicae constituendae (incaricato di redigere un corpo di leggi e di riformare la costituzione) senza limite di tempo. Si discute in dottrina se fosse una dittatura tradizionale o nuova: benché non fosse fissato un limite temporale, egli non avrebbe potuto gestire il potere all’infinito perché, una volta raggiunto il risultato, avrebbe dovuto dimettersi e così fece nel 79 a.C.; legalista, conservatore, forse monarca mancato, va giudicato in relazione ai connotati essenziali della sua riforma.

2.1. Le riforme di Silla

Si propone di restaurare la Costituzione del periodo medio-repubblicano, durante il quale Roma aveva conquistato il mondo: essa era fondata sulla centralità del Senato (non implicita e discreta ma palese ed autoritaria), lesa dall’eccessivo potere attribuito al tribunato plebeo

A) Riforme dell'88

- Viene ripristinato l'iter legis ed abrogata, di fatto, la riforma graccana dei Comizi Centuriati, che ritornano rigidamente gerarchici e timocratici (sparisce insomma il sorteggio voluto da Caio e si torna a votare in modo tradizionale).

- Il plebiscito può essere proposto ai Concilii plebei solo dopo che un senatoconsulto ne ha approvato il contenuto (‘auctoritas’ preventiva e vincolante)

- Il Senato viene incrementato da trecento nuovi componenti, tutti amici di Silla perché doveva partire per il Ponto e quindi intendeva cautelarsi

B) Riforme dell'82 (ed anni seguenti)

Come Dittatore continua nella sua opera capillare con una serie di "Leges Corneliae"

....de tribunicia potestate: contiene tre capitoli per sminuire il Tribunato

a) solo i Senatori avrebbero potuto diventare tribuni e coloro i quali, nonostante questo deterrente, avessero proprio voluto ricoprire tale magistratura, avrebbero concluso il ‘cursus honorum’ (non potendo più adire quelle superiori); b) l'intercessio viene limitata perchè diviene opponibile solo a difesa di un singolo cittadino ed non degli interessi generici della plebe; c) sarebbe stato necessario compiere la ‘transitio ad plebem’, con rinuncia al patrimonio ed alle tradizioni familiari

...de magistratibus: era stato sconvolto il "cursus honorum" perchè la Lex Villia era ormai ignorata sicchè Silla la ripristina (soprattutto viene ripristinato l'intervallo decennale tra due magistrature identiche).

...iudiciaria: faziosa come tutte le “leges iudiciariae” sino alla Lex Aurelia (70), restituisce il controllo delle giurie ai senatori e riordina le “questiones perpetuae” (che diventano sei)

...frumentaria: vengono abolite le distribuzioni demagogiche, spesso strumento di ricatto o di ricatto politico della massa urbana.

....de provinciis: fissa la regola più opportuna per il governo delle provincie, nel senso che i magistrati i quali escono di carica assumono automaticamente per un anno il governo delle provincie (senza più la "prorogatio imperii" e i rischi del vecchio sistema). Inoltre è introdotta, con questa legge, la divisione netta tra "imperium domi" ed "imperium militiae": il primo è l'imperium ‘disarmato’ senza poteri militari (pur avendo tutti gli altri) sicchè il console gira per Roma con i fasci senza scure, il secondo è ‘armato’ perché consiste nel comando militare. Prima di Silla spesso coincidevano nella stessa persona: il Console li aveva entrambi (si pensi a Scipione che è console a Roma e combatte Annibale in Spagna) e ciò era pericoloso: infatti tale console avrebbe potuto intimorire il Senato tenendo l'esercito alle porte di Roma e Silla lo sa benissimo, avendolo fatto contro Sulpicio e poi contro i mariani. In base alla nuova legge, il dittatore li tiene distinti e impone che l'imperium domi spetti ai Consoli in Italia e l'imperium militiae spetti ai proconsoli che lo esercitano nelle provincie (dovendolo abbandonare nel momento in cui entrano nel pomerio). La 'ratio' è che si vuole lasciare il Senato padrone dell'Italia, senza eserciti che lo minacciano e ciò è indubbiamente lungimirante, attestando ch effettivamente Silla mirava ad un programma di restaurazione senatoria (e non a farsi proclamare re).

...de quaestoribus: Silla crea venti questori nuovi, che hanno un profilo burocratico-amministrativo in quanto, pur essendo elettivi, dipendono dai magistrati e sono adibiti a funzioni stabili specialistiche (un pò come i direttori generali dei ministeri).

Nel 79 a.C. abdica dopo essersi candidato a proconsole della Cisalpina ma 78 muore: l'interpretazione “in bonam partem” vorrebbe che Silla si fosse dimesso perché aveva completato l'opera, da vero repubblicano, ma Plutarco ci riferisce che il dittatore fosse devastato da una grave malattia della pelle tale da renderlo impresentabile al pubblico (e l'uomo politico romano doveva avere il fisico se voleva arrivare in alto) sicchè si fece cremare, violando il “mos” della gens Cornelia che imponeva a tutti l'inumazione. Allora le dimissioni non sarebbero dettate da amor patrio ma dalla necessità (un pò come Cesare si farà uccidere perchè gravemente malato, vedi le monete egiziane del Febbraio 44): altri dicono che si dimise perchè capì che le forze nemiche erano ancora agguerrite e il suo programma non avrebbe potuto funzionare (Carcopino).



3. FASE DEL POTERE PERSONALE

Con Silla finisce l'illusione dell'oligarchia senatoria di riprendere in pugno la situazione perchè ormai lo strapotere dei capi militari, spalleggiati dai loro eserciti dopo la riforma di Mario, non conosceva più ostacoli: il Senato tenta un'ultima carta, che sembra vincente all'inizio ma poi servirà a distruggerlo, cioé quella di scendere a patti con gli Imperatores ossia i capi degli eserciti, al fine di piegarli ai loro interessi. Nasce una nuova teoria politica, una dottrina dello Stato: la teoria del Princeps, creata da Cicerone che in realtà pensava a se stesso. Si trattava di esprimere, nel seno dell'oligarchia, un "primus inter pares", ovvero un rappresentante delegato cui riconoscere una maggiore ‘auctoritas’ ed un maggior prestigio tenendolo comunque vincolato dagli altri oligarchi.

3.1. Premessa

L'oligarchia pensò di rinvenire in Pompeo il personaggio ideale: giovanissimo aveva combattuto con il padre Pompeo Strabone nella Guerra Sociale ed era mediocre in tutto nonché incapace di colpi geniali, ma anche molto fortunato, ambizioso ed amante del consenso. Il Senato gli conferì subito incarichi incostituzionali in quanto "privatus" (ossia cittadino che non aveva neanche cominciato il "cursus honorum"): il comando militare, quindi l'imperium, per imprese belliche che sembravano insolubili, quali le campagne contro il generale spagnolo Sertorio, la repressione della rivolta schiavile di Spartaco nell’Italia del Sud e la guerra contro Mitridate nel Ponto.

Nel 67 il potere di Pompeo si precisa ed inizia effettivamente la terza ed ultima fase del tardo periodo repubblicano, ossia quella del "potere personale": infatti una "Lex Gabinia de bello piratico" gli concesse un comando eccezionale per sconfiggere i pirati che in quel periodo saccheggiavano il Mediterraneo. Trattasi dell'imperium proconsolare maius, ossia il potere militare proprio del governatore di una provincia non ristretto tuttavia all'ambito provinciale ma esteso a tutte le provincie costiere per un ambito di 50 miglia dal mare (Pompeo vince ma poi li tratta bene perché vuole farsi amiche tali popolazioni, molto forti e bellicose)

In questo periodo, Pompeo è appoggiato da Cicerone e Cesare mentre Crasso, che finanziava i cesariani, assume atteggiamenti palesemente antisenatori: nel 60 a.C. Cesare Pompeo Crasso costituiscono segretamente il “primo triumvirato” assicurandosi reciproca alleanza

a) Pompeo vuole restare a Roma e governare da lì Spagna e Africa

b) Crasso vuole gli appalti più redditizi e la ricca provincia d'Asia

c) Cesare chiede il consolato per il 59 promettendo agli amici di soddisfare le loro richieste



3.2. Giulio Cesare e le sue riforme

A) IL PRIMO TRIUMVIRATO

Cesare vince come previsto le elezioni del 59 e cerca accordi con il Senato che rifiuta, servendosi del suo collega Bibulo (appoggiato dai ‘nobiles’); vinta l’opposizione di quest'ultimo, divenne padrone assoluto di Roma e fece approvare quattro leggi

I) Lex Iulia de actis Pompei confirmandis: ratifica strumentalmente tutto quello che Pompeo aveva fatto dal 67 al 59 ed inizia a pensare ad una profonda riforma dello Stato, prendendosi innanzitutto cura del depauperamento delle campagne e del malgoverno delle provincie

II) Lex Iulia agraria: Cesare non ha più le motivazioni politico-militari dei Gracchi ma solo moventi economici sicchè, per evitare che il proprietario si disinteressi della terra, propone che questa non venga data a tutti gli ex combattenti ma solo ad un numero preciso di persone che ne avevano fatta richiesta e che le avrebbero ottenute solo dopo accurate indagini. Le terre distribuite erano fertili (Ager Campanus e Puglia), espropriate ai grandi latifondisti e prossime alle vie consolari; inoltre concede agli assegnatari l'"instrumentum fundi" (ossia animali e mezzi per coltivare i fondi).

III) Lex Iulia de repetundis: prevedeva che il malgoverno fosse punito duramente (più tardi Pilato, per come condusse l'azione contro gli ebrei, pagò immediatamente). Individua esattamente tutte le fattispecie criminose consentendo a tutti di denunciarle: prima erano legittimati solo i patroni dei danneggiati, poi con Caio Gracco i danneggiati ed infine con Cesare un 'quisque de populo'.



IV) Lex Vatinia de provincia Caesaris: provvedimento strumentale, rivela la superiorità dell'uomo il quale, attraverso questa legge, si assicura il diritto di scegliere la provincia per l'anno successivo, togliendo tale funzione al Senato e scongiurando il sorteggio. Dopodichè chiede che il popolo gli assegni per il 58 (e per cinque anni) la Cisalpina e l'Illirico, una regione molto povera ma, grazie alla sua umiltà, ottiene anche la Gallia Narbonense (che consentiva il collegamento con la Spagna).

Perchè la Cisalpina ---

In primo luogo, la Cisalpina era la zona più difesa d'Italia e a sua volta difendeva l'Italia: chi la controllava, per la sua vicinanza, poteva praticamente ritenersi a Roma e controllarla senza derogare alla legge di Silla (che impediva di giungere in armi nella capitale). Tra Rimini e Roma ci sono 212 miglia cioé 418 Km e, con un cavallo che si cambia ogni cinque miglia, andando ad ottanta all'ora si arriva nell'urbe in cinque ore ossia in tempo reale per sistemare le cose.

In secondo luogo, la Cisalpina non presentava guerre ma poteva essere la base per spedizioni belliche in zone inesplorate e temute, delle quali Roma si disinteressava: si trattava di ottenere il trionfo e di farlo senza rischi, affrontando popoli seri come Belgi ed Edui (e non ubriaconi pavidi come i Celti). In effetti battè ad Alesia Vercingetorige ed ebbe in otto anni un enorme numero di trionfi; fondò Novum Comum e, superato il Maloia, poté avere accesso a Coira (ossia all'Europa Centrale).

In terzo luogo, la Cisalpina era amica di Cesare: ricchissima sotto il profilo demografico ed umano, egli vi levò la decima legione, delle tre arruolate la più fedele. Dovendo sfamare un esercito di duecentomila uomini, si fece vettovagliare proprio dalla Cisalpina, che produceva il cibo essenziale per i Romani, ossia gli insaccati (la cui produzione era favorita dalla presenza di ghiande e maiali) tenuti dai soldati nelle loro sacche.

Si trattò di una scelta decisiva per la civiltà perché, diversamente, il suo asse si sarebbe spostato verso Oriente: nel frattempo egli inventò i matrimoni di Stato perchè diede in sposa la figlia Giulia a Pompeo (amore vero che durò solo tre anni perchè lei morì).

B) IL SECONDO TRIUMVIRATO E L’INIZIO DELLA GUERRA CIVILE

Nel 56 vi fu inoltre il secondo triumvirato, questa volta ufficiale (si confermava il precedente assetto)

- Cesare vuole per sé il proconsolato per altri cinque anni

- Crasso ottiene la Siria e va in Oriente, dove muore a Carre nel 53 contri i Parti

- Pompeo vuole stare a Roma, osannato da tutti, ma intanto vuole governare la

Spagna (benche infastidito dal controllo cesariano della Narbonense) ed ottiene

la 'cura annonae' (assegna così gli appalti agli amici dietro il pagamento di

tangenti).

L'equilibrio si rompe nel 52 quando, morti Crasso e Giulia che fungevano da ‘intercapedine’ tra i due leaders, Pompeo si lascia convincere dal Senato a ricoprire il Consolato 'sine collega' (un ‘monstrum’ costituzionale perché diventa console unico): Cesare fa sapere che non avrebbe tollerato ciò, a meno che non avesse ottenuto la garanzia di potersi candidare alle elezioni del 49 senza deporre l'imperium e restando fuori dal pomerio ('in absentia'), questione giuridicamente assai delicata.

Terminato il periodo di governo delle Gallie nel 50 a.C., Cesare intendeva candidarsi al consolato ma (per fare questo) doveva entrare nel pomerio e poi giungere a Roma da privato cittadino, dopo avere sciolto il suo esercito: infatti la legge sillana relativa all’imperium gli impediva di entrare in armi nel pomerio (allora fissato vicino Rimini, sul fiume Rubicone). Tuttavia, egli sapeva bene che, se fosse entrato a Roma da privato, i tribuni della plebe (su istigazione del Senato) gli avrebbero intentato un processo, accusandolo di qualche irregolarità patrimoniale nella gestione dei fondi usati nella guerra gallica, non perché ciò fosse vero ma per impedirgli di candidarsi (cosa vietata ad un inquisito). Così si ferma sul Rubicone, fiume che segnava il ‘pomerium’, e tratta col Senato attraverso il suo più stretto collaboratore, Antonio (che era tribuno della plebe): vuole ottenere garanzie dal che, pur deponendo il suo ‘imperium militiae’, non avrebbe subito incriminazioni rientrando a Roma e si sarebbe potuto candidare. Nel contempo, cerca di smuovere Pompeo: questi aveva fatto intendere che avrebbe appoggiato Cesare laddove il trionfatore delle Gallie avesse voluto proporre la propria candidatura pur trovandosi fuori Roma (‘in absentia’) e a capo di un esercito armato, facendo votare un’apposita legge: la costituzionalità di una ‘candidatura in absentia’ era in effetti molto contestata dal Senato ed effettivamente non vi è certezza che ciò fosse legale.

Pompeo promette sostegno ma poi cambia idea appoggiandosi ai catoniani: benché il Senato sia ancora per la pace (tanto che vota in Dicembre, a grande maggioranza, un invito a comporre pacificamente la questione), i nemici di Cesare fanno falsamente sapere che sta marciando su Roma e impongono che sia dichiarato decaduto dal suo ‘imperium’, ovvero dal comando delle legioni galliche. Allora il tribuno della plebe Antonio, il quale perora le tesi cesariane tendenti al compromesso, viene espulso dal Senato che approva il SC Ultimum (7 Gennaio 49), con cui Cesare è dichiarato nemico dello Stato e i consoli sono incaricati di procedere in armi contro di lui per eliminarlo. E’ la guerra civile.

Cesare stesso passa rapidamente il Rubicone (10 Gennaio) lamentando la violazione della sacrosantità tribunizia ed occupa Roma mentre Pompeo scappa a Brindisi e poi in Grecia con metà del Senato: il territorio della Res Publica si divide in due tronconi, a Cesare la parte occidentale, a Pompeo quella orientale e quindi la guerra è ininterrottamente combattuta dal 49 al 45.

** Il periodo dal 49 al 44 **

Mentre combatte, Cesare non ha molto tempo per dedicarsi alla riforma dello stato: eppure i suoi provvedimenti sono importantissimi e variamente interpretati.

NEL 49 ebbe la dittatura per undici giorni e li sfruttò per fare approvare la Lex Iulia de civitatis, con cui la cittadinanza fu estesa a tutti i cisalpini (due milioni di persone), premiate in blocco e non per singole provincie, che avessero accumulato benemerenze verso Roma ('virtutis causa') come si usava fare sino allora; dopodichè abbandona la dittatura e assume il consolato.

NEL 48 batte Pompeo a Farsalo e ne distrugge l'esercito: Tolomeo d'Egitto poi ucciderà il generale e Cesare lo piangerà sinceramente, come testimonia Tertulliano ("clementia caesaris"), infine sconfigge gli ultimi pompeiani (Sesto Pompeo e Labieno) a Munda nel 45 sicchè il regime degli ottimati cade definitivamente in quanto incapace di abbracciare le grandi dimensioni. Si prospetta una visione

- universalistica: Cesare non era un democratico ed è sbagliato considerarlo tale perchè non ammirava la sovranità popolare, agiva non per ideologia di partito ma perchè lo riteneva giusto.

- monarchica: benchè poco interessato alla forma del potere, assume la dittatura a tempo indeterminato (sulla cui natura si è discusso) nominando ‘Magister Equitum’ il fido Antonio (48).

Catone si è suicidato, popolo e Senato conferiscono a Cesare i pieni poteri: questi decide di pace, guerra, designazione dei candidati alle elezioni, distribuzione delle provincie ed ottiene l’inviolabilità tribunizia. Cicerone parla di "dominatus", che sarà in realtà fondato molto tempo dopo da Diocleziano perchè in questa fase alle elezioni si votano ancora tutti gli organi cittadini ed è ancora in vigore l'auctoritas patruum: certamente la politica è dominata dalla figura di Cesare, configurando forme monocratiche.

== LEGISLAZIONE CESARIANA ===

È moderna nonché libera da ideologie faziose: in ogni caso è formidabile, con tanto di esordio antidemocratico

a) Lex Frumentaria: colpisce le 'frumentationes' assistenziali, concesse sottocosto anche ai ricchi che non ne avevano bisogno, dimezzando il numero dei beneficiari (ridotti a 150.000). Egli riceve le informazioni dai proprietari delle case, che devono dichiarare quanto il reddito dell'inquilino.

b) Lex Sumptuaria: mentre le precedenti leggi contro il lusso erano politiche e strumentali perchè tendevano a proteggere o colpire una produzione, Cesare era in questo liberale ma l'ostentazione non gli piaceva. Colpì le grandi cene, vietando i banchetti con più di nove persone; proibì poi le lettighe e le perle (tranne che per le donne di almeno 45 anni ma in questo modo caddero in disuso perchè così si dichiarava l'età); infine vieta l'uso della porpora, investimento pericoloso perchè ci voleva la nave per portare la materia prima a Roma e, se affondava, andava in crisi una famiglia nobile della Res Publica.

c) Lex Iudiciaria: risolve il problema delle giurie, da quel momento composte per metà da cavalieri e senatori.

d) Lex Municipalis: rivede il governo dei municipi

e) Remissione parziale delle pigioni: impedisce speculazioni sugli affitti dopo aver rimesso parzialmente le pigioni (anticipa l'equo canone).

f) Riforma del calendario: il calendario giuliano consta di 365 giorni (Febbraio con 29 giorni) sicchè viene risolto il problema dei giorni 'intercalari', quelli inseriti dai Pontfici per fare ‘tornare i conti’ ma, in realtà, a loro uso e consumo politico.

g) Riforma della burocrazia: si è già detto che Silla aveva probabilmente adibito i venti questori a funzioni specifiche, determinando la nascita di un embrione di burocrazia. Cesare segue questo schema perché i pretori devono essere sostituiti da otto prefetti, non più eletti e dipendenti dal Magister Equitum (a sua volta dipendente dal Dictator)

h) Progetto di codificazione: incarica il giurista Trebazio Testa e l'antiquario Ofilio di raccogliere il meglio dei ‘mores’ e delle leggi creando un codice (quale non erano le XII tavole e non sarà il Teodosiano, perchè mancanti di ‘norma di chiusura’). Tuttavia il tentativo fallisce perchè il lavoro, immane, richiedeva tempo e Cesare muore prima: in effetti va detto che la redazione di un codice richiede sempre alle spalle un regime autoritario, in cui non vi sia pluralismo di opinioni.

DOPO il 45 gli onori nei suoi confronti si accrescono: assume forse il prenome di 'Imperator', ha il diritto di coniare monete con la sua effige e di nominare i magistrati senza consenso popolare, ottiene la 'lectio senatus' ed assume gli ornamenti del conquistatore (corona d'alloro), nomina nuovi senatori sicchè il Senato passa da 600 a 900 membri (soprattutto liberti e Transpadani, i quali si presentano sbracati, con i pantaloncini di pelle o l'elmo con le corna, suscitando l'indignazione di Cicerone).

Infine la Lex Cassia gli consente di creare nuovi patrizi ed egli se ne avvale per attribuire il patriziato ad Ottavio, il suo pronipote, che aveva diciannove anni (nato il 23 Settembre 63) e ne era quindi il potenziale successore: inoltre viene eletto dittatore a vita.

Ormai egli è monarca assoluto e si sente investito di una nuova missione: non era interessato alla vanagloria e ambizioso come Pompeo ma voleva estendere la civiltà romana oltre i confini raggiunti da Alessandro il Grande per realizzare un grande impero in cui regnasse la cultura greco-romana: intraprese quindi grandi opere come il prosciugamento delle paludi Pontine, la regolazione del corso del Tevere, la costruzione di un grande canale da Roma a Terracina.

Il 15 Febbraio 44 Antonio gli porge la corona di Re due volte (manca ormai solo quel titolo formale), il popolo lo acclama ma Cesare rifiuta benchè volesse accettare: si sparge la voce che la Sibilla avesse previsto che solo un re avrebbe battuto i Parti e Cesare, che stava per andare in Asia a vendicare Crasso, avrebbe voluto esserlo per il bene di Roma ma rinunciò per il possibile malcontento popolare.

Il 15 Marzo 44 (le famose 'idi' di Marzo) Cesare si reca in Senato pur sapendo che una banda cospira contro la sua stessa vita: viene ucciso da un gruppo guidato da Cassio e Bruto (usuraio e possessore di una miniera d'argento in Spagna di cui Cesare stesso voleva occuparsi), in nome della libertà della Res Publica dalla tirannide. Si è molto discusso sulla morte di Cesare: è probabile che egli seguisse il suo destino in quanto molto malato, come attestano le monete coniate in quegli stessi mesi (l'effige del suo profilo, ricavata da un attendibilissimo calco in gesso, denuncia l'insorgenza di pieghe sul collo tali da attestare gravi malattie interne).

Il popolo, in un primo momento convinto dai Cesaricidi circa la bontà delle loro intenzioni, cambia idea quando Antonio tiene l'orazione funebre: rivela che Cesare ha lasciato in eredità al popolo sostanze, beni immobili e denaro sicchè i Cesaricidi debbono scappare e l'impero si divide in due parti (una affidata ad Antonio, l'altra a Bruto). Soprattutto, nella sorpresa generale nomina suo erede l’imberbe Ottaviano invece di Antonio, da sempre suo collaboratore sicchè nel 43, a Bologna, si costituisce il secondo triumvirato ufficiale ("Rei Publicae Constituendae") formato da Antonio, Ottaviano e Lepido (il ricco di turno) che sconfigge presto Bruto e Cassio: esso avrebbe dovuto durare solo cinque anni in base alla Lex Titia ma venne rinnovato a Taranto nel 37. Ben presto Lepido si ritira, ed Antonio va in Oriente a sposare Cleopatra mentre Ottaviano resta padrone di Roma e dell'Occidente.

Lo stesso Antonio ambisce a creare un impero in oriente, non contro Roma ma bensì con essa (anticipando la politica di Costantino): l'abile Ottaviano approfitta di questa ambiguità per scavargli la fossa utilizzando i 'rumores', nel senso che pubblica un testamento falso di Antonio il quale prevedeva uno spostamento della capitale da Roma ad Alessandria d’Egitto. Ciò scatena diffidenza ed odio verso Antonio che resta isolato ed arroccato in Oriente sicchè nel 32 sono concessi ad Ottaviano i pieni poteri ed egli ottiene il giuramento di fedeltà da tutte le truppe d'Italia e delle provincie, dichiara guerra a Cleopatra e sconfigge ad Azio, sulla costa greca, lei ed Antonio il 2 Settembre 31 a.C.: finisce un epoca nella storia romana e del suo diritto, inizia un nuovo capitolo (quello imperiale).









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